Periodico del Master in giornalismo “Giorgio Bocca” - Università di Torino
ECONOMIA L’imprenditoria cinese cresce e cambia
Beatrice Galati | P4
BENI COMUNI Comala resterà a Comala Luca Marino| P5
L’INDAGINE Giornalismo e donne si allarga il divario Luca Marino| P6
MUSICA Andare ai concerti costa troppo Bianca Caramelli | P7
Il Piemonte si gioca la faccia
di Simone Bianchetta
Pagine 2 e 3
IL DIBATTITO PER RIVEDERE LA LEGGE SULL’AZZARDO
GIOCO D’AZZARDO
IL PIEMONTE PAGA
Nel
dossier Libera emerge come la regione sia la penultima nella lotta contro la ludopatia. Marrone (FdI) apre alle associazioni:
di Simone Bianchetta
LNel 2021 la nuova legge contro il gioco patologico
Quattro le misure di contrasto ridotte o tagliate
Nel 2023 bocciata la proposta di legge del Terzo settore
a legge piemontese contro la ludopatia del 2021 non basta ad arginare il fiume del gioco d’azzardo. Lo rivela il dossier di Libera “Azzardomafie”, secondo cui le normative regionali contro il gioco patologico sono penultime come efficacia a livello italiano. Fa peggio solo la Liguria. «Se ci fosse ancora la legge del 2016 - dice Maria José Fava, dirigente di Libera - il Piemonte guiderebbe la classifica con Toscana e Friuli Venezia Giulia». L’associazione contro le mafie, dunque, chiede una svolta e, assieme ad altre 40 associazioni del territorio, rilancia il pressing sulla Regione, ottenendo l’apertura dell’assessore di Fratelli d’Italia alle Politiche sociali, Maurizio Marrone: «Sediamoci insieme a un tavolo per ragionare sulle strategie più efficaci». Nel 2024 i piemontesi hanno perso 1,3 miliardi di euro, per un volume giocato di 9,5 miliardi tra azzardo fisico e online e, come anticipa Fava, «le prime stime sul 2025 sono ancora più alte». Tra la piaga dell’usura - quasi la metà di chi chiede aiuto alle fondazioni si indebita con il gioco d’azzardo - e le infiltrazioni mafiose, il Piemonte è a un bivio, ma l’offerta continua ad aumentare. Non è la prima volta che il mondo associativo si mobilita. Quattro anni fa, le 40 sigle avevano raccolto le 8mila firme necessarie per portare in Consiglio regionale una proposta di legge di iniziativa popolare per la prevenzione e il contrasto al gioco d’azzardo patologico. L’obiettivo era ripartire dal modello virtuoso della legge del 2016, smantellata in buona parte dalla prima giunta del presidente Alberto Cirio nel 2021. Ma la proposta fu bocciata in soli sei minuti. Ora il tavolo promesso da Marrone apre uno spiraglio, con il beneplacito delle opposizioni: «Possiamo aprire una pagina nuova», dice la consigliera regionale Monica Canalis (Partito democratico).
«Con la legge del 2016 la curva del gioco d’azzardo si era ridotta», sottolinea Fava, che a febbraio ha presentato il dossier “Azzardomafie” alla commissione legalità del Consiglio regionale del Piemonte. In effetti, tra il 2016 e il 2019 le puntate offline in Piemonte erano diminuite di 580 milioni di euro (Consiglio nazionale delle ricerche, Gaps 2022). Ma quali sono le misure ridotte o cancellate con un tratto
«Sediamoci a un tavolo»
di penna dalla giunta Cirio? La distanza minima tra le slot machine e i luoghi sensibili per i comuni con più di 5mila abitanti è stata ridotta, così come la lista delle zone a rischio: «È incomprensibile ritenere aree sensibili solo le scuole superiori e non più gli asili, le elementari e le medie. Come se il problema fossero i bambini e non i genitori, che magari si fermano a scommettere dal tabaccaio prima di prendere i figli a scuola», dice la dirigente di Libera. La stesso è toccato agli orari di spegnimento delle sale da gioco, resi più flessibili, e alla retroattività delle restrizioni, non più applicabili alle slot machine già installate.
L’offerta genera domanda, ma le
soglie da monitorare non riguardano soltanto i casinò o le edicole a due passi da casa: dal 2016 il gioco online in Piemonte è quadruplicato, in linea con il trend nazionale. Se dieci anni fa le scommesse sulle piattaforme digitali toccavano quota 1,3 miliardi ed erano un quinto del totale, nel 2024 sono ammontate a quasi 5,3 miliardi, ben oltre il gioco fisico. L’offerta cresce, insieme a un altro motore: «Il nostro Paese ha quasi sei milioni di persone in povertà assoluta - ricorda Fava - e molte sperano di migliorare la propria situazione economica attraverso il gioco». Eppure, la perdita a lungo termine è aritmetica. L’antidoto per i conti in rosso non è altro che un veleno
più insidioso. Non a caso, come riporta la ricerca di Libera, il numero delle vittime sarebbe sottostimato, perché «denunciare è difficilissimo: le persone hanno paura», sottolinea Fava. In Piemonte, tuttavia, esiste una rete di progetti antiusura che agisce sia per prevenire sia per aiutare le vittime a trovare una via di uscita. Dal 1998, l’organizzazione La scialuppa di Fondazione Crt aiuta le persone vulnerabili a trovare un’alternativa legale per ripagare i debiti in sospeso: «Se ci sono i requisiti, rilasciamo la nostra garanzia e la banca convenzionata eroga il finanziamento, attraverso i fondi messi a disposizione ogni anno dal ministero dell’Economia e delle Finanze -
I PICCOLI COMUNI VITTIME INCONSAPEVOLI DELLA MALAVITA ORGANIZZATA
L’anomalia Cerano: 39 milioni spesi nel 2024
di S.B.
ACerano, comune novarese di 7mila abitanti, i conti del gioco d’azzardo non tornano. Nel 2024 le puntate online sono schizzate a 39 milioni di euro, con un aumento che sfiora il 350 per cento dal 2023. Non è un caso isolato: come spiega il report di Cgil, Federconsumatori e Fondazione Isscon “Non così piccoli”, i centri minori sarebbero una piazza ideale per il riciclaggio di denaro della malavita organizzata, tramite linee Vpn georeferenziate e supergiocatori virtuali. «Ci siamo accorti di due anomalie: esistono piccoli comuni in tutta Italia in cui atterrano volumi econo-
«L’AZZARDO ONLINE È DIVENTATO UN CANALE STRAORDINARIO PER IL RICICLAGGIO DEL DENARO»
mici enormi, che magari l’anno successivo spariscono nel nulla - spiega Massimiliano Vigarani, ricercatore statistico di Isscon -. Il tema vero è: da dove arrivano questi soldi?». Il paesino di Cerano è dunque, probabilmente, una pedina involontaria di un meccanismo più grande, suggellato dall’evidenza statistica. «Alcuni sindaci di piccoli comuni dell’Emilia-Romagna si sono già mobilitati con la guardia di finanza, ma queste anomalie sono note - continua Vigarani - e l’azzardo online è un canale straordinario per il riciclaggio mafioso». Le transazioni sospette sono la base di partenza di uno dei suggerimenti normativi contenuti nel dossier: la revisione degli strumenti di riconoscimento e di tracciabilità dei giocatori online. L’anomalia di Cerano, passato da poco più di 1.800 euro di spesa pro capite nel 2023 (18-74 anni) agli oltre 8mila del 2024, è il caso piemontese di una lunga lista nazionale, che vede protagonisti soprattutto
CREDIT: ARTVIBE
IN SINTESI
spiega la consigliera delegata Luciana Malatesta -. Possiamo garantire fino a 35mila euro per 84 mesi e con i tassi agevolati si tratta di rate mensili di circa 470 euro. Spesso non coprono l’intera somma, ma rendono il debito compatibile con il reddito della persona o della famiglia». Nel caso invece di persone già nelle mani degli usurai, uno degli strumenti più efficaci è Linea Libera: si tratta di un servizio telefonico nato nel 2018, che dà ascolto alle vittime di reati come corruzione, estorsione e usura, per poi accompagnarle alla denuncia.
Nella ragnatela che unisce l’usura e il gioco d’azzardo uno dei fili conduttori è la criminalità orga-
i piccoli centri del Sud. Il comune di Lacco Ameno (Napoli) nel 2019 raccoglieva online 14,5 milioni di euro, saliti a 41 nel 2020, scesi a 16 nell’anno successivo e infine schizzati a quasi 42 nel 2024, per un’altalena assurda dal punto di vista sta-
I DATI DEI SERD
TOMASZ ZAJDA
nizzata, soprattutto in Piemonte che, con le infiltrazioni accertate di nove clan mafiosi, è la regione più colpita del Nord Italia. Secondo la Direzione investigativa antimafia, infatti, il gioco d’azzardo risulta persino più redditizio del mercato della droga: per ogni euro investito nel narcotraffico, le mafie guadagnano sei-sette euro, mentre nel business delle scommesse mediamente otto-nove. In più, l’azzardo è ideale per il riciclaggio: «Nel gioco online - conclude la dirigente di Libera - spesso non sappiamo neanche in quale paradiso fiscale stiamo investendo i nostri soldi, ma il riciclaggio mafioso arriva fino alla compravendita dei gratta e vinci».
tistico. Sorprendono anche le due capolista della classifica 2023 dei 116 comuni in “crisi acuta d’azzardo”: Anguillara Veneta (Padova) è calata da 13mila euro di spesa online pro capite a circa 2mila, mentre Calliano (Trento) da quasi 13mila a 677 euro per cittadino. L’intreccio tra criminalità e gioco d’azzardo è noto, soprattutto nella zona grigia tra legale e illegale. Nonostante il digitale sia sulla carta più controllabile del contante, le mafie si sono rapidamente insediate nei punti ciechi della rete. Il dossier di Libera “Azzardomafie” individua nel “sistema dollaro” uno degli escamotage più efficaci: si tratta di un sistema ibrido con cui le mafie aggirano i blocchi dei provider italiani, eludono i filtri delle piattaforme estere e clonano in tempi record siti di gioco, come scatole cinesi che si spostano di server in server.
IN NUMERI
1308
i ludopatici nei SerD piemontesi nel 2024
11,5 la percentuale di chi interrompe le cure
8
pazienti su 10 sono uomini
Ad Asti e Alessandria corrono gli sos all’Asl
Sono 1.308 i giocatori d’azzardo patologico accolti nei Servizi per le dipendenze (SerD) piemontesi nel 2024, in crescita del 21 per cento rispetto al 2023 e del 71 per cento in tre anni. Anche le prime stime sul 2025 sono in crescita e l’impennata della curva rincorre il boom delle scommesse. Ma gli accessi sul lungo periodo raccontano un quadro più sfumato: siamo tornati ai numeri del 2015 (1.350) e più assistenza potrebbe significare meno ludopatia sommersa. Il gioco d’azzardo patologico, tuttavia, rimane una piaga sociale dilagante che, come spiega Pasquale Somma, educatore del Gruppo Abele, travolge spesso i soggetti più fragili. La rete multidisciplinare di assistenza funziona, ma a che prezzo?
I dati del 2024 dell’Osservatorio epidemiologico delle dipendenze regionale rivelano un profilo ricorrente: otto giocatori ludopatici su dieci sono uomini e quasi la metà ha come titolo di studio la licenza di terza media. Inoltre, i dipendenti da gioco d’azzardo sono i più propensi a interrompere le terapie: l’11,5 per cento, quasi il triplo degli altri pazienti. A livello locale, gli aumenti più significativi riguardano i centri di Alessandria, Asti e l’Asl To5. Rispetto al 2023, nella prima gli accessi sono passati da 44 a 99, esattamente il dato del 2015. Un ritorno al passato che vede protagonista anche il SerD astigiano, dove gli accessi sono passati da 21 a 57 in tre anni, in linea con dieci anni prima, mentre nel caso dell’Asl To5, che copre l’area sud-est del capoluogo, gli accessi sono in crescita anche sul lungo periodo e nel 2024 hanno toccato quota 100.
«In ambulatorio, i giocatori maledicono il giorno in cui hanno vinto», dice Somma, che all’Asl To5 accoglie e orienta i nuovi arrivati
nei vari percorsi. Un pensiero fisso, annebbiato dalla «scarica di adrenalina» che si innesca a ogni vincita e che, secondo l’educatore, è così attraente per la natura competitiva che pervade la nostra società: «Il ludopatico vive una sorta di delirio di onnipotenza e pensa di farcela da solo». L’ebbrezza della vincita va di pari passo con un altro fattore critico, l’isolamento: «Con gli strumenti digitali è più facile isolarsi e siamo bombardati di continuo dalle pubblicità di gioco online. Chi vive un momento di fragilità coglie l’occasione per distrarsi, stacca il cervello e inizia a giocare. Così il ludopatico tende a dissociarsi, prova un sollievo temporaneo dalle sofferenze e paga il gioco anziché uno psicologo che lo possa ascoltare - spiega l’educatore -. L’evento salvifico avviene quando arriva la fase critica e il giocatore sceglie di affrontare la realtà dei fatti. Ma da solo, senza un tessuto relazionale forte, rischia di ri-
STIMOLAZIONE MAGNETICA
Le nuove frontiere della medicina accendono una speranza nella cura della ludopatia, a partire dalla stimolazione magnetica transcranica ripetitiva (rTms). Dopo il caso apripista del 2024 della Valle d’Aosta, la prima regione a inserirla nei Livelli essenziali di assistenza, la cura d’avanguardia sta conquistando terreno nella sanità pubblica piemontese, a partire dall’Asl To5 e dal nuovo ambulatorio di Borgomanero (Novara). Già impiegata per trattare disturbi neurologici e psichiatrici come la depressione, la rTms è una tecnica di neurostimolazione non invasiva. Nel caso di dipendenze come ludopatia e uso di cocaina, gli impulsi magnetici agiscono sui circuiti cerebrali della ricompensa, per ridurre il craving del paziente e favorirne l’autoregolazione. Non si tratta di uno strumento a sé stante ma, come sottoli-
cadere nel baratro». I percorsi di assistenza per i dipendenti da gioco d’azzardo sono variegati e nei SerD convivono figure diverse e complementari: medici, psicologi, educatori, anche consulenti legali e finanziari. Si valuta caso per caso. Oltre ai percorsi individuali di supporto psicologico o educativo, le Asl offrono terapie di gruppo: «Avremmo bisogno di diversificarli - sostiene Somma - perché l’esperienza ci sta insegnando che ogni gioco ha delle peculiarità: chi arriva dalle scommesse sportive spesso non ha niente a che fare con il meccanismo di chi gioca alle slot machine». Accanto al supporto coordinato dei SerD, secondo Somma, rimane il fatto che «le leggi italiane sul gioco d’azzardo non tutelano la salute del cittadino. Chi favorisce l’offerta è lo stesso che lancia campagne informative sui rischi della ludopatia». Un paradosso che non accenna a sciogliersi.
nea Sarah Vecchio, direttrice del SerD di Novara, è «un approccio complementare» da affiancare alla psicoterapia. L’Asl To5 ha avviato il servizio nel 2020 e dal 2024 è diventata una sperimentazione, mentre il nuovo ambulatorio di neurologia di Borgomanero è stato inaugurato a metà novembre.
Inoltre, la rTms sembrava candidata a entrare nel piano sociosanitario 2025 del Piemonte, insieme alle terapie elettroconvulsivanti (Tec). Tuttavia le prime bozze avevano scatenato una querelle a Palazzo Lascaris, data la parentela della Tec con l’elettroshock storico, nonostante le accomuni soltanto il principio medico. Risultato? Il dietrofront della maggioranza e la cancellazione di rTms e Tec dal testo finale.
di Simone Bianchetta
CREDIT:
NELLA FOTO IN ALTO, PASQUALE SOMMA, EDUCATORE DEL GRUPPO ABELE. CREDIT: PASQUALE SOMMA
CREDIT: ANGELOV
Il Piemonte sperimenta una nuova terapia
L’imprenditoria cinese cambia volto
La ristorazione resta il settore più importante ma cresce la quota di aziende di servizi e tech
di Beatrice Galati
Con l’arrivo dei giovani diplomati e laureati cambia
l’approccio imprenditoriale: non più solo attività tradizionali ma servizi per imprese, progettazione, design e organizzazione. Abbiamo anche due architetti cinesi iscritti all’Ordine professionale». Chen Ming, presidente dell’associazione Nuova generazione italo-cinese (Angi), si dice convinto che «stia nascendo una nuova classe imprenditoriale cinese in città. Il settore dei servizi sta crescendo e rappresenta il 10 per cento del totale delle aziende a maggioranza cinese».
A Torino e in Piemonte si registra un incremento costante: nei primi nove mesi del 2025 gli imprenditori di nazionalità cinese hanno raggiunto quota 5.477, contro i 4.286 del 2016. Un aumento del 28 per cento che, secondo i dati elaborati dalla Camera di commercio di Torino, non si riferisce a ditte individuali ma a titolari e soci di impresa di nazionalità cinese. Il 58 per cento si concentra nella città metropolitana di Torino, dove si è passati da 2.510 a 3.200 imprenditori.
L’alloggio e la ristorazione sono da sempre i settori che trainano le scelte di investimento, con 1.713 titolarità (+195 rispetto al 2016), seguiti dal commercio con 1.280 unità (+72). Ma è nella categoria “altri servizi” che si registra la crescita più significativa: da 461 a 892 imprenditori in meno di dieci anni. Un ambito che comprende lavanderie, sartorie, centri estetici e parrucchieri, ma che oggi si sta ampliando anche verso attività più qualificate. Crescono inoltre la manifattura (484 imprenditori) e le attività artistiche e sportive (396).
Angi, per accompagnare questa espansione, ha creato il Centro scambio economico italo-cinese, che offre orientamento normativo, mediazione linguistica e supporto nella ricerca di partner commerciali. «Senza un punto di riferimento come questo, un’azienda impiega il triplo del tempo e rischia di lavorare con informazioni non aggiornate», sottolinea Ming. Il centro organizza tavole rotonde per presentare progetti e favorire l’integrazione tra i due sistemi economici.
Il Nord-Ovest, e in particolare il Piemonte, si confermano hub strategici anche per le multinazionali. Resta da capire, ad esempio, quando diventerà operativa la joint venture tra Stellantis e l’azienda cinese Leapmotor per assemblare auto elettriche a Mirafiori. Intanto sta nascendo un indotto legato a investitori cinesi. Ad esempio, Boamarc a Chivasso produce componenti in acciaio e strutture leggere per i veicoli. Baosteel Tailore Blanks, a San Gillio, fornisce invece lamiere ad alta resistenza per le scocche dei modelli elettrici ibridi. A no-
vembre Alfredo Altavilla, special advisor della divisione europea di Byd - colosso delle auto elettriche -, aveva annunciato la selezione di 85 fornitori piemontesi per il nuovo stabilimento che dovrebbe nascere in Ungheria entro quest’anno. Sarà la prima fabbrica di Byd in Europa, anche se il colosso ha annunciato di volerne costruire altre due.
Per allargare lo sguardo agli investitori internazionali in Piemonte occorre guardare all’ultimo report di Unioncamere. La regione ne ospita 1300, per un totale di 5680 localizzazioni tra sedi operative e
filiali e più di 183.000 posti di lavoro. Circa il 76 per cento prevede di restare in Piemonte, mentre il 15 per cento esprime il desiderio di ampliare le attività. Al primo posto spicca la Francia, con circa il 20 per cento delle imprese straniere presenti. Segue, poco dopo, la Germania, con il 19 per cento. Al terzo posto gli Stati Uniti: con circa il 12 per cento, si confermano il primo tra i Paesi extra-europei. I settori principali sono l’automotive (31,8 per cento), il commercio (18 per cento), e la metalmeccanica (13,4 per cento).
L’ASSOCIAZIONE A SUPPORTO DELLE FAMIGLIE
Zhisong:
un esempio di come l’integrazione si costruisce ogni
di B.G.
Molti genitori cinesi residenti a Torino affidano i bambini ai nonni in Cina per farli studiare lì, soprattutto per ragioni economiche legate ai costi elevati di asili nido o babysitter nella nostra città».
Le parole di Gu Ai Lian, presidente dell’associazione italo-cinese Zhisong, rivelano una realtà della diaspora cinese spesso sconosciuta.
La scelta delle famiglie, il più delle volte obbligata, può portare a conseguenze complesse. I bambini nati qui e mandati a crescere in Cina, tornati in Italia non avranno amici: «Da adolescenti non conoscono la lingua e si sentono spaesati. Arrivano con un po’ di rabbia dentro».
giorno
In questo contesto il lavoro svolto da Zhisong, e dalle altre associazioni italo cinesi sul territorio, punta alla sensibilizzazione dei genitori per disincentivare la pratica attraverso il sostegno alle famiglie che ne hanno più necessità. Attività che si svolge anche attraverso l’organizzazione di corsi di lingua cinese, per i più piccoli, e di italiano, per gli adulti: «In questo campo dobbiamo ringraziare Sergio Durando di Upm (Ufficio pastorale migranti, ndr), che ha messo a disposizione gli spazi». Questo, allo stesso tempo, permette ai figli di rimanere in Italia e di conoscere i loro coetanei e di rafforzare il legame in famiglia. Ma Zhisong è attiva anche in altri ambiti. Nata nel 2009, collabora con realtà come il Gruppo Abele,
LEGAMI DI ATENEO
TOChina Hub: un ponte di cultura che unisce il mondo universitario
Diplomazia scientifica come priorità istituzionale. Durante l’inaugurazione dell’anno accademico, avvenuta lunedì 23 febbraio, l’Università di Torino ha sottolineato l’importanza della scienza come spazio di dialogo e cooperazione a livello internazionale. D’esempio sono i 580 accordi di cooperazione accademica con atenei di 94 Paesi e gli oltre 40 corsi di lingua per doppio titolo o titolo congiunto. In questo contesto si inserisce il TOChina Hub, realtà che studia le strutture socioeconomiche e politiche della Cina.
Il Centro, nato in collaborazione con la Escp Business School e il Torino World Affair Institute (T.wai), e con il supporto di Fondazione Crt, Fondazione Crc e Camera di commercio, offre un progetto formativo multidisciplinare. Lo fa tramite il profilo “China and Global Studies” all’interno del corso in Scienze inter-
nazionali, con insegnamenti in italiano e in inglese. Il percorso è integrato da un programma di doppio titolo con la Tongij University, tra i migliori 10 atenei in Cina, oppure con la Zhejiang University, tra i migliori 5. Per il 2026-2027, sono disponibili 65 posti per il percorso di scambio internazionale. Tra le città di destinazione ci sono Shanghai, Canton, Haining, Kaohsiung (Taiwan), insieme allo Stato di Singapore. Nel giugno del 2025, la 19esima edizione della TOChina Summer School ha visto la partecipazione di dottorandi, laureati, giovani studiosi e professionisti che hanno dialogato su politica ed economia della Cina contemporanea. Per i 20 anni l’esperienza si svolgerà, dal 29 giugno al 10 luglio, a Torino e a Milano. Nelle precedenti edizioni, la scuola ha ottenuto il patrocinio del ministero degli Esteri, della Società italiana di scienza politica e del suo gruppo permanente in Relazioni internazionali. B.G.
il Sermig, l’associazione italo-cinese Donne amiche (Aida) e la Fondazione di Porta Palazzo. Con quest’ultima ha preso parte al progetto “Percorsi divergenti: prossimità, autismo, comunità” rivolto a famiglie straniere con persone nello spettro autistico che vivono nei quartieri di Aurora e di Barriera di Milano, per facilitare l’accesso ai servizi preposti e per sensibilizzare i genitori. Arrivata in Italia 28 anni fa, Gu Ai Lian è ormai certa che il cambiamento e l’integrazione sono possibili. «Le seconde e le terze genera-
BANDIERE IN FESTA Torino celebra il Capodanno cinese
zioni - spiega - si muovono tra le due culture, mentre i genitori sono più aperti al confronto». È un processo quotidiano, fatto di dialogo, fiducia e spazi di incontro essenziale per la convivenza. Secondo i dati sul censimento permanente dell’Istat, in Italia la comunità cinese conta circa 311mila persone, pari al 5,8 per cento degli stranieri residenti. In Piemonte sono quasi ventimila (il 4,5 per cento della popolazione straniera regionale) e poco meno di undicimila vivono nel Torinese (4,8 per cento della popolazione straniera in città).
GRAFICO REALIZZATO DA GALATI CON CLAUDE (AI)
CREDIT RAYCHAN SU UNSPLAS
CREDIT BEATRICE GALATI
I NUMERI Settori cinesi in crescita
IL POLO DEL QUARTIERE CIT TURIN
Comala resterà a Comala
Il sindaco Lo Russo: «Passo indietro degli aggiudicatari». Ma il nodo rimane
di Luca Marino
Comala resterà al Comala. Dopo quasi un mese di polemiche e un processo amministrativo contestato da più parti, finale a sorpresa per l’assegnazione dello spazio di corso Ferrucci 65: la cordata aggiudicataria annuncia la disponibilità a un passo indietro e spiana la strada agli attuali gestori, che si erano classificati secondi. «Le associazioni della cordata Ferrucci hub esprimono la volontà di portare avanti il proprio progetto in uno spazio alternativo ai locali di corso Ferrucci», ha annunciato nella serata di giovedì 5 marzo il sindaco Stefano Lo Russo, spiegando di aver ricevuto una lettera formale da parte del gruppo di associazioni, guidate da Sit (Social innovation teams) Italia Aps, vincitrici del bando per lo spazio creato e gestito dall’Associazione culturale Comala dal 2011. «Qualora si individuasse una sede alternativa - si legge nella nota del sindaco - la cordata dichiara la disponibilità a rinunciare all’aggiudicazione di corso Ferrucci».
Salvo un’ultima sorpresa, tutto resterà come prima. Un esito auspicato da quasi tutti i protagonisti della vicenda anche se l’associazione Comala, contattata da Futura News, non si dichiara ancora pronta a rilasciare comunicazioni ufficiali.
Risolta (forse) la vicenda, resta il nodo che l’ha scatenata: come e a chi assegnare la gestione dei beni comuni. Vale la pena di fare un passo indietro, ovvero alla scelta della Circoscrizione 3 di indire un bando che ha finito per penalizzare una realtà formatasi spontaneamente sul territorio, con il quale aveva instaurato un profondo legame. Il rischio che una vicenda simile si ripeta con altri beni comuni della città apre un dibattito su come l’amministrazione dovrebbe muoversi per la gestione di questi spazi in futuro.
«Restare nella legalità, ma sostenere anche i percorsi che si avviano sui territori». Questa la strada auspicata da Nadia Conticelli, presidente dell’Assemblea regionale del Partito democratico Piemonte, in cerca di un punto di equilibrio. E nel farlo, non nasconde una critica al suo stesso partito.
«Mettere tutto a bando selvaggio non permette ai progetti di decollare e non li rende appetibili. Lì al Comala c’erano tante potenzialità, tant’è vero che il bando era incentrato ancora sul protagonismo giovanile. La grande solidarietà manifestata segnala che quello era diventato in maniera abbastanza spontanea un centro di raduno giovanile». Conticelli non nega però una critica anche all’associazione
LO SPAZIO COMALA
Un punto di riferimento per i giovani
I beni comuni urbani sono spazi (giardini, piazze, edifici) o servizi materiali (acqua, strade) e immateriali (attività culturali, eventi), riconosciuti come funzionali al benessere della comunità, all’esercizio dei diritti fondamentali della persona e all’interesse delle generazioni future. In quanto beni comuni vengono gestiti in condivisione tra la cittadinanza e l’amministrazione attraverso i Patti di collaborazione, lo strumento operativo necessario per definire gli obiettivi, le azioni e le responsabilità nel progetto di cura dei beni.
A prendere parte ai patti di collaborazione - oltre all’amministrazione comunale - possono essere singoli
cittadini, gruppi informali o organizzazioni strutturate con forme giuridiche riconosciute (come l’Associazione culturale Comala). A Torino normalmente l’assegnazione dei beni comuni è disciplinata da bandi pubblicati dalle singole Circoscrizioni competenti. Attualmente è attiva una sessantina di Patti di collaborazione tra aree verdi, spazi pubblici ed edifici. A Torino esiste anche l’organo della Consulta permanente dei beni comuni, che ha funzioni arbitrali e consultive in caso di controversie nell’attuazione del negozio civico.
L.M.
CIVICO E COLLETTIVO
Da Napoli una alternativa virtuosa
NComala: «Ci sarebbe però bisogno di spazi di protagonismo giovanile che promuovano la creatività alla cittadinanza e non restino chiusi con progetti preconfezionati». Comala negli ultimi giorni si era chiusa di fronte alla mano offerta dalla cordata di Sit per stringere un patto di coprogettazione nella gestione dello spazio. Secondo Conticelli occorre valorizzare chi ha lavorato bene: «Bisogna partire da quello che già c’è nei quartieri e attraverso tavoli territoriali favorire l’aggregazione, che è proprio quello che si fa con il regolamento beni comuni».
Il timore di chi è attivo nelle case del quartiere o in altri spazi urbani, compresi orti, giardini, aree verdi, è che ora anche per altri beni comuni di Torino il lavoro fatto non sia riconosciuto. Conticelli ne è consapevole e lancia un avviso alla sua stessa maggioranza: «L’amministrazione deve stare attenta a non buttare le esperienze che si sono formate sui territori. Ci sono attività che sono nate lì e non hanno tutta quella struttura dell’impresa sociale, quindi partecipare ai bandi può essere oneroso e complicato».
La consigliera regionale dem invita a sostenere la coprogettazione per aiutare realtà con buoni risultati alle spalle: «Penso a modalità che permettano di costruire delle reti in modo più puntuale rispetto al classico bando che rischia di premiare chi è molto strutturato, ma non necessariamente è radicato sul territorio».
on solo assegnazioni o bandi di gara. Esiste un’alternativa per la gestione degli spazi di comunità. È l’uso civico e collettivo dei beni comuni, un istituto giuridico riconosciuto formalmente dal Comune di Napoli nel 2015 e poi arrivato anche a Padova e Casoria. La sua definizione però nasce dal basso, dalla sperimentazione di autogestione fatta per tre anni dalla comunità dell’ex Asilo Filangieri, culminata nella redazione della dichiarazione d’uso civico, recepita poi dal Comune con una delibera. «Ci sono due vantaggi» in questo modello rispetto agli altri, spiega il ricercatore e docente Nicola Capone. Innanzitutto, a differenza della concessione, non ci sono limiti di tempo e di progetto perché si riconosce «al bene una funzione, appunto quella di uso collettivo del bene stesso». In questo modo nello spazio può determinarsi «una serie di progettualità, che è il frutto dell’uso che ne fanno i cittadini», continua Capone. Il secondo vantaggio è che in questo caso, a differenza del bando, non si «attiva una competitività tra i vari soggetti», visto che la comunità costruisce una «programmazione che tiene conto dei desideri e delle volontà di tutti». Del resto l’autogestione «avviene nelle forme decise dall’assemblea» e l’organizzazione «dello spazio è collettiva - spiega S., attivista dell’Asilo - fluida, non chiusa o con dei responsabili “ufficiali”». Dopo quel primo esperimento, Napoli ha riconosciuto altri 12 spazi in questa veste. Successivamente, seguendo l’esempio partenopeo, anche Padova e Casoria si sono dotate di un regolamento sui beni comuni, seppur il secondo non sia mai stato utilizzato nella pratica. Così, quello napoletano rimane un caso abbastanza unico sul territorio nazionale. Se infatti il bene comune è generalmente inteso nel senso di una collaborazione volta alla realizzazione di un interesse collettivo, «la definizione data dall’articolo 3 dello Statuto comunale» di Napoli spiega che i beni comuni devono essere «funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali», chiarisce Capone. Si parla dunque di «diritto all’abitare, diritto all’istruzione, diritto alla salute, tutti più forti del semplice interesse generale».
di Bianca Caramelli
L’ex Asilo Filangieri
Beni comuni, accordo tra cittadinanza e Comune
DI COSA SI TRATTA
Giornalismo e donne, resta il divario
di Luca Marino
I16%
Gender pay gap fino al 2023
12%
Divario tra uomini-donne che scrivono di sport
25%
Stipendi di donne abbassati negli ultimi 5 anni IN NUMERI
l giornalismo è un lavoro povero e precario, ma ancora di più lo è per le donne». Francesca Tampone, ricercatrice in analisi dei processi sociali ed economici, sintetizza così i risultati della ricerca voluta dall’Ordine dei giornalisti e delle giornaliste del Piemonte, di cui è stata curatrice assieme a Marinella Belluati docente di sociologia all’Università degli Studi di Torino. Si tratta di un progetto ambizioso che vuole mappare, per la prima volta, l’inequità di genere nelle redazioni giornalistiche piemontesi.
Una ricerca del 2023 aveva stimato in tutta Italia un divario retributivo di genere del 16 per cento a danno delle giornaliste. «Abbiamo immaginato questo questionario - spiega Carla Piro Mander, consigliera dell’Ordine del Piemonte e promotrice della ricerca - per capire la situazione e darne avviso pubblico alle redazioni, che si dotino di percorsi di formazione per risolvere il problema».
La ricerca testimonia infatti che gli uomini continuano a guadagnare di più delle colleghe con un netto divario soprattutto negli stipendi oltre i 50 mila euro annui. In aggiunta, a percepire gli stipendi più bassi, sotto i 20 mila euro, sono soprattutto le donne. Ma non si parla solo di gender pay gap (divario retributivo in base al genere), ma di generali casi di disparità sul luogo di lavoro ai danni delle giornaliste, che a oggi sono circa la metà degli oltre seimila professionisti del Piemonte. Secondo i risultati della ricerca, la maggior parte delle donne che ha risposto ritiene che gli uomini siano
nettamente più avvantaggiati nell’avanzamento di carriera, a conferma del fatto che, secondo la stragrande maggioranza delle intervistate, le posizioni di vertice all’interno delle redazioni non sono assolutamente equilibrate tra persone di diverso genere. Gli uomini, perlopiù, sono in disaccordo con questo giudizio. Un altro dato che emerge dal questionario è infatti la diversa percezione del divario di trattamento di genere tra intervistati uomini e donne. «Le donne sono molto più critiche perché hanno una percezione del divario di genere molto più calata sulla loro esperienza - spiega Tampone - mentre gli uomini la percepiscono meno, anche perché subiscono meno discriminazione e inequità». Più di un intervistato su cinque (il 21 per cento) dichiara di aver subito un
TAMPONE RICERCATRICE IN ANALISI DEI PROCESSI SOCIALI ED ECONOMICI
cambiamento al ribasso della propria retribuzione negli ultimi cinque anni. Anche se non è un numero elevato, si tratta di un dato allarmante, soprattutto se legato alla perdita del potere d’acquisto a causa di inflazione e crisi economica.
E anche in questo caso le giornaliste risultano le più svantaggiate. Secondo il sondaggio inoltre sono principalmente le donne a usufruire dei congedi (parentali o familiari) e al rientro in redazione molte hanno subito difficoltà di reinserimento e ripercussioni sul proprio stipendio, oltre ad alcuni episodi di mobbing, fino ad arrivare al licenziamento in casi più rari. Infine un’altra differenza tra giornalisti e giornaliste sta nell’ambito dell’informazione di cui si occupano. Emerge che le donne scrivono principalmente di cronaca bianca con sottili differenze negli altri generi giornalistici.
Dove invece c’è un notevole divario di genere è nello sport, occupato dal 23 per cento degli uomini e solo dal 5 per cento delle donne per un divario del 12 per cento. «Il gender pay gap nel giornalismo non riguarda solo le retribuzioni, ma anche il potere, la narrazione e la costruzione della realtà pubblica». Questa la conclusione della ricerca, presentata a Torino venerdì 6 marzo. Francesca Tampone esprime la propria preoccupazione per le acque in cui naviga il giornalismo: «I vertici delle redazioni sono ancora prevalentemente maschili per cui c’è una segregazione verticale. Le donne entrano sempre di più nel giornalismo, ma non fanno carriera». D’altra parte l’auspicio di Piro Mander è che «il sindacato faccia pressione perché le redazioni affrontino il tema e adottino pratiche più eque».
L.M.
Le Olimpiadi di Milano-Cortina sono state l‘edizione invernale più bilanciata della storia nella partecipazione di atlete donne rispetto agli uomini: sono state il 47,9 per cento del complesso. Eppure buona parte dei media italiani si è fermata alla “femminilità” delle atlete, più che sui loro meriti sportivi. «La retorica di come sono state raccontate le atlete donne è stata davvero stucchevole - commenta Elena Miglietti, coordinatrice di GiULiA giornaliste del Piemonte -. Se per un atleta maschio si parla di bravura, allenamento e talento, con la donna si tende a dare rilevanza al suo essere mamma, cuoca o altro, distraendosi da quello che dovrebbe essere un corretto racconto del suo valore di
atleta». Il caso delle Olimpiadi è solo uno degli ultimi: di stereotipi di genere i media italiani sono pieni in qualsiasi ambito e argomento. GiULiA (Giornaliste unite libere e autonome) è una delle principali associazioni attive a livello nazionale nella lotta contro questa tendenza. È anche tra le promotrici del Manifesto di Venezia, documento deontologico che promuove un’informazione corretta contro gli stereotipi di genere. «La donna sui giornali risponde sempre a certi canonispiega Miglietti -. Si racconta sempre di come concilia la sua carriera con la famiglia, con i figli e viene sempre sottolineata la sua avvenenza, se è carina o altri particolari irrilevanti. In questo modo il filtro giornalistico diventa diseducativo, perché è proprio il cronista che dovrebbe spiegare che il look non è la
cosa di cui si dovrebbe parlare». Non si può poi non toccare il tema della violenza sulle donne e di come il giornalismo italiano tenda a raccontarla nei termini sbagliati. Su questo il Manifesto di Venezia è chiaro: «È prioritario utilizzare il termine specifico “femminicidio” per i delitti compiuti sulle donne per superare la vecchia cultura della sottovalutazione della violenza». «Va evitata la vittimizzazione della donna - aggiunge Miglietti - e l’uso di espressioni allusive e pittoresche. Andrebbero anche evitate espressioni salvifiche e celebrative nei confronti dei carnefici, spesso raccontati con il loro titolo professionale, rischiando di restituire un ritratto meno grave di quello che hanno fatto». A ribadire il concetto è Mimma Caligaris, vice presidente vicaria dell’Unione stampa sportiva italiana e presidente della
commissione pari opportunità di Federstampa: «Andrebbe fatta attenzione anche alle immagini usate. Non vanno prese foto in costume o in abiti succinti, altrimenti si rischia di alimentare la narrazione per cui se la sarebbe cercata».
La declinazione delle parole al femminile è un altro tema importante. «Se si continua a chiamare una sindaca ‘sindaco’, un’avvocata ‘avvocato’ - spiega Miglietti - le persone continueranno a utilizzare il maschile, i più piccoli penseranno che quei ruoli siano solo per uomini e le bambine rinunceranno a prescindere a intraprendere certi lavori».
Quali soluzioni dunque? Secondo Miglietti: «Serve innanzitutto formazione professionale, ma è un lavoro di sovvertimento culturale. Dovremmo iniziare a usare meglio le parole già dalla scuola». Conclude infine Caligaris: «Anche i colleghi uomini devono parlare di questioni di genere. Questo scatto culturale verso la parità va fatto insieme».
Cara musica, per pochi
Andare a un concerto costa sempre di più
Le cause: cachet degli artisti e monopolio dei promoter
di Bianca Caramelli
S34€
La spesa media per concerto in Italia nel 2024
40€
Il costo medio di un live nel Nord-Ovest 19€
La media nel 2020, quasi la metà
e le restrizioni di pubblico ai concerti sono rimaste un ricordo del periodo pandemico, l’inaccessibilità rimane una delle criticità degli spettacoli dal vivo ed è di natura tutta economica. Secondo i dati Siae del 2024, gli ultimi disponibili, uno spettatore in Italia spende mediamente 34,13 euro per concerto. Quasi il doppio rispetto al costo del 2020 di 19,5 euro. Nel Nord-ovest, poi, le esibizioni costano di più, circa 40 euro. «C’era una tendenza in atto già prima che me ne andassi» spiega Pietro Fuccio, che dopo 25 anni con Dna concerti, agenzia da lui fondata, ha deciso di allontanarsi dal settore e passare al cinema.
I CACHET DI CHI SUONA
La causa scatenante dell’aumento dei prezzi, a suo parere, sarebbero stati i cachet degli artisti, che hanno deciso di «lavorare un decimo» di quanto avevano fatto i loro predecessori e «guadagnare 10 volte tanto». Anche secondo Fabrizio Gargarone, presidente dell’associazione Hiroshima mon amour e direttore artistico del Flowers festival, «il caro biglietti arriva da lì». In questo modo, un live «in un buon teatro» arriva a costare «mediamente 60 euro, in uno stadio anche 80 o 100», continua Gargarone. Poi ci sono i grandi artisti stranieri «che girano poco, una volta all’anno o una volta ogni cinque anni», i cui biglietti arrivano «a costi da fantascienza, anche 200 o 300 euro». E così «un concerto non è più solo un concerto, ma deve diventare un evento» per giustificare la spesa, spiega l’art director dell’Hiroshima. Se quella dei costi alti è in parte una nuova normalità, comunque «il prezzo deve assomigliare» a quello che viene proposto sul palco, per non deludere i paganti.
COMPETIZIONE
A questo si aggiunge che «il mercato in questo momento lo fanno due grandi multinazionali, una tedesca e una americana», continua Gargarone. Sono Cts Eventim e Live Nation, che gestiscono anche i due principali siti di vendita di biglietti, rispettivamente Ticketone e Ticketmaster. Così, «il circuito è abbastanza chiuso», se si conta che ai due gruppi appartengono alcune delle venue per concerti più importanti in Italia. Cts Eventim possiede l’Unipol Dome, ossia l’arena Santa Giulia costruita in occasione delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. Live Nation, invece, ha acquisi-
DAL VIVO I concerti diventano impegnativi per le tasche degli spettatori
to l’Unipol Forum di Assago, l’altro storico palazzetto di Milano. La centralità del capoluogo lombardo poi complica ancora di più il tutto. «Le discografiche puntano lì» e anche «i manager stranieri, dopo Roma, vo-
gliono Milano» spiega Gargarone, evidenziando la difficoltà che hanno le venue di Torino a confrontarsi con un competitor tanto grande. L’integrazione verticale riduce la concorrenza e può penalizzare gli operatori più piccoli ma soprattutto la dimensione di esperienza del live.
COME RESISTERE?
Quest’ultimo così «diventa una sottocategoria di spettacolo» e non più un concerto, afferma Pietro Fuccio, che nel documentario “La prima festa”, presentato in anteprima assoluta al Seeyousound festival di Torino, parla proprio del
valore che può avere un concerto. Ma se da un lato c’è chi, come lui, esce dal settore disincantato, ci sono anche persone che invece cercano di modificarlo dall’interno, come Gargarone. «Ci sono degli anticorpi - afferma - e il nostro compito, mio e di quelli che hanno passione per queste cose, è passare il tempo a cercarli», ovviamente senza dimenticare di rimanere comunque «in dialogo con il pubblico». Solo con questa creatività «le cose cambieranno», continua. In questo modo si può riuscire «a essere comunque, se non un passo avanti, almeno un passo di lato».
Il jazz è la nuova moda, ma la qualità scende
TIl pubblico è in aumento, anche quello giovanile
I concerti jazz costano meno rispetto agli altri
Ma la qualità dell’offerta e dell’ascolto cala
utti quanti vogliono fare jazz, soprattutto vogliono ascoltarlo perché un concerto dal vivo ha un costo sostenibile. Nel 2024 uno spettatore ha pagato mediamente poco più di 15 euro per un live jazz, contro una spesa media nazionale per i concerti largamente intesi di circa 34 euro. Nel giro di un anno, così, gli spettatori di concerti jazz sono aumentati del 18,6 per cento, a fronte di una crescita dell’offerta meno che proporzionale, avendo sfiorato il sette per cento. Stando ai numeri, quindi, questo genere va di moda. Lo conferma anche l’esperienza di uno dei punti di riferimento per il jazz torinese, il Folk club, un palco di valore che si nasconde tra le vie del centro. «I nostri concerti di area jazz sono quelli che hanno più appeal sugli Under 30, anche
se il pubblico rimane abbastanza eterogeneo» spiega Paolo Lucà, direttore dello storico locale fondato alla fine degli Anni ’80 dal padre Franco. «Bisogna però fare una distinzione tra un pubblico che ha già un’abitudine all’ascolto», quello che ha già un orecchio, «e un pubblico più modaiolo», che frequenta gli eventi solo per darsi arie. Anche perché, appunto, nella maggioranza dei casi costano poco.
Di contro, tra aumento del pubblico e riduzione dei prezzi, secondo Lucà a subirne le conseguenze è la qualità. Tra jam session, tribute band che fanno cover e artisti che attingono al repertorio internazionale e agli standard jazz, molti eventi «non sono poi granché» e chi vi assiste «magari non ha la preparazione musicale per dare un giudizio».
All’appiattimento però Torino risponde con «musicisti che sono tra i principali interpreti degli stru-
menti sul territorio nazionale» e con una «scena jazz molto attiva e viva». D’altronde, quella del jazz è una «vocazione storica della città». Una vocazione che, secondo Lucà, deve essere portata avanti senza seguire la moda, ma anzi contrastandola. «Cerchiamo di evitare progetti mainstream o legati al jazz più classico. Il nostro approccio consiste nel proporre quelli più sperimentali, che escano un po’ dal solco della ripetizione di standard classici perché - spiega - preferisco che l’artista venga a proporre la sua musica originale sul nostro palco». Il Folk club è solo uno dei tanti spazi dove è possibile suonare e ascoltare jazz in Piemonte. Questa regione infatti è terza in Italia per numero di locali dedicati al genere (204, contro i 262 della Lombardia e i 219 Toscana) secondo i dati Siae sullo spettacolo del 2024, gli ultimi pubblicati.
CREDIT: BIANCA CARAMELLI
CREDIT: BIANCA CARAMELLI
GLI APPUNTAMENTI
Natalia Ginzburg al teatro Gioiello
Dal 6 all’8 marzo al teatro Gioiello va in scena “Ti ho sposato per allegria”, la commedia della scrittrice e politica italiana
Natalia Ginzburg. L’autrice propone un testo che, con ironia, interroga il pubblico sulle dinamiche dell’amore e della vita di coppia. La regia
In piazza per dire no alle mafie
di B.G. a cura di Beatrice Galati
Dalla carrozza all’automobile
di Emilio Russo ridà vita a un’opera, scritta nel 1965, che affronta i temi dell’amore, della morte e della disuguaglianza sociale attraverso il totale distacco dai sentimenti e la mancanza di empatia caratteristica dei suoi personaggi.
“Sulle strade della Regina. Alle origini dell’automobile moderna” è la nuova mostra ospitata
dalla Citroniera di Ponente
della Palazzina di caccia di Stupinigi. Visitabile dal 6 marzo al 28 giugno, racconta il passaggio dalla carrozza all’automobile ai tempi di
Margherita di Savoia. L’esposizione è prodotta dalla Fondazione Ordine mauriziano (Fom) e dal Museo nazionale dell’automobile (Mauto) e offre un confronto tra le automobili storiche e le carrozze dell’800 della collezione Nicolotti Furno.
I cinque finalisti della VI edizione del premio Gianmaria Testa - Parole e Musica si esibiranno sul palco delle Fonderie teatrali Limone il 9 marzo. La giuria del concorso dedicato ai giovani cantautori under 38, promosso dal Comitato Moncalieri Cultura con Produzioni Fuo-
rivia, ha scelto Alaska, Martina Primavera, Chiaré, Fabio Schember e Achille Campanile. Al termine della serata, impreziosita dalla presenza dell’artista Raphael Gualazzi, la giuria proclamerà il vincitore assoluto. Biglietti in prevendita sul sito del teatro Stabile.
Imparare a seguire il ritmo della na tura si può. Al Giardino botanico di Palazzo Madama continuano gli appuntamenti green, con lezioni su giardinaggio e passeggiate botaniche. Si parte l’11 marzo con “Selvatico è bello: il ruolo delle piante spontanee”, per riconoscere
e salvaguardare le specie selvatiche con l’inizio della primavera. Due settimane dopo, il 25, il secondo appuntamento: “La struttura del giardino: alberi e arbusti”, per apprendere di più sull’uso consapevole delle piante, ossatura dello spazio verde.
Cielo aperto, dialogo aperto
Ci sono storie che lasciano le pagine per diventare voce e dialogo. Il Circolo dei lettori e delle lettrici, su queste premesse, offre un mese fatto di prospettive nuove. Gli appuntamenti di Cielo aperto - questo il nome che li include tutti - sono tantissimi. Tra i più interessanti, sabato 14, la “Maratona Simenon” dedicata a uno degli autori più influenti del ‘900. Le atmosfere cupe e le indagini psicologiche di Georges Simenon verranno lette e discusse insieme, trasformandosi da pagine scritte a piazza condi-
visa. Tre giorni dopo, martedì 17, il Circolo prova a ricostruire una realtà frammentata da guerre e da crisi migratorie e ambientali. Lo fa con la V edizione di “Giornaliste”, dedicata a “Le guerre del nostro tempo”. E poi, per il ciclo “L’età della paura e del coraggio”, lo psicologo Matteo Lancini e il sociologo Stefano Laffi si confrontano sul concetto di paura e su un nuovo modo di intendere il coraggio, non più gesto eroico ma pratica quotidiana. Il programma completo è consultabile sul sito del Circolo.
IL COLOPHON
Futura è il periodico del Master in Giornalismo
“Giorgio Bocca” dell’Università di Torino
Registrazione Tribunale di Torino
numero 5825 del 9/12/2004
Testata di proprietà del Corep
Direttore Responsabile: Marco Ferrando
Segreteria di redazione: Sabrina Roglio
Progetto Grafico: Nicolas Lozito
Impaginazione: Sabrina Roglio
Torino sarà la capitale della memoria perché cuore delle celebrazioni della XXXI Giornata in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. La data, come ogni anno il 21 marzo, coincide con l’inizio della primavera ed è stata scelta da Libera e dal suo fondatore, don Luigi Ciotti, perché «simbolo di rinascita e di vita». Organizzato dall’associazione Libera contro le mafie e da Arci Torino, l’appuntamento torna in città a distanza di 20 anni e coincide con la chiusura del trentennale di Libera, nata nel 1995 e guidata da don Luigi Ciotti. Venerdì 20, giorno della vigilia, ci sarà un momento di raccoglimento con i familiari delle vittime, seguito da una veglia in suffragio. Il giorno dopo, la celebrazione si svolgerà per le vie del capoluogo piemontese. Il corteo partirà alle 9 da piazza Solferino e terminerà in piazza Vittorio Veneto. Nel pomeriggio, invece, si terranno seminari di approfondimento. Come ogni anno, il focus sarà dedicato alla lettura dei nomi delle vittime. Un gesto per scandire la memoria e trasformarla in impegno quotidiano. La Giornata in ricordo delle vittime di Mafia è stata introdotta con la legge n. 20 dell’8 marzo 2017 istituzionalizzando così un appuntamento che nasce nel 1996 in Campidoglio, quando venne letto per la prima volta l’elenco delle vittime innocenti curato da Saveria Antiochia, madre del poliziotto Roberto, assassinato nel 1985 da Cosa Nostra. Gli organizzatori lo hanno trasformato in occasione di partecipazione civile che coinvolge scuole, associazioni e comunità di tutta Italia. Tra le esperienze concrete: l’uso sociale dei beni confiscati, l’istituzione di percorsi educativi e formativi, la creazione di reti internazionali e la nascita di progetti di giustizia rigenerativa. A Torino sono attese migliaia di partecipanti provenienti da tutta Italia con un obiettivo non solo simbolico, ma concreto: riaffermare con forza la lotta contro la criminalità organizzata.
Redazione: Leonardo Becchi, Simone Bianchetta, Lorenzo Borghero, Vittoria Brighenti, Bianca Caramelli, Caterina Carradori, Nicolò Corbinzolu, Giovanni D’auria, Beatrice Galati, Mattia Giopp, Luca Marino, Pietro Menzani, Anna Mulassano, Andreea Alexandra Onofreiasa, Marco Papetti, Sofia Pegoraro, Cecilia Perino, Virginia Platini, Matteo Revellino, Valeria Schroter.