Vers. in Post. – 45% – Art. 1 Abs. – Ges. 35 3/2003 (abg. GEs. 27.02.2004 Nr. 46) CNS Bozen – Poste Italiane SpA – Taxe percue/Tassa pagata
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photo by Alessandro Sala per Centrale Fies
Deep inside, in this dark, a security.
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Juni → Juli
giugno → luglio
31 st drodesera 22nd - 30th july 2011 performing arts festival Centrale Fies, Dro (TN) info@centralefies.it + 39 0464 504700 2 www.centralefies.it
Index
Editorial
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turku 2011 la cultura come cura di Anna Quinz 10
Schwärmen von Europa Internationales Südtirol von Evelyn Gruber-Fischnaller 16
Welche Kultur wollen wir (verkaufen)? von Christine Helfer 20
Fabbrica Venezia di Marco Bassetti 25
es gibt viel zu tun Haimo Perkmann im Interview mit Aron Demetz
franzmagazine.com ff–extra franz–Magazin, Juni 2011, Beilage zu ff 25, Herausgeber: FF-Media GmbH, Eintrag. Landesgericht Bozen 9/80 R.ST. vom 27.08.1980, Presserechtlich verantwortlich: Kurt W. Zimmermann — Editor-in-chief Fabio Gobbato — Creative & Writing Direction Anna Quinz, Kunigunde Weissenegger — Editorial staff Marco Bassetti, Evelyn Gruber-Fischnaller Art Direction Riccardo Olocco — Photo Direction Alexander Erlacher — Graphic Design Daniele Zanoni — Franz Production Matteo Moretti, Sarah Orlandi —Text Marco Bassetti, Evelyn Gruber-Fischnaller, Christine Helfer, Haimo Perkmann, Anna Quinz — Photo Alexander Alber, Alexander Erlacher, Stefano Galli, Othmar Seehauser, Oskar Verant, Dario Lasagni Thanks to Max Mariz, Sabine Gruber, Ermanno Zanella, Giulia Cavazzani — Cover Illustration Laurina Paperina
L’ironia
di Laurina Paperina, artista roveretana che ha illustrato la copertina, serve un po’ a sdrammatizzare. Ma la candidatura di Venezia–Nordest a Capitale della cultura europea 2019 sarà qualcosa in più di una gita in gondola. A partire da ora e almeno fino al 2014 – anno in cui sarà decisa la città vincitrice – saremo costretti a metterci in relazione, scambiare idee e realizzare progetti con un territorio vasto ed eterogeneo. Ossigeno per le menti, per il mondo della cultura, ma anche per l’economia. L’organigramma sarà completato entro fine giugno, e nel giro di qualche mese dovrebbe essere finalmente tracciata la rotta programmatica. In questo ottavo numero di Franz – il primo cartaceo e allegato a FF – raccontiamo cosa succede nella capitale attuale, quali opportunità di sviluppo culturale ed economico offre il progetto, e, attraverso lo sguardo di un regista sudtirolese, raccontiamo ‘i problemi indentitari’ della città capofila, Venezia. Qualche parola su Franz. Il progetto nasce online nei primi mesi del 2010 ‘in attesa di uscire su carta’, ci continuiamo a ripetere, senza avere bene idea di come ciò possa avvenire. Ci configuriamo come un blog bilingue che si occupa di cultura in senso molto ampio. Ogni mese realizziamo un magazine monotematico sfogliabile solo virtualmente. Una sorta di ‘vorremmo materializzarci, ma non possiamo’. La rivista funziona: svariate centinaia di visualizzazioni ogni volta. La rete è una gran cosa, ma la carta è la carta. FF ora ci dà l’opportunità di materializzarci. Nel corso dell’anno sono previste altre uscite, ma il progetto è ancora in via di definizione. Perché Franz? L’idea è semplice. Il nome proprio serve per dire che parliamo di cultura cercando di stare lontani anni luce dagli intellettualismi snob. Franz è stato scelto semplicemente perché suona bene e funziona in tutte e due le lingue. Se fossimo a Napoli probabilmente saremmo Ciro, a Venezia Bepi. Fabio Gobbato
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Lauri Paasio
Gennaio 2011: cerimonia di apertura di Turku Capitale europea della Cultura. 60.000 visitatori, nonostante neve e gelo, hanno affollato le rive del fiume, per assistere al grande spettacolo inaugurale
turku 2011
la cultura come cura
Moisala Sanna Tiina Viljakainen
Kari Vainio
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Turku
finlandia Helsinki
Mare Baltico
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Tallin
50 km
estonia
Affacciate sul Baltico e separate da una sottile striscia di mare, Turku e Tallin in Estonia (seconda Capitale culturale 2011) spostano il baricentro della cultura europea, che per un anno guarda verso Nord.
Testo di Anna Quinz
Tarda primavera finlandese, temperatura media 8°C. Ma a Turku nessuno pare preoccupato dal freddo. Le facce che incrocio per strada hanno già dipinta l’estate imminente negli occhi, estate che porterà calore, turisti e soldi. In particolare quest’anno che la città appoggiata sul mar Baltico, nel sud della Finlandia è Capitale europea della cultura. “Dall’inizio dell’anno sono arrivati a Turku 245.000 visitatori, ne prevediamo altrettanti solo per il periodo estivo”, racconta Suvi Imila, bionda e decisa direttrice del progetto Turku 2011. “Il magazine Usa Today ha indicato Turku come quarta destinazione ideale da visitare in Europa quest’anno, e i risultati già si vedono: gli hotel cittadini hanno avuto un incremento del 13% rispetto a un anno normale, e ora prevediamo di aumentare ancora il numero di visitatori. E di curarli tutti, con la cultura”. Sì, proprio così, perché nella Turku Capitale, un concerto di Sibelius, l’orgoglio musicale nazionale, una mostra d’arte o una performance teatrale, sono considerati alla stessa stregua dell’aspirina o del moment: fanno guarire dai propri mali e finiscono sulle ricette del medico. Non si può certo dire che Turku sia una bella città. Moderna e apparentemente priva
di personalità, è però un posto da scoprire lentamente. E il 2011 è certamente l’anno giusto per farlo. Ex capitale della Finlandia, città dal glorioso passato e dal presente connesso all’economia delle attività marinare, Turku è anche una città bilingue, con un 5% di popolazione di madrelingua svedese. “La convivenza qui non è un problema, i due gruppi linguistici convivono pacificamente e serenamente, anche noi giovani, non abbiamo mai sentito nessuna differenza, gli svedesi di qui sono finlandesi al 100%, e fieri di esserlo”, racconta Samperi, il mio ‘ospite’ finlandese. E la città allora cresce, forte e consapevole della propria ricchezza, data – anche – dal plurilinguismo e dalla multiculturalità. Un tessuto culturale dunque che ha saputo fare tesoro delle proprie specificità, non partendo solo ed esclusivamente dall’alto, dalle istituzioni, ma anche dal basso, da quella sottocultura underground qui così viva e attiva. “Turku è una città dalle due anime, che tra loro si incrociano e si completano”, dice Suvi “come le due rive del fiume che taglia a metà la mappa urbana, e intorno a cui tutta la vita, portuale, sociale e culturale, si snoda”. Un’anima è resa vitale dalla tradizione, l’altra dalle subculture ultra-contemporanee, come lei stessa le definisce. E questo matrimonio,
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Michael Ebert
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Viaggio nella capitale europea di quest’anno, invasa da centinaia di migliaia di turisti da tutto il mondo. Sostenuti da studi scientifici i medici finlandesi prescrivono serate a teatro o visite ai musei a chi soffre di stress e disturbi psicologici. E la città ribolle di contemporaneità
Eye Music Trust
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a Turku, è tangibilmente virtuoso. Basta passeggiare per la città, infatti, per incrociare il più imponente dei teatri vecchio stile affollato di giovani, ma anche il bar alternativo, dove il tradizionale pensionato, beve un caffè, finlandese, naturalmente. 1. Eurocultured, street art Festival: the best in live art on the city streets. 2. Logomo, ex magazzino ferroviario, è il cuore della Capitale. 4 mostre, 1 bar installazione e 1 auditorium, per 365 giorni di programmazione. 3. Logomo, artisti e operai al lavoro, per rimettere a nuovo lo spazio espositivo e di incontro più grande in città. 4. Blackmarket di Hannah Hurtzig: 50 tavolini occupati da esperti (inclusi scienziati, artigiani, artisti e filosofi) invitati a raccontare e discutere le loro conoscenze. 5. Curated Expedition to the Baltic Sea, progetto che invita artisti finlandesi e estoni a studiare i fenomeni naturali del Mar Baltico e traformarli in arte. 6. Music of the Spheres, installazione con più di 100 bolle colorate, sul fiume Aurajoki, per la cerimonia di apertura di Turku 2011.
La cultura come cura Suvi Imila mi accoglie nel suo ufficio, pc e powerpoint alla mano, e mi racconta, in 40 minuti, la strategia, i risultati e gli obiettivi finora raggiunti dalla ‘sua’ Capitale. Innanzitutto il programma. “Nel 2003 la neonata Fondazione Turku 2011, da me presieduta, ha lanciato un bando “call for partecipation”, in cui si invitavano artisti, organizzatori, operatori e istituzioni culturali a proporre la propria idea per un progetto da realizzarsi nell’anno della Capitale”. Più di 1.000 hanno risposto all’appello, finlandesi e non, creando così un ventaglio di possibilità vastissimo, disegnato dai diretti interessati e non imposto o articolato dall’alto e da un unico attore. Decine e decine di idee da analizzare e sondare, e da cui poi sono stati estrapolati i circa 150 eventi a disposizione del pubblico in questo 2011. Una metodologia intelligente, per imbastire, fin dalla fase embrionale della candidatura, un coinvolgimento diretto degli
operatori e una visione ‘democratizzata’ delle scelte organizzative e artistiche. “È stato un bel modo di partecipare al progetto” dice Katja, giovane studentessa di cinema del prestigioso ateneo di cui Turku si vanta in tutta la Finlandia. “Noi studenti, per esempio, abbiamo proposto di realizzare un documentario su Logomo, l’idea è stata accolta, e ora lavoriamo “sul campo” per imbastire questo video che sarà poi il biglietto da visita della Capitale tutta”. Ma l’elemento strategico messo in atto dalla Fondazione che ha permesso, senza dubbio, a Turku di sbaragliare le concorrenti è di certo il concetto già citato della ‘cultura come cura’. Tutto parte da una domanda: quali i reali effetti della cultura sulle persone? Che la cultura crei benessere, lo si dice in ogni angolo del globo. Ma, lo sappiamo pure noi in Sudtirolo, non è facile convincere gli attori politici, economici e turistici di un luogo ad investire. Con orgoglio Suvi racconta che “qui volevamo fare qualcosa di più che una semplice campagna promozionale e così abbiamo coinvolto un istituto di ricerca universitario, per cercare di dimostrare e misurare, in modo scientifico, la portata del well being dato dalla fruizione e dalla partecipazione a eventi culturali”. La conclusione raggiunta dagli studi (ancora peraltro in atto, per perfezionare e
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SaunaLab: reinventare la sauna La sauna è sicuramente uno dei grandi orgogli nazionali finlandesi. Luogo e concetto spesso erroneamente intravisto in prospettiva erotica, per i finlandesi la sauna è più semplicemente luogo di relax. Molti hanno una sauna nel bagno di casa, e molti ‘vecchi’ in sauna sono stati partoriti. Non poteva, dunque, non diventaree uno dei simboli di Turku 2011. Il progetto SaunaLab coinvolge 4 artisti finlandesi contemporanei, invitati a rileggere e reinterpretare l’idea di sauna: tradizione nazional(popolar)e e contemporaneità, ancora una volta protagoniste. Nascono così 4 spazi inediti, inseriti nel contesto urbano e utilizzabili da turisti e cittadini. Uno degli artisti, Hans-Christian Berg, che ho incontrato mentre allestiva la sua sauna, creata insieme alla designer Mika Ihanus, l’ha voluta rappresentare come un tempio profano totalmente in vetro. L’esperienza privata della sauna diventa per lui momento pubblico che va vissuto con coraggio, dall’interno, e con una punta di voyeurismo, dall’esterno.
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7. Sauna Obscura, Heidi Lunabba. Il panorama esterno alla sauna, è proiettato all’interno: i visitatori potranno così vivere contemporaneamente l’esperienza della sauna e della camera oscura. 8. Hot Cube, Harri Markkula. Posizionato sull’acqua del fiume, il cubo permette ai visitatori di osservare la vita acquatica sottostante, attraverso il pavimento reticolato.
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ampliare i risultati) è che la cultura fa davvero bene. Ma non fa solo bene in senso figurato ed emotivo. La cultura fa bene alla salute, fisica e mentale degli individui. È una cura efficace per tanti problemi psicofisici che affliggono la società moderna. “E non lo dicono gli intellettuali, lo dice la scienza”. Su questa battuta, l’orgoglio della direttrice riempie lo sguardo e gonfia il petto. “A fronte di questa scoperta scientifica, la Fondazione Turku 2011 ha deciso di curare il proprio pubblico con la cultura, di fornire vere e proprie ‘medicine’, pillole di benessere per lo spirito e per la testa”. I medici di base della città dunque sono stati dotati di più di 4.000 ‘ricette culturali’ da prescrivere a quei pazienti che evidenziassero il bisogno di curare alcune patologie ‘leggere’. Sei stressato? Sei affaticato? Soffri di mal di testa costante? Il medico ti prescrive una serata a teatro, un concerto o una visita in un museo. Poi starai meglio. È scientificamente provato. Logomo La prima e più potente medicina culturale di Turku 2011, il cuore pulsante della Capitale è Logomo. Ex magazzino ferroviario del secolo scorso, l’edificio è stato completamente ristrutturato in occasione del grande evento
del 2011, divenendo affascinante luogo espositivo e di incontro. Suddiviso in tre macro aree, questo spazio post industriale assomiglia, per architettura e per destino al nostrano Ex Alumix. Ma Logomo, in questo anno di Capitale è un luogo davvero vivo e attivo, e nella lungimirante visione degli organizzatori, dovrebbe continuare ad esserlo, trasformandosi in un polo di creatività ed incubatore di giovani realtà legate alla comunicazione e alla cultura. Accoglie nei suoi spazi 4 grandi mostre. Me le racconta Ilkka, la mia guida, un giovane studente che, dopo un anno di Erasmus a Siena, parla un intrigante italiano mischiato allo spagnolo e ha la strana cadenza che hanno tutti i finlandesi. Si scalda particolarmente quando mi parla della mostra dedicata alle illustrazioni di Tom of Finland: icona gay, nei suoi disegni dettagliatissimi rappresenta fortissime ed esplicite scene di amore omosessuale, con protagonisti muscolosi e dalla mascolinità portata alle estreme conseguenze. “Da gay, sono orgoglioso del coraggio dimostrato dagli organizzatori della mostra. La Finlandia è di certo un paese gayfriendly per tradizione, ma avere una mostra così forte in un ambiente istituzionale, nella vetrina principale della Capitale, è un segno importante, non solo per
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9. The Sounding Dome Sauna, Jan-Erik Anderson. Il paesaggio sonoro creato dal sound artist Shawn Decker, cambia al variare di temperatura e livello di umidità interne all’immaginifica sauna. 10. Sauna Vision, Hans-Christian Berg e Mika Ihanus. Le pareti trasparenti della sauna, danno una nuova prospettiva della sauna, da momento privato a evento pubblico.
la comunità omosessuale, ma per tutti. Non è una scelta scontata, dimostra lungimiranza, attenzione alla comunità nella sua totalità, e soprattutto coraggio”. “Da noi sarebbe impensabile”, ribatto io. Ilkka non risponde, ma il suo sorriso, di chi l’Italia la conosce, è più eloquente di mille parole. Uno degli angoli più affascinanti di Logomo è il bar, che è di per sé un’opera d’arte. Allestito dall’artista tedesco Tobias Rehberger, è un crogiuolo di linee nere che si stagliano sul bianco totale del pavimento, delle pareti, delle sedie, dei tavoli. La rete che si crea confonde lo sguardo, ma al contempo lo attrae, portando a uno straniamento visivo e architettonico che fa svanire gli arredi e li confonde con lo sfondo. Da Logomo lo sguardo è rivolto a ogni strato sociale, a ogni età e a ogni gusto, e alla contemporaneità in tutte le sue forme, senza escludere nessuno. Turku Capitale, attraverso questo luogo, dimostra che qui non si temono – timore a noi, ahimè, ben noto – le polemiche gratuite, che troppo spesso distolgono l’attenzione da quello che è il cuore di operazioni come questa: fare cultura.
tutte le sue forme ed espressioni. Ma questo che apparentemente potrebbe apparire come un limite, si trasforma, nelle attive mani dei finlandesi, in un punto di forza. Il panorama della cultura contemporanea è dunque particolarmente vivace, soprattutto per quanto riguarda la percezione e la comprensione di chi la cultura non la fa, ma la fruisce. “Gran parte della programmazione della Capitale della cultura è incentrata sulla contemporaneità. E i visitatori, siano essi locali o meno, sono pronti a recepirne i linguaggi”. Me lo confida la fiera e imponente direttrice del museo di arte contemporanea di Turku, Ms. Paivi, come la chiamano tutti, che per la Capitale ha curato una mostra fotografica di giovani artisti finlandesi che si sono confrontati con un tema vicino all’identità culturale e sociale finlandese: l’acqua. E anche il progetto Sauna Lab (vedi box), da lei coordinato, che è senz’altro un modo efficace di coniugare tradizioni locali, come la sauna, e innovazione. “E poi abbiamo portato l’arte fuori dai confini cittadini, sugli arcipelaghi che sono il più interessante polo di attrazione turistica della nostra regione. Qui durante l’estate alcuni artisti creeranno alcune installazioni site specific”. Della stessa opinione e visione anche la direttrice del teatro cittadino, Raija-Liisa Seilo, che per offrire la cura giusta a tutti i ‘malati’ carenti di arte performativa, ha scelto di articolare la programmazione di quest’anno dando particolare spazio al teatro (e alla danza) di ricerca. Mentre mi trovo a Turku si svolge un festival di teatro, che presenta, in uno dei luoghi più istituzionali della città, una serie di performance sperimentali, che però riempiono le sale, e avvicinano il pubblico a modi di fare teatro nuovi e fuori dagli schemi. Raija-Liisa ha però qualche timore: “Molti operatori culturali che tanto si sono impegnati per proporre un programma articolato e attento per quest’anno, hanno paura di non riuscire a garantire negli anni a venire la stessa qualità e la stessa ricchezza di contenuti”. Paura legittima e a volte sottovalutata, che porta spesso le ex Capitali a implodere su loro stesse, se chi ha in mano il potere decisionale – e i budget – non ragiona con prospettive più a lungo termine. A Turku la volontà di non lasciare solo contenitori vuoti, una volta chiuso il grande baraccone della Capitale, c’è. Scopriremo, fra qualche anno, se l’obiettivo è stato raggiunto.
Contemporary attitude Turku, come tutta la Finlandia, non ha una lunga tradizione per quanto riguarda l’arte, in
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Schwärmen von Europa Gemeinsam mit den Regionen Venetien sowie Friaul-Julisch Venetien und dem Trentino will sich Südtirol als Nordest um den Titel der Europäischen Kulturhauptstadt 2019 bewerben. Das Projekt zur Kandidatur muss zwar erst innerhalb 2012 stehen, aber schon jetzt sorgt die Initiative für Diskussionen rund um Sinnhaftigkeit und Potentiale. Die Frage, welche Rolle Südtirol in diesem Gemeinschaftsprojekt spielen kann, steht dabei im Vordergrund.
Südtiroler Archälogiemuseum – Oskar Verant
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1. In der Mitte: Arno Kompatscher, Präsident des Gemeindenverbandes, rechts: Walther Meister, Präsident des HGV.
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as Ruhrgebiet in Deutschland 2010 sowie Pécs/Ungarn und Istanbul/ Türkei; 2011 Tallinn/Estland und Turku/Finnland; 2012 Guimarães/ Portugal und Maribor/Slowenien. Das Konzept der Kulturhauptstadt Europas hat die mittelalterliche Sichtweise einer von außen abgeschlossenen Stadt schon lange hinter sich gelassen. Heute werden ganze Regionen im Verbund zur Kulturhauptstadt, grenzübergreifend, international. Dabei könnte auch Südtirol bald eine Rolle spielen: Die Regionen Venetien und Friaul-Julisch Venetien, die Provinzen Südtirol, Trentino und Venedig sowie die Stadt Venedig bewerben sich gemeinsam als Nordest um den Titel Europäische Kulturhauptstadt 2019. Was kann das für Südtirol bedeuten? „Durch die gemeinsame Bewerbung haben wir sehr viele Facetten und können sicher viele internationale Gäste anziehen. Es ist eine große Chance, uns darzustellen – auch die Zusammenarbeit in der Europaregion Tirol – und wir hoffen, dass wir die Möglichkeit bekommen, diese Plattform zu nutzen“, sagt Landeshauptmann Luis Durnwalder. Innerhalb 2012 muss das Projekt zur Kandidatur des Nordest stehen, 2013 fällt die Entscheidung über die Zuerkennung des Titels durch die EU. Der Weg zur Kulturhauptstadt ist noch ein weiter, aber die ersten Schritte sind getan: Das Führungskomitee wird von Katia Tenti, Direktorin im italienischen
Kulturressort der Provinz Bozen geleitet. Ihr zur Seite stehen als Vizepräsidentin Francesca Zaccariotto (Provinz Venedig) und als Vizepräsident Angelo Tabaro (Region Venetien), sowie als Generalsekretär Romano Morra (Stadt Venedig). Peter Paul Kainrath vertritt Südtirol im wissenschaftlichen Komitee. Die Idee der ,Kulturhauptstadt Europas‘ hat ihre Wurzel bereits 1985, als der Ministerrat der Europäischen Union diese Initiative ins Leben ruft. Seitdem hat sich die Veranstaltung weiterentwickelt, aber nach wie vor geht es darum, den Reichtum, die Vielfalt und die Gemeinsamkeiten des kulturellen Erbes in Europa zu betonen, ein besseres Verständnis der BürgerInnen Europas füreinander zu ermöglichen sowie ein Gefühl für die europäische Gemeinschaft zu entwickeln. Drei zentrale Ziele wurden für das Programm definiert: die Unterstützung der grenzüberschreitenden Mobilität von Menschen, die im Kultursektor arbeiten, die transnationale Verbreitung von kulturellen und künstlerischen Werken und Erzeugnissen sowie die Förderung des interkulturellen Dialogs. Darüber hinaus kann die Veranstaltung eine wertvolle Gelegenheit sein, um Städte und Regionen in vielerlei Hinsicht umzugestalten, ihre internationale Bekanntheit zu steigern und dem kulturellen Leben neue Vitalität zu verleihen. Es steht die Frage im Raum, wie sich Südtirol Fortsetzung S.14 →
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PALLYACHO photo by Stefano Galli
franz shooting №5 lyrics by Matt Wilding view the whole shooting online on franzmagazine.com
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in diesem großen Gemeinschaftsprojekt überhaupt positionieren kann. „Wir haben in unserem Land viele Zeichen der europäischen Kultur, wenn ich da an die Burgen, Schlösser und vielen geschichtlichen Zeugen denke, aber wir haben auch viele Kunstdenkmäler. Die Kandidatur ist auch eine Gelegenheit, unsere Situation zu erklären, unsere Geschichte, Modelle der Zusammenarbeit der drei Volksgruppen usw. Selbstverständlich wird Venedig viele Leute anziehen, aber wir können es schaffen, dass sie auch zu uns kommen“, ist Durnwalder überzeugt. Für Landeshauptmannstellvertreter Christian Tommasini, der vor einem Jahr den Vorschlag lancierte, Südtirol in das Europa-Projekt mit einzubeziehen, „ist es eine große Möglichkeit für das Land, eine Brücke zwischen den Kulturen zu sein – durch seine Natur und Tradition – und eine Brücke hin zu Europa – durch die Vereinigung mit dem gesamten Gebiet des Nordostens und Venedig an der Spitze. Südtirol kann nach Venedig die zweite große Rolle bei der Kandidatur spielen, weil wir schon jetzt Brücke sind zwischen der nördlichen und der mediterranen Kultur. Auch deswegen ist gerade das Thema ,Brücke‘ für die gesamte Kandidatur in aller Munde:
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2. Von links: Landeshauptmannstellvertreter Christian Tommasini, Vizepräsident der Stiftung Südtiroler Sparkasse Carlo Costa, Werner Amort (Prinoth), Maurizio Todesco und Pietro Calò (Leitner Group).
Nordest als Brücke zwischen kulturellen und sozialen Wirklichkeiten, aber ganz konkret auch die Rialto-Brücke in Venedig, die Brücken von Treviso...“. Dass eine Bewerbung zur Kulturhauptstadt auch wirtschaftlich interessant sein kann, zeigt das Festival delle Città Impresa, eine Initiative der UnternehmerInnen des Veneto, die die Kandidatur des Nordest lancierte. Auch die Südtiroler Wirtschaft könne sich einen positiven Effekt durchaus vorstellen, so Stefan Pan, Präsident des Unternehmerverbandes: „Im Mittelpunkt steht die kulturelle Botschaft, die mit der Rolle ,Kulturhauptstadt‘ einhergeht – vor allem wenn es in dieser offenen Form gespielt wird: Ein Gebiet arbeitet wie im Team zusammen und bildet ein kulturelles Netz, in dem mehrere Knotenpunkte entstehen, ein Beispiel für eine neuronale Kulturlandschaft. Dass dies auch wirtschaftlich sinnvoll ist, entsteht aus dem Reflex des Zeitgeistes, der durch eine solche Initiative sichtbar wird.“ Seit 1985 haben über 30 Städte den Titel Kulturhauptstadt Europa getragen. Aber wie entwickelt sich eine Region zur Kulturmetropole? Welche Möglichkeiten ergeben sich dadurch für die BewohnerInnen, für die Kulturinstitutionen und Kulturschaffenden, für den Tourismus und die Wirtschaft? Bereits in dieser Phase – noch bevor die Bewerbung abgeschlossen ist – formieren sich die unterschiedlichsten Interessensgruppen. Ohne Zweifel gibt es Pro und Kontra: Die Sorge, ob denn wirklich nachhaltige Effekte sichtbar bleiben könnten oder ob es lediglich ein Strohfeuer für ein Jahr geben wird, bei dem wiederum nur ,die Großen‘ profitieren, hat Berechtigung. Ebenso aber braucht es die Einsicht, dass gerade heute die Diskussion und Auseinandersetzung mit der materiellen, sozialen und geistigen Grundlage von Kultur nicht nur sinnvoll und höchst spannend, sondern auch unverzichtbar ist. Dementsprechend wieso nicht die Bewerbung nutzen und das Verhältnis von Hoch- und Alltagskultur erörtern, zu Grenzgängen anregen, Projekte andenken, die große und kleine Kulturorganisationen und Kulturschaffende gleichermaßen sichtbar, hörbar, fühlbar machen? Die Bewerbung des Nordosten Italiens zur Kulturhauptstadt 2019 muss nicht bedeuten, dass ein ,Event‘ stattfindet, das ohne Echo vergeht. Sie kann ganz im Gegenteil helfen, auch die Vorteile und Mängel der regionalen Kulturpolitik zu beleuchten, das was passt und das was nicht passt, ein Gebiet darzustellen mit vielen Geschichten, mit Urbanität und Peripherie, mit Neuem und Altem.
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Le tappe: primo responso nel 2015 Intervista di Anna Quinz
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uali sono le tappe che portano al 2019? Lo spiega Katia Tenti, direttore di dipartimento cultura italiana della Provincia e presidente del Comitato Direttivo Nordest, l’organo manageriale del progetto di candidatura. Dottoressa Tenti, come avverrà la designazione della Capitale della cultura? La designazione spetta ogni anno a due nazioni dell’Unione Europea. Per il 2019 il titolo andrà a Italia e Bulgaria, come definito dalla UE, nel programma Capitale. La fase di preparazione alla candidatura è divisa in due: la pre-candidatura (dove siamo ora) e la candidatura vera e propria (da maggio 2015). Concretamente: nel 2012 si apre il bando per il 2019, e noi avremo circa 10 mesi per presentare il progetto, che dovrà rispondere ai requisiti richiesti. Una giuria (13 membri, 6 esperti nominati dallo stato a cui andrà la candidatura e 7 direttamente da istituzioni europee), si incaricherà di giudicare i progetti proposti, e di definire una shortlist di città (o territori) idonee. Nella fase finale, nel 2014, i territori selezionati verranno seguiti direttamente da una commissione ristretta (i 7 membri europei della giuria), per mettere a punto il progetto, e arrivare, infine, alle città o territori vincitori. Quali i criteri principali di valutazione, per designare una Capitale della cultura? Lo slogan trasversale del programma Capitale culturale europea è United in diversity! ciò significa che il primo obiettivo da centrare è la proposta di un progetto a dimensione europea. Ma i fattori determinanti della scelta sono molteplici. Innanzitutto va scelto un tema di candidatura fortemente connotato. Poi va dimostrata la solidità della struttura (governance) anche perché il programma deve garantire impatti di sviluppo territoriale che vadano oltre l’anno della candidatura. Altro aspetto importante è quello finanziario. Non importa che il budget sia alto, conta che il progetto
sia sostenibile, a seguito di un co-finanziamento tra attori pubblici e privati, per dimostrare il reale coinvolgimento del territorio. Fondamentale è anche la strategia di comunicazione, che deve avere una dimensione internazionale. E infine, cosa più importante di tutte, la qualità del programma, che della candidatura è il cuore. Per essere efficace dovrà indicare le motivazioni, le aspettative, il processo di preparazione, le prospettive future e la connessione con il resto del panorama europeo. In sintesi: rete ed eredità nei territori. Com’è strutturato, nella candidatura di Nordest, il piano di governance? Esistono 4 comitati: dei fondatori (istituzionale), scientifico (tecnico), direttivo (manageriale, di cui faccio parte anch’io) e dei promotori (attori del territorio). Tutte le scelte vanno poi approvate dal tavolo istituzionale. Il comitato dei promotori, in fase di costituzione, è particolarmente importante, perché è la voce del territorio. Deve comprendere operatori culturali, tessuto associazionistico, mondo imprenditoriale ed economico, accademico e sociale. Gli attori coinvolti saranno proposti in parte istituzionalmente, in parte tramite un sistema di call for partecipation per un comitato partecipato e partecipativo, cosicché ogni realtà operante sul territorio sia rappresentata e coinvolta. Per crearlo, stiamo lavorando sull’ascolto, monitorando i vari soggetti e cercando di delineare sinergie possibili. Il centro della nostra candidatura è la rete, e la capacità di creare un ponte tra il Nordest e l’Europa. Quale potrebbe essere, secondo lei, un elemento di criticità per la candidatura di Nordest? A parte la concorrenza che non va mai sottovalutata, direi la mobilità, che visti gli ingenti flussi di visitatori che il progetto genera, dovrà essere tenuta in debita considerazione.
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Welche Kultur wollen wir (verkaufen)?
Wir alle wissen, wie sich Südtirol im Ausland darstellt. Es ist ein Apfel- und Genussland, ein Berg- und Familienland. Ist es auch ein Kulturland, ein Ort für Kulturtouristen? Diese Frage stellen wir in Hinblick auf die Kandidatur Südtirols zur Kulturhauptstadt 2019. Die Kandidatur birgt durchaus Chancen, diese vielfältige, vielsprachige Südtiroler Kultur mit Inhalten zu füllen.
Alexander Alber
Text von Christine Helfer
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tellen Sie sich vor, Sie sind Nordtiroler und man setzt Ihnen als Botschafter des Landes die beiden Schlagerstars DJ Ötzi und Hansi Hinterseer vor die Nase. Ohne den beiden Herren und ihren Fans allzu nahe treten zu wollen – würden Sie sich gut aufgehoben fühlen in dieser Vertretung oder wäre sie Ihnen ein Dorn im Auge? Landeshauptmann Günther Platter hat die beiden vor zwei Jahren zu den offiziellen Aushängeschildern des Landes Tirol gemacht, zur gegenseitigen Wertschöpfung. Wer eignet sich bei uns zum Aushängen, zur Werbung für das Land Südtirol? Bergsteiger, Alpinsportler, die Kastelruther Spatzen; mehr fällt mir auf Anhieb nicht ein. Die Auswahl ist nicht besonders originell, und wenn sie unser Landeshauptmann treffen würde, wer weiß, wen es träfe. Ganz offiziell und sachlich dürfen unsere ,Qualitätsprodukte‘ für uns werben: vom Apfel über die Milch und den Wein bis hin zum Speck stehen sie für Qualität im Land. Ausgesucht wurden diese Produkte von Werbefachleuten und Wirtschaftstreibenden und niemand wird etwas gegen die Auswahl haben, Italiener, Deutsche und Ladiner aus Stadt und Land greifen gleichermaßen herzhaft zu bei Brettlmarende und Apfelstrudel. Wer aber gibt vor, welche Kultur das Aushängeschild Südtirols sein soll? Welchen Mix von tradiertem Kulturerbe und innovativen zeitgenössischen Formen wir
für uns als repräsentativ ansehen? Und in welcher Weise dieser Mix nicht nur ein Gesicht herzeigt, das uns passt, sondern auch für Touristen anziehend ist. Das Thema wurde in der letzten Zeit mehrfach diskutiert: auf einer Tagung der Südtirol Marketing Gesellschaft (SMG), bei der Vorstellung des Buches Kulturelles Erbe und Tourismus des Kommunikationswissenschaftlers Kurt Luger in der Bozner Tessmann Bibliothek. Auch in den Medien wurde darüber gesprochen: Wie die beiden Bereiche Kultur und Tourismus in Südtirol zusammenhängen, ja, ob überhaupt? Ob das, was die Touristiker als Kultur hergeben, nicht einfach inszenierte Kulturattrappen sind, oder ob sich darin die geistigen, materiellen, emotionalen und intellektuellen Aspekte wieder finden, welche die Kultur unserer Gesellschaft kennzeichnet. Für Gabriele Crepaz von der Südtirol Marketing Gesellschaft existiert das Thema seit Jahren: Sie sitzt für die SMG an der Schnittstelle Kultur und Tourismus und betreut Kulturprojekte, recherchiert Materialien und hält Kontakt zu Veranstaltern und Landesämtern. Zweimal im Jahr gibt es eine Sitzung mit Vertretern der drei Kulturlandesämter und dem Amt für Tourismus: Dort werden Strategien besprochen, aber auch ganz konkret Veranstaltungen ausgesucht, welche die SMG
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auf ihre Internet-Seite gibt (und die sich nicht ohne weiteres finden lassen). Die kulturellen Höhepunkte des Jahres 2011 sind demnach die Elektropera der Stiftung Stadttheater, die Valie-Export-Ausstellung im Museion, das Musical Hair der Vereinigten Bühnen Bozen oder die kommende Ausstellung Ich, Wolkenstein auf Schloss Tirol, natürlich die Meraner Musikwochen und die GustavMahler-Musikwochen sowie Transart, die Bozner Filmtage, Ötzi und die Ausstellung von kunst Meran Der nicht mehr gebrauchte Stall im November. Die Kriterien, denen diese Veranstaltungen standhalten müssen, heißen ,Einzigartigkeit‘ und ,Qualität‘. Bis vor kurzem habe man, so Gabriele Crepaz, einen sehr traditionsbehafteten Kulturbegriff vermarktet, das Bewahrende von Musikkapellen und Trachtenvereinen hochgehalten. Nun spiele man bereits die Institutionen Museion, kunst Meran oder Transart und in Zukunft soll noch ein weiterer Umbruch passieren. „Bei den jungen innovativen Konzepten sind wir noch schwach, aber da wollen wir auch erst schauen, wie sich gewisse Ereignisse etablieren, zum Beispiel das Musikfestival Upload des italienischen Landesjugendamtes.“ Das sei nicht interessant wegen der Musik, sondern könnte für das typische sprachgruppenübergreifende Lebensgefühl der Südtiroler Jugendlichen stehen, sagt Crepaz. Die Themen ,Sprache‘
oder ,Geschichte des 20. Jahrhunderts in Südtirol‘ will man bei der SMG stärker ins Visier nehmen und damit Kulturtouristen ansprechen. Kulturtourismus wird auch in Südtirol als wachsendes Phänomen gesehen. Dabei ist unklar, auf welche Art von Kultur sich dieser Tourismus bezieht. Ist es im weitesten Sinn alles, was der Mensch selbstgestaltend hervorbringt, oder meint man damit die hochkulturellen Veranstaltungen aus Musik, Kunst und Literatur? Bei der Vermarktung von Produkten, Ensembles und Gebieten, von Natur, Tradition und Genuss ist man fit, schwieriger ist es, das Südtirolbild mit Kulturangeboten so zu erweitern, dass die ganz wichtige ,Authentizität‘ nicht verloren geht. Dazu ist jedoch die Kenntnis der eigenen Kulturressourcen und Kulturgüter notwendig. Eine Bestandsaufnahme der immateriellen Kulturgüter empfiehlt der Salzburger Kommunikationswissenschaftler Kurt Luger, um zu wissen, wovon bei der Nutzung der Kultur durch den Tourismus die Rede ist. „Wir sind als Kulturdestination aber gar nicht geeignet“, sagt Karin Dalla Torre, Ressortdirektorin des Landesamtes. „Als einzigen international wichtigen Magneten haben wir den Ötzi.“ Sie glaubt nicht, dass
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1. Der Schlern vom Ritten aus. 2. Mountainbiken im Vinschgau 3. Südtiroler Jugendliche. in der Rittner Tracht.
sich die Menschen deswegen für Südtirol als Urlaubsland entscheiden. Grundsätzlich sei es positiv, wenn Touristiker sich jetzt mit dem Thema Kultur auseinandersetzten. Aus kulturpolitischer Sicht interessiert Karin Dalla Torre jedoch die Innenwirkung einer solchen Vermarktung weit mehr. Wenn mit der Anerkennung von außen eine Stärkung des kulturellen Selbstbewusstseins einhergeht, dann hat sich die Vermarktung ausgezahlt. Dass, zum Beispiel, Dialektsprechen nicht heißt, einen Mangel einzugestehen, sondern Selbstbewusstsein ausdrückt. Vieles ist durch die Werbung ,draußen‘ in der eigenen Region erst hoffähig geworden. Die Kultur, die man in Südtirol zur Zeit lebt, hat sich in den letzten Jahren verändert – in der deutschsprachigen Kultur setzte man stark auf das Zeitgenössische und Innovative, mit der Manifesta, dem Museion, der Landesausstellung, Transart hat man gegenüber dem Althergebrachten aufgeholt. Grundsätzlich gilt, so Karin Dalla Torre, es muss nichts neu erfunden werden, die Südtiroler Kultur lebt von gelebten und gewachsenen Praktiken – alles, was in den Alltag integriert ist, wie Musik, Theater, Brauchtum, Naturwissen und Herstellungstechniken, ist genau jene Kultur, die man meint. Lediglich dort, wo etwas zu fehlen scheint, wird das Kulturamt aktiv: bei
der Frauenkultur etwa. Ansonsten lasse man wachsen und gedeihen. Anders zur Zeit das italienische Kulturamt: Dort wird massiv und direkt initiiert. Festivals, wie das der Resistenze oder Liberamente oder eben Upload, zeigen einen ganz allgemeinen Aufholbedarf in der italienischen Kulturszene. Erstens, weil die italienische Kultur in den wenigen urbanen Zentren stattfindet; und weil das kapillare Vereinswesen, das die deutschsprachige Kultur auszeichnet, dort fehlt. Deswegen zieht das italienische Kulturamt zur Zeit sämtliche Register, auch und vor allem im Hinblick auf die Kandidatur zur Kulturhauptstadt 2019. So jedoch entsteht das Bild einer uneinheitlich organisierten und mehrgleisig fahrenden Kulturpolitik, mit völlig verschiedenen Auffassungen, wie diese zu betreiben und unters Volk zu bringen ist. Die Gefahr einer ,Zuvielisation‘ (Josef Ober in Kulturelles Erbe und Tourismus, Studienverlag) ist dort gegeben, wo ohne Absprache und gemeinsamer Vision Kulturgut in die Welt gesetzt wird, wo deutsche, italienische und ladinische Kräfte nicht gebündelt, sondern gestreut werden. Und wo eine solche Zerstreuung der Kräfte einer Schwächung der eigenen Position gleichkommt. Denn dann werden uns unter Umständen Kulturevents vor die Nase gesetzt, wie wir sie nicht für möglich halten.
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Fabbrica Venezia Il regista bolzanino Andreas Pichler sta montando il suo ultimo lavoro Vivere a Venezia. Una strategia per il Nordest per diventare Capitale europea della cultura? Temi comuni, personaggi di riferimento e network delle realtà più interessanti presenti sul territorio
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Testo di Marco Bassetti
Fotogrammi estratti dal documentario Vivere a Venezia
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ell’ambito del processo di candidatura dell’Alto Adige, insieme al Nordest, a Capitale europea della cultura 2019, l’opera di un altoatesino su Venezia, è proprio il caso di dirlo, cade a fagiolo. Si tratta dell’ultimo lavoro di Andreas Pichler, film documentario dal titolo Vivere a Venezia, attualmente in fase di montaggio, realizzato grazie ai finanziamenti pubblici per il cinema di Germania, Austria e della Provincia di Bolzano. Frutto di più di tre anni di ricerche e di un anno e mezzo di riprese in giro per calli e campielli, il documentario di Pichler affronta, attraverso la testimonianza diretta di chi abita a Venezia, temi come la sostenibilità della vita nel centro storico, l’impatto del turismo di massa sulla specificità dei luoghi e la conservazione del patrimonio storico-culturale. Temi spinosi su cui la politica, l’opinione pubblica e la commissione scientifica appena nominata dovranno interrogarsi se vorranno inquadrare il progetto ‘Capitale europea’ in una prospettiva globale di ‘lunga durata’, capace di considerare le molteplici ricadute che un evento di tale portata potrà avere sul tessuto storico, sociale e culturale dei luoghi che compongono la regione. “Mi ero già occupato tanti anni fa del fenomeno del turismo – riflette Pichler –
facendo un documentario sulle Dolomiti (Le mie tre cime, ndr). Allora come oggi, il mio obiettivo è quello di mostrare come il turismo possa trasformare un luogo. Cosa accade ad un luogo quando è al centro in maniera così masiccia dell’attenzione dell’economia del turismo? Questo è una domanda che mi ha sempre interessato e, da questo punto di vista, Venezia è per l’Italia un caso emblematico”. Dalle parole e dalle riflessioni di Pichler questa domanda appare subito in tutta la sua problematicità, lasciando trasparire in maniera chiara e netta il punto di vista del regista. Fornire allo spettatore un’interpretazione, una visione critica della realtà è, per Pichler, parte fondamentale del lavoro del documentarista. “Il film è raccontato attraverso spaccati di vita di gente che lavora dentro il turismo e gente che non ci lavora, giovani e vecchi, veneziani nativi e non. Questo contribuisce a far emergere le contraddizioni del fenomeno, quelli che a Venezia vivono di turismo e quelli che non ne possono più e scappano dalla città. L’aspetto più paradossale di questa dinamica è che chi oggi lavora nel turismo in gran parte non vive più a Venezia per sfuggire al turismo stesso. Sono quasi ottantamila le persone che ogni giorno pendolano tra Venezia e la terraferma. Un personaggio che compare nel
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nasce nel 1967 a Bolzano. Frequenta la Zelig – Scuola di documentario, televisione e nuovi media, studia filosofia e cinema prima presso l’Università degli Studi di Bologna e poi presso la Libera Università di Berlino. Durante gli studi realizza numerosi cortometraggi, video di danza e installazioni che trovano riconoscimento presso numerosi festival e mostre. Dalla fine degli anni ’90 si concentra sul lavoro di scrittura e regia di documentari. Molti dei suoi lavori sono prodotti dalle principali emittenti europee (Zdf, Arte, Orf, Rai, Yle, Ikon, 3Sat) e proiettati in festival internazionali. Tra i suoi lavori ricordiamo: Mirabella (2001), Call me Babylon (2003), Le Mie Tre Cime (2005), Il Cammino del Guerriero (2007) e Uno di noi – Viaggio in un’Italia populista (2011). Nel 2004 ha vinto, come autore e regista di Call me Babylon, il prestigioso premio tedesco Adolf Gromme.
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mio film, che possiede cinque ristoranti e fa il pendolare tutti i giorni, ha centrato in pieno la questione affermando “per noi Venezia è una fabbrica”. La ‘fabbrica Venezia’, si sa, è una delle mete più ambite del turismo mondiale, fiore all’occhiello dell’economia del Nordest, produttrice di quattrini e di posti di lavoro in grande quantità. E quindi, verrebbe da chiedersi, dove sta il problema? Il regista bolzanino non ha dubbi. “Il problema c’è ed è quello che chi si occupa di economia del turismo definisce ‘monocoltura’. La monocoltura del turismo uccide il tessuto storico-culturale dei luoghi che è la sostanza del turismo stesso. Nel film intervisto un professore dell’Università Ca’ Foscari, Van Der Borg, che individua il problema nell’inflazione dei free riders of public space, persone che guadagnano sfruttando il brand Venezia, tralasciando il fatto che la città è un patrimonio di tutti e che deve essere gestito e tutelato dalla mano pubblica”. Turismo come fonte di ricchezza, turismo come motivo di sfruttamento del patrimonio storico-artistico, turismo come fattore di prosciugamento del senso originario dei luoghi. Ma allora qual è, se vi è, la differenza tra la situazione del turismo altoatesino e
il caso Venezia? L’altoatesino Pichler, che è arrivato a interessarsi di Venezia dopo essersi occupato in maniera approfondita del caso delle Dolomiti, marca subito la differenza. “Essendo cresciuto in Alto Adige ho vissuto in prima persona il turismo come fenomeno che cambia i paesi e le persone. Sicuramente la differenza di una realtà come Venezia è che il fenomeno non è gestito, sicuramente molto meno gestito rispetto a quanto avviene da noi. Anche se, in realtà, in situazioni come la Val Gardena i pericoli sono simili: i giovani che non lavorano nel turismo faticano a trovare una casa perché i prezzi sono troppo elevati. Comunque è indubbio che in Alto Adige ci sia più coscienza di quello che accade sul territorio”. Venezia e Alto Adige, due modelli a confronto. Due modelli diversissimi che dovranno però in qualche modo dialogare. La candidatura del Nordest a Capitale della cultura passa di qui. “Faccio un po’ fatica – ammette Pichler – a vedere il Nordest come un territorio e a pensarlo coinvolto in un grande progetto. Tante città coinvolte e molto diverse tra loro, vedo la candidatura come una sfida molto difficile… A mio parere occorrerà trovare dei filoni di ricerca comuni, ad esempio la trasformazione del mondo rurale, e al tempo stesso trovare sul territorio delle figure di riferimento capaci di portarli avanti. Per quanto riguarda il mio ambito direi senza dubbio Marco Paolini… e poi penserei ad un network delle realtà più interessanti presenti nella regione, dai Magazzini del sale di Venezia ai diversi festival di cinema presenti in Friuli, dal festival Drodesera in Trentino fino al progetto Lungomare di Bolzano”.
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music art
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Es gibt viel zu tun
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Anlässlich der Kandidatur Südtirols als Kulturhauptstadt 2019 haben wir den Grödner Künstler Aron Demetz interviewt, der seit einigen Jahren italienweit und international auf sich aufmerksam macht. Demetz ist in Wolkenstein aufgewachsen, in Venedig bekannt geworden und lebt und arbeitet in der toskanischen Marmorstadt Carrara und in Gröden.
Haimo Perkmann und Anna Quinz im Interview mit Aron Demetz
1. Pholiota denuntians, Ahorn und Silikon, 2011.
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m Mittelpunkt der Skulpturen und Zeichnungen von Demetz steht der Mensch in seinem ganzen Erscheinungsbild. Dabei ergründet er die gesamte Palette der menschlichen Ausdrucksvielfalt. In formaler Stringenz zeigt Demetz den Menschen in Bewegung und in starren Haltungen, als Silhouette aber auch in seiner ganzen Körperlichkeit, als Skulptur und als Studie, gleichsam einem Gegenstand der Beobachtung, und zitiert dabei formal aus zehn Jahrhunderten der Bildhauerkunst. Dabei experimentiert der Künstler und Bildhauer aus Wolkenstein mit den verschiedensten Materialien. So wurde Demetz in Italien, unter anderem vom Kuratorenteam der 53. Biennale von Venedig 2009 entdeckt, wo er im italienischen Pavillon zu sehen war. Aktuell lehrt er in der Bildhauerklasse an der Akademie der schönen Künste in der Marmorstadt Carrara. Wie steht nun Aron Demetz, der einen starken Bezug zu Venedig hat, zur Kandidatur Südtirols als Europäische Kulturhauptstadt 2019? Wie schätzt der Künstler die Beteiligung unseres Landes ein? Kann er den Raum VenetienFriaul-Südtirol-Trentino als einen gemeinsamen Kulturraum interpretieren? Stellt diese Kandidatur für Südtirol eine Chance dar und ist sie in der Lage, etwas in Gang zu setzen oder gar in der Kulturpolitik ein neues Kapitel aufzuschlagen? Riskiert die Kunstwelt in Südtirol, dass eine Kandidatur nur um des Namens und Bekanntheitsgrades willen oder zur Steigerung des Tourismus dienen könnte? Und wie reagieren die Kulturschaffenden und leitenden MitarbeiterInnen der Kulturinstitutionen auf die Kandidatur und ihre Beweggründe?
Aron Demetz, von Wolkenstein zur Biennale und zum internationalen Durchbruch – wie darf man sich diese ‚Reise’ vorstellen? Hat die Biennale dein Leben und deine Perspektiven verändert? Die Biennale von Venedig hat in meinen Augen dazu geführt, dass meine Arbeit und mein Namen Wiedererkennungswert erlangt haben und dass ich meine Arbeit nicht mehr erklären muss. Man erhält mehr Einladungen zu Ausstellungen, doch die Lebensperspektiven sollte man schon selbst treffen und nicht von Biennalen abhängig machen. Die Provinz Bozen hat kürzlich beschlossen, gemeinsam mit Venedig und der gesamten Region Nordostitalien als Europäische Kulturhauptstadt 2019 zu kandidieren. Du bist in Südtirol geboren, in Venedig groß geworden und in der Welt zuhause. Wie interpretierst du diese Herausforderung für die Provinz Bozen? Die Provinz Bozen hatte in den letzten Jahren einige Herausforderungen zu bestehen, über die sie meist gestolpert ist oder bei denen sie nicht gerade geglänzt hat. Einen weiteren Versuch, nur der Wirtschaft wegen, finde ich, hätten andere Bewerber wie L’Aquila oder Matera sicher nötiger. Doch wenn man etwas aufbauen will, das im kulturellen Sinn der Region zugute kommt, so wäre dies sicher eine Bereicherung. Fühlst du dich als Künstler in das Projekt der Kandidatur Südtirols miteinbezogen? Welche Besonderheiten unserer Region fallen dir als mögliche
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Schwerpunkte ein? Kann dieses Projekt eine Internationalisierung des Südtiroler Kulturstandortes mit sich bringen? Die Organisation der Kandidatur ist erst in der Anlaufphase der Gestaltung und Ideenbringung. Mit Peter Paul Kainrath hat man einen kompetenten Menschen eingesetzt, der im geeigneten Moment sicher die Künstler mit einbezieht. Ob dies den Südtiroler Kulturstandort internationalisieren wird, hängt davon ab, wo man die Schwerpunkte setzt und was man erreichen will. Ich glaube aber, dass die kulturellen Schwierigkeiten der letzten Monate bewiesen haben, dass es hier noch viel zu tun gäbe, bevor man sich einer Internationalisierung zuwenden kann. In den letzten Jahren hat das Land Südtirol viel unternommen, um auf dem Gebiet der zeitgenössischen Kunst aufzuholen und auf globalem Niveau Schritt zu halten. Doch es gibt auch immer wieder Polemiken und Ablehnung. Ist diese Provinz in den Augen des Künstlers Aron Demetz bereit für die zeitgenössische Kunst? Es geht nicht darum, ob man bereit ist, sondern wie man mit zeitgenössischer Kunst umgeht, sei es von Seiten der Betrachter als auch seitens der Kunstbeauftragten. Ich glaube, beiden Seiten würde eine Portion Bescheidenheit gut tun. Ein Versuch, die andere Seite zu verstehen, würde alle wachsen lassen.
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Das kulturelle und kulturpolitische Zentrum liegt in diesem Zusammenhang natürlich in Venedig. Welche besonderen Akzente könnte das Land Südtirol hier
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einbringen, um seine Beteiligung an der Kandidatur zu rechtfertigen? Das hängt vom Gesamtkonzept der drei Regionen ab, aber sicherlich sollten es bleibende Akzente hauptsächlich für die heimische Bevölkerung sein, damit mehr bleibt als von der Manifesta7 – oder nicht nur tourismuswirtschaftliche Vorstellungen, wie bei der Präsentation des Projektes im Museion. Wie sehr hat deine Herkunft, Gröden, dein künstlerisches Schaffen geprägt? Und spielt die Frage nach einer individuellen ästhetischen Prägung durch das Umfeld in deinen Arbeiten eine Rolle? Heimat hat bestimmt einen großen Einfluss auf die eigene Entwicklung. Menschen, Landschaft, Umfeld formen einen Menschen, aber die Art und Weise der Formung und der Umgang damit liegt ganz beim Menschen selbst.
2. Tragödie der Eindeutigkeit; verbranntes Kiefern- und Sequoienholz; 2010, 2011. 3. Pholiota denuntians, Ahorn und Silikon, 2011; Ohne Titel, Zedernholz und Kieferharz, 2009; Ohne Titel, Zedernholz und Kieferharz, 2010. 4. Ohne Titel, Zedernholz und Kieferharz, 2009.
Warum arbeitet Aron Demetz in seinen skulpturalen Arbeiten immer wieder mit Holz? Es ist für mich immer wieder eine Herausforderung, wie weit ich mich mit Holz und den verschiedenen Arbeitsweisen identifizieren kann und ob ich die Verbindung mit der menschlichen Figur, die mich immer interessiert hat, schaffe. In deinen Arbeiten werden künstlerische Ausdrucksformen aus anderen Epochen zitiert und in einen zeitgenössischen Kontext eingefügt. Gibt es hier einen persönlichen Bezug zur Geschichte? Und wie verbindet sich die expressive, stilistisch strenge Ästhetik deiner Arbeiten mit der Erzählung von Geschichten aus der Innenwelt des Menschen? Natürlich komme ich durch meine klassische Sichtweise der Skulptur mit der Vergangenheit in Berührung, ich versuche aber dennoch, Türen für eine zeitgenössische Betrachtung offen zu lassen. Den Menschen alleine zu bespielen, ohne performative Ausweitungen, führt leicht zu einer Lesung der Gefühlswelt, doch das trifft, glaube ich, nicht auf alle meine Arbeiten zu. Zurück zum Material. Holzskulpturen haben zur Zeit keine Konjunktur im Kunstdiskurs. Oft werden sie in die Nähe des Kunsthandwerks gerückt. Versuchst du, dich davon abzugrenzen oder ist diese Auseinandersetzung für dich irrelevant? Haben sie das nicht? Ich habe meine Herkunft nie verleugnet und immer versucht, die Spannung am Material weiter zu prüfen und in
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Frage zu stellen. Das ist die Herausforderung, in diesem Fall an meinem Material, aber auch das Einzige, was ein Künstler tun kann. Ich glaube, Konjunktur hat nichts mit Material zu tun und Kunst nur teilweise mit Zeit. Spielt die Auseinandersetzung mit dem Katholizismus deiner Heimat eine Rolle in Bezug auf Inhalt, Form und Ausdruck deiner Arbeiten? Gewiss haben alle diese Heiligenfiguren bestimmte Arbeiten beeinflusst. Ich habe aber versucht, die Symbolik und dieses Denken anders anzugehen und das Gelernte um der Aussage willen anders zu benützen. Wie siehst du das schwierige Verhältnis zwischen der Grödner Schnitztradition und dem zeitgenössischen Kunstdiskurs? Ich glaube nicht, dass die Technik heutzutage an Wert verloren hat, sie wird oft nur schlecht verwendet – oder es wird, wie am Beispiel der Grödner Schnitztradition, nur bei der Technik belassen. Ich denke, dass Technik und Material, um Kunst werden zu können, immer der Idee und dem Konzept unterstehen. Was erzählt uns ein Grödner, der in Carrara lehrt, von dieser hierzulande wenig bekannten Stadt und von ihrer bildhauerischen Tradition? Carrara ist eine marmorstaubbedeckte Stadt mit vielen Künstlern, Handwerkern und Studenten – und beeindruckenden Steinbrüchen. Und genauso steinig sind die Menschen und ihre Mentalität, mit vielen Ecken und Kanten, die man erst nach einiger Zeit versteht.
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