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Il rock di padre in figli*

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Massimo Cotto Il rock di padre in figli * dello stesso autore: Il Re della Memoria ISBN 979-12-221-0312-9 Prima edizione novembre 2023 ristampa 9 8 7 6 5 4 3 2 anno 2027 2026 2025 2024 © 2023 Carlo Gallucci editore srl - Roma Gallucci e il logo

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Massimo Cotto

Il rock di padre in figli*


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A mio figlio Francesco Danilo, nella speranza che la sua vita sia musica.


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«Papà, ma, esattamente, che cos’è il rock?» Avevi pochi anni, e dieci anni sembran pochi, poi ti volti a guardarli e non li trovi più. Non l’avevi mai chiesto, perché io e tua madre abbiamo sempre evitato di condizionarti con il nostro lavoro. Tua madre, lo sai, fa l’attrice e presenta programmi in televisione, io faccio il conduttore in radio e vivo di musica. Abbiamo sempre avuto il timore di essere genitori “ingombranti” e “condizionanti”. Volevamo che fossi tu a scegliere la tua strada, la tua dieta musicale, a provare il meraviglioso senso della scoperta. A casa non abbiamo mai parlato apertamente con te del nostro mestiere. Conosciamo persone che, forse anche involontariamente, hanno cresciuto i figli schiacciandoli con il peso di ciò che

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loro avevano fatto. Noi abbiamo preferito concentrarci sul peso delle cose che tu avresti potuto fare scegliendo in prima persona. Consapevoli della discreta dose di rischio che c’è in questa via. Certo, questo comportamento ha scatenato episodi buffi, che i nostri amici ricordano spesso. Ad esempio, quella volta a Genova. Palazzo Ducale. Io sul palco a raccontare storie dal mio spettacolo Chelsea Hotel, tu con la mamma in prima fila. Avevi quattro anni. A un certo punto, ti sei agitato sulla sedia e poi ti sei alzato. Sei salito sul palco, ti sei avvicinato, mi hai fatto cenno di abbassarmi, hai preso il microfono e poi hai detto a tutta la platea: «Sono molto arrabbiato con la mamma». Il pubblico è scoppiato in una lunga risata a cui ha fatto seguito un applauso e tu ti sei risentito. Mi hai chiesto: «Papà, perché ridono se io sono arrabbiato?» Eri così abituato a vedere tuo padre e tua madre sul palco che non è ti mai venuto in mente che potesse essere anche un lavoro. Per te era normalità. O quell’altra volta. Il primo giorno di scuola, alla Mazzarello. Ad accompagnarti, quella mattina c’era anche Giorgio Faletti, che chiamavi zio

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Giorgio e che si era come al solito scatenato sparando a raffica una battuta dopo l’altra alle mamme preoccupate di lasciare i figli a una nuova avventura. Sei tornato a casa felice. «Com’è andata, amore?» «Bene, papà. Ho solo avuto un problema» «Quale?» «Mi hanno fatto una domanda e non sono stato capace di rispondere». Io avevo sorriso e pensato che anche da adulto continuavo a imbattermi in domande alle quali non ero in grado di rispondere. La domanda che ti avevano fatto era: “Che lavoro fa tuo papà?” La maestra lo sapeva perfettamente, ma voleva vedere come lo descrivevi. E anch’io ero curioso. Non avevi saputo rispondere perché del mio lavoro non avevamo mai esattamente parlato. Così ho provato a raccontarti un po’ di cose, velocemente, perché il giorno successivo te l’avrebbero richiesto. La mattina dopo sei tornato a scuola e io non vedevo l’ora di sapere, una volta che fossi rientrato a casa, come avevi risposto.

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«Allora, amore, che cosa hai detto?» Tu mi hai guardato con la tua faccia buona e furba e hai risposto: «Ho detto: mio papà parla alla radio». Non ho mai sentito una definizione più bella del mio lavoro. Avresti potuto dire che faccio una trasmissione, che presento un programma, che lavoro a Virgin Radio, che faccio radio. Oppure parlare delle altre mie attività. Hai detto la cosa più semplice e vera: parlo alla radio. Con tutta la magia che può sprigionare. Perché raccontare storie significa sprigionare magia. Te ne racconto una, una di quelle che volevi prima di addormentarti. A te non piacevano le favole tradizionali. Volevi che parlassi delle avventure di Carlottina. Carlottina era un pupazzetto giallo che una sera ti avevo fatto vedere e da lì ero partito a inventare una storia. A te era piaciuta molto, così la sera dopo mi hai chiesto: «Raccontami di nuovo di Carlottina». E io ho iniziato a inventare un’altra storia, dimenticando una semplice, essenziale, basilare, drammatica verità: gli adulti vogliono che tu racconti storie sempre nuove, i bambini vogliono che racconti sempre la stessa storia. Ma se la storia l’hai inventata la sera prima, è difficile ricordarsene ogni dettaglio. Per

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fortuna i bambini hanno buona memoria. Ogni volta che mi smarrivo, tu puntualizzavi: «No, non ha forato la ruota della bicicletta per colpa di un chiodo, ma per un sasso». E poi, stavolta con la faccia più furba che buona, mi chiedevi: «E di che colore era il sasso?» Insomma, difficile. Per fortuna, crescendo, hai accantonato Carlottina e cominciato a preferire le storie dannate del blues e del rock. La tua preferita era quella di Robert Johnson che vende l’anima al diavolo, ma al secondo posto c’era la morte di Buddy Holly, con Ritchie Valens, quello de La Bamba, che si gioca a testa e croce l’ultimo posto disponibile sull’aereo privato con Tommy Allsup. Valens vince, ma l’aereo cade. Valens muore e Allsup sopravvive. Una delle tante storie assurde e folli del rock, dove coincidenza e destino si danno la mano e stringono forte. Ne parleremo meglio più avanti. Veniamo alla storia di cui ti parlavo prima. Una volta sono stato a Sikensi. È un paese della Costa d’Avorio dove, in certe zone lontane dal centro, sopravvivono usanze antiche e bellissime. Terra rossa, ovunque. Bambini che cantano e ti abbracciano per una caramella. Io ci sono stato

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molti anni fa, nel millennio scorso, e già mi fa ridere dirlo. Ci accolgono con tutti gli onori, forse perché è raro vedere un europeo arrivare da quelle parti. Quasi tutti si fermano ad Abidjan, che è la capitale. Un giorno ci comunicano che volevano insignirci di un’onorificenza per loro molto importante che ci avrebbe collocato politicamente al secondo gradino dopo il sindaco. Poi, uno di loro, aggiunge: «Sempre se gli anziani sono d’accordo». Capisci, ci sono posti dove gli anziani sono più importanti dei sindaci. Pensa a noi, che spesso trattiamo gli anziani in maniera vergognosa. Ti ricordi quell’imbecille che aveva detto che le persone, oltre una certa età, non dovrebbero nemmeno avere diritto di voto? Ecco, a Sikensi, un paese della Costa d’Avorio dove non c’è quasi nulla oltre alla povertà, sono più evoluti di noi. Duque ci introducono ai saggi del villaggio. Gli anziani. Solo che non potevamo parlarci direttamente. Eravamo impuri, ai loro occhi. Dovevamo comunicare solo attraverso degli intermediari, che loro chiamavano the middle men, “gli uomini di mezzo”. Avevano in mano delle bottiglie dalla forma strana e dentro c’era un liquido ancora

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più strano, tra il rosso e l’arancione. Ogni volta, prima di lasciarci parlare, gli uomini di mezzo ne versavano un po’ a terra e poi gli davano fuoco, forse per purificare le nostre parole. Io non ho mai chiesto che cosa fosse quel liquido e perché lo versassero a terra prima di darci voce, però una volta, alla fine della giornata, ho chiesto agli uomini di mezzo quali fossero i requisiti per entrare a far parte dei saggi, oltre che essere anziani. E gli uomini di mezzo mi hanno detto che saggio è l’uomo che capisce il tempo. Allora ho pensato immediatamente ai nativi americani, che appoggiano l’orecchio a terra e capiscono quando arriva la pioggia, il temporale. Ma gli uomini di mezzo mi hanno detto che no, non si riferivano a quel tempo lì, al tempo atmosferico. Diventi saggio, dissero, quando riesci a leggere il passato. A Sikensi, in Costa d’Avorio, dove c’è terra rossa ovunque e i bambini cantano, i saggi sono le persone che ricordano il passato, che raccontano storie, che parlano e trasmettono magia. Perché parlare, raccontare storie, significa trasmettere magia. Da sempre. E non solo in Africa. E a raccontare non sono solo le persone. Gli uomini, le donne, i bambini, gli anziani. Lo fanno

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anche i luoghi. Le città. I locali. Io ricordo quelli di una volta, a New York, quando ero ragazzo e la Grande Mela mi sembrava il Paradiso. Erano poco illuminati e c’era sempre un’aria strana, un misto di umidità e fumo. A volte sentivi odore di cavolo e patate e non capivi, perché non c’era nemmeno la cucina. E faceva sempre troppo freddo o troppo caldo, come fosse impossibile regolare la temperatura, perché i locali che hanno fatto la storia erano diversi uno dall’altro, ma scalcagnati allo stesso modo. Come il Ciak a Milano, che tutti chiamavano El Pissa: era stato ricavato da un tugurio e l’odore di piscio non voleva saperne di scomparire. Che cosa sto cercando di dirti, Francesco? Che nella vita, le parole sono cattedrali che possono diventare musica anche senza strumenti e le storie sono religioni. Non c’è niente di più bello ed esaltante di una storia da raccontare. Non importa che sia tu a trasmetterla o che sia tu ad ascoltarla. Quando qualcuno racconta non c’è mai una persona più importante di un’altra. Non esistono semplici spettatori. Anche chi ascolta diventa parte della storia perché la mette in relazione alla sua vita. Pensa all’arte. Da una canzo-

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ne, da una poesia, da un romanzo, da un film, da un quadro (già, anche i quadri parlano) noi non prendiamo mai tutto, ma solo quello che ci serve in quel momento. Immagina un bassorilievo. Se vuoi guardarlo, non hai molte possibilità, ti devi mettere in una posizione precisa. Ma se guardi una storia, be’, puoi scegliere tu dove metterti, dove entrare, anche quando è un’altra persona che sta raccontando. Puoi persino concederti il lusso di spostare la macchina da presa e cambiare l’inquadratura. Perché l’arte non è mai ferma. Si muove sempre. Per questo è difficile da catturare e, di conseguenza, da descrivere. Di tutte le espressioni artistiche, la musica è la più immediata e potente. Come mi ha detto una volta Bruce Springsteen: «Per leggere un libro hai bisogno di almeno due giorni, per guardare un film almeno due ore, ma per ascoltare una canzone ti bastano tre minuti. Dammi solo tre minuti della tua vita e io te la cambierò». Con tuo padre è andata esattamente così. Bruce Springsteen e il rock mi hanno cambiato la vita. Quella canzone durava un po’ più di tre minuti (poco meno di cinque), ma per me è diventata più lunga e grande della vita stessa perché con-

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teneva tutto quello che consideravo importante, qualcosa di meraviglioso, sconosciuto, familiare. In quel brano, Thunder Road, c’era tutto quello che nemmeno sapevo esistesse, eppure era vivo, da qualche parte dentro di me. Partirò da qui per raccontarti che cos’è il rock. Alla domanda da cui siamo partiti, “Papà, ma che cos’è il rock?”, ho preferito rispondere in maniera vaga: «Per ora prova a viverlo, poi te lo spiegherò». Non era un modo come un altro per eludere la domanda o semplificare la risposta. Allora ne ero convinto, e lo sono tuttora: a una certa età non è necessario capire tutto. Pensa alla poesia. A volte i versi ti arrivano addosso con una forza devastante, ti inchiodano alla sedia, ti sbattono contro il muro, si aprono le finestre ed entra la brezza più dolce del mondo. Ecco, quando accade, è davvero necessario capire che cosa significhino esattamente quei versi o è sufficiente che ti vivano addosso? Anche Giuseppe Ungaretti, uno dei nostri più grandi poeti, diceva che la poesia, per essere davvero tale, non si debba far capire del tutto. Ci deve essere sempre spazio per il mistero, che è un ingrediente fondamentale dell’arte. Bisogna potersi nascondere. Perché se

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tutto è luce e sole sarai sempre in mezzo agli altri. Invece, in ogni poesia e in ogni canzone ognuno dovrebbe trovare il suo posto. Quindi, caro Francesco, mettiti comodo. È arrivato il momento di raccontarti che cosa il rock ha significato per le persone e per la società, perché ha sempre agito su due livelli, individuale e collettivo. Per farlo ti dovrò raccontare anche un po’ di storia degli ultimi settant’anni. Non ti dirò proprio tutto. A volte butterò qualche sassolino nella speranza che tu voglia raccoglierlo. Su qualche nome o qualche accadimento non mi dilungherò. Non entrerò nel dettaglio, nella speranza che la curiosità possa spingerti, una volta chiuso il libro, a fare qualche ricerca. Ai nostri tempi si faceva così, perché Internet non c’era e per scoprire il mondo si doveva faticare un po’ di più. A scuola, mentre il mitico professor Crosa parlava di poeti e scrittori, io spesso ero distratto. Ma, almeno una volta durante l’ora, qualcosa che diceva attirava la mia attenzione. E così tornavo a casa e provavo a capirci un po’ di più, mettendo in moto un percorso che a volte mi portava lontano dal programma di studio. La tua generazione lo fa molto di meno, ma non è colpa vostra. Voi,

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semplicemente, nuotate nell’acqua che vi abbiamo lasciato o che avete trovato. Se siete meno curiosi, non potete farci nulla. Se non vi piace studiare, la responsabilità è anche di libri di testo e programmi che puntano troppo spesso su cose inutili e non inquadrano nel mirino il bersaglio più importante: stimolare l’interesse di chi studia, mettere in moto la creatività. Bisognerebbe studiare per trovare se stessi, non solo per imparare la lezione sulla vita e le opere altrui. E infatti, se ti concentri, scoprirai che quella che ti sto raccontando non è solo la storia degli ultimi sette decenni. È anche la tua storia.

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