Skip to main content

Rivista20 novembre dicembre 2016

Page 1

N°18 novembre-dicembre 2016 -

periodico bimestrale d’Arte e Cultura

ARTE E CULTURA NELLE 20 REGIONI ITALIANE

www.rivista20.jimdo.com

TOULOUSE LAUTREC

a Palazzo Chiablese - Torino

Edito dal Centro Culturale ARIELE


G a l l e ri a20 Ce n tro Cu ltu rale A rie le Cor so Casa le, 85 - To rin o t e l . 011.37 24 0 8 7 - www.rivista 2 0 .j imd o . c o m o rar io di aper tu ra: da martedì a saba t o 1 5 -1 9

BIMESTRALE DI INFORMAZIONE CULTURALE

del Centro Culturale Ariele

----------------------------------------------------------

Hanno collaborato: Giovanna Alberta Arancio Ermanno Benetti Tommaso Evangelista Lodovico Gierut Silvia Grandi Irene Ramponi Letizia Caiazzo Antonietta Campilongo Alessandra Primicerio Francesco Mastrorizzi Roberta Panichi Enzo Briscese Ludovico Operti Marzia Mandrini Paola Corrias Cinzia Memola Nicolò Marino Ceci

SONO APERTE LE ISCRIZIONI AL CENTRO CULTURALE ARIELE PER IL 2017 E TERMINERANNO ALLA FINE DI GENNAIO. PER ULTERIORI INFORMAZIONI:

----------------------------------------------------------

Rivista20 del Centro Culturale Ariele Presidente: Enzo Briscese Vicepresidente: Giovanna Alberta Arancio orario ufficio: dalle 15 alle 19 tel. 011.37 24 087 mail galleriariele@gmail.com -----------------------------------------------------

mail: galleriariele@gmail.com

In copertina: opera di Toulouse Lautrec

2


CENTRO CULTURALE ARIELE Iscrizione 2017

Si avvicina la fine dell’anno 2016 e dal prossimo mese (dicembre) si riaprono le iscrizioni al Centro Culturale Ariele per il 2017 con l’auspicio che ciò rappresenti un segno positivo rivolto verso un altro anno ricco di iniziative e promettente per qualità artistica complessiva. Il contributo è indirizzato a coprire le spese ma ha anche la funzione di stimolo al fine di agevolare ed incentivare nuove situazioni nel campo delle arti visive rafforzando lo scambio e la collaborazione. L’iscrizione dà diritto a: due collettive gratuite, promozione sulle pagine della nostra rivista www.rivista20.jimdo.com, un book virtuale personale e gratuito sul nostro sito comprensivo di biografia, critica, foto personale e undici immagini delle opere, agevolazioni nei costi della versione cartacea del book e della produzione dei cataloghi, inoltre servizi vari grazie alle opportunità offerte dalla nostra rete. L’associazione infatti si propone proprio come polo di aggregazione creativa in crescita negli anni ed è tuttora vitale dopo un ventennio di attività e impegno sul territorio torinese. La galleria, aperta a tutti gli artisti, appassionati d’arte e pubblico, e la rivista, che affianca le altre

attività operando uno squarcio sugli avvenimenti culturali di tutte le varie regioni, sono due importanti realtà del Centro. Nel contempo esse rappresentano due potenziali chiavi per ampliare ulteriormente l’azione di efficaci sinergie per le quali stiamo lavorando. Al proposito stiamo per elaborare prossime mostre itineranti da organizzare in località storiche, in sedi importanti, in luoghi di prestigio sparsi per l’Italia, come pure scambi espositivi fra artisti di diverse zone regionali; per altri versi potenziamo la promozione, l’informazione culturale e un lavorio solidale rivolti in particolare alle problematiche specifiche e alle iniziative delle altre gallerie di Torino. Infatti stiamo attraversando da tempo un periodo di forte crisi che coinvolge in città (e non solo) la vita dei centri d’arte visiva e per affrontarla al meglio l’unica alternativa valida è stringere rapporti di cooperazione fra galleristi e vari operatori in quanto l’unità degli sforzi ci può permettere di realizzare progetti e rispondere positivamente alle difficoltà in corso garantendo non unicamente la semplice sopravvivenza delle sedi espositive rimaste ma aggredendo alla base gli ostacoli e andando oltre a mere risposte sintomatiche.

3


TOULOUSE LAUTREC a Palazzo Chiablese

Torino dal 21-10-2016 al 05-03-2017

4


Dal 21 ottobre al 5 marzo 2017, a Palazzo Chiablese, una grande mostra su Henri Toulouse-Lautrec, pittore bohémien della Parigi di fine Ottocento, ne ripercorre la vita dal 1891 al 1900, poco prima della morte avvenuta a soli 36 anni. Manifesti, illustrazioni, copertine di spartiti e locandine, alcune delle quali autentiche rarità stampate in tirature limitate, firmate e numerate, con dedica dell’artista. Oltre 170 opere provenienti per la maggior parte dal Museo di Belle Arti di Budapest che evocano la Parigi della Belle Époque. L’esposizione, promossa dai Musei Reali di Torino e da Arthemisia Group, offre al visitatore la possibilità di scoprire i segreti della tecnica litografica e della stampa di fine Ottocento, caratterizzata dai colori accesi e dalla riproduzione su vasta scala, presupposto per la nascita del manifesto pubblicitario, di cui Lautrec è stato il precursore. Toulouse-Lautrec è considerato tra i maggiori artisti francesi tra il XIX e il XX secolo. Nella sua arte ha preso come soggetto la più disparata umanità parigina colta in momenti quotidiani o di divertimento. Grande fonte d’ispirazione è stato il quartiere di Montmartre e la vita notturna dei suoi locali pubblici, rispecchiata nella maggior parte delle sue opere. Sono rappresentazioni di istanti di vita quotidiana che Lautrec restituisce con effetti di grande immediatezza. In brevissimo tempo l’artista divenne uno degli illustratori e disegnatori più acclamati della capitale francese e gli vennero commissionati manifesti pubblicitari per rappresentazioni teatrali, balletti e spettacoli, oltre che illustrazioni d’importanti riviste dell’epoca, come la satirica Le Rire.

5


Se c’è un’artista che più di tutti ha legato il suo nome a Montmartre e ha dato popolarità al termine bohémien, quello è senza dubbio il francese Henri de Toulouse-Lautrec. Artista post-impressionista, illustratore e litografo, nella sua breve vita realizzò comunque una produzione copiosa, ospitata oggi nei più importanti musei del mondo (a Parigi, Zurigo, Budapest, Chicago, New York, San Diego). Uomo complesso, affetto da una malattia alle ossa che lo faceva sembrare un nano, nobile di origini ma attratto dagli ambienti sociali più abbietti, Henri de Toulouse-Lautrec elesse Montmartre a sua casa e i bordelli del quartiere a suo studio, finché questa vita dissoluta non lo portò a una morte prematura. Il suo nome completo era Henri-Marie-Raymond de Toulouse-Lautrec-Montfa, nato ad Albi, nel sudovest della Francia, il 24 novembre 1864. Crebbe in una nobile famiglia di provincia, fra agi e cure, castelli e vigneti da cui nascevano vini pregiati.

La Toilette (1896), 67 × 54 cm, olio su cartone

Il padre era un appassionato di ippica e fu lui a portarlo alle corse a Parigi e a Chantilly. E proprio le corse sarebbero state uno dei suoi primi e più ricorrenti soggetti nella pittura. Nel 1882 decide di frequentare l’École des BeauxArts presso il prestigioso studio di Alexandre Cabanel. A causa delle eccessive richieste ripiegò sullo studio di Léon Bonnat, ritrattista e pittore storico. Ma pochi mesi dopo Bonnat chiuse il proprio studio e così il giovane pittore finì a imparare da Fernand Cormon a Montmartre, dove venne a contatto con numerosi impressionisti, fra cui Vincent Van Gogh. L’attività artistica non era affatto vista di buon occhio dal padre, che gli impose di non firmare con il nome del casato. Così molte opere giovanili portano lo pseudonimo di Monfa, poi di Tolav-Segroeg e infine di Treclau (anagramma di Lautrec). Proprio come Monfa nel 1883 espose il suo primo quadro: la tavoletta s’intitolava Un petit accident (Un piccolo incidente). Nel 1884 conobbe lo chansonnier Aristide Bruant, che lo spinse ad interessarsi delle classi meno abbienti parigine. Toulouse Latrec, cresciuto fra gli agi e nella bambagia, non seppe resistere al fascino di quel mondo a lui diametralmente opposto. Bar, ristoranti e bordelli divennero la sua seconda casa. Nel 1891 il proprietario del Moulin Rouge gli commissiona un manifesto pubblicitario che ebbe un discreto successo. Rappresentò spesso la vita al Moulin Rouge e in altri locali e teatri di Montmartre e di Parigi e, in particolare, nelle maisons closes (bordelli) dove a varie riprese fissò anche la sua dimora-studio anche se questo era vietato dalla legge.

6

Da ragazzino ebbe due gravi infortuni, rompendosi il femore sinistro a 14 anni e la gamba destra a 15. Poiché soffriva di picnodisostosi, una malattia genetica delle ossa, i due arti non guarirono mai completamente, smisero di svilupparsi e da adulto Toulouse Latrec era alto appena 1.52 cm. A chi lo derideva per la bassa statura rispondeva: «Ho la statura del mio casato», ricordando il suo triplo cognome.


Il legame è così forte che nel film Moulin Rouge!, con Nicole Kidman e Ewan McGregor, del 2001, Lautrec è presente, interpretato da John Leguizamo. Nel 1888 Il pittore belga Théo van Rysselberghe ne scopre il talento e lo invita a esporre con il gruppo dei XX a Bruxelles. Nel 1893 Toulouse-Lautrec si avvicinò anche al mondo del teatro eseguendo prima alcune opere che ritraggono momenti di scena, come Fedra, in cui è ritratta Sarah Bernhardt. E’ in questi anni che diventa un’artista affermato. La tecnica: fin dai primi anni, le sue opere furono ispirate dal movimento impressionista, ma - in controtendenza con lo stile - la figura viene spesso rappresentata in primo piano e l’ambiente che la circonda è solamente un pretesto per caratterizzarla. La sua tavolozza di colori era semplice, essenziale: blu e verdi, contrapposti ai viola ed ai rosa. Il suo maestro lo considerava molto dotato nel disegno e nelle caricature, ma riteneva che non sarebbe mai diventato un’artista affermato. In parte aveva ragione: Lautrec viene considerato uno dei maestri nella creazione di manifesti e stampe tra XIX e XX secolo. Ma anche come pittore avrebbe avuto la sua consacrazione.

7


Se oggi TL è famoso nel mondo lo dobbiamo a Maurice Joyant, suo ex compagno di liceo e poi direttore della galleria Goupil, sul boulevard di Montmartre, che promosse l’attività di Lautrec con diverse mostre, a partire dal 1893, ed è sempre lui a impegnarsi perché venga realizzato, nella sua città natale, il museo a lui dedicato, al Musée Toulouse-Lautrec di Albi, che apre nel 1922. La vita dissoluta fra alcool e prostitute hanno minato il suo fisico più ancora della malattia alle ossa. Toulouse-Lautrec si ammala di sifilide e muore, il 9 settembre 1901, pochi mesi prima del suo 37° compleanno. ma non ebbe mai molto successo, in parte anche perché ogni casa editrice aveva in genere già i suoi illustratori. Così, quando nel 1891 gli fu proposto di disegnare il manifesto per il Moulin Rouge, prese la palla al balzo.Il manifesto che compose fu il più forte e libero da compromessi che si fosse mai visto nei muri di Parigi. Il manifesto raffigurava soltanto ciò che un qualsiasi spettatore avrebbe potuto vedere ogni sera della settimana:al centro, dove convergono gli sguardi di tutti, la Goule danza con aria solenne mostrando la candida sottogonna arricciata;in primo piano,attraversa la scena il suo partner, Valentin, disegnato come una silhouette trasparente, ma dal contorno fortemente epressivo.Sullo sfondo si staglia il contorno degli spettatori. L’influenza dell’arte giapponese è chiaramente riconoscibile nel forte scorcio delle linee di profondità del pavimento, nella maschera di Valentin,che non ha più nulla di umano, e nel taglio ardito delle figure. Anche le tendenze dell’art nouveau si rivelano nella forma trifogliata e astratta a sinistra, che si ripete nell’angolo a destra, e negli

8

ornamenti stilizzati del cappello. Tuttavia però l’accordo cromatico è troppo voluto e il testo non è inserito armoniosamente nella composizione.Per un po’ abbandonò il colore per il bianco e nero ma quando cominciò a lavorare per il manifesto del Divan Japonais tornò al colore e trovò il modo di incorporare il testo nel disegno come elemento decorativo.Da allora la sua supremazia in questo campo fu indiscussa. Lautrec, disegnò complessivamente una trentina di manifesti.I suoi anni più fecondi furono quelli tra il 1893 e il 1895, e li 1896 in cui produsse otto manifesti in un solo anno. Egli non adottò mai la stessa forma compositiva:tutti i suoi manifesti appaiono differenti l’uno dall’altro e per ogni caso egli seppe creare un’immagine appropriata ed efficace. Jane Avril al Jardin de Paris: la figura della ballerina è racchiusa per tutta la sua lunghezza in uno spazio assai poco profondo da una linea che la incornicia partendo da un’estremità del collo del contrabbasso per terminare all’altra. Pare così di vedere Jane Avril attraverso una lente d’ingrandimento, tenuta dalla mano disegnata nell’angolo a destra in basso. Per le sue proporzioni, la concretezza, e per il fatto che non vi sono altri colori nel manifesto, questa figura domina la composizione;ma Lautrec ha ristabilito l’equilibrio esasperando il disegno dello strumentista.Di più, le sue


figure appaiono concatenate ad un medesimo piano mediante l’uso di una falsa prospettiva e sono legate l’una all’altra da una ritmica corrispondenza tra la forma dei riccioli dell’uomo e l’orlo della veste della donna. Questo manifesto dimostra come egli sapesse prendere alcuni elementi della realtà, unirli prestigiosamente e trarre da essi, ad esempio, un’immagine capace di suggerire un’impressione intensa di vivacità e di allegria, semplicemente valendosi del colore puro e del ritmo della linea. Le immagini di Lautrec avevano sempre un significato e un’efficacia visiva e riflettevano fedelmente la vita del tempo;l’effetto complessivo del disegno era decorativo, ma non troppo elaborato; infine, i suoi manifesti erano chiaramente leggibili perché usava caratteri molto chiari facendone degli elementi vitali nella composizione. Stilisticamente si colloca accanto a Seurat, Gaugin e Van Gogh e si contrappone ai tardo impressionisti e ai Nabis. Nel complesso la sua opera soffre di una costante deficienza:risolse sempre in modo evasivo i problemi connessi alla resa dello spazio. Tenne in grande considerazione la bidimensionalità della superficie pittorica,e cio gli impedì di dare alle sue immagini necessaria profondità spaziale. Occorre tuttavia notare che introdusse nell’arte un elemento veramente umano, e ampliò notevolmente i suoi contenuti rappresentativi. POST-IMPRESSINOSTA Lautrc rappresenta un caso particolare nella vicenda della pittura di fine secolo. Egli potrebbe essere considerato l’ultimo degli impressionisti ma

anche un precursore dell’espressionismo per il suo tratto molto inciso e nervoso che lo accomuna alla pittura espressionista. Tuttavia, anche per la sua produzione di manifesti, egli fornì molti stimoli al sorgere di quello stile decorativo, definito Liberty, che contraddistinse la produzione di arte applicata tra fine ottocento e inizi novecento.

9


CARLO PITTARA E I PITTORI DI RIVARA UN MOMENTO MAGICO DELL'OTTOCENTO PEDEMONTANO Fondazione Accorsi Ometto - Via Po, 00 Torino Torino (TO) 22-09-2016 / 15-01-2017

Un’esperienza individuale e collettiva di incontri estivi nel paese canavesano di Rivara: artisti piemontesi e liguri – ma anche il fiorentino di nascita Antenore Soldi, il portoghese Alfredo D’Andrade e lo spagnolo Serafin De Avendaño tutti ospiti nel castello del banchiere Ogliani, cognato di Carlo Pittara. Alla Fondazione Accorsi Ometto, dal 22 settembre all’8 gennaio 2017, una mostra indaga quell’esperienza. L’esposizione esplora il percorso artistico dei pittori che frequentarono il “cenacolo” di Rivara orbitante intorno alla figura di Pittara. Dodici sono gli artisti presentati, provenienti da diverse regioni italiane e non solo, a sottolineare l’importanza di una stagione artistica che supera i confini regionali. Il momento che essi rappresentano è caratterizzato dalla ricerca di un sensibile realismo nella rappresentazione del paesaggio agreste. L’abituale consuetudine dei gioviali incontri di Rivara ebbe il proprio momento di maggiore vitalità e fulgore a cavallo del 1870, sino alla precoce morte di Rayper nel 1873 a cui seguì uno stillicidio di abbandoni alla fine del decennio. Questa “epopea” tardo-ottocentesca seppe definitivamente accantonare la ridondanza della pittura di storia e i ritardi di gusto dell’insegnamento accademico con un’espressione gioviale e sincera della realtà. Rivara ha legato per sempre il proprio nome a una pacifica, osteggiata a lungo ma definitiva “rivoluzione” che ha segnato l’attualità della pittura piemontese, ligure e in parte lombarda.

10

Giovedì 22 Settembre 2016 / Domenica 15 Gennaio 2017 ORARI: lunedì: Chiuso da martedì a sabato: 10:00-13:00, 14:00-18:00 Domenica: 10:00-13:00, 14:00-19:00 PREZZO: € 8,00 Intero € 6,00 Ridotto compreso tra 12 e 18 anni; maggiore 65 anni; studenti universitari fino ai 26 anni € 0,00 Gratuito accompagnatori di disabili; disabili; giornalisti con tesserino; insegnanti accompagnatori; minore 12 anni; possessori di Abbonamento Musei +39 011837688 www.fondazioneaccorsi-ometto.it info@fondazioneaccorsi-ometto.it


Piemontese, Carlo Pittara si forma nell’ambito dell’Accademia Albertina di Torino seguendo gli insegnamenti di Giuseppe Camino (1818 - 1890). Nel 1856 si trasferisce a Ginevra, in Svizzera, dove si specializza sotto la guida di Charles Humbert (1813 – 1881), pittore noto per le raffigurazioni di animali. A Ginevra conosce Gustave Castan (1823 - 1892) e Durand.[1] Ritorno all’ovile Tra il 1858 e il 1860 fa tappa a Parigi, dove gli stimoli dell’Esposizione universale del 1855 non si sono ancora spenti: viene a contatto con Corot (1796 - 1875) e Charles Jacque (1813 -1894) e subisce il fascino della Scuola di Barbizon, che già conosceva dall’esperienza ginevrina[2]. Dopo Parigi trascorre tre anni di soggiorno a Roma. Paesaggista di gusto romantico e realista, Pittara a partire dal 1861 è tra gli animatori della Scuola di Rivara, un grup-

po di artisti che si riuniscono per varie estati a Rivara, nel Canavese: Ernesto Bertea, Alberto Issel, Serafín Avendaño, Antenore Soldi, Ernesto Rayper, Casimiro Teja, Federigo Pastoris. Li anima il desiderio di trasporre nelle proprie tele l’immediatezza del “vero”, dipingendo en plein air e rinnovando la pittura del paesaggio, seguendo un percorso simile a quello portato avanti dalla scuola grigia ligure. Con l’opera Sistema infallibile di ristorare le finanze italiane nel 1870 Pittara vince la medaglia d’oro all’”esposizione d’Arti Belle” a Parma.[3][4] Negli ultimi dieci anni di vita trascorre lunghi periodi invernali a Parigi, dove a partire dal 1880 viene influenzato da un certo impressionismo che sarà d’ispirazione anche ai Macchiaioli. Muore il 25 ottobre[5] 1891 a Rivara.

11


Corso Casale, 85 Torino

CARATTERI E SPAZIO NELLA PITTURA DI PAESAGGIO NEOCONTEMPORANEO 2 dal 5 al 16 novembre 2016 dal martedì al sabato dalle ore 15 alle 19

ANDREOLI

CARUSO

AZZARITA

DISCEPOLO

12

FUKSA

CURIONI

CORCELLI

ERRENI

GRANGETTI

LASALA

CAPPIELLO

ISAIA

FORTUNATO

MASTRANGELO


PAIRONA

ROTA

PASQUALI

SILVI

POLICASTRO

SPINAZZOLA

REVLLINO

TIBALDI

espongono:

TINACCI

VIUTRELLA

BONGINI

“Stiamo tornando alla modernità: ci pensiamo come il punto di passaggio fra passato, presente e futuro. Non crediamo più che demolendo tutto, di per sé nasca il nuovo” (P. Daverio) Presentare una mostra di pittura di paesaggio oggi, richiede il fare chiarezza sugli elementi base che la caratterizzano e nei quali vivono di nuovi spazi i dipinti del terzo millennio. Da quando nel rinascimento europeo è iniziato il percorso che ha portato questa pittura all’autonomia iconografica, seguita da quella tematica, si è assistito ad una serie di svolte che hanno spostato il paesaggio da sfondo a primo piano. E’ una progressiva rivoluzione spaziale dalle connotazioni realistiche o visionarie che verifichiamo nei quadri attuali. Le deflagrazioni pittoriche del novecento si avvertono sottotraccia tra le maglie del nuovo clima tecnologico e globalizzato che

Roberto Andreoli - Mauro Azzarita Saverio Cappiello - Mirella Caruso Isabella Corcelli - Lorenzo Curioni Fiorenzo Isaia - Discepolo Girardi Franco Erreni - Gina Fortunato Elisa Fuksa Anselme - Diego Grangetti Domenico La Sala - Clara Mastrangelo Ester Pairona - Raffaella Pasquali Angela Policastro - Michele Revellino Graziella Valeria Rota - Carla Silvi Giovanni Spinazzola -Gianna Tibaldi Giacomo Tinacci - Alberto Bongini Rosanna Vottero Viutrella

stiamo vivendo. A mio parere l’odierna paesaggistica è più vitale di quanto immaginiamo e riflette la nostra età, inquieta e variabile; Turner lascia la sua orma in cui non si sente la sua selvaggia potenza ma una antica suggestione nella profondità delle ricerche cromatiche avviate verso l’astrazione e verso le atmosfere luministiche. Alcuni quadri in mostra, con l’eco anche dell’ultimo Monet, virano verso il paesaggio informale. La natura, in questi casi, si sposta in paesaggi impossibili di cui sono aperte infinite varianti quali atmosfere dell’uomo neocontemporaneo. Vedute metropolitane e scorci agresti risentono della sfida realistica maturata nei secoli, dai fiamminghi a Durer, a Courbet, per citare alcuni passaggi, e si ritrovano in spazi, fisici o sospesi in un tempo altro. La collettiva, a cui partecipano artisti di varie parti d’Italia, è un interessante saggio di nuova sensibilità espressa attraverso questo storico linguaggio pittorico.

13


ERMANNO BAROVERO

“Improvvisamente il vento ulula e sbatte la mia finestra chiusa. Il cielo è una rete colma di pesci cupi. Qui vengono a finire tutti i venti, tutti La pioggia si denuda.” Pablo Neruda

Il pentagramma mozartiano accoglie un adagio iniziale che si stempera in un intenso cromatismo; si diffonde nello spazio un senso di instabilità e attesa che lambisce le grandi tele di Baroverodove gli elementi, cielo-mare, si fanno artefici di quel dialogo infinito in una testura perfettamente organizzata sull’analogia tra gesto e colore. In questo concitato dipanarsi della scena si coglie il rovello di colui vuole andare oltre per cercare di penetrare il sen-

14

so dell’esistere, svincolando il soggetto dalla dimensione spazio/temporale per farlo assurgere a pura sensazione visiva, mostrando ciò che l’artista sente per essere parte dello stesso impasto. L’intensità emozionale che abita il dipinto è la dimostrazione di come perBarovero l’impegno del dipingere sia direttamente proporzionale all’impegno quotidiano del vivere. Ermanno Barovero


L’irruenza con cui Barovero utilizza il colore ad olio traduce il pathos di una visione viscerale dell’ambiente di natura, lo stesso diviene protagonista, istrione, despota della sue verve narrativa quasi a voler implodere sulla superficie. La sua pittura partecipa con appassionato animismo al tormento che muove il fluire cosmico, nell’intento di attribuire al referente cromatico il compito di evocare quella primordiale forza che ancora sferza la Terra. Un cielo magmaticamente pervaso da un impeto dirompente e accompagnato ad un alone di enigmatiche presenze è quello che si libera in composizioni quali “Il cielo sulla Sila” o “Il peso dell’aria” dove neri e rossi, bianche e ocre deflagrano in ombre sovrannaturali. Immortalato nel suo continuo divenire l’orizzonte raccoglie la voce dall’incessante mutazione dei profili, sostenuta da una pregnante fioritura gestuale. Le tele percorse da un fermento panico stigmatizzano in questo fluente divenire suoni fragorosi: sono i bianchi glaciali di “Uragani danzanti”, “La nuvola fagocitata”,

“Uragani”, qui si diffonde il fragore di repentine accezioni di vitalismo e ogni elemento diventa incontenibile, dimostrando che è quasi impossibile dare profili al moto degli umori che governano la sublime dialettica dell’ l’universo. L’agitarsi perenne d’una energia senza riposo fa increspare il mare nel continuo aggregarsi e disgregarsi di pennellate in un’ enfasi che quasi si fa grido di un’ indefinita vastità in sussulto. Clizia Orlando Cantavenna di Gabiano Via San Carpoforo 119 Torino - C.so Casale 95 tel. 011-0604273 - cell. 3470190377 e-mail: ermannobarovero@gmail.com sito: www.ermannobarovero.it

15


FRANCESCO PREVERINO

Pol. - 2012 - tecnica mista e riporti su tela - cm 600 x 200 (serie completa 6 lavori) …” Questo modo di dipingere è un modo di essere, perché Preverino sente il bisogno,l’urgenza, di andare a lavorare in studio tutti i giorni, come un pianista che deve quotidianamente suonare ed esercitarsi col suo strumento, o come dello scrittore si dice“Nulla dies sine linea”. Questa sua laboriosità e costante ricerca s’esprime non solo in una produzione vastissima e ricchissima,ma trova una cifra nel fatto che lui mantiene nel corso degli anni

sempre lo stesso stile e linguaggio. Astratto, nel vero senso etimologico della parola, di chi as-trae della realtà lo spunto per dipingere…” (dal catalogo Holzwege- Sentieri interrotti-2015 – Fondazione Peano (CN) e Galleria LA LUNA (Borgo S.Dalmazzo-CN) a cura di Guido Curto)

Lampedusa - 2013 tecnica mista e riporti ferrosi su carta cm 100 x 70 (serie completa 6 lavori)

Il luogo dei miei pensieri - 2012 - cm 200 x 200 - t.m. su tela

16

Il bosco - 2010 - cm 60 x 68 x 69h - bozzetto ligneo


EVENTI

LOMBARDIA

Pieter Paul Rubens

e la nascita del Barocco

Palazzo Reale di Milano, dal 26 ottobre al 26 febbraio 2017

Il Palazzo Reale di Milano ospita una straordinaria mostra dedicata alle opere di Pieter Paul Rubens, provenienti dai più importanti musei internazionali. L’esposizione verterà sul profondo legame che ha unito il genio fiammingo all’arte italiana del XVII secolo, proponendo 75 opere, di cui 40 realizzate dal celebre pittore, che con il suo stile ha contribuito alla nascita del Barocco. La rassegna è stata allestita grazie alla collaborazione tra il comune di Milano Assessorato alla Cultura e Palazzo Reale e Civita Mostre, mentre la curatela è stata affidata ad Anna Lo Bianco, supportata da un comitato scientifico composto da Eloisa Dodero, Alejandro Vergara, Cecilia Paolini, Johann Kraeftner e David Jaffé. Per illustrare la vicendevole influenza tra la pittura di Rubens e quella fiorita in Italia in quel periodo è stato selezionato un corposo nucleo di opere di Rubens e di alcuni grandi protagonisti del ‘500 e dei primi decenni del ‘600. I capolavori riuniti a Palazzo Reale sono stati prestati da importanti musei, come il Prado, l’Ermitage, la Gemaldegalerie e la collezione del Principe del Liechtenstein. Numerose anche le tele provenienti dalle raccolte italiane. L’allestimento, curato dall’architetto Corrado Anselmi, si propone di valorizzare la grandezza delle opere, alcune di dimensioni monumentali come la tela scelta quale icona della rassegna di Palazzo Reale dal titolo ‘La scoperta di

Erittonio fanciullo’. Tra le altre opere esposte, il ‘Ritratto della figlia Clara Serena’, ‘Saturno che divora uno dei suoi figli’, ‘Seneca morente’, ‘San Gregorio con santa Domitilla, san Mauro e san Papiano’.

17


Pilastro della pittura fiamminga, archetipo del barocco europeo, prototipo degli artisti cortigiani, pennello d’assalto della Controriforma: pochi pittori hanno collezionato tanti titoli, positivi e no, come Pieter Paul Rubens (15771640). E pochi hanno firmato tante opere come lui: i suoi dipinti (ritratti di nobildonne e scene epiche, ninfe nude e martìri di santi) sono sparsi in chiese, palazzi e musei di circa 30 città del mondo; solo il Palazzo del Lussemburgo a Parigi ne conta 24, tutti dedicati a Maria de’ Medici, madre del re Luigi XIII. Quanti quadri dipinse Rubens? Impossibile dirlo, perché molte delle “sue” opere furono in realtà realizzate da altri. Non che al pittore fiammingo sia toccato il destino di De Chirico, il più falsificato pittore dei nostri tempi: la realtà è che Pieter Paul si circondò di decine di collaboratori e allievi, a cui appaltò l’esecuzione di gran parte dei suoi quadri. Lui procurava le commesse, formulava l’idea di base, disegnava i bozzetti su dei cartoni; ma i pennelli li usavano i suoi vice. Fu un grande artista, certo; ma fu soprattutto un abile impresario. Con queste premesse, di grande interesse risulta una mostra allestita al Musei reali di belle arti di Bruxelles: “Rubens, l’atelier del genio”. Il titolo è eloquente: l’esposizione si propone di illustrare non tanto la figura di Pieter Paul quanto i modi di produzione della sua arte. Che ebbe per padre un genio e per madre una vera e propria ditta (l’”atelier”). Sede dell’impresa: Anversa. Anni di attività: 1614-1640, quelli della maturità del “direttore”. Santi patroni: il borgomastro Nicolas Rockox e Alberto d’Asburgo, arciduca delle Fiandre del Sud.

18


Basquiat a Milano

l’artista maledetto in mostra al “Mudec” Museo delle culture dal 28 ottobre al 26 febbraio

Arriva la mostra di Jean-Michel Basquiat a Milano: al Mudec dal 28 ottobre le opere dell’artista statunitense esponente del graffitismo americano e della pop art. Sono oltre 100 i lavori selezionati, provenienti per la maggior parte dalla collezione di Yosef Mugrabia. Rappresentano la produzione artistica di Basquiat dal 1980 al 1987: opere caratterizzate dall’uso di materiali poveri e da un segno grafico inconfondibile, pieno di rabbia. Saranno individuabili chiaramente le caratteristiche che hanno reso Basquiat e il suo tratto unici: per esempio l’utilizzo delle parole, inserite nei suoi dipinti come parte integrante, ma anche come sfondo, cancellate, a volte anche per attrarre l’attenzione dello spettatore.

Costo biglietto: 12 euro e l’esposizione sarà aperta tutti i giorni dalle 9:30 alle 19:30, giovedì e sabato sino alle 22:30. Lunedì mattina chiuso.

19


DOMENICO LASALA

Per Domenico Lasala la rilettura degli antichi classici e lo studio degli ulteriori passaggi artistici avvengono alla luce degli sviluppi internazionali contemporanei. Ne deriva un’interpretazione personale in cui le ambientazioni all’aperto e gli interni colpiscono per la loro essenzialità: i paesaggi rammentano vagamente il rigore dell’ultimo Carrà e le architetture urbane fanno pensare alle solide costruzioni sironiane, ma il tutto si presenta come un fondale

20

cristallizzato in una struttura arcaica da cui, da un momento all’altro, si possono dischiudere delle quinte teatrali. I personaggi, enigmatici alla stregua di quelli di Piero della Francesca e torniti secondo l’insegnamento masaccesco, si inseriscono in una ritmica di incastri senza tradire emozioni, offrendosi come figure topiche, spesso sotto le sembianze di musici e cantori. Non è da dimenticare che la musica nella trattatistica classica possedeva uno spessore


sapienziale in seguito smarrito e l’artista evoca, quasi fosse un magico antidoto, questo antico e vitale collante sociale per farne dono ad un mondo pervaso da un’anonima e drammatica frenesia. Quando si accenna alla musicalità antica come parte integrante del corredo sapienziale vanno sia ricordate le sue origini razionali che legano la bellezza con l’armonia, la misura , l’equilibrio, la perfezione e l’ordine sia non possono essere passate sotto silenzio le profonde radici del pathos che apporta all’insieme tono e vigore grazie alla forza espressiva e drammatica che lo costituisce. Intuire questo nesso che alimenta la cultura antica, animandola con una sua saggezza di verità vuol dire avvicinarsi alla comprensione della natura complessa che sostiene la potenza di quell’arcaica e vitalissima filosofia del bello. Le arti ne fanno parte esternandosi in una esperienza collettiva, al contempo ricca di contrasti ammessi e ricomposti, tragici e coreutici, intensi e catartici nello stesso tempo. La dismisura, anche il caos ha un suo senso, nella magia e nel mistero di un mondo di vibrante marca razionale, lontana da razionalismi e da languenti aridità semantiche e di sentimento. Di certo è facile cadere in ingenue nostalgie e mitizzazioni del passato. Così pure mi pare distruttivo abbarbicarsi ad un sogno lontano alla ricerca di una storica ripetizione tra l’apollinea luce della ragione e la dionisiaca ebbrezza, con una disperante ricerca nietzscheana. Al di là di formule perfette, restiamo in questo difficile presente senza però privarci della suggestione che “il bello”, in senso pieno, ci lascia trapassare silenziosamente per mezzo dei secoli. Già così fece, a suo modo, il quattrocento che Domenico Lasala guarda con occhi particolari. Su questo fascino influisce, credo, anche quella luminosità cromatica che vivifica la prospettiva e che intride spazio e tempo di colori intensamente puri, saturi e magnetici, così come sono stati scoperti nei restauri. La tavolozza lasaliana evoca la limpidezza di quella atmosfera colorata e i suoi luoghi e le sue stanze animate, ci trasportano in scenari, oppure in ambienti, dove suoni, danze, rapporti, perfino il sonno, non vengono sbarrati da mura di solitudine. e figure umane del pittore emergono tramite un leggero chiaroscuro; non ci sono ombre portate e lo spazio diventa “assoluto”, percorso da una sonorità silenziosa. Giovanna Arancio

21


ROBERTO ANDREOLI

Roberto Andreoli nasce nel marzo del 1955 a Mirandola in provincia di Modena. Fin da bambino coltiva l’arte della pittura seguito dal padre Alberto, pittore per diletto, che, attraverso la tecnica della pittura ad olio, gli inculca i primi rudimenti sull’uso del colore, la prospettiva ma, soprattutto, lo rende partecipe del fascino della libera e spontanea espressione artistica attraverso l’analisi della pittura contemporanea. L’interesse di Andreoli per la pittura non è disgiunto dalla passione per la musica, per la quale approfondirà le sue co-

noscenze frequentando il conservatorio di Bologna per poi trasferirsi in Piemonte dove terminerà gli studi a Torino. Al 1978 risale la sua prima esposizione personale presso la “Galleria Silvia” di Bra. Dal ’78 ad oggi ha realizzato diverse mostre personali, partecipato a numerose rassegne collettive e tenuto diversi Workshop sulla tecnica della pittura all’acquerello. Numerosi suoi dipinti sono presenti in collezioni pubbliche e private in tutta Italia e in diversi paesi stranieri.

ULTIME ESPOSIZIONI E PREMI SIGNIFICATIVI 2012 - Esposizione a Palazzo Nervi di Torino per la Biennale di Vene zia (febbraio-marzo) - Mostra personale presso Palazzo Lucerna di Rorà, Bene Va gienna (maggio). Primo premio al concorso nazionale di pittura a Ceriale (SV) (agosto). Primo premio al 5° concorso di pittura di Rocchetta Nervina (IM) (settembre). Primo premio al concorso “Il Pennello d’Oro” , sul tema relativo al festival di musica da camera, Cervo ligure (IM) (settembre). 2014 - Primo premio al concorso di Vicoforte Mondovì (giugno). 2016 - “Testimonianze Generazionali” Esposizione presso il Castello di Costigliole d’Asti. “Quattro Artisti, una Città” Esposizione presso Palazzo Salmatoris, Cherasco Partecipazione a diversi eventi internazionali organizzati da IWS (International Watercolor Society): Fabriano, Salonicco (Grecia), Bangkock (Tailandia), Budapest (Ungheria), India e Pakistan. Per contatti: e-mail: andreoli.r@tiscali.it siti: http://www.robertoandreoli.vpsite.it/ andreoliacquerelli.simplesite.com

22


EVENTI

VALLE D’AOSTA

Marc Chagall al Forte di Bard Dal 25 giugno al 13 novembre 2016

AOSTA - Arriva al Forte di Bard, in Valle d’Aosta dal 25 giugno, una grande mostra dedicata a Marc Chagall dal titolo Marc Chagall. La Vie, a cura di Gabriele Accornero, Consigliere Delegato dell’Associazione Forte di Bard. Il pezzo forte della mostra sarà appunto la monumentale opera La Vie, realizzata dal pittore nel 1964, che sarà esposta per la prima volta in Italia. L’opera riunisce in sé la maggior parte dei temi che caratterizzano la produzione artistica di Chagall, quasi in una sorta di autobiografia per immagini. I legami riscontrabili fra questo dipinto e i temi appartenenti alla sua cultura figurativa invitano a instaurare una relazione dialettica con le altre opere, di tipologia differente, proposte nel percorso di visita. Tra dipinti, acquerelli, gouaches, litografie, ceramiche, tappezzerie e la serie delle 105 tavole della Bibbia, la mostra rivela l’intera poetica artistica e spirituale dell’artista ebreo, tra i più amati del No-

vecento. “Un approccio sensoriale legato al piacere delle forme, dei colori e della poesia”, si legge nella presentazione alla mostra. Tra immagini surreali, visioni fantasmagoriche, figure fluttuanti, nulla è sottoposto alla legge razionale, ma è sempre la forza fantastica della fiaba, è la libertà creativa svincolata da ogni principio di realtà a prendere il sopravvento. In questo modo quello che ci restituisce la poetica di Chagall è appunto la visione di un universo riconciliato grazie alla vita, all’amore e all’arte. La mostra sarà aperta fino al 13 novembre 2016.

Marc Chagall. La Vie 25 giugno 13 novembre Forte di Bard, 11020 Bard AO T. + 39 0125 833811 - 833824 prenotazioni@fortedibard.it 23


EVENTI

LIGURIA Luzzati racconta Calvino Fino al 27 novembre 2016 Genova, Museo Luzzati a Porta Siberia

Disegni, proiezioni, laboratori. In mostra le tavole di Luzzati per “Il Visconte dimezzato” e altre fiabe, con contributi video e testimonanze. Fino al 27 novembre 2016

Liguri entrambi, quasi coeteanei, Emanuele Luzzati e Italo Calvino hanno intrecciato, dagli anni ‘50, un rapporto intellettuale profondo, ricco di sperimentazioni e originali fughe creative. Proprio la trilogia visionaria di Calvino dà origine alla collaborazione, con le illustrazioni di Luzzati per “Il Visconte dimezzato”.

Emanuele Luzzati nasce nel 1921 a Genova. Noto soprattutto come scenografo e illustratore, maestro in ogni campo dell’arte applicata. Diplomato all’Ecole des Beaux Arts di Losanna, ha collaborato con registi, architetti, artisti e scrittori di fama internazionale. Nel ‘75 è fondatore, con Aldo Trionfo e Tonino Conte, del Teatro della Tosse di Genova; autore di film di animazione con Giulio Gianini, otterrà due nomination all’Oscar. Emanuele Luzzati è interprete di una cultura figurativa abile e colta, capace di usare con maestria ogni sorta di materiale: dalla terracotta

24

La mostra è un percorso tra disegni, proiezioni, come il documentario “L’isola di Calvino”, di Roberto Giannarelli e Pierpaolo Andriani (Fabulafilm 2015, in collaborazione con Istituto Luce e Rai Tre), film di animazione di Luzzati e altri materiali. Un’ampia sezione è dedicata alle le tavole originali dei libri di Italo Calvino illustrate da Emanuele Luzzati negli anni ‘70 per Einaudi : “L’uccel belverde” ( tradotto in inglese nel 1975 da Sylvia Mulcahy), “Il Principe granchio e altre fiabe italiane” del 1974, “Il visconte dimezzato” pubblicato nel 1975.

allo smalto, dall’intreccio di lane per arazzi all’incisione su supporti diversi, ai collage di carte e tessuti composti per costruire bozzetti di scene, di costumi, di allestimenti navali. La ricchezza del suo mondo fantastico, l’immediatezza ed espressività del suo stile personalissimo, che parla il linguaggio universale dell’infanzia, ne hanno fatto uno degli artisti più amati ed ammirati del nostro tempo. Muore a Genova il 26 gennaio 2007 nella casa dove è nato nel 1921 e dove ha abitato tutta la vita.

Per informazioni: www.museoluzzati.it


“Warhol Pop Society”

Palazzo Ducale di Genova fino al prossimo 26 febbraio

Opere di Warhol da Marilyn Monroe a Jackie Kennedy, da Liza Minelli a Gianni Agnelli, da Mao a Lenin. A trent anni esatti dalla scomparsa dell’artista, le sue opere più importanti sono in mostra al Palazzo Ducale di Genova. f La retrospettiva ospita circa 170 opere tra tele, stampe, disegni, polaroid, sculture ed oggetti provenienti da collezioni private, musei e fondazioni pubbliche e private italiane ed straniere. Il presidente di Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, Luca Borzani: “E’ una mostra strordinariamente completa che non è soltanto un omaggio all’artista che ha profondamente mutato i linguaggi artistici saldandoli dentro la società dei consumi, ma anche un’occasione per fare una riflessione su quella società pop che segna oggi i nostri linguaggi”.

Il percorso tematico della mostra si sviluppa intorno a sei linee conduttrici: il disegno, le icone, le polaroid, i ritratti, Andy Warhol e l’Italia e infine il cinema. E copre l intero arco dell’attività dell artista più popolare del secolo scorso. Curata da Luca Beatrice, la mostra è prodotta e organizzata da Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura e da 24 Ore Cultura del Gruppo 24 Ore.

25


EVENTI

VENETO

‘L’IMPRESSIONISMO DI ZANDOMENEGHI’ A PALAZZO ZABARELLA Un centinaio di opere raccontano il percorso artistico di uno dei più grandi pittori italiani del XIX secolo Dal 01 ottobre 2016 al 29 gennaio 2017

A Palazzo Zabarella, Padova mostre 2016, oltre 100 opere presentano la vicenda artistica del maestro veneziano, tra celebri quadri ed opere ancora poco conosciute. Grazie ad un uso molto raffinato della tecnica del pastello e ad uno stile inconfondibile, Zandomeneghi è riuscito ad immortalare il fascino della Belle Époque e a creare l’immaginario femminile della donna parigina. Fisionomie, gesti ed abitudini fissate su tela, a memoria di un’epoca unica ed estremamente affascinante… Nelle sue opere la Parigi della Belle Époque prende vita, rievocando tutto il fascino della città che ha accolto Zandomeneghi e che egli ha saputo ritrarre al meglio cogliendo la vivace atmosfera delle sue piazze, delle vie, dei caffè e dei teatri.

26


Il percorso espositivo della mostra a Padova su Zandomeneghi, Palazzo Zabarella, mette in luce il talento e la personalità di un artista fino ad ora non valorizzato in modo adeguato attraverso numerose opere, molte delle quali ancora poco conosciute al grande pubblico. Le opere di Zandomeneghi in mostra a Palazzo Zabarella provengono da importanti istituzioni pubbliche, quali la Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti a Firenze, la Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi a Piacenza, il Museo Civico di Palazzo Te a Mantova, e collezioni private italiane, inglesi e francesi. Figlio d’arte, il padre Pietro ha realizzato il Monumento di Tiziano nella basilica dei Frari a Venezia mentre nonno Luigi frequentava Antonio Canova, Federico Zandomeneghi (Venezia 1842 - Parigi 1917) abbandona la vocazione di famiglia per la scultura preferendo dedicarsi alla pittura. Grande patriota, fugge da Venezia per evitare di essere arruolato nell’esercito austriaco e segue Garibaldi nella spedizione dei Mille. Nel 1862 approda a Firenze, dove inizia a frequentare i Macchiaioli divenendo particolarmente amico del critico Diego Martelli. Nonostante la profonda influenza dei Macchiaioli, Zandomeneghi mostra fin da subito una forte personalità sviluppando uno stile singolare. Tra il 1866 e il 1874 viaggia tra Firenze, Venezia e Roma per poi stabilirsi definitivamente a Parigi: qui, Zandò - come veniva solitamente chiamato - entra in contatto con l’Impressionismo grazie all’amicizia con Degas e Renoir, per poi inserirsi da vero protagonista nella cosiddetta ‘pittura della vita moderna’ insieme a De Nittis e Boldini,

la celebre triade degli Italiens de Paris. Tra i tre, Zandomeneghi è stato certamente quello ad avere rapporti più intensi e duraturi con Impressionisti e Post-Impressionisti: espone varie volte al Salon des Indépendants (1879, 1880, 1881, 1886) sviluppando poi uno stretto rapporto con il grande mercante Durand-Ruel. Nel 1914 Zandomeneghi espone anche alla Biennale di Venezia, senza però ottenere il riscontro sperato: la sua arte ottenne il giusto riconoscimento solo dopo la sua morte. La Parigi immortalata da Zandomeneghi non è la città mondana, elegante e sofisticata che troviamo nelle opere di De Nittis e Boldini: Zandomeneghi racconta la Montmartre bohèmien, dove viveva con Toulouse-Lautrec la sua modella Suzanne Valadon. Oltre al suo ambiente quotidiano, le vedute parigine, e alle numerose figure femminili, i soggetti di Zandomeneghi spaziano anche ai paesaggi aperti della campagna francese testimoniando il suo graduale avvicinamento alla pittura en plein air, punto focale della poetica impressionista, grazie all’amicizia con artisti come Pissarro e Guillaumin. Vedute, ritratti, scene di vita quotidiana ed atmosfere della Parigi bohémienne della Belle Époque… ‘l’Impressionismo di Zandomeneghi’ in mostra a Padova si preannuncia davvero un’esposizione da non perdere!

Palazzo Zabarella, Padova - via degli Zabarella 14 1 ottobre 2016 - 29 gennaio 2017 Orario: da martedì a domenica: dalle 9.30 alle 19.00 Chiuso: tutti i lunedì (eccetto 31 ottobre, 26 dicembre e 2 gennaio), sabato 24 dicembre e domenica 25 dicembre. Prezzi: Intero: € 12,00 Ridotto: € 10,00 (over 65 anni, da 18 a 25 anni) € 6,00 (da 6 a 17 anni)

27


A. Catucci

P. Sistilli

O. Weidig

Esposizione al Grand’Italia Hotel Residenza d’Epoca di Padova

28

A. Ripani

G. D. Negroni

M. Muller


“Archeologia della Comunicazione” dal 5 Novembre al 6 Gennaio 2017 a cura di Mary Bordin con l’intervento critico di Andrea Ciresola Quando l’Uomo con l’Arte lascia un segno, una traccia, l’esistenza è legata a lasciare dietro di noi una comunicazione del nostro passaggio, una comunicazione che parla all’interiorità stessa dell’uomo.

C. Franceschelli

S. Bartolacci R. Basile

G. R. Basile

E. Viora

I. Seralio

29


LA DONNA E IL SIMBOLISMO a cura di Giovanna Arancio

“Tutto ciò che vediamo o a cui rassomigliamo/ è soltanto un sogno/dentro un sogno” Nel 1886 su Figaro, manifesto della poesia simbolista, indirizzato alla pittura e alle altre forme d’arte, Moreas annuncia l’esigenza di un’arte concepita come l’espressione dell’incontro e della fusione di elementi della percezione sensoriale con elementi spirituali. Nella seconda parte dell’ Ottocento il simbolismo si diffonde a macchia d’olio per l’Europa coinvolgendo sia i paesi mediterranei sia quelli nordici presentandosi con caratteristiche generali comuni e con una straordinaria ricchezza di differenze tematiche caratterizzanti le varie aree. Esiste un legame fra il simbolismo e le correnti filosofiche della metà del secolo mentre anche la scienza inizia ad interessarsi del mondo dell’’immaginario. In un simile contesto la figura femminile assume forme, incarna simboli , presenta metafore che nascono in particolare da miti presenti localmente. La donna, in Francia, risente degli interessi suscitati dalla scuola di Pont-Aven e da Gauguin, ed è una femminilità racchiusa entro un’aura religiosa (es. le donne bretoni in preghiera - P. Gauguin) oppure è, espressione di un primitivismo carico di valenze etiche (Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?- P. Gauguin); il gruppo dei nabis, pur influenzati da quanto precede la loro pittura, caricano le loro figure di un misticismo inserito in molti casi in uno scenario borghese (Misia e Valloton - E. Vuillard). Gli elementi di novità affermatasi in Francia si trasmettono in Belgio, luogo di culture diverse. Alcuni coltivano ideali elitari di bellezza, altri si rifugiano nel fantastico; si coltivano temi come la tentazione della carne, il demonismo e perversioni raffinate (L’amore delle anime - J. Delville). Nei paesi dell’Europa del nord il malessere serpeggia fra gli artisti creando al proprio interno un’atmosfera decadente e in contrasto con un contestato positivismo imperante; specialmente in Austria,si assiste ad un’importante stagione simbolista incarnatasi particolarmente in Gustav Klimt, uno dei fondatori della Secessione di Vienna. Egli elabora una complessa poetica la cui immagine femminile è la donna come misterioso emblema di eros e di morte. La sua in-

30

(Edgar Allan Poe -1849)

quietudine si placa nella contemplazione del mistero, Smaterializza il corpo per tradurre e visualizzare i moti dell’anima. Da rilevare in Germania Franz von Stuck, uno degli artefici nel 1892 della Secessione, dipinge con forte linguaggio tele animate da temi mitici con scura drammaticità, creando imponenti icone femminili (“L’acqua e il fuoco”-F.v.Stuck.). Romanticismo e Simbolismo si intrecciano saldamente nelle tele inglesi; Rossetti dipinge l’amata alludendo alla Beatrice dantesca mentre Millais dà vita ad un quadro drammatico in cui la sua donna Ofelia scivola via trascinata dalla corrente tra la vegetazione di un ruscello in una sorta di malinconico “memento mori”. In Italia, sul finire degli anni ottanta si dibatte sulla possibilità di un’arte simbolista che legittimi temi ideali e universali. Giovanni Segantini, seppure nello spirito di una religione naturale, eleva in “Due madri” le figure al rango di simboli. Previati è spiritualista e visionario e cerca di dar forma a un sogno presentandolo come un mistero che si manifesta a quanti si abbandonano alle sue vibrazioni luminose (“La maternità”-G. Previati). Anche Giovanni da Volpedo in “Lo specchio della vita” elabora una scena femminile simbolica e laica, lontana dagli eccessi e dal mistico demonismo nordico.


CLAUDIO COLAONE

Eleganza, armonia e leggerezza, aggettivi questi che servono per sintetizzare l’essenza del suo lavoro. La sua passione per il corpo umano e per la danza, uniti all’attrazione verso l’elemento metallo, hanno sviluppato in lui la capacità di intrappolare tra foglie di rame il movimento e l’anima di ballerine catturandole in fluide e armoniose posizioni. Questi elementi di rame uniti tra loro inseguono nella fantasia dell’artista un desiderio di pulsante energia, indomabile ed in costante evoluzione.

La sua maestria nel bilanciare movimento e proporzioni, unita alla padronanza della materia, ci crea un’aspettativa sempre crescente di grazia e di bellezza. La luce scivola e rimbalza sulle forme danzanti con dinamica e armoniosa maestria e, come un’immagine allo specchio, rinnova il desiderio di movimento creando molteplici proiezioni espressive. Ha al suo attivo numerose mostre sia in Italia che all’estero che negli anni gli hanno dato stima e riconoscimento.

Cell. +39 347 5107011 email claudio@colaone.it www.colaone.it 31


FOTOGRAFIA: LA DECIMA MUSA TINA MODOTTI - EX MERCATO DEL PESCE A Udine Lo Spazio espositivo Ex Mercato del Pesce (fino agli anni ‘90, dal 2009) c’è una Galleria intitolata alla celebre fotografa Tina Modotti (Udine, 1896 – Città del Messico1942) e si trova in via Paolo Sarpi. L’edificio, era della proprietà della Confraternita del SS. Sacramento e fu acquistato da Antonio Someda nel 1691. Lo storico edificio oggi è divenuto uno spazio permanente per l’esposizione di opere fotografiche. Tina Modotti era attrice di teatro e di cinema, arti-

sta di avanguardia, ma anche protagonista dei grandi movimenti politici e sociali della prima metà del Novecento, personaggio poliedrico e straordinario. Le sue opere sono riferibili sia alla storia familiare, sia all’arte fotografica, sia all’impegno politico e sociale tra Friuli, San Francisco e Los Angeles, nonché ai contesti storicamente determinati in cui si svolsero la vita artistica e le “scelte di vita” di Tina, agli eventi e ai luoghi che la videro testimone e protagonista.

Assunta Adelaide Luigia Modotti, detta Tina nasce ad Udine il 17 agosto 1896. è stata attrice del cinema muto, musa di grandi artisti come Neruda e Alberti, modella di Rivera e Siqueiros, ma, soprattutto, figura leggendaria e donna bellissima dalle molte vite. che ebbe un’unica grande vera passione: la FOTOGRAFIA. La carriera fotografica di Tina Modotti è divisa, per alcuni, in due periodi: romantico e rivoluzionario. Il primo includerebbe il periodo trascorso con Edward Weston in Messico. Aprirono insieme uno studio di ritrattistica e viaggiarono per il paese incaricati di scattare immagini per il libro di Anita Bremmer, Idols Behind Altars. Nello stesso periodo venne scelta come fotografa ufficiale del movimento muralista messicano. Fu l’apice della sua carriera

di fotografa, e all’incirca un anno dopo fu costretta a lasciare il Messico. Nel 1930, Tina parte per Mosca e, nella capitale sovietica, allestisce la sua ultima esposizione di fotografie, lavora come traduttrice, scrive opuscoli politici, ottiene la cittadinanza. Nel 1936, allo scoppio della guerra civile spagnola, con il nome di Maria si trova a Madrid. Lavora negli ospedali e nei collegamenti. Dopo la sconfitta spagnola, Tina giunge a Parigi, poi rientra in Messico, dove conduce un’esistenza difficile vivendo di traduzioni e partecipando ad attiva di soccorso dei reduci. Lavora anche nell’Alleanza internazionale Giuseppe Garibaldi. Il 5 gennaio 1942, Tina muore misteriosamente dentro un taxi a Città del Messico.

32

“Sempre, quando le parole “arte” e “artistico” vengono applicate al mio lavoro fotografico, io mi sento in disaccordo... Mi considero una fotografa, niente di più. Se le mie foto si differenziano da ciò che viene fatto di solito in questo campo, è precisamente perché io cerco di produrre non arte, ma oneste fotografie, senza distorsioni o manipolazioni (Tina Modotti, Sulla fotografia)”


L’opinione Graziella Valeria Rota Giovanna Ericani

Il segno felice e il fantastico sentire di Giovanna Ericani sul piano dell’immagine bidimensionale e della tridimensionalità, rappresentano il filo sottile che sostiene la rassegna

presentata nel suo atelier a Trieste in cui l’artista dimostra di aver raggiunto una ulteriore evoluzione, svolta nell’ambito di un linguaggio sottilmente coinvolgente ed evoca-

tivo, come il rumore dell’acqua che infrange la riva o scorre lieve lungo anfratti di roccia; o si adagia, vitale, tra alte vette.

“- In queste “visioni” contemporanee, realizzate con tratto immediato ad acquerello o attraverso bassorilievi in tela gessata e dipinta con acrilici, l’artista ci conduce con grande sicurezza e veemenza creativa in un percorso naturalistico. L’artista si mostra sia nella declinazione degli elementi materici che per l’affascinante capacità d’interpretare l’irruenza delle forze naturali e per il felice intuito luministico essenziale in acquerelli e i bassorilievi dedicati ai paesaggi d’acqua incontrati nei viaggi in paesi anche lontani. Trasfonde e tramuta il suo fine codice narrativo in un’opera d’arte di pura, trasparente bellezza.”- prof. Marianna Accerboni.

Le forme dell’acqua

Info: Studio d’arte viale R. Sanzio, 11- Trieste Tel.: +39 320 159 4785 mail: giovanna.ericani@libero.it

33


ENZO BRISCESE

Torino Olimpica - 2006

La poetica di Briscese affronta i temi legati al paesaggio urbano in cui vive, al suo studio inteso come fertile luogo di lavoro, più raramente a qualche personaggio capace di evocare forti suggestioni. E’ infatti l’emozione con le sue diverse sfaccettature, positive o negative a seconda dei casi, a costituire il fulcro del dipingere. Le sensazioni catturano, interpretano e guidano il racconto visivo, lasciando sulle tele frammenti di ricordi, sovente autentici mosaici nati e fermati all’interno di quel continuo scorrere delle storie in cui l’artista è coinvolto. Egli non intende quindi restituire un’immagine fotografica del soggetto prescelto bensì consegnare una fisicità percepita come struttura dinamica, filmica, vissuta come un insieme espressivo in successione.

34

fabbrica dismessa 04 - 2006

nel mio studio le idee volano - 2006

Il pittore opera dentro questo “contenitore” cittadino e decifra, nel suo particolare linguaggio di astrazione, il volto delle periferie, in special modo delle fabbriche dismesse che appaiono come mute testimonianze di una Torino che “non c’è più”. Sono edifici divenuti angoli abbandonati, mura in rovina, che il pennello rileva e nel contempo è costretto a cancellare lambendo la visione con il bianco, il colore del “nulla” implacabile del tempo. è un lavorio da cui emerge un partecipe rimando ad un mondo che il presente mediatico lascia alle spalle ma ciò che affiora è anche una finestra impietosa da cui lo spettatore può sbirciare affacciandosi ora dall’interno ora dall’esterno. La tessitura cromatica della serie dei paesaggi evidenzia una tavolozza prevalentemente tenue che mostra la caratteristica gamma di grigi, di beige, di pastello, delle periferie e a volte le tinte scivolano verso il verde acqua oppure si rabbuiano all’improvviso. Nei lavori dedicati al tragico evento accaduto presso l’azienda torinese della Thyssenkrupp i colori si accendono di rossi lampi -lingue di fiamma, di sangue-, intensi fino alla brutalità, esternazioni di un sentimento struggente destinati via via a perdere virulenza accompagnando così il percorso dell’incendio che, infine domato, lascia spazio alla cenere, ad un grigio cupo che si riprende la scena. Questi quadri sono illuminazioni dell’immaginazione di cui l’autore si serve per comunicare il proprio pensiero sul sociale e sui suoi cambiamenti in atto; il movimento segnico scandaglia i tracciati del lungo viaggio nella realtà urbana. L’0cchio del pittore si consuma ad interrogare ogni forma, ogni colore, ogni vibrazione di luce che trasmutano nella composizione rigorosa e lo spazio e il tempo si intersecano, si richiamano, costruiscono le linee del narrare. Si tratta di un gesto essenziale che si oppone alla svalutazione della memoria, ingoiata dal processo di globalizzazione, e ciò che viene offerto allo sguardo di chi osserva è una sorta di spaesamento che accomuna fruitore ed artista, attoniti di fronte a questo effetto straniante.


fabbrica dismessa 15 - 2006

fabbrica dismessa 16 - 2006

Le chiavi di lettura stilistica della sua arte aprono verso scenari di ricerca, radicata in un solido retroterra classico ed aperta ad uno sperimentare fattivo e ricco di contaminazioni: in tal senso la sua vissuta astrazione fa parte di un cammino laborioso e sempre coerente tra i meandri di una difficile identità contemporanea.

thyssenkrupp 9 Torino 2008

Fatti e fantasie finiscono con l’intrecciarsi sul supporto adibito come affabulatore visivo, in mezzo ad intensi e cupi paesaggi periferici in cui affiorano estese strisciate di bianco, simbolo del tempo che cancella ciò che è stato. Intorno al 2008 le tele vanno mutando con un conseguente trascolorare delle atmosfere e un lento spostamento tematico, sempre spalancato sul tragitto pulsante di viaggi e città. Si arricchisce il suo universo pittorico realizzando con pathos informale dipinti di solida bidimensionalità. Il bianco perde la sua funzione di simbolo temporale e accende i dipinti come luce con echi allusivi, ma del tutto contemporanei, al grande colorismo veneto. Si avvertono una dematerializzazione controllata, e sviluppa un processo di rimeditazione artistica e, in specifico, della sua poetica. Rimedita la situazione epocale dell’ arte sia quella

fabbrica dismessa 21 - 2006

thyssenkrupp 2 Torino 2008

thyssenkrupp 3 Torino 2008

personale, gremita di dubbi e stimoli che lo inducono ad una nuova fase di rottura nella continuità. Si va dal figurativo alla Bonnard alle esperienze neocubiste e ai rimandi costruttivisti, dal passaggio all’informale all’astrazione cui segue l’ astrattismo, ed ora, nei lavori del 2013, si ravvisa pienamente avviata la reintroduzione della figurazione, anche il tempo, come lo spazio, ha sostituito le superate coordinate tenendo conto di questo primo quarto di millennio policentrico e frammentato Briscese vive il suo tempo senza subirlo pittoricamente sottraendosi alla percezione di un angoscioso appiattimento. Lo spazio pittorico, peraltro, controlla l’affastellarsi di tracce e figure mirando all’essenzialità verso cui il pensiero è proteso nel segno del divenire. Giovanna Arancio

35


EVENTI

TOSCANA

L’Arte e Giacomo Puccini a Torre del Lago Frizzante – tra passato e presente l’attività creativa a Firenze, Lucca, Pietrasanta, Seravezza... di Lodovico Gierut

Agostino Cancogni dipinge ‘Butterfly’

Dire quali siano le migliori, tra le tante iniziative legate alla creatività in Toscana, è ovviamente difficile, comunque non certo a caso, intensa e puntuale è “Scoperte e massacri: Ardengo Soffici e le avanguardie a Firenze”, sino all’8 gennaio 2017 presso la Galleria delle Statue e delle Pitture degli Uffizi, mentre, terminata a Cardoso di Stazzema “Cave Apuane. Da Cardoso ad Arni di Stazzema, dall’Altissimo a Seravezza, a Massa e a Carrara” di cui al sito www.gierut.it che avrà un positivo ‘strascico’ espositivo nella prossima Primavera, in Lucchesia, ci pare opportuno dare giusta evidenza all’evento di vasta portata incluso nelle celebrazioni legate al Maestro Giacomo Puccini a Torre del Lago poste tra fine novembre 2016 e inizio gennaio 2017. “Giacomo Puccini, la Musica e il Lago” include, per lo più, lavori ad olio e ad acrilico su tela, legno e carta, nonché sculture in bronzo e in terracotta di seri artisti amanti dell’opera pucciniana come del Lago già tanto caro a Lorenzo Viani, Galileo Chini, Ludovico Tommasi, Plinio Nomellini, Pietro Annigoni. La scelta, seria e originale, ben si coniuga ai bozzetti/scenografie dei vari Folon, Cascella, Mitoraj, Yasuda e altri. Nomi? L’elenco è ampio: da Anna Cromy si va ad Agosti-

36

no Cancogni, Giuseppe Lippi, Roberto Braida, Gabriele Vicari, Marzio Cialdi, Clara Mallegni, Arturo Lini, Franz T. Sartori, Bruna Nizzola, Annamaria Maremmi, Marcello Scarselli, Gianfranco Bianchi, Paolo Lazzerini, Stefano Paolicchi, Renzo Maggi ..., con un percorso che dal figurativo si incontra con l’astratto e con l’informale.

Lodovico Gierut e Roberto Vecchioni - Lucca 2016


Renzo Maggi rende omaggio a Maria Callas e a Giacomo Puccini (foto L. Gierut)

Se nel centro storico di Pietrasanta imperano, sino al prossimo 5 febbraio, i bronzi di Salvador Dalì con “Tra sogno e realtà”, è da rammentare, a Lucca, la particolarità di “Colui che si cerca nel legno. La scrittura colorata” (tra gli espositori in collettiva Alberto Bongini, Gian Paolo Giovannetti e Tito Mucci), a cura di Stefano Giraldi, con omaggio alle canzoni di Cristiano Angelini, opportuna e significativa la presenza del cantante Roberto Vecchioni. Dato il successo l’esposizione sarà replicata nel 2017 a La Spezia, Genova e Alessandria. Per chiudere, diamo spazio alla retrospettiva che il Comune di Seravezza dedica a Guido Cagetti (“Memoria d’arte. Il simbolo e il messaggio”, Palazzo Mediceo di Seravezza e Palazzo Civico di Querceta, con termine 8 gennaio 2017), pittore scomparso nel 2013, allievo, giovanissimo, come si evince dal catalogo, come dal sito www.guidocagetti.it “di Arturo Dazzi e di Carlo Carrà”.

Guido Cagetti, Autoritratto, olio su tela 2006

Paolo Lazzerini omaggia il compositore Giacomo Puccini

L’artista, del 1935, che in vita ha esposto pochissime volte soprattutto in Toscana, è stato “riscoperto”, tale è il termine più appropriato, grazie al recente ritrovamento di un gran numero di opere da parte dei familiari, molte delle quali dedicate alla figura femminile, ma non mancano altri incisivi oli su tela e disegni legati al terribile ricordo dell’ultimo conflitto mondiale e alle violenze perpetrate nei confronti degli inermi abitanti di Sant’Anna di Stazzema da parte delle soldataglie naziste il 12 agosto 1944. C’è pure, lirica e autonoma pittoricamente, la Versilia delle cave e dei cavatori, delle raccoglitrici di olive e di castagne, in una autentica esplosione cromatica che porterà sicuramente l’artista ad una vasta attenzione. Ottimo il catalogo, curato dal punto di vista grafico da Marco Costa, che include sia nostri, sia scritti di Marilena Cheli Tomei, Riccardo Tarabella, Giacomo Genovesi, Michela Cagetti, Umberto Guidugli.

Clara Mallegni, Passaggio a Damasco, t. m. su carta Magnani cm 70x50, 2016

37


EVENTI

UMBRIA

RUBENS - ALLEGORIA DELLA FEDE La Sibilla Persica - Opera inedita a Cura di Vittorio Sgarbi

Amelia - Museo Civico Archeologico e Pinacoteca Edilberto Rosa 14 ottobre 2016 - 8 gennaio 2017

ri e da 30 anni celata in una collezione lombarda. È un capolavoro della prima maturità di Rubens (Siegen, 1577-Anversa, 1640), appena rientrato da Roma ad Anversa tra il 1611 e il 1614. Di insolente forma plastica, il ritratto di dama assunta rappresenta l’Allegoria della Fede cristiana, come testimonia il libro aperto con il disegno dell’Immacolata Concezione sul quale la nobildonna punta l’indice. Nel monocolo la Vergine è colta nel suo ruolo di dominatrice del male. L’esposizione, che si inserisce nel quadro delle iniziative festivaliere, è patrocinata dal Ministero Beni e Attività Culturali e Turismo Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio dell’Umbria, nonché dalla Regione Umbria e si avvale della collaborazioL’Allegoria della Fede. La Sibilla Persica appare ora, ne della Comunità Incontro. La produzione è affidata imprevedibilmente, riconosciuta da Giovanni Testo- alla Società Sistema Museo. 38 La città di Amelia accoglie una straordinaria opera inedita di Rubens. Fino all’8 gennaio 2017 al Museo Civico Archeologico e Pinacoteca Edilberto Rosa è esposta l’Allegoria della Fede. La Sibilla Persica di Pieter Paul Rubens. La mostra, a cura di Vittorio Sgarbi, è promossa dal Comune di Amelia, nell’ambito delle iniziative di valorizzazione dei beni culturali della città volute dalla nuova Amministrazione Comunale guidata dal Sindaco Laura Pernazza, e da Ameria Festival, l’annuale rassegna di musica, prosa e mostre d’arte, intitolata all’antico nome romano della città e coordinata da Riccardo Romagnoli.


“Nella sua identificazione di Sibilla - spiega il curatore Vittorio Sgarbi - essa porta il mistero dell’incarnazione della Vergine. È un’allegoria della fede nell’allargata e suggestiva interpretazione di Giovanni Testori, ma sostanzialmente è la Sibilla Persica. Il pittore ce la mette davanti come una persona vera, un residuo del caravaggismo: è una donna non sgradevole o anziana, vestita lussuosamente, che rende questo dipinto vicino ai più belli di Raffaello, Veronese e Tiziano. Quindi un’opera ‘italiana’ di una grande artista di Anversa che ha superato la suggestione e l’ipnosi caravaggesca”.

1611-1612 - non è più un pittore dei Paesi Bassi, ma un pittore ‘italiano’, carico dell’esperienza italiana. È rimasto, però, ancora legato a una visione idealistica che vediamo riprodotta appunto nell’Allegoria della Fede, cioè un’astrazione. Dipinge un’abbondanza di cuore che la fede testimonia. Oggi interpretiamo questa allegoria come la Sibilla Persica”.

Rubens è uno dei tanti giovani pittori che accorrono in Italia da tutta Europa per vedere la rivoluzione realistica che a Roma era in atto con Caravaggio, “precursore della fotografia” con le sue opere spogliate degli orientamenti idealizzanti di Michelangelo e Raffaello e calato nella vita reale. Rubens non riuscì mai a incontrare Caravaggio, ma con l’Allegoria della Fede questo atto finalmente si compie. La storia del dipinto suggerisce un percorso caravaggesco con Amelia epicentro ideale di un itinerario artistico tra Roma e Fermo, dove sono presenti importanti opere di Rubens. “Questa non è solo un’opera – sottolinea Vittorio Sgarbi - ma una relazione tra Caravaggio e i caravaggeschi di cui il più grande è certamente Rubens. Quando egli torna ad Anversa - questo dipinto è del

39


EVENTI

MARCHE

VERONICA BENIGNI

In una regione affacciata sul mare come le Marche l’acqua, in tutte le sue espressioni, e il cielo terso che bacia la linea d’orizzonte sono elementi vivi presenti nel dna di questa terra e dei suoi abitanti . Veronica è una giovane fotografa anconetana di grande talento, una professionista della macchina fotografica che si racconta con queste parole: - Cosa dire di me e la fotografia???? Ho iniziato il mio percorso nel Febbraio 2015 dopo che mi era stata regalata una reflex bianca, una semplicissima 100D Canon che ancora mi fa compagnia. Mi ero appoggiata ad un circolo fotografico che per scherzo a Giugno 2015 mi ha mandata a fare qualche scatto ad una Regata locale, sempre con la mia piccola reflex bianca...... un pò titubante mi sono buttata.....sarà la mia forte passio-

40

ne per il mare e l’amore per la fotografia. Da questa prima esperienza il mio percorso è continuato fino a diventare fotografa ufficiale di un Circolo ad Ancona e quest’anno, per la prima volta , fotografa ufficiale della Regata del Conero - . Veronica oltre al grande amore per le regate da qualche tempo a questa parte ha iniziato a sperimentare nuovi soggetti in cui dominano luoghi abbandonati, chiese sconsacrate, case diroccate e tutto quello che richiama l’abbandono e la solitudine interiore in cui posano modelli raffinati ed eleganti che sembrano contrastare con lo spazio architettonico in bilico tra un passato e presente in una continua sperimentazione e crescita professionale Monia Frulla


PIETRO DEL BIANCO

Pietro Del Bianco nasce a Montegiorgio (FM) nel 1948. Dopo aver conseguito il diploma, negli anni ‘60, all’ Istituto Statale D’Arte di Macerata, ha iniziato a frequentare gli studi di scultori, pittori ed artisti, attivi nel panorama dell’Avanguardia Artistica Maceratese. Il “punto focale”della sua preparazione artistica è rappresentato dal saggio di Kandinsky “Punto,Linea,Superficie” studiato nel periodo scolastico e che ancora rappresenta la linea ispiratrice della sua produzione artistica. Da sempre appassionato d’arte , si è specializzato dapprima nella fusione a cera persa, realizzando opere (in basso rilievo e a tuttotondo) d’arte sacra per chiese, ed altre sculture per enti pubblici e privati, molte delle quali si trovano in collezioni private. Negli anni ’80 si avvicina alla Fotografia, dedicandovisi con passione e dedizione crescente trattando nuovi temi fotografici, sempre inerenti in tutti i suoi aspetti alle composizioni di nature morte ove la manualità è fondamentale per una buona riuscita del lavoro. Questo impegno ha prodotto, nel tempo, grande approvazione di pubblico con innumerevoli esposizioni personali e collettive che lo hanno fatto conoscere anche al di fuori dei confini locali, a cui fanno seguito diverse pubblicazioni: libri d’artista autoprodotti a tirarura limitata casa editrice ARTLINE - Senigallia (AN) - In un soffio - Bella Ingabbiata Triste ( L’Aquila ) - Agrà ( Roberto Natale Patrizi - pittore) - Pensiero Morandiano Attualmente una sua collezione personale è conservata presso il Museo comunale d‘ Arte Moderna, dell’Informazione e della fotografia di Senigallia. Menzionato Nel libro «FOTOGRAFI NELLE MARCHE DAL DOPOGUERRA AD OGGI»

Territorio e paesaggio, Pag. 140 – 153 - 154 Fotografia sperimentale creativa, Pag. 189-207-208 Scritto ed emesso dal dott. Vincenzo Marzocchini Filosofo, storico della fotografia e critico d’arte E nel libro” ARTE IN COSTRUZIONE” Off Site Art è un progetto di ArtBridge per L’Aquila a cura di Veronica Santi, ArtBridge è una organizzazione no-profit di arte pubblica con sede a New York che utilizza le impalcature, le recinzioni e i ponteggi presenti nel tessuto urbano come tele bianche su cui esporre gigantografie di opere di artisti emergenti. La prima call si è chiusa con l’ammissione al progetto delle mie fotografie dal titolo IN UN SOFFIO Esistono diverse biografie e recensioni scritte da da vari studiosi della fotografia come Veronica Santi , curatrice del progetto Off Site Art/ArtBridge per L’Aquila Vinvenzo Marzocchini, Filosofo e storico della fotografia. Da qualche anno fa parte del Gruppo fotografico F/7 di Senigallia (AN) e attualmente ne riveste la carica di Presidente. L’esperienza e l’amore che hanno guidato Pietro in quest’anni dedicati alla fotografia ne fanno una figura di spicco nel panorama artistico Marchigiano soprattutto per le sue caratteristiche tecniche espressive , per l’uso di una luce radente dalla resa plastica di forte impatto emotivo, per una spiccata capacità di lavorare sulla resa cromatica che mantiene viva la memoria della sua formazione pittorica e scultorea. In un momento in cui molti fotografi si specializzano nella capacità di resa dinamica della pellicola, Pietro, ancorato alla sua formazione, preferisce immortalare l’essenza dell’immagine evidenziandone una forte impronta statica. Monia Frulla

41


EVENTI

MOLISE Un omaggio a WALTER GENUA A cura di: Tommaso Evangelista

Si è spento lo scorso ottobre Walter Genua, classe 1931, uno dei maestri storici dell’arte molisana, fondatore nel 1970 con Mastropaolo, Massa e Pettinicchi del celebre Gruppo 70, primo gruppo artistico con carattere programmatico in regione. Una persona discreta, ironica e puntuale, grande osservatore e narratore prima di storie e successivamente di sogni, dalla produzione complessa in parte ancora da riscoprire. La sua ultima mostra, da me curata nel 2013 a Campobasso, si intitolava “Oltre la realtà” e lo ricordo con un estratto dal testo critico: «Nella sua arte c’è la Memoria delle forme ma soprattutto della Storia, che si traduce in palinsesti densi come manuali d’arte, dove l’antico, nella sua condizione di nume originario e archetipico, domina con la ieraticità degli sguardi e delle strutture le distanze tra le opere, creando l’asettico sistema di oggetti che ci conducono allo spaesamento. L’ignoto celato nell’accumulo e il mito che si veste delle fogge del contemporaneo per continuare a raccontare storie, come quelle di un’arte molisana che Genua ha sempre studiato per viverla appieno nel momento creativo».

42


DRAW THE LINE 2016

Draw the line, uno dei più importanti festival della street art in Italia, è giunto all’edizione del 2016 dal titolo “Sopa rest in power”. La rassegna dal 2011, grazie agli Associati Malatesta, sta cercando di dare bellezza e vivibilità ad alcune zone di Campobasso, soprattutto quelle più periferiche, riqualificandole. La città capoluogo da agosto fino a fine ottobre è tornata ad animarsi grazie ai writing e agli

street art. Anche quest’anno sono giunti i nomi più importanti del panorama street: Dado, Peeta, Macs, Dome, Mr Wany, Pixel Juice e Zed1,2neko, Keno, Luvi e molti altri. Nell’immagine l’opera di Peeta in via Liguria è stata definita tra le realizzazioni più significative sulla scena europea del 2016. Tommaso Evangelista

43


EVENTI

LAZIO L’arte tra promozione culturale e mercato a cura di Antonietta Campilong

Fonderia delle Arti – Via Assisi, 31 - 00181 Roma Inaugurazione: sabato 22 ottobre 2016 dalle h.18.00 alle h.21.30 Fino al 22 novembre 2016 Ingresso: lunedì-venerdì ore 10.00-19.00, sabato ore 10.00-16.00

Si è inaugurato sabato 22 ottobre 2016 un nuovo appuntamento, il sedicesimo, di OpenARTmarket, a cura di Antonietta Campilongo, fino al 22 novembre presso la Fonderia delle Arti – Via Assisi, 31 a Roma. Openartmarket. Un’esposizione-mercato in cui l’opera e l’artista, rispettivamente prodotto e produttore d’arte, escono dalla logica dell’eccezionalità e del collezionismo d’élite, per diventare un mezzo di comunicazione sociale ed estetico a costi accessibile a tutti. Si proporranno, infatti, opere d’arte (pittura, scultura, installazione, fotografia, arte digitale, de-

sign) in una fascia di prezzo che va da 49 a 999 euro. Dare all’arte la capacità di aprire nuovi spazi di dialogo e far sì che l’arte contemporanea sia sempre meno un discorso per pochi, con meno timore reverenziale e più voglia di partecipazione: è questa è la mission di OpenARTmarket. Di fronte alla prospettiva di cambiamenti in cui si intrecciano nuove forme di committenza e un collezionismo in grado di esercitare la sua influenza sul sistema dell’arte a livello globale, diventa ancora più importante e più stimolante per gli artisti riuscire a raggiungere nuovi spettatori.

Performance: Dressed by you di Barbara Lalle e Roberto Di Matteo, con Barbara Lalle, Rocco Agostini, Valentina Galera, Elena Masullo, Antonio Romano. In esposizione opere dei Maestri del 900: Carla Accardi, Mario Schifano, Mimmo Rotella, Ugo Attardi, Renato Guttuso, Umberto Mastroianni, Mino Maccari, Piero Dorazio, Sante Monachesi, Bruno Donzelli, Ennio Calabria. Artisti in mostra: Rosella Barretta, Gian Paolo Berto, Antonietta Campilongo, Antonella Catini, Silvano Debernardi, Claudio Lia, Valentina Lo Faro, Sebastiano Longo, Antonio Maragnani, Valentina Maragnani, Roberta Moretti, Paolo Paleotti, Barbara Puglisi, Eugenio Rattà, Gerardo Rosato, Sergio Sechi, Willow, Mona Zahedi.

44

Info: www.openartmarket.it www.fonderiadellearti.com www.nwart.it anto.camp@fastwebnet.it Tel. 339 4394399 –06 7842112


ALBERTO BURRI:

lo Spazio di Materia - tra Europa e U.S.A.

La mostra, appena aperta e visitabile fino al 6 gennaio 2017 presso gli Ex Seccatoi del Tabacco

In mostra ci saranno opere di Fautrier, Dubuffet, Pollock, Motherwell, Hartung, De Kooning, Wols, Calder, Marca-Relli, Scarpitta, Matta, Nicholson, Tàpies, Colla, Rauschenberg, Twombly, Johns, Fontana, Manzoni, Castellani, Uncini, Lo Savio, Klein, Rotella, Christo, Tinguely, Arman, César, Morris, Sonnier, Beuys, Kounellis, Calzolari, Pistoletto, Pascali, Nevelson, Piene, LeWitt, Scialoja, Mannucci, Leoncillo, Andre, Afro, Chamberlain, Capogrossi, Kiefer, Miró, Soulages

Come dichiarato da Richard Armstrong, Direttore del Guggenheim Museum in occasione dell’apertura della retrospettiva ‘Alberto Burri: The Trauma of Painting’, “la mostra afferma la posizione di Burri come uno dei più innovativi artisti del periodo del secondo dopoguerra mondiale. Burri (…) ha creato un nuovo tipo di oggetto, simultaneamente pittorico e scultoreo, che ha influenzato successivamente artisti associati col New Dada, il Nove-

au Réalisme e il Postminimalism…” e, si può aggiungere, con l’Arte Povera italiana. A queste considerazioni se ne aggiungono altre, non meno determinanti per l’invenzione linguistica scaturita dalla sua opera. Burri è infatti l’artista che nell’impiego diretto e pressoché esclusivo della materia ne ha ottenuto una spazialità inedita all’insegna di un “controllo dell’imprevisto” e di un magistrale equilibrio che ne ha qualificato le forme.

45


ARTISTI

BASILICATA GIOVANNI SPINAZZOLA

46

Giovanni Spinazzola nasce a Ferrandina (Matera) nel 1972. Si diploma prima al liceo artistico di Matera, poi consegue il diploma all’Accademia di Belle Arti di Brera (Milano). Tra gli anni 1991-1997 collabora con la stamperia d’autore La Spirale (dove apprende le tecniche litografiche, xilografiche, serigrafiche e calcografiche) e con la Leo Burnett Company. Successivamente lavora come Designer di mobili imbottiti con le aziende Nicoletti s.p.a. ed Ego Italiano. Fra le mostre più significative: XV Congresso Europeo per la cardiologia “Zambon Group”, Inghilterra; Concorso per conto della società Calvin Klein, Milano; Trenta ore per la vita a favore dell’AISM, Milano; Gruppo d’Arte, Cinisello Balsamo; Salon 1°, Brera, Milano; Gruppo d’Arte, Cinisello Balsamo; Partecipazione alla Giornata Mondiale per la pace Swatch-Peace Unlimited, Milano; Giovani Proposte, Galleria La Roggia, Palazzolo sull’Oglio, Brescia; I colori del vento, Milano; Couleurs Printaniéres, Cristal D’Argentiére, Francia; Insieme per donare 2001, Aula Magna dell’ospedale


Luigi Sacco, Milano; Il Convito della Bellezza, salone Pontificio Seminario Regionale Minore, Potenza; I Custodi della Memoria Collettiva, Museo Provinciale, Potenza; Campionesi del III Millennio, Galleria Civica, Campione d’Italia; Cib’arte e Universo Cartesiano, Galleria d’Arte della Certosa, Milano; I custodi della Memoria Collettiva, Museo Provinciale, Potenza; Segni di fede nel battistero sul lago, Museo dello Stucco e della Scagliola Intelvese, Comunità Montana Lario Intelvese e Comune di Lenno (Co); Un Tempo e uno Spazio per l’omaggio alla bellezza, Salone Pontificio Seminario Regionale Minore di Potenza; Nuovi percorsi, Galleria “L’Ariete”, Potenza; PagliaronArte, Senise (Pz); Arte in Tasca, Centro culturale “Annotazioni d’arte”, Milano; Arte Estate Spinoso, Spinoso (Pz); Progetto scenografico del Recital Chi è come te tra i Muti?, Teatro “Due Torri”, Potenza; Rosari Virginis Mariae, Salone Seminario Minore, Potenza; Ciò che è infinitamente piccolo, artisti del 1900 e contemporanei, Galleria Civica, Palazzo Loffredo, Potenza; Personale Passante, Galleria Idearte, Potenza, Libro in arte – L’autunno profuma di libro, Castello di Lagopesole (Pz); Padiglione Italia alla 54. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia per il 150° dell’Unità d’Italia a cura di Vittorio Sgarbi,

Galleria Civica Palazzo Loffredo, Potenza; I care (io me ne curo), Galleria civica, potenza; Personale cityscapes, Galleria idearte, Potenza.

47


EVENTI

CAMPANIA

Non poteva essere null’altro che questo il Movimento artistico del momento: l’Esasperatismo. E non poteva nascere in un nessun altro luogo se non a Napoli, la città del paradosso e dell’ironia per antonomasia. In un mondo di contrasti, dieccessi, di ossimori continui, ecco che si fa strada la definizione del non definito, una denuncia ma al contempo un tentativo di risollevare e risollevarsi grazie all’arte in un mondo che di “bello” sembra avere troppo poco. “La bellezza salverà il mondo” diceva Dostoevskij ma il come è molto relativo, specie nei tempi odierni che della relatività hanno fatto una costante. Dunque, quando se non ora, in questo momento storico di crisi economica ma anche di valori, poteva nascere l’Esasperatismo? Il movimento artistico che denuncia l’esasperazione del vivere contemporaneo dona uno sguardo d’insieme alla vita, ai danni che l’uomo ha arrecato alla natura, al mondo, a se stesso, in un groviglio di azioni e conseguenze dalle quali non riesce più a trarsi fuori, continuando nel processo di frantumazione di se stesso. Eppure, nonostante la negatività dilagante, l’Esasperatismo si propone di trovare un rimedio o quantomeno di impegnarsi per cercare di trovarlo. Forse è proprio per questo che sono tanti gli artisti che hanno scelto di aderirvi per denunciare le negatività e, al contempo, donare un messaggio di speranza alle nuove generazioni. Dal 2000, infatti, tante sono le mostrerealizzate grazie alla partecipazione di artisti aderenti al Movimento. Tra queste ricordiamo quella itinerante che è stata inaugurata lo scorso marzo nelle sale espositive del Quartiere Militare Borbonico in via Quartiere Nuovo, a Casagiove, Caserta, che ha fatto poi tappa ad ottobre nella Sala Consiliare di Sorrento, Napoli. Viviamo un brutta guerra si legge nel volume di Adolfo Giuliani intitolato Esasperatismo pericoli globali.La Crisi riguarda il Mondo intero e in modo particolare i giovani che, non trovando lavoro, sono privati della possibilità di rendersi autonomi in famiglia. A ciò si aggiunge la mancanza di una certezza affettiva dovuta a un’epoca molto distratta che riguarda il mondo intero. Forse è proprio questo il termine che rispecchia appieno la realtà del 2016: distrazione. Ormai siamo distratti dai messaggini di Whatsapp, dalle notifiche di Facebook, dalle bufale del web, dai polveroni volutamente alzati dai media per nascondere altre verità, ma la cosa più avvilente è che siamo distratti per-

48

ché siamo noi stessi a volerci distrarre, a lasciarci sedurre dal mito del non-pensiero in una società che inneggia alla spensieratezza piuttosto che alla meditazione. Del resto, nel manifesto del Movimento redatto nel 2000 dal suo fondatore Napoletano, Adolfo Giuliani, classe ’34, si parla del ritmo frenetico quotidiano in cui ci ritroviamo, oltre che della natura violentata, della scienza incontrollata e dell’arte non più fruibile poiché del tutto confusa. Non a caso, il simbolo dell’Esasperatismo è il bidone giacché contenitore di brutture tanto fisiche quanto morali. Il paradosso, in questo caso, incontra la speranza, un po’, forse, per la storia del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. In un’epoca incontenibile, un contenitore viene a rappresentare quanto è stato detto, fatto, usurpato, quanto di assurdo esiste ma che è pur sempre parte di un insieme, costituendo un contenuto che, sebbene brutto, resta, a monito delle esperienze passatee di quelle presenti, ma anche quale speranza per il futuro. Francesca Martire


MIMMO JODICE AL MUSEO MADRE DI NAPOLI di Letizia Caiazzo

Erano più di cento le opere dell’illustre fotografo Mimmo Jodice in mostra fino allo scorso 24 ottobre, al Museo Madre / Museo d’arte contemporanea Donnaregina, in spazi appositamente allestiti per l’ultimo progetto retrospettivo “ATTESA”. Napoli ha omaggiato così Jodice, con un’esposizione comprendente i suoi famosi scatti: dalle sperimentazioni sul linguaggio fotografico degli anni ‘60 e ‘70 alla nuova serie “Attesa” da cui la mostra prende il nome. E’ così che i visitatori hanno avuto modo di ammirare i più importanti cicli fotografici di Jodice dedicati alla Natura, al mondo passato, all’urbanistica, all’Arte. L’artista, nato a Napoli, è uno dei più importanti e conosciuti

fotografi, anche in campo internazionale, ed è un rinomato interprete d’avanguardia del dibattito culturale che ha promosso la fotografia ad Arte. Attraverso i suoi scatti, egli riesce ad esprimere al meglio anche il suo impegno civile, ritraendo i diversi aspetti antropologici della sua città e del Meridione, oltre a raccontarci, attraverso le sue inquadrature, a volte essenziali e semplici, un “oltre”, che non ritrae solo la nuda realtà, ma un’atmosfera che trascina in una vera autoanalisi e che porta a comprendere una realtà diversa, spesso surreale, del quotidiano. Spettacolari e famose anche le foto dove Jodice ha ripreso solo particolari o frammenti di antiche vestigia di

città quali Pompei, Ercolano, Efeso, Petra. In tal modo ha restituito a questi elementi vita e forza. Questa mostra che ha riscosso un grande successo tra esperti e curiosi è stata, per chi ha avuto la possibilità di visitarla, un’ esperienza indimenticabile grazie alla semplicità comunicativa degli scatti di Jodice. Questi ultimi, infatti, hanno regalato ai visitatori attimi di intensa emotività, arricchendone l’animo e, al contempo, invitando anche a riflettere sul vero senso della vita. articolo di Letizia Caiazzo,foto dal web

49


Alcune immagini delle opere esposte di Mimmo Jodice

50


DISCEPOLO GIRARDI

https://www.facebook.com/salvatore.destefano3?fref=ts

Foggia, Benevento, Ischia, Nizza, Lione, Parigi ecc. Tuttora la sua presenza è permanente in diverse gallerie pubbliche e private, particolarmente la galleria ARIELE Torino. Si sono interessati alla sua pittura critici ed esponenti del mondo culturale tra cui: G. Grassi, A. Calabrese,Sgarbi , R. Zani, E.Treccani , G.A. Leone. , M .Vitiello, F.De Santis etc. riviste specializzate del settore : Il Tempo, Cronaca Politica, Il Mattino, Il Giornale di Napoli , Eco dell’arte moderna, Ciociaria oggi Ha illustrato con sue litografie e xilografie le pagine di racconti e poesie di scrittori e di alcune canzoni napoletane, inoltre ha realizzato murales per enti pubblici e privati in Campania ed Abruzzo.

salvatore.destefano@alice.it cell. 349.28 96 503

Discepolo Girardi: parlo di me Chi sono: Discepolo Girardi è nato ad Avellino nel 1963, La sua formazione artistica ha i suoi albori presso la scuola d’arte del padre Vinicio, rinomato pittore della scuola napoletana del novecento. Si è laureato in architettura a Napoli e qui ha cominciato e continua la sua ricerca nel campo delle arti figurative senza disdegnare a periodi la scultura e le arti applicate. Ha partecipato a centinaia di concorsi di pittura in Italia ed all’estero riscuotendo successi , elogi dalla critica nazionale ed oltre 50 primi premi. Sue personali si sono tenute in enti pubblici e privati di diverse città italiane ed europee: Napoli, Torino,Salerno, Roma,

51


EVENTI

CALABRIA

SAN MARTINO DI GIOVE IN CANALE

A pochi chilometri da Pietrafitta, in Calabria, in una località chiamata Canale, sorge una chiesetta dedicata a San Martino di Giove. Fondata ai tempi dei Longobardi, fu sepolcro di Ubertino D’Otranto, morto nel 778. Vi dimorò San Ilarione con i suoi 28 compagni, che nel 986 si trasferirono nel Sannio diventando i Santi protettori dei luoghi da lui fondati. Qui visse e morì l’abate Gioacchino da Fiore. Dopo il 1226 i suoi resti furono trasferiti nella Abbazia Florense di San Giovanni in Fiore dove ancora risiedono. Dopo la morte di Gioacchino il complesso fu trasformato in grangia finchè non fu incamerato al Demanio Reale che la mise in vendita. Passò poi ai De Martino di Cosenza e ai Marini Serra di Dipignano. Queste famiglie costruirono, nell’Ottocento, la loro casa padronale nel complesso altomedievale modificandone la struttura. Gran parte della chiesa divenne deposito e magazzino e la cappella e le abitazioni dei monaci furono utilizzati come stalla. L’edificio sacro fu ridotto a uso profano e per 208 anni

52

celato dalle alterazioni costruttive. La casa padronale negli anni però fu distrutta dai continui terremoti e in seguito fu data in uso ad alcuni fattori. Nel 1980 l’edificio fu ceduto ad Armando Costanzo di Pietrafitta, ex fattore, per aver svolto negli anni un’ottima attività. Nel 2013 il fabbricato fu comprato dal comune di Pietrafitta. È iniziato allora il recupero della Domus Religionis di Canale liberandola dalle pesanti murature aggiunte negli anni. Un minuzioso restauro ha restituito la chiesetta ai suoi antichi splendori. Questo antico cenobio è testimone di un passato leggendario. La Domus di Jure Vetere e la Domus di Canale secondo gli studi di Pasquale Lo Petrone consentono di capire il progetto di Gioacchino da Fiore, che aveva collocato tutte le sue fondazioni sulla strada trasversale della Calabria che va da Fiumefreddo Bruzio alla foce del Neto e passa per la valle dell’Arno. Alessandra Primicerio


Nativo di Catanzaro, Giuseppe Negro è professore di decorazione all’Accademia di Belle Arti di Bari. Rivalorizzazione, rilettura e rivisitazione del passato sono le peculiarità della sua ricerca. Ogni intervento serve per perfezionare il reale e farlo rifiorire, non farlo cadere nella dimenticanza. La mostra “Giuseppe Negro .La camera anecoica”, inaugurata il 23 settembre si potrà visitare fino al 7 novembre 2016 al MARCA di Catanzaro. L’evento è stato curato criticamente da Simona Caramia. Che cosa è la camera anecoica? La parola deriva dal greco e vuol dire camera “priva di eco”. Per le caratteristiche che la compongono al suo interno è impossibile udire qualsiasi rumore: una camera introspettiva, dove è possibile ascoltare il suono del silenzio. Una camera che in realtà può spingere anche alla pazzia. In genere in tali ambienti la resistenza massima è di 45 minuti perché eccessivo silenzio può provocare disorientamento e allucinazioni e un’

instabilità fisica e psicologica. Al MARCA cinque ambienti collegati tra loro sono dedicati all’artista calabrese, dove è possibile compiere un percorso in senso circolare e dove ogni oggetto resta sospeso. Ciò che l’artista vuole far affiorare sono i pensieri, la coscienza: per lui è rappresentazione di un luogo sacro. Figure geometriche, tessere di legno bruciato raccolgono i flashback della vita dell’artista . Nel percorso in esposizione incontriamo un letto, un reliquiario, un lampadario che servono all’artista per raccontarsi: oggetti familiari inseriti in un assordante silenzio, spezzato solo dal respiro dell’ utente. Negro ha proposto anche una interpretazione personale dell’interno del Duomo di Catanzaro. Titolo e mostra risultano enigmatici e affascinanti e hanno lo scopo di far riflettere lo spettatore – fruitore che scoprirà il piacere del silenzio. Alessandra Primicerio

53


EVENTI

SICILIA MOSTRA PERSONALE DELL’ARTISTA DONK PRIMA VOLTA IN ITALIA

Si svolge alla 7coco Gallery di Vittoria (Ragusa) la prima mostra italiana di Donk London. L’artista porta in scena alcuni dei suoi ultimi lavori che combinano fotografia, stampa serigrafica e graffiti, visibile sino al 28 dicembre. Donk London ha sviluppato la sua carriera artistica a Londra come street artist, utilizzando una particolare forma della tecnica del “paste up” (poster di strada), che accompagna l’occhio del fruitore nei suoi spostamenti quotidiani ridando senso o cambiando l’utilizzo di luoghi altrimenti derelitti o abbandonati o semplicemente dimenticati dallo sguardo e dalla routine quotidiana. 7coco Gallery, via Ruggero Settimo 149 - Vittoria (Rg) dal 22/09/2016 al 28/12/2016 Visibile tutti i giorni su appuntamento - Ingresso libero INFO: 329.4027986, 7941.522623

54


UN’ALTRA OPERA DI RENATO GUTTUSO IN MOSTRA NELLA PINACOTECA DI VILLA ZITO Villa Zito, Via della Libertà 52 - Palermo dal 19/09/2016 al 20/12/2016

L’opera “Grande pianta. Croton”, un olio su tela del 1972, fino a oggi non esposto al pubblico, è in mostra nella pinacoteca di Villa Zito e sarà visibile ai visitatori fino al 20 dicembre, in sostituzione della natura morta “Damigiana e bottacino” del 1959”. L’opera “Croton” (140 x 100 cm) ritrae, a grandezza naturale, l’omonima pianta originaria della Malesia, molto apprezzata come pianta di appartamento, grazie alle sue foglie asimmetriche con sfumature variopinte, che variano dal rosso al giallo, dal verde al marrone, con tutte le tonalità intermedie. In origine, l’opera era della Cassa Centrale di Risparmio “Vittorio Emanuele” per le Province Siciliane, poi è passata alla Fondazione Banco di Sicilia, oggi Fondazione Sicilia. Infine, è stata conferita, insieme a tutto il patrimonio storico-artistico della Fondazione, a “Sicily art and cultu-

re”, società strumentale della stessa Fondazione Sicilia. Oltre al dipinto, a Villa Zito sono esposte altre opere di Guttuso: il “Ritratto di Franz Kafka”, l’opera “I Calciatori” e la suggestiva “Eruzione dell’Etna”, ed anche più di trecento dipinti, che fanno parte di una collezione composta da oltre mille opere. La Pinacoteca soltanto per i venerdì di settembre è aperta dalle 18.00 alle 22.00, e da ottobre gli orari del venerdì torneranno a essere dalle 10.00 alle 14.00. Visibile martedì, giovedì, sabato e domenica dalle 16.00 alle 20.00, mercoledì dalle 10.00 alle 14.00, i venerdì da ottobre in poi dalle ore 10 alle 14 COSTO: 5 euro (intero), 3 euro (ridotto) INFO: 091.7782180

55


NICOLA TESTONI

Nelle opere di Nicola Testoni affiorano, come un relitto al ritiro delle maree, i valori della sopravvivenza (e) del figurativo, che il naufragio di questa poetica, nel secolo scorso, ha segnato in modo indelebile. La sua poetica degli oggetti (in particolare quella della natura morta e dei ritratti) è tutta intrisa di una tensione ontologica, in cui gli oggetti stessi, come in un itinerario memoriale, compongono un vero e proprio bestiario magico. Non sono più di una trentina le cose che strutturanole tavole di questo libro illustrato, un volume che ci racconta, come in un soggettario, le derive simboliche, i correlativi oggettiviche questi stessi oggetti hanno assunto, nella vita quotidiana dell’artista. Una severa e ponderata aderenza alla realtà e alla luce, che bagna le cose come in un quadro di Piero della Francesca, cribrato però dalle atmosfere più dense di Casorati, segna le immagini con una tecnica quasi scultorea, ottenuta attraverso l’uso sapiente delle spatole, sulla superficie del supporto. Lo studio cromatico vi s’innesta, come in un riflesso fotografico, poiché con la luce e con il colore esso è ristabilito, nello spazio della pittura, come in un sogno. L’umile lavoro di studio delle forme sospende le persone e gli oggetti in un’atmosfera onirica, tagliente e piatta come le spatole, con un’insistenza formulare che ricompone un ordine umile e rarefatto. La dottrina della pittura in senso tecnico e artistico trova nei suoi dipinti picchi di una concentrazione metafisicagraffiante; da una parte il rigore formale delle composizioni, dall’altra la semplicità pura delle invenzioni, concorrono entrambe a generare immagini profondamente umane, svuotate di ovvietà e riempite di

56

una sacralità quasi irreligiosa. Lo sguardo di Testoni è concentrato e rispettoso, ma con la sua capacità analitica illumina per noi le cose da un punto di vista sospeso e quasi cosciente della sopravvivenza degli oggetti rappresentati. La cuccuma blu, lo scrigno di legno, le trecce d’aglio, la tazza, la pennellessa, il sottomarino, le mele (dall’evidente


portato simbolico) i cetacei, i dinosauri, i pachidermi, i cavalli a dondolo e i giochi fluttuano nello spazio, come gli animali delle stampelle dei capitelli diun chiostro gotico e riportano nel loro tornare a galla,da un tempo e uno spazio remoti, una presenza mitologica e divinante, che risveglia il mistero della vita degli oggetti e li rianima in un universo appartato, in uno spazio sacrale e conchiuso. Il momento più profondamente allegorico della sua opera è consegnato ai ritratti, con o senza maschere di scimmia, in essi Nicola Testoni si abbandona a un’espressione figurale dei suoi valori morali, che gli oggetti, di per sé stessi tabù, sono meno permeabili a rappresentare. Oltre alla pudicizia quasi compulsiva con la quale i personaggi sono riportati sulla tela, si nota la presenza iconografica di attributi: megafoni, telefoni, pennelli, che sono tutti strumenti di comunicazione e che sembrano indicare un senso di indisseppellibilità della parola e dell’immagine, contro la quale il pittore combatte in senso anche materiale nella mestica dei colori (spesso dai toni terrosi) e nella loro stesura. Le maschere di scimmia servono, come le maschere di uno stregone, a disseppellire l’anima ancestrale delle persone e a smascherare (in senso paradossale e antifrastico) la nostra natura anticonvenzionale, disordinata (nell’ordine estremo della tela), a svelare l’energia vitale che genera i solidi dei corpi e li proietta nello spazio. Un pensiero magico e analogicocodifica in questi dipinti un messaggio facilmente leggibile, immanente, e pieno della nostalgia. Prendere atto della finitezza delle nostre vite non serve a superare il limite estremo delle stesse, se non che, affermarlo con chiarezza, è l’atto magico della sopravvivenza, la stessa che riporta in vita gli oggetti del passato, i dinosauri estinti e che riesce addirittura, poeticamente, a far fluttuare i simulacri delle balene della Schleich nell’aria irreale di una stanza. Mauro Di Vito

57


EVENTI

SARDEGNA DREAMER

Personale di Marcello Nocera a cura di Paola Corrias

Inaugurazione 21 ottobre 2016 ore 19.00 Limes Gallery | via San Giovanni 178, Cagliari

Venerdì 21 ottobre 2016, alle 19.00, Limes Gallery inaugura DREAMER, personale di Marcello Nocera. Seguono presentazione del libro e performance di Anonimo Sardo.

del cielo. La linea di demarcazione tende a 0. Infinitesimale com’è deve necessariamente dilatarsi per fornire le giuste risposte e per ridurre il senso di oppressione.

Il progetto fotografico DREAMER è frutto di un anno di ricerca e sperimentazione sul campo, un viaggio interiore sinusoidale tra giorno e notte. Il sogno, nel percorso di Marcello Nocera, quasi mai succede alla fase REM. La anticipa e inizia quando, sveglio, macina asfalto, o cammina tra le fatiscenti case di un paese abbandonato, oppure nel bosco. Sotto la gomma crepita il fogliame, cigola il bitume.

Nella continua ricerca una sagoma indefinita e mutevole guarda tra gli alberi alti, oltre le nuvole dense. Riprende a pulsare il rito ancestrale, il contatto tra uomo e cielo. Marcello legge le stelle e, tra le stelle, definisce l’invisibile. Traduttore di spesse utopie notturne, rende visibile quell’invisibile sempre presente ancora sconosciuto, o di cui si sono perse le tracce.

Il passo cadenzato rallenta e gli occhi si abituano al buio. E’ nistagmo mentre la solitudine stride schiacciata tra i campi magnetici, stesa tra il bitume dell’asfalto e il nero

La carnagione schiarisce bruciata da un flash distratto, compare costante nel distillato di immagini lo-fi, di tecnica distrutta e ricostruita nella sperimentazione sul campo.

58


Quando il campo visivo si annebbia è il trionfo del sogno. Un’esplosione. E’ libertà che trascende ogni dinamica di pensiero. Dura poco quel momento. Si ritrae. Si sgretola sino allo stato di polvere. Scompare del tutto e si torna nel campo di esistenza della realtà, nell’intervallo da zero a più infinito. Svanito il sogno resta l’esperienza, la cicatrice tracciata tra una sigaretta e l’altra, un progetto fotografico che esprime un’alchimia di immagini e di mistero.

Contatti: Marcello Nocera: marcello.nocera@live.it | +39366233287 Paola Corrias: paola1corrias@gmail.com | +393472704673 www.limesimages.com Ingresso 2 euro

Live performance di Anonimo Sardo. Strumenti tradizionali si piegano all’interpretazione mistica di Anonimo Sardo che prende le mosse dal progetto DREAMER e lo reinterpreta secondo cinque periodi principali: le tenebre, il cammino, la scoperta, lo smarrimento, la traccia. Da esso si dispiega. Apre la porta di un altro mondo contiguo da percorrere. In uno stato di trance creativa, alimentata dall’improvvisazione, Anonimo Sardo estrapola e manipola suoni della musica sarda di ieri e di oggi. Li restituisce in un’ambientazione sospesa tra sogno e realtà. E’ l’interprete dei sogni.

59


64


Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
Rivista20 novembre dicembre 2016 by enzo briscese - Issuu