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CATERINA GUAGNI
forse proprio per questo si è fissata con Dante, che ha studiato a lungo prima di passare a leggere libri di gente vivente. Laureata in Filologia moderna, ha lavorato molti anni nell’editoria scolastica prima di diventare quello che ha sempre voluto: una prof. È autrice di diversi romanzi e
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4 novembre 1966: dopo giorni di pioggia violenta, l’Arno straripa. Firenze si ritrova impotente di fronte alla devastazione, e sotto al fango che ha riempito strade ed edifici rischia di perdere la sua anima. Sono i giovani a salvarla, chiamati per questo “angeli del fango”. Tra di loro ci sono Anna e Salvo, che proprio nell’emergenza scoprono insieme un senso e un destino diverso da quello che avevano sempre immaginato per le loro vite.
Anna si stringe meglio nel cappotto. «Prima dell’alluvione io avevo paura di tutto, Salvo. Di tutto» dice pia-
CATERINA GUAGNI
è nata a Firenze e, chissà,
Esecutivo 140×210mm
no. «Pure di parlare. Se dicevo una cosa sbagliata, ci ripensavo per giorni. Mi sembrava che tutti stessero a guardare me». Rimango in silenzio e aspetto che continui. Lei sorride appena. «Ora passo le giornate con le mani nella melma a pulire libri marci e mi sento… bene. E questo anche grazie a te».
FR
Lo dice e si vergogna, abbassa gli occhi, e io mi fermo e la bacio.
racconti per l’infanzia.
Quando il mondo vi sembrerà rotto, ricordatevi di quei giorni a Firenze. Se una città può rinascere, possono EN
farlo anche gli esseri umani.
CATERINA GUAGNI
ES
firenze, 4 novembre 1966 In copertina © Giorgio Lotti / Mondadori via Getty Images Art director: Francesca Leoneschi Graphic designer: Pietro Piscitelli / theWorldof DOT
€ 16,50
IT
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CATERINA GUAGNI
forse proprio per questo si è fissata con Dante, che ha studiato a lungo prima di passare a leggere libri di gente vivente. Laureata in Filologia moderna, ha lavorato molti anni nell’editoria scolastica prima di diventare quello che ha sempre voluto: una prof. È autrice di diversi romanzi e
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4 novembre 1966: dopo giorni di pioggia violenta, l’Arno straripa. Firenze si ritrova impotente di fronte alla devastazione, e sotto al fango che ha riempito strade ed edifici rischia di perdere la sua anima. Sono i giovani a salvarla, chiamati per questo “angeli del fango”. Tra di loro ci sono Anna e Salvo, che proprio nell’emergenza scoprono insieme un senso e un destino diverso da quello che avevano sempre immaginato per le loro vite.
Anna si stringe meglio nel cappotto. «Prima dell’alluvione io avevo paura di tutto, Salvo. Di tutto» dice pia-
CATERINA GUAGNI
è nata a Firenze e, chissà,
Esecutivo 140×210mm
no. «Pure di parlare. Se dicevo una cosa sbagliata, ci ripensavo per giorni. Mi sembrava che tutti stessero a guardare me». Rimango in silenzio e aspetto che continui. Lei sorride appena. «Ora passo le giornate con le mani nella melma a pulire libri marci e mi sento… bene. E questo anche grazie a te».
FR
Lo dice e si vergogna, abbassa gli occhi, e io mi fermo e la bacio.
racconti per l’infanzia.
Quando il mondo vi sembrerà rotto, ricordatevi di quei giorni a Firenze. Se una città può rinascere, possono EN
farlo anche gli esseri umani.
CATERINA GUAGNI
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firenze, 4 novembre 1966 In copertina © Giorgio Lotti / Mondadori via Getty Images Art director: Francesca Leoneschi Graphic designer: Pietro Piscitelli / theWorldof DOT
€ 16,50
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Caterina Guagni Due angeli del fango ISBN 979-12-221-1415-6 Prima edizione settembre 2026 ristampa 9 8 7 6 5 4 3 2 1 0 anno 2030 2029 2028 2027 2026 © 2026 Carlo Gallucci editore srl - Roma Copyright © 2026 Book on a Tree Srls www.bookonatree.com Gallucci e il logo
sono marchi registrati
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Caterina Guagni
Due angeli del fango Firenze, 4 novembre 1966
Alla mia città com’era, a ogni città sommersa e guerriera. Agli angeli del fango, delle macerie, delle schiene spezzate, di ogni tempo e alluvione, a chi trova se stess* nella condivisione. E ai miei nonni, punto saldo e dimesso. Sì, anche adesso.
Nera che porta via, che porta via la via Nera che non si vedeva da una vita intera Così dolcenera, nera Nera che picchia forte Che butta giù le porte Nu l’è l’aegua ch’à fá imbaggià, imbaggià, imbaggià Fabrizio De André e Ivano Fossati, Dolcenera
È talmente forte vedere questo capire che per ogni uomo che pensa come se fosse solo, ce ne sono dieci, cento che riescono a immaginare se stessi unicamente come uno stormo in volo. Azzurra D’Agostino, Saga operaia, in Cosmic Latte
PARTE PRIMA La notte in cui le anatre beccarono le stelle
Capitolo 1 ANNA
Martedì 25 ottobre 1966 Dieci giorni prima Nonna pensa che Dio sia a Santo Spirito. Babbo pensa che sia nei barattoli in ordine militare sullo scaffale, con l’etichetta sull’attenti. E mamma, lei nelle gonne sotto il ginocchio. Io credo che Dio sia nella pioggia. È nello schianto dei temporali e dei tuoni perché porta una spada, altroché. Si merita coraggio. L’acquerugiola di questi giorni, che scende alla chetichella, fa venire solo il nervoso. Lo confermo a ogni passo, mentre cerco di coprire con l’ombrello il sacchetto di cartone che mi dondola al polso e che salta con me per evitare le pozze del pavimento fiorentino. La luce batte sulla pietra grigia, rendendola dell’argento scuro dei pesci non più freschissimi, quelli del Mercato centrale quando ci vai a fine mattina, e queste piccole conche 11
d’acqua, viste in prospettiva, la accendono di lampi liquidi. Se Maria oggi avesse fatto la strada con me – ma è sempre in ritardo, quella! – avremmo giocato a spingerci anche se abbiamo diciassette anni, appoggiando un lato del corpo l’una sull’altra, spostando le cartelle oltre la linea delle nostre schiene a formare un abbraccio spigoloso. Avrebbe vinto chi fosse riuscita a far bagnare di più le scarpe dell’altra. Avrebbe vinto lei. Mi prende sempre una specie di groppo alla gola quando vinco. Il senso di competizione va a farsi benedire e al suo posto arriva un altro senso, quello di colpa: il più grande dono che mi lascerà in eredità mia madre, insieme al collo lungo. Per dire, quando litigo con Gherardo della Rosi e gli do uno schiaffo, poi mi pento subito e faccio in modo di farmelo restituire perché è più piccolo di me. Abitiamo sullo stesso pianerottolo da sempre, è un po’ come mio fratello. Lo so, sembra più una scusa per una che non sa combattere, invece è proprio come dico, e la cosa che mi fa davvero arrabbiare è che non posso dimostrarlo. Percorro stizzita via Calzaioli, fino al Duomo e al Campanile. Anche loro sono abbacchiati dal pallore della giornata: a tutti e tre noi serve la luce per accenderci, altrimenti ci scende addosso un’aria da cadaveri geometrici. Sbiadita come sono, anche oggi Lapo non saprà che esisto. Poco male: l’importante è che non si accorga che 12
lo guardo. Meglio sembrare stronza che debole. Mi tiro su il bavero del cappotto a farmi più alta, più dura, a non farmi vedere. Lapo Peruzzi è nella mia classe e sì, la sua famiglia discende da quella dei famosi banchieri che abbiamo studiato in prima liceo, dopo il ginnasio. Il Corsini, per prenderlo in giro (ma in realtà vuole leccargli il culo), dice che già dal cognome si capisce che è ricco sfondato, perché quelle due “z” finali mimano il rumore dei soldi che passano di mano in mano. (“Che cos’è?” chiederebbe il Cecchi, e noi in coro, allenati da anni, risponderemmo: “Un’onomatopeica, professore”.) Sono quattro anni che vedo Lapo ogni mattina da ottobre a giugno, e che gli muoio dietro da gennaio a dicembre. Mi piace come un oggetto in vetrina: da lontano, senza il rischio di toccarlo. Del resto, lui mi ferma all’uscita delle lezioni solo per ordinare la merenda dell’indomani, basta. Solo tre volte da che lo conosco mi ha chiamata Anna. Di solito per tutti sono la “figliola di Cecco il droghiere”, se va bene. Se va male, quella di “Cecco patate e pansecco”. Probabilmente Lapo sa come mi chiamo perché di cognome faccio Pasquali e fino all’anno scorso venivo prima di lui nell’elenco alfabetico; da un mese, invece, ci separa Luisa Pepi, che è stata bocciata e ha cambiato scuola. Il suo, di nome, è già noto a tutti i ragazzi di classe e dell’intero liceo Galileo, e non certo per una faccenda 13
alfabetica. C’entrano invece i lunghissimi riccioli corvini e gli occhi grigi. Anch’io ho i capelli lunghi, ma biondo cenere e lisci lisci: a casa devo lottare ogni giorno per non essere costretta a incatenarli in una treccia. «Annina, tu mi sembri una madonnina infilzata!» è uno dei ritornelli preferiti della nonna. Io mi ostino a tenerli sciolti, almeno finché sono puliti. Per questo la domenica cerco sempre di fare il bagno la sera, e non la mattina prima della messa: nella speranza di essere il più decente possibile il giorno seguente. Ma oggi è solo martedì e questa stupida pioggia ha reso vani tutti i miei sforzi: perché sopra il cranio ho un’aureola irregolare, un piccolo stormo di fili ribelli che vibrano, si allargano e si inclinano, come se stessero captando segnali segreti dal cielo. In questo stato non danno nemmeno l’idea di un bel disordine selvaggio: al massimo sono un brillio sospeso, un effetto da lampadina che sfrigola. «’Giorno Pasquali, ce l’hai?» mi ferma il primo tendendo la mano con le 200 lire. Scosto i sacchettini di carta bianca che riempiono la borsa, cerco quello col nome giusto. Odio questa storia, come se non fosse già abbastanza difficile essere la figlia di “Cecco patate e pansecco” in un liceo di figli di avvocati, notai e professori: anche i panini per tutti, devo portare. Ma il babbo non ammette repliche. «200 lire per volta fanno i milioni! Poco più di vent’anni fa avresti fatto carte false, per 200 lire!» E così andare. 14
La consegna prosegue fino alla mia classe, la IIB. Seguo un tracciato nascosto nella graniglia del pavimento, quasi riconoscessi una linea guida in quella distesa di puntolini disordinati: se non guardo nessuno, nessuno può guardare me. Sorpassata la soglia dell’aula mi sento più al sicuro e cerco Maria: accanto a lei c’è il mio banco, poi quelli di Lapo e delle tre Emme – Michele, Massimo e Maurino – in fondo. Sono le mie ultime consegne. «Anna Pasquali, quale visione!» esclama Maurino. A fronte della sua stazza colossale, sia in altezza che in larghezza, la voce gli esce acuta. Una volta mi hanno detto che è innamorato di me, ma di sicuro mi stavano prendendo in giro. «Prima le 200 lire» dico, tendendo il palmo della mano. Lui fa il simpatico e me la afferra come per salutarmi: la stretta è ancora umida di pioggia. «Dai, che arriva il Cecchi!» Il professore ci vuole seduti quando entra, in modo da potergli mostrare la nostra deferenza alzandoci. E la deferenza che pretende dev’essere silenziosa, anche se le sedie, per quanto si possa fare attenzione, stridono quando le fai scivolare all’indietro: lui aspetta con una certa sadica urgenza che qualcuno sia meno sorvegliato del solito nei movimenti per chiamarlo alla lavagna e fargli un mazzo così. 15
«E se ti do tre sigarette?» «No, grazie, lo sai che non fumo» «Ma tuo padre sì!» «Appunto, tu dammi i soldi, che alle sigarette lui ci pensa da solo». Penso che dovrei chiedere al babbo un piccolo stipendio: non solo per la consegna della merce, ma pure per queste logoranti contrattazioni giornaliere. «E se ti pagassi in natura?» «Be’, Pasquali, questa mi sembva una gvan bell’offevta pev una vevgine di fevvo come te!» L’altra Emme, Michele, è arrivata in soccorso della prima. Ma non potevi, Dio dei temporali e dei tuoni, far decidere ai suoi genitori di chiamarlo, che so, Viccavdo? Così, come punizione preventiva. Scaraventa sulla sedia la sua cartella di pelle di Bojola che costa un occhio e poi si avvicina al banco di Eugenio che – per uno strano caso di concomitanza col suo nome – è il primo della classe. «Non so se ti convenga discutere con Pasquali, sai. Secondo me ha un destro da paura». La voce di Lapo alle spalle mi provoca un brivido che si propaga alle ginocchia. «Ecco le mie 200!» Lo guardo per un secondo, sorridendo per ringraziare dei soldi e dell’aiuto, ma soprattutto per poter fissare qualche istante quegli occhi dal taglio trapezoidale, la cornice dei capelli qualche centimetro sopra le sopracciglia castane, il naso regolare e appena all’insù che è parte integrante della sua arroganza aristocratica. 16
«Che uggia, Peruzzi!» blatera Maurino, rassegnandosi a pagarmi. Sorrido a Lapo senza dire niente e vado a prendere posto, anche se mi è rimasta la schiacciata col prosciutto di Massimo, che evidentemente ha fatto forca: salta sempre le lezioni quando il Cecchi deve interrogare. «Hai visto?» bisbiglio a Maria, facendo attenzione a non muovere le labbra. Lei nel frattempo ha preso posto. Ma mi volto a sistemare il cappotto dietro la spalliera scheggiata della sedia e li vedo tutti insieme a ridacchiare. Guardano me e poi il banco ancora vuoto di Luisa. Tra tutte le possibilità che mi strillano nel cervello – guardano me per prendere in giro Maurino che è cotto / guardano me e poi Luisa perché siamo quelle più papabili per l’interrogazione e il Cecchi ha quasi finito il giro / guardano me e ridono perché sono la figlia di un pizzicagnolo – scelgo la peggiore. Ridono di me perché è evidente che mi piace Lapo e sono veramente ridicola. Ecco, il ridicolo mi rimette sempre a posto. Appena lo sento arrivare, taglio corto. Col cavolo che li lascio accorgere che m’importa. Buonanotte a tutti, mi richiudo nel mio bozzolo di gelo. Mi porto alla bocca la croce d’argento che ho al collo e la mordo. Le sue estremità mi pungono il labbro. La tengo lì, stretta, finché il sapore del metallo non mi spegne tutto: il calore, la vergogna, quella sciocca voglia di crederci. 17
Quando la lezione inizia – e per misericordia non vengo chiamata alla cattedra – posso concedermi uno sguardo fuori dalla finestra, al mio panorama quotidiano: il cortile interno. Ha un fascino antico che mi fa sentire parte di una storia più grande. Mi aggrappo a tutte le altre Anna che, prima di me, si sono sentite invisibili qui dentro. Anche se non saranno poi molte. L’inquadratura è incorniciata dagli infissi di un legno scurito dal tempo. Oltre il vetro spicca un muro color crema con un vecchio orologio al centro che mi punta col suo occhio spalancato. Sulla destra spunta prepotente la cupola di terracotta bruciata, inconfondibile nel cielo nero di questi giorni, promemoria costante della bellezza che ci circonda. Sì, questa città è bella. Anche con la pioggia. Bella e morta.
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CATERINA GUAGNI
forse proprio per questo si è fissata con Dante, che ha studiato a lungo prima di passare a leggere libri di gente vivente. Laureata in Filologia moderna, ha lavorato molti anni nell’editoria scolastica prima di diventare quello che ha sempre voluto: una prof. È autrice di diversi romanzi e
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4 novembre 1966: dopo giorni di pioggia violenta, l’Arno straripa. Firenze si ritrova impotente di fronte alla devastazione, e sotto al fango che ha riempito strade ed edifici rischia di perdere la sua anima. Sono i giovani a salvarla, chiamati per questo “angeli del fango”. Tra di loro ci sono Anna e Salvo, che proprio nell’emergenza scoprono insieme un senso e un destino diverso da quello che avevano sempre immaginato per le loro vite.
Anna si stringe meglio nel cappotto. «Prima dell’alluvione io avevo paura di tutto, Salvo. Di tutto» dice pia-
CATERINA GUAGNI
è nata a Firenze e, chissà,
Esecutivo 140×210mm
no. «Pure di parlare. Se dicevo una cosa sbagliata, ci ripensavo per giorni. Mi sembrava che tutti stessero a guardare me». Rimango in silenzio e aspetto che continui. Lei sorride appena. «Ora passo le giornate con le mani nella melma a pulire libri marci e mi sento… bene. E questo anche grazie a te».
FR
Lo dice e si vergogna, abbassa gli occhi, e io mi fermo e la bacio.
racconti per l’infanzia.
Quando il mondo vi sembrerà rotto, ricordatevi di quei giorni a Firenze. Se una città può rinascere, possono EN
farlo anche gli esseri umani.
CATERINA GUAGNI
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firenze, 4 novembre 1966 In copertina © Giorgio Lotti / Mondadori via Getty Images Art director: Francesca Leoneschi Graphic designer: Pietro Piscitelli / theWorldof DOT
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CATERINA GUAGNI
forse proprio per questo si è fissata con Dante, che ha studiato a lungo prima di passare a leggere libri di gente vivente. Laureata in Filologia moderna, ha lavorato molti anni nell’editoria scolastica prima di diventare quello che ha sempre voluto: una prof. È autrice di diversi romanzi e
4 novembre 1966: dopo giorni di pioggia violenta, l’Arno straripa. Firenze si ritrova impotente di fronte alla devastazione, e sotto al fango che ha riempito strade ed edifici rischia di perdere la sua anima. Sono i giovani a salvarla, chiamati per questo “angeli del fango”. Tra di loro ci sono Anna e Salvo, che proprio nell’emergenza scoprono insieme un senso e un destino diverso da quello che avevano sempre immaginato per le loro vite.
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Anna si stringe meglio nel cappotto. «Prima dell’alluvione io avevo paura di tutto, Salvo. Di tutto» dice pia-
CATERINA GUAGNI
è nata a Firenze e, chissà,
Esecutivo 140×210mm
no. «Pure di parlare. Se dicevo una cosa sbagliata, ci ripensavo per giorni. Mi sembrava che tutti stessero a guardare me». Rimango in silenzio e aspetto che continui. Lei sorride appena. «Ora passo le giornate con le mani nella melma a pulire libri marci e mi sento… bene. E questo anche grazie a te».
FR
Lo dice e si vergogna, abbassa gli occhi, e io mi fermo e la bacio.
racconti per l’infanzia.
Quando il mondo vi sembrerà rotto, ricordatevi di quei giorni a Firenze. Se una città può rinascere, possono farlo anche gli esseri umani.
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firenze, 4 novembre 1966 In copertina © Giorgio Lotti / Mondadori via Getty Images Art director: Francesca Leoneschi Graphic designer: Pietro Piscitelli / theWorldof DOT
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