Skip to main content

Lavoratore Pirelli3

Page 1

LavoratoreFirell

mensile degli operai e degli impiegati comunisti del gruppo Pirelli

REFERENDUM Indicazioni di una grande vittoria

di EMANUELE MACALUSO

Nel corso e dopo la campagna elettorale si è molto discusso sulla incidenza del voto del 12 maggio nella situazione politica quindi sul significato della scelta a cui sono stati chiamati gli elettori italiani. II senatore Fanfani nei suoi discorsi, ha evocato lo spettro del 18 aprile 1948, ha dissotterrato l'anticomunismo di quei tempi, ha cercato di spaventare i ceti borghesi dicendo che i beneficiati della vittoria dei no sarebbero stati solo i comunisti, ma ha poi ipocritamente respinto ogni « caratterizzazione politica » del voto. Il fascista Almirante ha chiesto un voto per il « plebiscito anticomunista », trascurando ogni riferimento alla legge, sperando in un ribaltamento della situazione politica. La nostra posizione prima e dopo il voto è stata chiara e netta: abbiamo difeso una legge giusta e civile; abbiamo chiesto un voto per la libertà di coscienza e la laicità dello Stato contro ogni sopraffazione l'integralismo cattolico; abbiamo chiesto quindi un voto carico di significato politico.

Berlinguer ha giustamente detto che il voto espresso il 12 maggio non è la vittoria di un partito ma quella « della libertà, della ragione, del diritto », cioè una vittoria democratica. A questo successo hanno contribuito forze sociali e politiche diverse che non si trovano nello stesso fronte di lotta nelle fabbriche, nelle campagne, nelle città.

Cioè il voto del 12 maggio non è stato un voto di classe in senso stretto come vanno dicendo alcuni fogli dell'estremismo parolaio. E' vero invece che come in altri momenti della nostra recente storia, ancora una volta determinante è stato il contributo della classe operaia e dei lavoratori in una lotta per la libertà e la democrazia.

Basti ricordare la Resistenza, la Repubblica, la Costituente, la lotta contro la legge truffa il governo clerico-fascista di Tambroni. Anche oggi la classe operaia e i lavoratori si sono battuti per un'avanzata democratica civile della società, per garantire a tutti i cittadini le libertà essenziali, per salvaguardare il carattere laico dello Stato: conquiste che la grande borghesia, governando con i massoni mangia-preti con i clericali, non ha saputo assicurare alla nazione. Oggi — dicono molti — l'Italia ha mostrato di essere un « paese moderno », « europeo » con un popolo politicamente maturo. Ma si tratta — diciamo noi — di una « modernità », di un « europeismo », di una « maturità » diversa da quella di altri paesi, dato che in Italia ogni avanzata civile ha il segno di una lotta che ha visto in prima linea la classe operaia e il PCI, che si sono battuti per l'unità democratica. Fanfani, Almirante, Gabrio Lombardi e soci, col referendum non volevano solo abrogare una legge giusta e civile ma volevano fare un censimento per contare la « maggioranza silenziosa » di un'Italia conservatrice codina che non tollera riforme civili democratiche e chiede soluzioni di tipo autoritario. Hanno invece trovato un'altra Italia. Fanfani andava ripetendo che la vittoria dei si non avrebbe messo in discussione l'attuale formula di governo: questo poteva anche, astrattamente, essere vero; ma quello che sarebbe cambiato con la vittoria dei sì, era il quadro politico generale. Avremmo avuto un clima politico ammorbato dalla tracotanza fascista e clericale adatto ad ogni avventura. La vittoria dei no non ha certo capovolto la situazione politica del paese ma ha creato un clima politico in cui

Segue a pag. 2

a pag. 2

DOPO

IL CONTRATTO impegni di lotta dei lavoratori a pag. 6

Il confronto

Governo

sindacati

a pag. 7

Impiegati alla Bicocca

Anno II - N. 3 - Maggio 1974 - Sped. in Abb. Post. - Gruppo III - 70% 3

Gli impegni di lotta dei lavoratori Pirelli

Deve crescere col movimento la capacità di costruire momenti di unità e di alleanza per l'avanzamento generale della classe lavoratrice e del Paese

di LINO DI FRANCO

Con la conquista del contratto, che ha visto i lavoratori della Pirelli impegnati per sei lunghi mesi, si è concluso il primo ciclo di una lotta che ha avuto al centro una difficile battaglia per contrastare prima e mutare poi il segno di un processo di ristrutturazione che la Pirelli aveva lanciato fin dall'autunno del 1972. Col duro attacco ai livelli occupazionali, accompagnato da volontà di recupero sull'uso della forza-lavoro e sulle conquiste di potere che i lavoratori avevano realizzato, la Pirelli si proponeva: 1) sconfiggere un movimento che la aveva incalzata sempre, soprattutto nella grande fabbrica di Bicocca, e che aveva contrastato tutti i progetti (decretone) che il padrone illuminato voleva porre in atto; 2) portare avanti quelle scelte che la fusione con la Dunlop gli imponeva e che erano funzionali al disegno egemonico della grande multinazionale. A questo disegno immediata è stata la risposta dei lavoratori. Questa non si è limitata a contrastare ma ha elaborato un discorso complessivo che dopo undici mesi di lotta ha permesso di far sottoscrivere a Pirelli un accordo nel quale oltre alla garanzia del mantenimento dei livelli occupazionali al nord, arricchito da investimenti migliorativi, trovavano posto una serie di impegni di investimenti produttivi al sud e scelte produttive finalizzate ai grandi temi di riforma che il movimento pone sul tappeto.

- E' stato questo un buon accordo per i lavoratori della Pirelli ed è stato soprattutto un primo esempio di concretizzazione di una linea per un diverso sviluppo economico del Paese che poi la vertenza chimica e le lotte di grandi gruppi di altri settori dell'industria (Fiat, Alfa etc.) hanno seguito.

La lotta per il contratto che iniziava subito dopo la fine della vertenza di gruppo ne è stata una logica continuità ed ha realizzato, soprattutto sul pia-

Segue da pag. 1

è possibile consolidare ed estendere le libertà democratiche, i diritti civili, l'avanzata culturale del popolo. Fattori, questi, essenziali per affrontare tutti i gravi problemi che travagliano oggi il paese e che attendono una soluzione. Ci riferiamo alla situazione economica, alle condizioni del Mezzogiorno, a quel complesso di questioni che attengono al risanamento della vita pubblica, all'amministrazione della giustizia, alla lotta al terrorismo fascista e provocatorio alla criminalità. Problemi la cui soluzione non può essere delegata al governo, anzi è proprio la politica del governo che aggrava e complica questi problemi. Occorre quindi una forte e rinnovata iniziativa politica e di massa per un mutamento sostanziale degli indirizzi economici dei metodi di governo che provocano questi guasti profondi nella società, come abbiamo visto con gli scandali con i tentativi per coprirli con ogni mezzo travolgendo la legge e la credibilità delle stesse istituzioni democratiche. Questa iniziativa può e deve essere sorretta da un'ampia unità operaia, popolare democratica che non escluda ma comprenda

no di un rafforzamento del potere in fabbrica, grossi obiettivi.

Riconoscimento del Consiglio di fabbrica, nuove norme di contrattazione del cottimo e dell'ambiente, il ruolo del gruppo omogeneo, ne uscivano rafforzati e questo permette oggi di affrontare in modo più incisivo le battaglie che ci stanno di fronte.

Un secondo ciclo si è subito aperto con un attacco dí Pirelli che sperava di cogliere i lavoratori in un periodo di stanca dopo ben 17 mesi di lotta ininterrotta. Ad una richiesta generalizzata di prestazioni eccedenti le 40 ore settimanali, si veniva accompagnando, in particolar modo a Bicocca, un tentativo di smembramento di alcuni reparti produttivi (vettura) mentre veniva data comunicazione che l'ultimo gruppo di sospesi non sarebbe rientrato nei tempi previsti dall'accordo ( 15.3.74 n.d.r.).

La risposta a Bicocca è stata immediata. Prima l'Esecutivo, poi una riunione dei C.d.F. delle Pirelli del milanese hanno ribadito il NO dei lavoratori e ricordato alla Pirelli il rispetto completo dell'accordo e soprattutto la determinatezza dei lavoratori a farlo rispettare. Questo impone però che oggi si faccia una verifica critica della nostra storia recente. Se è vero, e lo è, che si è prodotto in termini di grande mobilitazione molto, è altrettanto vero che sul piano dell'azione di ogni giorno alcuni limiti ci sono stati. Non sempre il rapporto tra i vari livelli della organizzazione di fabbrica (Consiglio: Esecutivo-Direttivo-Delegato) è stato corretto. Non sempre i rispettivi ruoli sono stati rispettati soprattutto è stato carente il ruolo che si è fatto svolgere al delegato. Bisogna riprendere proprio dalla cellula più piccola del nostro tessuto organizzativo. E' da qui che deve partire la risposta dei lavoratori. Più puntuale deve essere il nostro intervento ed esso deve coinvolgere sempre grandi

quei lavoratori, quelle donne ed onesti cittadini che il 12 maggio hanno votato SI. Ricordiamoci infatti che gruppi di lavoratori donne del popolo cattolici della campagna della città hanno votato SI perchè non hanno saputo ancora distinguere, come altri, il loro impegno religioso da quello civile; teniamo ben presente che altri lavoratori e donne del popolo per le loro condizioni oggettive di vita e di ambiente (soprattutto nelle campagne), ma anche per un nostro insufficiente impegno politico culturale, nel campo dei problemi che sono stati messi in discussione col referendum, non sono stati ancora conquistati ad una visione più avanzata della società, ma sono forze disponibili per una lotta di rinnovamento e di riforme. Noi comunisti non commetteremo certo l'errore di considerare il 41°/o del SI come un blocco clerico-fascista! No. Compito nostro è di portare più avanti la lotta per la libertà e la democrazia con tutte te forze che questa strada vogliono o possono percorrere. E oggi queste forze sono più di ieri, più forti e più sicure, nelle fabbriche nelle campagne, negli uffici e nelle scuole, al Nord e nel Sud.

masse di lavoratori in una gestione non mediata dello scontro. Questo è il presupposto perchè i momenti che dobbiamo costruire aí vari livelli (Provincia-Regione-Paese) non restino solo fatti propagandistici e quindi si esauriscano in se stessi. Certo, dobbiamo recuperare quel patrimonio di unità con le altre categorie, gli Enti locali, i partiti che nei momenti difficili della nostra lotta ci hanno rafforzato e permesso di isolare Pirelli, in modo diverso, più impegnato. Dobbiamo essere capaci di costruire nel movimento e col movimento momenti concreti e continuativi di unità e di alleanza che vadano più in là del rispetto degli accordi, che sappiano vedere in una prospettiva più lontana. Se una battaglia per mantenere i livelli occupazionali può anche essere risolta con una lotta dei soli occupati, una battaglia per le fabbriche da costruire al sud non può essere vista che in un legame sempre più stretto ed organico con le masse, organizzate e non, di popolo che chiede lavoro e col lavoro un avvenire meno incerto.

Questi gli obiettivi che ci stanno di fronte, questi gli impegni dei prossimi giorni, settimane e mesi.

L'esperienza maturata nelle lotte di questi anni deve temprarsi con l'appropriazione e la gestione dinamica degli strumenti che abbiamo conquistato col nuovo contratto.

Non sarà questa certamente una lotta facile, ma è con lotte come questa che il movimento va avanti e perciò va combattuta con impegno, con unità, con tenacia. Dobbiamo ribadire ancora una volta il ruolo che è proprio della classe operaia. Un ruolo che i lavoratori della Pirelli hanno svolto e vogliono continuare a svolgere, capaci come sono stati e sono di legare anche le battaglie più particolari ai grandi temi che il movimento porta avanti per realizzare, con un nuovo meccanismo di sviluppo, un reale progresso economico e sociale nel Paese.

mensile degli operai e degli impiegati comuniss osi gruppo Pin31§

Direttore responsabile: Roberto Nardi

Redattore capo: Pietro Anelli

Comitato di redazione: Pietro Anelli, Aldo Luciani, Aldo Pace

Segretaria di redazione: Gabriella Bonvini

Redazione: sezione L. Temolo, viale Sarca, 181 20126 Milano

Amministrazione: Via delle Bottegha Oscure, 4 Roma

Stampa: CRMAgrafica, Via Faunia, 8 - Roma

DOPO IL CONTRATTO
2

La Pirelli dopo l'integrazione con Dunlop

Tab. n. 2 SOCIETÀ COLLEGATE ALLA SOCIETE INTERNAT!ONALE PIRELLI

di

ALDO PACE

L'accordo si colloca in un disegno di sviluppo multinazionale che opera ancora una volta contro gli interessi della classe operaia

I gruppo Dunlop ha avuto nel 1969 un fatturato di circa 740 miliardi di lire (Pirelli di 690), ha 108 mila dipendenti (Pirelli 76 mila) dislocati in 128 stabilimenti di cui 61 sono nel Regno Unito e gli altri sparsi nei 5 continenti. Ha interessi prevalenti nella produzione e nello smercio di pneumatici (rifornisce il 50°/o del mercato inglese, il 18% del mercato europeo e il 6°/o del mercato americano). E' forte in India, in Malaysia e in Africa. E' presente nel mercato giapponese tramite la società Sumimoto che si trova al 3° posto per la produzione di pneumatici sul mercato nazionale. La Dunlop partecipa alla società giapponese col 44°/o delle azioni e di questa quota ne ha passato, prima dell'accordo, quasi la metà (17,5 per cento) alla Pirelli. La Dunlop ha inoltre interessi notevoli nelle piantagioni di gomma naturale della Malaysia ed in Nigeria ed è quindi favorita per quanto riguarda l'approvvigionamento della materia prima nei confronti di Pirelli, come pure è favorita per la gomma sintetica essendo cointeressata nelle società produttrici dell'Srb, base della gomma sintetica. Pirelli per la gomma naturale ha interessi, meno rilevanti della Dunlop, in piantagioni brasiliane ma per la gomma sintetica deve dipendere dall'Anic.

Dunlop ha anche attività notevoli nel campo della meccanica speciale: sospensioni, freni, ruote, carrelli per aerei ecc.

In definitiva viene a costituirsi un gruppo integrato che può contare su 210 stabilimenti sparsi su tutti i continenti, 187 mila dipendenti ed un fatturato che, per il 1969, è ammontato a circa 1.400 miliardi di lire. Pirelli e Dunlop occupano così il terzo posto nella classifica mondiale delle industrie della gomma, precedute solo dalla Goodyear

Productos

Pirelli

Produz. pneum - cavi elet. - art. vari

Commerciale Finanziaria

Prod pneum. - calzature in gomma cavi elettrici pneumatici

Greeia Turchia Canada

Commerciale Prod. cavi elettrici

Condumex

Comp. lndustr. Bras. Same

Pirelli Sul S.A. Pirelli Notte S.A.

Comp. Platense de Neumaticns industrias Pirelli Sale industria Peruana de Cond. EI.

tessili in poliestere per pneumatici; l'ultimo in ordine di tempo, ma primo in ordine di grandezza, ad Huntsville in Alabama, stabilimento che aumenta da solo del 60°/o la produzione di pneumatici della Dunlop in America.

Da ciò l'importanza per alcuni dell'accordo Pirelli-Dunlop che avrebbe aperto alla società italiana le porte del mercato americano per il suo cinturato radiale.

Leopoldo Pirelli ha confermato ciò dichiarando esplicitamente che « Il primo figlio che nascerà dal matrimonio con la Dunlop sarà un figlio americano ».

Non si può dire che concorrenza vi sia in Europa, nella quale, il mercato è già ripartito tra i colossi della gomma in proporzioni che sembrano denotare per ora una certa stabilità. Inoltre il mercato europeo ha raggiunto ormai punte massime di consumo per cui è da prevedere una domanda che si accrescerà di poco nei prossimi anni, almeno per i pneumatici.

Nordlsk Pirelli A.S. Danimarca

Pirelli France SA. Francia

Pirelli Svenska A.B. Svezia

Pirelli Tire Corp. Usa

Pirelli Produkte A.G. Svizzera

Pirelli Sacic S.A. Belgio

Veith Pirelli A.G. Germania Occ.

e dalla Firestone. Secondo "Fortune" il gruppo integrato Pirelli Dunlop si colloca tra i primi 15 maggiori produttori non statunitensi. Pirelli Dunlop hanno insieme il 30% del mercato europeo dei pneumatici contro il 25°/o della Michelin ed il 25°/o delle filiali americane.

d una delle giustificazioni che la stampa padronale ha dato all'accordo è che esso si innesta in una battaglia per vincere la concorrenza delle rivali sia in Europa che in Usa. In questo c'è qualcosa di vero soprattutto nei confronti di Michelin che aveva concluso l'accordo con la Fiat per la Citroen.

Michelin è presente inoltre negli Usa nei quali detiene il 4% del mercato dei pneumatici (Dunlop ha il 6°/o) e ha preso accordi con Ford per rifornire un tipo di vettura con pneumatici a carcassa radiale di cui ha il brevetto (brevetto simile detiene Pirelli).

Commerciale

Produzione pneumatici e articoli vari articoli vari pneumatici

er rendere operativa la fusione, Pirelli Spa e Dunlop Co. Ltd. si sono trasformate in società finanziarie e hanno passato le loro attività industriali e commerciali a due società di nuova costituzione (la Industrie Pirelli spa e la Dunlop Ltd.). Le due nuove società hanno proceduto quindi coll'aumentare il proprio capitale in modo che la controparte è divenuta proprietaria del 49% dell'altra.

Questa operazione interessa le attività che i due gruppi hanno nelle loro nazioni e nella CEE. Per quanto riguarda le attività al di fuori del Regno Unito (la Dunlop ha società in Francia, Irlanda, Canada, Usa, Trinidad, Sud Africa, Rhodesia, Uganda, Nigeria, Zambia, India, Malaysia e Nuova Zelanda ed ha la partecipazione alla Sumimoto) e della CEE, la Pirelli Internazionale e la Pirelli Spa hanno ceduto alla Dunlop 1/3 e 1/2 delle proprie partecipazioni in modo che la Dunlop viene a possedere il 40°/o circa del totale delle partecipazioni delle società estere del gruppo Pirelli.

A sua volta la Dunlop ha ceduto alla Pirelli spa ed alla Pirelli Internazionale il 40% nella misura del 20% ciascuna

• pneum. - cavi elet art vari elettromeccaniche cavi elettrici cavi elettrici pneumatici articoli vari cavi elettrici

delle partecipazioni della Dunlop Overseas. n definitiva la Pirelli spa viene a possedere il 51°/o del capitale delle Industrie Pirelli spa (la quale ha assorbito anche 12 consociate italiane che rientrano direttamente nel settore gomma); il 51°/o del capitale delle sue tre società operanti nella CEE (Pirelli France, Pirelli Sacic belga e la Veith Pirelli tedesca). Il 20°/o del capitale delle società del gruppo italiano che operano fuori della CEE; il 49°/o del capitale della Dunlop Co. Ltd. per le attività industriali e le partecipazioni in consociate che questa ha nel Regno Unito, Irlanda e CEE; il 20°/o del capitale delle altre società del gruppo Dunlop fuori della Dunlop Canada Ltd. e della Dunlop Holdings Ltd. della Nuova Zelanda, due società finanziarie del gruppo inglese. La Pirelli Internazionale a sua volta, oltre ad avere il 40°/o del capitale delle società del gruppo italiano operanti fuori della CEE, avrà il 20°/o del capitale delle società del gruppo Dunlop operanti fuori della CEE e il 20°/o del capitale delle due holdings del gruppo inglese che agiscono in Canada ed in Nuova Zelanda.

Il gruppo Dunlop possiede invece il 49°/o delle attività Pirelli in Italia e nella CEE, il 40% delle attività del gruppo italiano nel resto del mondo ed il 51% delle sue attività nel Regno Unito e della CEE. In pratica il passaggio dei pacchetti azionari da un gruppo all'altro implica valutazioni delle società e scambio di valuta.

Il primo problema sembra sia stato il più importante e quello sul quale le trattative sono andate a rilento. Ad esso sono state interessate società specializzate in queste questioni (la Pirelli si è fatta assistere in ciò dalla Mediobanca e dalla Fides, società svizzera esperta nel ramo degli accordi industriali a livello internazionale. Per il secondo problema, cioè lo scambio dí valuta, sembra sia stato più facilmente risolto in quanto il gioco delle valutazioni è stato fatto molto bene.

La stampa padronale ha parlato di parità di consistenza dei due gruppi sia sotto il profilo patrimoniale sia sotto il profilo del reddito. Quindi pochissimo scambio di valuta.

'accordo firmato a Londra il 10 novembre 1970 ha avuto come conseguenza per l'Italia il sorgere di un'altra società: la Industrie Pirelli spa che si è aggiunta alle altre tre società controllanti il settore della gomma (Pirelli spa. Pirelli & C., Société Internationale Pirelli). Ciò ha reso ancora più arduo il controllo pubblico del settore gomma, se mai controllo vi è stato, e l'integrazione ha operato ed opererà ancora una volta contro la classe operaia, per un suo minore potere ed un suo maggior sfruttamento.

3

Vi A elliAmo TRASMESSO OM' INTERVISTA Con AMATORE AmlosTORE FAN FA NI VOGLI A7E GRADARE ADESSO um A (312CVE BIOGRAFIA FIL MATA DEL Se MATO 12 FAMFA Ls TV “cosa NOSTRA"
S.A. Spagna
Pirelli S.A.
La lotta tra la casa francese e Pirelli-Dunlop è ristretta comunque al mercato americano, nel quale il gruppo inglese è presente con tre stabilimenti: uno a Buffalo, fondato nel 1920, che produce pneumatici nella stessa area industriale di Detroit, dove allignano i big dell'automobilismo; uno ad Utica, stabilimento tessile per produrre cinture de Inversiones Pirelli Limited Pirelli Gen. Cables Ltd. Pirelli Heilas Pirelli Lastikleri A.S. Pirelli Ticaret A.S. Pirelli Cables Ltd. Federal Wire & Cc.
Commerciai
Compania
Ltd.
1111111111111.1111~1~1~1111111111
Tab. n. 1 / SOCIETÀ ESTERE CONSOCIATE DELLA PIRELLI Spa Ragione sociale Paese Attività Gran Bret,igna
Messico Brasile Argentina Perii

SAPSA

La Pirelli Sapsa è stata una delle fabbriche del gruppo Pirelli più colpite dal processo di ristrutturazione con l'espulsione di più della metà degli organici dal '71 in poi. Al cuoio rigenerato (Salpa), che produceva nell'anteguerra, la Pirelli apportava negli anni '50 la produzione di imbottiture per materassi e arredamento sia in gommapiuma che in poliuretano flessibile, mentre nella fabbrica le condizioni di

Risposta unitaria alla ristrutturazione

po le basi per le nuove strutture unitarie, si superavano le divisioni sindacali ancora esistenti. La controffensiva di Pirelli alle lotte dei lavoratori, che avevano intaccato i saggi di profitto del monopolio della gomma, si costruiva già nel '69 con la fusione Pirelli-Dunlop, che ne estendeva ancora di più la struttura di gruppo monopolistico internazionale.

Nell'ottobre del '72, con la copertura dell'allora governo di centro-destra, Ia Pirelli attaccava drasticamente l'occupazione: abusando della legge sulla cassa integrazione straordinaria, senza fornire alcun piano di ristrutturazione, riduceva di ben 170 unità l'organico della Sapsa contemporaneamente alle 700 sospensioni alla Bicocca.

lotta unitaria. Lotta inserita nella ampia mobilitazione dei lavoratori della gomma, plastica e linoleum, che ha permesso di ottenere un contratto in linea con gli obiettivi della piattaforma di gruppo e con la strategia più generale del movimento sindacale per un nuovo tipo di sviluppo economico in grado di superare le carenze di struttura del Paese.

lavoro erano sempre /mi esasperate dall'ambiente stesso, dai ritmi, dalla disciplina eccessiva.

Così nel '62 si veniva a creare, se pur con una conclusione sfortunata, una potenzialità di lotta che sfociava in uno sciopero di più di 60 giorni consecutivi. Questo però serviva ai lavoratori della Sapsa per valutare le proprie forze e quindi costruire all'interno quell'organizzazione che dal '68-'69 al '71 avrebbe permesso agli operai e impiegati — uniti nella lotta — di ottenere importanti miglioramenti sia salariali che di condizione nella fabbrica. Ponendo nello stesso tem-

VILLAFRANCA TIRRENA

Lo scorso anno i lavoratori . del gruppo Pirelli hanno portato avanti una dura e lunga lotta contro i disegni di ristrutturazione del padronato cui si accompagnava un aperto attacco alle loro conquiste: orario di lavoro, cottimi, impegni di investimento, garanzia del posto di lavoro.

I lavoratori del Sud, e specie quelli di Villafranca Tirrena, pur coi limiti di ogni giovane classe lavoratrice, sono stati parte avanzata di tutto il movimento di lotta in quanto maggiormente sfruttati dalla logica coloniale nel cui contesto il padronato ha sempre fatto i propri investimenti nel Sud: macchinari vecchi o rattoppati dopo anni di lavoro al Nord (ad esempio gli ex cozzo, da poco so-

La conseguente ristrutturazione colpiva specie quelle produzioni che,. per la suddivisione del mercato, non venivano considerate abbastanza redditive. La Sapsa era al centro di questi a tagli » e la lotta per la difesa del posto di lavoro cominciò ad essere uno dei principali obiettivi dei lavoratori e del loro Consiglio di fabbrica. La lotta si mosse in due direzioni: una — inserita in quelle di gruppo — tendente a dare una risposta complessiva di attacco all'organizzazione del lavoro e di alternativa alla vecchia politica padronale (fondata sul recupero del profitto attraverso licenziamenti e aumento dello sfruttamento) strettamente collegata all'involuzione della politica governativa; l'altra a livello locale (Comune, Regione) per creare con la cittadinanza un vasto arco di forze che potesse contrastare il tentativo della Pirelli — non dichiarato ma reale — di smantellamento della fabbrica.

L'amministrazione comunale di Sesto San Giovanni si è sempre mostrata sensibile ai problemi dei lavoratori e, anche in questo caso, ha fattivamente operato per impedire eventuali speculazioni sull'area della Sapsa ed ha contribuito alla campagna di sensibilizzazione dell'opinione pubblica, isolando la posizio 7 ne della Pirelli: posizione a tutt'oggi non ancora definitivamente battuta.

Questa manovra tentava inutilmente di bloccare quella e risposta operaia » — sugli indirizzi produttivi; l'occupazione e gli investimenti — che la FULC e i CdF avevano elaborato e che i lavoratori della Pirelli si accingevano a sostenere con il peso della loro lotta.

Per ben 11 mesi, nonostante i gravi colpi subiti, i lavoratori della Sapsa scioperavano con il gruppo: costringendo finalmente la Pirelli ad assumere impegni precisi su occupazione, investimenti e il rientro dei sospesi. La volontà della Pirelli di attaccare ancor di più la Sapsa era verificata dall'intenzione di ridurre di altre 120 unità l'organico della fabbrica nell'ambito della chiusura degli ultimi e punti di crisi » prevista dal suo piano di e risanamento ».

La strumentale applicazione dell'accordo da parte della Pirelli era dimostrata dalla ritardata effettuazione di questo ridimensionamento, per controbattere gli effetti della lotta contrattuale di questo inverno, e dalla collocazione tra i 69 sospesi del 28-1-'74 di buona parte del CdF, fra cui quasi tutto l'Esecutivo.

Questo dopo avere invano tentato di dividere i lavoratori : lasciando a casa più volte senza salario le operaie di un reparto per rappresaglia alle forme articolate di sciopero.

Tentativi che i lavoratori della Sapsa hanno sempre battuto con la

Dentro e fuori i cancelli della fabbrica

stituiti), cottimi e premi di produzione meno remunerativi, ubicazione dell'azienda in zona lontana dai maggiori centri urbani e in una plaga di sottosviluppo ad alto tasso di disoccupazione.

Situazione, questa, che ci ha portati a superare la logica aziendalistica e uscire dai cancelli della fabbrica per farci carico dei gravi problemi sociali esterni, in manifestazioni che ci hanno visto accanto ai disoccupati e ai sottoccupati della zona.

Come comunisti abbiamo più volte denunciato la collusione fra scelte industriali e politica clientelare di alcuni esponenti della D.C. locale.

Abbiamo respinto qualunque ricatto, e pur non condividendo la politica dei « pacchetti », ci siamo fatti portavoce delle mas-

se che chiedevano il rispetto del pacchetto Colombo che prevedeva la creazione di 1400 nuovi posti di lavoro che, per motivi elettorali, erano stati sbandierati a dritta e a manca.

Il 12 settembre del '73, dietro la responsabile ed unitaria lotta di tutti i lavoratori, Pirelli è stato portato all'accordo di gruppo che prevedeva, fra l'altro, l'assunzione graduale di 500 lavoratori. Impegno questo che giudichiamo alquanto esiguo e limitato, ma che non permetteremo mai non venga rispettato o che resti per lungo tempo lettera morta.

Purtroppo fino a questo momento i nuovi assunti sono stati si e no un centinaio, e come se ciò non bastasse, il C.d.F. è fatto segno di larvate minacce

Attualmente i 275 lavoratori in forza ed i circa 70 ancora sospesi a O ore sono impegnati con il loro CdF a gestire correttamente l'accordo di gruppo, il contratto e perchè vengano battuti i residui tentativi di smobilitazione e di attacco all'occupazione femminile (attualmente il 25% del totale) portati dalla Pirelli.

Sia chiaro che questo impegno non può e non deve rimanere chiuso all'interno della fabbrica. Per questo i comunisti della Pirelli Sapsa si battono — assieme alle altre forze democratiche — aff inchè continui il rapporto con la cittadinanza, i partiti politici e l'amministrazione comunale: per far sì che il più vasto schieramento delle forze in campo costringa la Pirelli a realizzare quegli investimenti a carattere produttivo, o riconversioni, che diano un più concreto futuro all'azienda.

Sono molti i problemi che i lavoratori della Sapsa devono ancora affrontare, ma saranno positivamente superati se gli obiettivi della loro lotta sapranno coinvolgere più forze e se verranno inseriti in quelli più generali : in una direzione di sviluppo non solo nella fabbrica ma anche nella società e nel Paese: per realizzare un progresso economico-sociale in grado di garantire l'effettiva salvaguardia delle libertà democratiche contro i tentativi reazionari.

di non rispetto degli impegni sull'aumento degli organici. Il discorso del padrone è chiaro: « O gli operai saranno buoni, obbedienti ed inquadrati, o noi non assumiamo più nessuno I lavoratori di Villafranca, lungi dall'attestarsi in posizione difensiva, hanno portato avanti la vertenza per il livellamento delle curve di cottimo del nostro stabilimento a quelle di Settimo e Bicocca.

Alla risposta negativa della direzione che tendeva ad incentivare maggiormente gli alti ritmi (da cento a centodieci di rendimento) col chiaro intento di spingere il lavoratore allo splafonamento, il C.d.F. ha deciso di portare la vertenza a livello provinciale ANTONINO PAPALE

LavoratorePirelli DAGLI STABILIMENTI

MILANO Fabbrica e città

il corsivcms

politica del rapporto tra consiglio di zona del decentramento

L'esperienza

amministrativo e il consiglio sindacale di zona

di GABRIELLA BONVINI

La questione del rapporto tra le diverse strutture operanti nella fabbrica e nella zona è emersa con molta chiarezza nella riunione che il Consiglio Unitario Intercategoriale ha indetto con le forze sociali presenti nella zona n° 9, che è l'area del Decentramento amministrativo in cui è collocata la Pirelli-Bicocca. Anche se i termini reali del discorso e le proposte non sono andati molto spesso più in là di una enunciazione « di principio », è emersa con chiarezza la considerazione autocritica della carenza delle fabbriche nel portare avanti attraverso il Consiglio Intercategoriale una adeguata politica del territorio. Questo ruolo, si è detto, va ora riproposto e rilanciato.

I problemi urbanistici, dei trasporti, della scuola, della sanità sono stati affrontati ed illustrati in modo molto preciso dal compagno presidente del Consiglio di zona, il quale ha sottolineato come il lavoro del Consiglio si •sia qualificato in questi ultimi anni, passando da una fase « contingente » in cui si rincorrevano e si tamponavano i problemi, ad una fase di « programmazione » che ha posto al Comune di Milano delle alternative precise in merito alla gestione della zona. Lo sforzo di aver redatto una proposta per una variante di zona al Piano Regolatore Generale, deve essere visto come un terreno acquisito per iniziare il discorso che deve esistere fra le lotte dei lavoratori e le lotte entro i quartieri, e nella zona.

E' chiara l'importanza che in questo contesto assume la presenza di una fabbrica come la Pirelli-Bicocca: questa presenza, però, non è ancora riuscita a porsi in modo permanente. con collegamenti precisi, con obiettivi a lunga scadenza. Non dimentichiamo, certo, la presenza ed il contributo che i lavoratori hanno dato alle lotte del auarfiere. contributo che ha permesso di ragpiungere alcuni importanti risultati. Ricordiamo solo la lotta, che spesso ha assunto toni duri, che il Consiglio di fabbrica della Pirelli ha portato avanti col Consiglio di zona riguardo alla scuola elementare, di proprietà Pirelli e funzionante solo per i figli dei dipendenti, « donata » dal padrone al Comune con l'impegno che fosse gestita a « tempo pieno » (almeno per quanto riguardava gli orari), dalle 7 della mattina alle 18 di sera. La lotta è stata quella di aprire questa scuola a tutto il quartiere, a tutti i figli dei lavoratori e l'impegno è stato portato avanti seguendo una giusta linea unitaria battendo

II grande ristrutturatore

Sia pure con un po' di ritardo (ne siamo venuti a conoscenza da poco) pensiamo che valga ugualmente la pena di dedicare un breve commento ad un servizio giornalistico che « PANORAMA » n 411 del 7-3-'74 ha dedicato all'Ing. Filiberto Pittini, uomo vago e misterioso, salito improvvisamente al vertice della PIRELLI in qualità di amministratore delegato.

il momento di essere più selettivi ».

anche le tendenze corporative di coloro che vedevano solo la necessità di avere una « scuola Pirelli », ossia una scuola che funzionasse sugli orari della fabbrica. Questa battaglia ha creato unità fra il quartiere e la fabbrica ed ha visto grande mobilitazione, dibattito, vivacità ed interessamento. Questo è un episodio positivo, altri potremmo citarne.

Ma è la frammentarietà, l'occasionalità di intervento che bloccca il rapporto, che relega in isole il Consiglio di Fabbrica, il Consiglio di Zona, che disperde quel patrimonio di energie, di capacità, di intelligente intervento che essi esprimono.

Giustamente, quindi, il Consiglio Intercategoriale si è posto il problema di questo rapporto. Il movimento sindacale ha fatto un salto politico con i Consigli di fabbrica, con la creazione dei Consigli intercategoriali ne ha fatto un altro di portata non minore, per l'importanza politica che essi esprimono. E ciò perché, nella misura in cui essi affrontano il problema dell'azione rivendicativa, l'affrontano già su di un piano di coordinamento e questo piano fa emergere contemporaneamente alle Questioni specificamente legate alle fabbriche (organizzazione del lavoro, problemi dell'occupazione, dell'orario etc.) anche le questioni sociali esterne (il territorio, la casa, la scuola, i trasporti). Essi si pongono auindi come momento di sintesi delle battaglie sindacali, come superamento del momento puramente aziendale e come coordinamento dell'azione rivendicativa, da un lato, e, dall'altro, aprono la possibilità di gestire insieme agli organismi democratici le lotte fuori dalla fabbrica, per battere anche aui la visione « corporativa » di chi vuole vedere, ad esempio, « l'operaio » dentro la fabbrica e il « genitore » nella partecipazione alla vita della scuola, ridando al cit-

tadino la sua veste fondamentale che è quella di lavoratore, dentro e fuori la fabbrica.

In questo momento vi è un terreno immediato sul quale misurarsi: il Consiglio di zona e il Consiglio Intercategoriale devono affrontare il problema della gestione sociale della scuola. Va battuto il durissimo attacco che sta venendo avanti dal governo con l'emanazione delle bozze dei decreti delegati (di cui una è già stata convertita in legge) che snaturano e stravolgono lo spirito della legge 477 strappata l'estate scorsa dai lavoratori della scuola e che poneva l'esigenza di rompere la visione di una scuola intesa come « corpo separato » chiamando i sindacati, le forze sociali democratiche ad entrare in questa realtà sempre più drammaticamente in crisi. E' importante prefigurare subito un'ipotesi di Distretto scolastico nella zona, rompendo la logica arretrata che il governo vuole far passare, ignorando le spinte innovative che vengono dal mondo della scuola e dal movimento democratico.

In questa ipotesi di gestione sociale, che il Consiglio di zona intende prefigurare e che la Commissione scuola sta già verificando con i genitori, gli studenti, gli insegnanti, il Consiglio Intercategoriale è chiamato in prima persona ad operare per portare dentro questa lotta il peso dell'organizzazione dei lavoratori che si battono anche per una scuola diversa.

In questo contesto troverà spazio anche il dibattito sulle « 150 ore » che a Milano si sono avviate in modo quasi « clandestino » e che nella nostra zona assumono grande portata per la massiccia presenza operaia.

Questa è una proposta.. è un terreno operativo sul quale possiamo misurarci subito, ma è anche un invito a riprendere questi problemi, a verificarli, anche attraverso le pagine di questo giornale.

L'intervista, breve e concisa, ha il raro pregio della precisione, specialmente là dove ci descrive l'ingegnere in privato. Leggiamo infatti: « ...non è un mondano, anche se sa districarsi a feste e cocktails quel tanto che basta ». Cosa vuol dire? Tanto? Poco? Non si sa, all'Ingegnere piace l'alone romantico del mistero, comparire improvvisamente ad una festa (giusto per far piacere agli amici), scolarsi d'un fiato un po' di roba, « quel tanto che basta », e subito dopo svignarsela via districandosi.

Ci piace questa fredda e precisa indeterminatezza degli amministratori delegati. Tanto è vero che: « egli possiede a Venezia una barca, un Dufour 35' (poco meno di 11 metri) ». Una, si fa per dire, barca così misteriosa vorremmo sapere almeno quanto costa, dato che l'abbiamo pagata noi.

Buon fotografo dilettante, l'Ing. Pittini si reca ogni settimana a Venezia alla caccia di immagini suggestive « ma non lo si vede molto nei ritrovi dell'alta borghesia industriale che si dà convegno sulla laguna ». Sinceramente, siamo grati a Pittini per aver raccolto, per primo, l'appello di coloro che intendono salvare Venezia. Siamo convinti che essa sprofonderà un po' meno con meno borghesia industriale sulla laguna. Ma il Pittini industriale, il Pittini vero, chi è? « E' un manager freddo e deciso — scrive PANORAMA — che non ha mai esitato a far saltare dirigenti e a chiudere reparti quando non rendevano più ». Era ora che dopo generazioni di dirigenti tiramolla ne venisse uno terribile, col guanto di ferro. una specie di « Petrus » del bilancio, a sanare la situazione aziendale. Pittini, il grande RISTRUTTURATORE, dove può liquida, reparti e aziende in perdita li ha tagliati senza pietà: « Per anni — egli dice — avevamo inseguito la crescita dei volumi per i volumi, ora è arrivato

Dal paternalismo alla repressione, poco importa a Pittini se tanti lavoratori hanno perso il proprio posto di lavoro; egli è selettivo sempre a danno di chi lavora. Rifiuta sistematicamente le proposte serie e concrete di quegli studiosi di economia che sanno che c'è un modo nuovo e diverso di affrontare le crisi economiche senza farle pagare ai lavoratori.

Convinto che « errare è umano, perseverare anche », Pittini ristruttura a Pizzighettone, chiude alla SAPSA di SESTO S. GIOVANNI, ad Arona, chiude in Argentina, chiude un po' dappertutto, dove gli capita, se non sta attento chiude anche casa sua, con tutti fuori al freddo. Con un cervello e una mentalità simili, che lavorano « quel tanto che basta » (appena) si capisce come egli rifiuti ogni serio discorso che -superi i vecchi schemi produttivi.

Questo « Viceré del cinturato », tipico prodotto della borghesia italiana più arretrata, crede di essere concreto e soprattutto moderno e avanzato quando afferma: « Molti guai sarebbero risolti se io potessi chiamare al telefono il CAPO dei sindacati, invitarlo qui a far due chiacchiere e a bere un whisky, come fanno i miei colleghi inglesi ».

Non sappiamo se questa immagine, che non è suggestiva ma solo arrogante, l'abbia trovata durante una delle sue camminate a Venezia. Se così fosse, cominceremmo davvero a temere per le sorti della bella città. Non sappiamo inoltre se i suoi colleghi inglesi siano veramente com'egli li descrive. Può essere, e allora si capisce perché sono stati battuti alle ultime elezioni.

Se vuole, l'Ing. Pittini, amministratore delegato, grande ristrutturatore per vocazione, può sempre fare una telefonata non ad un inesistente « capo » dei sindacati. ma a tutti i lavoratori della PIRELLI, ai loro rappresentanti, i Quali, scolando un po' di Barbera, gli chiederanno conto di una, si fa per dire, barca lunga « poco meno di undici metri » e di altre cose (per esempio: sospensioni, speculazione. bilanci truccati). Quindi salveremo Venezia, sempre che non giunga prima Pittini a ristrutturarla. Fino in fondo.

5

SINDACATI GOVERNO

di ALESSANDRO CARDULLI

Nei recenti incontri con la Federazione Cgil, Cisl, Uil il governo si è costantemente richiamato alla gravità della situazione economica per giustificare le risposte negative le non risposte sulle rivendicazioni presentate dai sindacati. In modo particolare nell'incontro tenuto il 16 maggio il presidente del Consiglio ha tracciato un quadro estremamente grave dello stato del Paese.

I sindacati non hanno mai nenegato le difficoltà della situazione economica. Anzi, proprio nei Congressi confederali e in numerose prese di posizione del Direttivo della Federazione unitaria, esplicitamente, hanno espresso le preoccupazioni delle classi lavoratrici per una situazione che, in mancanza di una diversa politica, avrebbe teso a diventare sempre più insostenibile. Anche nell'incontro con il governo i dirigenti sindacali non hanno certo negato l'evidenza. Ma ciò che è stato contestato — questo è il problema centrale — è il fatto che da tale situazione di crisi si esca con la politica e le misure di volta in volta adottate sia dal precedente governo Rumor sia dall'attuale. Puntare, di fatto, sull'aumento indiscriminato dei prezzi per ridurre i consumi, cercare di bloccare le forti tensioni di natura speculativa con provvedimenti di stretta creditizia, seguendo la linea della deflazione, significa « lasciare sostanzialmente inalterato l'assetto e il meccanismo strutturale della economia », come ha affermato la Federazione Cgil, Cisl, Uil. Nella misura in cui questa, linea va avanti — sottolinea ancora il sindacato — « provocherà attacchi agli attuali livelli di occupazione, certamente indebolirà ulteriormente il potere di acquisto dei salari, non intaccherà i livelli di profitti e di rendite accumulatesi nel corso degli ultimi anni e avrà soltanto il fine di dare respiro ad una economia surriscaldata per la forte spinta inflazionistica messa in moto già dalla politica economica del governo Andreotti-Malagodi ».

Il sindacato propone una linea alternativa per uscire dalla crisi e avviare un nuovo sviluppo economico. Si punta sulla piena utilizzazione delle risorse nei settori chiave. Mezzogiorno, agricoltura, trasporto pubblico, edilizia, . sanità sono i punti di attacco. Di fronte alle precise proposte di investimenti in questi compatti, di adottare in sostanza una diversa politica degli investimenti in direzione dei consumi sociali, il governo, nei fatti, si è posto su strade completamente diverse anche se nelle < dichiarazioni di intenzione » del presidente del Consiglio, di alcuni ministri, i < principi » che stanno alla base della proposta sindacale non vengono contestati. Gravissimo è il deficit della bilancia commerciale: una buona metà è dovuta alle importazioni di carne, di altri prodotti alimentari. La scelta dello sviluppo dell'agricoltura dovrebbe essere parte fondamentale della politica governativa. Così in effetti non è perchè il piano per la zootecnia, ad esempio, non può essere preso in seria considerazione a cau-

sa anche della irrisoria entità dei finanziamenti previsti. Ancora: incrementare il trasporto pubblico significa di fatto ridurre i consumi di carburante. Ma il finanziamento per il piano delle ferrovie non consente solo il mantenimento dello stato attuale, di crisi piena, cioè, del trasporto su rotaia. Un'altra questione di fondo: il ministro Mancini prende alcuni impegni per gli investimenti nel Mezzogiorno a partire da quelli che il sindacato è riuscito a conquistare Con le vertenze aziendali. Ma nello stesso tempo Rumor e Colombo difendono a spada tratta la politica che mira a restringere la liquidità interna, il credito sopratutto per le piccole e medie aziende.

Per superare la situazione attuale Rumor infine chiede sacrifici. I

sindacati rispondono che è « abbastanza ridicolo ricordare alle classi lavoratrici la prospettiva del sacrificio quando ormai da tempo esse sono costrette a far fronte a difficoltà crescenti di cui tra l'altro non si conosce la dimensione futura ». E continuano: « Siamo contrari a sacrifici unidirezionali e sopratutto a sacrifici che non siano chiaramente finalizzati a sbocchi che possono garantire un domani migliore ». Perciò nella proposta complessiva del sindacato componente essenziale di una nuova politica di sviluppo è considerata la difesa dei redditi più bassi attraverso l'aggancio delle pensioni alla dinamica salariale, il controllo dei prezzi, lo equo canone per la casa, la detassazione. Queste richieste non sono « incompatibili » con le difficoltà

economiche se dalla crisi si vuole veramente uscire adottando politiche nuove, intervenendo massicciamente nei settori trainanti dello sviluppo, combattendo le rendite parassitarie, le evasioni fiscali.

Come sostenere questa proposta?

Il dibattito nel movimento sindacale è aperto. La Federazione Cgil, Cisl, Uil ha parlato di « piena mobilitazione dei lavoratori » partendo dalle lotte in corso che vedono impegnati fra gli altri i braccianti, gli edili, gli alimentaristi, i ferrovieri. La discussione si sviluppa sugli strumenti di azione di cui dispone il sindacato. Si deve puntare sopratutto alla unificazione dei movimenti in atto, ad una loro articolazione per territorio, per Regioni, per categorie. Per esempio, è stato detto da alcuni dirigenti sin-

Appunti per una storia del la

Chicago 1886. Anche in tempi tranquilli gli industriali di Chicago avevano una non piccola reputazione di brutalità.

Il Dipartimento di polizia fu a lungo utilizzato come se fosse una forza privata al servizio degli industriali. Sua normale politica fu quella di disperdere tutte le riunioni, manganellando senza riguardi chiunque capitasse a tiro, incarcerando indiscriminatamente i dirigenti sindacali, usando anche le loro pistole dopo aver abbattuto la parte dei locali in cui si tenevano riunioni sindacali.

Erano i tempi in cui negli Stati Uniti il movimento operaio conduceva la grande battaglia per le otto ore. Nell'aprile 1886 a Chicago, Albert Parsons, leader riconosciuto del movimento sindacale in quella città e l'anarchico August i Spies lavorarono a fondo per impegnare il massimo numero di le' ghe di resistenza, di sindacati di mestiere, di fabbriche allo sciopero del 1° maggio.

Il padronato era però deciso a stroncare nel sangue il movimento mobilitando la polizia, le guardie private e l'esercito. Scriveva il giornale < Chicago Tribune » : «... Ogni lampione di Chicago sarà decorato con la carcassa di un comunista se ciò è necessario per prevenire ogni sobillazione o tentativo di sobillazione » e il < Chicago Mail » : « Circolano liberamente in questa città due pericolosi ruffiani, due imboscati che cercano di creare disordini. Uno si chiama Parsons, l'altro Spies. Segnateli, per oggi. Teneteli d'occhio. Considerateli personalmente responsabili se accadesse qualche disordine. E se ciò si verificasse, che servano da esempio ».

Ma il l° maggio 1886, un sabato, le cose si svolsero senza nessun incidente: 310.000 operai ma-

nifestarono in tutti gli Stati Uniti e 80.000 a Chicago dando vita ad un immenso corteo che rappresentava le mille facce del movimento operaio americano: Cavalieri del Lavoro e membri dell'American Federation of labor, boemi, tedeschi, polacchi, russi, irlandesi, italiani, negri, ex cow boys, cattolici, protestanti, ebrei, anarchici, repubblicani, comunisti e democratici, socialisti, sostenitori dell'imposta unica e gente semplice, tutti uniti e fermamente decisi per la giornata di otto ore. Dopo il discorso di Parsons e di Spies, il corteo si sciolse pacificamente. Il giorno dopo era domenica. Lunedì lo sciopero si estese a macchia d'olio e migliaia di lavoratori ottennero la giornata di otto ore.

La polizia, esasperata dopo tanti preparativi dalla calma dei lavoratori, scaricò la sua rabbia scagliandosi contro i dipendenti della Mc Cormick Harvester Works in lotta contro una serrata. All'orario di uscita un gran numero di dipendenti sospesi aspettavano i crumiri, quando la polizia li caricò improvvisamente, pistole in pugno, uccidendone sei.

Spies che stava parlando poco distante, ad una riunione dei lavoratori del legno, vide il massacro. Dopo una rapida consultazione si decise di tenere per la sera seguente un comizio di protesta in Haymarket Square. Quella sera nella piazza c'era un sacco di gente. Parlarono Spies e Parsons, da un carro trasformato in palco. Verso le dieci, cominciò a piovere e la gente defluì per andare a casa. Mentre parlava l'anarchico Fielden, arrivarono 180 poliziotti guidati dai capitani Benfield e Ward.

Quest'ultimo si rivolse a Fielden:

« In nome del popolo dello Stato di Illinois ordino che questo as-

sembramento si sciolga immediatamente ed in ordine ». Mentre gli ultimi partecipanti al comizio scappavano, un agente provocatore, mai arrestato, lanciò una bomba in mezzo alla polizia uccidendo un poliziotto e ferendone mortalmente sei. I padroni scatenarono una campagna terroristica chiedendo a gran voce la testa dei capi del sindacato di Chicago, dicendo esplicitamente che non importava che essi fossero colpevoli no di omicidio, ma che andavano impiccati « per dare un esempio ». Il processo fu una farsa. La sentenza emessa il 9 ottòbre 1886 condannava a morte Fielden, Spies, Parsons, Fischer, Schwab, Engel e Lingg, tutti sindacalisti di tendenze anarchiche, nessuno dei quali potè essere materialmente incolpato del lancio della bomba. Lingg morì in carcere in circostanze misteriose, mentre a Fielden e Schwab la condanna fu mutata nel carcere a vita. Parsons, Engel, Fischer e Spies furono impiccati I'll novembre 1887. Da allora il 1° maggio è diventato la festa del lavoro. Nel 1894 il governatore dell'Illinois Peter Altgeld riaprì gli atti del processo ed arrivò alla conclusione che le quattro vittime di Haymarket erano state sottoposte ad un linciaggio legale per le loro opinioni politiche e che i sopravvissuti erano tenuti in carcere non per le loro azioni, ma per le loro convinzioni.

Nota bibliografica: riduzione da Boyer e Morais < Labor's Untold Story » United Electrical, Radio & Machine Workers of America1955. Tradotto in italiano da Vito Gallotta per la De Donato editore S.p.A. col titolo « Storia del movimento operaio negli Stati Uniti ».

dacali, la lotta per il mantenimento degli impegni di investimento presi dall'Italsider non può non avere come protagoniste assieme ai lavoratori del gruppo le popolazioni delle zone interessate. Si tratta cioè di stabilire nella realtà quel collegamento fabbrica-società che è oggi indispensabile per costruire i più ampi schieramenti di forze a sostegno della richiesta di un nuovo sviluppo. Così per i problemi dell'agricoltura: se essi sono veramente determinanti per l'economia del Paese non possono essere solo braccianti, mezzadri, coloni a sostenere la azione. La loro lotta deve trovare le saldature necessarie con le altre categorie a partire dai chimici, dagli alimentaristi, dai metalmeccanici a livello di fabbrica e di territorio. Se i braccianti, i contadini, i mezzadri, i coloni si battono per la riduzione dei prezzi dei mezzi tecnici, dai concimi ai trattori, là dove tali mezzi si producono, l'azione e l'iniziativa non possono essere catenti.

Ciò che occorre, proprio mentre si punta ad un vero e proprio negoziato con il governo, è la costruzione e lo sviluppo di un movimento agile, capace di articolarsi, di avere lungo respiro. Ciò non esclude certo momenti di azione generale ma se si vuole garantire continuità al movimento bisogna puntare anche al rinnovo degli strumenti tradizionali dí lotta, generalizzando i consigli dei delegati, i consigli di zona, dando vitalità alle organizzazioni regionali che devono essere messe in grado di esprimere scelte rivendicative e di iniziativa ancorate ai problemi del territorio, alle controparti e ai possibili alleati che devono essere individuati.

In alcuni settori del movimento sindacale, questa linea dell'articolazione stenta ad affermarsi. Si pensa di poter risolvere i problemi solo attraverso gli scioperi generali. Ma non si tiene conto che proprio la scelta di impegno del sindacato sui problemi di fondo della società rappresenta il superamento della rivendicazione tradizionale. La natura stessa di questa scelta pone il problema di momenti nuovi dell'azione sindacale di cui lo sciopero generale rappresenta il punto culminante, di massima pressione. Ma se esso nasce nel vuoto d'iniziativa può anche morire presto in un nuovo vuoto d'iniziativa e cioè non giova al movimento.

In altri settori è presente la tendenza a concedere tregue di fatto, snaturando il carattere stesso che il sindacato vuol dare al confronto con il governo e cioè quello del negoziato. E un negoziato senza lotta è destinato a finire nel nulla, nelle affermazioni generiche, nelle dichiarazioni di volontà cui non seguono quelle « certezze » di risultati che il sindacato si propone di ottenere.

Il confronto con il governo, dunque, pone all'intero movimento problemi di fondo di strategia e di tattica che possono essere affrontati e definiti solo attraverso un dibattito cui siano partecipi in prima persona i lavoratori.

P. A.
Punti centrali del confronto nel quadro di una nuova politica di sviluppo, sono la difesa dei redditi piu bassi, il controllo dei prezzi, l'equo canone, la detassazione gli investimenti
6
MAGGIO

Da questo numero apriamo la rubrica

e prospettive

di PIERO ANELLI

Un discorso sugli impiegati in fabbrica è, innanzi tutto, un discorso sulle divisioni che il padronato ha storicamente imposto all'interno della forza-lavoro.

La tradizionale composizione della forza-lavoro impiegatizia era basata sulla rigida divisione tra gerarchia (dirigenti e funzionari), impiegati tecnici e impiegati amministrativi; all'interno di questi Gruppi si inseriva poi la scala delle categorie.

Ma, a partire dagli anni '60, alcuni fatti nuovi hanno cominciato a mutare questo stato di cose.

l') I processi di razionalizzazione del lavoro hanno silenziosamente ma profondamente agito anche all'interno degli impiegati erodendo le linee di suddivisione, prima così rigide, tra lavoro amministrativo e lavoro tecnico, spostando a livello di gruppo la vecchia logica della responsabilità, rendendo assai più fluido l'intreccio reale tra funzioni organizzative, funzioni di controllo e funzioni esecutive.

2°) Per tutto un certo periodo, diciamo fino al '65, è sembrato che fosse in formazione un nuovo strato di tecnici (laureati e diplomati) destinati a collocarsi tra gerarchia ed impiegati, dapprima con funzioni di rinnovamento e adeguamento della tecnologia e dell'organizzazione aziendale, per assumere poi il ruolo di mediatori « neutri » delle scelte padronali. Ma questo fenomeno è rimasto confinato ad alcune esperienze circoscritte, anche se importanti, e non ha mai raggiunto le dimensioni di massa necessarie al padronato per far pesare in modo nuovo la « neutralità della scienza » nello scontro di classe.

3°) Le grandi lotte di questi anni (e dal '69 non sono più strettamente solo «lotte operaie ») hanno agito profondamente sull'organizzazione del "lavoro ed in particolare si sono poste come critica del « clima » di fabbrica, sconvolgendo il tradizionale assetto del controllo, della disciplina, del consenso. Risulta sempre più complicato, per la direzione, trovare, dentro la fabbrica, uno schieramento di « prima linea » che si incarichi di gestire l'applicazione delle scelte padronali.

L'insieme di questi fatti ha provocato l'accentuarsi dei processi di omogeneità, semplificazione e parcellizzazione del lavoro impiegatizio, mentre la parte più e pregiata » di questo veniva progressivamente accentrato dalla gerarchia accanto ai

tradizionali suoi compiti.

Alla base quindi della « storia» della divisione del lavoro in questi ultimi anni, troviamo un fallimento politico della strategia padronale che di fronte alla crisi dell'organizzazione del lavoro, non ha trovato e non trova la via di riproporre in modo vincente i propri disegni di divisione organica della forza-lavoro.

Le lotte studentesche e le limitazioni all'autonomia del Paese a livello di ricerca scientifica, sociale e tecnologica hanno, come si è detto, impedito e fatto naufragare il progetto di uno strato di tecnici con nuove funzioni politiche: di fatto questo strato si diluisce tra lavori squisitamente impiegatizi e l'assorbimento nella gerarchia.

E' una crisi, questa, delle scelte padronali in tema di organizzazione del lavoro, che porta all'immobilismo ed alla « spontaneità » le direzioni aziendali. Per quanto riguarda, per esempio, l'esperienza della Bicocca, la direzione sembra sostanzialmente impegnata a mantenere l'equilibrio esistente attraverso la politica degli aumenti di merito e attraverso interventi « specializzati » su alcune aree di lavoro impiegatizio. In relazione alle necessità di organizzazione interna e dall'andamento del mercato della forza-lavoro, gruppi di impiegati, di volta in volta diversi, vengono privilegiati dal punto di vista salariale, normativo e organizzativo. Esaurito il momento di necessità, questi gruppi vengono « parcheggiati » in attesa di una cristallizzazione delle loro mansioni negli accordi aziendali, oppure di sparire.

E' importante sottolineare come la direzione sia spesso riuscita ad inserirsi in un vuoto di analisi e di continuità da parte del sindacato, per gestire direttamente ai propri fini istituti nati da rivendicazioni dei lavoratori. Per esempio si pensi alla questione della la Super, categoria nata per il controllo sindacale dei lavori più qualificati, di cui però (vedi sentenza aziendale del 1972) il Consiglio di fabbrica ha rifiutato di contrattare il contenuto mansionistico a livello impiegatizio. Oppure, si pensi alla questione della mobilità verticale (passaggi automatici 4.a-3.a-2.a, ancora vertenza 72), che ha trovato una sua sistemazione a livello di accordo aziendale senza una effettiva elaborazione nella Categoria e nel Movimento. Per riferirci ad un'esperienza anche anteriore, si pensi alla questio-

ne della scheda valutativa, rivendicata nel 1969 e poi, giustamente, riconosciuta come istituto estremamente arretrato rispetto alla nuova realtà dei delegati di Gruppo omogeneo e del Consiglio di Fabbrica.

Ricordiamo tutti questi episodi travagliati non certo per il gusto di girare il coltello nella piaga, ma per mettere invece in luce quello che ne costituisce l'elemento comune: lo scarso coordinamento tra elaborazione sindacale sui temi dell'organizzazione del lavoro, specialmente per quanto riguarda gli impiegati e l'azione reale portata poi avanti dai delegati e dal Consiglio. Molte cose non sono funzionate sino ad ora nel rapporto tra gruppi omogenei di impiegati e Consiglio e troppo spesso chiusure settarie o posizioni corporative sono state mediate e ricucite con risultati di scarso valore che minano la credibilità del movimento e si prestano ad un diretto uso padronale.

La conquista dell'inquadramento unico (richiesta entrata in piattaforma, lo si ricordi, senza un serio dibattito in fabbrica) apre un nuovo orizzonte di lotta e di crescita unitaria. Benchè sia stata poco sentita in generale durante la lotta contrattuale, specie fra gli impiegati, è suscettibile di rivelarsi come uno dei più importanti risultati. Intatti con l'inquadramento unico viene per la prima volta sottratto in questo campo terreno vitale al padronato e si avvia un primo sostanzioso passo sulla via della ricomposizione politica della forza-lavoro. Molti problemi si aprono a questo proposito: problemi di equiparazione salariale, problemi di egualitarismo, problemi di professionalità. Alcuni ne ricordavano i compagni di Settimo Torinese lo scorso numero.

Non mancherà certo anche per l'inquadramento unico il tentativo di gestione padronale: per esempio il tentativo di imporre una visione distorta della mobilità interna. In questo momento una separazione della fabbrica dal mercato della forza-lavoro, dalla scuola, può essere un punto di estrema pericolosità. Tuttavia ci sono le premesse perchè tentativi di questo tipo vengano respinti. La condizione è quella di un rapporto funzionale tra delegati e Consiglio che serva da supporto ad un dibattito reale e non ozioso su questi temi e che sappia svilupparsi nel vivo delle iniziative di lotta.

».

Riteniamo importante questa iniziativa per due ordini di motivi: innanzitutto per dare al nostri lettori la possibilità di esprimere I propri giudizi e fornire tutti quei suggerimenti sia nell'impostazione che sul contenuto del giornale che sono Indispensabili per migliorarlo; in secondo luogo per rendere il giornale uno strumento di franco dibattito a disposizione degli operai e degli impiegati dei gruppo Pirelli.

Crediamo che già dal prossimo numero ci giungeranno molte lettere che saremo ben felici di pubblicare con puntualità. La posta deve essere indirizzata alla redazione milanese di Lavoratore Pirelli, c/o sez. P.C.I. L. Temoio, V.le Sarca 181, 20126 MILANO.

Caracciolo

ROMA CAPITALE

Biblioteca di storia - pp. 320 • L. 4.200 • Dal Risorgimento alla crisi dello Stato liberale, passando attraverso Crispi e Giolitti, la storia di una città che non è un mito ma un intreccio assai corposo di interessi politici e privilegi.

Bellone Geymonat Giorello Tagliagambe

ATTUALITA' DEL MATERIALISMO

DIALETTICONuova biblioteca di cultura • pp. 208 - L. 1.800 • Il problema generale dei rapporti uomo-natura alla luce del materialismo dialettico: una riproposta che farà discutere.

Barca

DIZIONARIO DI POLITICA ECONOMICA

Universale - pp. 188 • L. 1.000 - Le cento e più voci di questo originalissimo dizionario sono state scelte selezionando i termini piú usati nella pubblicistica economica del nostro tempo, svelando al lettore i misteri del gergo specialistico.

Brus SISTEMA POLITI CO E PROPRIETA' SOCIALE NEL SO CIALISMO

Argomenti • pp. 288 - lire 1.600.

Marchesi

UMANESIMO E COMUNISMO

Prefazione di Alessandro Natta • Universale • pp 400 - L. I 800

Marx

IL 18 BRUMAIO

DI LUIGI BONA

PARTE

A cura di Giorgio Giorget. ti Le idee • pp. 240 L 1 000

Marx

LA GUERRA CIVI

LE IN FRANCIA

A cura di Palmiro Togliatti

Le idee pp 120 L 800

Labriola SCRITTI DI PEDA GOGIA E POLITI CA SCOLASTICA

A cura di Dina Bertoni Jo vine Le idee pp. 304 L 1 500

VI CONFERENZA OPERAIA DEL PCI Fuori collana pp 400 L 2 000

Li Causi IL LUNGO CAMMINO

Autobiografia 1906-1944

Con uno scritto di Mario Alicata - Biblioteca del movimento operaio italiano pp. 224 - L 1.800 • La vita di un leggendario personaggio qual e Li Causi, dal 1906 al 1944, in un vivace racconto, ricco di estro e di humour. ma anche di lotte implacabili contro il fascismo, la fame, la guerra, la mafia

DALLE CARCERI DI FRANCO

XX secolo - pp. 240 - L 1.400 - In questo drammatico e vibrante dossier appaiono per la prima volta le lettere e le testimonianze dirette su violenze

IMPIEGATI ALLA BICOCCA analisi
NGVITA EDITORI RIUNITI
e torture, scritte dagli stessi detenuti politici spagnoli Breznev LA VIA LENINISTA Fuori collana • 3 voll. - pp 1.400 l 8.000 - Dal '64 al '73, tutti gli scritti e i discorsi di Breznev una fonte insostituibile di materiale documentario e uno strumento di lavoro indispensabile per chi voglia affrontare i problemi dell'Unione Sovietica dell'ultimo decennio Morton-Tate STORIA DEL MO VIMENTO OPERA IO INGLESE Universale pp. 320 - lire 1.500 Ristampe LENIN CHE FARE? • STATO E RIVOLUZIONE - L'IM PERIALISMO FASE SU PREMA DEL CAPITALI SMO L'ESTREMISMO MALATTIA INFANTILE DEL COMUNISMO testi fondamentali del pensiero politico di Lenin Centesimo migliaio. Fuori collana - 4 voli. in cofanetto - pp. 844 • L. 2 000 SEMIanatrar MIMO VAINI~ ATTUALITÀ DEL MATERIALISMO DIALETTICO • EDITORI *UNTI leClfNe 11A110 IIIIONARIO INPOLITICAMINIMA /MI111111111i ttellartrt ••• Lettere
LavoratorePirelli
a
LETTERE
A LAVORATORE PIRELLI
7

DOPO RIMINI un contributo all'unità

Rimini, questa città democratica. bella, ospitale, come è del resto tutta la terra di Romagna, ha vissuto, con la prima assemblea Nazionale delle strutture di base, un momento di estrema importanza per tutto il movimento sindacale.

Quattromila delegati infatti, rappresentati in massima parte dei Consigli di Fabbrica, si sono riuniti per tre giorni nel palazzo Azzurro della Fiera per fare il punto sull'unità, sulle prospettive e sulle

problematiche sulle quali l'unità va costruita.

Un dato, va premesso, ha caratterizzato tutte le tre giornate di lavoro (6-7-8 aprile): l'entusiasmo. Non un entusiasmo cieco, basato su motivi irrazionali o sentimentalismi vari, ma che nasceva dalla certezza dell'irriversibilità del processo unitario. Anche qui non una certezza fatalistica, ma consapevole, che sapeva avvalersi della volontà di lavorare giorno per giorno, a costruirla, • Fino ad oggi ci siamo rimboccati due maniche — ha detto un delegato nel suo intervento — da domani dobbiamo rimboccarcene tre •. Un clima di entusiasmo che già era presente il primo giorno, che la città stessa aveva contribuito a creare, mettendo tutte le sue strutture a disposizione dei delegati, tappezzando i muri di manifesti che salutavano i congressisti e che è andato crescendo di giorno in giorno per terminare con gli applausi scroscianti ed il grido

Unità! Unità- che hanno accolto le conclusioni di Storti. E' in questo clima, in questo spirito che dopo la relazione introduttiva letta da Lama a nome della Segreteria

CGIL-CISL e UIL, si sono inanellati gli interventi, ognuno col suo metodo, col suo stile, ma tutti, prima o poi, con la parola unità. Sulla relazione di Lama i giornali borghesi e, guarda caso, • Il quotidiano comunista II Manifesto • si sono sbizzarriti a rintracciar vocaboli: » moderata • • vuota • » costretta •, e via via per dare il là a tutta una serie di congetture sull'unità e sulla strategia dei sindacati. Io credo che la risposta più bella a queste Cassandre l'abbia data il convegno con il suo dibattito e le sue conclusioni. Gravava all'inizio il senso che l'unità è ad un momento critico. Sappiamo quali e quante

spinte all'interno e all'esterno del movimento han cercato di invalidare o ritardare il processo unitario; ma a tutte queste manovre Rimini ha dato una risposta, contribuendo a smuovere quella situazione di stallo che gravava sulla partita. A Rimini la volontà dei lavoratori si è espressa in maniera forte e chiara, non cedendo a facili velleitarismi propri di momenti in cui la situazione e difficile. La tesi • dell'unità con chi ci sta •, tesi apparentemente avanzata ma in realtà rinunciataria, e come tale perdente, è stata battuta; ha lasciato il posto definitivamente alla consapevolezza che l'unità è un processo che va portato avanti con forza e costanza ogni giorno, nella lotta quotidiana sui problemi e che in questa lotta bisogna saper coinvolgere tutti. Rimini ha rifiutato risposte avventate ma, partendo dalla realtà, ha fatto fare un altro passo avanti al movimento approvando l'estensione dei Consigli di Fabbrica in tutte le categorie comprese quelle in cui meno forte è il movimento unitario dei lavoratori, vedi Parastato, Commercio ecc., estendendo e favorendo la crescita dei Consigli Unitari di Zona, considerati strumenti indispensabili per realizzare il collegamento fabbrica-società, rifiutando una regolamentazione rigida dei C.d.F. e ribadendo la scelta dell'elezione del delegato su scheda bianca. Anche il peso dell'iniziativa scissionistica della minoranza di destra della CISL e di qualche elemento socialqualunquista della UIL, che i giornali han cercato di gonfiare, si è scontrato con la realtà di questa grande, combattiva assemblea. che non lascia dubbi sulla tendenza e sulla volontà dei lavoratori. Anche la presenza di tutti i partiti politici democratici è la dimostrazione dell'importanza e della risonanza che questa iniziativa ha avuto. Per il nostro partito era presente oltre che una numerosa delegazione dei comunisti di Rimini, il compagno Di Giulio e il compagno Borghini che si sono incontrati con la popolazione riminese nel quadro della campagna contro l'abrogazione del divorzio. Su questo tema era atteso un pronunciamento della Federazione Unitaria, ed II pronunciamento c'è stato. Non si è avuta l'indicazione di votare per il NO, come certamente la maggioranza dei delegati avrebbe voluto, ciò per evitare di portare elementi di divisione all'interno della classe, scopo questo ben presente in chi del referendum si è fatto promotore, ma un giudizio negativo sugli scopi per i quali il referendum è stato portato avanti, per la pericolosissima collisione che crea fra una parte di popolo e i fascisti, è stato espresso chiaramente. Il movimento sindacale lascia libero ogni attivista, ogni lavoratore ad esprimere la propria posizione, non

può però essere assente come forza unitaria, qualora si verificassero, sempre nel quadro di questa campagna, pericoli per la democrazia, qualora i fascisti cercassero di alzare ulteriormente la testa. Se la conferenza aveva al centro il problema dell'unità non ha certamente dimenticato tutta la problematica, la strategia sulla quale l'unità si fonda e si coagula, perche non solo con la buona volontà essa cresce, ma In virtù di una linea per la quale è necessaria ma dalla quale al contempo si alimenta; la dialettica continua fra processo unitario e politica rivendicativa. E' emersa con chiarezza la funzione dirigente della classe lavoratrice che superando aziendalismi, spinte corporative, si fa carico dei problemi del Paese e per questi indica soluzioni. Questa linea è andata arricchendosi con lo sviluppo delle vertenze delle grosse fabbriche, la maggioranza delle quali si sono chiuse con la conquista non solo di miglioramenti salariali, di modifiche d'organizzazione, ma con un programma di investimenti al Sud. Nuove prospettive si aprono ora al movimento sindacale per la gestione di questi accordi che deve essere una gestione di lotta per concretizzare nella pratica quelli che sono accordi sottoscritti. Le difficoltà e la necessità di dare vita e corpo a questi accordi è dimostrata anche dalla realtà della Bicocca dove assistiamo a un tentativo della Pirelli di approfittare di una stasi post-contrattuale per riprendere quella ristrutturazione che i lavoratori con 11 mesi di lotta avevano se non battuta, sicuramente rallentata. E' sulla ricerca di questi collegamenti, di iniziative concrete che diano corpo e seguito

a questi accordi che si è soffermato l'intervento di Scheda. Intervento che ha dato ulteriore movimento e vivacità al corso dei lavori. Grosso dibattito si è svolto, nella riunione plenaria e nelle tre commissioni nelle quali si è poi suddivisa l'assemblea, sull'utilità o no per il movimento, di una battaglia generale sulla contingenza. Nella situazione attuale siamo di fronte ad una politica che al restringimento dei consumi affianca un continuo aumento dei prezzi. E' chiaro che a questi aumenti la contingenza non ripara che in minima parte, vuoi per il suo meccanismo distorto vuoi per il carattere a posteriori di questo istituto che scatta quando i prezzi sono già aumentati e diventa quindi, oggettivamente, un meccanismo di rincorsa e come tale arretrato. Bisogna andare ad una revisione di questo istituto che parifichi fra loro le notevoli differenze fra ca-

tegoria e categoria, fra gruppo e gruppo. Non può essere però una azione generale, che nasce a freddo, con l'improvvisazione di una commedia dell'arte, ma va preceduta da una serie di vertenze aziendali e territoriali che comincino a far maturare alcuni aspetti. Non va poi, e questo è il pericolo più grave vissuto in alternativa a quello che tutti i delegati han riconosciuto quale linea sulla quale deve marciare l'organizzazione per imporre un nuovo sviluppo economico, l'attacco all'organizzazione del lavoro. Anzi insistere sulla vertenza generale sul salario senza rafforzare all'interno della fabbrica la rete dei delegati, capace di mordere •, potrebbe significare un passo indietro non solo nella coscienza dei lavoratori ma della stessa condizione di lavoro. Mentre nella sala centrale della Fiera si svolgevano i lavori della prima commissione sul problema della unità e politiche rivendicative, nelle salette laterali si svolgevano i lavori sul tema l'unità e i C.d.F., l'unità e I Consigli di Zona. A fianco di queste tre riunioni ufficiali, vi erano i capannelli dei delegati che si formavano nel grande androne della Fiera; ma anche lì, anche chi usciva un attimo per sottrarsi dal fumo, la discussione era sempre su come giungere all'unità, con quali mezzi, con quali politiche. Alle volte il confronto era anche animato ma sempre positivo. In uno di questi capannelli ho sentito la critica forse più giusta per auanto riguarda questo convegno ed era la scarsa partecipazione femminile. Posizione questa che era condivisa da tutti i delegati e lo dimostrano gli applausi scroscianti che hanno accolto i rari interventi di delegate. In tutti gli Interventi è stata anche ripresa la necessità di andare quanto prima ad un confronto col Governo sul tema delle tasse, delle pensioni, della difesa dei redditi bassi. Azione questa che andrà sostenuta con una lotta, che non può essere quella di andare avanti a scioperi generali, • sarebbe oltretutto la via più facile • — ha detto Scheda —, ma che deve reggersi su uno stretto collegamento fra vertenze di fabbrica, di settore, sull'azione dei grandi gruppi, la vertenza chimica ecc. Che cosa è stata in sintesi l'assemblea di Rimini? E' stata certamente di piu di tre giorni di lavoro. è stato un grande e sincero confronto fra tutte le categorie da quelle con grandi esperienze di lotta a quelle che muovono oggi i primi passi, tra chi ha superato totalmente logiche corporative, e chi invece deve ancora contro queste logiche lottare: è stata una verifica della linea uscita dai congressi ed arricchita dai fatti nuovi che le lotte dei lavoratori hanno provocato, è stato un grosso rilancio del processo unitario, un utilissimo incontro fra i delegati di fabbrica.

Nella relazione finale è stata indicata la necessità di un ripetersi di questa esperienza, sono state fatte addirittura date.

A me non sembra necessario stabilire fin da ora la data, è necessario però andare forti di questo impegno politico. La seconda assemblea dei delegati non potrà che registrare ulteriori passi avanti per l'unità e per tutto II movimento

mensile degli operai e degli impiegati comunisti del gruppo Pirelli UNO STRUMENTO INSOSTITUIBILE DELLA VOSTRA LOTTA 8
DIFFONDETE ABBONATEVI 'regi

Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook