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Consiglio FLM38

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Fm L etalmeccanici milano piazza Umanitaria, 5

Documento sulla gestione della prima parte del contratto, elaborato dall'Ufficio Sindacale nazionale FLM per le politiche contrattuali".

Documento della segreteria FLM Nazionale sulle Partecipazioni Statali.

ANNO V

consiglio di fabbrica 38
OTTOBRE 1977 agenzia dì informazione sindacale
della FLM milanese

ANALISI SULLA GESTIONE DELLA PRIMA PARTE DEL CONTRATTO

L Ufficio Sindacale Nazionale F. L. M. per le politiche contrattuali" ha predisposto il documento, qui riprodotto, sulla gestione della prima parte del contratto, al fine di realizzare all'interno della categoria un ampio dibattito sui risultati degli accordi e sul proseguimento della iniziativa sindacale.

Il documento deve essere oggetto di esame e di discussione a livello provinciale.

Una prima considerazione intorno alla gestione della prima parte del contratto deriva dall'esperienza che il movimento ha acquisito in questi anni, soprattutto a partire dalle lotte del 1974, e cioè che per affrontare la situazione che abbiamo di fronte non è sufficiente un discorso generale di politica economica, ma che occorre invece cogliere tutti i dati che sono presenti e cioè:

la complessità dei problemi ed il loro nesso con al centro la questione della piena occupazione e quindi la necessità di affrontare il problema dell'impiego della manodopera nel suo complesso (occupati, disoccupati, giovani, donne, ecc.);

la responsabilità della situazione attuale che è contemporaneamente del Governo e dei grandi gruppi industriali, che si sono mossi senza un disegno programmatico di prospettiva, per cui la centralità della fabbrica non è una questione teorica, ma il punto di partenza della nostra iniziativa;

la rottura profonda operata dal padronato e dal governo nel rapporto tra Nord e Sud, tra gli occupati e i disoccupati, i giovani e le donne, con una operazione che è insieme politica ed economica.

E' proprio partendo da questi dati che acquista grande valore la prima parte del contratto, la sua corretta gestione, i vari livelli d'intervento che questa gestione ipotizza, il rapporto tra questo dato che è insieme di elaborazione (si tratta di definire piattaforme rivendicative coerenti) e di movimento e di problemi della occupazione giovanile e femminile, della mobilità, della formazione e riqualificazione professionale e le stesse scelte di politica economica (investimenti, risorse, difesa del salario), prendendo le mosse sempre da quel dato concreto che è il grande gruppo, la piccola e media fabbrica, il settore.

Da qui deriva una seconda considerazione e cioè che la gestione della prima parte del contratto non è un fatto transitorio, risolvibile attraverso una campagna di vertenze, una volta tanto, ma un pezzo fondamentale del "controllo operaio" e quindi una scelta permanente ed è la nostra risposta a chi teorizza forme di cogestione, non praticabili, estranee al movimento operaio.

Nasce allora un problema, che è il merito della questione: come organizziamo il controllo, su che cosa, con quali strumenti con quali strutture.

L'esperienza di movimento e di lotta degli ultimi mesi ci indica che esiste un livello immediato di intervento che è la fabbrica (piccola e media azienda, grande gruppo) è la strada su cui si sono mosse le vertenze (FIAT, OLIVETTI, ZANUSSI, SIT-SIEMENS, ecc.).

Queste vertenze così come sono state costruite ci portano ad una prima riflessione e cioè che la gestione della prima parte del contratto non può che essere complessiva, e quindi riferita all'insieme delle questioni aperte a livello aziendale e di gruppo, rapportata alle realtà nuove che abbiamo di fronte (es. grossi processi di ristrutturazione, investimenti intensivi ecc.); si tratta cioè di difendere, certo, le conquiste del '68-'69 sul terreno dei ritmi, dei carichi di lavoro, sull'organizzazione del lavoro tradizionale, ma il problema vero è quello di cogliere tutti i dati e cioè: investimenti; occupazione; ristrutturazioni e decentramento; modifiche tecnologiche; lavoro a domicilio; l'intero ciclo produttivo.

C'è quindi, nella realtà, una connessione sempre più stretta tra nuova organizzazione del lavoro, diversificazione produttiva, investimenti e profesSionalità.

Si possono fare, a questo riguardo molti esempi, uno dei più significativi è alla Olivetti riguardo ai progettisti e disegnatori meccanici ed agli attrezzisti, per i quali proprio perché è in atto un processo profondo di organizzazione del lavoro, non c'è per queste figure di lavoratori sbocco, c'è una loro sottoutilizzazione, una progressiva dequalificazione se non intervengono (ed i contenuti del recente accordo di gruppo vanno in questo senso) scelte produttive diverse, riconversioni produttive e quindi investimenti.

Il problema esiste ed è anche più complesso rispetto alla:

tendenza alla creazione di Holding, cioè di unità autonome;

alla organizzazione produttiva delle grandi fabbriche basata sul decentramento, indotto, appalti, mobilità; gli investimenti per modifiche tecnologiche che ci ripropongono questioni come quelle dell'orario, dei turni.

Redazione: piazza Umanitaria n. 5 - tel. 54.68.020/1/3/4, Milano.

Direttore responsabile: Walter Galbusera.

Autorizzazione del Tribunale di Milano n. 344 del 28 settembre 1971

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Si tratta di pensare in modo diverso l'organizzazione del lavoro e questo modo diverso diviene la condizione per puntare ad una generalizzazione delle vertenze e per evitare che esse affrontino solo il dato salariale, d'altra parte una generalizzazione qualificata delle vertenze sui temi che si diceva, e ancora su ambiente, inquadramento unico, mobilità, orari; è la strada per superare i limiti e le contraddizioni che il movimento ha espresso in questi ultimi periodi (es. accordo sindacato-confindustria sul problema dei turni) ed aprire un discorso a livello di territorio.

E' necessario a questo punto, verificare i primi risultati ottenuti a partire dalla contrattazione nei grandi gruppi, nelle grandi fabbriche private per tentare un primo bilancio.

Si tratta di accordi (FIAT, OLIVETTI, INDESIT, IRE, PHILIPS, MAGNETI MARELLI, ecc.) che marcano una grande coerenza tra l'impostazione ed i risultati conseguiti, si muovono cioè su una linea che apre delle prospettive ulteriori di lotta (rapporto Nord/Sud, tra occupati e disoccupati, giovani e donne), sostanzialmente il movimento ha superato con questi accordi una grossa prova ottenendo più concreti risultati rispetto a quelli della contrattazione del '74 e soprattutto non ci si è fermati ad avere informazioni dalle controparti ma si sono conquistati nuovi investimenti, nuova occupazione.

Il dato più rilevante sta appunto nel fatto di aver posto al centro dell'iniziativa il problema degli investimenti (che estendono la base produttiva) partendo dal fatto che la mancanza di investimenti è anche una delle ragioni del perché la disoccupazione oggi colpisce in particolare i giovani e le donne, permettendo, quindi, una selezione della manodopera da parte del padronato, ed inoltre fondamentale è stato il fatto che non ci si è limitati a ricevere informazioni sulle prospettive produttive e sulle implicazioni degli investimenti sulla occupazione, ma partendo dalla necessità di difendere e sviluppare l'occupazione in particolar modo al Sud, si è andati alla contrattazione dei livelli occupazionali e del rapporto tra occupazione al Nord e negli stabilimenti del Sud ribaltando una tendenza del padronato di fare della questione della prima parte del contratto solo un fatto di scambio di dati generali e generici.

Si sono mossi in questa direzione per esempio gli accordi FIAT, l ndesit, Ire, Magneti Marelli: alla FIAT per Termini Imerese: l'azienda effettuerà assunzioni nel corso del '77 e del '78 fino a raggiungere entro questo ultimo anno un'organico di circa 2.000 addetti; Cassino: a partire dal secondo semestre del '78 1.000 assunzioni; Napoli: entro l'autunno '77 saranno portate a termine 100 assunzioni; Valle del Sangro: nuovo stabilimento per la produzione di un modello di veicolo commerciale — 2.000 addetti con possibilità di arrivare a 4.000; Valle dell'Ufita: carrozzerie per autobus — 1.000 unità a fine '78, 2.000 a saturazione della capacità produttiva; Omeca: gli incrementi nell'assegnazione delle commesse verranno convogliate all'Omeca;

alla INDESIT: 2.200 posti di lavoro aggiuntivi di cui 2.000 al Sud.;

alla IRE-PHILIPS: nuovo stabilimento nell'area napoletana con un incremento occupazionale rispetto ai livelli del 31.12.76;

alla MAGNETI MARELLI: entro la fine del '78, 500 nuovi dipendenti di cui 150 giovani.

C'è quindi una prima riflessione da sviluppare, anche in riferimento al dettato delle norme contrattuali, nel senso che le conclusioni di questi accordi hanno, nei fatti, rovesciato una logica limitativa di confronto e di esame per affermare invece la contrattazione, l'esame congiunto dello sviluppo dei livelli occupazionali in tempi definiti, privilegiando il Mezzogiorno come scelta di fondo (accordo FIAT: verranno destinati al Mezzogiorno gli incrementi non marginali di capacità produttiva); sostanzialmente si tratta di accordi che si sono mossi sul terreno da noi indicato, anche se (FIAT) presentano limiti, così sul terreno della diversificazione produttiva per es. Energia e Acciai speciali, in relazione anche al fatto della mancanza di un quadro generale di settore, non si è inciso in maniera determinante.

Oltre questo dato, del rapporto occupazione investimenti, la contrattazione, l'esame delle prospettive produttive è andata in profondità su tutta una serie di questioni, acquisendo nuovi diritti di intervento:

Olivetti — FIAT rispetto a:

strategie aziendali e strategie dei prodotti; rapporto tra lavorazioni fatte in Italia e all'estero (volontà di localizzare nelle fabbriche italiane le nuove produzioni — elenco delle attività produttive in atto presso stabilimenti industriali all'estero — Olivetti; rapporto tra attività produttiva e quella commerciale; le scelte produttive di fondo (es. Olivetti: informatica distribuita);

i settori di diversificazione produttiva e loro sviluppo; i settori della ricerca e della progettazione anche nel rapporto Nord/Sud;

i settori della produzione per singole unità produttive; il settore commerciale.

Così come sui problemi di razionalizzazione e specializzazione delle produzioni (es. FIAT — IVECO, in rapporto alla graduale sostituzione delle lavorazioni nello stabilimento di Cameri ed ai riflessi della riconversione dello stabilimento—al trasferimento di lavorazioni da uno stabilimento all'altro rispetto ad una equilibrata politica di ripartizione del lavoro e dell'occupazione e salvaguardia dei livelli di professionalità — es. O.C.N., trasferimento della produzione meccanica da Ivrea a Marcianise).

Si è trattato in sostanza di acquisire o consolidare poteri di contrattazione preventivi sull'insieme del ciclo produttivo e sulle modificazioni e rispetto alle nuove condizioni di lavoro che si vengono a determinare. Ugualmente sul terreno della organizzazione del lavoro (la questione dev'essere approfondita in modo particolare, specifico) si è andati ad una estensione (Olivetti) delle iniziative (arricchimento delle mansioni, isole, ecc.) per il conseguimento di una modifica più generalizzata della organizzazione del lavoro con particolare riferimento ai nuovi prodotti, sia per gli operai che tra gli impiegati, individuando tra questi ultimi nuove figure professionali, alla FIAT si è assunto come tema più avanzato di confronto e di contrattazione (scioglimento al nostro interno problemi di linea, di comportamenti) i processi di meccanizzazione e di automazione, le modifiche impiantistiche tese ad eliminare lavori che presentino elementi di elevata gravosità e disagio, a migliorare le condizioni di lavoro in termini di ambiente, in funzione di nuovi processi di qualificazione

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professionale ecc. puntando ad una loro estendibilità dal settore auto ad altri settori, contemporaneamente si è andati per aree di lavorazione all'individuazione di nuove figure professionali (aree di montaggio, officine di verniciatura), ed alla definizione di nuovi processi di allargamento delle mansioni, arricchimento (stampaggio e soprattutto alla Meccanica di Mirafiori nel montaggio motori) ed ad una normativa specifica sul tema ambiente di lavoro; con una valutazione di ordine generale, si può dire che i nuovi poteri di intervento su investimenti, prospettive produttive non abbiano diminuito, ma come si diceva prima, siano divenuti tutt'uno, nella pratica con la contrattazione delle condizioni di lavoro (ambiente, carichi di lavoro, nuova O.d.L.).

Nell'ambito della conoscenza e contrattazione dell'intero ciclo produttivo (anche questo dev'essere un elemento di riflessione) il punto più debole risulta essere quello dell'indotto e degli appalti e più in generale del decentramento produttivo, mentre a livello della grande azienda, delle sue articolazioni per settori produttivi (e questo a partire dal '75) abbiamo raggiunto intese volte a regolamentare sistemi di informazione di contrattazione sulle variazioni produttive e sui conseguenti effetti (organici, carichi di lavoro ecc.), sui temi detti non si è andati oltre a elementi conoscitivi molto generali, anche per una mancanza di iniziativa organica e continuativa sulle aziende dell'indotto, sui loro processi di ristrutturazione di organizzazione, di diversificazione che sono stati molto accentuati a partire dal 1974:

così per la Olivetti — disponibilità dell'azienda a fornire elementi di conoscenza circa la tipologia delle forniture esterne;

che l'incidenza attuale del ricorso a forniture esterne sul volume totale di attività produttiva interna è pari a circa il 5%;

per l'Indesit: l'azienda assegna commesse che non superino il 20% del fatturato dell'azienda fornitrice— l'I ndesit ha fornito l'elenco completo delle aziende fornitrici;

in generale si afferma un interesse per lo sviluppo dell'indotto al Sud.

Su tutta questa partita si tratta di assumere iniziative che coinvolgono intanto le principali aziende dell'indotto, puntando alla costituzione di coordinamenti tra le varie fabbriche in grado di addivenire insieme alle grandi aziende ad elaborazioni comuni che colgano la complessità e l'interezza del ciclo produttivo.

Si pongono problemi di:

garanzie dei flussi di commesse per l'indotto; rapporti tra processi di ristrutturazione, diversificazione, variazione dei volumi produttivi ed occupazione (grandi aziende e/o indotto);

ricomposizione di determinati cicli produttivi (ricerca progettazione, montaggi ecc.);

omogeneizzazione delle condizioni salariali, normative, più in generale delle condizioni di lavoro (ambiente, O.d.L.).

Insieme alle vertenze dei grandi gruppi si è sviluppata in questi mesi un'ampia contrattazione a livello delle piccole e medie aziende, con il raggiungimento di centinaia di accordi, c'è stata quindi una generalizzazione delle vertenze aziendali che hanno affrontato in maniera diversa rispetto al passato (il ragionamento è

fatto rispetto alla maggior parte degli accordi) i problemi dell'occupazione, della garanzia degli orari.

non ricorso alla C.I.G. per un periodo definito di tempo;

nessuna riduzione di personale;

ripristino totale o parziale del turn-over;

difesa degli attuali regimi d'orario in relazione a turni, straordinario;

così sul problema degli investimenti per modifiche tecnologiche ed ambientali, sulla qualificazione ecc... Più che un giudizio d'insieme di questi accordi, in riferimento alla gestione prima parte del contratto, anche per la grande articolazione di situazioni a cui gli accordi corrispondono, è più opportuna una valutazione di fondo e cioè che se il livello aziendale di verifica, di esame, e di contrattazione è necessario, non può essere saltato, da solo è insufficiente ad affrontare le questioni di fondo e cioè l'occupazione e lo sviluppo, il controllo dell'uso della forza-lavoro.

C'è qui un problema di linea rivendicativa da assumere e sperimentare (che comporta anche una struttura diversa a livello del sindacato) nel tentativo di superare una visione semplicistica aziendale delle questioni da affrontare, impostando una iniziativa invece a livello di settore o di comparto, per non andare in ordine sparso al confronto con le controparti, ma su obiettivi comuni e sulla base di un coordinamento sindacale delle aziende (significative le esperienze della F.L.M. di Bologna, gli accordi realizzati nel settore macchine utensili e beni strumentali a Torino).

Si tratta di collegare a livello di comparti produttivi i vari consigli di fabbrica nella fase della definizione delle piattaforme rivendicative (scelte produttive, investimenti, occupazione, controllo dell'indotto) e poi nella fase dell'applicazione degli accordi, pensare quindi ad un intervento articolato ma unitario nei suoi contenuti, tale da costringere la controparte, il padronato e le diverse associazioni imprenditoriali a dare risposte in positivo su:

ripristino del turn-over;

inserimento di giovani e donne nel processo produttivo;

incremento di occupazione nel tempo;

tipo di investimenti;

tendenze del mercato;

ricerca e progettazione ecc.

Questo livello di intervento non è sostituibile da iniziative come la conferenza di produzione nella singola azienda, o per gruppo di aziende (esse pur in determinati momenti hanno avuto un ruolo positivo, di conoscenza della situazione e di rilancio delle nostre proposte) non sono state molte volte vissute ed interpretate dall'organizzazione nel suo insieme in modo diverso e hanno finito per sostituire il momento negoziale e di lotta.

Questa linea rivendicativa significa acquisire nuovi poteri d'intervento che vanno oltre alle informazioni globali che le associazioni territoriali imprenditoriali per contratto debbono fornire al sindacato e significa anche praticare contestualmente a livello di fabbrica e di comparto l'iniziativa a livello di territorio nel rapporto con le altre categorie.

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Occorre riflettere a fondo su questo dato, sulla sua complessità, sui contenuti che vogliamo mettere al centro del confronto con le Unioni industriali, anche perché oggi non esiste una iniziativa territoriale reale, capace di mettere in campo forze tali da ottenere l'aumento dei livelli occupazionali, su questo terreno ci si è mossi prevalentemente in difesa, nei punti, nelle zone dove l'attacco all'occupazione era più acuto.

Ci giochiamo qui il ruolo dei Consigli di zona e l'unità di direzione tra categorie e zone:

permane una divisione di compiti tra categorie e zone, cioè tra la fabbrica ed il sociale;

c'è una frantumazione di iniziative laddove i C.d.Z. esistono;

non c'è un modello omogeneo di interpretazione della struttura industriale e del territorio, né mappe occupazionali.

Ma la scelta del territorio, delle iniziative a questo livello risponde ad altre esigenze:

l'iniziativa settoriale e per comparti non copre tutte le aziende (piccole e piccolissime fabbriche);

il confronto con le Unioni industriali non può svolgersi sulla base di informazioni reciproche ma di vertenze volte a conseguire i livelli occupazionali, loro qualità e sviluppo;

così il rapporto con le istituzioni, gli Enti locali non può essere astratto ma sulla base delle realtà territoriali e su temi specifici:

formazione professionale;

assistenza tecnica; credito;

assetto del territorio; mobilità.

C'è poi la considerazione complessiva da fare, anche in riferimento ai primi risultati ottenuti e cioè la gestione della prima parte del contratto h2 due presupposti:

1) è la generalizzazione del movimento e dei risultati per cui in questa fase diviene prioritario concentrare l'iniziativa su di un fronte che è tutto aperto, quello delle PP.SS. (siderurgia, cantieristica, elettronica, impiantistica, auto), per il ruolo che vogliamo attribuire alle PP.SS. e per i problemi di fondo che le vertenze delle PP.SS. comportano (istituzionali, di riforma e di riorganizzazione, di piani produttivi specifici). D'altra parte è proprio rispetto alle PP.SS. che il movimento incontra, oggi, maggiori difficoltà, maggiori resistenze sul problema degli investimenti, delle scelte produttive. Interi settori, là dove il sindacato in questi anni ha contrattato in maniera determinante l'organizzazione del lavoro, per l'assenza, in questa fase, di una reale politica industriale che si muove in prospettiva e non nella logica difensiva di preservarne l'esistenza senza programmi, senza respiro, esistono pericoli di arretramento sia per i livelli occupazionali, sia per le condizioni di lavoro complessive; l'altro è l'iniziativa di coordinamento confederale, quindi a livello intercategoriale, e di confronto con il governo sui grandi temi trasporti, energia, elettronica, ecc.

Le scelte operate su questo piano sono rimaste sulla carta al di là di alcuni momenti, ma sempre sull'iniziativa delle controparti (vedi il problema delle tariffe), e questo ha determinato un vuoto politico di direzione ed

un isolamento delle vertenze di fabbrica, di gruppo proprio nel momento in cui più stretto doveva essere il rapporto tra l'iniziativa di fabbrica e le scelte di politica economica e industriale.

Il problema si ripropone oggi in tutta la sua portata, anche perché, da questo punto di vista l'accordo programmatico tra i partiti va riempito di contenuti e di scelte.

1) Uno dei problemi richiamato nei punti precedenti ci sembra quello di dare una valenza politica più ampia ai meccanismi e procedure di informazione previsti nel contratto. Nella fase di discussione e stesura del testo, si è necessariamente schematizzata e raccolta in capitoli una realtà complessa e spesso interdipendente, almeno per come la si era sperimentata nel vivo di molte esperienze. Se nostra intenzione era quella di contrattare i modi con cui il padronato gestisce la forza lavoro e determina i livelli di occupazione nelle varie fasi della vita aziendale, tuttavia dalla lettura degli accordi si desume in pratica la configurazione di tre diversi sistemi informativi. Questi presentano un grado assai ampio di complessità, di intervento del sindacato ai vari livelli, proprio per far fronte ad una gradazione di problemi e di situazioni possibili anch'esse assai complesse.

Già dalla riflessione sulle caratteristiche dei "sistemi informativi" emerge un'esigenza di coordinamento fra i vari livelli di rappresentatività con cui si esprime il sindacato, che è direttamente connesso all'insieme di linee politiche espresse (o da praticare) nel settore, territorio, dimensione d'impresa.

Senza richiamare per esteso la lettera degli accordi (Federmeccanica, Intersind, Confapi), ci sembra opportuno richiamare le stratificazioni o livello dei tre sistemi informativi:

un livello nazionale, su richiesta delle singole parti, per una informativa generale sulle linee di andamento economico e produttivo e le prevedibili implicazioni sull'occupazione all'interno dei singoli settori previsti dall'accordo;

un livello regionale, che consente valutazioni di sintesi (Confapi), o una valutazione più puntuale dei processi di ristrutturazione e riconversione rispetto anche alla mobilità dei lavoratori (I ntersind);

un livello provinciale, di informativa globale e specifica per le dimensioni di azienda previste dal contratto, che consente di avere un quadro più articolato delle prospettive e di valutare preventivamente le conseguenze dei programmi e delle strategie delle maggiori imprese.

In secondo luogo si può osservare che la procedura di informazione o di "esame congiunto" scatta in alcuni casi automaticamente ad intervalli di tempo dati, in altri su richiesta delle parti, in altri è subordinata al verificarsi di certe condizioni (come per gli spostamenti del personale a carattere collettivo e non temporaneo nell'ambito di uno stesso stabilimento) e di tempi prefissati. Alcuni incontri e comunicazioni riguardano poi le sole RSA, altri le RSA e F.L.M. provinciali, altri le sole F.L.M. provinciali, regionali o nazionali.

La gestione di questa massa teorica di informazioni, come strumento per un'azione di controllo e di indirizzo delle scelte aziendali e del mercato del lavoro, richiede già di per sé un forte grado di coordinamento e di volontà politica per rendere coerenti (o almeno non contraddittori) gli impegni e le azioni di lotta ai vari

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livelli dell'organizzazione sindacale, fabbrica, provincia, regione e settore. Il primo punto ci sembra quindi quello di rendere esplicito, sia in termini concettuali, sia nella verifica critica di quanto si è fatto, il modello che ci sembra implicito, anche se in termini non chiari, in quanto si è contrattato; in pratica un sistema informativo deve consentire di leggere in maniera chiara ed univoca un insieme di tendenze, per potere poi intervenire con capacità di controllo e di indirizzo attivo (contrastando quindi l'anarchia del mercato e la linea padronale nelle ristrutturazioni) con la lotta e la contrattazione. E' importante, ci sembra che i modi con cui sono investite le varie controparti, grandi gruppi, piccole e medie imprese, gruppi, aziende pubbliche e private, governi, commissioni parlamentari e ministeriali (modi che implicano una grande varietà di presenze, di procedure e di tematiche), vadano ricondotti su un'unico asse di politica sindacale ed industriale, evitando la dispersione e lo scollamento delle iniziative.

Il problema concreto è quello di valutare il modo in cui si passa dall'acquisizione di una massa di informazioni ad un uso politico delle stesse, che comporta la gestione pratica degli obiettivi rivendicativi. La soluzione al problema posto fa riflettere sui modi in cui l'organizzazione sindacale conosce, decide ed opera; in secondo luogo sull'ordine di fenomeni da controllare, indirizzare.

2) Una prima riflessione sembra necessaria in rapporto al modo con cui l'organizzazione ai vari livelli "vive" o ha vissuto la gestione della prima parte del contratto. Innanzitutto cerchiamo di interpretare il livello di fabbrica, espresso da delegati e consigli. Salvo alcune fabbriche maggiori già collegate con vertenze di settore (trasporti, elettromeccanica), il tentativo di trattare a livello di azienda quantità e qualità degli investimenti e dell'occupazione, di dare giudizi su possibili riconversioni, di controllare effettivamente il decentramento e il lavoro a domicilio è stato spesso frustrante; laddove delegati e consigli hanno tentato di calare nel microcosmo aziendale la linea "generale" del movimento hanno spesso incontrato crescenti difficoltà per mancanza di punti di riferimento esterni (come il non essere inseriti in coordinamenti di settore sufficientemente ampi e rappresentativi per potersi dotare di politiche di settore; questo limite è stato moltiplicato quando in qualche modo si è tentata una politica di controllo dell'indotto, del decentramento e del lavoro a domicilio, in cui la difficoltà massima è stata della mancanza di collegamenti organizzativi e politici con i lavoratori "esterni" alla fabbrica. In secondo luogo, nel clima spiccatamente "produttivistico" che viviamo in questa stagione politica, è mancata la chiarezza di idee che avrebbe dovuto portare delegati e consigli ad intendere il controllo degli investimenti soprattutto come controllo delle condizioni di lavoro in fabbrica; di organizzare cioè l'intervento sui temi dell'organizzazione del lavoro, dell'ambiente, della professionalità, della mobilitazione interna, i cui parametri sono modificati ogni volta che intervenga un investimento significativo. A ciò ha concorso la minore attenzione rispetto alla linea generale di intervento sui temi dell'ambiente e dell'organizzazione del lavoro; sia la mancanza di dibattito e di socializzazione delle esperienze su fenomeni di grande rilevanza sulle condizioni del lavoratore e sui contenuti anche professionali del lavoro, come l'automazione, l'introduzione crescente di macchinario a controllo numerico, il cambiamento del tipo di produzione. La

linea nazionale, esemplificata nella generica parola d'ordine dell"'allargamento della base produttiva" è stata in definitiva vissuta dal delegato come altra da sé, come livello troppo lontano dai problemi quotidiani per potervi partecipare anche a qualche titolo, per dare un significato più ampio anche al potere di intervento sui fatti aziendali.

A livello provinciale, nelle situazioni più avanzate si è organizzato un controllo delle politiche rivendicative per comparti e settori, spesso sulla base di precedenti inchieste o ricerche fatte sul campo (valendosi cioè della conoscenza anche dettagliata della realtà produttiva della provincia); è mancato però, e forse non poteva essere altrimenti, la capacità di incidere sulle scelte di investimento dei padroni, sia dal punto di vista quantitativo (rispetto all'occupazione) che qualitativo (scelte tecnologiche, diversificazione della produzione; decentramento produttivo). In ogni caso si è operato con più efficacia se si disponeva un sistema proprio di conoscenze e di informazione (ricerca o inchiesta).

A livello nazionale la situazione è più evidente. Le poche vertenze di settore avviate camminano con molta difficoltà legate sia alla situazione economico produttiva che alla difficoltà di rapporti con i livelli istituzionali (legge di riconversione, legge per il Mezzogiorno, destino delle PP.SS.).

3) I collegamenti da costruire fra i vari livelli di acquisizione di informazione e di intervento del sindacato ci sembrano di due ordini: un primo in qualche modo strutturale (politico di settore, occupazione, mercato del lavoro); un secondo di ordine istituzionale (collocamento, mobilità, formazione professionale).

Il primo aspetto comporta un intervento attivo a livello dei piani di settore da elaborare a livello di legge per la riconversione industriale e di legge per il Mezzogiorno. E' chiaro che non basteranno queste leggi per risolvere il problema occupazionale. Tuttavia, il controllo pubblico degli investimenti è la sola alternativa ad un processo di accumulazione guidato dall'impresa privata: parlare di controllo di mobilità significherebbe allora ricorrere ai licenziamenti e nuove ondate migratorie tra zone e settori.

E' noto che oggi questi piani non esistono e che il padronato si sta orientando su criteri di riconversione finanziaria (aiuto finanziario dello stato: scelte d'investimento a discrezione dei padroni). E' necessario invece mettere i piedi nel piatto sia pretendendo di partecipare fin dalla fase di elaborazione dei piani (per non dovere discutere poi sul terreno scelto dall'avversario, come per il piano della siderurgia). La valenza di controllo non può che decadere se manca una base programmatica con cui verificare poi scelte ed indirizzi concreti. Si tratta quindi di verificare sia la distribuzione settoriale che quella regionale degli investimenti, almeno per grandi settori e gruppi pubblici e privati. Si avrebbero così alcuni riferimenti certi anche a livello regionale e provinciale con un ampliamento e prospettive non labili di confronti e vertenze di settore (es. siderurgia, meccarritessile, elettronica, cantieristica). Si saprebbe così anche da parte dei consigli di fabbrica, qual'è il loro ruolo attivo sul terreno degli investimenti e della riconversione.

A livello regionale e provinciale è importante proporsi un obiettivo di controllo del mercato del lavoro, che difende la condizione dei lavoratori in un ambito più ampio che la singola fabbrica.

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Occorre tener conto che sia la legge per la riconversione industriale, sia i disegni di legge in discussione sulla riforma del collocamento e della formazione professionale stabiliscono e stabiliranno nuovi livelli di intervento per l'avvio di processi di mobilità sul territorio più o meno controllata. La stessa cosa sta avvenendo con la legge per l'occupazione giovanile.

Una prima osservazione si riallaccia alle considerazioni precedenti. Senza un orientamento degli investimenti i finanziamenti pubblici sia alla riconversione che alla mobilità, come le varie commissioni centrali regionali, provinciali, comprensoriali per la mobilità ed il collocamento si orienteranno di fatto in un'opera di "ammortizzazione" delle tensioni sociali derivanti da situazioni di crisi e ristrutturazione più o meno spontanee.

In merito ai contenuti sia del disegno di legge, che delle proposte di legge, ne richiamino in breve le innovazioni essenziali:

Istituisce una Commissione Centrale e Commissioni Regionali per la mobilità, con compiti di censimento della domanda-offerta di lavoro e di promozione di processi di mobilità, sia regionali che interregionali. I sindacati sono presenti nelle Commissioni, con funzioni e ruoli tutti ancora da chiarire. Fra le cose nuove e forse negative, sono istituite liste speciali di collocamento, che danno la precedenza nell'avvio al lavoro a lavoratori occupati in aziende in cui è stato dichiarato lo stato di crisi e dove sono in corso riconversioni e ristrutturazioni; gli stessi, durante il periodo di CIG, possono frequentare corsi di riqualificazione professionali organizzati dalle regioni.

Ci sembra questo un primo passo per istituzionalizzare una segmentazione del mercato del lavoro (liste speciali per lavoratori già occupati e colpiti da crisi aziendali; liste speciali e contratti ad hoc per i giovani; poi i lavoratori delle liste ordinarie; poi l'area non protetta del lavoro precario e del lavoro a domicilio, in cui non valgono neppure le norme per il collocamento). E' poi fuori dal raggio delle commissioni regionali tutta l'area (in espansione) dell'artigianato, visto che il raggio di controllo ed incentivazione della mobilità avviene per aziende con più di 35 addetti.

Il decreto legge 29 del giugno '77, che riguarda le aree nel Mezzogiorno contempla il caso degli stati di crisi occupazionale in seguito al completamento di impianti industriali, opere pubbliche finanziati almeno in parte dallo stato. Se contemporaneamente esistono possibilità di reimpiego per le opere di appalto in investimenti derivanti dalla 183 (Legge per il Mezzogiorno) i lavoratori vengono iscritti a liste speciali di collocamento, da cui vengono avviati a corsi di riqualificazione professionali (anche durante il periodo di Cassa Inte-, grazione, la cui durata massima è di un anno) organizzati dalle regioni (durata massima: 8 mesi); questi lavoratori hanno anch'essi la precedenza su tutti gli altri. Se i lavoratori non accettano il posto di lavoro proposto, o di frequentare i corsi di formazione professionale, decadono dal godimento della CIG e quindi vengono tranquillamente licenziati. Lo stesso dovrebbe accadere se non si presentano le condizioni di reimpiego previste.

Ci sembra intuitivo, anche se non dichiarato a chiare lettere, che alternative del genere dovrebbero presentarsi anche nei casi previsti dalla legge per la riconversione, se il posto offerto non è di gradimento del lavoratore e al termine della scadenza naturale della

CIG. In tal modo, se abbiamo evitato i lavoratori in CIG speciale fino a 5 anni ci troviamo quelli ricattabili per il periodo di CIG ed alla scadenza della stessa. C'è poi da considerare se per questa via non si sia riaperta in modo surrettizzio la procedura di licenziamenti collettivi.

Su questa falsariga sembra muoversi anche il progetto di legge di riforma del collocamento, che prevede un'articolazione degli uffici provinciali del lavoro per sezioni comprensoriali, articolate in sezioni comunali e frazionali. Il funzionamento è sulla base di "compensazioni" comprensoriale e fra comprensori della manodopera disponibile, per adeguare la domanda e l'offerta di lavoro. E' riproposta, sia pure con articolazioni diverse e con compiti più vasti, la struttura che fa capo al Ministero del Lavoro ed agli uffici Regionali e provinciali.

Si profila così, a livello regionale e di territorio, un doppio livello di informativa e di controllo il primo è il nostro, che passa per il rapporto con padronato e per i livelli di contrattazione e di forze che si produrranno di volta in volta; il secondo, istituzionale, passa per le strutture viste della mobilità ed il collocamento, con una triangolazione consultiva ed operativa che vede insieme i livelli pubblici, padroni e sindacati. A meno di non chiarirci le idee, tenderà a prevalere il secondo livello.

Lo scontro vero che si profila per gli anni a venire è infatti quello relativo al mercato del lavoro ed all'uso "flessibile" della manodopera, che il padronato richiede ad ogni piè sospinto. Proposte più "avanzate" come quella avanzata dal Censis per la creazione di agenzie regionali per il "leasing" dei lavoratori (che creerebbe la categoria dei lavoratori "squillo"), si sovrappongono a quelle già avanzate dalla Confindustria per la 286 della chiamata nominativa e del ripristino dell'apprendistato.

L'evoluzione e la forzatura in direzione dei bisogni padronali del livello istituzionale rischia quindi di vanificare la nostra linea di controllo.

Lo stesso processo di ristrutturazione in corso, basato sulla costante della ricerca di elasticità da parte del sistema produttivo, tende ad orientarsi sulle linee della maggior automazione e del maggior decentramento frantumando ancor più il mercato del lavoro.

I terreni di possibile intervento riguardano l'uso al meglio di quello che già abbiamo, e la costruzione di strumenti nuovi di intervento.

Abbiamo già detto della necessità di mettere i piedi nel piatto rispetto all'intervento di politica industriale. Ma questa è una condizione necessaria, non sufficiente. Crediamo che l'obiettivo vero sia quello di dotarsi di strutture di conoscenza e organizzative tali da attuare un controllo nell'ambito del mercato o dei vari mercati del lavoro, in vista di una riunificazione della classe lavoratrice.

Se questo è vero, occorre affrontare anche le questioni del collocamento e della formazione professionale. In sostanza la politica dei settori, la politica per le piccole e medie imprese, la mobilità controllata, la formazione professionale, la politica dei servizi sociali, la compensazione fra settori in crisi e in sviluppo, andrebbero unificate e dirette politicamente in un ambito prima regionale, poi comprensoriale o provinciale o zonale. Un primo passo verso questa direzione potrebbe essere

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quello di rivendicare che la gestione delle competenze relative al mercato del lavoro faccia capo a una gestione regionale, ridimensionando poteri e competenze del Ministero: un secondo passo potrebbe essere quello di organizzare il livello di informazioni ottenibile a norma di contratto con criteri che consentano una visione

complessiva sia del mercato del lavoro, sia delle politiche di correzione delle distorsioni in atto (vedi tendenza ad estendere l'area del lavoro precario).

Un tentativo del genere richiede un sindacato più omogeneo nelle conoscenze, nel coordinamento delle Lonoscenze, nelle politiche rivendicative.

DOCUMENTO DELLA SEGRETERIAFLM NAZIONALE SULLE PARTECIPAZIONI STATALI

In relazione al Convegno promosso dalla Federazione Unitaria CGIL-CISL-UIL, la Segreteria Nazionale ha discusso, sulla base di una relazione dell'Ufficio "Politica Industriale e sviluppo", il complesso di questioni che, partendo dalle vertenze in corso, investono il sistema delle PP.SS., definendo alcuni orientamenti da proporre come base per un dibattito di massa nella categoria e come contributo più generale nel movimento sindacale.

La F.L.M. è dell'avviso che il Convegno debba costituire un importante momento di analisi e di definizione di una strategia di attacco del sindacato che assicuri continuità allo sciopero del 28 u.s., soprattutto nella fase attuale caratterizzata da un attacco politico senza precedenti che Governo, padronato pubblico e privato vanno conducendo al sindacato ed al movimento operaio. Significativi, al riguardo, sono l'irresponsabile posizione del Governo sulle pensioni, la richiesta generalizzata di Cassa Integrazione avanzata dall'Italsider, la politica dell'IRI e dell'Intersind, le propagandistiche e provocatorie posizioni del gruppo Alfa Romeo. Decisiva è dunque la capacità di affrontare i rilevanti nodi politici e strutturali posti dalla crisi delle PP.SS. sulla base di una impostazione non sovrastrutturale rispetto ai processi ed alle lotte aperte a livello di aziende, gruppi, settori e territorio ma che sia in grado di cogliere tutto lo spessore del rapporto tra le posizioni politiche sulle vertenze, l'orientamento del Governo in materia di politica economica e industriale, le linee di tendenza del padronato pubblico e privato e le questioni della crisi finanziaria, politica, istituzionale e manageriale delle PP.SS. Questa linea è fondamentale per far assumere valore politico alle stesse lotte in corso, alle quali va assicurato il massimo sostegno della Federazione per i contenuti strategici delle piattaforme e per determinare una forte capacità di orientamento e di mobilitazione dei lavoratori sugli obiettivi di fondo del movimento sindacale.

Per la F.L.M. l'urgenza di iniziative adeguate in tale direzione, recuperando tutta la dimensione e l'attualità dello scontro politico e di classe in atto nel Paese, è fondamentale in rapporto a scadenze immediate con le quali il sindacato deve misurarsi.

Si tratta, infatti, di affrontare in un quadro unitario che recuperi per l'intero sindacato le centralità della lotta per l'occupazione, la riconversione, ed il Mezzogiorno, i seguenti punti, dando risposte positive all'emergenza lungo una linea di cambiamento:

1) il nodo politico dato dal rapporto tra la crisi delle

PP.SS., le vertenze in corso e le posizioni politiche dell'IRI e dell'Intersind che bloccano ogni negoziato eludendo il confronto sui temi del risanamento e della riqualificazione produttiva delle aziende, dei gruppi e dei settori.

In particolare va denunciata e combattuta la linea regressiva dell'Intersind sul terreno delle relazioni sindacali che contrasta con gli stessi impegni del Governo ed elude ogni fattore dinamico nel campo delle relazioni industriali;

la crisi drammatica di una vasta area del sistema industriale (chimica, tessile, meccano-tessile, minerariometallurgico ecc.);

la crisi acutissima e articolata che investe la quasi totalità dei settori delle PP.SS. e in particolare settori strategici quali la siderurgia, la cantieristica, l'alimentare, il gruppo Alfa;

l'aggravarsi della situazione economica e produttiva nel Mezzogiorno che determina elevate tensioni sociali soprattutto tra i giovani, i disoccupati, i sottoccupati, anche in presenza dei ritardi enormi nella messa in moto dei progetti speciali previsti dalla legge 183 e dei progetti regionali di sviluppo;

la linea di politica economica del Governo sulla base di scelte che non qualificano la spesa pubblica, non innescano un reale meccanismo di ripresa nel contesto della lotta all'inflazione e, nei fatti, per l'assenza di una linea politica industriale incentrata su un ruolo primario delle PP.SS. stimolano e creano il terreno favorevole per l'attacco che il grande capitale privato va conducendo verso l'impresa pubblica.

Ciò comporta — come i processi in atto confermano— una drastica riduzione dell'apparato produttivo e dell'occupazione; un ulteriore aumento ed accentramento di potere economico e politico dei grandi gruppi privati nel carattere sempre meno produttivo e sempre più assistito che vanno assumendo l'economia e l'insieme delle strutture industriali del Paese.

Appare urgente sul piano politico ed economico, affrontare tale contesto di problemi con urgenza e rigore, sulla base di una valutazione critica e autocritica che investa l'insieme del movimento sindacale, in rapporto alle esperienze finora realizzate, per rilanciare il valore politico e la strategia del sindacato, a partire dalle vertenze, per la trasformazione ed il rinnovamento dell'economia e della società nazionale.

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La insufficiente capacità di incidere sul sistema economico e sulle sue strutture, e della stessa azione dei lavoratori e delle masse discende in larga misura da un generale ritardo del movimento rispetto alla definizione di più puntuali proposte di politica economica e di sviluppo capaci di coinvolgere il comparto agricolo e industriale e soprattutto, da un preoccupante ridimensionamento strategico della elaborazione delle iniziative del sindacato.

Da qui anche l'insufficiente sviluppo delle stesse vertenze con le PP.SS. e l'esigenza di superare i limiti che oggettivamente esprimono in carenza di più adeguate forme di intervento politico complessivo del movimento e le stesse difficoltà nel rapporto con i lavoratori e nella costruzione di un più ampio fronte di lotta che rinsaldi l'unità politica tra Nord e Sud., grande e piccola fabbrica, città e campagna, occupati, disoccupati, giovani. Va approfondita, infatti, l'analisi sulla insufficiente capacità della stessa categoria di coinvolgere — come pure nel passato si è fatto — un arco più largo di forze (parlamento, regioni, Enti locali, forze politiche e sociali, popolazioni, giovani). Lo sviluppo della iniziativa della categoria e della Federazione CGIL-CISL-UIL deve rapportarsi alla acutezza e drammaticità della situazione per ribaltare le tendenze di un processo di ristrutturazione finora pilotato dal capitalismo privato ed avviare al contrario una lotta per conquistare una effettiva riconversione e riqualificazione della economia e dell'industria.

Aggredire tali nodi nelle concrete condizioni dell'attuale fase economica implica lo sforzo di definire meglio ed incidere nel rapporto tra vertenze, politiche settoriali e le questioni della riconversione industriale, del risanamento e rilancio delle imprese — in particolare a PP.SS. — e la politica economica del Governo. Il punto politico centrale è dato dalla constatazione che gli obiettivi del sindacato sono in conflitto non congiunturale ma strategico rispetto agli indirizzi del Governo e del padronato pubblico e privato. Il fronte delle vertenze aperte con le PP.SS. (siderurgica, cantieristica, elettronica, impiantistica, aereonautica, energia, gruppo Alfa, ex Egam, agro-alimentare) ed in rilevanti settori (chimica, meccano-tessile ecc.) per il contenuto strategico degli obiettivi di sviluppo, riconversione investimenti, costituisce un terreno di confronto e di lotta politica sul quale si gioca in modo rilevante il potere negoziale del sindacato e in definitiva il rapporto, per le implicazioni che ne derivano tra industria pubblica e industria privata.

Stanno avvenendo, infatti, mutamenti di fondo nell'assetto industriale del paese. Il grande padronato privato sta conducendo una azione di ristrutturazione di larghe dimensioni finalizzate all'aumento della prodù-. zione, ad una forte caduta di livelli di occupazione attraverso fasi accelerate-di concentrazione economica e produttiva indirizzata alla acquisizione ed al controllo di campi decisivi dell'apparato industriale. La strategia padronale si muove sul piano politico con l'attacco alle PP.SS. cogliendone i punti di crisi e soprattutto il disimpegno nelle scelte strategiche portando avanti un disegno teso a conquistare settori fondamentali e suscettibili di rapido sviluppo socializzando, di contro, le aree di perdita del sistema.

Da qui l'assoluta esigenza politica per la categoria e per la Federazione CGIL-CISL-UIL di recuperare gli obiettivi politici delle vertenze con le PP.SS. come pezzi significativi di una strategia settoriale che costituisce la

base della proposta politica del sindacato per portare il Paese fuori dalla crisi avviando un nuovo corso dello sviluppo.

Il centro delle vertenze per la siderurgia, l'elettronica, la cantieristica, il Gruppo Alfa, l'impiantistica, la chimica, l'aereonautica, l'agro-industria, mette in discussione il tipo e la qualità dello sviluppo che si avrà nel nostro Paese e chiamano in causa la politica delle PP.SS. per il ruolo che hanno questi settori nella costruzione di una strategia di politica economica e industriale. Obiettivo prioritario delle vertenze è dunque definire, attraverso l'acquisizione di risultati positivi, l'asse strategico intorno al quale costruire un nuovo ruolo ed una diversa capacità programmatica e propulsiva delle PP.SS.

Si tratta di conquistare primi significativi risultati in direzione di programmi di risanamento aziendale e di rilancio produttivo in un quadro di riconversione e riqualificazione delle imprese e dei comparti che pongano le premesse di fondo sulle quali costruire i piani settoriali e intersettoriali di sviluppo.

La qualità delle soluzioni che il movimento riuscirà a definire è di grande importanza in relazione agli obiettivi di risanamento e di riforma delle PP.SS. che il movimento intende realizzare.

Le soluzioni che si daranno infatti a problemi quali la siderurgia, il settore degli Acciai speciali, l'elettronica, la cantieristica, la razionalizzazione per un uso produttivo ed economicamente valido di risorse quali, ad esempio, il comparto minerario-metallurgico, lo stesso sbocco che si avrà per l'UNIDAL hanno straordinaria valenza politica ed importanza strategica. Da una parte possono definire una posizione più avanzata del Paese e delle PP.SS. nello scontro in corso sul piano mondiale ed europeo sulla divisione internazionale del lavoro e dunque delle produzioni e dei mercati; dall'altra, possono ulteriormente aggravare le condizioni e le prospettive del paese con una collocazione ancora più subalterna dell'economia e dell'industria nazionale sul piano mondiale ed europeo.

Lo spessore politico delle vertenze e la necessità di pervenire a sbocchi positivi implica non solo la continuità della lotta, ma anche l'esigenza di realizzare un confronto di merito con il Governo sulla politica economica, sulla politica industriale e sulle PP.SS., in termini di indirizzi produttivi e di riforma.

E' per tali ragioni che la lotta dei lavoratori metalmeccanici e dell'insieme del movimento deve assumere un carattere più pressante e continuo anche attraverso adeguati momenti di generalizzazione e di articolazione settoriale e territoriale per imporre la riconversione e l'ampliamento della base produttiva e dell'occupazione finalizzata al superamento di alcuni vincoli e strozzature che condizionano lo sviluppo economico e sociale del Paese: la bilancia dei pagamenti, il gap tecnologico, l'agro-industria, il Mezzogiorno.

Si tratta di saldare le capacità di iniziativa, di proposta, di controllo operaio e di conquista democratica dal "basso" (ODL, investimenti, organici, scelte produttive, ecc.) aprendo vertenze a livello di fabbrica e di territorio per la concretizzazione della prima parte dei contratti, con la battaglia più generale per conquistare un radicale mutamento della politica economica e industriale, per il rispetto degli impegni assunti dal Governo e degli stessi obblighi dettati dalla legge di riconversione (elaborazione dei piani di settore).

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Ciò implica precise scelte di campo per il Governo e per le PP.SS.

La F.L.M. rivendica dalle PP.SS. a partire dalle soluzioni da dare alle vertenze, l'addozione di una strategia di politica industriale rispondente ai seguenti obiettivi:

spostamento radicale dell'asse degli investimenti verso il Mezzogiorno, nell'agro-industria e per la riqualificazione e diversificazione dell'apparato esistente; impegno nei settori industriali fondamentali ed in direzione di iniziative ed elevata quota di rischio e a redditività differita nell'edilizia sociale e negli interventi sul territorio. In questo ambito, per il settore metalmeccanico occorre pervenire a impegni concreti nei comparti degli Acciai speciali, dell'elettronica, dell'energia, dell'impiantistica e dell'aereonautica tali da orientare e qualificare la stessa politica settoriale del Governo;

una politica complessiva che promuova lo sviluppo di un tessuto di piccole e medie aziende che integri le produzioni di base con attività di seconde e terze lavorazioni ad alto valore aggiunto, innescando un tessuto indotto da localizzare nelle regioni meridionali; una redistribuzione effettiva dei centri decisionali per superare gli intollerabili limiti di subalternità progettuale, direzionale e della ricerca che condizionano le stesse aziende a PP.SS. ubicate nel Mezzogiorno;

una politica attiva, in collegamento con l'Università il CNR e le Regioni per la ricerca scientifica ed applicata.

Tale impostazione deve correlarsi ad una battaglia più generale per imporre al Governo una ridefinizione e riqualificazione degli strumenti di intervento, di direzione e di controllo, a partire dalle PP.SS., nella economia e per l'attuazione della politica industriale.

In questo quadro va ridefinito il ruolo e la struttura delle PP.SS. che debbono essere "riutilizzate" come fattore di indirizzo e di stimolo dello sviluppo ribaltandone la linea riduttiva e di mera gestione burocratica dell'esistente, per conquistare insieme a mutamenti profondi della politica economica, industriale, creditizia, fiscale e monetaria, una prospettiva di sviluppo per i lavoratori, i disoccupati, i giovani, il Mezzogiorno.

E' per tali motivi che la F.L.M. considera la battaglia per la riforma delle PP.SS. organica alle lotte in corso ed alla strategia complessiva del sindacato e non un momento alternativo e diversificato dell'impegno dei lavoratori.

PROBLEMI DELLA RIFORMA

DELLE PP. SS.

Il sistema delle PP.SS. che il sindacato ed il movimento operaio hanno interesse politico a rivitalizzare e recuperare, perché sia uno dei soggetti e strumenti centrali della politica di programmazione, non è difendibile così come è.

Schematicamente, i punti di crisi del sistema delle PP.SS. possono essere ricondotti a:

1) alla sproporzione crescente tra i settori; l'apporto dei "servizi" non riesce a riequilibrare le aree di perdita dei comparti manifatturieri;

nella caduta del tasso di crescita in numerosi settori (es. la siderurgia, la cantieristica, ecc.) anche in rapporto ai mutamenti intervenuti nella divisione internazionale del lavoro (ingresso nelle produzioni di base dei paesi emergenti e scomposizione dei mercati) ed alla crisi economica più complessiva che investe il mondo capitalistico;

nella politica degli "interventi dispersivi" non collegati ad una strategia di politica industriale e 'non orientati ad un salto tecnologico ed alla conquista di nuovi mercati;

nella politica fallimentare condotta dagli Enti di gestione (IR!, EFIM, EGAM, ecc.); nella acquisizione di aziende decotte e di attività non organiche alle finalità politiche ed economiche delle PP.SS.;

nello spazio ampio lasciato alle grandi imprese private per una politica di conquista e di potere in settori strategici (FIAT per gli acciai speciali, i trasporti, il nucleare, l'elettromeccanico, Zanussi per l'elettronica; Multinazionali per il comparto agro-industriale anche in relazione al ruolo marginale finora assolto dall'UNIDAL e dalla SME);

nel fatto che, rispetto alla crisi più generale delle grandi imprese comune ai paesi industrializzati, le PP.SS. risultano condizionate da una rilevante esposizione finanziaria aggravata dalla incompatibilità della politica economica, finanziaria e creditizia del Governo con gli obiettivi dello sviluppo industriale, degli investimenti e dell'occupazione;

nell'arretratezza tecnologica di impianti e settori (esempio più rilevante è l'ITALSIDER Bagnoli, ecc.), nell'insufficiente impegno in direzione della ricerca scientifica e applicata e negli errori patologici di direzione che determinano aree di spreco e di ingovernabilità (es. Alfa Sud).

Di conseguenza il solo risanamento degli Enti e delle aziende costituirebbe infatti un tamponamento destinato a non incidere sulle vere cause che sono in ordine politico e marginale e che costituiscono le ragioni della accelerazione del processo di degenerazione particolaristica e clientelare delle PP.SS.

L'adozione di questa linea — come da parte delle PP.SS. e di talune forze politiche, sociali e culturali si sollecita — può comportare al limite un tentativo di riaggiustamento e razionalizzazione di un sistema che va invece profondamente riformato, per renderlo funzionale e politicamente coerente alla esigenza di avviare una politica di programmazione.

Il problema da affrontare è come aggredire l'attuale struttura delle PP.SS. riqualificandone le funzioni e le capacità progettuali e manageriali.

Per il sindacato aprire una battaglia politica su tale questione significa cogliere ed affrontare tutta la "qualità" e la dimensione del problema.

Si tratta, infatti, di intervenire nell'intreccio tra politica economica e politica industriale; tra programmi delle aziende, piani settoriali e processo di riconversione; tra direzione democratica dell'economia e ruolo delle istituzioni (Parlamento, Governo, Regioni, ecc.).

Una lotta di tale portata va sviluppata sulla base di una riappropriazione di massa della natura dello scontro politico e di classe aperto nel Paese, attraverso un recupero della "politicizzazione" della iniziativa sindacale, sapendo di dovere incidere su una serie di gangli

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politici-istituzionali ed economici che finora hanno operato per determinare una funzione subalterna e surrogatoria delle PP.SS. rispetto agli interessi delle classi dominanti sul piano politico e delle grandi imprese private su quello economico. In questi anni si è consolidato un intreccio sempre più marcato tra i livelli politici e tecnocratici. Si è aperta una contraddizione di fondo tra gli interessi parcellizzati di alcune forze politiche ed economiche per il controllo e l'uso politico delle risorse e gli interessi e le esigenze della collettività. E' questa la matrice della progressiva involuzione delle PP.SS., la base del processo di degenerazione del sistema e della crisi politica ed istituzionale, di management e quindi di programmi.

E' questo il dato sul quale è necessario approfondire l'analisi prima ancora che sulla crisi finanziaria che certo incide prericolosamente sulle PP.SS. e che pure va affrontata con interventi urgenti sia di breve che di lungo respiro.

Ciò che emerge oggi in modo drammatico — e le vertenze in corso lo confermano — è che rispetto alla crisi finanziaria, al livello preoccupante raggiunto dall'ammontare delle perdite e dall'indebitamento a breve e medio termine, al basso livello di capitalizzazione delle Aziende, alla riduzione netta dell'autofinanziamento e degli investimenti, le PP.SS. sono attestate su una linea meramente difensiva, segnata dalla filosofia della "resa" caratterizzata dal vuoto di strategia industriale e di ogni disegno di risanamento e di sviluppo.

La linea di marcia è verso una ristrutturazione dell'esistente al più basso livello, nel quadro di una gestione burocratica del sistema.

Questo dato politico deve essere considerato ancora più preoccupante delle cause nazionali ed internazionali della crisi delle aziende a PP.SS. e deve essere contrastata e ribaltata.

Inoltre, l'esperienza di questi anni ha dimostrato la sostanziale incapacità di strutture come gli attuali enti di gestione (ed in particolare l'IRI e EFIM) ad essere centri positivi di indirizzo e di intervento nella economia e nella politica industriale.

Gli attuali enti si configurano infatti sempre di più come informi conglomerati di attività non sempre riconducibili alle logiche di un corretto interesse pubblico e di una razionale interrelazione e organicità tra settori e comparti produttivi e di servizi e sempre meno come momento politico — decisionale che realizza sul piano economico ed operativo gli indirizzi e le scelte del potere politico e cioè del Parlamento.

Si è invece affermata una sostanziale autonomia politica degli Enti rispetto ai livelli democratici ed istituzionali (Parlamento, Commissioni parlamentari, CIPE, ecc.) ed invece una subordinazione acquiescente alle logiche del Governo e agli interessi specifici e particolaristici del sottopotere politico. Ciò ha comportato caduta di reale potere di controllo e di intervento dei pubblici poteri alla quale ha corrisposto quindi una gestione corporativa delle PP.SS. fondata sul consolidamento di mediazioni politico-clientelari che hanno in larga misura ridotto e snaturato il ruolo dell'intervento pubblico anche attraverso la sottrazione di reali poteri di intervento al sistema delle aziende.

Si ritrovano in questi primi elementi le radici della "plurisettorialità" non funzionale degli attuali Enti; la sovrapposizione e la disarticolazione esistente; il grovi-

glio di attività in Enti che raggruppano— come oggi si verifica in maggiore misura per l'IRI e per I'EFIM — settori estremamente diversificati: dalla informazione, alle autostrade, all'armamento, al turismo, agli alimentari, alla metalmeccanica, ecc.

Le conseguenze di tale stato di cose implicano una ulteriore caduta della autonomia delle imprese alle quali vengono a mancare condizioni fondamentali per essere effettivamente responsabilizzate e per svolgere un ruolo indispensabile per raccordarsi ai processi aperti sui mercati internazionali ed europei, ed essere fattori trainanti della costruzione di una politica di sviluppo a livello delle aziende e dei settori.

D'altronde, ogni seria possibilità per le PP.SS. di osplicitare e realizzare un ruolo fondamentale nella programmazione (Mezzogiorno, Piani settoriali, Piani regionali di sviluppo; attuazione della legge di riconversione 183, ecc.) viene contraddetta dalla frantumazione polisettoriale degli Enti e dalle "compensazioni" di bilancio che intervengono all'interno degli stessi.

La F.L.M. ritiene che occorre pervenire ad un riordino strutturale degli Enti e delle aziende che renda: trasparenti scelte e critiche di gestione; liquidi centri di potere consolidati; riorganizzi i settori riaggregando attività omogenee in un corretto rapporto di complementarietà economica e produttiva; abbatta ogni diaframma fra istituzioni e strutture operative qualificando i rapporti tra Parlamento, Enti, finanziarie e aziende; assegni funzioni e responsabilità anche attraverso un recupero di imprenditorialità agli Enti e soprattutto alle aziende.

In particolare per quanto riguarda gli Enti, la F.L.M. ritiene che la riforma debba necessariamente passare per lo smantellamento dei vincoli di disorganicità e di potere che hanno consolidato tali strutture come momenti di ingovernabilità rispetto alle esigenze di una programmazione delle scelte e di sviluppo delle capacità imprenditoriali.

Per il sindacato è decisivo affrontare questi nodi che non hanno riferimento in motivazioni di ingegneria industriale ma sono essenzialmente politici come lo scontro compatto dimostra, per condurre le PP.SS. ad un ruolo originale, irrinunciabile e specifico nello sviluppo economico e industriale del paese.

La lotta del sindacato partendo dai punti di crisi (Siderurgia, cantieristica, Alfa, Egam, elettromeccanica, energia, ecc.) intende fare delle PP.SS. (e della stessa GEPI) non un centro di progettazione e gestione dell'esistente ma un fattore di "cambiamento" dell'economia e della società, una entificazione concreta intorno alla quale ridisegnare ed organizzare la politica industriale del Paese, facendo leva sulla concreta attuazione della legge di riconversione e sulla utilizzazione di tutti gli strumenti politici, operativi e legislativi già disponibili e che vanno attivati sulla base di precise assunzioni di responsabilità da parte del Governo e delle stesse forze politiche.

SUI PROBLEMI DELLE AZIENDE E DEL RAPPORTO BANCHE-INDUSTRIA

La esposizione del sistema industriale verso il sistema bancario ha raggiunto dimensioni rilevanti in particolare in taluni settori e per l'insieme delle aziende manifatturiere a PP.SS.

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L'eccezionale indebitamento del sistema delle imprese e delle PP.SS. va rapportato al quadro di politica economica, finanziaria e creditizia delineatosi in questi anni e solleva pesanti responsabilità politiche del Governo.

Le scelte di' questi anni sul terreno della politica economica, delle manovre monetarie e creditizie nel mentre hanno solo parzialmente ridotto il tasso di inflazione, hanno provocato effetti dirompenti nel piano sociale ed economico, ed hanno condotto grande parte del sistema industriale in condizioni di oggettiva difficoltà in rapporto al crescente indebitamento ed all'elevato costo del denaro con la conseguenza di determinare una caduta verticale degli investimenti ed a crisi di gestioni.

Le conseguenze di tali indirizzi hanno comportato una profonda modificazione del rapporto tra industria e banche facendo di queste ultime un "Trust" più forte del passato in grado di condizionare pesantemente l'economia e la politica industriale.

Si rende necessario quindi definire una linea di intervento che: non privilegi le banche rafforzandone ulteriormente l'influenza; non accentui per questa via le distorsioni del mercato finanziario; attui al tempo stesso misure non ulteriormente rinviabili per evitare una paralisi grave del sistema industriale.

La F.L.M. respinge le proposte avanzate dalla Confindustria per una sorta di "sanatoria generale" da realizzarsi con un massiccio intervento del capitale finanziario attraverso consorzi di banche.

II punto centrale delle proposte anche recenti si muove nella logica di determinare una ricompensazione tra le industrie e le banche mediante la sostituzione di capitale bancario in luogo di capitale industriale.

La pericolosità di tale operazione trova riferimento in alcune considerazioni, che acquistano particolare rilievo per le aziende a PP.SS.

Nel formarsi di un rapporto privilegiato tra soggetti economici (alcune banche, alcune imprese) distorcendo per questa via ulteriormente il mercato finanziario.

L'eventuale passaggio di quote azionarie delle aziende a PP.SS. a consorzi di banche costituirebbe per la diversità degli strumenti, una sorta di "privatizzazione" delle aziende pubbliche.

Si introdurrebbero nel sistema industriale meccanismi perversi e non controllabili di decisioni in materia di politica economica e di politica industriale che vanificherebbero scelte e decisioni a livello politico-istituzionale in ordine agli obiettivi di sviluppo settoriale e, sul piano delle imprese, introdurrebbero vincoli pesanti alla autonomia delle aziende anche sul piano contrattuale per quanto concerne le relazioni industriali.

Per quanto riguarda il sistema di aziende a PP.SS., si aggiungerebbero ulteriori schermi di impenetrabilità e discrezionalità alla azione degli enti di gestione, delle finanziarie e delle stesse imprese.

La F.L.M. identifica alcune linee possibili di intervento che debbono intrecciarsi, per le implicazioni dirette ed indirette con il bilancio dello stato (fondi di dotazione, ricapitalizzazione del capitale sociale delle aziende a PP.SS.), con l'adozione da parte del governo di una

diversa politica economica che affronti i nodi della struttura del bilancio statale e della qualificazione della spesa pubblica; dei conti con l'estero; di una manovra complessiva di politica economica, industriale e del credito che (tassi di scontro, costo del denaro, ecc.) costruisce le basi per un diverso rapporto banche-industria.

La F.L.M. ritiene impraticabile la strada dei meccanismi generalizzati di intervento, sollecita misure che prevedano anche l'adozione di criteri di temporalità nella assunzione da parte delle banche (istituti credito speciale, ecc.) di quote di capitale di rischio delle imprese attraverso la definizione di interventi specifici rigorosamente selettivi ed ancorati a programmi di risanamento finanziario e produttivo vincolati a piani di riconversione e di sviluppo aziendale e settoriale.

Criteri ancora più rigidi sul piano dei vincoli politici e programmatici vanno introdotti per le PP.SS.

Tale impostazione va concretizzata per quanto concerne eventuali misure di moratoria, per interventi di ricapitalizzazione e per la erogazione di fondi di dotazione. Determinante per il risanamento ed il recupero del sistema delle PP.SS. ad un ruolo portante nella economia e nello sviluppo industriale è il rapporto tra entità e la qualità degli interventi ed il rigore nella definizione delle scelte produttive. Da ciò ne consegue che per rompere con le esperienze consolidate, e per non ricadere nella logica degli interventi tampone e dell'assistenzialismo, il problema dei fondi di dotazione va inquadrato nell'ottica della generale riforma delle PP.SS.

Una prima questione che collega risanamento delle imprese alla riforma è dato dalla esigenza di introdurre innovazioni nella gestione dei fondi che non possono più trovare negli attuali enti di gestione gli esclusivi destinatari ed amministratori.

La seconda questione è data dalla esigenza di fare corrispondere l'erogazione dei fondi a precisi programmi che qualificano il rapporto tra PP.SS., politica industriale e riconversione.

Si afferma dunque, anche per questi aspetti, il carattere centrale delle vertenze in corso con le PP.SS. ed il nesso tra gli obiettivi delle piattaforme, la difesa e la lotta per l'occupazione e lo sviluppo nel Mezzogiorno.

La F.L.M. considera politicamente irrinunciabile che gli interventi a favore delle imprese ed in particolare delle PP.SS. siano legati alla introduzione di "primi elementi di programmazione" settoriale e intersettoriale.

Valore decisivo assume al riguardo l'iniziativa della categoria, a partire dalle fabbriche, per tradurre in risultati concreti i contenuti relativi alla la parte dei contratti ed il rapporto tra questa lotta da sviluppare su un piano più generale, con le vertenze tuttora aperte e con la costruzione di iniziative che affrontino con maggiore forza i nodi della politica economica e del ruolo delle PP.SS.

La F.L.M. ha deciso di assumere specifiche iniziative per determinare una elevata capacità di orientamento e di azione politica su questi problemi che sono di primaria importanza per i lavoratori metalmeccanici e per l'intero movimento sindacale.

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