n. 33 - luglio 1978 u
Bollettino del C. di E Breda Siderurgica
n 36 luglio 1978
Bollettino del coordinamento - Gruppo Falck
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n. 33 - luglio 1978 u
Bollettino del C. di E Breda Siderurgica
n 36 luglio 1978
Bollettino del coordinamento - Gruppo Falck
SOMMARIO
pag. 2
Ma i dirigenti da che parte stanno?
pag. 2
Idee precise e impegni per rilanciare il settore
pag. 4
Necessario un coordinamento adeguato ai nuovi compiti
pag. 4
C'è l'esigenza del piano nazionale di settore
pag. 6
Decisivi nodi da sciogliere per gli acciai e la Breda
pag. 8
Le nostre critiche alla bozza del piano per la siderurgia
Nei giorni 21 e 22 giugno 1978, presso la F.L.M. di Genova, si è svolto un convegno nazionale della siderurgia pubblica e privata, cui hanno partecipato i delegati delle aziende siderurgiche di tutta Italia: dall'Italsider di Taranto ai delegati dei C.d.F. della siderurgia bresciana; dalla Terni alla Cogne di Aosta:
dai delegati delle aziende produttrici di acciai speciali quali la Breda Siderurgica, ai delegati delle grandi imprese siderurgiche private TEKSID, FALCK, REDAELLI ecc. Occorre quindi chiedersi quali sono i motivi e quali gli obiettivi e le prospettive di questo convegno promosso dalla Segreteria Nazio-
DA CHE PARTE STANNO?
Il comportamento dei gruppi dirigenti delle PP.SS. è ancora ben lontano dalla reale ricerca con il sindacato-e con i lavoratori di vie per un risanamento delle aziende e la fine di sprechi e clientele, fondate sulla valorizzazione del ruolo dei lavoratori e con l'utilizzo di tecnici veramente capaci.
I recenti accordi all'ALFA ROMEO e alla BREDA TERMO hanno evidenziato come, alla responsabile disponibilità dei lavoratori per soluzioni di risanamento, numerosi dirigenti non abbiano risposto con una eguale volontà di risolvere i problemi delle inefficienze impiantistiche e organizzative.
Perfettamente allineato a questa logica è l'atteggiamento dell'attuale gruppo dirigente della Breda Siderurgica che, dopo aver distrutto gran parte di un patrimonio tecnico ed impiantistico tra i più alti del settore, affrontano strumentalmente il problema dell'utilizzo degli impianti per coprire la propria incapacità quotidianamente dimostrata nella conduzione aziendale.
L'unica dimostrazione di efficienza che questa direzione sa dare si limita al massiccio ricorso a provvedimenti disciplinari le cui motivazioni rivelano spesso insospettabili doti di fantasia che forse renderebberò di più se applicate dai dirigenti ai gravi problemi dell'azienda.
Queste provocazioni ed il costante rifiuto di trattare con il C.d.F., nell'inutile tentativo di ridurne il ruolo, sembrano essere le uniche vere preoccupazioni degli attuali "responsabili" della azienda.
Convinzione dei lavoratori è che la loro difficile lotta che dura da ormai tre anni, per assicurare un futuro produttivo all'azienda non debba servire a garantire l'impunità di chi ha portato questa fabbrica al fallimento giustificando il discredito sulle PP.SS. e che quindi il risanamento e la necessaria ristrutturazione della azienda vada esteso anche ai gruppi dirigenti per l'allontanamento degli incapaci la cui presenza renderebbe vano ogni programma di riassetto.
nale della F.L.M. e quindi è necessario soffermarsi tanto sulle proposte contenute nella relazione della Segreteria Nazionale, quanto sui temi del ricco ed articolato dibattito, quanto sulle indicazioni conclusive.
Le caratteristiche fondamentali della crisi della siderurgia nel nostro Paese, vanno ricercate nella presenza di capacità produttive notevolmente superiori agli attuali livelli di consumo dell'acciaio, che sono ancor più messe in rischio sia dalla crescente presenza sui mercati internazionale della produzione proveniente dai Paesi in via di sviluppo (fino a non poco tempo fa consumatori di prodotti siderurgici provenienti anche dai Paesi Europei), dalla evoluzione della domanda di prodotti siderurgici condizionata dai criteri e dai tempi della riconversione industriale causati soprattutto dalla crisi petrolifera.
In altre parole, la crisi della siderurgia è conseguenza della crisi di un modello di sviluppo su cui si era fondato il mondo capitalistico e che contava sulla possibilità di poter utilizzare all'infinito fonti energetiche, materie prime, forza-lavoro a costi bassi se non addirittura decrescenti e sulla possibilità di poter esportare semiprodotti e manufatti nei Paesi del terzo mondo. Su queste basi si è dato vita ad un sistema in cui la programmazione dello sviluppo era il puro e semplice risultato del funzionamento spontaneo ed anarchico dei meccanismi della struttura capitalistica. Oltre ai costi umani e sociali — in termini di ritardo e di mancate riforme, in termini di arretratezza delle infrastrutture civili, culturali e sociali, in termini di sfruttamento e di vittime dello sfruttamento — quel modello di sviluppo è entrato in una crisi profonda ed irreversibile, dalla quale si può uscire solo se si ha il coraggio di attuare una profonda riconversione della struttura industriale innanzitutto; ma non della sola struttura industriale.
Da qui, dalla crisi profonda ed irreversibile del modello e dei livelli di sviluppo, dalla sostanziale incapacità del sistema capitalista di
prospettare sbocchi efficaci alla crisi; trae origine innanzitutto la crisi della stessa siderurgia.
E' in questo quadro che emergono più chiaramente ed in termini drammatici gli errori profondi dello sviluppo prevalente della siderurgia nel nostro Paese che ha visto un potenziamento della produzione di laminati piani (lamierini) e tondi per cemento armato (prodotti funzionali alla produzione di beni di consumo individuale ed all'edilizia) ed un progressivo disinteresse per i prodotti di qualità, per i laminati lunghi legati e per le seconde e terze lavorazioni.
Senza farsi illusioni e senza inutili recriminazioni — pur stigmatizzando gli errori di cui porta responsabilità e colpe la classe dirigente che ha governato il Paese tanto in termini di governo generale dell'economia che di direzione specifica del settore, è necessario a questo punto individuare quali possibili tendenze si possano ricavare proprio dalla crisi e dalla sua evoluzione.
Le linee di tendenza che emergono dall'analisi delle caratteristiche della crisi sembrano fondamentalmente queste:
tendenza alla riduzione degli sprechi e ad un orientamento della produzione siderurgica verso produzioni di beni durevoli e di beni di investimento;
tendenza ad una profonda ristrutturazione della divisione internazionale del lavoro che mira a collocare nei Paesi emergenti le produzioni a più basso contenuto tecnologico anche in funzione della localizzazione delle materie prime e della disponibilità di forza-lavoro a minor costo ed a più alto sfruttamento;
tendenza a contenere gli effetti negativi sull'ambiente.
In questo processo che risulta evidenziato dalle tendenze insite nella crisi del settore, l'Italia non sembra destinata a giocare un ruolo decisivo:
in conseguenza dell'assenza di una struttura trainante capace di sviluppare un moto di espansione della domanda interna e di esercitare un ruolo decisivo sul mercato europeo ed internazionale. La subordinazione ampiamente dimostrata dalla struttura pubblica (IRI-FINSIDER) nei confronti delle multinazionali e della grande impresa privata, l'intreccio di interessi e di collegamenti tra i grandi gruppi privati multinazionali; sono due indicatori significativi;
in conseguenza di ritardi strutturali che vedono la nostra siderurgia nel suo insieme e quella pubblica in particolare, incapace di affrontare in modo deciso i problemi di coordinamento della ricerca, dell'impiantistica e delle tecnologie, della commercializzazione sulla base di programmi insieme realistici e propulsivi;
in conseguenza dei ritardi e della permanente resistenza ad affrontare i problemi della maggiore qualificazione del prodotto e delle seconde e terze lavorazioni;
in conseguenza di una permanente propensione — manifestata ancora nelle indicazioni del progetto di piano siderurgico — a limitare l'iniziativa (soprattutto l'iniziativa pubblica) ad una pura e semplice gestione ed assiemaggio dell'esistente.
Il dibattito svoltosi a Genova — che per molti aspetti ha ribadito la validità delle intuizioni e delle proposte emerse tanto al convegno di Ariccia che nel Convegno della
siderurgia lombarda svoltosi alcuni mesi fa a Brescia — ha messo in luce.la necessità:
di definire i contenuti del processo di riconversione al fine di rendere adattabili le strutture siderurgiche, all'evoluzione della domanda; soprattutto sotto il profilo della qualità del prodotto, della flessibilità degli impianti e delle strutture tecnico-produttive, del grado di finitura del prodotto, del recupero delle capacità progettuali insite nell'impresa siderurgica;
di definire i contenuti di una ricerca sia a livello di teoria che di sperimentazione realizzando un collegamento organico impresa sideru rgica-c entri specializzati-università, sia per caratterizzare sempre più il prodotto dal punto di vista qualitativo, che per esportare tecnologia e processi produttivi assumendo quindi un ruolo anche verso i Paesi emergenti;
di definire gli spazi esistenti all'interho della divisione internazionale del lavoro per garantire alla siderurgia italiana una maggiore autonomia e capacità di intervento e di indirizzo;
di stabilire collegamenti e rapporti organici tra settore siderurgico e settori utilizzatori (edilizia, elettronucleare, agro-alimentare, sistemi di trasporto ecc.) il cui tramite devono essere piani di settore armonizzati entro una generale capacità di governo dell'economia;
di consolidare le conquiste sindacali sia a livello di settore che di azienda, soprattutto in materia di investimenti ed organici particolarmente al SUD, facendo perno soprattutto su appropriate politiche dell'organizzazione del lavoro, del risanamento degli ambienti di lavoro, della professionalizzazione del lavoro in siderurgia, della sicurezza del lavoro.
Per poter assolvere con coerenza e serietà gli impegni abbiamo bisogno di fare un salto di qualità importante sul terreno organizzativo.
Molti compagni lamentano — e giustamente — carenze gravi sul terreno del coordinamento settoriale. Particolarmente drammatico appare lo scollamento tra il grado, ancora modesto ma presente, di coordinamento del comparto pubblico e l'abbandono del settore privato alla sua logica, al suo destino. E' una vecchia carenza che ci portiamo dietro ed a nulla sono valsi i buoni propositi in questa direzione sempre annunciati e mai praticati.
Si possono accampare ragioni molto consistenti che hanno costituito un ostacolo serio alla pratica di questo obiettivo. Negli ultimi due anni si sono accavallate vertenze di ogni genere sia nella siderurgia pubblica sia in quella privata sia nel campo dei metalli non ferrosi. Le forze a disposizione per praticare una politica di coordinamento gestita direttamente dal Centro sono state sempre inferiori alle esigenze. Questo ha costretto i coordinatori nazionali ad una pratica di presenza nelle varie situazioni che ha finito per non soddisfare quasi nessuno.
Noi riteniamo che la conferenza di Rimini costituisca un punto di riferimento importante per tutti e per la pratica di direzione politica del sindacato che ci consente di fare quel passo che non abbiamo mai avuto la capacità di proporre con chiarezza. La nascita dei regionali, l'attribuzione ad essi, di funzioni di coordinamento settoriale, il passaggio di poteri di direzione sia dal centro nazionale, sia dalle province a questi organismi, è un dato che ci consente di guardare al prossimo futuro con una più accentuata speranza di
curare almeno i mali più gravi dal punto di vista della direzione politica del settore.
Al prossimo coordinamento Italsider definiremo per sempre le questioni riguardanti il funzionamento del Coordinamento. Dobbiamo però pensare ad un ipotesi di coordinamento del comparto siderurgico che sia in grado di superare la tradizionale separazione pubblici-privati nella quale i pubblici fanno la parte del leone. Pensiamo di proporre una sorta di consiglio nazionale della siderurgia, una sorta di consulta permanente che definisca strumenti e modalità di intervento, e che soprattutto, sia in grado di definire linee, progetti, ipotesi rivendicative in grado di costruire sempre di più un grado accettabile di omogeneità tra le situazioni siderurgiche pubbliche e private.
Pensiamo che la struttura regionale della F.L.M. debba essere l'asse portante di quel processo di raccordo tra le linee che si definiscono in sede nazionale e la loro articolazione nelle realtà territoriali.
Per poter costruire tale ipotesi noi riteniamo che da questa riunione deve essere affidato un mandato preciso e vincolante ad un comitato costitutivo di tale coordinamento nazionale e che tale mandato sia espletato nel giro di un paio di settimane per consentirci all'inizio della ripresa post-feriale di praticare in concreto la strada della costruzione della Consulta nazionale.
Abbiamo detto che i regionali F.L.M. debbono costituire il punto di raccordo tra questa iniziativa e i processi di articolazione a livello territoriale. Per fare ciò è indispensabile che vengano definite le responsabilità dei vari comparti tra i regionali che dirigono una realtà con una presenza siderurgica di qualche dimensione.
La crisi generale della siderurgia, che da anni ormai investe i paesi del MEC e più in generale tutti i paesi capitalisti sviluppati, continua a pesare sul nostro paese e fa sentire i suoi effetti negativi anche alla Falck.
In questi anni l'andamento produttivo e occupazionale nel nostro
gruppo è stato deficitario. La Falck, per far fronte alle difficoltà del settore, alle disposizioni del MEC riguardanti la diminuzione dell'acciaio, continua a produrre circa il 25% in meno rispetto alle capacità produttive dei suoi impianti base e da anni si registra un costante calo dei livelli occupazionali.
Con gli ultimi accordi aziendali riferiti a investimenti e occupazione, l'azienda è stata costretta a prendere impegni su investimenti che sono valsi a modificare con nuove tecniche il processo produttivo, ma ha dovuto altresì assumere personale tanto che la tendenza ad una continua diminuzione dei livelli occupazionali è stata bloccata; anzi, i livelli occupazionali sono recentemente aumentati anche con manodopera giovanile. A questo proposito va rilevato che la Falck ancora una volta ha dimostrato una intransigenza che altre aziende non hanno avuto, rifiutandosi di assumere giovani attraverso la legge 285.
Se è vero che la Falck non ha problemi così drammatici come altre realtà del settore, non va però dimenticato che anche la Falck non ha una situazione omogenea nel gruppo. Ha fatto ricorso in alcune delle varie realtà alla CIG, è in atto un processo di ristrutturazione che riguarda aree produttive consistenti, infine l'azienda non ha mai voluto prendere impegni precisi col Coordinamento circa le prospettive future anche solo a medio termine. Ciò non vuol dire però che la Falck non abbia compiuto e non compia scelte; è abbastanza evidente che il processo di ristrutturazione dell'azienda punta sostanzialmente a concentrare in alcuni comparti produttivi come quello dei nastri, delle lamiere e dei tubi, gli investimenti e le capacità produttive, abbandonando alcune produzioni che essa non ritiene più convenienti. A questo proposito è utile dire che per alcuni impianti, come i treni "profilati" e "vergella", la Falck ha optato non per un loro ammodernamento ma per la loro totale chiusura con il probabile trasferimento di queste lavorazioni ad altre aziende.
Seri problemi si pongono inoltre per le produzioni di "raccordi" e "getti" che interessano particolarmente gli stabilimenti di Dongo e dei CMI e per quest'ultimo bisogna aggiungere i problemi della carpenteria e del materiale ferroviario.
Infine per Zogno si continua a trascinare una situazione di stasi che lamenta e erode i livelli occupazionali.
Questi e altri problemi presenti nel gruppo sono direttamente collegati alla situazione del settore e trovano una loro collocazione nelle scelte politiche più generali del sindacato.
Di fronte alle difficoltà che incontriamo è necessario perciò che gli organismi sindacali di fabbrica e tutti i lavoratori siano impegnati a dare una giusta soluzione a questi problemi attraverso scelte che privilegiano l'occupazione con particolare attenzione allo sviluppo del Mezzogiorno.
D'altra parte la stessa applicazione dell'accordo aziendale di luglio ha messo in evidenza come non sia possibile oggi dare soluzioni ai problemi aperti nel gruppo Falck in assenza di una programmazione nazionale e senza la definizione dei
piani di settore previsti nella stessa legge di riconversione industriale approvata lo scorso anno dal parlamento che stanno alla base della politica dell'EUR.
Ma un piano di settore non è neutrale; è necessario perciò far pesare per la realizzazione del piano tutta la forza dei lavoratori, a cominciare per quanto ci riguarda dal gruppo Falck, perché finalmente si arrivi dopo tanti rinvii alla definizione di un piano nazionale della siderurgia che raccolga le indicazioni e le aspettative dei lavora-
tori, finalizzato alle scelte più generali di sviluppo del Paese. Riuscire in questa lotta non sarà semplice, perché bisognerà vincere posizioni negative del governo e battere l'intransigenza del padronato che vuole avere mano libera nelle decisioni e nei processi di ristrutturazione. Queste posizioni negative sono presenti nel nostro gruppo da parte della Falck quando per esempio rifiuta di fornirci il quadro della situazione produttiva includendo le aziende consociate.
Per uscire dal nostro ambito il caso
della Breda siderurgica, anche per altri aspetti, è significativo. Un patrimonio di conoscenze tecniche e di capacità produttive che si vuole ridimensionare per assoggettarlo alle mire della Fiat che vuole accapparrarsi il mercato degli acciai speciali in Italia.
Per questi motivi i problemi della Falck, dei CMI, della Breda non possono e non devono essere problemi isolati e solo dei lavoratori di ogni singola azienda, ma questioni sulle quali tutti i lavoratori siderurgici devono essere impegnati a tutti i livelli, consapevoli che risolvendo questi problemi si dà un contributo alla lotta generale di tutto il movimento sindacale per la trasformazione economica e sociale del paese, per uscire diversi dalla crisi.
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Dopo la conclusione legislativa della vicenda EGAM — di cui la Breda Siderurgica faceva parte — vale la pena di dare uno sguardo alla situazione che si è determinata ed ai problemi che sono rimasti aperti. Nell'aprile del 1975, con un accordo di gruppo, veniva sottoscritta una intesa il cui contenuto prevalente era costituito da una massa di investimenti produttivi destinati alla sostituzione dei forni MartinSiemens (comunemente considerati obsoleti dal punto di vista tecnologico ed antieconomici dal punto di vista produttivo-gestionale) con nuovi forni elettrici, al potenziamento del laminatoio e dei trattamenti termici, al rinnovo di macchinario tecnicamente inadeguato sia nella finitura che nella trafileria.
A posteriori si è dimostrata la palese strumentalità e sostanziale malafede della dirigenza EGAM che mentre accettava di sottoscrivere impegni di spesa per investimenti di considerevole dimensione, aveva presente la dimensione del fallimento produttivo-finanziario del gruppo che avrebbe di fatto messo in mora gli stessi impegni sottoscritti; ma per contro bisogna sottolineare come da parte del Sindacato, del C.d.F. e dei lavoratori, a
quegli impegni venissero attribuite importanza decisiva e valore fondamentale.
Infatti i nodi storici della Breda Siderurgica sono costituiti da una sfasatura delle strutture produttive che presentano una serie di "colli di bottiglia" tra acciaieria inadeguata alla capacità produttiva del laminatoio e tra laminatoio ed insufficienza strutturale dei trattamenti e delle finiture al punto che la fabbrica ha dovuto subire due dipendenze esterne: approvvigionarsi di semiprodotti (blumi e lingotti) da terzi e quindi essere dipendente dalle capacità di fornitura e dalle condizioni decise dagli stessi terzi fornitori; rivolgersi a terzi per l'esecuzione di fasi di finitura del prodotto e quindi destinare sostanzialmente il maggior valore aggiunto realizzato in queste fasi, al pagamento di prestazioni di aziende (soprattutto piccole e medie) esterne;
mantenere aperti spazi di ulteriore speculazione, di ulteriori sprechi, di ulteriori clientelismi che hanno pesato e pesano sulla gestione dell'azienda.
La crisi dell'EGAM ha ovviamente lasciato insoluti questi problemi,
anzi li ha addirittura resi più acuti essendo nel frattempo divenuta più pesante la situazione economicofinanziaria dell'azienda, ragion per cui nei confronti del progetto di ristrutturazione delle aziende ex EGAM si ripropongono gli stessi problemi.
Il progetto di ristrutturazione delle aziende ex EGAM prospettato dalla Finsider alla Federazione Unitaria CGIL-CISL-UIL, alla F.L.M., al Coordinamento, è stato sostanzialmente respinto per una serie di motivi generali:
il progetto di ristrutturazione della Finsider per le aziende ex EGAM, si limita ad una pura e semplice attuazione burocratica dell'inquadramento previsto dalla legge di scioglimento dell'ex EGAM, senza prospettare programmi e strategie tecnico-produttive e soprattutto realizzando un sostanziale ribasso degli obiettivi di presenza dell'impresa pubblica in un settore strategico come quello degli acciai speciali;
il progetto di ristrutturazione prospettato dalla Finsider, ancora, rappresenta un rifiuto a dare al comparto degli acciai speciali una struttura articolata (che cioè copre
Vignetta tratta da «Conoscete Carlo Marx» (Ed. Ottaviano, Milano)tanto la produzione di acciai speciali in tutta la gamma qualitativa e dimensionale, quanto le finiture e le seconde e terze lavorazioni) ed organizzativamente significativa e robusta, quale era stata rivendicata ed indicata dal sindacato con la proposta di integrare tra loro le aziende di produzione primaria: TERNI, COGNE, ACCIAIERIA DI PIOMBINO, BREDA SIDERURGICA, e le aziende di seconde e terze lavorazioni: STABILIMENTO ITALSIDER DI CAMPI, DI LOVERE, NUI ecc. Infatti il progetto di ristrutturazione prospettato dalla FINSIDER si limita ad inquadrare la Breda Siderurgica, la Cogne, le Acciaierie di Piombino, e rifiuta di aderire alle indicazioni sindacali;
3) il progetto Finsider rappresenta anche una indicazione di sostanziale subordinazione o comunque di eccessiva timidezza dell'azienda pubblica, rispetto all'azienda privata ed ai suoi interessi e legami multinazionali; così come parte da una ipotesi estremamente riduttiva delle ipotesi di sviluppo dei consumi;
4) il progetto Finsider infine non affronta adeguatamente e correttamente né i nodi della ricerca, dell'impiantistica, del coordinamento degli approvvigionamenti e dei prodotti alternativi (preridotto in alternativa al rottame), della commercializzazione, del rapporto tra impresa pubblica e privata; né affronta adeguatamente e correttamente i problemi dell'espansione degli investimenti e dell'occupazione.
Ma oltre a questi che sono aspetti generali sui quali si è incentrata la critica e le motivazioni di rifiuto sostanziale del sindacato nei confronti del progetto Finsider, ve ne sono altri due più specifici:
il progetto Finsider è un progetto ANTIMERIDIONALISTA in quanto parte dalla cancellazione definitiva di tutti gli impegni di investimento nel Sud e dal trasferimento ad aree del Nord di investimenti già previsti e destinati ad aree meridionali;
il progetto Finsider è un progetto che PUNISCE E SACRIFICA
IN MODO PESANTE LA BREDA SIDERURGICA, in quanto non affronta e non indica soluzioni adeguate per i nodi 'storici' della fabbrica; anzi punta a perpetuare lo stato di incertezza, di sostanziale precarietà, di grave carenza della fabbrica che ne sono la principale causa di degrado.
In questa precarietà ufficializzata e perpetuata nel progetto Finsider (che si evidenzia nelle proposte di tenere in vita un forno MartinSiemens, di mantenere e perpetuare lo stato di dipendenza della fabbrica dagli approvvigionamenti forniti da terzi), si coglie subito la volontà della Finsider di realizzare un progetto di:
sostanziale negazione del valore e del contenuto degli accordi già sottoscritti sia in materia di investimenti, che in materia di condizioni di lavoro;
copertura al pesante attacco alle condizioni dei lavoratori, al peggioramento progressivo delle relazioni sindacali e-di lavoro (organici, orario di lavoro, carichi di lavoro, ambiente ecc.) ed al progressivo ricorso a politiche di repressione. In questo quadro ed in queste condizioni tanto il progetto Finsider che la politica dell'azienda vanno nettamente respinti e va riaffermata la piena validità della linea del sindacato:
1) autonomia piena della fabbrica da attuarsi mediante adeguati investimenti che prevedano:
SOSTITUZIONE DEI FORNI MARTIN-SIEMENS CON UN TERZO FORNO ELETTRICO; POTENZIAMENTO DEL TRENO DEMAG;
POTENZIAMENTO DEI TRATTAMENTI TERMICI, DELLE FINITURE, DELLA TRAFILA in vista di un prodotto qualitativamente più elevato e per una sempre maggiore finitura e completezza del prodotto medesimo;
2) GARANZIE REALI SUL PIANO OCCUPAZIONALE;
3) PIENO E CORRETTO RISPETTO DEGLI ACCORDI AZIENDALI.
In questo quadro il sindacato ed il C.d.F. non rifiutano — come non hanno mai rifiutato — livelli di efficienza e di utilizzazione degli impianti che non rappresentino però aggravamento delle condizioni dei lavoratori.
Vignetta di Altan (Ed. Bompiani, Milano)L'incontro tra la presidenza della Commissione governativa incaricata di redigere le bozze del piano per la siderurgia e la Federazione CGIL-CISL-UIL ha dato esito negativo.
Il piano manca di un reale riferimento alla dinamica del mercato degli utilizzatori, mentre dovrebbe riferirsi a credibili ipotesi di evoluzione della domanda.
La Commissione ha invece ignorato totalmente questo riferimento ed ha assunto come parametro l'andamen-
Il tema dell'approvigionamento minerale, ferroleghe e rottame;
una politica della ricerca coordinata e programmata per il settore pubblico e per quello privato;
una politica per la commercializzazione dei prodotti che superi le carenze drammatiche che si manifestano con particolare forza in questa fase.
E' assente qualunque ipotesi di raccordo nel settore degli acciai speciali. Sia le nostre ipotesi di creazione di un comparto integrato pubblico nel campo degli acciai speciali, sia l'ipotesi di una politica di coordinamento con le realtà private del settore non sono considerate con la giusta evidenza.
Nessuna previsione è formulata circa le conseguenze del piano sul terreno della salvaguardia dei livelli di occupazione.
Per Gioia Tauro continua la pratica dell'imbroglio" con la conferma del piano del 1974. Si parla di un laminatoio a freddo per circa 1.000 operai. Si riparla di centraline a carbone per l'Enel senza avere il coraggio di affermare che si tratta di ipotesi alternative al Quinto Centro senza che però abbiano le dimensioni necessarie per coprire il fabbisogno occupazionale secondo le ipotesi del CIPE del 1974. Per Bagnoli si accenna ai costi notevolissimi dell'operazione di ristrutturazione senza altra precisazione.
to del prodotto nazionale lordo, dividendosi al suo interno tra le possibili ipotesi di incremento per i prossimi anni, ricavando da queste posizioni le ipotesi di stabilizzazione della quantità produttiva.
Queste ipotesi superano totalmente le indicazioni riduttive che vengono dalla CEE con il piano Davignon.
Manca nel piano qualunque ipotesi di superamento delle sovrapposizioni degli sprechi dei vari comparti produttivi e soprattutto è assente una analisi delle tendenze all'autonomia produttiva di alcuni Paesi che fino ad oggi erano importatori netti di acciaio.
E' assente qualunque indicazione che fornisca le coordinate per una collocazione della siderurgia italiana nel contesto della nuova divisione internazionale del lavoro.
Il piano che ci è stato esposto non presenta alcuna novità rispetto alle acquisizioni realizzate con gli accordi pubblici.
Manca qualunque riferimento all'area privata che viene abbandonata alla logica dei meccanismi spontanei del mercato senza alcuna seria difesa rispetto alla nuova aggressività delle siderurgie Europee e del terzo mondo.
Questo spiega l'assenza nel piano di qualunque riferimento alle tre questioni fondamentali da noi poste alla base di un rilancio organico della nostra produzione.
Il coordinamento ha indetto dunque iniziative di fabbrica provinciali, regionali, volte a sensibilizzare il settore sui rischi connessi all'approvazione di un piano per la siderurgia come quello che ci è stato presentato. Si è deciso inoltre di intrecciare strettamente l'ipotesi dello sciopero con le regioni meridionali (Calabria, Campania) che dal piano escono particolarmente penalizzate.
dei delegati del settore per definire modalità e caratteristiche dello sciopero del 14 luglio