Il 'l'ore
* Periodico di controinformazione a cura della Cellula Corsera del P.C.I. - Via San Marco, 21 - Milano *
PERCHE' IL "TORCHIO"
La realtà italiana si trova oggi sottoposta a due forze polarmente opposte: da una parte profonde e radicali trasformazioni si compiono sotto l'urto delle lotte operaie, dall'altra si cerca di trovare un equilibrio che allo stato attuale delle cose, così come esso si configura all'orizzonte, tende ad apparire fondato sulla tutela di un sistema sociale ed economico basato sul privilegio, sulla discriminazione e sullo sfruttamento.
Stiamo assistendo infatti a vasti movimenti di lavoratori in lotta per l'acquisizione di maggiore dignità e rispetto nella fabbrica, di una maggiore sicurezza sociale e previdenziale, per la difesa del posto di lavoro; all'acuirsi di una contestazione giovanile che mette in discussione i principii organizzativi stessi della società in cui viviamo; all'accentuazione dei fenomeni di dissidenza all'interno dei gruppi politici al potere; a larghe manifestazioni popolari per le riforme. Ma nello stesso tempo assistiamo a un rigurgito di forze conservatrici e reazionarie
che tentano di frenare l'allargarsi del moto di protesta che invade la società a tutti i livelli.
Tutto questo non può non avere ripercussioni anche nella nostra Azienda, non può non essere dibattuto a livello di base. Ma non è solo questo il motivo che ci spinge a pubblicare questo giornale. A nostro avviso la realtà del « Corriere della Sera » di cui facciamo parte è così complessa e piena di contraddizioni, che certi nodi hanno bisogno di essere analizzati e chiariti fino in fondo perchè possano essere portati alla luce i veri processi che ne stanno alla base.
( Verificare! e di essi ci sembra opportuno dare un'interpretazione squisitamente politica, individuare le forze che agiscono nel loro interno, precisarne le responsabilità e smascherare le collusioni di potere ).
Per questo avevamo bisogno di un giornale tutto nostro che senza limitazioni di spazio ci mettesse in grado di aprire un dibattitto politico sulla conduzione aziendale. Un giornale quindi sensibile ed attento a tutti gli eventi dell'Azienda in cui lavoriamo, pronto a coglierne gli spunti critici e a farsi portavoce dei problemi dei lavoratori. Un giornale che,
Benvenuto Signor DIRETTORE GENERALE
Signor Direttore, questa è la prima volta che ci rivolgiamo a Lei dopo la sua democratica e originale presentazione ai lavoratori e il successivo insediamento alla sua alta carica.
Lo facciamo trascurando il formalismo, del quale Lei ha sentenziato la fine, per entrare nel merito di quanto è importante dirci.
Siamo la cellula del Partito comunista del Corriere, parte integrante del movimento operaio, organizzato in vari organismi di massa. Siamo dunque una componente del multiforme schieramento ideologico e politico italiano, patrimonio questo di tutto un popolo il quale se ne è fatto strenuo prima difensore nella Resistenza e poi garante nelle successive occasioni di lotta.
La Resistenza si è esercitata al Corriere; quello spirito ha sempre ispirato l'attività politica e sindacale largamente rappresentata.
Ci pare di sapere che sul tema dell'antifascismo molti punti ci accomunano: infatti nella rappresentazione quasi epidermica, troppo intima per essere rispettosa e intelligente, fatta da un concorrente settoriale troppo scoperto nel gioco, risaltava un aspetto del Suo passato e della Sua personalità: la fede antifascista.
Quel dichiararsi apertamente ci dispensa da retorici elogi, facilitandoci un discorso sincero orientato sul convincimento che i valori repubblicani della nostra Costituzione avranno, in questa fabbrica, un qualificato difensore.
La Sua collocazione aziendale di alta responsabilità ci impone inoltre di sottolineare una situazione politica di cui i lavoratori democratici più anziani sono i depositari, ed i giovani i continuatori; figuri del lugubre ventennio non hanno mai osato riproporsi, l'apologia rimaneva una intenzione di pochi!
Ora, nel rigurgito qualunquista e fascista, si assiste ad un velleitario ritorno di qualche nostalgico mascalzone. Dobbiamo vigilare attentamente e stroncare risolutamente qualsiasi fatto reazionario. Noi riteniamo una provocazione ogni azione tendente a giustificare un passato vergognoso che le nostre coscienze rigettano.
Ai timidi tentativi di squallidi retaggi è da imputarsi l'atteggiamento sostenuto dal « Corriere » per certa filosofia caldeggiata con profondo senso demagogico da una troupe di nostalgici accucciati nelle « tane » delle redazioni e della cronaca.
Ma a questi dimostreremo una volontà decisa e precisa per imporre la continuità dello spirito democratico della Resistenza: volontà che presuppone organizzazione!
Signor Direttore siamo convinti che anche il Comitato Antifascista costituitosi in Azienda, necessiti di una partecipazione, non tanto stratificata socialmente, bensì di una adesione sorretta da fede e spirito costituzionale.
Se la Sua nomina e quella di altri dirigenti è sinonimo di svolta nelle scelte, oltrechè per le capacità professionali, anche per chiare tendenze ideologiche, attendiamo che tale svolta sia operata nella direzione politica. Confidiamo dunque nella Sua personale autorità.
Ecco riassunti in breve i motivi di un dialogo a distanza, con accenti forse partigiani, ma una partigianeria di tutti coloro che dal lavoro traggono sostentamento e benessere.
La storia del movimento operaio dallo Statuto Albertino allo Statuto dei Lavoratori esemplifica da un lato il cammino percorso, dall'altro indica la strada da seguire. Una via sulla quale il movimento operaio e le sue organizzazioni intendono affermare un diritto di intervento sempre più esteso, sia nei piani di ristrutturazione logistico-produttiva sia nei piani di programmazione economica aziendale, che in quelli riguardanti le dimensioni umane e civili dell'Azienda. Un potere operaio non più declamatorio ma reale; un potere operaio senza soggezioni o supine riverenze.
Signor Direttore, questo incontro dialettico ma non formale, vuole significare un punto di incontro e di partenza per un futuro tutto da vedere e da giudicare.
La parola ai fatti.
anche se nato nell'alveo di una tradizione di Partito — quella del PCI, nel quale riconosce la sua sede naturale di elezione — non disdegna di accettare un dialogo aperto, pacato e costruttivo con tutte le forze democratiche e progressiste del « Corriere ». Infatti, un altro fattore fondamentale che ci ha spinto alla fondazione di questo giornale è stata, non solo la constatata esigenza di uno strumento di comunicazione e di informazione, incisivo, polemico e provocatorio — oggi indispensabile secondo noi come mezzo di formazione di una visione comune di contestazione sistematica delle condizioni in cui ci dibattiamo — ma anche la sentita esigenza di ricercare quei legami, che al di sopra di ogni differenza ideologica, accomunano i lavoratori tutti, in modo da ricostruire quella coscienza unitaria senza la quale ogni lotta, ogni progresso, rischiano di essere sterili.
Ecco perchè abbiamo voluto questo giornale ed ecco perchè ci sentiamo di rivolgere un appello a tutti i simpatizzanti di questa iniziativa perchè facciano loro il nostro giornale e collaborino con noi al successo comune.
La redazione
METODO E COSTUME
La nostra presenza in fabbrica registra, con l'ingresso nel Partito di molti giovani, un accrescimento numerico che, se da un lato legittima una certa soddisfazione per il lavoro svolto, dall'altra ci impone di continuare questo lavoro affrontando con questi giovani il discorso sul metodo e sul costume del nostro Partito, elementi che lo qualificano rendendolo diverso dagli altri partiti.
Per questo è necessario politicizzare i giovani, compito del partito rivoluzionario, serio e continuo.
Il compagno Longo al XII Congresso ha sottolineato particolarmente l'impegno necessario a proposito dei nuovi concreti compiti politici del Partito.
« La soluzione di questi compiti esige, da parte nostra, la capacità di guardare alla realtà senza prismi deformanti, senza preconcetti o apriorismi ideologici, senza esclusivismi, con la coscienza che il nostro compito non è solo quello di interpretarla ma è quello di trasformarla, e che mai, perciò, bisogna aver paura del nuovo, perchè il nuovo è la realtà che si trasforma, il domani che si fa oggi, è la prospettiva che si fa presente ». Così fa parte del nostro costume considerare le critiche che politicamente ci vengono dall'interno del Partito, ma non possiamo accettare posizioni personali o di gruppi all'interno stesso del nostro Partito, perchè ciò significa porsi al di fuori di quel « collettivo intellettuale » che è il partito rivoluzionario stesso. Non siamo e non saremo tolleranti o teneri con coloro che cercano scuse ipocrite e squallide per uscire dal Partito, ed approdare verso « lidi più comodi »; questi elementi non hanno voluto capire nulla della sua linea politica, nulla della democrazia nel Partito, nulla della sua struttura.
E parlando di linea politica, di struttura e di democrazia del Partito, intendiamo il metodo nella realizzazione concreta dell'esigenza democratica socialista del Partito Comunista Italiano, in una linea politica comune a tutti i militanti, sorretta dalla preparazione ideologica e dall'esperienza.
FONDAMENTALE per quanto riguarda il metodo è il confronto continuo delle idee, l'analisi della realtà del nostro Paese, del nostro popolo in funzione delle scelte politiche.
Da qui il significato politico di un efficace contributo alla lotta delle classi lavoratrici, impegnate nella trasformazione socialista del nostro Paese.
I compagni debbono quindi difendere, rafforzare il Partito con la partecipazione politica e attiva, continua in tutte le organizzazioni di massa, soprattutto nella fabbrica, attraverso quegli organismi di classe quali il sindacato, i comitati unitari antifascisti, ecc.
I. S. R. M O Sesto S. G. - Milano n e Numero unico IN ATTESA DI AUTORIZZAZIONE Milano, 22 aprile 1971 Stampa in proprio
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MARCIAll zglIOSA
Nonostante la presentazione del « Corriere » con ben 165 righe di piombo e del « Corriere d'Informazione » con 52 righe, la cosiddetta « marcia » ha avuto solo una esigua (5000 persone) partecipazione di fascisti, come dimostrano le foto di parecchi giornali (Giorno, Avvenire, ecc.) e la gustosa vignetta de « Il Popolo Lombardo » organo della DC milanese.
Noi ci limitiamo a ripubblicare due « corsivi », uno dell'« Avanti » e uno de « l'Unità ».
A titolo di cronaca registriamo che il « Corriere » ha dedicato al dopo manifestazione 176 righe.
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Della seconda manifestazione del 17/4 è inutile parlarne, tutti si sono resi conto che si è trattato di una squallida « adunata » di vecchi e giovani rottami, raccattati nelle fogne della malavita.
QUANDO IL SILENZIO NON E' D'ORO
E adesso, che fare?
L'interrogativo certo deve avere percorso i partecipanti alla « manifestazione silenziosa » che si è svolta ieri pomeriggio per le vie del centro cittadino; almeno quelli che non si sbracciavano nel saluto romano e quelli che non erano stati assoldati tra la peggiore teppa di tutta la Lombardia. Perché nella manifestazione di ieri pomeriggio, sotto l'etichetta anonima e qualunquista di « maggioranza silenziosa », ciò che risultava evidente era in primo luogo l'impostazione provocatoria, e poi la strumentalizzazione neo-fascista.
Ci parrebbe equivoco, infatti, voler dare un nome diverso ad un « raduno » cui partecipavano in massa i picchiatori della Giovane Italia ed i maggiori esponenti cittadini del MSI.
Con gli slogans anticomunisti ieri è stato rispolverato tutto l'armamentario illusionistico delle parate neo-fasciste con i canti, i suoni antichi e nostalgici, lo sventolio quanto mai fuori posto, delle bandiere tricolori.
Il tentativo palese è quello di mascherare con la bandiera dell'anticomunismo ad oltranza (ed il comunismo costituisce da sempre lo spauracchio di quei vecchi e buoni borghesi che hanno il timor di Dio, ma non la sensibilità sociale di affrontare i problemi del Pae-
SI È COSTITUITO AL CORRIERE IL COMITATO ANTIFASCISTA
In seguito al tentativo di « golpe » del criminale Junio Valerio Borghese, la Cellula ha diramato il seguente comunicato:
« I comunisti della cellula degli stabilimenti del "Corriere della Sera" si sono riuniti in attivo straordinario, in seguito al tentativo eversivo paramilitare e fascista, tendente a frenare il processo di trasformazione e di avanzata della classe operaia.
Di fronte a tali tentativi provocatori, che trovano l'appoggio finanziario del padronato e il sostegno politico di certa stampa falsamente democratica, i comunisti del "Corriere" chiamano tutti i lavoratori dell'azienda alla mobilitazione, alla vigilanza e alla intensificazione della lotta per le riforme.
Condannano inoltre la direzione politica del "Corriere" per la provata collusione con le centrali di provocazione del Paese, facendosi portavoce della demenziale teoria degli "opposti estremismi".
I comunisti inoltre propongono a tutti i lavoratori del "Corriere" il rafforzamento delle alleanze politiche attraverso il comitato antifascista unitario di lotta, al fine di sconfiggere le manovre del padronato coi suoi fiancheggiatori del "partito della crisi", principale fomentatore della violenza nel nostro Paese allo scopo di giustificare il proprio disegno reazionario tendente a recuperare lo spazio che le masse popolari hanno conquistato attraverso la lotta ».
Milano, 18 marzo 1971
Testo del documento (pubblicato da l'« Avanti » e da « l'Unità », mentre le cronache del « Corriere » e de « l'Informazione » hanno ritenuto di NON pubblicarlo).
Milano, 23 marzo 1971 COMUNICATO STAMPA
In seguito ai gravi fatti reazionari verificatisi recentemente nel nostro Paese, presso il "Corriere della Sera" è stato costituito un comitato antifascista che ha stilato il seguente documento: « In data odierna per iniziativa dell'ANPI, del Nucleo Aziendale Socialista della cellula PCI si è costituito il Comitato di Difesa Antifascista del "Corriere della Sera", aperto a tutte le forze autenticamente democratiche, nate dalla Resistenza, per la difesa della libertà, della democrazia e di tutti quei valori conquistati con le lotte di liberazione e del lavoro.
se) l'attacco sostanziale ai partiti democratici, ai sindacati, alle riforme.
Una insperata solidarietà è venuta a chi, a Milano, come altrove, nel nostro Paese, tira le fila di questo disegno provocatorio e neofascista, da parte di alcuni i quali, pur facendo parte, in ruolo di dirigenti, dei partiti di Governo, hanno creduto improvvisamente di dover aderire ad una manifestazione contro « la pavida acquiescenza dei partiti governativi » alla violenza comunista (come affermavano ieri i « silenziosi »).
Certo questo è un punto che va chiarito.
L'unico aspetto per cui non sono ammesse compromissioni: c'è chi sta con il partito delle riforme, della democrazia e della libertà, c'è chi sta con i mestatori che in questi punti vedono gli obiettivi da combattere prima di tutto.
Un punto che devono chiarirsi anche quei cittadini che ieri, in buona fede, hanno partecipato ad una manifestazione che sotto l'etichetta di « maggioranza silenziosa » è riuscita in parte ad intorbidare le acque coinvolgendo anche chi, pur essendo un conservata re, non ha certo intenzione di dare una mano ai provocatori neofascisti.
E' questo almeno ciò che ci auguriamo.
« Avanti » del 14 marzo 1971
INSIEME
Ci siamo meravigliati, domenica, quando abbiamo visto che l'articolo di fondo del « Corriere della Sera » era dedicato alla politica internazionale e aveva l'aria di essere stato scritto due giorni prima, come se il direttore del giornale, questa volta, il sabato pomeriggio, nelle ore in cui detta i suoi frementi saggi, avesse altro da fare. Difatti in cronaca, nel servizio dedicato alla manifestazione organizzata dal « Comitato cittadino anticomunistà il mistero era spiegato, là dove si leggevano queste parole: « ...veniva poi avanti un bimbetto, che reggeva una bandiera italiana più grande di lui... ». Eccolo lì, il nostro Spadolini con la bandiera: ma perché non nominarlo?
Poi c'erano alcune tra le più note signore di Milano, la più parte dirigenti dell'ANDE, sentite: « ...e alle sue spalle un altro tricolore era tenuto per i lembi da un quadrato di nove ragazze ». Non ci sono dubbi. La cronaca del a Corriere » ha evitato scrupolosamente di scrivere la parola « fascisti », come se tra i dimostranti non ce ne fosse neppure uno. Ma « La Nazione », in una breve cronaca della manifestazione milanese così tra l'altro s'è espressa: « Mescolati alla folla erano alcuni esponenti politici tra cui l'onorevole
Servello, il consigliere comunale Petronio, il consigliere regionale Leoni, del MSI, e, a titolo personale, l'onorevole De Carolis, della DC ». Ora a parte il fatto, del tutto irrilevante, che l'on. De Carolis, della DC, non esiste, si dà la combinazione che tutte le « personalità politiche » partecipanti al corteo erano fasciste, ma sul « Corriere » non c'era un na me, anzi pare di capire che i fascisti non erano graditi.
Tanto è vero che ad un certo punto il « Corriere » ha scritto: « La presenza di gruppi neofascisti inseritisi tra le file dei manifestanti », parole nelle quali è facile cogliere una nota di rammarico e di deplorazione. Questi fascisti che « si inseriscono » non hanno il senso della discrezione e dell'opportunità. Come fanno i metalmeccanici, che pure vanno ogni tanto in corteo, a non ritrovarseli mai accanto? Com'è che non si « inseriscono » mai quando si radunano i muratori e i braccianti? E' la sorte fatale degli « opposti estremismi »: i Falck, i Borletti, i Dubini, i Campanini, i bimbetti, quelle « ragazze » e i fascisti, si ritrovano sempre insieme. E' già successo l'altra volta. Fortebraccio
« Unità » del 14 marzo 1971
Subito dopo si è formato il Comitato di Difesa Antifascista che ha stilato il documento sotto riprodotto e che è stato inviato ai seguenti organismi:
S.S.A. - C.G.I.L. - U.I.L. - C.I.S.L.
Mutua Interna
Gruppo Anziani
Circolo Aziendale
Invalidi di Guerra
Comitato di Redazione
Democrazia Cristiana
Alcuni di questi organismi hanno risposto e la loro firma appare in calce al documento, gli altri non hanno risposto.
Le continue aggressioni alle sedi dei lavoratori, gli atti vandalici operati contro cose e persone e tutti gli attentati nelle diverse città, ad opera di fascisti ed elementi di destra e conservatori, dimostrano che non si tratta di episodi isolati ma gli sviluppi di una precisa strategia che ha come obiettivo l'attacco alle istituzioni democratiche al movimento organizzato dei lavo' ratorì. Perciò il Comitato invita tutti i lavoratori e le associazioni antifasciste a manifestare con fermezza la propria volontà di respingere ogni velleità di ritorno dello squadrismo fascista, rifiutando le interpretazioni di comodo come quella che vorrebbe spiegare i fenomeni degenerativi in atto come il risultato di uno scontro fra opposti estremismi. Chiede il bando di tutte le forme di associazione paramilitare e neofasciste e l'allontanamento dagli organi dello Stato di tutto quel personale compiacente subdolo che il nuovo rigurgito fascista trova di valido aiuto e copertura. Chiede inoltre la messa fuori legge del MSI così come dal dettato costituzionale ».
Al Comitato hanno aderito inoltre:
GLI ASPETTI DEL PROBLEMA DELLA
SALUTE NELLA NOSTRA FABBRICA
E' una constatazione chiara a tutti il fatto che si viva in un'epoca di continuo e rapido progresso tecnico-industriale. Non è però altrettanto chiaro a tutti che se la trasformazione in Paese industriale porta ad un aumento della produzione, ciò conduce anche nell'attuale sistema capitalistico ad una diminuzione del livello della salute. Anche fra gli operai la coscienza di un danno specifico alla salute provocato dallo sfruttamento deve essere fatto emergere in modo più netto e più decisivo. Deve essere affermato come sacrosanto il principio che la salute dei lavoratori non ha prezzo. Ma sarebbe oltremodo ingenuo pensare che questo problema possa anche minimamente interessare il padronato. Sappiamo infatti che « il capitale non ha riguardo per la salute e la durata della vita dell'operaio, quando non sia costretto a tali riguardi dalla società ».
Ciò che si è detto sino ad ora ha valore per la fabbrica del « Corriere della Sera »? Dalle testimonianze raccolte dalla Commissione Interna fra i lavoratori è possibile rispondere in senso affermativo.
E' purtroppo bene conosciuta agli operai che lavorano nel reparto rotative la rumorosità assordante delle macchine accumulate in uno spazio troppo ristretto. Diversi operai infatti hanno potuto notare su loro stessi una diminuzione dell'udito già riscontrabile nei comuni rapporti di linguaggio interpersonali.
Per questo è mai stato eseguito un esame audiometrico su tutti gli operai del reparto rotative tendente a verificare se esiste come è probabile una diminuzione della soglia auditiva? Non chiediamo se sia stato eseguito periodicamente, ma almeno una sola volta su tutti. Sappiamo inoltre che gli operai del reparto stereotipia lavorano a diretto contatto col piombo. E' noto come il massimo contributo alle intossicazioni da piombo è dato dalle forme croniche le quali sono quasi sempre di origine professionale (specialmente fra i lavoratori dell'industria tipografica). L'inizio dell'intossicazione da piombo è quanto mai insidioso: mancano, almeno per un certo tempo i segni che di essa possono considerarsi caratteristici e tutto si riduce ad una sintomatologia vaga anche se multiforme di
Sezioni Sindacali UIL e CGIL, Gruppo mutilati di Guerra del Corriere cui le manifestazioni principali sono costituite dalla facile esauribilità fisica, dal dimagramento, dalle turbe dipeptiche, dal pallore e della stipsi. Per escludere il sospetto della intossicazione, appunto perché la sintomatologia in genere è quanto mai sfumata ed ingannatrice, un valido contributo dànno gli esami di laboratorio. Si deve cioè vedere se è presente anemia (mediante opportuno esame emometrico) e, se l'anemia c'è, indagarne le caratteristiche biochimiche. Inoltre non si devono trascurare l'esame della piombemia (livello del piombo nel sangue) e della piomburia (livello del piombo nelle urine) che rappresentano l'indice più diretto della intossicazione. Ma non basta. Forse non tutti gli operai del « Corriere » sono a conoscenza dei problemi di cui si è parlato in precedenza. La maggior parte però ha esperienza del troppo frequente cambio dei turni dal giorno alla notte e viceversa. Ora è ben noto che se è possibile invertire il ritmo notte-giorno, è necessario un certo periodo di tempo per l'adattamento biochimico dell'organismo e per il cambiamento del ritmo sonno-veglia. Ma di questo non si tiene evidentemente conto nella distribuzione dei turni.
Per quanto riguarda infine i servizi igienici, essi per testimonianza unanime, lasciano ampiamente a desiderare per la loro limitatezza di dimensioni, scarsezza e pulizia con conseguente scadimento delle condizioni igienicosanitarie facilmente immaginabile. Compiuto questo breve esame della situazione sanitaria viene certamente automatico chiedersi come si dovrà agire per cambiarla. La cosa fondamentale è che tutti i lavoratori del « Corriere » raggiungano la coscienza del fatto che la loro salute non ha prezzo. Su questa base, trascurando pure l'intervento dell'Ispettorato del Lavoro, dovrebbe essere chiesto l'intervento del Comune, perché a questo spetta il compito di vigilare sull'igiene « degli opifici ed in genere di tutti gli stabilimenti dove si compie lavoro in comune ».
A questo proposito al Consiglio di Zona dovrebbe essere richiesto di collaborare fattivamente in quanto è chiaro che il problema della salute nella fabbrica costituisce un aspetto della salute nel quartiere. f.to Dottor « R »
Lthykmsoc,cioN,
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ADFRFg-ri A TrTOto PEaso.µE
Tutto sommato avrebbero tatto meglio a stare zitti ancora un po'. Vignetta pubblicata dal Popolo Lombardo - organo della DC Milanese e Pasquino commento della recente manifestazione . antifascista ».
UNA BATTAGLIA NON FACILE CONSIDERAZIONI ALIENAZIONE E TEMPO LIBERO
Il tema della libertà di stampa ha interessato e interessa sempre più le forze democratiche e la sinistra italiana. Il dibattito sviluppatosi intorno ai temi della libera e democratica informazione ha indicato la necessità di compiere nuovi passi in avanti sulla via dell'affermazione di un diritto che non può essere considerato tale soltanto sul piano astratto.
Infatti, sia negli anni dei governi centristi, sia nel periodo dei governi del centro-sinistra abbiamo dovuto lottare duramente contro tutti coloro i quali ritenevano di potere impunemente calpestare il diritto alla libertà di stampa e di informazione. Basta riflettere sulla lotta che nel Paese e in Parlamento abbiamo condotto, unitamente ad altre forze di sinistra, contro il monopolio democristiano della RAI-TV per intendere il valore politico della battaglia che conduciamo. Una battaglia non facile data la presenza in campo di forze monopolistiche e politiche non disposte ad ammettere l'uguaglianza dei diritti sanciti dalla Costituzione, decise a difendere, con tutti i mezzi, i loro privilegi di classe.
L'azione di disinformazione o di « persuasione occulta » esercitata tramite certa stampa, il cinema, la radio, la televisione, rappresentano un ostacolo obiettivo allo sviluppo e al rafforzamento della democrazia.
Ecco perchè la battaglia per la libertà di stampa va condotta sul terreno della realizzazione delle riforme di struttura in collegamento con tutti coloro che all'interno della sinistra democratica e nello stesso campo cattolica hanno maturato 'l'esigenza di dar vita a uno schieramento capace di realizzare mutamenti che soltanto ieri erano impensabili.
Questa esigenza è avvertita da larghi strati di opinione pubblica che ha saputo cogliere le contraddizioni tra una informazione obiettiva e le distorsioni attuate dalla stampa cosiddetta indipendente e, in special modo, dalla RAI-TV.
La verità è che il confronto delle idee non avviene in condizioni di parità. Non a caso dietro le testate di molti giornali si trovano i gruppi parassitari e monopolistici interessati a confondere, a « inquinare » l'opinione pubblica sui temi riguardanti la politica interna ed estera. Questi gruppi — è bene ripeterlo — si chiamano Fiat, Pirelli, Montedison, sono i grandi complessi petrolieri, armatoriali, zuccherieri, farmaceutici che sono contrari ad ogni progresso di lavoratori e ad ogni vera riforma. Sono coloro che intendono monopolizzare l'informazione per creare artificiose divisioni, frenare la lotta per le riforme, impedire il rinnovamento del Paese.
A questo proposito, nel sottolineare le responsabilità della DC, il compagno Luigi Longo scriveva che: « ...la politica dei governi diretti dalla DC, la politica del centro-sinistra hanno favorito e favoriscono questo stato di cose, con favori di parte di ogni sorta, sia attraverso le Partecipazioni Statali, sia negando ogni agevolazione ai giornali che portano avanti le idee e gli interessi delle forze popolari, sia utilizzando sfacciatamente a fini di parte la radio e la televisione ».
E' per questi motivi che i comunisti milanesi si accingono ad organizzare un convegno provinciale sulla libertà di stampa, iniziando questo discorso dal rafforzamento de « l'Unità » e della stampa comunista. Infatti un calo della diffusione de « l'Unità » significherebbe un indebolimento della stampa di partito e delle testate di ispirazione democratica, un punto a favore delle « catene di informazione » degli avversari della democrazia.
Il convegno servirà inoltre ad illustrare le proposte da noi già avanzate per risolvere la crisi che investe e scuote le strutture della stessa editoria quotidiana. Ossia: favorire la nascita di nuove testate; la nascita e lo sviluppo di quotidiani di proprietà delle associazioni sindacali, culturali, politiche di varie ispirazioni; il controllo della pubblicità.
E, soprattutto, la riforma della RAI-TV.
Si tratta, come abbiamo detto, di una lotta difficile che dobbiamo vincere nell'interesse di tutti i democratici.
Azeta
Da più dì vent'anni lavoro al « Corriere », e almeno cento volte ho letto sul « nostro » foglio, in cronaca, a commento di manifestazioni aziendali, che le maestranze, i dirigenti e la proprietà formano la « famiglia del Corriere », per non dire dell'infinità di volte che all'interno o all'esterno si parla di questa affettuosa, imparentata comunità. Non nascondo che anch'io ho finito per crederci, quasi che far parte della « famiglia del Corriere », fosse un privilegio! Trascorsi quattro lustri dalla mia assunzione è arrivata la medaglia d'oro dell'anzianità e il distintivo pure d'oro (disegno del povero Pat) effigiante l'« Ape laboriosa »! Da allora ho sempre portato l'« ape » sulla giacca. Pochi giorni fa mi sono imbattuto in un vecchio compagno di lavoro col quale ho trascorso ben quindici anni in tipografia e che da otto anni è in pensione. Dopo il saluto iniziale mi ha detto: « Porti ancora quel "toso" all'occhiello?
Ti rendi conto che non ha nessun valore, che non dice nulla? ». Sono rimasto allibito e ho chiesto il perché.
Il discorso di colpo si è portato sulla « famiglia del Corriere » e su certe spettanze che la legge non riconosce più a chi è da oltre 5 anni in pensione. Già la legge non si discute, ha una sua fredda logica; non guarda in faccia a nessuno. Mi sono chiesto: che senso ha applicare la legge in una « famiglia »? Se il rispetto di questa legge vuol dire non dare solo perché è trascorso un periodo, allora che famiglia è? E' certo un modo legale per diventare sordi, per non sentire il calore umano, per trattenere quello che, se solo erano trascorsi meno di cinque anni, doveva essere dato. Ma in una famiglia questo è logico? E allora perché si fa la festa dei pensionati? Perché ogni tanto si invitano a banchetto? Tutto questo dà sapore di burla, di contentino. E pensare che tra i pensionati che non hanno più diritto ad avere le loro spettanze sul « lavoro domenicale - settimo numero » ci sono anche capireparto che quando appunto lavoravano hanno tatto l'iradiddio per fare l'interesse dell'azienda: discussioni-liti per non concedere il « ritorno », discussioni-liti per il controllo eccessivo della produzione, ostentata parsimonia nell'aumentare di cinque lire (!) ogni due anni il superminimo di reparto e non a tutti, perché tale misura bisognava meritarsela.
Bella ricompensa! Ora la Proprietà (che tanto ha guadagnato dalla collaborazione e dallo zelo di tutti, perché il « Corriere » è più « nostro » che « suo ») non li riconosce più, non sono suoi figli, non fanno parte della famiglia.
Mi auguro venga abbandonata la rigidità legale e la Proprietà si comporti in un modo più umano. Dicendo così, mi pare di interpretare il pensiero anche di tutti i compagni di lavoro, attualmente forza attiva, che non devono trascurare coloro che li hanno preceduti nel creare la solidità e il benessere del « Corriere », a vantaggio di pochi.
...Il prodotto dell'uomo, che sfugge al suo controllo e acquista un potere obiettivo tale da sovrastare l'uomo stesso, è la caratteristica essenziale della cosiddetta "alienazione"... »
...In che consiste l'alienazione del lavoro?... il lavoro resta esterno all'operaio, cioè non appartiene al suo essere e l'operaio quindi non si afferma nel suo lavoro, bensì si nega, non si sente appagato ma infelice, non svolge nessuna libera attività fisica o spirituale, bensì mortifica il suo corpo e rovina il suo spirito... »
...Finalmente l'esteriorità del lavoro al lavoratore ( sempre in una società capitalista, beninteso!) si palesa in questo: che il lavoro non è cosa sua ma di un altro; che non gli appartiene e che in esso (lavoro) egli non appartiene a sè, bensì a un altro... »
La suddivisione capitalistica del lavoro, in sè disumana, procura immediatamente l'alienazione del lavoro. Ecco che, puntualmente, vengono creati, al di •fuori dell'uomo, bisogni superflui, innaturali, la soddisfazione dei quali rappresenta la caduta nella trappola del consumismo.
...Il lavoro non è quindi la soddisfazione di un bisogno, bensì è soltanto un mezzo per soddisfare dei bisogni esterni ad esso. L'espansione della produzione crea una massa di oggetti sempre più ingente: cresce quindi il regno degli enti estranei cui l'uomo è sottomesso e ogni nuovo prodotto è una nuova potenza di reciproco inganno e reciproco spogliamento. L'uomo diventa sempre più povero come uomo. Quindi l'espansione dei prodotti e dei bisogni diventa schiava ingegnosa e calcolatrice di appetiti disumani, raffinati, innaturali immaginari... »
Ci troviamo quindi di fronte a un'esistenza a dir poco innaturale: falsi bisogni, falsi problemi, condizionamenti intollerabili, esigenze reali soffocate.
...L'operaio si sente con se stesso soltanto fuori del lavoro, e fuori di sè nel lavoro... » così dice Marx. Ma la classe lavoratrice, oggi come oggi, non si sente "con se stessa" neanche fuori del lavoro, nel suo "tempo libero".
Il cosiddetto "problema del tempo libero" ha assillato e assillerà non poco i "nostri" padroni e i loro "esperti": infatti, se vogliono rimbecillirci, lo devono fare bene, in maniera completa, non soltanto sul lavoro, ma anche a casa, ín strada, ovunque! Del resto la società dei consumi assolve molto bene a questo compito di annullamento collettivo della personalità: il nostro tempo libero è assorbito dalla televisione, da certa (quasi tutta) cinematografia strappa-lacrime e ruba-pensiero, dalla letteratura d'evasione, dagli sports a carattere sedentario (la partita allo stadio) e chi più ne ha più ne metta. Tutto va bene purchè sia provvisto di un alto potere tranquillante, purchè non dia tempo di pensare, purchè si sia tutti felici e ci si voglia tanto bene.
Ma che dice Marx a proposito della classe dominante e del modo con cui essa in ogni epoca e in ogni luogo, impone i suoi desideri, le sue idee, i suoi passatempi e i suoi giochi?
...Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè, la classe che è la potenza materiale dominante della società è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante. La classe che dispone del mezzi della produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della produzione intellettuale. Le idee dominanti sono... i rapporti materiali dominanti presi come idee. Gli individui che compongono la classe dominante... dominano anche come pensanti, come produttori (e divulgatori, a ogni livello) di idee che (a loro volta) regolano la produzione e la distribuzione delle idee del loro tempo... »
Ecco quindi che anche il "tempo libero" inteso nella sua accezione non-alienante, cioè come possibilità per ciascuno di prendere maggior coscienza di sè e della realtà sociale che lo circonda, manco dirlo, è soggetto a un vero e proprio bombardamento di idee e di soluzioni "gentilmente offerteci" dalla classe dominante: ma sta a noi, a tutti noi, trovare delle possibili soluzioni alternative. *
Il Direttivo di Cellula, comunica a tutti i compagni, l'avvenuta espulsione dal Partito di GIANI ERNESTO, speditore, per indegnità politica e opportunismo.
« Il Comitato di Cellula
Qui GIACE 40' W 161 ectE%-vq, suo MOTTO 194 STRSJ110,0A ar N. LIBERTÀ
DI STAMPA
« Articolo 4 » foglio redatto e stampato dai lavoratori della STIEM in occupazione da oltre 60 giorni: una testata di ispirazione democratica.
COSE CHE CAPITANO
Significato di una data
L'«AFFARE» S. Ti. E. M.
Perché siamo in lotta tutti ormai lo sanno: per la difesa del posto di lavoro. Quello però che non tutti sanno o che non hanno ben chiaro in mente è come la cosa è stata condotta dai reggitori dei centri di potere, quel potere economico che, ancora una volta, ha dimostrato di voler condizionare il potere politico e di essere l'unico vero governante del nostro Paese.
Quando fu creata la STIEM non si badò a spese: lo stabilimento, in tutte le sue parti, fu costruito in modo da poter essere almeno raddoppiato, in un secondo tempo, senza dover ricorrere a grossi lavori di rifacimento, perché tutti gli impianti furono predisposti per le aggiunte necessarie per l'ulteriore sviluppo.
Ciò dimostra che si voleva portare questo complesso ad un alto livello di produzione; forse non è errato supporre che ci fosse l'intenzione di concentrare in questo stabilimento tutti i lavori grafici occorrenti a tutte le aziende del Gruppo ENI.
Anche il quotidiano finanziato dal Gruppo doveva uscire di lì, tanto è vero che all'inizio « Il Giorno » faceva parte della STIEM. Si è poi cominciato lo smantellamento proprio da qui, staccando il quotidiano e dandogli un'altra società editrice
(SEGISA) e costruendo in altra parte un nuovo stabilimento.
La STIEM ha percorso così stentatamente il suo cammino, rimanendo sempre al disotto del suo potenziale produttivo, ostacolata ed ignorata dai dirigenti del gruppo ENI.
Poco più di un anno fa, l'ENI ha venduto l'azienda e le macchine (non il terreno e lo stabile) ad un privato per un prezzo irrisorio rispetto al suo valore effettivo, lasciando cadere offerte molto superiori e di maggior garanzia. E' bene sottolineare che l'operazione di vendita non è mai stata portata a conoscenza dei lavoratori i quali ne sono venuti a conoscenza, solo quando si è presentato un signore dicendo che era il nuovo padrone. E' pure da notare che fino a tre giorni prima l'allora presidente della STIEM, alla commissione interna che lo interrogava su voci corse in fabbrica, dava le più ampie assicurazioni negando categoricamente qualsiasi passaggio di proprietà.
L'imprenditore privato, comm. Pietro Paolazzi (Rotocalco Ambrosiana) arrivò come il salvatore, come colui che avrebbe dato all'azienda nuova vita e la spinta determinante per la definitiva entrata nell'orbita dei grandi complessi grafici. Tutto que-
sto però non si è verificato ed alla fine del '70 si apprendeva che la STIEM era sulla via della chiusura denitiva. Era così attuato il piano dei capi dell'ENI, di eliminarla salvando la faccia dell'ente di Stato. Molto in succinto questa è la storia della STIEM, storia che ora continua con la nostra lotta, lotta confortata dal contenuto dell'« articolo 4 » della Costituzione, lotta che ha assunto un preciso significato politi. co, lotta contro il dispotismo del capitale pubblico e privato, lotta di tutti i lavoratori per arrivare ad un controllo del denaro pubblico anche da parte di essi che sono coloro che più danno allo Stato sia in produzione che in contanti.
Noi, sicuri del buon diritto e della giusta causa che combattiamo, portiamo avanti la lotta, non tralasciando alcuna occasione per far sapere a tutti quali sono i metodi del capitale, sia esso pubblico o privato, e continueremo, sorretti fraternamente da tutta la categoria, fino alla risoluzione finale ed al raggiungimento del nostro obiettivo immediato che è la riapertura della STIEM e cioè un lavoro decoroso e la sicurezza per le nostre famiglie.
«
erano coloro che dopo schi il movimento di massa fu il 25 luglio, dopo 1'8 settem- di una continuità e di una am-
bre, credevano nel fascismo e nei tedeschi, ma erano ancora molti ad averne paura, e molti anche quelli che ritenevano pura pazzia impegnare una lotta armata di bande contro un nemico così superiore di numero e mezzi come l'esercito nazista.
Le difficoltà da superare non furono poche, il più duro ostacolo che la Resistenza incontrò fu l'attendismo nelle sue molteplici forme. Occorsero mesi per organizzare il movimento partigiano.
Nel gennaio '44 si poteva contare su 9 mila partigiani combattenti. E' a poco a poco che la lotta si svilupperà, si farà più audace, che i nuclei partigiani diventeranno distaccamenti, poi brigate e divisioni. Organizzammo più di una "leva per l'insurrezione". Tuttavia sino alla vigilia del 25 aprile i partigiani combattenti furono un'audace minoranza rispetto a tutta la popolazione dell'Italia occupata dai tedeschi.
La grande maggioranza dei lavoratori, pur osteggiando tedeschi e fascisti, erano rimasti nelle città, nei villaggi, nelle fabbriche. Non vi erano certo rimasti passivamente. Qui era il centro della lotta antifascista e dei C.L.N. Una parte dei lavoratori scioperava per rivendicazioni economiche, una altra per obiettivi apertamente politici. In nessuno dei paesi dell'Europa occupata dai tede-
piezza cosi grande.
Tutte le formazioni partigiane, qualunque fosse il loro colore politico, si appoggiavano direttamente o indirettamente alle iniziative dei C.L.N., alle lotte della classe operaia, dei contadini, dei lavoratori.
Le formazioni partigiane combattenti non avrebbero potuto vivere neppure tre mesi senza l'aiuto e l'appoggio dei C.L.N. di città e di villaggio, senza l'aiuto dei comitati di agitazione delle fabbriche, senza le centinaia di agitazioni e di scioperi, senza l'aiuto diretto e quotidiano degli operai, dei lavoratori, di gran parte delle masse contadine.
Tutto questo è stata la Resistenza. Quella multiforme e intensa attività per organizzare le masse popolari, per realizzare la più larga unità del popolo italiano, per fare comprendere che la lotta armata, la guerra partigiana poteva sostenersi e svilupparsi vittoriosamente soltanto se appoggiata dalle lotte popolari delle città e delle campagne, soltanto se unita e diretta da un unico comando, da una sola disciplina, qualunque fosse l'orientamento politico e ideologico dei partiti e delle correnti antifasciste. Tutto questo ha voluto dire saper condurre una politica unitaria e nazionale organica e conseguente ». da « Il Monterosa è sceso a Milano di Pietro Secchia
La Resistenza
Brigate
256 mila partigiani combattenti in Italia e all'estero (153.600 garibaldini )
70.930 caduti (42.558 garibaldini)
30.697 feriti (18.416 garibaldini )
387 medaglie d'oro (93 ai garibaldini )
825 medaglie d'argento (217 ai garibaldini )
Per esaltare il significato del 25 aprile e non relegarlo, come vorrebbe l'Italia « ufficiale » nella commemorazione retorica di una cosa passata, un gruppo di lavoratori che hanno partecipato alla visita dei campi di sterminio nazisti, si è fatto promotore di una MOSTRA FOTOGRAFICA che sarà allestita nella «sala mostre» del Circolo Aziendale e resterà
aperta fino al 10 maggio col seguente orario: dalle 9 alle 18. Tale mostra, che illustrerà le atrocità commesse dai nazisti complici i fascisti nostrani è dedicata soprattutto ai giovani, affinchè ricordino un passato odioso che non deve più ritornare, lottando contro le forze reazionarie del Paese, nello spirito della Resistenza e dell'antifascismo.
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