consiglio n. 22 di fabbrica
etalmeccanici milano piazza Umanitaria, 5
SOMMARIO
Documento della Federazione Naz. CGIL-CISL-UIL sulla GEPI
Documento del Comitato Esecutivo della FLM milanese - 16 febbraio 77
Nota sulla situazione economica e sul settore metalmeccanico
Documento della Federazione Naz. CGIL-CISL-UIL sul disegno di legge sulla ristrutturazione e riconversione industriale
4-5 Marzo 77 - Teatro Lirico
4" CONFERENZA NAZIONALE F.L.M.
agenzia di informazione sindacale
della FLM milanese
DOCUMENTO DELLA FEDERAZIONE NAZIONALE CGIL-CISL-UIL SULLA GEPI
Il problema GEPI allo stato attuale è composto in Italia da tre ordini di problemi, che peraltro sono tutti riducibili al ruolo della GEPI nelle PP.SS. al ruolo della GEPI nei processi di riconversione in atto nel Paese.
Il ruolo della GEPI
Il primo ordine di problemi è la GEPI nel suo insieme, la capacità dimostrata dal suo gruppo dirigente e dallo staff tecnico, le possibilità di caratterizzarsi in positivo nella realizzazione delle direttive del governo e degli organi e ministeri competenti sulla riconversione di determinati settori dell'apparato produttivo. Il problema, sia da un punto di vista economico che sindacale, è aggravato dalla situazione EGAM (che ha una parte di aziende in settori in cui la GEPI è massicciamente presente) e dalla legge di riconversione (che giustamente prevede per la GEPI un utilizzo come strumento attivo per la riconversione esclusivamente centro-meridionale, peraltro creando un doppione per l'intervento nelle aree centrali con la Centro-finanziaria). Sia da un punto di vista economico che sindacale sarebbe dannoso ingigantire ulteriormente una società che finora ha dato scarsi risultati, che è stata oltremodo riottosa ad accettare il suo ruolo pubblico, che con il sindacato non ha instaurato rapporti corretti.
Riordino della GEPI
Peraltro è necessario realizzare un riordino della GEPI secondo queste linee generali:
E' necessario che la GEPI adegui la propria struttura in rapporto alle finalità indicate, realizzando una gestione non più privatistica, ma svolgendo un ruolo che la renda attiva dell'intervento pubblico nel settore industriale. Questo comporta che il Parlamento abbia il controllo reale sui programmi e sull'utilizzo dei fondi della GEPI e che si realizzi il confronto tra sindacato e GEPI sia sul piano complessivo ch^ di settore, superando l'attuale prassi del conunto caso per caso.
Realizzare in tempi brevi un progressivo svuotamento della GEPI attuale nella piena salvaguardia dei precedenti accordi e quindi degli attuali livelli di occupazione, cioè le partecipazioni GEPI, per le quali si sono ormai conclusi i processi di riconversione, debbono essere trasferite a settori privati o pubblici, a seconda delle possibilità e dei comparti, riconducendo così la GEPI al suo ruolo originario di intervento temporaneo nei processi di riconversione.
Per le aziende che rimangono nel portafoglio GEPI, l'intervento deve limitarsi al completamento del piano di riconversione. Qualora ci siano aziende a partecipazione o proprietà GEPI senza reali piani di riconversione, questi devono essere immediatamente elaborati coerentemente con gli indirizzi prioritari di politica industriale, rivendicati dal sindacato. I piani di riconversione inoltre vanno raccordati con i piani settoriali, territoriali e delle PP.SS.
Le aziende ex IPO
Il secondo ordine di problemi riguarda le aziende ex IPO; sono stati firmati gli accordi sindacali aziendali, ma le riprese produttive, o per lo meno il riavvio dei lavori, sono ancora incerté per la pretesa mancanza di finanziamenti (la GEPI chiede 250 miliardi al governo anche per queste aziende). I decreti di CIG per i lavoratori dipendenti interessati, nonostante gli impegni e le promesse, subiscono dei ritardi, il che nella pratica comporta che dal mese di gennaio la GEPI non è stata in grado di erogare gli anticipi di CIG spettanti agli operai. Rispetto a questi ultimi problemi richiediamo con forza:
che venga chiarita la situazione finanziaria della GEPI; che rispetto alle ex-IPO si chiarisca la GEPI deve ricevere ulteriori finanziamenti e a quali fini; che vengano rimossi gli ostacoli che si frappongono alla piena acquisizione degli impianti. In ogni caso la GEPI deve realizzare i piani di riconversione delle aziende ex-IPO, nel rispetto delle delibere del CIPE.
Un terzo ordine dei problemi è costituito da quelle realtà aziendali per le quali sono stati sottoscritti dalla GEPI accordi poi non rispettati (esempio: ex Monti, ex Marvin Gerber, ex Facini, ecc.).
Redazione: piazza Umanitaria n. 5 - tel. 54.68.020/1/3/4, Milano.
Direttore responsabile: Walter Galbusera.
Autorizzazione del Tribunale di Milano n. 344 del 28 settembre 1971.
Spedizione in abbonamento postale - Gruppo 3°.
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DOCUMENTO DEL COMITATO ESECUTIVO F.L.M. MILANESE
16 FEBBRAIO 1977
L'Esecutivo della F.L.M. di Milano riunito il giorno 16-2-77 per esaminare la situazione politica sindacale caratterizzata da un pesante attacco alle condizioni di vita dei lavoratori e da una linea del governo Andreotti e del padronato che tende a restaurare i livelli di potere economico e politico messi in crisi dalle lotte dei lavoratori, sottolinea l'esigenza di andare allo sciopero generale nazionale qualora i provvedimenti governativo fossero confermati.
Nel merito degli stessi provvedimenti governativi recenti e dell'atteggiamento assunto dalla Assolombarda di pratico rifiuto alla contrattazione l'Esecutivo esprime quanto segue:
a) I provvedimenti governativi costituiscono un attacco al potere di contrattazione autonomo del Sindacato, in particolare: mirano a bloccare la contrattazione articolata che in questo momento vede impegnati i lavoratori nelle vertenze aziendali soprattutto sulle questioni della ristrutturazione, occupazione, riconversione settoriale oltre che sui rinnovi dei Premi di Produzione e sulla perequazione e sul controllo del salario di fatto; modificano il meccanismo della scala mobile, e questo oltre che attaccare una conquista fondamentale dei lavoratori, snatura, con l'intervento legislativo l'accordo Confindustria-Sindacati sul costo del lavoro che ha come uno dei suoi presupposti l'intangibilità della scala mobile.
b) Ripercorrono le soluzioni di politica economica tradizionali introducendo da un lato una fiscalizzazione generalizzata degli oneri sociali (finanziamento a pioggia alle imprese), finanziata attraverso il ricorso alla imposizione indiretta con conseguente aumento dell'inflazione, mentre il Sindacato porta avanti gli obiettivi generali di selettività e programmazione degli investimenti legati allo sviluppo dell'occupazione e ai settori prioritari, unitamente ad una rigorosa politica di reperimento delle risorse attraverso la lotta alla evasione fiscale (imposizione diretta).
Tutto questo conduce al deterioramento della situazione economica, che volge rapidamente verso un quadro di grave recessione e inflazione.
Di fronte al grave attacco, occorre impegnare a partire dalle immediate risposte che si sono sviluppate al livello settoriale e territoriale, l'insieme delle strutture sindacali ad una analisi approfondita dello stato del movimento e alle conseguenti decisioni di lotta, con le caratteristiche e con l'ampiezza che questa deve assumere per ottenere, rispetto ai decreti:
l'eliminazione dei punti che costituiscono attacco alla contrattazione e alla scala mobile;
la modifica radicale degli aspetti di politica economica secondo le proposte del Sindacato.
Per il raggiungimento di questi obiettivi assume rilievo l'incontro fra Organizzazioni Sindacali e Partiti, sul quale occorrerà andare alla divulgazione e al dibattito relativamente ai risultati emersi e alle eventuali decisioni congiuntamente assunte.
Nel corso degli ultimi mesi il confronto con il padronato e con il Governo non è riuscito ad assumere caratteristiche propositive adeguate sugli obiettivi di politica economica alternativi necessari per uscire dalla crisi, ma ha presentato limiti profondi di carattere difensivo, con il risultato che l'iniziativa articolata è mancata del quadro di riferimento necessario ed ha subito ritardi ed incertezze, rispetto ai quali le vertenze dei grandi gruppi segnano in questo momento un primo superamento in positivo.
Rispetto a questa situazione è necessario recuperare al movimento una dimensione complessiva dei problemi e della strategia rivendicativa al fine di realizzare una sintesi effettiva di movimento fra lotta articolata e azione generale attraverso:
a) gestione in positivo dell'accordo con la Confindustria, affrontando le questioni della struttura del salario (scatti, quiescenza), contrattazione dell'orario di lavoro (festività, turnazioni, straordinario) secondo le posizioni più volte ribadite dalla F.L.M. e dal movimento Sindacale e in modo specifico dal documento dell'Esecutivo F.L.M. di Milano del 24-1-77.
la migliore definizione e puntualizzazione degli obiettivi di politica economica (mezzogiorno, profonda modifica della legge sulla riconversione industriale, riforma delle PP.SS., equo canone, trasporti (investimenti e tariffe, occupazione giovanile).
l'intreccio delle lotte aziendali con le vertenze di gruppo e di settore.
il superamento dei ritardi nelle vertenze di fabbrica nella gestione effettiva della prima parte del contratto, soprattutto in merito all'organizzazione e ambiente di lavoro, decentramento produttivo, attraverso la definizione di obiettivi concreti e puntuali.
In questo ambito l'Assolombarda assume una posizione di svuotamento nella sostanza della normativa della prima parte del contratto, di sostanziale rifiuto all'applicazione contrattuale in materia di ambiente di lavoro e di interruzione delle trattative per le vertenze aziendali, mentre nel frattempo si sviluppano attacchi sempre più pesanti ai livelli occupazionali (mancato reintegro del turn over), richieste di C.I.G. (Siemens Elettra, Sit Siemens; Magneti Marelli, Falck), minaccia di smantellamenti (Breda), deterioramento della situazione delle piccole medie fabbriche.
L'attacco del governo e del padronato al movimento sindacale necessita una risposta generalizzata.
L'Esecutivo della F.L.M. milanese ritiene fondamentale in questo momento l'unificazione della lotta del movimento per cui la F.L.M. proporrà al Direttivo CGIL-CISL-UIL di Milano del 22-2-77, la realizzazione di uno sciopero generale della provincia di Milano.
L'esecutivo mentre impegna tutte le sue strutture di fabbrica, di zona e provinciali al fine di realizzare questo momento generale di lotta della provincia, ritiene indispensabile, in relazione alla gravità della situazione, alle posizioni intransigenti delle organizzazioni padronali sulle vertenze aziendali ed al rifiuto netto sulla vertenza salute, realizzare in tempi brevi lo sciopero provinciale con manifestazione dei metalmeccanici milanesi utilizzando le conferenze di zona F.L.M. per fa preparazione dello stesso.
A tale scopo la Segreteria Provinciale della F.L.M. si riunirà subito dopo la riunione del 22-2 per convocare entro il 25-2 il Consiglio Generale Provinciale della F.L.M. che deciderà le modalità dello sciopero provinciale.
L'Esecutivo della F.L.M. Milanese in relazione alle caratteristiche che assume per ampiezza ed importanza il movimento a Milano, di fronte a questa situazione ritiene che la lotta si debba generalizzare e sviluppare con continuità per cui decide inoltre di:
andare al completamento della apertura delle vertenze aziendali;
sostenere con la lotta le vertenze in atto per battere il rifiuto alla contrattazione;
promuovere iniziative per sbloccare le trattative sull'ambiente di lavoro;
realizzare l'aggregazione delle lotte aziendali attraverso mobilitazioni settoriali sulle questioni:
delle fabbriche in crisi e sulla salvaguardia della occupazione,
lavoro precario e a domicilio, settori,
Partecipazioni statali, Occupazione giovanile (costruendo un rapporto con le forze giovanili, assieme a CGIL-CISL-UIL, a partire da un confronto sul lavoro, contributo alle prossime mobilitazioni dei lavoratori).
L'Esecutivo conferma la decisione di riconvocarsi entro un mese per affrontare un dibattito sui problemi internazionali.
Milano, 16 febbraio 1977
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NOTA SULLA SITUAZIONE ECONOMIA
L'andamento dei principali indicatori economici nell'anno 1976
Il 1976 è stato un anno di ripresa per l'apparato produttivo del Paese. Tale ripresa ha significato però soltanto un recupero sulla caduta produttiva avutasi nel 1975 senza che siano stati peraltro superati (vedi tabella n. 1) i livelli produttivi del 1974. Il prodotto interno lordo (a prezzi costanti 1970) è aumentato del 5,4°/o nel periodo gennaio+Settembre 1976 rispetto al corrispondente periodo 1975.
Il valore aggiunto della produzione industriale è aumentato, nello stesso arco di tempo, del 10°/o, sempre restando però al di sotto (meno 2,5°/o) del livello del periodo gennaio-settembre '74. A fronte di questi dati, abbiamo nei primi 9 mesi del 1976 un aumento in valore del 16,6°/o delle importazioni di beni e servizi rispetto allo stesso periodo del 1975 e, dato ancor più grave, una diminuzione ulteriore del 2,5°/o degli investimenti fissi lordi (costruzioni e opere pubbliche, macchine, attrezzature e mezzi di trasporto), investimenti che già nel 1975 erano precipitati al 12,7 in meno rispetto al 1974.
Nel corso del 1976 infine i prezzi all'ingrosso sono passati da un indice 199,1 al dicembre 1975 all'indice 261,9 al dicembre 1976, con un incremento pari al 31,6°/o; nello stesso periodo il costo della vita ha registrato un aumento pari al 21,8°/o.
Tutti questi indici servono a meglio definire la cosiddetta « ripresa » del 1976, ripresa puramente congiunturale e che, in mancanza di precisi interventi strutturali (rilancio degli investimenti, interventi per il contenimento dei consumi superflui, controllo della spesa pubblica, razionamento di quel prodotto che maggiormente incidono sul deficit della bilancia commerciale), non potrà non determinare un abbassamento ancor più elevato del tasso di crescita tra il 1976 e il 1977.
Infatti, come rileva la nota congiunturale della COMIT (tendenze reali n. 7 - dicembre 1976) « ...anche il livello di attività registrato negli ultimi mesi sarebbe insostenibile, invariate le caratteristiche struturali del sistema e i vincoli esterni. Come già nel 1973, un prolungamento della fase di espansione comporterebbe necessariamente un aumento simultaneo del deficit estero e del tasso di inflazione interno ».
Situazione economica delle imprese
Per tutto il 1976 si è avuto un aumento dei profitti globali delle imprese rispetto al 1975. Debbono però essere nettamente distinti i diversi andamenti avutisi nel primo e nel secondo semestre del 1976.
Nel primo semestre dell'anno infatti la svalutazione della lira ha favorito l'aumento dei margini di profitto attraverso la maggiore concorrenzialità delle merci italiane all'estero e la maggiore competitività sul mercato interno dei prodotti nazionali su quelli importati.
In questo periodo — sempre secondo le affermazioni della nota della COMIT sopra richiamata — gli aumenti di produzione si traducevano a loro volta, data la stabilità della occupazione, in aumenti della produttività e dei margini di profitto.
Gli effetti della svalutazione sui profitti si sono però progressivamente esauriti con l'adeguarsi dei costi di produzione ai prezzi di vendita; a ciò si è aggiunta negli ultimi mesi del 1976 una flessione delle quantità prodotte. La rigidità della occupazione, operando in direzione contraria, ha condotto ad un abbassamento della produttività.
« Di qui la progressiva concentrazione sul costo monetario del lavoro, come unica variabile importante nel breve periodo: sembrando impossibile controllarne in altro modo il costo reale.
Il grafico mostra l'andamento di questa variabile, mediante un indicatore che tiene conto del costo del lavoro per unità prodotta, deflazionato con l'indice dei prezzi di vendita per le imprese industriali.
Merita di essere sottolineato che l'indicatore è in diminuzione dal 3" trimestre 1975: in coincidenza con la ripresa della produzione ».
Indicatore del costo del lavoro per unità di prodotto a prezzi 1970, 1973 = 100.
Fonte: « Tendenze reali » n. 7, dicembre 1976.
Occupazione in provincia di Milano
Milano e provincia. Occupati nell'industria.
1973 754.107
1974 759.660
1975 739.225
1976 (") 708.754
(") Dipendenti in forza nell'ultima settimana del III trimestre.
Fonte: Ispettorato del Lavoro
Rispetto al 1974 gli occupati nell'industria in provincia di Milano sono diminuiti di 50.906 unità (-6,7°/o).
L'industria metalmeccanica nel 1976
Le tabelle n. 2 e 3 evidenziano come: la produzione nell'industria metallurgica, meccanica e dei mezzi di trasporto non abbia complessivamente raggiunto i livelli produttivi del 1974; gli indici del fatturato delle industrie metalmeccaniche si collochino anche nel 1976 al di sotto dell'indice generale del fatturato industriale e del fatturato complessivo delle industrie manifatturiere.
Industria siderurgica
La produzione italiana di acciaio è stata nel 1976 di 23.416.000 tonnellate superiore del 7,2°/o rispetto a quella del 1975 ma inferiore dell'1,7°/o a quella del 1974.
Nell'ultimo bimestre del 1976 si è avuto però una nuova flessione produttiva dovuta e alla debolezza della domanda, sia interna che internazionale (incerte prospettive di mercato di alcune delle principali industrie consumatrici di prodotti siderurgici: autoveicoli, elettrodomestici, cantieristica, edilizia), e alla spietata concorrenza fatta alla siderurgia CEE dal Giappone e anche da Spagna, Brasile e Svezia.
Con riferimento a questa difficoltà, i maggiori gruppi siderurgici europei hanno accettato di ridurre dal Gennaio all'aprile 1977 la propria produzione di profilati, vergella, tondi per cemento armato, laminati mercantili, lamiere grossa e media, lamiere sottili, laminati a freddo.
Le previsioni della A.F.L. FALCK relative al primo trimestre 1977 denunciano una stima di 80-90 mila tonnellate mese di produzione, a fronte di una capacità produttiva di 110 mila tonnellate mese. Tali ridotti livelli di produzione comporteranno la necessità di fermate degli impianti. Per gli stabilimenti Faick milanesi le previsioni più negative sono per gli stabilimenti Unione (relativamente al treno nastro) e Concordia (relativamente al settore lamiere).
Costo « reale » del lavoro nell'industria i
120 110 100 90 80
1073 1974 1975 1976
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E SUL SETTORE METALMECCANICO
Nel gennaio-ottobre 1976 la bilancia commerciale siderurgica italiana ha registrato un saldo negativo di circa 400 miliardi a fronte di un saldo positivo di circa 246 miliardi nel corrispondente periodo del 1975.
Macchine utensili
Come evidenziato in tabella due il settore delle macchine utensili nel corso del 1976 ncn ha registrato nemmeno quel recupero sui livelli del 1975 che ha caratterizzato pressoché tutti gli altri comparti meccanici.
Particolarmente negativo è stato l'andamento produttivo per le macchine per la lavorazione dei metalli, mentre andamenti migliori si sono avuti per le macchine per la lavorazione della gomma e delle materie plastiche.
L'indice di produzione delle macchine utensili rappresenta un indicatore particolarmente importante per individuare le difficoltà che attraversa l'apparato produttivo del Paese.
Gli stessi miglioramenti che si sono avuti nell'andamento degli ordinativi interni di macchine utensili nell'ultimo trimestre del 1976 sono in buona parte legati alle elevate attese inflazionistiche che spingono le aziende ad anticipare gli acquisti di beni di investimento prima che essi subiscano nuovi aumenti dei prezzi.
Industria automobilistica
Nei primi 11 mesi del 1976 la produzione di autoveicoli è aumentata dell'8,1%) rispetto al 1975 ma è rimasta inferiore del 13,3°/o rispetto a quella del 1974.
La bilancia commerciale in questo settore ha registrato nei primi 10 mesi del 1976 un saldo positivo di soli 478,2 miliardi a fronte di un saldo di 575,8 miliardi di lire nel 1975.
L'industria automobilistica italiana vede continuamente ridursi la propria quota di mercato interno a favore della concorrenza europea.
La percentuale di auto estere sull'intero circolante in Italia è passata dal 6°/o del 1972 al 20,4°/o del 1975.
E' un dato sintomatico. ad esempio, che nel 1976 il secondo posto per autovetture immatricolate sia passato dall'Alfa Romeo alla Renault.
5) Le previsioni 1977 per l'industria metalmeccanica a Milano
Le osservazioni sinora esposte non permettono certo di fare previsioni ottimistiche per il 1977.
Le previsioni congiunturali della Federlombarda per i prossimi mesi sono tuttavia improntate ad un cauto ottimismo scontando una contrazione degli ordini sul mercato interno ma guardando, come sempre, con un certo ottimismo alla domanda estera.
La inchiesta congiunturale della Cariplo di previsione a 3-4 mesi condotta dagli imprenditori lombardi permette di individuare per quel che riguarda la tendenza degli ordinativi in generale la prevalenza netta di un orientamento alla stabilità per le costruzioni meccaniche ed elettromeccaniche e all'aumento per la costruzione di mezzi di trasporto.
Tali atteggiamenti di cauto ottimismo pure in presenza di una situazione economica tanto gravemente disgregata non possono non costituire ulteriore momento di preoccupazione per i lavoratori in quanto individuano con sufficiente chiarezza le linee su cui si muoverà l'iniziativa padronale nei prossimi mesi.
Le pesanti richieste di intervento della Cassa Integrazione Guadagni in alcuni grandi gruppi industriali milanesi, iniziate dalla Falck alla fine di dicembre dello scorso anno e poi seguite da quelle recentissime della Siemens Elettra, della M. Marelli, della Sit Siemens, possono rappresentare l'avvio di una inversione di tendenza rispetto a quello che è stato l'andamento di fondo nel corso del 1976, anno nel quale relativamente ridotto è stato l'intervento della C.I.G. nel complesso della industria metalmeccanica milanese.
Situazioni di profonda incertezza di prospettive permangono peraltro alla nuova Innocenti, alla Italtrafo, alla Breda Siderurgica, legate - in questo ultimo caso - alla necessità di sciogliere definitivamente il nodo EGAM e di avviare in tempi certi la riforma e il riordinamento delle PP.SS.
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Tabella 1 INDICE GENERALE DESTAGIONALIZZATO DELLA PRODUZIONE INDUSTRIALE Base 1976 = 100 - Fonte ISTAT 1971 99,3 1972 104,4 1973 114,8 1974 118,9 1975 108,1 1976 gennaio-ottobre 118,5 Tabella 2 INDICE DELLA PRODUZIONE NELL'INDUSTRIA METALMECCANICA
Base 1970 = 100 Fonte ISTAT
classiesottoclassi 1974 1975 1975 1976 rapo.genn.-ott. Industrie metallurgiche 132,4 117 118,5 129 Industrie meccaniche 114,9 101,1 101,7 104,8 Carpenteria metallica mobili metallici, forni 98,6 82,6 83,2 83,6 macchine motrici e per sollevamento trasporto 122,1 114,5 116 112,1 Macchine utensili e utensileria 98,6 89,9 88,8 84,3 Macchinari per agricoltura e industria 120,7 108,5 110,5 111 Minuteria metallica stoviglie e vasellame 114,9 99,5 100 113,1 Meccanica di precisione 143,7 118,4 119,8 123,8 Elettrodomestici 102,5 89,9 91,8 101 Apparecchiature telecomandate 167,5 171,3 170,4 177,5 Elettronica radio TV 105,5 77,2 76,4 85,1 Mezzi trasporto 112,6 102,2 102 108,1 Autoveicoli 102,6 85,6 85,6 90,2 Tabella 3 INDICI DEL FATTURATO INDUSTRIALE 1973 1974 1975 gen.-set. 1976 Indice generale 100 141,7 144,4 181,6 Industrie manifatturiere 100 141,6 143,9 181,1 Industrie metallurgiche 100 161,1 145,2 180,9 Industrie meccaniche 100 138,4 147,7 172,3 Industrie costruzione mezzi di trasporto 100 127,7 138,4 175,7 5
DELLA FEDERAZIONE
CGIL-CISL-UIL SUL DISEGNO DI LEGGE
SULLA RISTRUTTURAZIONE E RICONVERSIONE INDUSTRIALE
La Federazione CGIL CISL UIL sostiene l'esigenza di una attività politica industriale rivolta al duplice obiettivo di una maggiore qualificazione dell'apparato produttivo esistente e di un ampliamento della base industriale da realizzare nelle regioni meridionali. Ciò richiede la definizione l'attuazione di un quadro unitario di politica industriale nel quale devono contestualmente operare la politica della ristrutturazione e la riconversione produttiva, gli interventi straordinari nel Mezzogiorno, i programmi delle Partecipazioni Statali, in un processo di coordinamento che coinvolga il livello legislativo, l'attività di governo e il ruolo delle regioni.
1) Gli obiettivi da raggiungere
Gli obiettivi da raggiungere devono essere chiaramente espressi e comunque vanno rivolti a:
a) una qualificazione produttiva, che realizzi il massimo di innovazione tecnologica e di qualità del prodotto ed il massimo di contenuto di lavoro e di valore aggiunto. Questa è la via per accrescere in maniera duratura la competitività dell'industria superando quella più precaria dei bassi salari della mancata qualificazione produttiva;
l'allargamento della base produttiva ed occupazionale da realizzarsi nel Mezzogiorno, che è componente essenziale di questo processo di innovazione. Infatti, una politica industriale prevalentemente rivolta alla soluzione dei problemi di produttività esistenti nell'attuale apparato produttivo sarebbe causa di ulteriore inasprimento degli squilibri settoriali e territoriali del Paese e non eleverebbe i livelli generali di efficienza;
la definizione di chiare scelte settoriali e di programmi di riconversione e di sviluppo produttivi, articolati a livello regionale, sui quali concentrare i finanziamenti pubblici diretti e gli strumenti di incentivazione. Va invece respinto il criterio di utilizzare i mezzi resi disponibili per il solo risanamento finanziario delle imprese. I programmi sono anche essenziali come supporto per misure, anche straordinarie, di occupazione giovanile e vanno correlati ai relativi interventi legislativi in preparazione;
la destinazione dei fondi di dotazione delle Partecipazioni Statali, attraverso gli enti di gestione, alle società operative a fronte di chiari progetti di investimento, assicurando la piena funzionalità del previsto controllo parlamentare. I finanziamenti alla Montedison (che per la Federazione è azienda pubblica di fatto e deve essere assunta nel sistema delle Partecipazioni Statali) vanno assegnati a fronte di progetti di investimenti definiti per settori e territori, prevedendo anche per questa, come provvedimento apposito, un controllo parlamentare analogo a quello delle Partecipazioni Statali;
la difesa dell'occupazione al Nord e il suo sviluppo al Sud da attuarsi nel contesto di una mobilità del lavoro anche intersettoraile, che sia una effettiva mobilità fra posti di lavoro e non, dal lavoro alla disoccupazione. La gestione dei processi di mobilità va governata democraticamente a livello regionale e comprensoriale, fondandosi sul controllo la contrattazione sindacale dei posti di lavoro e sul ruolo attivo della Regione quale interlocutore del sindacato e delle imprese. Tale gestione della mobilità implica una coerente politica del collocamento e della formazione al lavoro;
f) l'assunzione di chiare iniziative per il 1977, che devono rispondere a questi orientamenti generali ed in particolare ad impegni precisi di investimenti e di occupazione nel Mezzogiorno. In altri termini la immediata contestualità dell'avvio operativo della legge per la ristrutturazione e la riconversione industriale e dei programmi di innovazione
produttiva nel Mezzogiorno si realizza con la definizione e la realizzazione di precisi progetti di investimento delle Partecipazioni Statali da localizzare nelle regioni meridionali.
2) Una impostazione inadeguata
Di fronte agli obiettivi della nuova politica industriale, la impostazione generale e la strumentazione prevista dal disegno di legge nella stesura approvata dal Senato, appare inadeguata. Pertanto, la Federazione CGIL CISL UIL trasmette al Governo, alle forze politiche ed alla Camera dei Deputati, che si accinge ad esaminare il testo del disegno di legge, il presente documento in maniera che se ne possa tener conto nel corso del dibattito parlamentare. L'impostazione generale del disegno di legge, in particolare quella che emerge dagli articoli 1 e 2, è priva di un adeguato respiro strategico. In primo luogo non si pone alla programmazione l'obiettivo di modificare l'offerta di produzioni industriali attraverso piani settoriali non generali e generici, ma che affrontino invece alcuni nodi strutturali capaci di provocare effetti diffusi di orientamento dei settori produttivi connessi. In secondo luogo l'uso degli strumenti di incentivazione non è collegata ad iniziative certe di ristrutturazione e riconversione e quindi rischiano di perpetuare la politica assistenziale di credito agevolato a carattere discrezionale.
2.1. Il ruolo del CIPI
La nuova politica industriale richiede, in primo luogo, la unità di direzione e il suo inserimento nella politica economica generale. Si impone pertanto una collegialità effettiva del CIPI. Questa si realizza nella misura in cui il CIPI viene dotato di poteri reali nei confronti dei diversi organi della Pubblica Amministrazione, che devono attuare tutti gli interventi necessari a dare concretezza alle scelte di politica industriale che riguardano non solo gli strumenti di incentivazione, ma anche tutti gli altri aspetti come il riequilibrio territoriale, il mercato del lavoro, la formazione professionale, ecc. A tal fine il CIPI deve essere dotato di strutture di elaborazione della politica industriale ed in particolare dei piani settoriali, anche valorizzando e riqualificando strutture esistenti; in tale contesto deve essere modificata, e radicalmente, l'impostazione e la, logica dell'art. 14, che forma un'altra specie di comitato di esperti a disposizione del ministero dell'Industria.
22. I piani settoriali
I piani settoriali devono essere lo strumento fondamentale di concretizzazione degli obiettivi generali di politica industriale e devono rappresentare il momento di unificazione di direzione di tutte le forme di intervento pubblico (agevolazioni finanziarie, domanda pubblica, partecipazioni statali, ricerca, infrastrutture, ecc.).
La legge deve specificare che i piani settoriali non riguardano ampi comparti produttivi, ma precisi e limitati settori di attività, quali nodi strutturali e strategici dei settori di appartenenza, la cui programmazione determini effetti diffusi di orientamento dei settori interconnessi. Solo in tal modo i piani settoriali potranno rappresentare lo strumento, di condizionamento dei finanziamenti ai grandi gruppi pubblici e privati e lo strumento di orientamento degli investimenti delle piccole e medie aziende. La legge, inoltre, dovrà precisare che i piani settoriali dovranno prevedere l'articolazione territoriale delle iniziative e degli investimenti, dando in tal modo concretezza alla salvaguardia dello sviluppo del Mezzogiorno.
Nel rapporto tra piani settoriali ed uso degli strumenti di incentivazione la legge dovrà impedire la creazione di forme di iperincentivazione o di incentivazione non voluta, quale quella che si verificherebbe in settori a prevalente
DOCUMENTO
domanda pubblica, che potrebbero essere ulteriormente agevolati dal credito speciale agli investimenti. Circa la forma di approvazione e controllo dei piani settoriali, la legge, infine, dovrà esplictiare che questi devono essere sottoposti al parere delle commissioni parlamentari, quella già esistente per il Mezzogiorno e quella che viene istituita dalla legge di riconversione, oltre a quanto già previsto per le regioni, le organizzazioni sindacali dei lavoratori e le organizzazioni imprenditoriali.
2.3. Agevolazioni finanziarie e incentivazioni degli investimenti
Il sistema di agevólazioni, che emerge dall'articolato del disegno di legge, è inaccettabile. Come è già detto, si introducono contestualmente forme di incentivazione degli investimenti, senza adeguata garanzia circa la loro effettiva realizzazione, e forme di salvataggio o di risanamento finanziario delle aziende. I due tipi di intervento, che acquistano particolare rilevanza nell'attuale fase economica, devono essere affrontati in modo esplicito e distinto.
La Federazione CGIL CISL UIL sostiene il criterio che operazioni di mero risanamento finanziario di aziende non debbano rientrare nelle finalità del disegno di legge in discussione. Il verificarsi di situazioni eccezionali in riferimento sia agli effetti negativi sui livelli di occupazione, sia sulla produzione andranno esaminati caso per caso ed affrontati con soluzioni ad hoc. In reale contesto deve essere soppressa la norma prevista dall'art. 4 B relativa alla concessione di contributi sugli interessi nel caso di emissione di obbligazioni da parte di consorzi a fronte di sottoscrizioni di aumento di capitale. Per questo concerne l'incentivazione degli investimenti, la legge deve distinguere i meccanismi per la grande azienda e per i grandi gruppi da quelli per la piccola e media azienda. Il problema non può essere risolto con l'accorgimento della riserva di una quota di mezzi finanziari disponibili per le piccole e medie aziende, ma con due sistemi differenziati, che tengano conto delle diversità sia in termini di possibilità di elaborare programmi di lungo periodo che in termini di possibilità di accesso al credito a medio termine. La legge deve prevedere che i programmi dei grandi gruppi siano valutati e finanziati solo se si inseriscono nell'ambito dei piani settoriali, cioè solo se i loro programmi di riconversione ed ampliamento produttivo si orientino al superamento dei nodi strutturali dei diversi settori in cui operano. Va invece rifiutato ogni meccanismo, che incentivi con il contributo dello Stato, le normali operazioni di ristrutturazione delle grandi imprese. Nei riguardi delle piccole e medie aziende, la legge dovrà prevedere invece meccanismi di incentivazione, che favoriscano la diffusione nel nostro sistema industriale del progresso tecnico e di tutte quelle innovazioni che ne accrescano la capacità competitiva. In tale contesto la legge dovrà esplicitare le condizioni di accessibilità all'agevolazione, che, in presenza di compiuti programmi di investimento, dovranno essere chiare, sicure e libere da qualsiasi intervento discrezionale al fine di consentire all'imprenditore rapidità di iniziativa e certezza del diritto al finanziamento.
Le nostre indicazioni in proposito
Sulla base di questi criteri generali la legge dovrebbe fare propri i seguenti indirizzi:
ulteriore unificazione del sistema del credito agevolato, evitando di introdurre, attraverso la legge per la riconversione, meccanismi contraddittori con gli obiettivi economici e territoriali, che caratterizzano l'impostazione della legge 183;
rispetto dei criteri di differenziazione contenuti nell'articolo 15 della 183, concretati nel D.P.R. n. 902 del 9-11-1976, relativamente ai limiti di dimensione aziendale per l'accesso al credito, per l'entità dell'intervento e per la differenziazione della quota finanziabile e del tasso agevolato;
in presenza di ulteriori aumenti dei costi di investimento, la procedura per la modificazione dei limiti appena richiamati, dovrà essere prevista e definita dalla legge;
eliminazione di qualsiasi cumulabilità fra le agevolazioni finanziarie della legge per la riconversione ed il contributo in conto capitale dell'art. 10 della 183, abolendo la norma attualmente prevista (art. 7 comma 3), che annulla di atto il limite dei 15 miliardi di investimento agevolato e consentirebbe la trasformazione in attività sostitutive di tutte le iniziative di investimento dei grandi gruppi nel Mezzogiorno;
introduzione di meccanismi di parametrizzazione della quota di finanziamento ammessa al credito agevolato in relazione alla quota di capitale di rischio assunta dall'impresa;
eliminazione della forma del mutuo agevolato erogato direttamente dal ministero dell'Industria e trasferimento dei mezzi, a tal fine raccolti o da raccogliere, alla erogazione di credito agevolato da parte degli istituti speciali. Tale iniziativa si rende necessaria per impedire che lo Stato agisca come erogatore di credito diretto alle imprese, coinvolgendosi nella economicità delle iniziative e nella gestione delle aziende. Inoltre l'intervento diretto degli istituti speciali garantirebbe una maggiore attuazione degli investimenti ed una maggiore elasticità nell'impiego dei mezzi disponibili;
in relazione alle procedure di concessione dei finanziamenti e dei meccanismi di controllo di attuazione dei programmi di investimenti, il dibattito al Senato ha già introdotto alcune modifiche significative. Queste possono ulteriormente essere qualificate al fine di un corretto utilizzo delle risorse pubbliche: la certificazione dei bilanci deve essere estesa a tutte le aziende richiedenti e resa permanente per tutte le aziende delle Partecipazioni Statali e della GEPI; le Regioni devono essere associate alla fase della istruttoria al fine di verificare la coerenza dell'iniziativa con gli obiettivi di sviluppo economico e di assetto territoriale, che le Regioni si danno attraverso i propri strumenti di programmazione e di intervento; alle stesse Regioni sarà possibile affidare una funzione di controllo sulla attuazione dei piani aziendali, per i quali, fra l'altro, porrà a disposizione propri strumenti, come la riqualificazione professionale e gli interventi di agevolazione alla mobilità della manodopera.
Il ruolo delle Partecipazioni Statali.
I criteri con i quali il testo del disegno di legge approvato dal Senato indica i compiti, che le Partecipazioni Statali devono assumere nella nuova politica industriale, sono assolutamente inadeguati. Si rendono pertanto necessarie ulteriori chiarificazioni che, 'sulla base del volume dei finanziamenti previsti, precisi in maniera chiara i compiti da assolvere. A tal fine è in primo luogo necessario che la legge affermi esplicitamente che i programmi pluriennali degli enti di gestione siano impostati e valutati in base ai singoli programmi settoriali, nel cui ambito le Partecipazioni Statali devono assumere compiti precisi, con particolare riferimento all'allargamento e alla diversificazione della base industriale nel Mezzogiorno. Pertanto i fondi di dotazione, conferiti con provvedimento legislativo, dovranno essere impiegati per i soli programmi di investimento. La legge dovrà quindi chiaramente esplicitare che gli enti di gestione dovranno avanzare richieste di finanziamento sulla base di compiuti programmi di investimento che impegneranno le società operative.
Per quanto concerne il finanziamento dei fondi di dotazione per il 1977, il CIPI dovrà decidere in base a precisi programmi operativi, che si caratterizzino particolarmente per l'attivazione di investimenti nel Mezzogiorno. Punti di riferimento essenziali dovranno essere gli accordi sindacali già intercorsi ed i pareri di conformità già emessi dal CIPE. Il risanamento dell'attuale struttura finanziaria degli enti di gestione, che il disegno di legge affronta in modo ambiguo, dovrà realizzarsi congiuntamente e coerentemente al riordino del sistema delle Partecipazioni Statali, che deve essere immediatamente affrontato.
Il ruolo della GEPI
La GEPI deve essere ricondotta a strumento per la riconversione produttiva nell'ambito della nuova politica industriale e dei programmi settoriali. A tal fine la legge deve prevedere meccanismi e sedi istituzionali di indirizzo e di controllo, soprattutto al fine di garantire il pieno rispetto da parte della GEPI delle decisioni del CIPI ed il relativo controllo parlamentare; inoltre dovrà esplicitare che, al termine dei programmi di riconversione, le singole aziende dovranno essere trasferite ad imprenditori privati od alle Partecipazioni Statali operanti nel settore specifico. Non esistono motivazioni sufficienti per stendere gli strumenti di intervento e pertanto appare immotivata la autorizzazione alla Centrofinanziaria.
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Lo sviluppo della ricerca
Lo sviluppo dell'attività della ricerca applicata è essenziale per il tipo di politica industriale, che il movimento sindacale sostiene e che si fonda su ura crescente diffusione del progresso tecnico. Gli interventi del fondo speciale devono essere orientati dai piani settoriali e prevedere contratti di ricerca, capaci di determinare effetti diffusivi di crescita tecnologica di alcuni settori strategici.
Per esercitare il necessario controllo sul coordinamento degli interventi di ricerca, sia quelli finanziati dal fondo che quelli realizzati dagli enti pubblici (CNR, CNEN, Università, Istituti od enti specializzati, ecc.), la legge dovrà impegnare il Ministro per la Ricerca Scientifica e Tecnologica a presentare una relazione annuale al Parlamento sullo stato della ricerca in Italia.
Mobilità della manodopera e riqualificazione professionale
La nuova politica industriale coinvolgerà processi di mobilità della manodopera a carattere intersettoriale e territoriale. Questi dovranno essere governati, indirizzati e sostenuti da una adeguata strumentazione, che sia coerente con l'obiettivo dello sviluppo dell'occupazione nel Mezzogiorno della difesa dei livelli occupazionali nel Centro-Nord. A tal fine si rendono necessari profondi mutamenti nel testo approvato dal Senato secondo i criteri qui di seguito indicati:
a) alle Regioni va assegnata la responsabilità nella gestione della mobilità al fine di dare ad un organo democratico la funzione di interlocutore delle parti sociali, e per riportare a coerenza ed unità le politiche di sviluppo economico di assetto territoriale con i processi di riconversione produttiva e di riqualificazione della manodopera. Solo in tal modo può essere avviata una politica attiva della manodopera che, partendo dai segmenti interessati alla mobilità,
si accentri nella riforma del collocamento e della formazione professionale;
b) la commissione regionale deve: acquisire tutti i dati relativi ai mutamenti della struttura occupazionale delle aziende operanti in tutti i settori economici, programmare controllare le attività di formazione professionale, gestire il fondo di sostegno per i trasferimenti dei lavoratori, attingendo volta a volta al fondo nazionale per la mobilità;
al fine di attivare la mobilità della manodopera come fatto fisiologico, la legge deve indicare nella Regione il primo ambito territoriale in cui si realizzano i processi di compensazione occupazionale. Pertanto non è necessario prevedere decreti di crisi occupazionale, che interessino limitate aree subregionali. Tutte le aziende e non solo una parte di esse devono essere coinvolte nelle opportunità di compensazione occupazionale;
al fine di non determinare condizioni di privilegio e distorsioni nel mercato del lavoro, le quote di domanda di manodopera da gestire a livello regionale, per far fronte alle esigenze di riduzione dei livelli occupazionali emergenti, riguarderanno solo quelle non coperte dagli uffici di collocamento territorialmente competenti.
Gli strumenti di difesa dei redditi dei lavoratori coinvolti nei processi di crisi produttiva e nei programmi di ristrutturazione e riconversione devono essere gestiti in modo adeguato evitando le situazioni di parcheggio senza reali certe prospettive di reimpiego e determinando prassi di utilizzazione della Cassa Integrazione Guadagni straordinaria ed ordinaria, che non rappresentino uno scarico di responsabilità da parte delle aziende usufruenti.
In tale contesto si segnala la esigenza di modificare la attuale prassi interpretativa nella concessione della CIG ordinaria, che determina la decadenza retroattiva della erogazione nel caso che il lavoratore cessi nel rapporto di lavoro durante il periodo di integrazione, ciò crea un evidente ostacolo anche alle decisioni spontanee di mobilità.
Infine, appare inopportuno porre a carico del fondo per la mobilità le quote di indennità di anzianità per i lavoratori non rioccupati ed il contributo addizionale dell'8% a carico delle aziende come previsto dall'art. 18.
BILANCIA CORRENTE DEI PAGAMENTI
Saldi in miliardi di dollari
La netta divisione' delinea. tasi negli anni '70, dei Paesi industrializzati in « forti » e « deboli », con l'insieme di sperequazioni e contraddizioni che genera, non accenna a ridursi. Il grafico illustra l'andamento della Bilancia corrente dei pagamenti (comprendente il saldo degli scambi di merci e servizi — assicurazioni, trasporti, turismo, interessi, ecc. — e i trasferimenti ufficiali di capitali) per i principali di questi Paesi negli ultimi tre anni (per il 1976 si tratta di stime e non di dati definitivi). Per il 1977 si prevede una leggera riduzione del deficit complessivo dei Paesi industrializzati dai 21,1 miliardi di dollari dell'anno scorso a 19,8 miliardi di dollari; secondo l'ufficio studi della Chemical Bank, la Germania occidentale dovrebbe restare l'unico tra questi Paesi ad avere ancora un ampio saldo positivo di 3,5 miliardi, gli Stati Uniti dovrebbero avere nuovamente, dopo l'eccezionale surplus di 11,75 miliardi nel '75, e il deficit di 1,25 miliardi nel '76, un deficit di 2,75 miliardi, mentre miglioramenti dovrebbero esserci per Francia, Italia e Regno Unito. Ma i dati resi pubblici ieri in Gran Bretagna sul gennaio 1977, che mostrano più che un raddoppio del deficit della Bilancia dei pagamenti rispetto al mese precedente (545 milioni di sterline, contro i 215 del dicembre 1976) ridimensionano quanto di ottimistico v'è in queste previsioni.
ITALI A GR BRETAGNA FRANCIA -4 7 GIAPPONE 8 1974 C 1975 1976 3,75 3,75