Il Torchio
Indietro non si torna
La gravità della crisi capitalistica in Italia è tale da portare le forze democratiche alla ricerca, con grande urgenza, di scelte unitarie concrete capaci di fermare il pericoloso accerchiamento inflazionistico e recessionistico che le forze economiche, speculative e parassitarie stanno cercando di realizzare di fatto contro le forze sociali attive e produttive. E' una dura lotta di classe tra chi vorrebbe perpetuare i vantaggi derivanti da questo sistema produttivo e chi vuole invece cambiare questa società che non può vivere senza crisi. E' proprio partendo da questa concretà realtà che risulta fondamentale stabilire un programma politico capace di unire forze anche ideologicamente diverse ma convinte della necessità di costruire efficaci argini al dilagare del terrorismo economico e criminale. Vale a dire che se i prezzi aumentano e i posti di lavoro diminuiscono non può essere una risposta valida quella tesa al recupero salariale o al ricorso da parte del governo ad un'estensione della cassa integrazione. Non è logico nè dal punto di vista economico nè da quello morale. Lotta quindi contro 1 assistenzialismo di Stato in quanto utilizzato per non cambiare niente ma per far pagare alle forze più deboli il peso della crisi. Puntare quindi al controllo dei prezzi delle merci di prima necessità; puntare alla produzione dei beni sociali non finalizzata ad immediati ed immensi profitti, significa lottare contro le cause che generano questo stato di crisi; significa individuare in una politica di riforme di struttura la vera proposta vincente sulle strozzature speculative, ed equilibratrice in un contesto di pluralismo produttivo. Una politica socialmente avanzata ed unitariamente intesa, non aggiuntiva alle chilometriche piattaforme tradizionali, ma sostituiva ad esse , per giungere a uno spostamento di potere che permetta ai lavoraton di esercitare un ruolo di intervento preventivo nelle scelte produttive. Questo salto di qualità presuppone senza equivoci un Impegno coerente per la gestione. Da qui un'attenzione maggiore a conoscere e capire quello che vogliono i padroni e il governo sia nella fabbrica che nella società. Da qui una partecipazione dirgua del movimento
operaio nelle istanze democratiche per allargarne le possibilità di contributo e per conseguire un'estensione del consenso. La democrazia non è soltanto una delega, ma presenza attiva. Per sconfiggere i piani di Rizzoli, per esempio, non basta averlo in odio, occorre che i lavoratori del gruppo si battano per impedirgli di esportare senza controllo parte delle richezze realizzate qui. Occorre che gli si imponga di produrre cultura non legata tanto a effimere mode per lettori passivi, ma all'esigenza sempre più diffusa di coloro che esigono un prodotto culturale attivo ed evoluto. E' dovere di tutti i democratici rompere il cerchio vizioso di chi da un lato usa il ricatto economico e finanziario contro i lavoratori e dall'altro esercita questo stesso potere per allargare pericolosamente il suo potere palese ed occulto. Ma i lavoratori del Corriere sanno qual'è il rischio che corrono di fronte all'involuzione del prodotto culturale e all'allargamento "spontaneo" del gruppo, voluto dal loro "datore di lavoro"?
La crisi generale non sarà risolta da altri, ma casomai insieme ad altri. Ed allora torniamo ai problemi di fondo per capire i problemi aziendali e di guppo. Questa crisi non si supera in positivo se non ci si unisce di più facendo saltare barriere artificiose; se non si partecipa alla costruzione di un sindacato dove la democrazia partecipata faccia emergere proposte non corporative o settarie; se non ci si dà carico di saldare, come lavoratori, le istanze democratiche con le assemblee elettive delle quali far scaturire concrete garanzie per la difesa del lavoro, della democrazia, delle libertà politiche. Indietro non si torna. Ma occorre più giustizia, che tutti paghino le tasse; che si programmino piani produttivi; che si inverta la tendenza alla disoccupazione e alla sotto-occupazione. Che donne e giovani non continuino a costituire l'esercito di riserva per un'occupazione da tempi migliori; che il Sud non sforni solo laureati, manovali e disoccupati. Tutto ciò non è solo un'aspettativa diffusa e prioritaria delle masse. E' anche una necessità per sconfiggere rassegnazione e avventurismo.
G. Bellinzani.
Il 25 giugno 1977 si è tenuta, presso la Federazione di Milano, la riunione dei direttivi della sezione "E. Sereni" del Corriere della Sera e delle cellule "R. Botta" della Rizzoli e "Corriere Roto" per discutere e dar vita al Coordinamento dei comunisti, del gruppo Rizzoli.
In tale riunione si è approvato il documento che pubblichiamo a pagina 2 e che rappresenta la base di discussione e di lavoro dei comunisti del gruppo.
uale posto avrà il sindacato
nella democrazia che cresce ?
Come si colloca il sindacato nel progetto di rinnovamento che la società italiana sta coltivando e che, per la gravità della crisi economica, deve passare con urgenza alla fase operativa ? Con quale ruolo, con quale natura, con quale atteggiamento il movimento organizzato dei lavoratori si confronta con l'impresa capitalistica, con i partiti politici, con lo Stato?
Il paese, che si era lacerato dividendosi sulle questioni di principio, ha ora sospeso il dibattito in attesa dei cambiamenti. Le masse hanno già fatto le grandi scelte: il divorzio, l'aborto, la caduta della pregiudiziale anticomunista. Esiste una sostanziale unità sulle premesse culturali: del "progetto di rinnovamento", piena occupazione, garanzia dei diritti civili, rifiuto
Il Torchio, nell'ambito della nuova funzione di giornale aziendale aperto a tutti i contributi, ha chiesto tempo fa a Raffaele Fiengo un articolo. Fiengo ci ha mandato questo pezzo che prende lo spunto dal dibattito tenutosi qualche settimana fa alla Casa della Cultura di Roma e sul quale il Corriere della Sera non è intervenuto.
del potere burocratico, democrazia partecipata, pluralismo politico, mantenimento di un sano e corretto concetto di impresa privata, lotta all'inflazione, austerità. La nuova società ha, tuttavia, urgenza di definire i suoi contorni perchè gli effetti dei vecchi equilibri,
l'occhiello
E' tornato Piazzesi. Dopo la rottura clamorosa tra il gruppo dei Montanelliani e il Corriere di Ottone, alla quale lo stesso Piazzesi aveva partecipato avallando così la motivazione della impossibilità di continuare una collaborazione con un giornale cambiato, diverso da quello per il quale si erano impegnati a scrivere, è tornato. Naturalmente con l'onore dell'articolo di fondo, anzi di una serie di articoli. La cosa in sè significherebbe poco. La mobilità non coatta è diffusa tra i giornalisti ed in più questo nostro amico è scrittore (di sua scelta non famoso perchè si firma anonimo) e comprendiamo quindi come questa sua poliedrica attività lo porti a stringere legami con direttori ed editori improntati al massimo d'interesse e di benevolenza. A noi però il caso non pare assolutamente normale! Secondo noi rappresenta una svolta. Di chi? Di Piazzesi o del Corriere di Ottone? Ci ricordiamo come Piazzesi se ne sia andato sbattendo la porta (e la cosa venne fortemente amplificata dal Geniale montanelliano) e ci ricordiamo anche come sia rapidamente entratoa far parte di quel "clan". Quella stessa confraternita che ha significato un caso giornalistico di
portata nazionale per tutti gli aspetti perlomeno curiosi della sua fondazione. Montanelli ha infatti dimostrato come si possa essere contemporaneamente editore, direttore, cooperatore, con struttura sindacale in proprio, vocazione alla carità necrologica e miliardi garantiti sotto forma di pubblicità. Ebbene il nostro figliolprodigo non ha avuto niente da obiettare anche perchè sembra che lo stipendio gli fosse raddoppiato in spregio al contratto di lavoro dei giornalisti. Forme di libera concorrenza si diceva, omaggio alla iniziativa privata, naturalmente senza rischio d'inpresa. Giù quindi a lavorare per far eleggere De Carolis, per sostenere il "Mille", per ripetere sino alla noia "tappatevi il naso, ma votate DC".
Tutto ciò è storia vecchia. Di nuovo c'è il ritorno di Piazzesi al Corriere sempre di Ottone. Intendiamoci, niente da eccepire sui liberi spostamenti. Ma quale Piazzesi abbiamo qui con noi?
Quello del libero contratto o quello della perequazione aziendate ? Si è stappato il naso o continua a suggerire che il lezzo è il minore dei mali? E' tornato tra noi dopo aver sbattuto la porta del Clan oppure pensa di stare ancora nello stesso Clan?
travolti dal nascente contratto sociale che ha preso corpo, perdurano e producono devastazioni crescenti. L'area dell'emarginazione si allarga paurosamente sui giovani e sulle donne e minaccia gli occupati meno protetti. In presenza di questi elementi di disgregazione, appare chiaro come Vattenzione si ponga non tanto alla formula con cui i partiti democratici concorderanno programmi, maggioranza o governo quanto ai contenuti e agli effetti del patto politico. Quali saranno i centri decisionali attraverso quali meccanismi, quali logiche le diverse componenti sociali faranno camminare la democrazia industriale. La questione del sindacato, di R SEGUE A PAGFi leNnAg°2
•Non avrebbe fatto bene Ottone ad avvisare i lettori di questa grossa novità "culturale"? Non avrebbe dovuto chiarire a tutti gli affezionati lettori quali sforzi un direttore debba fare per recuperare un tale esperto di qualunquismo? E che l'uomo sia di valore è subito dimostrato: "dobbiamo accontentarci del poco, dopo tanti anni in cui tutti ci hanno promesso tutto, senza nulla mantenere..." "i leader dei partiti italiani si accingono a dimostrare l'ormai famigerato quadro politico che essi stessi hanno tracciato.." "altrimenti sono guai seri per chi come noi tutti sarà costretto a pagare". Ecco il quadretto che ci offre Piazzesi, del Corriere di Ottone, della crisi italiana, delle sue ragioni storiche e delle precise responsabilità politiche. Ecco come si mistifica la ricerca di punti comuni e delle necessarie garanzie tra i partiti popolari e democratici. Come se il problema fosse l'alchimia per un accordo a due e non la strategia unitaria, che è nostra, per uscire dalla crisi. Quella strategia che noi perseguiremo sempre e che vogliamo realizzare anche perchè siamo stanchi di pagare sempre noi lavoratori.
Corponove
A cura della sezione "EMILIO SERENI" (CORSERA) del P.C.I. - Via S. Marco 21 - Milano - Anno VII - N. 2 - Luglio 1977
LE ORGANIZZAZIONI SINDACALI DI FRONTE AI. L'IMPRESA, AI PARTITI E ALLO STATO.
DALLA PRIMA PAGINA
che cosa intende essere e di quale ruolo ha, diventa quindi fondamentale. L'hanno affrontata, in profondità alla casa della Cultura, a Roma, per quattro ore il presidente della Camera, Pietro Ingrao, l'economista Claudio Napoleoni, il giurista Tiziano Treu e Bruno Trentin, allora ancora segretario della Federazione Lavoratori metalmeccanici e oggi nella segreteria confederale, autore del libro "Da sfruttati a produttori" che ha dato occasione al dibattito.
Trentin ripercorre la strada che, negli ultimi quindici anni ha portato il sindacato fuori dalla fabbrica attraverso le lotte nella fabbrica. La trasformazione nel significato del salario, la contestazione della struttura gerarchica dell'impresa, la perequazione retributiva, l'opposizione allo straordinario, la rivendicazione del lavoro e la proiezione nel territorio sono state le premesse di un potere contrattuale che si è poi tradotto nelle domande come produrre, dove produrre, che cosa produrre.
E qui sorge un primo grosso problema: il rapporto con l'altra dasse. Domanda Napoleoni: ma collegando i livelli retributivi e l'organizzazione del lavoro a un certo indirizzo e andamento del processo produttivo si entra in contraddizione con un principio fondamentale che caratterizza l'industria fortemente concentrata, quello dell'organizzazione gerarchica che richiede la determinazione dal centro dei contenuti essenziali dello sviluppo. E ancora: l'altra classe, la borghesia, c'è; rimane proprietaria del capitale.
Trentin rifiuta il progetto di "alleanza dei produttori", rifiuta l'allargamento dell'area pubblica, ma è carente nel definire il rapporto tra le classi.
L'esproprio dei poteri della classe borghese imprenditrice è nelle intenzioni del sindacato? E se no, quale diventa la funzione dell'altra dasse?
Risponde Trentin: il nodo dei poteri decisionali si risolve nelle sintesi verificate anche conflittualmente e nell'impresa e a livello dello stato. Il modello di sviluppo produttivo deve fare i conti con I esistenza della classe avversa che può svolgere ancora la sua funzione. Ma a quali condizioni? Non di un'ipotesi neocorporativa delle conferenze triangolari, della cogestione, ma nell'emergere di contrasti e stimoli sul come e che cosa produrre. "Che lo scandalo avvenga, che la contraddizione - dice Trentin - avvenga libera ma costretta a urtare con le contraddizioni che essa determina".
Confronto, dunque, di parti che rimangono tali: la classe operaia attraverso il sindacato ha sviluppato una psicologia di produttori che, però, non rivendicano tutto il potere per sè, ma - dice Ingrao - "chiedono l'associazione in forme articolate al potere di decisione, forme nuove di decisione sull'uso del profitto".
Questa posizione del sindacato reca con sè alcune implicazioni e la soluzione di residue ambiguità e incoerenze.
1) Le suggestioni pansindacaliste.
Nel processo di avvicinamento tra sociale e politico, il sindacato negli anni Sessanta ha avuto un "eccesso di sicurezza" nel sociale, sottovalutando il peso delle strutture dello Stato, delle strutture burocratiche, delle istituzioni e delle mediazioni politiche. Dice Treu: la tendenza a leggere le vicende nazionali in un'ottica solo sindacale for-
tissima negli anni 1968-'72 non sono del tutto sopite. Oggi occorre invece una consapevolezza molto chiara che l'autonomia del sindacato dal sistema politico è ormai drasticamente ridotta o finita del tutto, né è riproponibile.
2) I rapporti con i partiti. Napoleoni esprime un dubbio: il pericolo che sia sminuito il ruolo dei partiti c'è; bisogna chiarire i rispettivi compiti. Trentin è contrario a una spartizione per materie e dice che il partito sconta l'assenza dal sociale e la delega al sindacato.
Lega, poi, la distinzione alla necessità di pluralismo politico anche all'interno della classe. "Il pluralismo - dice - non è un incidente di percorso di una classe; la distinzione sindacato-partito è insopprimibile per il superamento delle vecchie concezioni totalizzanti. Il sindacato unitario tende non solo a garantire, ma a produrre articolazioni pratiche". La più chiara definizione dei due ruoli la dà Ingrao: "Il rapporto tra il sindacato e il partito è la dialettica tra l'oggi e il domani. Il sindacato deve mantenere un risultato. Il partito esalta il momento della classe come agente storico, ha un orizzonte più largo.
Il sindacato, anche fuori della fabbrica rifiuta di diventare organo statale, parte dello Stato anche quando formula volontà generali."
Il rapporto con lo Stato. Siamo in grave ritardo - dice Trentin - nell'impatto con i problemi dello Stato. Il sindacato si è comportato come un apprendista stregone nel rapporto con l'esecutivo, con questo o quel ministro illudendosi (in particolare nel '70'72) di realizzare con successo una gestione autarchica. E' poi andato all'appuntamento con un'attrezzatura inadeguata pretendendo di esportare il metodo contrattuale".
E Ingrao è ancora più critico: scioperi generali o piuttosto generici non perchè mancassero gli obiettivi, ma perchè mancavano i temi e il metodo per controllare. Nel dicembre 1976 a Napoli ci fu una grande manifestazione - dice - e dopo dieci giorni la decisione per la legge sulla riconversione. Ma poi il sindacato non è stato in grado, proprio per i tempi diversi rispetto a una impostazione contrattualistica di essere egualmente presente. Ingrao individua in una certa indifferenza verso i problemi istituzionali il rischio di una incapacità a uscire dall'economicismo. "I dirigenti sindacali - dice - sono quelli che ho visto di meno come presidente della Camera.
Come è possibile - dice affrontare il problema dell'occupazione degli investimenti senza intervenire fino in fondo sulla Montedison, sulle partecipazioni statali, sulla legge che fissa i poteri regionali?". Si arriva così a un punto-chiave. Come saldare le spinte sindacali e una politica programmata, come arrivare a un piano delle risorse nella democrazia. Trentin trova la soluzione "in una rete di poteri decentrati di cui il consiglio di fabbrica sia uno dei momenti, restando sempre parte, forza positiva e non decisionale".
E' sempre una sfida difficile che il sindacato pone soprattutto a se stesso. Sarà capace di essere anche il Sindacato dei disoccupati, dei giovani, delle donne? Saprà respingere la tentazione corporativa che sarà sempre più forte? Saprà avere, come si chiedeva Ingrao, "occhi più grandi" per vedere davvero oltre il proprio orizzonte?
R. Fiengo
Il Coordinamento dei comunisti del gruppo Rizzoli
11coordinamento dei comunisti del gruppo Rizzoli si propone di rendere più organica l'attività politica e l'impegno del nostro partito nelle aziende del gruppo, in modo da sostenere i principali impegni di lotta dei lavoratori, dei giornalisti, dei cittadini e delle forze democratiche per conquistare la riforma dell'informazione e dare più forza alla linea politica più generale del nostro partito per far uscire l'Italia dalla crisi attraverso anche intese politiche ampie e unitarie. Tale coordinamento per operare concretamente si darà "a breve scadenza" una segreteria organizzativa. Come primo impegno di lavoro si propone di organizzare nel prossimo autunno un convegno dei comunisti sulla politica editoriale del gruppo Rizzoli.
Proprio per questo il PCI sottolinea il valore politico della battaglia iniziata dai lavoratori con la presentazione della piattaforma sindacale di gruppo volta a stabilire un confronto permanente con la proprietà e con gli organi dirigenti dell'azienda sui temi dell'efficienza produttiva, del pieno utilizzo degli impianti, della difesa e dello sviluppo dell'occupazione, dell'impegno a sviluppare nuove iniziative editoriali che amplino il fronte della stampa quotidiana periodica e dell'editoria, allargando Io spazio dell'informazione democratica, sostenendo il pluralismo delle posizioni e ampliando lo spazio del dibattito culturale.
In questo quadro va pertanto denunciato il tentativo del Gruppo Rizzoli di costituire una posizione di monopolio del settore nell'informazione attraverso la concentrazione delle testate dei giornali quotidiani. Essa si prospetta ancor più pericolosa per l'introduzione di trasformazioni tecnologiche che rischiano di mortificare l'apporto professionale qualificato dei giornalisti nella redazione del prodotto e di rendere sempre più precaria la loro autonomia a danno della obiettività e della completezza dell'informazione; queste trasformazioni tecnologiche non solo rischiano di compromettere i livelli:occupazionali di tipografi e di giornalisti, ma sono anche in contraddizione con l'attua-
IL
In una splendida giornata di sole, si è celebrato quest'anno al "Corriere" il 32° anniversario della Resistenza.
La celebrazione, che avveniva il giorno successivo ai tragici fatti di Roma nei quali un agente aveva perduto la vita, è stata scarna, severa e priva di retorica.
In apertura il compagno Sangalli ha chiesto ai presenti di osservare in memoria dell'agente ucciso un minuto di silenzio e di raccoglimento e ciò è compostamente avvenuto a dimostrazione che il nostro Paese vuole andare avanti con la forza della Democrazia. Dopo la lettura -di alcune lettere di partigiani condannati a morte, fatta dalla compagna Rivoltella, hanno parlato i tre ospiti.
Ha iniziato il Senatore Socialista Banfi, sottolineando il fatto che la Resistenza italiana, diversamente da quella di altri Paesi europei, ha dovuto contemporaneamente combattere due nemici: il nemico nazista che con i suoi eserciti aveva invaso il nostro Paese e quello fascista che per due decenni lo aveva dominato.
Ma la superiore esigenza di sconfiggere questi due nemici della Democrazia, aveva fatto si che fossero superate le diversità politiche. "Ma non soltanto" sottolineava il Sen. Banfi "i combattenti partigiani fecero la Resistenza, essa fu anche il risultato delle migliaia di organizzazioni, che nacquero nelle scuole, nelle aziende, nelle fabbriche e scopo delle quali fu quello di sensibilizzare quella parte di popolo che non conobbe mai la democrazia e di aiutare concretamente i combattenti dandesdni.
"Molti giovani ci domandano"
zione di un intervento di razionalizzazione dell'organizzazione del lavoro, capace piuttosto di eliminare ogni sacca di inattività, le anomalie e le disfunzioni aziendali senza determinare un reale risanamento dell'azienda e un adeguato rinnovamento tecnologico. D'altra parte la linea di politica editoriale che segue oggi il "Corriere della Sera", abbandonate le posizioni più aperte dell'ultimo periodo specie nelle battaglie civili come ad es. il referendum sul divorzio, appare condizionata da gruppi economici e politici nazionali e internazionali e non contribuisce a determinare un clima di fiducia e uno spirito costruttivo di fronte alla gravità della situazione ai possibili sbocchi positivi. Tale conduzione del giornale sembra basarsi all'interno anche su operazioni clientelari e lottizzanti, che hanno talvolta ancora il segno dell'anticomunismo, a danno della professionalità dei giornalisti che operano in esso.
Va denunciato inoltre il proposito del Gruppo Rizzoli di concentrare quote rilevanti dei proventi pubblicitari, quale che ne sia il genere e la fonte (quotidiani, periodici, cinema, cartellonistica, affissioni, radio e televisione locali e pseudoestere, ecc.). L'impegno del nostro partito e di tutte le altre forze democratiche deve quindi essere quello di respingere una iniziativa a carattere monopolistico che rischia di compromettere la vita di molti altri giornali e di alterare l'assetto complessivo e la fisionomia della stampa. La produzione editoriale, oltre ai problemi relativi alla vecchiezza degli impianti e dei bilanci in passivo delle aziende, rischia di soffocare sempre più a causa dell'offensiva di forze che puntano a privilegiare altri mezzi di comunicazione sociale come succede con la creazione in Italia e fuori dei confini del nostro paese di catene radio e televisive fino alla costituzione di centrali televisive pseudo-estere, su cui urge andare rapidamente a una normativa di legge.
Questa offensiva non ha avuto infatti la risposta che si richieconcludeva l'oratore "perchè i comitati di liberazione non presero il potere alla fine della guerra; la ragione di ciò fu che gli alleati, ci imposero di deporre le armi e di reinserire nelle aziende e nelle fabbriche, coloro che da noi furono da esse epurati.
È per questo che molti fascisti ricoprono tutt'ora alte cariche nel mondo del lavoro, nella Magistratura, nella Polizia, nella Pubblica Amministrazione".
"Obiettivo di fondo, delle forze che rappresentavano la Resistenza" ha sottolineato il democristiano On. Tedeschi "è stato quello, indipendentemente dalle componenti politiche che vi erano rappresentate, di costruire una società libera e democratica. Ed anche se molti degli obiettivi che d prefiggemmo, ad esempio quello di costruire una società meno verticistica e più vicina alle esigenze delle masse popolari, non sono stati conseguiti, compito nostro dovrà essere quello di realizzarli attraverso maggiori convergenze ed un costante sforzo comune. "Ma dobbiamo fare in modo" concludeva l'On. Tedeschi "che ciò avvenga con il confronto e la competizione nell'ambito della democrazia. E dobbiamo essere tutti d'accordo sul fatto che la prevaricazione e la forza debbano essere condannate, poichè ogni esitazione od ambivalente atteggiamento tendono a favorire la nascita di un nuovo fascismo".
Nell'ultimo intervento della giornata, il Sen. comunista On. Venanzi ha ribadito che: "è ingiusta e infondata l'accusa che molti giovani "arrabbiati" di oggi, muovono ai partiti; e cioè che essi du-
deva da parte del governo: un ministro, quello delle poste Vittorino Colombo, ha addirittura operato facendosi connivente con gli obiettivi delle etZi grosse forze economiche e ha evitato di procedere perchè venisse applicata la legge 103 di riforma della Rai-TV in difesa del servizio pubblico radiotelevisivo e contro la diffusione di messaggi pubblicitari sul territorio nazionale delle emittenti pseudoestere (come Telemontecarlo) che rappresentano una forma di esportazione di capitali all'estero.
Pertanto va respinta l'ipotesi della costituzione da parte del Gruppo Rizzoli della tv-pseudoestera Telemalta e va impedita una concentrazione di pubblicità che faccia perno sui proventi di tale emittente televisiva, combinata con quella relativa a giornali e a periodici che riflettono opportunità economiche distinte.
In una situazione così precaria per le sorti della stampa va collocata anche la delibera del CIP (comitato prezzi), avallata dal governo, di aumento di prezzo della carta per giornali: essa va denunciata e rimessa alla discussione delle parti sociali eoichè rischia di rendere sempre piu insostenibili i costi della materia prima e di distorcere il significato delle provvidenze economiche (previste dalla proposta di legge sull'editoria quotidiana, ormai presentata in Parlamento) a favore delle aziende. Ancora una volta si vogliono fovorire gli interessi dei grandi editori che sono anche produttori di carta, mentre nessuna iniziativa è stata promossa dal governo per il rimboschimento (anche nel quadro dell'applicazione della legge sull'occupazione giovanile nel settore agricolo) e per la ristrutturazione dell'Ente nazionale cellulosa. Su tutti questi temi, anche in vista della discussione in Parlamento della proposta di legge, sarà impegno del nostro partito di avviare una discussione di massa tra i lavoratori, i giornalisti e l'opinione pubblica, che affronti tutti i temi della riforma dell'informazione in modo da esprimere un più ampio sostegno alla battaglia da condurre per garantire un sistema democratico e pluralista dei mezzi di comunicazione sociale.
rante la Resistenza praticarono la violenza organizzata, mentre oggi condannano i metodi che alcune frangie di contestatori adottano nelle piazze.
Questi giovani non capiscono che lo Stato che essi vorrebbero demolire possiede quelle libertà istituzionali che le lotte di Resistenza hanno determinato e non deve pertanto essere distrutto. Purtroppo la Resistenza è avvenuta soltanto nel centro-nord del nostro Paese mentre al sud non c'è stata e ciò ha determinato squilibri ancora oggi evidenti. Il risultato fu che le votazioni del 2 giugno 1946 determinarono una maggioranza repubblicana nel centro-nord della Penisola ed una monarchica nel sud. Grande fu II contributo del popolo — aggiungeva il Sen. Venanzi — durante la Resistenza. Senza di esso poco o nulla si sarebbe potuto fare, per la rete di omertà che esso seppe interessere, per gli approvvigionamenti in viveri ed armi che esso fornì ai Partigiani. Ma devono essere condannati quei giovani concludeva il Senatore — che ricorrono alla violenza ed alla provocazione e che invece di difendere i valori della Resistenza, danno corpo e consistenza al pericolo fascista. Se ritardi ci sono al nostro Paese, nelle Università, nelle carceri, nel mondo del lavoro, bisogna andare al rapido superamento di essi e dò è possibile soltanto con lo sforzo comune e la convergenza di tutte le forze politiche dell'arco costituzionale, restando sui binari della Democrazia e tenendo sempre presenti quei valori che la Resistenza riuscì a realizzare ed a esaltare".
R. Gualtieri
Il Torchio Luglio 1977 pag. 2
Quale posto avrà il sindacato
25 APRILE AL "CORRIERE"
Ieri e oggi: unità
SCIENZA, TECNOLOGIA E POLITICA
Un beduino, cervelli elettronici e Luna Park
Si dice che un beduino che chiamava "aquile d'argento" gli aerei che sorvolano il deserto, una volta divenuto ricco per la scoperta del petrolio nei suoi campi, ha comprato un aereo di linea, lo ha messo nel suo giardino e ne ha fatto la dimora per la preferita del suo harem. Di fronte ad un fatto del genere l'europeo moderno e progredito esprime dall'alto della sua superiorità culturale la sua riprovazione: "Ma che spreco! Un aereo, un mezzo fatto per trasportare 100 passeggeri a 1000 km l'ora, usato come alcova!". Seguono poi sfoghi che si ispirano più o meno apertamente ai pregiudizi razziali e quindi arriva inevitabilmente la dotta conclusione: "Ma certo! E la rivalsa del selvaggio che, una volta superati i tabù, ostenta la sua ewancipazione e la sua ricchezza degradando nell'uso proprio ciò che prima gli era irraggiungibile". E con una simile assoluzione intrisa di commiserazione e di disprezzo l'europeo moderno e progredito considera chiuso l'argomento.
Ma è proprio vero che siamo progrediti e moderni? Certo non chiamiamo gli aerei "aquile d'argento", ma rispetto ad applicazioni scientifiche più sofisticate e moderne non ci comportiamo anche noi come il beduino della storiella?
Ad esempio si sente tanto parlare di "cervelli elettronici": il cervello elettronico che (deus ex machina) scopre l'assassino o sceglie le anime gemelle, il cervello elettronico che (al di sopra delle parti)i dà i risultati delle elezioni o decreta il vincitore del match Rocky MarcianoCassius Clay, il cervello elettronico che (bau-bau per i cattivi) indivi-
duerà gli evasori fiscali.
La parola "cervello" abbinata ad "elettronico" evoca oscene immagini di trapianti alla Frankestein sovrapposte ad allucinanti prospettive di interminabili catene di montaggio. Ma questo "cervello elettronico" insomma è forse un semidio? Immaginatevi una comune stupidissima calcolatrice di dimensioni gigantesche, riducetela a dimensioni normali (grazie ai circuiti miniaturizzati) e rendetela molto veloce (con l'elettronica): questo è il cosidetto "cervello elettronico"! Come si vede i tabù non sono prerogativa solo dei beduini!
E per quanto riguarda le ultime applicazioni della scienza, noi uomini del 2000 siamo sicuri di comprenderle? Ripensiamo un momento alla ricerca spaziale: da tutto il mondo è stata seguita per la gara USA-URSS e quindi, finito il derby, è stata dimenticata del tutto. Abbiamo fatto la figura della scimmia che del treno apprezza solo il fischio!
E una volta superato il timore reverenziale per il tabù, anche da noi le novità tecniche non sono forse diventate oggetto di ricerca spasmodica e uso scriteriato? Basti pensare alle nostre città trasformate in giganteschi luna-park: folla, velocità, luci, rumori, caos, usando i più moderni ritrovati della tecnica. In questi luna-park del consumismo la attrazione più richiesta è l'autoscontro: l'automobile (macchina per trasportare 4 persone a 100 km l'ora) serve per restare in poltrona davanti ai semafori, rinchiusi, rabbiosi, imbottigliati, serve per imporsi sugli altri, frenare, accellerare, asfissiare, sor-
A PROPOSITO DEI CONSULTORI
Lettere a Il Torchio
passare, suonare il clacson. Ma se l'uomo moderno come consumatore fa la figura del beduino, coloro che hanno la responsabilità dei processi produttivi non sono da meno; cosi di fronte alle nuove tecnologie c'è chi rifiuta per timore del nuovo e chi rincorre le novità ad ogni costo. Il risultato è che le nostre aziende vengono investite dalle nuove tecnologie in modo casuale: da un lato innovazioni tecnologiche introdotte all'insegna del progresso forsennato, dall'altro settore arcaici fonti di parassitismo e arretratezza; di qua reparti superautomatizzati, parcellizzazioni esasperate, produttività vertiginosa, operatori superspecializzati e schiavi alienati di macchine costosissime, di là (magari nella stessa azienda) macchinari antiquati in stabilimenti vecchi, operai sfiniti da processi faticosi e improduttivi, logorati, avvelenati da lavorazioni nocive; e nelle grandi aziende uffici rivoluzionati da riorganizzazioni avveniristiche collaborano con altri improntati al calamaio e alle mezze maniche.
Questo sistema, sbilanciato e consumistico anche nei suoi mezzi produttivi, non può dare che un risultato finale deludente, e la crisi strutturale che ci ha colpito ne è la inevitabile riprova. Come elevarsi allora a veri cittadini di una vera civiltà moderna? Come superare la fase "aquila d'argento" - "cervello elettronico"? Come uscire dalla fase "aereo alcova" - "luna park"? Per chi crede nella democrazia la risposta è ovvia: occorre affidare alla collettività il controllo della scienza e della tecnologia.
R. Innocenti
Per una maternità consapevole
Il 29 luglio 1975 il Parlamento ha approvato la legge n° 405 sulla "Istituzione dei Consultori familiari" demandando alle Regioni il compito di provvedere con proprie norme legislative, alla loro programmazione, funzionamento, gestione e controllo.
Ciò ha rappresentato una notevole conquista per le masse popolari in quanto significa una delle prime risposte concrete alla pressante domanda sociale e politica i superamento e rifoma dell'attuale sistema di assistenza sociosanitaria.
Di questo problema si è già discusso ampiamente tuttavia, poichè il testo della legge presenta dei punti poco chiari, che potrebbero dare spazio a diverse interpretazioni non sempre corrette, sembra opportuno fare maggior chiarezza circa i criteri generali e le finalità che tale servizio si propone, al fine di comprendere appieno l'importanza sociale e politica di tale istituzione.
Innanzitutto occorre sapere che la Regione Lombardia, in data 6 settembre 1976, ha finalmente emanato la legge Regionale n° 44 sulla istituzione dei Consultori, definendo i compiti che gli stessi dovranno svolgere, vale a dire: — una sana e responsabile espressione della sessualità in un armonico sviluppo della persona — la procreazione libera e consapevole e quindi la promozione della contraccezione, l'assistenza nei casi di aborti bianchi o comunque spontanei e nei casi di aborto ammesso dalla
legge, avvalendosi delle strutture sanitarie abilitate a tale scopo — la salute della donna con particolare riferimento alla matenità — L'armonico sviluppo del singolo .della coppia e delle relazioni familiari nonchè dei rapporti fra genitori e figli — la prevenzione sanitaria per il neonato e il bambino nella prima
infanzia —
Tale servizio opererà in stretta collaborazione con le scuole, le fabbriche della zona e gli SMAL (Servizio Medicina Assistenza Lavoratori) per garantire il raggiungimento delle finalità previste.
A. Rigoli
RICORDO DI GIUSEPPE DE BONA
Un nostro compagno
Era un ragazzo venuto dal Sud, uno dl quelli che tenacemente volevano veder chiaro nelle storture di questo nostro paese. Pino cosi lo chiamavano gli amici, i suoi compagni della tipografia, lavoratore conscio del proprio dovere di comunista.
Nella sua amarezza di ragazzo cacciato dal Sud lavorava sodo, aiutava il padre a pagare i debiti di quella casetta costruita al suo paese, "dove Cristo si è fermato".
Noi comunisti della Sezione E. Sereni ricordiamo questo compagno semplice e umile sempre pronto a fare sacrifici per la redenzione e ll riscatto della sua gente.
Amava la terra del Sud e nonostante il ricordo degli anni duri dell'adolescenza, inaspriti dalla povertà della sua famiglia, Pino sapeva capire da comunista i problemi gravi del Mezzogiorno e con li suo ardore e li suo lavoro dl giovane compagno incitava tutti alla lotta perché il paese diventasse più giusto e più umano.
Così li nostro compagno Giuseppe De Bone se n'è andato lasciandoci in gola lacrime amare, ma ha lasciato a noi comunisti la ricchezza della sua modestia e sua umiltà.
"A me, ai giovani, a noi tutti, non un amico, un battello un compagno".
Cari compagni, stiamo assistendo in questi ultimi tempi ad una recrudescenza della violenza politica che va dai fatti di Roma e Bologna, al rapimento del segretario della federazione di Napoli del P.S.I. Guido De Martino, alla uccisione dell'agente di P.S. Settimio Passamonti a Roma. Violenza politica di quella strategia della tensione che dal '69 ad oggi, giocando sul malcontento per il protrarsi di questa crisi, spera di arrivare alla disgregazione della democrazia nel nostro paese ed ,al suo abbattimento.
Attacco alle istituzioni democratiche, attraverso gli atti di violenza di cui sono piene le cronache dei giornali, e non solo politica ma anche comune. Attacco portato avanti da quelle forze reazionarie che consapevoli del significato del risultato del 20 giugno tentano questo attacco alla Repubblica facendo leva oltre che sulla crisi economica che stiamo attraversando anche sulla paura che si forma nella opinione pubblica per tutte queste violenze che si compiono puntualmente, e che si possono combattere alla radice facendo finalmente quelle riforme da tempo richieste: la riforma dei servizi segreti (e sappiamo quanto essi abbiano parte in questa strategia, basta seguire il processo finalmente in corso per la strage di piazza Fontana); e riforma della P.S. (o ordine pubblico che dir si voglia) che non si risolve certamente introducendo il fermo di polizia che sa tanto di anni bui, ma mettendo il corpo della P.S. in condizioni di combattere efficacemente queste violenze politiche e comuni, con mezzi e addestramenti adeguati. Compito primo che noi comunisti ci proponiamo, è quello di riuscire attraverso l'obiettivo che ci siamo dati di un governo di unità democratica di tutti i partiti che si richiamano alla costituzione, di attuare quel programma di riforme e di ristrutturazione di cui il paese ha urgente bisogno. Ecco perciò che compito di tutti i comunisti, e specialmente qui al Corriere della Sera,
è un superamento dell'impegnopolitico finora dato per diffondere e fare conoscere la nostra proposta di unità democratica. Proposta che certa stampa cosidetta libera tende sempre a sminuire .e mai ad affermare. Abbiamo gravi problemi davanti, quali l'occupazione, il mezzogiorno, la condizione giovanile e femminile, problemi che vanno risolti urgentemente prima che essi portino ad un'aggravarsi della crisi in cui ci troviamo. Problemi che vanno risolti con una adeguata politica economica che tenga conto prima di tutto della lotta all'inflazione, e del gravoso problema della occupazione specie nel mezzogiorno. Problema che va posto in cima agli obiettivi da risolvere, tenendo conto della drammaticità che sta assumendo specie tra i giovani e le donne.
Il massimo rirore nella lotta contro l'inflazione in materia di spesa pubblica, di politica dei prezzi, creditizia, fiscale e previdenziale deve accompagnarsi con la consapevolezza di questa priorità per la occupazione. È soltanto con un governo in grado di riscuotere fiducia, tutte queste cose potranno essere realizzare; ed ecco. perciò la necessità del superamento di questo governo per uno più ampio che sappia riscuotere la fiducia del paese. Solo allora certe forze reazionarie che lavorano nel nostro paese non potranno più trovare spazio per le loro losche imprese di stampo fascista, che partendo dalla strage di piazza Fontana, ed arrivando ai nostri giorni con le ultime violenze commesse, tentano di ricacciare il paese, approfittando dello stato crisi e di disgregazione sociale, indietro nella storia. Noi come sezione comunista del Corriere delta Sera, abbiamo il compito di dare il nostro contributo affinché tutto ciò si realizzi, portando nei luoghi di lavoro la linea del partito. Possiamo e dobbiamo come lavoratori comunisti adoperarci affinché si realizzi quella riforma dell'editoria che vada nel senso della libertà e correttezza dell'informazione.
L. Fiorentino
DC, fascisti e franchi tiratori ancora insieme
Il rinvio ottenuto al Senato in modo del tutto strumentale, frutto di posizioni intransigenti da parte della Democrazia Cristiana e anche del comportamento a dir poco "incoerente" di alcuni senatori dello stesso schieramento favorevole alla proposta di legge in discussione, ha di fatto e in modo irresponsabile bloccato la legge sull'aborto, del resto già ripresentata alla Camera, rinviandone l'attuazione di oltre sei mesi.
Si è sancito, in questo modo, il permanere di una situazione incivile di umiliazione, degradazione, di rischio per la salute delle donne, riconfermando una situazione di clandestinità che non solo non tutela il concepito ma costituisce un pericolo per la vita stessa delle donne vittime e non ree di aborto.
Appare drammaticamente chiaro come, con il voto al Senato, si sia voluto bloccare, facendone pagare le spese alle donne, un pro-
cesso politico in atto e manifestamente necessario, intervenendo in modo ricattatorio sulle trattative in corso tra i Partiti dell'arco democratico. Manovra questa che ripropone invece l'assoluta necessità di un mutamento perchè è oggi più che mai ingiustificato, e il voto al Senato ne è ben triste esempio, affidare soltanto ad un Partito come la Democrazia Cristiana il governo del Paese. Occorre continuare a rinsaldare quel tessuto democratico rafforzatosi in questi ultimi anni con l'attiva e responsabile partecipazione , superando ogni forma di delega.
Occorre fare sentire e pesare la nostra presenza come supporto valido e stimolante al dibattito sull'aborto che riprenderà alla Camera e su qualsiasi altra legge che possa effettivamente rappresentare una reale modificazione dell'attuale iniquo sistema.
D. Cortellino
Luglio 1977 pag. 3 Il Torchio
IL VOTO AL SENATO SULL'ABORTO
PITRENTOTTISTI E DISGREGAZIONE SOCIALE
CONSIDERAZIONI SU UN ARTICOLO DEL "CORRIERE"
Tessere e democrazia
Riportiamo qui di seguito integralmente un breve articolo apparso sul "Corriere della Sera" del 25 marzo scorso.
Per sapere quante sono le tessere false che la DC distribuisce, attribuendole cioè a cittadini inesistenti o che non hanno mai chiesto l'iscrizione al partito, è stata affidata all'istituto DOXA una indagine a livello nazionale. Il risultato dell'inchiesta sarà consegnato ai primi di aprile al segretario democristiano, Zaccagnini. L'iniziativa è partita dall"'Agenzia di ricerche e legislazione" (AREL), sorta nel dicembre scorso per iniziativa di Giuseppe Bartolomei, Umberto li, Nino Andreatta e altri senatori della DC ed esperti economici come supporto delle attività dei gruppi parlamentari democristiani. La questione del tesseramento falso esplose nel novembre del 1976 a seguito della denuncia fatta al "Mondo" (N. 46 del 10 novembre) dal senatore Giulio Orlando, ex ministro delle poste ed ex capo della segreteria politica di Rumor.
Il parlamentare disse che almeno il cinquanta per cento delle tessere democristiane sono false e vengono lottizzate fra le varie correnti.
Orlando rivelò anche che nessuna sezione romana della DC aveva voluto accettare la domanda di iscrizione di Umberto Agnelli.
L'indagine della DOXA, che costerà all'AREL molti milioni, sarà svolta in modo particolare nel Sud
d'Italia.
Evidentemente sarebbe molto facile fare dell'ironia, anche pesante, dopo la lettura di tali notizie.
Noi però vorremmo evitare questa strada e fare invece alcune considerazioni.
Innanzitutto vale la pena di chiederci come mai soltanto all'alba del novembre 1976 un senatore democristiano si accorge di fatti tanto gravi relativi al suo partito, fatti che sono il risultato di una pratica politica di alcuni decenni. Ebbene la risposta secondo noi è semplice: la DC è stata obbligata, dalla grande avanzata delle sinistre nelle ultime elezioni e dai nuovi rapporti di forze che ne sono emersi, a tentare di eliminare almeno gli aspetti più scopertamente scandalosi della sua pratica politica.
I risultati elettorali delle ultime consultazioni dimostrano ancora, e noi lo avevamo previsto, di avere effetti e ripercussioni di grande portata.
La seconda considerazione riguarda la democrazia all'interno dei partiti. Tutti sanno quanto la DC abbia sempre incentrato la sua propaganda su una presunta mancanza di democrazia all'interno del nostro partito. La nostra forma di organizzazione basata sul centralismo democratico è stata accusata di essere di volta. in volta mero strumento di
Nuove faccie del fascismo
Quando un paese vive ore drammatiche, colpito da una crisi di struttura, politico-economica, questo paese viene colpito nel profondo dei suoi più alti valori democratico-costituzionali.
Mosca, diabolico sistema per plagiare milioni di elettori e chi più ne ha più ne metta.
Ora viene legittimo chiedersi, e se lo chiedono a quanto pare gli stessi democristiani, come abbia funzionato la democrazia in un partito che avrebbe oltre la metà degli iscritti inesistenti oppure iscritti a loro insaputa. Ebbena anche qui la risposta appare assai facile. La democrazia all'interno della DC non ha funzionato perchè non c'era. Tutta la linea politica della Democrazia Cristiana, tutte le decisioni, da quelle di enorme importanza a quelle marginali, sono state prese in base a complicate alchimie, a complessi equilibri tra le varie correnti che alle loro spalle avevano di tutto tranne che una situazione che si possa definire democratica. Se da qualche mese vi sono degli accenni (per la verità ancora molto timidi) che all'interno della DC vi sono forze che intenderebbero cambiare questo stato di cose, lo dobbiamo allo spostamento di forze che è avvenuto nel paese e noi non possiamo che seguire con interesse questo processo che auspichiamo rapido e chiarificatore.
Per il momento ci chiediamo come mai dell'indagine DOXA che doveva essere consegnata ai primi di aprile, non se ne sia più parlato.
G. Carceri
LA COMPOSIZIONE SOCIALE DEI QUADRI
Meno operai nel partito?
E' giusta la riflessione fatta da Giovanni Berlinguer su Rinascita (N° 23 del 10 giugno 1977) sulla riscontrata flessione di quadri di estrazione operaia negli apparati dirigenti del P.C.I..
Ma non dobbiamo per questo allarmarci, bensì trarre da questa constatazione stimoloper individuare le cause di tale fenomeno e di conseguenza arrestarne, limitarne e invertirne il processo.
Le elezioni del 15 giugno 1976, del 20 giugno 1977, i risultati estremamente positivi del referendum sul divirzio nel 1974, hanno dimostrato, e ciò fuori di dubbio, che era e tuttora è in corso nel nostro paese una costante e progressiva maturazione civile e politica delle coscienze e una nuova ed inarrestabile esigenza di democrazia e di libertà.
Ma non possiamo idealizzare questo fenomeno di nascita di nuovi fermenti ideali e di nuovi valori.
Esso non è venuto da sè, piovuto dal cielo ma a determinarlo è stato in gran parte il processo di proletarizzazione dei ceti piccolo-borghesi impossibilitati dalla gravissima crisi economica che da diversi anni ha colpito il nostro paese, a tradurre nella realtà le loro tradizionali aspirazioni, con conseguente caduta dei valori storici e tradizionali il conseguente avvicinamento
alla classe operaia.
Larghi settori di questi gruppi sociali delusi si sono indirizzati verso i partiti della sinistra (soprattutto il PCI), confidando che queste organizzazioni avrebbero riparato certamente guasti di una società profondamente malata.
Inoltre non va sottovalutato il ruolo nuovo che hanno assunto lavoratori di estrazione intellettuale (impiegati o tecnici). Infatti l'organizzazione capitalistica del lavoro ha potenziato le attività amministrative e dei servizi in genere.
E' aumentato quindi il numero degli impiegati e con esso sono aumentate le specializzazioni e le funzioni. Si cancella così ogni forma di individualità nel lavoro e le mansioni tendono a diventare sempre più astratte ed alienate.
La conseguente condizione di rabbia-frustrazione, che arriva da questi strati sociali un tempo privilegiati nelle carriere e nelle retribuzioni, ed oggi sempre più simili alla condizione operaia, se incanalata ideologicamente, va ad arricchire, insieme alla popolazione studentesca che non trova inserimento nel mondo del lavoro, i quadri dei partiti di sinistra e delle organizzazioni sindacali.
Ed il PCI nella composizione dei suoi quadri deve tenere conto anche di questo fenomeno.
Ma se in modo forse un po' troppo schematico siamo riusciti ad individuare alcune delle cause che hanno avvicinato ceti una volta più conservatori al nostro partito, resta da definire comunque il perchè della flessione di presenza operaia nei nostri quadri dirigenti.
In tutti i casi possiamo addebitare una tale situazione ad una serie di motivazioni e tra queste, va individuata la difficoltà che alcuni hanno nel comprendere lo svilupparsi della linea del partito anche per il non sufficiente impegno che molti compagni mettono nel propagandare le proposte del partito stesso.
Così come non va trascurato l'influsso deleterio che una certa mentalità consumistica ha esercitato anche su alcune frange di lavoratori.
Il pericolo di alterare l'identità di classe del nostro partito non esiste. Il fenomeno, almeno per noi comunisti, è ancora abbastanza limitato.
Il futuro ci deve però in ogni caso vedere impegnati anche in questa direzione, per conservare quella piena identità di partito di classe che ci ha permesso di sviluppare e di vincere tante battaglie, per il progresso del nostro paese.
P. Gualtieri
Una forma di fascismo che trova le sue basi in frange studentesche, fra elementi piccolo borghesi, tra alcuni lavoratori corporativizzati e tra i giovani esasperati e senza occupazione.
Tutte queste frange, che oggi in Italia pensano di risolvere i loro problemi in modo autonomo, contro la classe operaia, e contro gli interessi generali della collettività nazionale, non fanno altro che alimentare involontariamente una forma di disgregazione sociale e morale pericolosa, perchè essa germina l'eversione fascista, quindi fa il gioco del grande capitale nazionale e internazionale, contro le grandi masse lavoratrici organizzate.
Oggi pullulano nel paese gruppi armati, tutta gente che ha la P38 facile, canaglie, alcuni si dicono persino rivoluzionari, ma la rivoluzione che essi praticano è l'eversione, la violenza, la rapina, il sequestro di persona, sostanzialmente il fascismo.
Oggi dobbiamo parlare chiaro, soprattutto ai giovani, per insegnare loro che la via del progresso e della democrazia è difficile e dura. Non si può conquistare tutto, e tutto in una volta, mentre è più facile perdere in breve tempo tante conquiste costate sacrifici, lotte e sangue se viene incrinata l'unità democratica e antifascista.
Vi è un compito, un dovere da compiere per coloro che credono nell'unità antifascista, che tutti i lavoratori comunisti devono fare per primi, qui al Corriere come fuori,
per far capire cosa significa, fare sacrifici in questo momento,per salvare il paese dalla catastrofe e quindi da una pericolosa involuzione reazionaria.
Bertol Brecht ammoniva i popoli dicendo: "la bestia immonda del fascismo è sempre prolifica".
Allora è necessaria una grande mobilitazione di popolo, che parta dalla fabbrica dal quartiere, dalla scuola, dagli uffici, dagli operatori culturali, dai giornalisti. Nessuno deve disertare la grande battaglia unitaria che deve cambiare le sorti del nostro paese.
Esigenza, delle classi lavoratrici, è oggi quella di vitalizzare, e sensibilizzare un grande movimento rinnovatore, che investa tutte le istanze politico-amministrative del paese, che trasformi, il quadro politico italiano per avviare quel grande processo di trasformazione, verso una società più giusta e più libera.
Un impegno ci attende, come comunisti della sezione Emilio Sereni, l'impegno ad essere più costanti nel nostro lavoro contro l'eversione fascista.
Vi sono ancora carenze, oscillazioni da parte dei lavoratori nel recepire appieno i pericoli e la gravità della situazione politica. Urgente, e non rimandabile è fare non solo opera di convinzione sui problemi, ma essere in grado di raggiungere una salda unità fra tutti i lavoratori del Corriere, una salda unità con i giornalisti, per battere e sconfiggere per sempre chi vuole tornare indietro nel buio della reazione e della negazione di ogni libertà. Ognuno faccia la sua parte.
R. Vaccari
SUL PROGETTO A MEDIO TERMINE DEL PCI
Giorgio Napolitano ha presentato al comitato centrale venerdi 13 maggio, la bozza di un "progetto a medio termine per il rinnovamento della società italiana".
Il progetto, la cui discussione è appena iniziata, si articola in tre momenti di intervento, che il nostro partito vuole portare all'attenzione dell'opinione pubblica, delle forze politiche, sociali e culturali per aprire un'ampia discussione costruttiva ed unitaria.
Nella prima parte vi è un chiaro impegno ad affermare alcuni valori che si ricollegano alla nostra ispirazione socialista. Come la valorizzazione del lavoro, della cultura, e di possibilità di crescente partecipazione popolare alle scelte del paese.
La seconda parte, che abbraccia appunto le proposte per l'immediato, cioè i prossimi 3-5 anni di politiche rinnovatrici, si articola in questi campi: Sviluppo civile del paese, democrazia e Stato, relazioni internazionali.
Il tema ispiratore della proposta è quello di una politica di austerità, "Con la quale non si intende suggerire nè un ideale di povertà nè un ritorno all'indietro verso forme di vita arcaica, ma si vuole certamente mettere in evidenza come si sia entrati a livello mondiale in una fase di scarsità e di squilibrio, tra risorse disponibili e vecchi modi di utilizzazione delle risorse, ed esigenze di salvezza dell'umanità e di progresso dei popoli, di sopravvivenza ed emancipazione, in primo luogo dei paesi arretrati".
Il progetto ribadisce come politica di austerità si debba intendere una politica di guerra allo spreco, di piena utilizzazione delle risorse, una più giusta distribuzione della
ricchezza e dei sacrifici, la soluzione dei maggiori problemi nazionali e sociali e cioè prima di tutto occupazione e mezzogiorno, la questione femminile e quella giovanile.
Una politica sifatta non può essere impostata ed attuata che con il rilancio della programmazione, recuperando ed impegnando con una grossa battaglia politica ed ideale il potenziale impegno ed entusiasmo delle masse giovanili e di tutti i lavoratori.
E' indispensabile ribadire a tutti con decisa e costante azione, che la crisi è profonda ed acuta e che per uscirne in positivo dobbiamo convincerci che bisogna abbandonare l'illusione che sia possibile perpetuare un tipo di sviluppo fondato su quella artificiosa espansione dei consumi individuali che è fonte di sprechi, di parassitismo, di privilegi.
Una politica di austerità deve avere come scopo quello di proporre nuovi consumi collettivi, una giustizia più efficiente, ordine e moralità nuova.
Indubbiamente non ci nascondiamo le difficoltà e anche la impopolarità che potremmo trovare su questo discorso.
Il nostro impegno è di promuovere una discussione tra le masse più larghe: è da essa che deve nascere dopo un grosso lavoro di elaborazione e di critiche costruttive, la forza, la combattività, l'impegno che partendo dalla base possa coinvolgere tutti su un obiettivo sentito non solo da noi comunisti ma da tutte le masse democratiche e che equivale a far avanzare più sicuramente e rapidamente il processo di rinnovamento della società Italiana.
S. Damond
Il Torchio Luglio 1977 pag. 4
Come si esce dalla crisi