Edward Hopper

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SERGIO ROSSI GIOVANNI SCARDUELLI

EDWARD HOPPER

PITTORE DEL SILENZIO

GRAPHIC BIOGRAPHY

© 2019 Centauria srl - Milano

© Giovanni Scarduelli - © Sergio Rossi

Publisher

Balthazar Pagani

Testi

Sergio Rossi

Illustrazioni

Giovanni Scarduelli

Graphic design

Studio RAM

Proprietà artistica letteraria riservata per tutti i Paesi. Ogni riproduzione, anche parziale, è vietata.

Prima edizione settembre 2019

Isbn 9788869214349

SERGIO ROSSI GIOVANNI SCARDUELLI

EDWARD HOPPER

PITTORE DEL SILENZIO

GRAPHIC BIOGRAPHY

Introduzione

“The only real influence I have had was myself.”

Edward Hopper

Edward Hopper non ha avuto una vita breve e maledetta e amanti famose alle spalle, non era alcolista o tossicodipendente, non ha dato modo di fare troppi pettegolezzi. Ho sempre letto e pensato a Edward Hopper come al cantore della solitudine e della società americana e al creatore di immagini diventate delle vere e proprie icone del XX secolo, come il bar di Nighthawks, citate in fumetti, film e romanzi. Mi è bastato leggere un paio di libri su di lui per capire che non avevo capito nulla. A Hopper non interessava l’arte americana perché non dava alcun peso alla nazionalità dell’artista; non interessava la pittura realista e non considerava artisti in apparenza affini come Grant Wood e Norman Rockwell; non dipingeva all’aria aperta ma nel suo studio dopo mesi e mesi di prove, assemblando immagini della sua memoria e usando come modelli sempre sua moglie Jo e se stesso; non forniva alcuna spiegazione di ciò che dipingeva e ribadiva che tutte le interpretazioni dei critici riguardo alle sue opere erano sbagliate; non dava alcun peso a nessuna delle principali esperienze artistiche del XX secolo (cubismo, surrealismo, astrattismo, fauvismo, ecc.) che definiva “sterili”, ma solo quando era in vena di complimenti. Sul lato privato, Hopper ha avuto una sola moglie, la pittrice Jo Nivison, che conobbe e sposò a quarant’anni. Non ebbero figli, lei rinunciò alla sua carriera di pittrice per seguire quella del marito, e vissero sempre insieme per altri quarant’anni in un rapporto di amore/odio che definire ansiogeno e masochista è riduttivo.

Raccontare Hopper significa raccontare il suo particolare percorso di vita e di

ricerca, quindi il narratore non poteva che essere l’artista stesso con anche le sue proprie parole, tratte dalle interviste e dalle lettere che i suoi biografi hanno recuperato. Adottare qualunque altro personaggio, inventato o storico che fosse, avrebbe significato forzare un’interpretazione della sua opera e della sua vita che per me non è possibile dare.

A scrittura finita, due interpretazioni sulla sua opera mi sono però rimaste. La prima riguarda la sua vicinanza di intenti con Vasilij Kandinskij (che Hopper avrebbe definito blasfema). Nei suoi diari, Kandinskij scrive che la sua ricerca nell’astrattismo nasce dall’esprimere ciò che sente nell’animo senza utilizzare gli elementi della realtà, anche se riconosce la difficoltà di capire con che cosa sostituirli. Allo stesso modo, Hopper ha sempre dichiarato di non essere un pittore realista perché quello che dipinge è ciò che sente dentro di lui e non ciò che vede fuori di lui, e che questo equivoco nasce dal fatto che utilizza gli elementi della realtà in cui vive. La seconda è un’affinità con Herman Melville, l’autore di Moby Dick. Quando descrive l’epoca in cui si svolge il suo romanzo, Melville sa bene che quell’America non esiste più, e che è proprio questa scomparsa a trasformarla in un altrove che rende eterna la storia della caccia alla balena bianca. Allo stesso modo, nei suoi quadri Hopper ha dipinto un’America che non esiste, costruendo così un territorio mitologico in cui possono muoversi uomini e donne di tutte le culture e tutte le epoche. (S.R.)

Penso ci siano una serie di domande fondamentali in un disegnatore che si approccia a un grande artista quando è chiamato a raccontare la vita e le forme di qualcuno che, per certi versi, ha fatto il suo stesso mestiere ma in modo differente. Le domande sono Come lo faccio?, Quanto c’è di me in lui?, Dove sono io?, Dov’è il pittore in relazione a me?

La risposta giusta a queste domande non c’è. C’è però la risposta necessaria. Anzi, ancora più in particolare c’è la risposta necessaria in quel momento (tra qualche tempo ce ne sarà un’altra, e poi un’altra ancora). Chi si occupa di disegno

sa bene di cosa parliamo quando parliamo di “stile”: è il modo, i mezzi, il colore, la composizione con cui il segno di un disegnatore si differenzia da tutti gli altri.

Cosa succede al tuo stile quando ti chiedono di fare un volume su qualcuno così distante da come tu crei le tue immagini?

Ho sempre pensato che un disegnatore che si approccia a un altro artista non può fare a meno di mettersi in relazione con lui se non cercando un punto d’incontro stilistico: non alienarsi dal proprio segno in funzione dell’altro, e neanche diventare un comparto stagno. Un compromesso, quindi.

Ho modulato i miei strumenti sulle composizioni e le palette cromatiche di Hopper (tutti i colori nel volume sono i suoi), e poi ho fatto qualcosa di nuovo: ho usato un altro strumento di lavoro. E l’unico che avrebbe potuto avvicinarci e metterci nello stesso campo semantico era il pennello, che non avevo mai usato. Ecco quindi la sperimentazione, un atto fondamentale che tante volte ho ignorato. Ed era l’occasione giusta per farla, perché in questi casi un grande artista non è solo il faro che guida, ma anche una rete di sicurezza tra il tuffo del disegnatore e il vuoto antistante. Una rete che sta sempre sotto di te, attutisce il tuo volo, ti accarezza per un attimo e poi ti rispedisce in alto per richiamarti a nuove acrobazie. Edward Hopper quindi è stato, è e rimarrà uno dei miei pittori preferiti, nonché un maestro che pensavo tanto distante e che invece è stato così vicino da farmi crescere, tavola dopo tavola, studio dopo studio, insegnandomi il suo modo: qualcosa che mi porterò dentro, in questo mestiere, per sempre. (G.S.)

“La vita interiore di un uomo è un regno vasto e variegato e non riguarda solo dei piacevoli accordi di colore, forma e disegno.”

Edward Hopper

Edward!
Edward!
“Una volta pensavo che mi sarebbe piaciuto far l’architetto navale perché mi interessavano le barche, invece sono diventato pittore.”
Edward Hopper
edward!
edward!

Stasera sei dei nostri al bar?

no, devo tornare a casa, lo sai.

Esatto. e infatti mi chiese “Anche stasera? ma se pure Tittle ha una stanza in città”. Gli risposi che Tittle era dell’Ohio, io sono di Nyack e in un’ora di treno sono a casa.

come sempre.

“Però la prossima settimana rimani, George ci porta a un incontro di boxe, chiaro?”

Edward. Così mi chiamava Rockwell.

Ringraziamenti

Grazie a Simone Azzoni per il materiale, mamma per le pose, Chiara per le pose senza vestiti e Eleonora Dalla Rosa per il grande aiuto sui colori. Grazie a Sergio, Balthazar e Marco. Infine, grazie a Ivan Canu, lui sa il perché. (G.S.)

Grazie a Balthazar che non ha tentennato di fronte alla proposta, a Marco e a RAM per l’aiuto e la pazienza, a Flavio per le belle chiacchiere su Hopper e per la biografia di Gail Levin, a Raffa che ha riletto e rivisto tutto più volte. (S.R.)

A nonna Emma G.S.

A Ra a S.R.

EDWARD HOPPER è l’artista del XX secolo che, più di chiunque altro, ha influenzato l’immaginario collettivo in tutto il mondo. I suoi dipinti sembrano incarnare la cultura americana ma in realtà rivelano uno straordinario mondo interiore, quello che Hopper ha costantemente rappresentato nella sua vita, indi erente a tendenze, stili e cambiamenti sociali e artistici intorno a lui.

Questo graphic novel è un viaggio nei silenzi e nei colori di Hopper: dal suo debutto al grande successo e al suo rapporto con Jo, la modella, amica, confidente, agente e compagna di vita.

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