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Grande lezione dei piccoli animali

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Marcel Roland ci trasporta nel microcosmo degli insetti con una prosa suggestiva, sempre sostenuta da un’accurata osservazione scientifica. Nel suo racconto la deposizione delle uova diventa la scena di un film di fantascienza e lo schiudersi del bozzolo di una farfalla si trasforma in una specie di miracolo, insieme tenero e solenne.

Via Lattea

Marcel Roland

La grande lezione dei piccoli animali traduzione di Remo Costanzi introduzione di Giorgio Celli

ISBN 979-12-221-1310-4

Prima edizione luglio 2010

Nuova edizione rivista agosto 2026

ristampa 9 8 7 6 5 4 3 2 1 0 anno 2030 2029 2028 2027 2026 © 2010 Carlo Gallucci editore srl - Roma

Prima edizione italiana BUR - Biblioteca Universale Rizzoli - 1949, Milano

L’editore ha cercato in ogni modo i titolari del diritto d’autore sulla traduzione di Remo Costanzi, senza riuscire a rintracciarli. Si dichiara comunque a piena disposizione per l’assolvimento di quanto occorra nei loro confronti.

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Marcel Roland

La grande lezione dei piccoli animali

Il piccolo teatro della natura

Marcel Roland, questo divulgatore pressoché dimenticato, fece la sua comparsa in libreria verso la fine degli Anni Cinquanta tra i classici della letteratura di tutti i tempi, nell’ambito di una operazione di editoria d’avanguardia che proponeva libri importanti a basso prezzo. I libri di Marcel Roland apparivano, allora, un po’ spaesati perché, come suona il ben noto aforisma, noi siamo un popolo di santi, di poeti e di navigatori, ma non – salvo rare luminose eccezioni –di naturalisti. Perlomeno in quegli anni, interessarsi di animali e di piante era una faccenda che odorava di stravaganza. E lo dico io, che ne fui un lettore appassionato, e che quindi plaudo a questa esumazione editoriale, che lo sottrae all’oblio. Questo libro è in perfetto accordo con quanto ho sempre pensato, e cioè che per vedere la natura in azione non occorra andare nella savana del Serengeti, tra gli elefanti e i leoni, ma che basti esplorare tra i piccoli abitatori di un muric-

ciolo bretone, che divide due campi coltivati, oppure fare del turismo casalingo nel piccolo giardino dietro casa, come suggerisce il nostro Roland.

Voglio suffragare questa sua convinzione suggerendo ai lettori qualche esperienza personale che possono fare senza salire su un jet che li porti al di là dell’orizzonte. Per esempio, una signora coltiva delle piante sul balcone? A primavera, sulle foglie di queste sue beniamine, potete veder comparire dei minuscoli insetti, di un bel verde o di un marrone molto scuro, che sono i cosiddetti pidocchi delle piante, afidi nel lessico scientifico. Si tratta di vampiri a sei zampe che con la pompa del loro apparato boccale succhiano la linfa nei vasi di conduzione dei tessuti vegetali. La pianta soffre di questo esproprio, e la foglia può ingiallire o arricciarsi vistosamente; ma, per fortuna, giungono in volo delle coccinelle, che si mettono a divorare gli insettucci in questione.

Questa predazione non è in fondo diversa da quella di un leopardo che mangia una gazzella: è solo questione di dimensioni. Ci troviamo di fronte a un esempio di quella lotta per la vita che coinvolge tutti gli organismi viventi. Ma non basta: può darsi che, a un certo punto, entri in scena una formica, e potete, allora, osservare – magari con un certo stupore – come scacci le coccinelle. Perché mai si dà a questa operazione difensiva nei riguardi degli afidi? Ma perché

questi succhiatori di linfa sono, pensate un po’, le loro mucche e, come tali, le mungono puntualmente tamburellando sui loro addomi con le antenne. I pidocchi delle piante, così sollecitati, emettono una gocciolina di liquido zuccherino che prende il nome di melata e che le formiche slappano con gran gusto. Questa melata spesso, se non consumata, imbratta le foglie ed ecco che giungono delle api che ne fanno incetta per trasformarla in un miele tutto speciale. Insomma, su quel balcone e su quelle piante, potete osservare i fenomeni cruciali dell’evoluzione degli organismi: dallo sfruttamento della linfa da parte degli afidi, alla predazione delle coccinelle, alle alleanze degli afidi con le formiche, all’uso della melata da parte delle api. Tutto questo restando in casa e in pantofole, aiutandosi magari con una lente a basso ingrandimento.

Il libro di Marcel Roland insegna a vedere quello che di solito sfugge all’occhio di noi tutti, e a capire come la natura, anche in città, stia tutta intorno a noi e ci offra ovunque lo spettacolo dei suoi meravigliosi meccanismi di sopravvivenza. Bentornato, dunque, a questo testo che si offre come un piccolo vademecum di viaggio attraverso quella che potremmo chiamare la natura ai confini del visibile. Le chiocciole, i centopiedi, le vespe sono gli attori di un piccolo teatro della natura che Roland sa mettere in scena con una bravura impareggiabile. In tal senso, è un mago evocato-

re di simpatie: riesce a farci specchiare nelle vicende di queste piccole creature che siamo soliti calpestare con tutta la nostra indifferenza di uomini abituati a considerarsi la misura di tutte le cose.

Invece Erasmo Darwin, il nonno di Charles (lo scopritore dell’evoluzione), ha scritto nella sua Zoonomia: «Viandante, riconosci nel verme un tuo fratello!»

GiorGio Celli

La grande lezione dei piccoli animali

La chiocciola

Anni or sono mi trovavo per le vacanze sulla costa del Finistère, su una punta poco frequentata, ma bellissima, dove le rocce, la sabbia, l’acqua, il cielo, compongono uno di quei magnifici paesaggi dei quali l’assenza della folla umana completa lo splendore. Le carte la chiamano “Pointe de Raguénez”.

Poco dopo il mio arrivo, provai però la mia prima delusione quando, emerso dalla contemplazione degli spettacoli grandiosi che mi offrivano gli elementi, volli abbandonarmi alla mia inclinazione, più terra terra, per la Storia Naturale, e specialmente per lo studio innocente degli animaletti. Fu allora che ebbi veramente l’impressione di trovarmi in un deserto, e ciò che m’era apparso eccellente pensando ai bipedi umani mi sembrò infinitamente increscioso ora che si trattava di insetti e di esseri altrettanto minuti.

Vacche a volontà e alcuni uccelli – gazze, fanelli, culbianchi lungo le grandi scogliere, gli inevitabili

chiurli sulla spiaggia – senza parlare, beninteso, delle vespe e delle mosche che, a forza di partecipare alla nostra vita, hanno cessato da tempo di attirare l’attenzione del naturalista; ecco tutto, all’incirca.

Questa povertà zoologica, d’altronde, non mi stupiva troppo. Le bestie minuscole amano gli alberi, le piante, la selva aromatica, e il terreno di quel paese appariva nudo per un raggio di tre chilometri; nudo quasi completamente, salvo qualche tamarisco inabitabile, tale da non offrire che un rifugio irrisorio contro i venti e la pioggia.

I segreti di un muricciolo

Fu allora che ebbi, per caso, l’idea di abbassarmi e gettare uno sguardo sulla faccia interna di uno di quei muriccioli a secco che, in Bretagna, separano gli uni dagli altri i campi coltivati a cavoli, a grano saraceno, patate o navoni, e danno al terreno l’aspetto di una grande scacchiera irregolare, a caselle verdi e rosa, grigie o gialle, secondo la stagione e lo stato delle colture.

Visti da lontano, quei muriccioli sono insignificanti, bassi, deboli, senza colore e, come muri di cinta, hanno un valore puramente simbolico. Ma da vicino scintillano al sole, per una moltitudine di pagliuzze

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