Skip to main content

I ragazzi della via Pal_completo

Page 1


Molnár

I RAGAZZI DELLA VIA PÁL Ferenc

Edizione integrale a cura di Marco Giuliani

Ferenc Molnár

I ragazzi della via Pál edizione integrale a cura di Marco Giuliani disegni di Fabio Sardo

ISBN 979-12-221-1226-8

Prima edizione rinnovata febbraio 2026

ristampa 9 8 7 6 5 4 3 2 1 0

anno 2030 2029 2028 2027 2026

© 2026 Gallucci – La Spiga

Prima edizione © 2019 ELI – La Spiga Edizioni

Foto: Alamy Stock Photo, archivio ELI – La Spiga Edizioni

Nessuna parte di questo libro è stata realizzata con l’intelligenza artificiale (AI)

Gallucci e il logo sono marchi registrati

Se non riesci a procurarti un nostro titolo in libreria, ordinalo su: galluccieditore.com

Il marchio FSC® garantisce che questo volume è realizzato con carta proveniente da foreste gestite in maniera corretta e responsabile e da altre fonti controllate, secondo rigorosi standard ambientali, sociali ed economici. L’FSC® (Forest Stewardship Council®) è una Organizzazione non governativa internazionale, indipendente e senza scopo di lucro, che include tra i suoi membri gruppi ambientalisti e sociali, proprietari forestali, industrie che lavorano e commerciano il legno, scienziati e tecnici che operano insieme per migliorare la gestione delle foreste in tutto il mondo. Per maggiori informazioni vai su https://ic.fsc.org/en e https://it.fsc.org/it-it

Tutti i diritti riservati. Senza il consenso scritto dell’editore nessuna parte di questo libro può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma e da qualsiasi mezzo, elettronico o meccanico, né fotocopiata, registrata o trattata da sistemi di memorizzazione e recupero delle informazioni.

Ferenc Molnár

I RAGAZZI DELLA VIA PÁL

Edizione integrale a cura di Marco Giuliani

disegni di Fabio Sardo

Nota introduttiva

Il Grund per un ragazzo di Budapest è la sua pianura, la sua prateria, il suo deserto. Rappresenta l’infinito e la libertà. Oggi anche sul Grund della via Pál si erge malinconicamente un palazzone a quattro piani, pieno di inquilini nessuno dei quali forse sa che quel briciolo di terra racchiude il segreto più profondo della giovinezza di un gruppo di ragazzi poveri di Budapest. Chi vive in campagna non può forse capirlo, ma è senz’altro vero che per un ragazzo di città un campo in periferia rappresenta la libertà, e diremo meglio la libertà nell’infinito. Solo lì il ragazzo si accorge che cosa voglia dire respirare, e che allettante mistero di felicità ci sia nell’impulso di correre e correre...

Queste poche righe di Ferenc Molnár bastano a toccare il cuore anche del più distratto dei lettori, rinnovando la magia del successo che il suo romanzo più famoso ha riscosso sin dalla pubblicazione a puntate, nel lontano 1906. Una popolarità che arriva fino agli adolescenti di oggi, abituati a trascorrere il proprio tempo libero in modi e luoghi molto diversi rispetto ai protagonisti. Qual è il segreto di tanta longevità? Una storia capace di spingere i ragazzi a riflettere sul fascino dell’avventura, sul desiderio di spazi aperti in cui mettere alla prova fantasia, amicizia e lealtà, sul tradimento e il dolore sperimentati per la prima volta. In una sola parola: sulla vita.

E possiamo essere ragionevolmente sicuri che, nel creare i suoi giovanissimi personaggi, Molnár ricordasse se stesso e i suoi compa-

gni, l’adolescenza trascorsa per le strade ancora poco trafficate della vecchia Budapest. A quei ragazzi fieri e coraggiosi, a quelli che si sarebbero avvicendati dopo di loro lungo la via Pál e a quelli che continuano a vivere nascosti nel profondo di ogni adulto, l’autore ha idealmente dedicato un romanzo indimenticabile, dai sentimenti vividi e attuali, nonostante lo scorrere inesorabile del tempo.

Dedico questa mia versione ai ragazzi della via Pál di ieri e di oggi che ho avuto la fortuna di incontrare nel mondo della scuola.

Marco Giuliani

Capitolo 1

Alle dodici e tre quarti, nell’aula di fisica la fiamma incolore del becco Bunsen si tinse di un bel colore verde smeraldo, fu allora che dalle viuzze adiacenti la scuola si udirono le note di un organetto.

Il professore era riuscito a dimostrare che il miscuglio impiegato per l’esperimento aveva appunto la proprietà di colorare di verde la fiamma, ma gli studenti avevano perso ogni concentrazione: in quella splendida giornata di marzo la musica entrava allegra con la brezza di primavera.

Era una canzone popolare ungherese ma, sentita suonare così, a distanza, da quell’organetto, la si sarebbe detta piuttosto una marcia militare il cui ritmo, come tutte le cose avvincenti, affascinava letteralmente i ragazzi in attesa della fine delle lezioni. Ora altri rumori si aggiungevano. Attutiti, dalla vicina piazza giungevano i colpi secchi dei campanelli dei tram; voci confuse e scalpicciare di passi affrettati si udivano nella via sottostante; dalla finestra di una piccola casa di fronte alla scuola usciva un tenue canto femminile, una voce tremula, come di chi piangesse con abbandono.

Nel becco di Bunsen la fiamma verde continuava a brillare vivamente. Ma solo gli alunni dei primi banchi indugiavano ancora a guardarla con interesse; gli altri vagavano con lo sguardo fuori della finestra sui tetti delle case vicine e, più lontano, sull’orologio della chiesa protestante la cui lancetta si avvicinava incoraggiante al numero dodici, o impiegavano gli ultimi minuti nei preparativi per l’uscita. Boka, per esempio, stava chiudendo accuratamente il suo rosso

calamaio tascabile, dotato di un portentoso meccanismo per cui non perdeva una goccia d’inchiostro se non quando era in tasca. Csele raccoglieva i fogli sparsi dei suoi libri. Poiché era un elegantone non si portava appresso tutti i volumi occorrenti: ne staccava di volta in volta le sole pagine che gli servivano per le lezioni del giorno e alla fine le sistemava ordinatamente nelle numerose tasche del vestito. Csonakos nel suo glorioso ultimo banco sbadigliava e si dimenava come un ippopotamo annoiato. Weisz si stava rivoltando le tasche per farne uscire le numerose briciole: miseri avanzi del panino sgranocchiato di nascosto durante tutta l’ora di scienze. Gereb stropicciava i piedi contro il pavimento, forse per accentuare la sua intenzione di alzarsi e uscire. Barabas, senza starci a pensare troppo, si era steso sulle ginocchia la tela cerata e già vi stava chiudendo i libri ammucchiati per ordine di grandezza. Solo il professore, severo e indifferente come sempre, sembrava ignorasse che la fine della lezione era prossima. Qualche istante dopo, però, poiché i ragazzi si facevano più inquieti, parve risvegliarsi anche lui:

«Che succede?» gridò. E li guardò severamente.

Nell’aula si rifece subito un silenzio di tomba. Barabas abbandonò la cinghia con cui stava legando il pacco dei libri; Gereb rimise i piedi sotto il banco; Weisz levò le mani di tasca; Csonakos cessò di sbadigliare; Csele tirò di nuovo fuori i fogli; Boka invece si cacciò prontamente in tasca il calamaio rosso che, naturalmente, a contatto diretto della stoffa, cominciò a spandere il suo bell’inchiostro turchino.

«Che cosa succede?» ripeté il professore.

Ma tutti avevano ormai ripreso il loro atteggiamento abituale.

L’insegnante si accorse allora della finestra aperta da cui continuavano a giungere gli irriverenti rumori, primo fra i quali, l’allegro suono dell’organino. Aggrottò le ciglia e comandò:

«Csengey! Chiudi quella finestra!»

Il piccolo Csengey, del primo banco, si alzò e con quella sua aria seria da ometto andò alla finestra e la chiuse. Nello stesso istante

Csonakos si sporse dal banco e bisbigliò all’indirizzo di un ragazzino biondo che sedeva tre banchi avanti: «Attento, Nemecsek!»

Il ragazzo guardò per terra e poté seguire per l’ultimo tratto una pallina di carta che finì rotolando ai suoi piedi. Attese un momento che il professore non guardasse e la raccolse. Di sotto il banco la stese e lesse: “Da passare a Boka”. Era un ragazzo retto, e per niente al mondo si sarebbe permesso di leggere una lettera non indirizzata a lui. Arrotolò dunque di nuovo il foglietto, attese il momento propizio e poi, sporgendosi a sua volta dal banco, disse piano: «Psss, Boka!»

Anche Boka seguì con la coda dell’occhio sul pavimento quell’invio regolare di comunicazione interscolastica. Raccolse la pallina, la stese e lesse ciò che al biondino Nemecsek l’onore aveva vietato di leggere: “Alle tre, assemblea generale sul campo. Elezione del presidente. Da trasmettere agli interessati”.

Intascò il biglietto e prese ad avvolgere i suoi libri: era l’una precisa.

La campanella fece udire il sospirato segnale, e anche il professore dovette arrendersi all’evidenza: la lezione era veramente finita. Spense il becco di Bunsen, assegnò in fretta un tema da svolgere per compito, e, dopo aver salutato, si rintanò nell’annesso gabinetto di scienze naturali passando per una porticina che lasciava intravedere alcuni animali impagliati: quadrupedi ed uccelli, posti, questi ultimi, in ordine su alti scaffali; e, in un angolo buio, il mistero dei misteri, l’orrore di tutti gli orrori: uno scheletro umano ingiallito dal tempo. In un batter d’occhi l’aula fu vuota. Gli scolari cominciarono a scendere precipitosamente, non rallentavano la loro andatura che quando incrociavano l’alta figura di qualche insegnante; il silenzio si ristabiliva, allora, per pochi secondi: il tempo che l’insegnante sparisse; poi la gazzarra riprendeva con doppio impeto.

Giù nella via, la grande porta della scuola riversò senza alcuna interruzione sciami di ragazzi che si dispersero in tutte le direzioni. Se passava un professore, coloro che lo scorgevano si levavano pre-

cipitosamente il cappello. Tutto prese, sotto lo stimolo dell’appetito, un ritmo vertiginoso. Si aveva una sensazione di stordimento a guardarli così vivi, così esuberanti. Si sarebbero potuti scambiare per dei prigionieri che uscissero giusto ora, dopo anni di segregazione, dal buio di un carcere. Barcollavano quasi, per l’improvvisa libertà dell’aria, per il troppo sole che inondava la città, in quel brulicare del creato, in quel quartiere di Buda. Case, vetture, vie, tutto sembrava fremere di nuova vita. E in questo caos, bisognava ritrovare la propria strada.

Sotto un portone, accanto alla scuola, Csele si impelagò in una discussione di carattere commerciale con il venditore di dolciumi: un italiano che aveva vergognosamente aumentato i prezzi. Tutti sanno, in effetti, che ovunque un etto di torrone costa un heller. O meglio – poiché il venditore dà il suo colpo d’accetta un po’ a caso – il pezzo che ne stacca costa comunque un heller. La bancarella dell’italiano era una specie di piccolo magazzino a prezzo unico, dove ogni articolo costava un heller. Così, per questa somma, si poteva avere indifferentemente o un involtino con tre prugne candite conficcate in uno stecchetto, o tre fichi con la mandorla in mezzo, o un pezzo di torrone, o una focaccia d’orzo. Per un heller si poteva avere anche un cartoccio contenente il cosiddetto “bocconcino dello studente”, davvero un’occasione per gli scolari, confezionato con quattro o cinque tra queste specialità: confetti, nocciole, chicchi d’uva di Corinto e di Malaga, mandorle, granelli di polvere, pezzetti di carruba e... mosche. Come vedete, per un solo heller, in questi “bocconcini dello studente” si poteva gustare un assortimento veramente eterogeneo di prodotti dell’industria, nonché del mondo vegetale e animale.

Csele ragionava dunque animatamente con l’italiano. Chiunque conosca, anche solo elementarmente, le leggi che regolano il com-

mercio mondiale, sa che i prezzi delle merci sono proporzionati ai rischi che si corrono per esse. Ora, il mercante di dolci sapeva che il suo commercio era minacciato. Correva voce infatti che il preside avesse l’intenzione di vietargli la sosta nelle vicinanze della scuola.

Ed egli aveva un bel far sorrisi mielati ai professori, non sarebbe mai arrivato a placarne lo sdegno, poiché essi lo consideravano nientemeno che un corruttore della gioventù.

«I ragazzi spendono tutti i loro soldi da quell’italiano» dicevano.

E il povero italiano sentiva bene che, presto o tardi, sarebbe stato costretto a trasportare la sua bancarella in altri paraggi, e non troppo prossimi. Pertanto aveva aumentato i prezzi. Perché non approfittare di tutte le buone occasioni possibili prima che lo avessero fatto sloggiare? E lo disse chiaramente a Csele: «Prima costava un heller. A partire da ora, costa tutto due heller».

Così dicendo, agitava ferocemente la sua piccola accetta. Gereb, che si era fermato anche lui, sussurrò sottovoce al ragazzo: «Csele, butta il tuo cappello sul banco!»

Al piccolo acquirente l’idea parve geniale: quale piacere sarebbe stato vedere quel ben di Dio sparpagliarsi per terra in ogni direzione! E quale spasso per i compagni! Gereb, con spirito malvagio, continuò a tentarlo.

«Ebbene, che cosa aspetti? Getta dunque il cappello! È un imbroglione, non vedi? È uno strozzino!»

Csele guardò il cappello.

«Il mio bel cappello?...» mormorò titubante.

Ahi! Il colpo era sfumato. Gereb aveva mancato di psicologia: come aveva potuto dimenticare che Csele era un elegantone che non portava a scuola che i fogli staccati dei suoi libri?

«Tieni dunque tanto al tuo cappello?» gli disse.

«Sì» rispose lui. «Ma non devi pensare che io sia un vigliacco. È

che non voglio perdere un così bel cappello. Per provarti che non è il coraggio che mi manca, se vuoi sono pronto a gettare il tuo».

Ma non era così che si doveva parlare a Gereb, che infatti giudicò insolente la frase di Csele.

«Non ho affatto bisogno di te per farlo. Io ti dico che è un imbroglione: se hai paura, ti consiglio di andartene».

E con un gesto risoluto si levò il cappello, pronto a gettarlo in mezzo ai dolciumi diligentemente ammucchiati in bella mostra. Proprio nell’istante in cui stava per lanciare quel proiettile di nuovo genere, qualcuno gli fermò la mano. Una voce grave, quasi virile, gli disse:

«Che stai facendo, Gereb?»

Lui si voltò e scorse Boka, che ancora gli chiese, con voce dolce e severa nello stesso tempo: «Che cosa vuoi fare, Gereb?»

Il ragazzo si mise a brontolare, come un leoncino davanti al domatore. Ma finì col rimettersi in testa il cappello.

«Lasciate tranquillo questo buon uomo» aggiunse Boka, sottovoce. «È bene essere coraggiosi, ma di sfoggiarlo così, il coraggio, non vale la pena. Venite!»

E tese loro una mano tutta sporca d’inchiostro: il calamaio tascabile aveva sparso il suo contenuto azzurro imbrattandogli la tasca e le dita. Ma la cosa era senza importanza. Tuttavia, per scrupolo di coscienza, il ragazzo passò la mano sul muro e vi lasciò una bella impronta scura senza che, peraltro, la sua mano si facesse più pulita. Chiuso questo piccolo incidente, Boka prese Gereb a braccetto e tutt’e due si incamminarono lentamente. L’elegante Csele invece rimase presso la bancarella dell’italiano. E i compagni poterono ancora sentirlo dire, con rassegnazione: «Ebbene, poiché da oggi tutto costa due heller, mi dia due heller di torrone».

L’italiano sorrise, probabilmente pensando che l’indomani avrebbe potuto portare il prezzo anche a tre heller; ma non era che un

sogno, come chi vede, dormendo, il suo heller trasformarsi per incanto in un fiorino. Lasciò cadere l’accetta sulla grande massa bianca e marrone del torrone. Poi raccolse i frammenti e li mise in poca carta, che diede al ragazzo. Csele gli lanciò, con le due monete, uno sguardo colmo d’amarezza e di sdegno.

«Ma ora lei me ne dà meno di quanto ne dava ieri con un solo heller!» gli disse con voce strozzata.

Il venditore, soddisfatto, poté mostrarsi anche sfrontato.

«Diamine!... Poiché è più caro, è giusto che debba dartene di meno.

E si volse ad un nuovo cliente. Costui, avendo assistito alla scena, si era affrettato a preparare i due heller. Così la piccola accetta dell’italiano cadde di nuovo sul torrone; e altre volte ricadde, come fosse la scure di un carnefice medievale che decapitasse piccoli buoni uomini dalla testa grossa quanto una nocciola, un carnefice che procedesse ad un vero massacro tra quei suoi condannati di zucchero.

«È disgustoso!» disse Csele ad un altro ragazzo prima di andarsene. «Non dare niente a quest’imbroglione!»

Si cacciò in bocca il torrone, con carta e tutto.

«Aspettatemi!» gridò poi, a bocca piena, a Boka e a Gereb. E si mise a correre per raggiungerli. Li riprese prima che avessero voltato l’angolo. Si mise a lato di Boka, attaccato al suo braccio; Gereb dall’altra parte.

Boka, che camminava nel mezzo e parlava a voce bassa per abitudine, aveva quattordici anni; dal viso non li dimostrava, ma bastava che aprisse bocca per stimarlo di qualche anno più vecchio. Infatti aveva un’inflessione vocale grave, dolce e profonda. Tutto quello che diceva era, come la sua voce, ben ponderato e giusto. Raramente si trovava ad aver detto qualche sciocchezza e non aveva nessuna

inclinazione per gli scherzi degli scolari. Non amava neanche intromettersi nelle liti dei compagni, pur essendo più d’ogni altro in grado di farlo, per il suo ascendente. Quando gli domandavano di arbitrare certe questioni, cercava sempre di esimersi da questo onore: sapeva per esperienza che il giudizio, qualunque fosse, lasciava fatalmente malcontenta una delle due parti in causa e che questo malcontento si sarebbe poi riversato sul giudice. Però, quando la questione si faceva seria al punto da rendere necessario l’intervento di qualche professore, allora Boka entrava in scena per far riappacificare gli avversari. La gente non serba mai rancore ad un conciliatore. Per finire, insomma, egli sembrava un ragazzo intelligente, e tutto portava a credere che, qualora non fosse riuscito a salire tanto in alto nella scala sociale, sarebbe diventato comunque un uomo onesto, ligio ai propri doveri e generoso verso il prossimo.

Dopo aver percorso la via Sorokari, svoltarono nella via Koztelek inondata di sole; qui trovarono una calma e un silenzio incredibilmente riposanti. Dal fondo della strada perveniva soltanto un leggero ronzio, forse all’altezza della Manifattura Tabacchi. Però si vedevano bene due ragazzi fermi in atteggiamento di ascolto. Erano il forte e robusto Csonakos ed il piccolo biondo Nemecsek.

Nello scorgere i tre che se ne venivano a braccetto, Csonakos si ficcò due dita in bocca e fece un fischio acuto, assordante come quello di una locomotiva. Pochi fra i suoi compagni sapevano fischiare così; si può dire anzi che nella scuola intera solo Cinder poteva imitarlo. Ma Cinder aveva cessato di fischiare dal giorno in cui era stato eletto presidente dell’Associazione Scolastica, poiché stimava il fischiare incompatibile con la dignità delle sue funzioni.

Csonakos dunque, dopo aver fischiato, attese che giungessero i tre amici prima di chiedere a Nemecsek: «Non gliel’hai ancora detto?»

«No» rispose il biondino.

Stampato per conto di Carlo Gallucci editore srl presso Puntoweb srl (Ariccia, Roma) nel mese di gennaio 2026

Una collana di classici avvincenti e storie senza tempo con cui scoprire il piacere della lettura. Opere fondamentali, trame appassionanti, testi chiari e concisi per arricchire l’apprendimento scolastico. Collezionali tutti!

I ragazzi della via Pál

Boka, Nemecsek e gli altri amici della via Pál sono pronti a battersi per difendere il loro campo da gioco segreto. Ma la banda avversaria delle Camicie Rosse sembra disposta a tutto per impossessarsene, anche a un vile tradimento…

Ai fieri protagonisti di questa storia ambientata nella vecchia Budapest, e al ragazzo che continua a vivere dentro ciascun adulto, Ferenc Molnár ha idealmente dedicato questo romanzo indimenticabile, commovente e sempre attuale. Immortale come i veri capolavori di ogni tempo.

• Focus di approfondimento sui tempi e i luoghi del romanzo e sulla vita dell’autore

• Con un’intervista (immaginaria) a Ferenc Molnár disegni di Fabio Sardo

Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
I ragazzi della via Pal_completo by Carlo Gallucci editore Srl - Issuu