Periodico del Master in giornalismo “Giorgio Bocca” - Università di Torino
AMBIENTE
Lupi e allevatori: prove di vicinato
Giovanni D’Auria| P4
TOPONOMASTICA
Le vie di Torino
snobbano le donne
Marco Papetti| P5
ECONOMIA
Bisogno o speculazione la nuova febbre dell’oro
Anna Mulassano| PP 6-7
Aria ancora pesante
di Alexandra Onofreiasa e Marco Papetti
Pagine 2 e 3
PIEMONTE INQUINAMENTO IN CALO, MA NON ABBASTANZA
Aria più pulita, ma non basta
Cala il biossido d’azoto, gli altri indicatori rimangono comunque critici
di Alexandra Onofreiasa
Nel 2025 la qualità dell’aria in Piemonte mostra segnali complessivamente incoraggianti, ma il quadro resta fragile. Per la prima volta il valore limite annuale di biossido di azoto (NO₂), fissato dalla normativa a 40 microgrammi per metro cubo, risulta rispettato in tutte le stazioni della regione. Il dato più elevato è stato registrato a Torino Rebaudengo, con una media annua di 39 microgrammi: un risultato positivo, ma «davvero al limite», come sottolinea Arpa. Situazione più complessa sul fronte del Pm10. Le concentrazioni medie annue restano sotto il limite europeo, ma persistono superamenti del valore giornaliero. Nel 2025 quattro stazioni dell’agglomerato torinese - Settimo Torinese, Torino Rebaudengo, Torino Lingotto e Vinovo - hanno superato il numero massimo di 35 giorni consentiti, seppur con un trend in miglioramento rispetto agli anni passati. È quanto emerge dalle prime valutazioni diffuse da Arpa Piemonte, basate su dati ancora preliminari. Indicatori che segnano un miglioramento, ma che non consentono di abbassare la guardia, soprattutto nelle aree urbane più trafficate e nei periodi estivi. Per il presidente di Arpa Piemonte, Secondo Barbero, i dati vanno letti anche alla luce di un andamento meteorologico favorevole: «Il raggiungimento dei limiti spesso è dettato più da fattori esterni, come il meteo, che da misure strutturali - spiega -. Alcuni interventi, come il semaforo antismog, rischiano di apparire come misure tampone, utili nell’immediato ma con effetti limitati nel tempo».
IL PROBLEMA TRAFFICO
Uno dei nodi centrali resta il traffico urbano, che incide direttamente sugli ossidi di azoto. «Torino è stata la città che più a lungo ha sofferto per gli sforamenti di NO₂ - ricorda Barbero -. Nel 2025 siamo rientrati nei limiti per un soffio, ma bisogna già guardare ai nuovi parametri europei che entreranno in vigore dopo il 2030 e che saranno più restrittivi». La riduzione del traffico, aggiunge, ha effetti positivi anche sulle polveri sottili e sull’ozono, che si forma attraverso reazioni fotochimiche tra ossidi di azoto e composti organici volatili, favorite dalla luce solare. Sul tema dell’ozono, tipico dei mesi estivi, Arpa richiama l’attenzione: «È un problema legato alle emissioni, ma anche all’aumento delle temperature dovuto al cambiamento climatico e riguarda tutto il territorio, fino alle aree montane». Per questo vengono predisposti bollettini specifici per avvisare la popolazione durante gli episodi più acuti.
CENTRALINA
REBAUDENGO
Stazione di rilevamento della qualità dell’aria in piazza Rebaudengo
I REGOLAMENTI
In materia di qualità dell’aria operano norme e linee guida a livello mondiale, europeo e nazionale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) fornisce raccomandazioni scientifiche sulle concentrazioni di inquinanti come Pm2,5, Pm10, biossido di azoto e ozono. Linee guida che non sono vincolanti per i Paesi, ma rappresentano lo standard più aggiornato per tutelare la salute umana e orientare le politiche di controllo dell’inquinamento. In Europa i limiti obbligatori sono stabiliti dalle direttive europee, in particolare da una normativa che fissa limiti massimi di concentrazione per inquinanti chiave, e che obbliga gli Stati membri a monitorare la qualità dell’aria
e a elaborare piani di risanamento nelle aree in cui i valori non sono rispettati. Nel 2024 l’Unione europea ha raggiunto un accordo per aggiornare questi standard e renderli più rigorosi entro il 2030, avvicinandoli maggiormente alle raccomandazioni dell’Oms. L’obiettivo è di ridurre gli effetti sulla salute e sostenere la strategia “inquinamento zero”, nota come la Zero Pollution Action Plan europea. In Italia il riferimento principale resta il Decreto Legislativo 155 del 2010, che recepisce la direttiva europea e definisce i valori limite per gli inquinanti dell’aria da rispettare su tutto il territorio nazionale. A.O.
SANZIONI
La regione sorvegliata anche in Ue LE
LIMPATTO SULLA SALUTE
«Preoccupa che non vengano rispettati i parametri indicati dall’Oms - osserva Marina Pastena, presidente di Isde Torino, Associazione medici per l’ambiente -. Non sono obbligatori a livello europeo, ma sono pensati per proteggere la salute delle persone, in aggiunta, anche i nostri limiti di legge più protettivi sono rimandati al 2030». Resta complesso, spiega Pastena, stabilire un nesso diretto tra una singola patologia e l’esposizione all’inquinamento: «Ci si basa su un insieme di dati: quelli del monitoraggio forniti da Arpa, lo stile di vita e l’habitat, eventuali altri fattori di rischio come l’esposizione al fumo o il lavoro in ambienti malsani. È un ragionamento fondato sulla statistica, sulla esclusione di altri fattori nocivi e sulla connessione di causa. L’inquinamento dell’aria non è l’unico fattore che ci fa ammalare, ma può essere combattuto, mitigato ed eliminato. La cattiva qualità dell’aria che respiriamo ci deve preoccupare e ci impone di ricordare sempre quanto provoca soprattutto ai soggetti fragili e ancora di più ai bambini». Che fare allora? È una domanda che potrebbe trovare risposta nel prossimo Piano regolatore: «Servono specie vegetali adatte alle nuove condizioni climatiche, in grado di resistere a temperature più alte e a una minore disponibilità d’acqua - conclude Barbero -. Le varie tipologie di edificato e di verde possono fare una grande differenza rispetto alle temperature estive».
’aria del Piemonte è sorvegliata speciale anche in Europa. Come altre aree del Nord Italia, le procedure di infrazione avviate dalla Commissione europea nei confronti del nostro Paese per il superamento dei valori delle polveri sottili e del biossido di azoto hanno riguardato anche il territorio piemontese. Al momento sono quattro le procedure pendenti, la prima delle quali risalente al 2014: di queste, due coinvolgono anche il Piemonte. Il motivo è sempre lo stesso: il mancato rispetto della direttiva 2008/50, quella che stabilisce standard unitari per la qualità dell’aria nei Paesi dell’Unione europea. Secondo quanto si legge sul sito della Camera dei deputati, la prima procedura di infrazione riguarda l’Italia da dodici anni: a Torino e in altre aree del Paese dal 2008 al 2017 si è registrato un «superamento sistematico e continuato dei valori limite applicabili alle microparticelle Pm10». Secondo la Commissione sono stati violati sia i valori limite giornalieri sia quelli annuali e l’Italia, inoltre, non ha adottato le misure necessarie per contenere tali sforamenti. Per queste ragioni la Corte di Giustizia dell’Unione europea ha inflitto una condanna, con pagamento di sanzioni economiche. Un’altra multa è arrivata nel maggio 2022, per il superamento dei livelli di biossido di azoto (NO₂) dal 2010 al 2018 e, anche qui, per l’assenza di misure adeguate a contenerlo. Oltre al Piemonte, gli sforamenti si sono registrati in altre regioni come Lazio, Liguria, Lombardia, Sicilia e Toscana. In queste aree si è superato in modo continuato il limite medio annuo di 40 microgrammi per metro cubo consentito per il biossido di azoto.
L’ultima procedura che riguarda il Nord Italia è stata infine aperta dalla Commissione a ottobre 2020: sotto accusa i valori oltre i limiti consentiti di Pm2,5 registrati dal 2015 in diverse città della Pianura Padana, tra cui Venezia, Padova e in alcune aree attorno a Milano. La qualità dell’aria è un problema anche nel Meridione: l’ultima procedura d’infrazione legata all’inquinamento atmosferico in ordine di tempo è stata avviata a dicembre 2025 per il superamento dei limiti di NO₂ a Napoli, Palermo e Caserta.
di Marco Papetti
La sede della Commissione europea
Italia, Unione europea e Oms sulla qualità dell’aria
LE
economico alle emissioni»
Mezzalama: «Non bastano i dati annuali» Marnati: «Così rigenereremo aree degradate»
Per comprendere le reali tendenze è necessario analizzare i dati su periodi più lunghi, ad esempio su base triennale. Le misurazioni annuali, infatti, sono fortemente influenzate dalle condizioni meteorologiche - come temperature, piogge e insolazioneche possono alterare i risultati e mascherare i trend legati alle emissioni. Il meteo incide largamente sia sulla formazione sia sull’accumulo degli inquinanti». A spiegarlo è Roberto Mezzalama, esperto ambientale e presidente del comitato Torino Respira.
In concreto come si traduce?
«In inverno le inversioni termiche favoriscono l’accumulo degli inquinanti negli strati più bassi dell’atmosfera, aumentando le concentrazioni anche a parità di emissioni. Per questo, un miglioramento osservato in un singolo anno non indica necessariamente una reale riduzione delle emissioni, così come un peggioramento può dipendere da condizioni meteorologiche sfavorevoli. È un elemento che spesso confonde la lettura dei dati e porta a conclusioni affrettate».
Avete riscontrato trend di lungo periodo?
«Accanto a queste variazioni di breve periodo, esistono anche trend di lungo periodo legati a fattori strutturali, come il cambiamento climatico. Un esempio è l’aumento dell’ozono, osservato in molti Paesi. Si tratta di un inquinante che si forma più facilmente in presenza di alte temperature e forte insolazione, condizioni sempre più frequenti a causa di estati più calde, secche e con precipitazioni meno regolari».
Quando si parla di qualità dell’aria, qual è il modo corretto di affrontare il problema?
«La situazione va letta in chiaroscuro. Più che parlare genericamente di inquinamento, è corretto riferirsi ai singoli inquinanti, perché non tutte le sostanze si comportano allo stesso modo né hanno le stesse cause. Alcune sono molto sensibili alle condizioni meteorologiche e climatiche, altre molto meno. L’inquinamento non è un fenomeno unico, bisogna quindi analizzare caso per caso, evitando semplificazioni che rischiano di essere fuorvianti ed errate».
«IL PROBLEMA DELL’ARIA NON È UN FENOMENO UNICO, BISOGNA ANALIZZARE GLI INQUINANTI»
Qual è oggi la situazione in Piemonte e a Torino secondo i dati preliminari rilasciati da Arpa?
«Per alcuni inquinanti si osserva un miglioramento. È il caso del biossido di azoto,(NO₂), le cui concentrazioni medie annuali sono diminuite, e del particolato più grossolano (Pm10), soprattutto nei contesti urbani. Per altri, invece, la situazione è stabile o in lieve peggioramento. Si pensi al Pm2,5 - il particolato fine costituito da particelle sospese nell’aria con diametro inferiore o uguale a 2,5 micrometri, che possono penetrare nei polmoni e nel sangue - che a Torino è aumentato rispetto allo scorso anno, e all’ozono, un inquinante tipico del periodo estivo di cui si parla ancora poco, ma altrettanto nocivo per la salute quanto il biossido di azoto.
Stiamo lavorando a una legge sul mercato volontario dei crediti di carbonio, con l’obiettivo di dare un valore economico all’assorbimento di anidride carbonica (CO₂). Alberi, arbusti e aree verdi capaci di assorbire emissioni potranno generare certificati verdi che i comuni emetteranno e che saranno acquistati dalle aziende, sempre più obbligate a integrarli nei criteri Esg e nei bilanci di sostenibilità». Così Matteo Marnati, assessore regionale all’Ambiente, annuncia una nuova tappa per il futuro del Piemonte: «È un passaggio fondamentale: significa trasferire risorse da chi inquina
«È STATO UN 2025 STORICO PER IL BIOSSIDO DI AZOTO: TUTTE LE CENTRALINE NEI LIMITI»
a chi tutela l’ambiente e, allo stesso tempo, rendere possibile la rigenerazione di aree abbandonate o degradate, oggi difficili da recuperare».
In che modo la ridefinizione della città attraverso il nuovo piano regolatore può incidere sulla qualità dell’aria?
«Oggi il modello delle nuove costruzioni deve necessariamente rispondere a standard molto elevati di efficienza energetica: meno energia si consuma, meno si emette, soprattutto sul fronte termico, dove siamo ancora dipendenti dal gas. L’efficientamento energetico è quindi la strategia madre. In questa direzione va anche la riprogrammazione del piano regolatore in chiave sostenibile, che rappresenterà un fattore decisivo per il futuro».
Questo è il futuro. Che cosa è successo invece in questi anni? «Tutte le misure adottate sono certificate e rendicontate e non esiste un’unica soluzione, ma una combinazione di interventi. Sulle polveri sottili, la principale fonte resta la combustione di biomassa, su cui investimenti come il teleriscaldamento hanno migliorato l’efficienza e ridotto le emissioni. Anche l’industria ha contribuito in modo significativo all’abbattimento degli inquinanti. Nel 2025 si è registrato un dato storico: tutte le centraline del Piemonte sono rientrate nei limiti di legge per il biossido di azoto, grazie soprattutto alle politiche sul traffico - come i blocchi dei vecchi diesel - e al rinnovo dei veicoli».
C’è chi attribuisce questo miglioramento soprattutto alle condizioni meteorologiche. «Il meteo incide, non lo abbiamo mai negato. Negli ultimi vent’anni il trend di riduzione degli inquinanti è costante e, anche guardando agli ultimi cinque anni, emerge chiaramente l’effetto delle politiche adottate e degli investimenti, pari a centinaia di milioni di euro. Inoltre, la Pianura Padana, e il Piemonte in particolare, partono da condizioni strutturalmente sfavorevoli, che rendono più complesso il raggiungimento degli obiettivi. Abbiamo una scarsa ventilazione e, nei mesi invernali, una pressione atmosferica che favorisce il ristagno degli inquinanti. Periodi più caldi possono ridurre temporaneamente alcune concentrazioni, ma in altri casi peggiorarle, come l’ozono estivo. Per questo è necessario guardare alle serie storiche e non ai singoli anni: ed è proprio così che si spiega il risultato del 2025».
di Alexandra Onofreiasa
di A.O.
Lupi e allevatori, prove di vicinato
Alpi sempre più ripopolate ma gli attacchi rimangono stabili: l’Ue prende contromisure
di Giovanni D’Auria
Nonostante i branchi siano aumentati, negli ultimi anni gli attacchi di lupi sono pressoché stabili. Lo spiega Arianna Menzano, responsabile veterinario dell’Ente di gestione aree protette Alpi Marittime. Ma in Piemonte, grazie al recepimento in Italia di un cambio di normativa europea, potranno essere abbattuti fino a 16 lupi: uno su dieci del totale di esemplari che si potranno eliminare sul territorio nazionale. Secondo le stime più recenti, nell’arco alpino sono presenti 1124 lupi. Il Piemonte conferma i monitoraggi passati, risultando la regione con la concentrazione più alta, pari a 464 individui. La crescita del numero li ha spinti anche nelle zone collinari e in pianura, rinfocolando il conflitto tra le attività umane e le specie selvatiche, con particolari ricadute per gli allevatori.
CONVIVERE CON IL LUPO
«Quando il lupo è tornato, un allevatore subiva anche più attacchi in un anno, con molte vittime ogni volta. Ora il numero è diminuito, nonostante siano aumentati i branchi». Secondo Menzano gli allevatori in montagna hanno ormai imparato a convivere con il lupo, «lì il passaparola ha funzionato»: misure di prevenzione e greggi più piccole. «Ora però i lupi si sono spostati in collina e in pianura, e anche in quelle zone occorre imparare di nuovo a difendersi». Una cosa fondamentale è non lasciare che i vitelli nascano in alpeggio. «Il 60-65 per cento degli episodi di predazione riguarda i vitelli. Programmare i parti e controllare le greggi è un ottimo sistema di prevenzione». Smentisce una misconcezione sul lupo: «La popolazione non cresce esponenzialmente. Finito l’areale a disposizione, si mantiene stabile grazie anche a un’alta percentuale di uccisioni intraspecie, dato che sono animali territoriali. Dal ’98 a oggi abbiamo recuperato 600 lupi morti per varie cause: ad esempio, il 14 per cento sono morti per bracconaggio, il 59 per cento per incidenti stradali».
GLI ALLEVATORI
I primi avvistamenti del lupo in Val di Susa dopo un secolo risalgono agli Anni ’90. Gli allevatori si erano abituati a un mondo in cui le greggi potevano pascolare in tranquillità, senza doversi preoccupare dei grandi predatori. La consuetudine era diventata di portare gli animali in alpeggio a giugno per poi recuperarli a settembre. «Ora sono obbligati a usare recinzioni elettrificate e cani da guardiania - spiega Massimiliano Borgia di Coldiretti Piemonte - ma spesso si tratta di piccole realtà familiari che non possono permettersi di mantenere un pastore maremmano o stipendiare un operaio per sorvegliare l’alpeg-
I LUPI
NELLE ALPI
In Italia sono più piccoli dei cugini
europei: pesano circa 35 chili
gio». Inoltre, i recinti elettrificati non basterebbero: «I lupi hanno imparato a spaventare il gregge in modo che abbatta la recinzione».
«Il passaggio a specie protetta fa ben sperare si comprenda che è un fenomeno che va gestito - dichiara Bruno Mecca Cici, presidente di Coldiretti Piemonte -. La Regione mette a disposizione risarcimenti per gli episodi predatori e per l’acquisto di strumenti di prevenzione. Bisogna dire che i risarcimenti arrivano sempre, ma la burocrazia è farraginosa. Possono passare anche quattro anni. Per questo, e per la
IL CENTRO DI ENTRACQUE
difficoltà delle procedure di accertamento della predazione, molti allevatori non denunciano». Conclude Borgia: «Non siamo insensibili alla tutela della biodiversità: ma serve un equilibrio e sedici lupi non sono sufficienti».
Le modifiche delle normative europee non eliminano l’obbligo di garantire che la specie “sia mantenuta in uno stato di conservazione favorevole e la sua popolazione monitorata”. Il lupo è stato il primo animale ad avvicinarsi all’uomo. Ora forse tocca all’uomo imparare di nuovo ad avvicinarsi al lupo.
“Uomini e lupi”: dove si impara a conoscere una specie selvatica
di G.D.
Il centro “Uomini e Lupi” di Entracque, in provincia di Cuneo, è un posto affascinante per chi vuole scoprire qualcosa sul lupo e sulla sua convivenza con l’uomo. L’obiettivo è offrire uno sguardo documentato e consapevole sull’animale, sulla biologia, sulle strategie di caccia e sulle buone pratiche di convivenza. È un museo multimediale ma ha anche un’area faunistica nella quale, se si è fortunati, si possono avvistare alcuni degli esemplari tenuti al suo interno. Nato nel 2010, è suddiviso in due sedi: a Entracque sono presenti quattro sale multimediali che raccontano il lupo, inquadrandolo storicamente. Ad accompagnare il
viaggio ci sono i video di Nonno Prezzemolo, un cantastorie di Entracque, che ha girato il mondo raccogliendo miti, leggende e storie sui lupi per condividerle con i visitatori. L’Area faunistica, in località Cavernette, ha un altro percorso chiamato “Attenti al lupo”, introdotto nel 2013 con il subentro della cooperativa Montagne del mare alla gestione del centro. La visita dura un’ora e mezza: nella prima metà si visita un centro multimediale dove Caterina, un personaggio fittizio, racconta la storia di Ligabue, un lupo al quale venne messo un radiocollare nel 2004, e che permise di monitorarne giorno per giorno lo spostamento dagli Appennini alle Alpi Marittime. Durante la seconda parte della visita si raggiunge una
LA NUOVA NORMATIVA
Da specie “strettamente protetta” a “protetta”: questo il cambio di status
Il 22 gennaio è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto del ministero dell’Ambiente che recepisce i cambiamenti della normativa europea riguardo la tutela del lupo. Dal 2016 al 2023 la popolazione di lupi in Europa è cresciuta del 35 per cento, arrivando a contare circa 23mila esemplari. La crescita dei loro territori ha incrementato i contatti con le attività umane, con gravi danni per gli allevamenti. Anche se studi scientifici dimostrano che le popolazioni di predatori selvatici tendono naturalmente a stabilizzarsi, la risposta dell’Unione è stata il declassamento del lupo in entrambi i provvedimenti da specie “strettamente protetta” a “protetta”, consentendo agli Stati membri una maggiore flessibilità nella gestione delle popolazioni di lupi locali. Tale provvedimento non autorizza in nessun modo la caccia o l’abbattimento indiscriminato. L’Italia ha
PIXABAY/USA-REISEBLOGGER
accolto la normativa modificando il Dpr 357/97 che recepiva la direttiva Habitat, ma non ha ancora modificato la legge 157/92 che regola l’attività venatoria, che continua a classificare il lupo come specie “strettamente protetta”. Nel corso del XX secolo le popolazioni di grandi carnivori come orsi e lupi erano quasi estinte, a causa della caccia indiscriminata per evitare danni alle attività primarie. Nel 1982 entra in vigore la Convenzione di Berna, un trattato internazionale a tutela della biodiversità ratificato da paesi Ue ed extra-Ue come Ucraina e vari Stati balcanici e dell’Africa mediterranea. Nel 1992 viene pubblicata la direttiva Habitat che istituisce zone speciali di conservazione per permettere alla biodiversità di proliferare indisturbata. I provvedimenti hanno portato a una ripresa generale di molte specie minacciate.
G.D.
delle torri di avvistamento presenti nei recinti che ospitano una decina di lupi in cattività, sperando di avvistarli. Il recinto misura circa otto ettari e ospita una coppia dominante, composta dai lupi Alberto e Hope mentre, in un recinto separato, vivono alcuni esemplari che, essendo stati sottomessi, non possono condividere lo stesso territorio. Di solito nel parco vengono portati lupi che hanno bisogno di soccorso per poi essere reimmessi in ambiente selvatico. In alcuni casi questo non è possibile: Hope è stata portata nel Centro dopo un investi-
L’OASI DEI LUPI Il centro di Entracque è un ottimo posto per osservarli nel loro habitat
mento stradale a Pragelato e le complicazioni successive alle cure hanno impedito che potesse tornare in libertà. Il suo nome è stato scelto con una campagna di comunicazione del centro. Alberto è cresciuto nel Parco Pescaroli ed è stato portato al centro per motivi gestionali. I loro figli Argentera, Baus, Lykos, Mistral e Zampa non possono essere reimmessi in natura essendo nati in cattività. Il centro “Uomini e Lupi” è un’occasione unica per poterli osservare e imparare come gestire la convivenza con questi meravigliosi animali.
Le vie di Torino snobbano le donne
In città solamente il 2,3 per cento di strade e piazze è stato dedicato alle figure femminili
di Marco Papetti
U2458
Vie e piazze di Torino
1154
Intitolazioni a persone
58
Intitolazioni a donne
na scultura femminile, tra tante strade che parlano al maschile. Torino ha la prima statua dedicata a una donna, Giulia di Barolo, ma la percentuale di vie e piazze dedicate a personaggi femminili è ancora tra le più basse d’Italia: solo il 2,3 per cento. Che diventa cinque per cento se si fa il rapporto con vie e piazze dedicate a persone, mentre la media delle altre grandi città è del 6,6 per cento. Ma il modo in cui nominiamo i luoghi dice molto anche della società che siamo: è quanto sostengono storiche dell’arte e attiviste che oggi denunciano l’assenza di monumenti, vie e piazze dedicate a donne. Qualcosa comincia a cambiare, anche per effetto di un nuovo regolamento della commissione toponomastica pensato per ridurre il gap tra uomini e donne nello spazio pubblico torinese. E in arrivo, nel futuro prossimo, c’è una quarantina di intitolazioni femminili.
I NUMERI
La questione è che volti e nomi di donne storiche, a Torino, compaiono negli spazi pubblici meno che nel resto d’Italia. Lo dicono i dati di “Mapping diversity”, una piattaforma online che conteggia i nomi delle strade delle principali città europee in rapporto al genere. Qualcosa sta cambiando, anche se lentamente: «Modificare il nome di una via è molto complicato e, d’altra parte, la città non si sta espandendo più di tanto - spiega l’assessore con delega alla Toponomastica, Francesco Tresso -. Nel 2025, però, abbiamo votato 41 nuove intitolazioni fem-
minili e 25 maschili, che pian piano andremo a realizzare». A Torino si contano 2.458 vie e piazze. Di queste, 1.154 sono intitolate a persone: 1.096 sono maschi e solo 58 donne, che diventano 44 se si escludono le sante. La percentuale di vie e piazze con nomi di donne è del 2,3 per cento se rapportata al numero totale di strade e piazze. Una percentuale minore rispetto a Milano (2,9 per cento), Napoli (3,1) e Roma (3,2). Il valore rimane basso anche se si rapporta il numero delle intitolazioni femminili a quello di vie e strade con nomi di persone: a Torino è del 5 per cento, mentre la media totale dei 20 capoluoghi di regione più Bolzano è 6,6 per cento. In entrambi i casi si è al di sotto della media europea (9 per cento). In questa classifica con i 21 capoluoghi di re-
PROSSIMI ANNI» FRANCESCO TRESSO ASSESSORE
gione e di provincia autonoma, Torino è quindicesima. Il fanalino di coda è Aosta (2,7 per cento), mentre il comune più virtuoso è Bolzano (13,5 per cento).
QUALCOSA SI MUOVE
A inizio anno all’angolo tra via delle Orfane e via Corte d’appello è stata inaugurata una scultura dedicata alla marchesa Giulia di Barolo, benefattrice ottocentesca che si è impegnata per migliorare la condizione delle donne carcerate della città. Le donne raffigurate sono in realtà due: con la marchesa c’è anche un’altra persona, simbolo delle detenute aiutate in vita dalla nobildonna. La scultura emerge a circa due metri d’altezza dal marciapiede, dal muro esterno del palazzo dove visse la marchesa. Il committente del monumento è l’Opera Barolo, l’istituzione che si occupa di gestire l’eredità materiale e sociale di Giulia di Barolo.
Il monumento è solo una prima tappa: nel 2021 il regolamento della Toponomastica del Comune di Torino è stato modificato introducendo l’obbligo di far corrispondere a ogni gruppo di intitolazioni maschili un numero di intitolazioni femminili superiore «di almeno un’unità». È anche prevista la partecipazione alla commissione Toponomastica di quattro componenti da altrettante società, centri studi e associazioni femminili. Una è “Toponomastica femminile”, che si batte a livello nazionale per l’intitolazione di strade a donne. La rappresentante in Commissione è Loretta Junck: «Comincia a cambiare la mentalità - spiega -. Ci interessa cambiare una cultura che è sempre stata inconsapevolmente misogina».
di M.P.
Giulia di Barolo è stata una visionaria, ma la sua scultura non è davvero una statua e, soprattutto, è una raffigurazione che non stimola una riflessione sul ruolo che la marchesa ha avuto nella città. La storia delle donne, in generale, non è raccontata nei nostri centri urbani». Così Lisa Parola, storica torinese dell’arte e studiosa del rapporto tra arte e spazi pubblici, commenta la nuova scultura inaugurata a inzio anno a Torino per Giulia di Barolo: «Abbiamo bisogno che la storia delle donne sia raccontata con nomi e cognomi. E forse non abbiamo nemmeno bisogno di farlo con statue tradizionali, che sono ancora rappresentazioni di tipo patriarcale».
L’opera per la marchesa benefat-
trice è comunque la prima a Torino a raffigurare una donna «con un nome e un cognome», riconosce Parola. Una rappresentazione artistica, però, che è ancora molto tradizionale: «Giulia di Barolo è stata una figura davvero importante, che tuttavia ha svolto la sua funzione in ambito religioso, mentre la statuaria nasce in ambito civile».
Dal suo punto di vista, poi, «è paradossale che nel 2026, e senza nulla togliere a ciò che ha fatto la marchesa, si riproponga un monumento che ha una retorica un po’ ottocentesca, legata all’opera caritatevole di Juliette Colbert. Inoltre, per come è stata realizzata, l’opera è una raffigurazione che non interroga sul presente: sarebbe stato più interessante se invece fosse stata fatta una riflessione su Giulia di Barolo e su ciò che oggi la sua eredità continua
a rappresentare per la città».
E poi c’è una questione tecnica, perché l’opera non è propriamente una statua né un monumento: «La statuaria pubblica, per come è intesa dagli storici dell’arte, è fatta di figure che stanno su un basamento e sono collocate nello spazio pubblico - spiega Parola -. In questo caso invece abbiamo qualcosa che assomiglia più a una polena, la figura che sta sulla prua delle navi. Inoltre, la scultura per Giulia di Barolo non è posta nello spazio pubblico, ma sporge dalla facciata di un palazzo privato».
In generale, però, andrebbe ripensata la forma tradizionale dei monumenti: «La classica statua su basamento è ancora una forma patriarcale di raffigurazione: rigida, eretta ed eroica. Ci sono invece altri modi di realizzare un monumento
da un punto di vista femminile». Quali? «Un esempio che a me piace è quello dell’artista colombiana Doris Salcedo - racconta Parola -. Qualche anno fa le venne affidata la realizzazione di un monumento per celebrare la fine del conflitto con le Farc, che si era concluso nel 2016. E come decise di realizzare questo monumento? Fece fondere le armi sequestrate ai guerriglieri delle Farc e realizzò delle mattonelle facendosi aiutare da donne che avevano subìto violenze nel conflitto. Oggi quelle mattonelle formano il pavimento d’ingresso di un museo a Bogotà».
Secondo la storica dell’arte, «è questo il modo in cui un’artista donna ragiona sulla storia ed è la maniera in cui in generale andrebbero pensati i monumenti: non come opere che mettono un punto su una vicenda chiusa, ma come lavori che continuano a sollevare dubbi e questioni. Dovrebbero essere, cioè, strumenti civici di comunicazione capaci di farci riflettere sul nostro presente».
di Anna Mulassano
Si è allargata notevolmente la platea di chi richiede il servizio di compro oro». Roberto Carlino gestisce un’attività in corso San Maurizio e conosce il suo settore. Racconta che «c’è stato anche un cambiamento nell’utenza che si affida al mio negozio: se una volta si vendeva per necessità nel 70 per cento dei casi, oggi per la maggioranza delle persone questo non vale». Carlino spiega che ormai molti clienti sono persone che «hanno in casa o in cassetta di sicurezza gioielli che non indossano più», perché ormai fuori moda o per timore di essere derubati. E, ora che l’oro è ai massimi, colgono l’occasione.
In una storica gioielleria del centro, dove davvero è oro tutto ciò che luccica, «molta gente sta permutando i vecchi gioielli in favore di oggetti nuovi. Questa può essere una modalità per non sostenere integralmente il costo». La titolare aggiunge però che in un negozio a Venaria Reale «mia cognata sta raccogliendo più richieste di denaro perché purtroppo la gente fatica ad arrivare a fine mese in questo momento». Secondo Roberto Rosadelli di Astrua, in piazza Carlo Alberto, un primo cambiamento si è registrato «quando un paio di anni fa si è arrivati a 60 euro al grammo, ma la vera escalation risale a settembre/ ottobre». Per Rosadelli, che non fa attività di compro oro, «è diventato complicato fare oggetti accessibili a chiunque, non tutti possono spendere grosse somme in oro». Se ci si sposta in una zona semicentrale, l’aria inizia a cambiare. Anche in un compro oro di via Fréjus hanno registrato una crescita dei clienti, ma «chi vende lo fa perché ne ha bisogno». Dopo la pandemia da Covid-19 la quotazione ha iniziato a salire e, contemporaneamente, diverse persone hanno ricevuto in eredità gioielli e preziosi, ma «non c’è stato un incremento di clienti
COME L’ORO
L’ANALISI A TORINO
BISOGNO O SPECULAZIONE NUOVA FEBBRE DELL’ORO
In periferia si vende per necessità, in centro per permuta o avere denaro
esponenziale», raccontano. Un collega della stessa zona rivela dal suo bancone che la corsa all’oro non ha cambiato le cose: «La clientela che si rivolge a noi è più o meno la stessa». Torino sembra quindi mostrare due facce: compro oro e gioiellerie del centro sono visitate da chi punta a realizzare la crescita, ma in tanti, più ci si allontana da piazza Castello, vendono per necessità.
LE QUOTAZIONI Di certo l’andamento dei mercati
in quest’ultimo anno, che ha fatto registrare oltre 50 nuovi record per la quotazione del metallo giallo, rende il tema d’interesse per tutti. A gennaio 2025, l’oro scambiava a poco più di 2.700 dollari l’oncia, pari a 74 euro al grammo. Un anno dopo, l’oro vale più del doppio: 5600 dollari l’oncia al 29 gennaio 2026. L’impennata è legata al ruolo di bene rifugio, soprattutto nelle fasi di forte incertezza. Dal 30 gennaio, poi, si è aperta una nuova fase contraddistinta dalla volatilità: il 2 feb-
braio il prezzo è sceso a poco più di 4.400 dollari l’oncia, salvo poi ritracciare e tornare ai 4.900 dollari il 3 febbraio. Vere e proprie montagne russe, dietro alle quali secondo molti analisti ci sarebbe anche la nomina del nuovo presidente della Federal Reserve. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, il 30 gennaio ha infatti indicato il successore di Jerome Powell, il cui mandato scadrà a maggio: si tratta di Kevin Warsh. L’aspettativa degli investitori probabilmente è che, con un “mezzo
Da bene rifugio a prodotto di investimento
di A.M.
Secondo un rapporto del Research Department di Intesa Sanpaolo, nel 2026 la quotazione dell’oro potrebbe salire fino a 6.000 dollari l’oncia. È il limite superiore dell’intervallo 4.000-6.000 dollari che, secondo le stime, rispecchia gli attuali fondamentali di domanda e offerta. Daniela Corsini, Chartered Financial Analyst di Intesa, spiega: «La fluttuazione dei prezzi dell’oro nel 2025 ha rappresentato un problema per le aziende e, visto che da inizio anno l’oro ha registrato nuovi massimi, ci aspettiamo un calo dei volumi di vendita». Se il trend si estendesse al 2026 dovrebbero crescere i ricavi: «Nel 2025 il valore delle vendite ha registrato livelli record e infatti abbiamo osservato che la percentuale di reddito di-
sponibile dedicata all’oro spesso è aumentata». Per capitalizzare la propensione a investire in oro, secondo l’economista del Research Department Intesa Sanpaolo, Sara Giusti, è strategico per le aziende «il posizionamento nell’alto di gamma». La clientela del lusso è meno sensibile alle variazioni di prezzo, «anche nel settore orafo. Un gioiello unico ha un valore personale fondamentale per la competitività internazionale». Parlare solo di preziosi è riduttivo: l’oro è da sempre un bene rifugio, ma sta diventando prodotto di investimento. «Nonostante la crescita mondiale, nonostante l’inflazione sia rientrata sotto controllo e l’azionario sia ai massimi - in Europa e soprattutto in America - abbiamo assistito al rally dei metalli. L’oro ha trainato la crescita, seguito dall’argento» racconta Corsini. Secondo l’economista,
«L’ORO FISICO SERVE A UN’OTTICA DI INVESTIMENTO DI LUNGO PERIODO, QUELLO FINANZIARIO PER UN CORSO PIÙ BREVE»
DANIELA CORSINI CFA INTESA SANPAOLO
questo avviene grazie ai molti strumenti finanziari che consentono di investire in oro, gli Etf tra tutti. C’è anche una ragione culturale: «Nei Paesi emergenti in passato i gioielli d’oro erano un modo per trasmettere valore. Oggi stanno prendendo piede strumenti finanziari come gli Etf, che sono cresciuti moltissimo in Asia». Aumenta la platea interessata a detenere una quota struttura-
falco” alla sua guida, la Fed tenga alti i tassi di interesse, stabilizzando verso il basso l’inflazione. Con un dollaro un po’ più forte la domanda mondiale di metallo giallo dovrebbe tornare sotto controllo.
L’INCOGNITA TRUMP Il secondo fattore con cui i mercati continuano a fare i conti è l’incertezza nelle relazioni internazionali. Con l’insediamento di The Donald alla Casa Bianca, l’imprevedibilità è entrata a far parte stabilmente dei
le d’oro nel portafoglio: «Gli analisti storicamente consigliavano un 5 per cento, ma non tutti decidevano di allocare così le proprie risorseragiona Corsini -. Oggi, per alcuni investitori particolarmente esposti, la ripartizione arriva al 20 per cento del patrimonio in oro». I driver sono finanziari: rischio di debito elevato nei Paesi sviluppati, timore
CREDIT ANNA MULASSANO
HA CAMBIATO PELLE NEL CORSO DEGLI ANNI
CORSINI (CREDIT DANIELA CORSINI)
ANNA MULASSANO SU FLOURISH
rapporti diplomatici degli Usa. La prima mossa del secondo mandato di Trump è stata l’annuncio dei dazi. Da allora sono seguite tensioni commerciali con la Cina, gli attacchi a Powell, il blitz in Venezuela, le operazioni dell’Ice e le tensioni interne. Un’instabilità avvertita dai mercati e misurata dal Vix - l’indice che quantifica la volatilità dell’S&P 500 a 30 giorni - che negli ultimi sei mesi si è mosso in avanti (intorno ai 17 punti di media, con picchi superiori a 25), sintomo delle preoccupazioni degli investitori.
Per proteggersi dall’instabilità geopolitica ed economica le banche nazionali continuano ad aumentare le proprie riserve auree: l’oro infatti garantisce la stabilità finanziaria di un Paese. Dopo Stati Uniti e Germania, Bankitalia è la terza Banca nazionale per quantità di oro fisico detenuto, a dicembre finito al centro di una polemica politica sulla titolarità. Un segno, pure questo, di interesse. E anche a Torino si fanno i conti con questa febbre globale dell’oro.
di indebolimento del dollaro, inflazione potenzialmente più elevata e persistente. Influisce poi un cambio regolamentare: in Cina le società di assicurazione possono ora investire in strumenti in oro e in India il fondo pensione nazionale ha iniziato a comprare il metallo giallo. La domanda è composita: le Banche centrali rappresentano il 17 per cento, mentre la gioielleria nel 2025 è scesa dal 50 per cento di qualche anno fa a circa il 31. Valgono il 16 per cento gli Etf e il 27 per cento monete e lingotti. «L’oro fisico risponde a un’ottica di investimento di lungo periodo, quello finanziario di breve corso» aggiunge. Lingotti e monete, però, sono spesso più costosi: oltre a comportare costi di stoccaggio, sono sempre assicurati e quindi più sicuri. Non tutti i prodotti finanziari, al contrario, garantiscono l’assicurazione del sottostante - la variabile in funzione di cui si stabilisce il prezzo dello strumento derivato - ma offrono una maggiore facilità di contrattazione.
Il polo di Valenza non teme il futuro L’INTERVISTA
di Anna Mulassano
IIL PREZZO
DELL’ORO
NELL’ULTIMO
ANNO
Fonte dati Il Sole 24 Ore
l rialzo della quotazione dell’oro registrato nell’ultimo anno ha avuto un impatto anche sulla produzione del distretto di Valenza. «Quello che ha pesato di più è stata la velocità con cui il prezzo è aumentato, insieme all’incertezza dei mercati. C’è volatilità perché a volte tutto cambia nell’arco della giornata». A parlare è Alessia Crivelli che, oltre a essere direttore generale di Crivelli Gioielli, è vicepresidente nazionale di Federorafi, presidente dell’Associazione orafa valenzana di Confindustria Alessandria e presidente di Fondazione “Mani intelligenti”. «In Crivelli realizziamo molto spesso pezzi in cui ai metalli si coniugano le pietre preziose. La presenza delle gemme ci consente di avere anche una parziale compensazione di valore» prosegue.
LA TRANSIZIONE
Il settore sta vivendo un momento complesso, che tuttavia nasconde molte opportunità: «Il mercato c’è, bisogna saperlo trovare e poi valutare» racconta. Il comparto sta affrontando un periodo di assestamento: «Abbiamo registrato una crescita veramente esponenziale nel periodo successivo alla pandemia di Covid-19, in particolare tra il 2021 e il 2023 - aggiunge Crivelli -. Dopodiché, la curva ha iniziato a scendere e ad allinearsi con una crescita abbastanza normale».
A influire, spiega l’imprenditrice, è anche il cambio della clientela: «Nel corso del tempo è variato molto il modo di intendere i gioielli. Tanti anni fa c’erano delle date, delle ricorrenze o dei momenti particolari che erano profondamente legati all’universo della gioielleria, mentre oggi l’acquisto è più diretto e più volontario». Nonostante «gli scossoni», Crivelli rimane comunque ottimista: «Il nostro è un settore con una storia lunghissima e molto resiliente».
I VANTAGGI
I punti di forza del distretto orafo di Valenza sono solidi e numerosi. Innanzitutto, il posizionamento nella fascia alta del segmento, quella del lusso: «La peculiarità della nostra produzione è che noi facciamo alta gioielleria: c’è quindi una dimensione artigianale che conferisce al prodotto finale un valore anche finanziario e di investimento» racconta con orgoglio. Il secondo vantaggio di cui gode Valenza è la diversificazione: «Anche le piccole e medie aziende artigiane qui realizzano produzioni diversificate. Alcuni sono solo produttori, altri hanno un proprio brand, per fare un esempio» spiega l’impren-
L’AZIENDA
Crivelli Gioielli, mezzo secolo di storia
Crivelli Gioielli è una maison di alta gioielleria, fondata negli anni Settanta a Valenza Po dall’orafo Bruno Crivelli. Oggi al timone dell’azienda c’è la figlia Alessia, che ricopre il ruolo di direttore generale. La forza di Crivelli è la capacità di «reinterpretare lo stile classico, combinando pietre preziose, metalli pregiati e tecniche d’eccellenza». I gioielli della casa sono spesso realizzati in serie limitata o in pezzi unici e hanno ottenuto premi come il Best Italian Jewellery Brand Collection.
ditrice. L’unico limite alle lavorazioni dei preziosi è la fantasia di chi li crea e a Valenza, nonostante due secoli di storia, la creatività non si è ancora esaurita: «Ci sono tante lavorazioni diverse e ognuna di loro ha la possibilità di trovare uno spazio sul mercato». Altro elemento che gioca a favore degli artisti valenzani è la vocazione del distretto, «che è sempre stato votato all’internazionalizzazione».
I gioielli realizzati a Valenza, infatti, grazie alla qualità dei materiali e alla maestria degli orafi, sono apprezzati e acquistati in tutto il mondo, Stati Uniti compresi. Nonostante i dazi imposti dal presidente Donald Trump lo scorso aprile, l’export del distretto sul mercato a stelle e strisce ha mostrato di saper mantenere una certa solidità: «Gli Usa sono un nostro mercato: ci sono i dazi, è vero, ma abbiamo sempre lavorato con aumenti o abbassamenti delle varie tariffe» conclude Crivelli.
UN BENE SEMPRE
ATTUALE
Bracciale e anelli in oro giallo
Dal 2023, la maison di alta gioielleria Cartier è di casa a Torino: in via Ramazzini, Pgi Spa produce per il marchio francese i preziosi che appassionati di tutto il mondo desiderano. Nello stabilimento, i lavoratori sono circa 450 e l’aumento del prezzo dell’oro avrebbe potuto mettere a rischio quei posti di lavoro. Ma così non è stato: «Per un grande gruppo come Cartier, posizionato per di più nella fascia alta del settore, questo non ha rappresentato un problema», argomentano fonti sindacali. «Il settore del lusso, in particolare nella sua dimensione manifatturiera e produttiva - commenta la vicesindaca con delega al Lavoro, Michela Favaro -, rappresenta uno degli ambiti in cui la città può esprimere un vantaggio competitivo, grazie alla propria tradizione industriale, alla presenza di competenze tecniche e a un sistema formativo solido». L’obiettivo della città, spiega Favaro, non è quello di specializzarsi su un segmento, ma di abbracciare uno sviluppo basato sulla diversificazione e sul rafforzamento delle filiere ad alto valore aggiunto. Secondo la vicesindaca, il polo «dimostra come un insediamento industriale di grande valore possa generare ricadute che vanno oltre l’occupazione diretta, coinvolgendo fornitori, servizi avanzati, logistica, formazione tecnica e professionalità specializzate». Il Torinese, ricorda Favaro, esprime anche brand storici che si stanno riposizionando sui mercati internazionali: una conferma della «vitalità di una manifattura locale capace di evolvere da modello conto terzi a strategia industriale e di marca più strutturata». I benefici per il territorio sono molteplici: «La capacità di rafforzare le filiere, attrarre investimenti e consolidare relazioni stabili tra imprese, sistema formativo e mondo della ricerca, anche su scala metropolitana». La qualità del lavoro, conclude, è «un elemento centrale dell’azione dell’Amministrazione, che intende favorire non solo l’ingresso nel mercato del lavoro, ma anche la stabilità occupazionale e la crescita professionale, in un contesto segnato da un crescente disallineamento tra domanda e offerta di competenze».
di A.M.
CREDIT ANNA MULASSANO
Piazza Castello a Torino
PARLA
CREDIT
CREDIT: CONFINDUSTRIA ALESSANDRIA
GLI APPUNTAMENTI
“Diario di un trapezista” con Ranucci Il K-pop arriva al Teatro Colosseo
Sigfrido Ranucci sarà al Teatro Co losseo per uno spettacolo basato sulla sua autobiografia “Diario di un trapezista”. Un racconto di incontri inaspettati e importanti per il percorso di vita del giornalista: “Un vagabondo, un tassista, una producer svizzera, una vicepreside,
una bodyguard, un rapinatore, una professoressa: frammenti di umanità che diventano chiavi di lettura per comprendere il prezzo, i rischi e le responsabilità del raccontare la verità”. Uno spettacolo per comprendere l’uomo dietro le inchieste che scuotono l’Italia.
9 febbraio, ore 20.30, Teatro Colosseo
Il successo mondiale del film dedicato alla musica pop coreana, K-pop demon hunters, approda a Torino con un spettacolo: per la gioia dei fan che potranno finalmente ascoltarle dal vivo, le hit più famose del lungometraggio saranno interpretate in una coreografia
e
complessa e uno spettacolo di luci straordinario. Le guerriere canterine saranno inizialmente contrapposte, per poi unirsi e chiedere al pubblico di partecipare donando la propria energia per la “rinascita della luce”, un omaggio alle scene finali del film.
La battaglia delle arance di Ivrea
di G.D.
Luca Marinelli interpreta una creatura senza corpo e tempo, nata dalla penna del visionario scrittore Italo Calvino: si tratta di Q, vecchio quanto il Big Bang, protagonista della raccolta di racconti “Le Cosmicomiche”. L’attore è anche co-regista accanto a Danilo Ca-
pezzani. Previsto un incontro con il pubblico il 10 febbraio alle 17.30, al Circolo dei Lettori, durante il quale gli attori saranno in dialogo con Maria Paola Pierini. Un attore di talento per un personaggio scritto da un autore che ha sempre spinto la lingua oltre i suoi limiti.
Per il terzo anno di fila Torino ospiterà il Frecciarossa Final Eight, uno degli eventi più rilevanti del panorama cestistico italiano. Le prime otto squadre classificate nel campionato di Serie A ,dal 18 al 22 febbraio, si sfideranno a eliminazione diretta all’Inalpi Arena, per
vincere la prestigiosa Coppa Italia. Si punta a replicare il successo delle edizioni precedenti, che hanno registrato più di 40mila spettatori ciascuna. Torino si conferma ancora una volta un punto di riferimento e una cornice perfetta per gli eventi sportivi.
Tutto Berlinguer all’Ettore Fico
Il museo Ettore Fico ospita la mostra “I luoghi e le parole di Enrico Berlinguer”, storico leader del Partito comunista italiano. Durante il suo periodo da segretario, dal 1972 al 1984, il partito riscosse enormi successi elettorali e si impegnò per i diritti delle donne e dei lavoratori, per l’istituzione delle Regioni e contro gli euromissili, divenendo, pur rimanendo sempre all’opposizione, il motore di un’intensa stagione di riforme. Organizzata dall’Associazione Enrico Berlinguer, dalla Fondazione 2000 e dal centro
studi e ricerche Renato Zangheri, la mostra è divisa in aree tematiche, che ripercorrono la dimensione personale e quella politica e internazionale di Berlinguer. La visita permette di ascoltare i suoi discorsi, sfogliare le letture, ascoltare la voce, leggere le lettere, esplorare le relazioni, non sempre pacifiche, con il partito e con il regime sovietico e immergersi in uno spaccato di quelli che erano i temi di un tempo in cui la passione politica era qualcosa di vivo e presente nella coscienza collettiva.
IL COLOPHON
Futura è il periodico del Master in Giornalismo
“Giorgio Bocca” dell’Università di Torino
Registrazione Tribunale di Torino
numero 5825 del 9/12/2004
Testata di proprietà del Corep
Direttore Responsabile: Marco Ferrando
Segreteria di redazione: Sabrina Roglio
Progetto Grafico: Nicolas Lozito
Impaginazione: Sabrina Roglio
Il Carnevale di Ivrea è il più antico carnevale storico di Italia, con 800 anni di vita. Nei tre giorni di festa, dal 15 al 17 febbraio, sfileranno tutte le figure tradizionali, nate da momenti storici e leggende che popolano Ivrea. La Vezzosa mugnaia, simbolo indiscusso del carnevale eporediese, non potrà mancare. La sua figura nasce in epoca romantica, inglobando i miti risorgimentali, come simbolo di ribellione contro il tiranno: una ragazza del Medioevo che rifiuta lo ius primae noctis con il signore locale, colpevole di affamare la popolazione, uccidendolo nel suo letto e mostrandone la testa alla folla. Probabilmente un lascito di una vera rivolta popolare avvenuta nell’XI secolo. Un’altra maschera è quella del Generale, nata in epoca napoleonica, quando per motivi di ordine pubblico i governi delle Repubbliche alpine cercarono di uniformare le feste nei loro territori. Ma il cerimoniale che accompagna il Carnevale di Ivrea è enormemente complesso: l’unico modo di comprenderlo è viverlo. In ogni caso, non sarebbe una festa senza la Battaglia delle arance: una delle tradizioni più curiose di Italia, durante le quali squadre contrapposte si lanciano goliardicamente e violentemente arance, di solito non adatte al consumo alimentare. La tradizione nasce nel XIX secolo, quando dai balconi del centro storico gli abitanti si lanciavano principalmente fagioli. La tradizione si è evoluta includendo le arance e, nel tempo, è diventata una competizione, con tanto di premi annuali e squadre ufficiali con nomi pittoreschi. Da visitatori è bene indossare il tradizionale berretto frigio, di colore rosso, che comunica la volontà di non voler essere colpiti. Già dal 1957 il Governo italiano ha incluso il Carnevale di Ivrea nel Calendario delle manifestazioni italiane di rilevanza internazionale: ogni anno questa festa, e in particolare la Battaglia delle arance, attira decine di migliaia di turisti.
Redazione: Leonardo Becchi, Simone Bianchetta, Lorenzo Borghero, Vittoria Brighenti, Bianca Caramelli, Caterina Carradori, Nicolò Corbinzolu, Giovanni D’auria, Beatrice Galati, Mattia Giopp, Luca Marino, Pietro Menzani, Anna Mulassano, Andreea Alexandra Onofreiasa, Marco Papetti, Sofia Pegoraro, Cecilia Perino, Virginia Platini, Matteo Revellino, Valeria Schroter.