di fabbrica
Optalmeccanici milano piazza Umanitaria, 5
SOMMARIO
VERTENZA TERRITORIALE
— Comunicato sull'incontro del 25/9
— Nota consegnata all'Assolombarda
DOCUMENTO CGIL -CISL-UIL
PRESENTATO
ALLA CON F INDUSTR IA
DOCUMENTO CGIL-CISL-UIL
SULLE
PENSIONI
NOTA DELLA SEGRETERIA
NAZIONALE F.L.M.
SUL
"PIANO PANDOLFI"
Negativo e dilatorio atteggiamento dell'Assolombarda sulla vertenza territoriale.
Deciso il presidio davanti alla sede degli
industriali in Via Pantano nei giorni 4 - 5 -6 ottobre
Comunicato Stampa - 25 settembre '78
FLM Milano
Si è svolto nel pomeriggio di oggi, 25 settembre, un nuovo incontro fra la FLM milanese e l'Assolombarda in merito alla vertenza territoriale (occupazione, settori e comparti produttivi, mobilità interaziendale, occupazione giovanile lavoro precario e a domicilio, ambiente di lavoro, ecc.) al quale hanno partecipato la Federazione provinciale CGIL CISL UIL e le zone territoriali FLM.
La FLM ha illustrato i contenuti concreti dei singoli capitoli della nota consegnata all'Assolombarda, chieden-
do di entrare nel merito di ognuno di essi per individuaI re soluzioni positive.
L'Assolombarda, pur riservandosi di dare una risoci' sta nel prossimo incontro fissato per il 13 ottobre alle 9,30, ha mantenuto anche in questa occasione un atteg giamento dilatorio e negativo.
Pertanto viene data attuazione alle decisioni di lott del comitato esecutivo provinciale FLM del 12 settembr e si stabilisce di effettuare un presidio davanti all'Ass , lombarda nei giorni 4 - 5 - 6 ottobre, il cui calendario d iniziative sarà definito nella riunione dei consigli di fab' brica delle aziende in crisi e in lotta, il 27 settembre alle 9 presso la FLM in piazza Umanitaria.
Nota della F.L.M. provinciale di Milano consegnata in
MOBILITA INTERAZIENDALE
I lavoratori metalmeccanici, che a tutt'oggi non hanno trovato e non trovano nel medio periodo una collocazione all'interno dell'industria metalmeccanica milanese, nonostante le Vs. disponibilità formali e gli impegni previsti dagli accordi sottoscritti da Voi sulla mobilità, superano largamente le 1500 unità.
Tale quantità la si raggiunge sommando i lavoratori licenziati da fabbriche chiuse, fallite o che hanno espletato la procedura di richiesta di licenziamento (ACFA, ALPI, CREAS, PLODARI, ecc.) e i lavoratori che sono in attesa di un nuovo posto di lavoro a fronte degli accordi già sottoscritti anche da Voi (ex TLM, NUOVA FAEMA, LAGOMARSINO ecc.).
Esiste inoltre, ancora drammaticamente aperta, la situazione dei lavoratori dell'ex UNIDAL (oltre 1000) che ancora oggi attendono che sia data soluzione all'impegno a suo tempo assunto dall'A.I.L. al Ministero del Lavoro.
PIANI DI SETTORE E COMPARTI
Il confronto aperto nel Paese sul piani nazionali di settore richiede una sua articolazione specifica anche nella nostra provincia.
Le situazioni produttive ed occupazionali di alcuni comparti di settore necessitano di un esame più particolareggiato. L'esame di questi primi comparti di settore deve vedere una sua più esatta conoscenza delle prospettive produttive ed occupazionali in tutte le unità produttive Interessate.
I primi comparti di settore per i quali chiediamo incontri Immediati sono:
- motori elettrici
- trafilerie metalli non ferrosi
- accumulatori
- fonderie 2.a fusione
OCCUPAZIONE GIOVANILE
Il problema dell'occupazione a Milano è il tema ceri' trale della vertenza territoriale, che però non viene af frontato seriamente dall'A.I.L.
Infatti, da dati in nostro possesso risulta che in nume' rosi accordi da Voi sottoscritti non solo non viene dat°,, corso alle assunzioni nei tempi prefissati dagli accorgi stessi, ma anche il reintegro del turn over in numerose aziende Vostre associate non viene effettuato. Per quanto riguarda l'applicazione della legge sull'or cupazione giovanile 285, i giovani che sono entrati nelle aziende metalmeccaniche milanesi sono un numero a5' solutamente irrilevante rispetto agli accordi sottoscritti' Un confronto immediato su questo punto deve far tra' vare tempestiva applicazione agli accordi sindacali e 01' la legge dello Stato, nonché chiediamo che ci sia un irti' pegno aggiuntivo da parte Vostra per quanto riguarda problemi dell'occupazione giovanile poiché non ci po8" siamo certo accontentare solo delle buone intenzioni° delle dichiarazioni formali di buona volontà.
La F.L.M. milanese non può che denunciare aperte'i mente l'atteggiamento delle Vostre associate che è 9, scarso impegno verso questo grave problema sociale' mina la credibilità stessa delle relazioni sindacali.
AMBIENTE DI LAVORO
Su questo aspetto si tratta di dare puntuale applica" zione di quanto previsto all'articolo 27 del vigente CCNI'
a partire dalla definizione dell'elenco degli enti specializzati, per poi affidare alle R.S.A. la scelta dell'ente, come indicato dall'articolo 9 della legge 300 (Statuto dei Lavoratori).
Contemporaneamente, si possono definire un registro per dati ambientali e biostatistici e il libretto individuale sanitario e di rischio che permettano di realizzare la conoscenza e la registrazione di indagini di tipo interdisciplinare.
LAVORO A DOMICILIO
L'elenco delle aziende che si avvalgono del lavoro a domicilio, consegnatoci da Voi il luglio scorso, è certamente incompleto!
A tale proposito alleghiamo un primo elenco delle aziende associate all'A.I.L. di nostra conoscenza che si avvalgono di lavoranti a domicilio in modi diversi.
Pertanto si chiede: di conoscere la quantità e la tipologia del lavoro che viene decentrato con "lavoro a domicilio", il numero dei lavoratori interessati: per verificarne il rispetto delle norme e delle leggi vigenti. come l'A.I.L. intende affrontare tutte quelle realtà produttive (associate o non) che danno lavoro a domicilio fuori della legge.
AZIENDE ASSOCIATE ALL'A.I.L. PRESENTI
NEL VOSTRO ELENCO CHE NON RISULTANO
ISCRITTE PRESSO L'UFFICIO DEL LAVORO
PROVINCIALE
CONDOR - Via Palanzone 16 - Milano
AROS S.p.A. - Via Somalia 20 - Cormano
MOLHO - Via Trento 6 - Magenta
LACAVERA - Via Bertani 10 - Milano
e
ALLUMINIO MAUCERI - Strada Provinciale - Borghetto Lodigiano
TALON - Via Bellinzaghi - Milano
AZIENDE CHE SONO ISCRITTE PRESSO L'UFFICIO PROVINCIALE DEL LAVORO NON PRESENTI NEL VOSTRO ELENCO
UMBERTO TRANI GIACOMETTI -
Via Col di Lana 14 - Milano
- Via Imperia 37 - Milano
RI - RI - Via Bellinzaghi 3 - Milano
SAFNAT - Via Garofalo 31 - Milano
ZEUS - RAPIZZI - Via Tadini 13 - Parabiago
B.C. DI BERTELLI MICHELE - Via Magenta 38 - S. Giorgio Su Legnano
G.P.M. - Via Bariffioli 12 - Paderno Dugnano
LARGHI - Via Primo Villa 13 - Burago Molgora
MINILUX - Via Taranto 19 - Pozzuolo Martesana
O. LUCE - Via S. Eufemia 2 - Milano
MERONI SERRATURE - Via A. Diaz 21 - Nova Milanese
AZIENDE VOSTRE ASSOCIATE CHE NON SONO ISCRITTE PRESSO L'UFFICIO PROVINCIALE DEL LAVORO NÉ NELL'ELENCO PRESENTATOCI
ANTARES S.p.A. - Via F. Lovati 35 - Calò Brianza
GALAXI - Via Ciardi 5 - Milano
B.J.M. - Via Padre R. Giuliani 10 /A - Milano
E.S.I. - Via Arrighi 17 - Milano
LORIOLI - Via Verdi 54 - Cernusco Sul Naviglio
CREZAR - Via Milano 26 - Cassano D'Adda
MOLLIFICIO CIMA - Via Manzoni 75 - Roncello
PAGANI EMILIO - Via Brioschi 35 - Milano
BERNARDI SERGIO - Via B. Verro 17 - Milano
DOCUMENTO DELLA CGIL CISL UIL NAZIONALE PRESENTATO ALLA
CONFINDUSTRIA NELL'INCONTRO DEL 21 SETTEMBRE
Nuovo incontro fissato per il 9 ottobre
Schema di discussione
Di fronte alla gravità della crisi che il paese attraversa e alla necessità di attuare tempestivamente delle misure organiche di ripresa, la Federazione CGIL CISL UIL, ritiene essenziale sviluppare una maggiore capacità di confronto con le pupbliche istituzioni e le altre parti sociali al fine di individuare iniziative coerenti e di verificare in termini concreti le reciproche responsabilità di fronte ai drammatici problemi della situazione economica. La via del confronto è ritenuta la più idonea, specie nelle presenti condizioni del paese, a chiarire e sviluppare il contributo e il ruolo delle singole parti e quindi ad esaltare l'impegno di ricerca e di iniziative autonome evitando così ogni tendenza a riassorbire i termini, delle decisioni in un ambito centralizzato.
La Federazione CGIL CISL UIL annette una particolare importanza al chiarimento delle modalità del confronto che si apre con la controparte padronale ma ritiene
necessario evitare qualsiasi iniziativa che possa prefigurare una intesa bilaterale tesa o ad introdurre dei limiti agli organismi responsabili per la politica economica nazionale, oppure, d'altro canto, a prefigurare i termini di una trattativa che dovrebbe condizionare la autonomia contrattuale delle categorie in vista dei prossimi rinnovi contrattuali.
Il rispetto di queste condizioni sottointende l'esclusione di ogni intervento legislativo che voglia limitare l'autonomia delle parti sociali come di ogni ipotesi di centralizzazione dell'attività contrattuale a livello interconfederale. Va riconfermata la utilità di un confronto che allarghi l'ambito degli elenienti conoscitivi con cui si intende affrontare la crisi e che renda espliciti i termini dell'impegno padronale in occasione delle ravvicinate scadenze che attendono il mondo del lavoro.
1) Politica industriale programmata
La Federazione CGIL CISL UIL è impegnata ad affrontare la crisi del settore industriale nell'ambito della più
ampia crisi economica, sollecitando e contribuendo a definire le linee di un concreto ed efficace intervento programmatori° che risulti finalizzato agli obiettivi generali di difesa e allargamento della base occupazionale, di sviluppo del Mezzogiorno, di riequilibrio settoriale e territoriale. A tale riguardo la Federazione CGIL CISL UIL riconferma gli orientamenti espressi negli organismi direttivi che hanno nella piattaforma approvato nell'assemblea dell'EUR, il loro punto di riferimento fondamentale.
È necessario verificare con la Confindustria la disponibilità effettiva all'applicazione di un simile piano di intervento in modo che risulti definito in termini qualitativi e quantitativi, l'impegno che il padronato intende assumere per una politica di ripresa dell'economia.
2) Applicazione del programmi settorlall
Di fronte all'esigenza di riqualificare l'apparato produttivo italiano per disporre dl un meccanismo idoneo a cogliere le nuove convenienze economiche sia sul piano Interno sia sul piano internazionale, la Federazione CGIL CISL UIL ha dato un fattivo contributo alla costruzione di uno strumento in grado di favorire i processi di riconversione e ristrutturazione industriale.
Tale strumento si configura nella legge 675 che è entrata in una fase decisiva per la sua corretta attuazione cioè la fase In cui si verificano per attuarle, le ipotesi di programmazione da essa previste.
A questo riguardo le parti sociali hanno già espresso articolati pareri volti a costruire dei plani di intervento settoriali che risultino realmente fondati su un organico disegno program matorio. Tuttavia questo contributo non può non essere verificato oltre che nella sede istituzionale pubblica come è previsto dalla 675, anche in un approfondito confronto con la controparte padronale soprattutto per chiarire il tipo di rapporti che essa intende dare per un proficuo utilizzo dl questo strumento legislativo e di altri ad essi collegati.
A questo proposito occorre verificare: a) con riferimento, alle prossime decisioni del CIPI in ordine all'approvazione e all'avvio dei piani di settore, quali sono le disponibilità della Confindustria di fronte all'urgenza dei tempi alla necessità di un corretto (nell'applicazione delle procedure) e adeguato (nel rapporto tra piccole, medie e grandi imprese) utilizzo dei fondi, al raccordo con le iniziative delle imprese pubbliche e a PP.SS., ad una considerazione dei punti di crisi nell'ambito dell'intervento complessivo per ciascun settore, alle esigenze di riequilibrio territoriale con particolare riferimento al Mezzogiorno nel suo insieme e a precise situazioni comprensoriali. In quest'ultimo caso è indispensabile pervenire ad una verifica quantitativa degli interventi previsti in modo da fornire dei riferimenti certi al lavoratori e alle strutture impegnate in confronti specifici; b) la strategia complessiva della Confindustria in ordine alle scelte prioritarie.nell'insieme dei settori industriali per cui è previsto l'Intervento in base alle direttive del CIPI, considerando le diverse possibilità espansive dei settori stessi anche nella prospettiva di un raccordo organico tra gli interventi della 675 e quelli della legge 183. Inoltre nell'esigenza di un raccordo tra i settori produttivi nazionali e i corrispondenti a livello internazionale; c) gli impegni derivanti dall'uso del fondo IMI per la ricerca; d) le modalità previste dalla Confindustria nell'attuazione delle politiche settoriali con specifico riferimento ai rapporti con le proprie strutture periferiche con gli organismi pubblici a livello nazionale e regionale.
3) Politica industriale • Incremento dell'occupazione Di fronte alla necessità di recuperare al più presto i li-
velli di disoccupazione causati dalla crisi, dall'insicurez- D za del posto di lavoro, dall'emarginazione e la diffusione 9 del lavoro precario a domicilio, l'obiettivo della qualificazione del nostro apparato produttivo deve essere perseguito nel rispetto del duplice vincolo dell'allargamento e qualificazione della base occupazionale e della unificazione del mercato del lavoro.
A tale riguardo è necessario verificare: le previsioni che la Confindustria formula in ordine allo sviluppo dell'occupazione correlata al processo di riconversione;
le iniziative che la Confindustria intende attuare affinchè siano assicurati al Mezzogiorno i nuovi posti di lavoro.
In ordine al rapporto fra riconversione industriale e sviluppo dell'occupazione una verifica fondamentale deve essere compiuta sui problemi di carattere generale e particolare, che riguardano la mobilità della forza lavoro.
In modo specifico è necessario chiarire: la posizione generale della Confindustria e quindi gli impegni concreti in ordine ai processi della mobilità; la posizione della Confindustria in ordine agli orientamenti emersi nella Federazione piemontese sull'esperimento che il governo sta tentando di avviare in quella regione con la partecipazione delle parti sociali; la valutazione della Confindustria sugli orientamenti governativi, in merito al riordino complessivo delle strutture pubbliche di governo del mercato del lavoro. Inoltre in quale modo essa intende partecipare con le sue strutture per la creazione e il funzionamento degli osservatori regionali sul mercato del lavoro e più in generale per la definizione di una politica attiva del lavoro; con riferimento specifico alla 675 quali impegni si intendono assumere in ordine alle condizioni di vita dei lavoratori (assicurazioni, trasporti, assistenza, ecc.) e alle condizioni in cui si effettua e si qualifica la prestazione professionale (condizioni economiche e normative, qualificazione professionale).
Ulteriori verifiche devono essere compiute, sempre riguardo al problema occupazionale italiano in relazione ai problemi: del rapporto fra decentramento produttivo e lavoro a domicilio, dell'occupazione giovanile,delle festività.
Decentramento produttivo e lavoro a domicilio
E necessario chiarire le disponibilità della confindustria per iniziative che tendano alla ricomposizione del mercato del lavoro con un contributo reale dell'area del lavoro nero.
Quindi disponibilità a utilizzare rapporti di lavoro contrattati per riportare su! mercato del lavoro ufficiale le componenti più deboli della forza - lavoro come ad esempio i giovani impegnati in processi formativi. Infine è necessario verificare l'impegno concreto della Confindustria per una adeguata applicazione della legge sul lavoro a domicilio anche riguardo al problema della rivitalizzazione delle commissioni di controllo.
Occupazione giovanile
Occorre verificare la posizione della Confindustria sulle modifiche apportate alla 285, in particolare SU quelle che eliminano precedenti rigidità nell'uso dello forza - lavoro giovanile (chiamata nominativa, cicli formativi sul lavoro non retribuiti, contratti a tempo parziale e determinato per i giovani impegnati in processi forma' tivi). Inoltre occorre verificare gli impegni concreti sulle
Possibilità di impiego dei giovani soprattutto nel Mezzogiorno, le possibilità di sostenere iniziative finalizzate a creare occupazione aggiuntiva con l'impiego dei giovani In "centri di assistenza" tecnica, finanziaria, ecc. e consorzi di piccole e medie industrie. Infine deve essere chiarita la disponibilità della Confindustria ad impegnare sull'esempio dell'accordo Eni, alcuni grandi gruppi Per la realizzazione di un numero significativo di contratti di formazione che sbocchino in contratti a tempo indeterminato e in grado di assicurare ai giovani alti livelli dl Professionalità con relative qualifiche spendibili sul Mercato del lavoro e non solo all'interno del gruppo.
c) Festività
Nello spirito dell'accordo stipulato si riconferma la necessità di recuperare in termini diversi le festività soppresse. La lacuna determinata dal mancato rinnovo dell'accordo ha portato ad una serie di accordi categoriali e aziendali provocati dall'insistenza della Confindustria sulla pregiudiziale del non recupero. Occorre pertanto verificare la disponibilità della Confindustria a sciogliere questa pregiudiziale fermo restando che le modalità di godimento del tempo reso disponibile dovranno essere definite per via negoziale in occasione dei prossimi rinnovi.
DOCUMENTO DELLA CGIL CISL UIL
NAZIONALE DEL 18.9.78 SUI PROBLEMI
PENSIONISTICI E PREVIDENZIALI, ALLA VIGILIA DEL CONFRONTO COL MINISTERO DEL LAVORO
In occasione dell'imminente confronto con il Ministro del Lavoro sui problemi pensionistici e previdenziali la Federazione CGIL - CISL - UIL tiene a ribadire che le linee generali alle quali si ispira la sua azione tendono al Conseguimento di due obiettivi fondamentali: l'equilibrio economico - finanziario delle gestioni pensionistiche e Previdenziali, da attuarsi con equità, salvaguardando le Conquiste fondamentali dei lavoratori e rimuovendo situazioni di spreco e di privilegio; l'introduzione di eleMenti unificanti nel sistema pensionistico e previdenziale dei lavoratori dipendenti si da cominciare a correggere le distorsioni che il caotico sviluppo del sistema ha generato.
La posizione della Federazione unitaria sui vari temi Oggetto del confronto può essere così riassunta:
1 ) - Modificazioni tecniche al sistema di aggancio delle Pensioni
Il sindacato rinnova la sua decisa opposizione ad ogni Misura che metta in discussione i principi sui quali si fonda l'aggancio delle pensioni alla dinamica dei salari e a quella del costo vita e rinnova parimenti la sua disponibilità — fatto salvo tale principio — a rivedere e correggere le anomalie che sono presenti nell'attuale sistema di aggancio. Non vi è dubbio, ad esempio, che, in un sistema generalizzato a tutti i regimi pensionistici dei lavoratori dipendenti, l'indice di riferimento della dinamica salariale non può che essere quello della generalità dei lavoratori dipendenti. Così, le pensioni supplementari debbono ricevere aumenti che non devono però tradursi in una duplicazione di quelli già erogati per le pensioni Principali.
?) - Accertamento e riscossione unificata dei contributi
INPS - INAIL - SCAU - Enti di malattia
Per il sindacato, deve essere affidato all'INPS il compito di accertare e riscuotere i contributi dell'INPS, dell'INAIL, dello SCAU, dell'INAM e di tutti quegli enti di malattia, i cui lavoratori sono assicurati all'INPS per altre forme previdenziali. Per quanto attiene, in particolare, il contributo INAIL il sindàcato prospetta una operazione
in due tempi. La prima, da attuarsi immediatamente, dovrebbe portare ad una denuncia nominativa unica del lavoratori occupati, da effettuarsi dai datori di lavoro all'INPS. In questa prima fase, l'INPS riceverebbe le denunce nominative unificate e riscuoterebbe il contributo INAIL, ma non provvederebbe anche al suo accertamento che rimarrebbe provvisoriamente affidato all'INAIL. La seconda fase - da attuarsi attraverso un provvedimento delegato del governo dal 1° gennaio 1980dovrebbe trasformare la gestione INAIL dal sistema dl finanziamento "a capitalizzazione" a quello "a ripartizione"; articolare le aliquote contributive (una decina) sulla base del rischio medio di altrettanti settori produttivi e rendere così possibile l'attribuzione all'INPS anche dell'accertamento dei contributi INAIL.
Per I'ENPALS, il sindacato richiede non solo l'accertamento unificato dei contributi nell'INPS, ma anche il totale assorbimento dell'ente nell'INPS e la Istituzione in esso di una gestione speciale per i lavoratori dello spettacolo.
- iscrizione dei nuovi assunti all'INPS dal 1.1.1979
Il sindacato sostiene che dal 1.1.1979 I lavoratori dipendenti nuovi assunti siano iscritti ai fini pensionistici al Fondo pensioni lavoratori dipendenti dell'INPS a prescindere dal settore produttivo in cui opereranno. l contributi che, in tal modo, affluiranno all'INPS — detratta una quota da attribuirsi al predetto fondo pensioni lavoratori dipendenti per la copertura di oneri immediati ed un'altra quota da destinarsi ai regimi pensionistici diversi dall'INPS per consentire ad essi l'erogazione, anche nei confronti dei nuovi assunti, delle pensioni di privilegio per causa di servizio — dovranno formare un apposito fondo di garanzia al quale i regimi pensionistici dei lavoratori dipendenti diversi dall'INPS possano attingere al fine di realizzare il pareggio tra entrate e uscite, ma solo dopo avere ridotto le proprie disponibilità patrimoniali.
- Età pensionabile
Fermo restando il diritto di andare in pensione con 35
anni di contribuzione, a 55 anni (per le donne), a 60 anni (per gli uomini), il sindacato è orientato a concedere al lavoratore — che al compimento della predetta età non abbia raggiunto i 40 anni di assicurazione — la facoltà di continuare a lavorare fino al raggiungimento dei 40 anni di contribuzione e comunque non oltre il 65° anno di età. La norma dovrebbe valere indistintamente per tutti i lavoratori dipendenti, privati e pubblici, e non dovrebbero essere ammesse possibilità di pensionamento anticipato (per le categorie che attualmente ne usufruiscono dovrebbe essere prevista un'applicazione graduata della norma), se non per i lavoratori di particolari categorie (minatori, autoferrotranvieri, marittimi, ferrovieri, portuali) adibiti complessivamente per un certo numero di anni ad attività particolarmente usuranti. In ogni caso, il lavoratore per usufruire della pensione dovrebbe risolvere il rapporto di lavoro, in modo da liberare posti di lavoro.
- Cumulo pensione - retribuzione
La proposta sindacale prevede la assoluta incumulabilità tra pensione e retribuzione per le pensioni di anzianità (già esistente nel regime generale INPS); per quelle erogate in modo anticipato su richiesta del lavoratore (comprese quelle liquidate sulla base di norme per l'esodo agevolato); per quelle di invalidità istituite in caso di invalidità totale.
Negli altri casi, il cumulo pensione - retribuzione dovrebbe essere interamente ammesso se trattasi di pensioni al minimo vigente nel settòre INPS. Per quelle superiori a tale minimo, dovrebbe essere ammesso con il sistema vigente nell'INPS e comunque fino ad un massimo pari al doppio del trattamento minimo vigente nell'INPS. La regolamentazione del cumulo pensione - retribuzione dovrebbe valere indistintamente per tutti i regimi pensionistici.
- Cumulo tra più pensioni
La proposta sindacale prevede: - che la integrazione al minimo di una delle due pensioni sia concessa solo se la somma delle due pensioni risulti inferiore al trattamento minimo dell'INPS; - che, qualora la causa prevalente dell'invalidità sia la stessa, la pensione d'invalidità si cumuli solo parzialmente con la rendita d'infortunio; che, in caso di cumulo tra pensione diretta ed indiretta, sia acquisita la pensione d'importo più elevato, mentre l'altra si cumuli secondo le norme generali del cumulo pensione - retribuzione; - che quella parte dell'aggancio, costituita dalla quota in cifra fissa sia erogata su una sola pensione; che la pensione privilegiata per causa di servizio - da qualsiasi regime pensionistico erogatanon sia cumulabile con la rendita INAIL.
- Retribuzione pensionabile
La proposta sindacale è che, dalla retribuzione pensionabile, vadano escluse le indennità "una tantum", di missione, di rappresentanza, il contributo di alloggio, le diarie, sui quali peraltro va regolarmente versata la quota del contributo a carico del solo datore di lavoro.
Per il sindacato, vanno inoltre escluse le ore straordinarie eccedenti i limiti previsti contrattualmente e, in lo-
ro assenza, quelle eccedenti le 250 ore annue, fermo re stando il prelievo contributivo in atto del solo datore di lavoro su tutte le ore.
- Retribuzione massima pensionabile
La proposta sindacale è che il tetto massimo della re tribuzione media pensionabile — attualmente fissato per l'INPS in 12 milioni e 600 mila lire lorde annue — sia migliorato e indicizzato, ma esteso, con decorrenza imme diata, a tutti i regimi pensionistici.
- Periodi di malattia da considerarsi utili ai fini dei pensionamento
La richiesta sindacale è che la norma attuale, secondo la quale per gli operai assicurati all'INAM i periodi di malattia sono riconosciuti utili fino ad un massimo di 12 mesi in tutto l'arco assicurativo, sia modificata nel senso che i periodi di malattia — fermo restando tale principio per quelli verificatisi fino al 31 dicembre '78 — dovranno essere riconosciuti utili dal 1° gennaio 1979 indipendentemente dalla loro durata e semprechè regolarmente indennizzati.
- Condoni e pensioni sociali
La proposta sindacale tende a far si che, per coloro che beneficiano irregolarmente di pensione sociale o di integrazione al minimo, sia prevista la possibilità di autodenunciarsi. L'autodenuncia dovrebbe comportare condono delle sanzioni e il non recupero delle rate oregresse indebitamente percepite.
Inoltre qualora siano in vita entrambi i coniugi, il limite di reddito che dà diritto alla pensione sociale dovrebbe annualmente aumentare in modo tale da evitare che gli aumenti automatici della pensione INPS (per un coniuge) facciano perdere il diritto alla pensione sociale (per l'altro coniuge).
- Riequilibrio delle gestioni pensionistiche dei lavo' ratori autonomi
La Federazione unitaria ritiene che in tali settori gli attuali contributi debbano essere sostanzialmente aumentati. Per rendere tali aumenti sopportabili dalle categorie interessate, essi dovranno essere graduati nel tempo ma collocati in un piano di risanamento pluriennale non eccessivamente ampio allo scopo di rendere coerente alle pressanti esigenze del piano economico ogni operazione di rifinanziamento delle gestioni previdenziali. tra ipotesi prospettata per esigenze equitative è quelle di articolare le nuove contribuzioni in 8 - 10 fasce di reddito allo scopo di renderle aderenti alle reali e differenti capacità contributive delle singole imprese autonome. Per quanto attiene alla gestione pensionistica dei coltivatori diretti — che, con i suoi 2.569 miliardi di deficit previsti per l'esercizio 1979, si trova in una situazione drammatica — in aggiunta agli aumenti contributivi di cui sopra, la Federazione unitaria è disponibile per misure di solidarietà che devono però coinvolgere, non i soli lavoratori dipendenti, ma l'intera collettività nazionale quindi attraverso una provvisoria addizionale sul preli vo fiscale diretto.
Direttore responsabile: Walter Galbusera - Direttori: Donato Di Meo, Renato Luceti, Piergiorgio Tibani - Autori zazione del Tribunale di Milano n. 344 del 28 settembre 1971 - Spedizione in abbonamento postale - Gruppo 3° Stampa: Coop. "Il Guado" - 20020 Robecchetto con Induno (Milano) - Tel. 0331/881475.
NOTA DELLA SEGRETERIA NAZIONALE FLM SUL "PIANO PANDOLFI"
1) Una prima e preliminare osservazione di carattere generale sul documento Pandolfi è che esso pur presentandosi di volta in volta come "piano" o premessa di piano, è la riproposizione dl tesi economiche apertamente neo - liberiste, associata a una linea di politica del redditi.
Non a caso il documento Pandoifi è stato definito un piano di carattere finanziario, più che un vero e proprio programma di sviluppo economico. In effetti il Governo gioca su questa ambiguità. Non presentandosi come un vero piano economico, non si fa carico del problemi di sviluppo (il ruolo dei settori Industriali, dell'agricoltura, degli interventi territoriali, e cosi via). Ma, al tempo stesso, il documento non llmita il suo orizzonte alla politica finanziaria dello Stato, ma prescrive in dettaglio una politica dei redditi, fissa criteri per la produttività, indica Un modello di redistribuzione del reddito. É un'ambiguità che rende il Progetto da un lato sfuggente o assente sui grandi nodi della riconversione produttiva e delle riforme sociali necessarie per uscire in avanti dalla crisi; dall'altro, vincolante almeno per una parte sociale, i lavoratori, alla quale si applica la politica salariale e di taglio della spesa pub- blica.
li Governo si avvale di questa "ambiguità" per affermare che 11 progetto è aperto a tutti i contributi. Sembra in sostanza che tutte le previsioni, in cui il documento si articola siano ipotetiche e modificabili, fatte salva la logica di fondo che è appunto il contenimento dei salari e della spesa pubblica.
I punti essenziali del documento sono quattro: la politica di bilancio, il costo del lavoro, l'occupazione, le questioni monetarie collegate all'Europa.
2 - La questione della spesa pubblica il documento riconferma una linea di Interpretazione secondo la quale le cause fondamentali della crisi sono nel "dissesto" della finente pubblica e nella dinamica del costo del lavoro. SI ripropone così is tesi che era già stata al centro della ultima relazione della Banca d'Italia. Rimuovendo le cause più complesse della crisi (strutture produttive, squilibri settoriali e territoriali, mancate riforme, giungla nella distribuzione del reddito) e concentrandole artificiosamente su quest tue punti, il progetto compie un'operazione riduttiva non solo sul piano dell'analisi, ma precostituisce il fondamento delle sue proposte. Per quanto riguarda il capitolo della spesa pubblica due elementi sembrano i più rilevanti. li primo è che non si tratta solo di una politica di riduzione del disavanzo e di conversione della spesa pubblica da un Settore all'altro, quanto di un taglio della spesa in quanto tale. In altri termini, se il disavanzo si può ridurre sia Incrementando le entrate, sia riducendo la spesa, il progetto sceglie decisamente la seconda strada. La previsione sconta infatti la riduzione del prelievo tributario dal 33,3 Si 31,5 (proiezioni al 1981). Una volta posta questa premessa, risultano Praticamente escluse due linee di intervento sulle quali li movimento sindacale si batte da anni: una seria lotta all'evasione fiscale e l'allar-• Ramento della base imponibile ai redditi da capitale o a quelli di natura thmobiliare oggi non colpiti o tenuti, soprattutto I primi, al dl fuori della progressività. Si calcola che un impegno In questa direzione potrebbe donare a un maggior prelievo di almeno 6 - 7.000 miliardi; dei resto Stime recenti in materia di evasione, indicano il suo ammontare in una Cifra oscillante fra 110.000 e 115.000 miliardi, operata soprattutto dalle Categorie dei commercianti e dei professionisti, oltrechè dalla piccola, Media e grande imprenditorialità. Ma una reale Iniziativa del Governo tu questa strada, anche per l'aperta confessione dl impotenza a riconvenire e questo fine l'apparato burocratico dell'amministrazione finantiaria, è esclusa. L'aumento delle entrate dovrebbe invece realizzarsi, Secondo il "piano", Inasprendo le Imposte ormai sperimentate sulla base dei soggetti tradizionalmente colpiti e, per di più, agendo sull'Intero arco delle tariffe (servizi e trasporti, ad esempio) venendo di fatto cumulare sul medesimi anche questi, oltre agli effetti derivanti dall'approvazione di leggi che incidono sul potere d'acquisto come l'equo canone.
Gli interventi più consistenti per combattere II disavanzo riguardano perciò non le entrate ma la spesa e in particolar modo le prestazioni sociali e i trasferimenti agli enti locali. Il taglio proposto sulle pensioni 12.400 miliardi) e quello sulla sanità (1.500 miliardi) sono assolutamente sproporzionati rispetto alle possibilità concrete. Per le pensioni si va SI di là di ogni disponibilità menifestata dal sindacati.
Inoltre è sintomatico che non si indichi, ancora una volta, alcuna scadenza e non si indichi alcuna grandezza quantitativa sul necessari adeguamenti del concorso contributivo da parte dei commercianti, artigiani e coltivatori diretti alla gestione dell'INPS che, pure, si giudicario da tempo improcrastinabili. Questo privilegio è doppiamente iniquo perché è offerto a categorie che evadono largamente la pressione fiscale sulle persone fisiche oltre all'IVA. Per di più è noto che il Fondo Lavoratori Dipendenti dell'INPS non solo è in passivo ma si autoflnanSia non concorrendo perciò in alcun modo all'incremento del disavan-
zo della spesa pubblica. È probabile che il progetto sconti la irrealizzabilità dell'Intera manovra, ma al tempo stesso precostituisce un terreno di negoziato che serve a esercitare una continua pressione sul sindacati e le forze sociali interessate. (Dietro l'aridità delle cifre, si prospetta oltre al ticket sui medicinali già operante, quello sulle visite mediche e sulle degenze ospedaliere).
importante, rilevare d'altra parte che al contenimento della spesa previsto per 8.350 miliardi si fa corrispondere una promessa dl nuovi investimenti per soli 2.500 miliardi. In sostanza si fissa una politica dl bilancio che tende a correggere li disavanzo, non riequilibrando il prelievo, il cui ammontare rispetto al reddito nazionale è il più basso tra i paesi europei, e riconvertendo la spesa In direzione di una maggiore efficienza, ma semplicemente tagliandola a carico degli strati sociali più deboli (pensioni, sanità).
3 - La politica del salario
In questo capitolo il progetto è molto preciso e II vincolo che si pone è radicale. I salari reali non debbono aumentare nei prossimi tre anni. I salari nominali aumenteranno invece nella stessa misura del prezzi. Tutto il maggiore prodotto è attribuito al profitti. Dallo schema si possono desumere le seguenti indicazioni:
la quota di reddito spettante al lavoro dipendente sul prodotto nazionale scende di 6 - 7 punti;
il potere di acquisto del lavoratori si riduce progressivamente all'incirca di 2 punti all'anno per effetto del drenaggio fiscale. In pratica li salario lordo dovrebbe crescere in tre anni nella stessa misura dei prezzi (36%), ove si calcoli un saggio dl Inflazione annuo del 10,5% ma, al netto delle imposte, la busta paga crescerebbe dl almeno 8 punti in meno;
il contenimento retributivo riguarda sostanzialmente l'industria. L'obiettivo principale è infatti la riduzione del costo del lavoro per accrescere i margini dl competitività internazionale. Questo vincolo non esiste invece per le retribuzioni dei pubblici dipendenti e di altri settori e servizi non sottoposti al vincolo della competitività.
Prima di ogni altra considerazione, c'è da notare a questo proposito, che questo regime di blocco altererebbe tutto il sistema del prezzi relativi nell'economia italiana livellando artificiosamente gli effetti di possibili incrementi di produttività fra settore e settore, il che tra l'altro contraddirebbe la stessa filosofia del "plano" che affida al mercato poteri automatici di autoregolazione e di equilibrio fra salari e profitti, settore per settore.
In sostanza si configura da una parte una redistribuzione del reddito fra salari e profitti, dall'altra una redistribuzione del monte - salari che penalizza i lavoratori direttamente produttivi a vantaggio delle categorie sociali dl ceto medio.
Questo rovesciamento della tendenza in atto in Italia negli anni pas- sati, come in tutti i paesi industriali, è denso di riflessi sociali e politici. Da una parte la ricostituzione di una gerarchia sociale a favore dei ceti medi; dall'altra una ricomposizione di un blocco sociale moderato Intorno alla DC che si riserva di continuare ad amministrare con spregiudicatezza una grossa parte della spesa pubblica. Ciò rende evidente la strumentalità con cui si tende a drammatizzare oltre ogni misura la situazione della finanza pubblica senza peraltro affrontare I nodi strutturali. D'altra parte le cori-elezioni agitate nel recente passato fra inflazione e spesa pubblica e quest'ultima e regime del cambi si sono mostrate del tutto arbitrarie. Quel che appare è che si tenderebbe ad affidare ai partiti operai e soprattutto al sindacato II compito di gestire una riduzione secca del potere economico della classe operala e, quindi anche del suo status sociale.
4 - La doppia manovra della politica di bilancio e sul costo del lavoro non può essere valutata sotto un profilo dl pura fattlbilltò tecnica. In ogni caso, la riduzione della spesa pubblica e la riduzione dei salari reali indicano una linea di sostanziale contenimento dello sviluppo. L'ipotesi del 4% di crescita annuo del PIL nei prossimi tre anni appare infatti del tutto Infondata. Cosi come appare eccessiva la previsione di una crescita delle esportazioni del 6,5% all'anno. Sulla base della politica enunciata la previsione più attendibile è quella dl una crescita media del prodotto Interno fra li 2 e il 3 per cento. In questo contesto profitti che dovrebbero accumularsi presso le Imprese (una crescita del 50% a valori monetari costanti In tre anni) non possono essere dastinati a Investimenti per la semplice ragione che la base produttiva esistente è sufficiente a sostenere gli incrementi di produzione richiesti dal mercato.
Andrà avanti invece un processo dl intensa ristrutturazione tecnologica per consolidare più alti livelli di produttività e Per un Progressivo risparmio di forza lavoro. Non potendo restare inerti i forti incre— menti di profitto appaiono destinati a riprendere la strada delle attività speculative con la manovra delle scorte econ i trasferimenti di capitali
all'estero, non appena si ridurranno i differenziali tra tassi di interesse interni e Internazionali. Sintomatica è, su questo punto, l'assenza nel documento di qualsiasi indicazione relativa a possibili strumentazioni per controllare merci (In particolare il gioco delle scorte), e valute come premessa reale ad una politica dl stabilizzazione nella politica del cambio e di controllo - contenimento dell'inflazione.
In sostanza, l'Indeterminatezza del capitolo sull'occupazione non è un puro difetto tecnico del plano, ma il risvolto di una politica che esclude le condizioni per un Mando degli investimenti e dell'occupazione.
L'obiettivo dell'occupazione ha sempre avuto il posto d'onore in tutti I programmi, a partire dallo schema Vanoni per proseguire con i piani del centro - sinistra. Ma, oggi più che mal, esso si prospetta come un puro obiettivo di facciata. La linea di politica economica che presiede al piano è Invece antagonista rispetto all'obiettivo dell'occupazione e, In particoiar modo, dello sviluppo del Mezzogiorno.
5 - La politica monetaria
II più stretto collegamento dell'Italia alla economia europea, è Il vero obiettivo del plano. In termini concreti ii Governo italiano si è impegnato con l'accordo di Brema, sia pure non senza riserve e contraddizioni, a entrare nell'accordo monetario capeggiato dalla Germania. Tutto il dibattito sulla rivalutazione della lira è stato dominato da questo obiettivo. Il progetto del Governo non esclude la rivalutazione, nè opera una scelta precisa In questa direzione. L'opinione della Banca d'Italia che vi si riflette è che la manovra monetaria (rivalutazione o svalutazione preventiva) è relativamente secondaria al fini dell'Ingresso nel "serpente", mentre decisivo è l'allineamento del prezzi e più precisamente della dinamica del costo del lavoro per unità di prodotto.
Per ottenere questo obiettivo, il paese è spinto sul sentiero, (questo si, veramente "angusto") del sottosviluppo. Anche In questo caso la manovra economica ha precisi risvol" di stabilizzazione sociale e politica: la Germania deve diventare, n 'lente il vincolo monetario ed economico, garante di questa stabili,. azione.
6 - Contraddizione fra gli obiettivi
La conclusione che si prospetta è la seguente. Non è vero che il piano presenta un buono obiettivo (l'occupazione) solo perchè parla dl 5600.000 posti dl lavoro e strumenti insufficienti sul quali intervenire per migliorarli e adeguarli all'obiettivo. In realtà il piano presenta obiettivi fra loro contradditori: da un lato l'occupazione; dall'altro, la stabilizzazione In funzione dell'aggancio alla Germania. In questo senso il plano non è una scelta innovativa, in quanto la politica economica si sta muovendo esattamente In questa direzione: accumulo di riserve valutarie, sottosviluppo Interno, aumento della disoccupazione.
Dal punto di vista della strategia dell'autonomia sindacale, la logica del progetto comporta due conseguenze inaccettabili:
- la liquidazione di un effettivo potere contrattuale: una volta definito rigidamente il parametro degli incrementi salariali (la dinamica dei prezzi), basta una commissione tecnica per rinnovare I contratti nazionali. La contrattazione articolata diviene poi, nel fatti impraticabile nella misura in cui incide, quale che ne sia l'oggetto, sui costi del lavoro;
- l'occupazione e II Mezzogiorno che nella strategia sindacale, prima e dopo l'EUR sono obiettivi prioritari, svolgono nel progetto un ruolo residuale. Della strategia dell'EUR si assume la disponibilità alla moderazione salariale, ma respingendo quella politica di mutamento profondo delle strutture che li movimento sindacale ha posto In primo piano.
Perciò II plano stesso - proprio perchè si ispira a una logica di tipo neo - liberiate non si presta ad essere Integrato da una logica dl programmazione nell'uso delle risorse, secondo la principale rivendicazione del movimento sindacale: esso lascia, piuttosto intravedere la volontà politica del Governo di precostituire uno "scenario politico" all'interno del quale condizionare la dinamica sindacle, nell'Intero arco di vigenza del prossimi rinnovi contrattuali.
7 - Problemi dell'iniziativa sindacale
La critica e II rifiuto della logica del progetto governativo non esime Il movimento sindacale dall'affrontare con vigore e coerenza I principali problemi della politica economica. Con une differenza, tuttavia: Il punto dl riferimento del sindacato è una politica reale per l'occupazioneeil Mezzogiorno, la ricomposizione del mercato del lavoro, la difesa del potere contrattuale dei lavoratori.
Assumendo questa angolazione, appare necessaria una aggiornata messa a punto della linea sindacale In ordine a questioni specifiche, già richiamate nelle discussione del "Ciocco", e che appaiono sempre pIù IneludibIll
li rapporto fra programmi settoriali dell'Industria e Intervento pubblico attraverso la riforma e li riassetto delle PP.SS.: è possibile un processo di riconversione Industriale e dl riconversione della base produttiva al Sud senza una profonda riconversione dell'intervento pubblico, a partire dalle PP.SS.?
Poiché l'industria non è In grado, nella migliore delle ipotesi, di fornire un flusso adeguato dl domanda dl lavoro, come è possibile attivare nuova domanda dl lavoro qualificata nel settori del servizi sociali? La questione implica una ridefinizione della politica delle riforme, una maggiore capacità dl spesa pubblica, una riforma democratica della amministrazione con un nuovo apporto delle articola-
zioni democratiche di base.
Piani di spesa specifici a livello territoriale nel Mezzogiorno per "produrre" una massiccia domanda di lavoro nei settori dell'edilizia e delle infrastrutture produttive e sociali collegate all'industria, all'agricoltura, all'assetto del territorio, al risanamento urbano. Un piano di avviamento al lavoro di 300 - 400 mila giovani per attività di formazione (anche nell'industria) e di pubblica utilità con part - time e retribuzione proporzionali. Dal punto dl vista economico sarebbero sufficienti 1.000 miliardi — lo 0,50% del reddito nazionale — ma chi si assume questo compito dopo il fallimento delle Regioni e delle amministrazioni centrali rispetto alla "285" 1 cui fondi vanno a residui passivi?
Poichè — contrariamente alle affermazioni di Carli — in tutto il mondo cresce l'intervento dello Stato come garante, in ultima istanza, dl quell'occupazione che il settore privato non alimenta, è necessario affrontare dal lato delle entrate il disavanzo pubblico. SI ripropone la questione dell'evasione fiscale e dell'allargamento della base Imponibile e quindi dell'adozione di iniziative concrete.
Il piano Pandolfi prevede una inflazione ancora troppo alta (14% nel '79); ma invece di Intervenire "a monte", pretende di bloccare l salari. E necessario rilanciare una politica delle tariffe e del controllo dl alcuni prezzi base per frenare (basterebbe un periodo di 6 mesi - un anno) la dinamica dei prezzi da questo lato e quindi contenere la dinamica della contingenza, senza il permanente ricatto sulla scala mobile.
li piano Pandolfi o non dà risposte a queste questioni o le dà rovesciate rispetto all'Impostazione del movimento sindacale. Al sindacato spetta perciò non solo una riprecisazione degli obiettivi ma anche le definizione dei contenuti, dei tempi e dei modi dl precise iniziative ai vari livelli: contrattuali, di categoria, di territorio riproponendo con concretezza come centro della strategia sindacale le questioni dell'occupazione e del Mezzogiorno.
Roma 22.9.78
CONTRATTO
Il direttivo nazionale della FLM, riunito nei giorni 22 e 23 settembre per proseguire la discussione sul contratto, ha stabilito di convocare il Consiglio Generale nazionale per i giorni 9-10-11 ottobre a Roma per la definizione della bozza di piattaforma contrattuale.
1) I rannc abtter tra m to sii tonfrg alla Gover Dria p tolto thiart tifteno olteV*
14Ab' lo: at Possa Quale Una 4 llgau Inentc Skaso Kausi tnovir Pegna dente latita kale rtalità va ed Il p que c rare t tonfrc tindac dizion bile è sia co orli d della 411 dat tori. li dir Sono prima 110 di ttUncit nel quant i siano 'Oro r Non
Il documento della Federazione Cgil Cisl Uil sulla proposta Pandolfi
1) L'esigenza di varare entro l'anno un piano di sviluppo almeno di durata triennale era stata posta dal movimento sindacale, nel corso dei confronti che hanno portato alla formazione dell'attuale Governo, al centro della proPria proposta riformatrice. Accolto formalmente nelle dichiarazioni programmatiche, l'impegno aria elaborazione del Diano triennale è stato più velie sollecitato da parte della Federazione Unitaria convinta. della' necessità di detiNin un quadro di riferimento attendibile e quanto più Possibile rigoroso entro il quale collocare le scelte di tuta politica economica finalizzata ad obiettivi di risanaMento e di sviluppo. A quello nesso quadro, se ritenuto Plausibile e soddisfacente, il Movimento sindacale si è impegnato a riferirsi autonomaMente nelle sue scelte di politica rivendicativa e contrattuale per correlare queste a finalità di espansione produttiva ed occupazionale.
Il piano triennale era dunque concepito e deve diventare terreno fondamentale di confronti tra il movimento Sindacale e il Governo. La condizione perchè ciò sia possibile è che la sua intelaiatura Sia costruita su ipotesi crediorli di crescita complessiva della economia e sia basata tu dati e previsioni non aleatori. Altre condizioni, per co11 dire secondarie, si aggiungono a questa di carattere ?rimario. Almeno due meritau 0 di essere chiaramente enunciate: che siano definiti e, nel limite del ragionevole, quantificati gli obiettivi; che stano esplicitamente indicati tempi, modi e strumenti del °ro aggiungimento, Non a caso, al di là delle
pur evidenti ragioni di tempo, ]'esi genza della elaborazione del piano triennale si è posta in modo inderogabile nella fase di confronto col Governo sui piani di settore e sull'insieme della politica industriale anche per cogliere alibi nella politica di virtuale disimpegno della Confindustria. Appariva evidente, nella stesura dei piani di settore e nel varo di altri provvedimenti di politica economica, la tendenza del Governo a procedere — almeno sino ad oggi — secondo le tecniche e i modi tradizionali della politica congiunturale che sembra esigere, per poter essere realizzata, una sorta di ricercata disarticolazione dell'attività governativa. A questo proposito è utile ricordare che una delle principali critiche emerse dal recente Direttivo unitario riguardava proprio la crescente feudalizzazione del lavoro ministeriale.
Finalizzato all'obiettivo della piena occupazione, il piano triennale è concepito dal sindacato sia come correttivo di scelte meramente congiunturali sul piano della politica economica, sia come antidoto al tentativo di precostituire nei vari settori o nell'attuazione delle specifiche leggi di programmazione condizioni di effettivo .ostacolo ad una politica 'economica che si muova organicamente nel senso del risanamento e dello sviluppo.
Rispetto a questa impostazione, il documento Pandolfi contiene alcune premesse positive, non sorrette però da indicazioni altrettanto chiare per quanto concerne l'insieme dei processi reali che dovrebbero portare ad un riequilibrio e ad una ripresa della economia italiana nei prossimi tre anni. Nell'unico caso (la manovra per il 1979) in
cui si entra nel merito della manovra di politica economica in realtà si ripropone una politica di puro e semplice respiro congiunturale, di cui non è chiara la finalizzazione agli obiettivi generali di una politica di piano.
Il superamento della crisi economica attuale presuppone un disegno complessivo ed organico -di riforma della economia che il documento neppure affronta.
Per riassumere, attendono di essere definiti i seguenti, essenziali punti:
le reali scelte di politica industriale (il documento non ne parla, ma è evidente che esso sottintende gli orientamenti espressi dal ministero dell'Industria per i piani settoriali ed intersettoriali, orienta-menti non accettabili da parte del sindacato poicbè portano ad una riduzione della base produttiva ed:occupazionale e quindi sono in contrasto con gli obiettivi fissati, dal piano);
la natura e gli effetti della manovra sulla spesa pubblica (e quindi i modi concreti con i quali si intende qualificarla e redistribuirla e i programmi sui quali si intende poggiarla, tanto più che il- Governo propone di definire - le riduzioni già a partire dal primo gennaio 1979);
la reale fondatezza del dato di previsione dell'aumento della domanda estera e delle alternative che si propongono nell'ipotesi, non del tutto improbabile che essa sia nei fatti meno sostenuta di quel che ci si aspetta.
2) Un piano triennale deve rispettare due esigenze alle quali si riferisce il documento .del ministro del Tesoro: da
un lato la necessità di 'nivei.. tiro la tendenza attuale' degli investimenti produttivi alla stagnazione, che ha effetti sempre più gravi sui livelli complessivi dell'occupazione e sulla sua distribuzione nel territorio nazionale; e, dall'altro lato, la necessità di assumere precisi vincoli di ordine finanziario che una politica di programmazione degli investimenti e della crescita occupazionale dovrebbe rigorosamente ris tare, pena la ricaduta noli' tra ondata inflazionistica e stretta recessiva e Yulteriore degradazione del tessuto economico e sociale del Paese.
Questi vincoli si riconnettono a loro volta ad una serie di obiettivi tendenti al riequilibri° produttivo, tecnologico e finanziario del nostro Paese nei confronti delle altre economie europee che possono essere cosi riassunti:
„l la decisa riqualificazione al della nostra struttura produttiva verso produzioni a più alto contenuto di progresso tecnico o attraverso il consolidamento di quelle produzioni nelle quali già registriamo una nostra importante presenza;
hi da riduzione, programma", ta nel tempo, del deficit, oggi crescente del «settore pubblico allargato», contenendo prevalentemente la spesa corrente, eliminando gli sprechi e sottoponendo ad un più attento controllo la crescita delle spese di trasferimento alle famiglie;
dall'altro Iato, e sempre allo scopo di contenere e di ridurre il tasso di inflazione e di scongiurare un nuovi) deterioramento della nostra bilancia commerciale, l'esigenza che la contrattazione collet-
tiva contenga la crescita del costo del lavoro nei prossimi anni, ferma restando la salvaguardia del potere di acquisto delle retribuzioni e dell'azione perequativa del sindacato, coordinandola, nella misura del possibile, con la dinamica in atto in altri Paesi dell'Europa comunitaria.
Formuliamo questo obiettivo in questi termini anche perchè il documento del ministro del Tesoro non manca di oscurità e anche di contraddizioni, almeno per quanto attiene ai parametri di riferimento: il costo di lavoro per unità di prodotto e il « costo di lavoro per ora lavorata » sono due criteri di apprezzamento della crescita dei redditi da lavoro qualitativamente diversi e con implicazioni operative assai divergenti. Sembra in ogni caso possibile interpretare l'obiettivo di una crescita del costo del lavoro coerente con il vincolo di ricondurre il tasso di inflazione a livelli europei e di consentire un rilancio degli investimenti — ed è in ogni caso .questa la valutazione del sindacato — come un obiettivo di politica economica il quale. nella piena salvaguardia della autonomia contrattuale delle parti sociali, dovrebbe tradursi in uni diversa utilizzazione delle risorse derivanti da un incremento della produttività, destinando una parte di queste risorse ad una necessaria azione perequativa e di rivalutazione dei livelli di professionalità all'interno del lavoro dipendente in Italia ed un'altra parte, di molto maggior rilievo rispetto al recente passato, allo sviluppo di investimenti produttivi, garantendo al .tempo stesso, attraverso strumenti di politica economica, che non sono però in alcun modo indicati nel documento del ministro del Tesoro, che questi margini offerti dall'aumento della produttività alla ripresa degli investimenti si traducano in investimenti effettivi creatori di occupazione relativamente certi nella loro quantità e nelle loro destinazioni settoriali e territoriali. perseguimento di questi obiettivi dovrebbe consentire la riqualificazione della collocazione internazionale della nostra economia e contenere e avvicinare gradualmente il tasso di inflazione italiano al tasso medio di variazione dei prezzi e di fluttuazione delle monete degli altri Paesi dell'area comunitaria, anche al fine di pervenire ad una intensificazione dell'interscambio e dei processi di integrazione economica all'interno ddla Cee.
Su simili esigenze e sui vincoli che esse comportano, così come essi sono stati intesi e precisati dalla federazione sindacale unitaria, il movimento sindacale italiano non può che confermare il suo impegno. Le une e gli altri concorrono, infatti, a spiegare l'inderogabile necessità di una programmazione dello sviluppo economico del Paese, della distribuzione e della utilizzazione delle risorse, di fronte ai guasti già provocati dalla crescita incontrollata (e perversa nelle sue destinazioni) della spesa pubblica, alla sua cre-
scente Improduttività e di fronte ai risultati profondamente squilibrati e squilibranti prodotti dalla cosiddetta spontaneità del sistema delle imprese, dalle scelte che questo ha effettuato nel campo degli investimenti.
La definizione di un piano triennale di sviluppo, nell'ambito del quale e a partire dal quale un programma rigoroso di risanamento del settore pubblico allargato e del bilancio dello Stato può essere definito a divenire così uno degli strumenti più qualificanti di realizzazione di precisi obiettivi qualitativi e quantitativi di risanamento della economia nazionale nelle sue componenti reali, costituisce quindi una scelta politica ine'udibile nella quale e sulla quale il movimento sindacale italiano intende impegnarsi o cimentarsi fino in fondo.
Ed è per questa motivazione essenziale che esso assume il documento del ministro del Tesoro come l'occasione per avviare un primo confronto. sui contenuti sostanziali di una politica di programmazione dello sviluppo della produzione e dell'occupazione e delle necessarie riforme politiche e amministrative che questa politica comporta.
Ma questa politica e queste riforme restano ancora, stando al documento del ministro del Tesoro, tutte da definire, almeno nelle loro implicazioni politiche di maggior rilievo. Per questi motivi la Federazione sindacale unitaria non intende confondere il documento del ministro del Tesoro con lo schema, sia pure generale, di un piano triennale di sviluppo. Essa deve però subito esprimere le sue perplessità sulla natura dl questo documento che, in alcune sue parti e con generici accenni, sembra volere in qualche modo prefigurare le linee di un piano di sviluppo che non sarebbero come tale nè credibili nè condivisibili.
Nel documento presentato dal ministro del Tesoro, infatti, un solo capitolo « operativo » di un possibile schema' di programmazione triennale, è stato l'oggetto di una analisi dettagliata o di proposte (per quanto limitate al solo 1979 e tuttora indefinite nelle loro implicazioni più « disaggregate »): il risanamento del settore pubblico allargato, soprattutto per quanto attiene .ad alcuni suoi comparii.
Ma l'assenza di una analisi, sia pure stringata ma rigorosa, delle cause strutturali della crisi (che non risiedono soltanto nella dimensione quantitativa del disavanzo pubblico e nella crescita quantitativa del costo del lavoro, tanto più se si isolano queste due componenti dagli altri fattori che hanno còndizionatò la cregita della nostra economia ip questi anni) finisce, a nostro avviso, proprio perché non approda alle indicazioni di terapie convincenti per la modificazione dell'attuale distribuzione e utilizzazione delle risorse reali, con il limitare di molto la stessa portata di questo sforzo e la possibilità di tradurlo (rimanendo a sè stante) in impegni immediata-
mente operativi, che siano coerenti con le « premesse » e vincoli ricordati dal sindacato. Infatti, per quanto riguarda la dinamica del costo del lavoro (particolarmente nell'industria) una maggiore memoria una maggiore attenzione alla natura complessa del fenomeno avrebbero permesso di accertare da un lato che la spirale inflazionistica è stata innestata sin dall'estate-autunno del 1969, da una spregiudicata manovra delle imprese volta a recuperare anticipatamente i supposti incrementi di costo, ed ha trovato una sua successiva impennata con la svalutazione del 1973 e con la redistribuzione del reddito a vantaggio delle imprese che l'accompagnò senza apprezzabili effetti in termini di investimenti intensivi e di occupadone, e, dall'altro lato, la rilevanza delle sperequazioni e delle contraddizioni indotte sul costo del lavoro dal peso crescente di oneri impropri derivanti dalle degenerazioni assistenzialistiche del sistema che rendono tanto più urgente prioritaria una riforma di questa struttura diversamente da quanto non traspaia dai pochi e fugaci accenni contenuti nel documento Pandolfi.
Per quanto riguarda lo stesso fenomeno del disavanzo del settore pubblico allargato del quale è stata giustamente sou tolineata la gravità, sarebbi stato di indubbia utilità (ars, che ai fini di definire terapiel adeguate allo scopo e coereni ti con gli obiettivi generai)( proclamati) il mettere m luce l'entità degli sprechi derivanti dalla mancata riforma della pubblica amministrazione e dalla sopravvivenza di enti e di organismi ritenuti non più funzionali ad una moderna organizzaziohe dello Statoe,dalj'altro lato, anche ricorrendo ad opportuni confronti internazionali, l'incidenza effettiva del prelievo tributario del finanziamento della spesa pubblica e la composizione di questo prelievo fiscale e parafiscale' (tanto per quanto riguarda la contribuzione delle diverse categorie di lavoratori e di operatori al finanzia.. mento del sistema di sicurezza sociale; quanto per quanto riguarda i rapporti fra imposizione diretta e imposizione indiretta e fra l'accentramento nel prelievo da parte dell'amministrazione centrale e I margini lasciati alla autonomia impositiva degli enti locali).
Ma si omette soprattutto di segnalare, fra i « fattori di instabilità strutturale » della nostra economia:
a) la mancata riconversione dell'apparato industriale, anche nei suoi effetti sul tasso medio di produttività e sulla composizione qualitativa della nostra bilancia commerciale; la fragilità finanziaria -della struttura industriale e il ruolo sempre più sostitutivo o integrativo (ma non propulsivo) svolto dall'industria a Parta cipazione Statale e in genere dal capitale pubblico (istituti di medio credito) nelo sviluppo industriale del Paese, anche in ragione del loro attuale assetto istituzionale e dei ro rapporti con i centri di decisione della politica economi-
ca dello Stato); la mancata riorganizzai zione e trasformazione di sei tori ancora fortemente arretro , ti come l'agricoltura e fedi» zia, con le sue implicazioni nta _ gative sia sulla crisi dela bi lancia alimentare del Paese se sulla graduale paralisi del sea tore delle costruzioni (edili zia e opere pubbliche), sia. conseguenza, sulla possibititi di utilizzare con maggiore dei tilità quest'ultimo settore ce une leva essenziale della polita ca economica detto Stato e delle collettività locali; il peso crescente dei set' tori dell'intermediazione nella distribuzione delle risorse na' zionali, forti, in alcuni casi del loro potere di monopolio (credito e assicurazione) Cl n l: la determinazione di pre.lieil onerosi sul processo produt; tivo e sulla accumulazione ai redditi da destinare ad invia stimenti;
l'incidenza sempre PO rilevante nel mercato del lo: voro e in alcune attività dt ó produzione e di servizio delle me di occupazione occulte e precarie, le quali, oltre ad inhciare nella sostanza i dati accertabili sulla produzione di reddito reale, sulla dinanla ca effettiva del costo del la' toro e della occupazione, porr gono alle forze di Governo or trechè alle forze sociali il pro' blema di ricondurre questi economia "decentrata" nelle regole della economia di meo caco ed entro le leggi dello Stato, superando e contro: stando le sue manifestazioni più degenerative e dando una nuova tutela e regolamenta' zione alle prestazioni lavorati ve parziali o a domicilio che vengono svolte in tutta una 1'5 area della economia italiane di 5) La Federazione sindaca' si • i, le unitaria osserva come I, d senza di questa analisi sulle. o cause strutturali della crisi n economica italiana con le 10' er ro implicazioni di ordine so nc ciale e di ordine finanziarie, lo si traduca, come era preved!' bile, nell'assenza di scelte or da gnificative in ordine alla qui' ra lità degli obiettivi (in tenni* Zii ni di investimenti di prod'' tu zione, di esportazioni, di 00._ di cupazone) da conseguire netio de economia presa nel suo inno cif me e nei suoi singoli compor` zie ti settoriali e territoriali l Dr Mezzogiorno), nel silenzio str , oh gli strumenti (tanto quelli Or Dr stenti che quelli da creare) e ca sulle riforme che si rendonfl: co necessarie per l'attuazione ali de quelle scelte politiche. Tutte sì, ciò finisce con il rendere li vi stessa parte del documento dedicata al risanamento st nanziario del settore pubi* eo co allargato fortemente ira' t e , degusta.Ossia, ambigua nel de le implicazioni sociali e pena' e tiche di certi suoi orienta' i nt u menti di massima e con star' stil se probabilità di divenire o pri perativa, anche perchè, al suo stesso interno, alcune scelta D;,) politiche di fondo appaiono de accantonate e rinviate e, lu'di alcuni casi, escluse. l'E
Per magspiore chiarezza. Par`cif liamo di "ambiguità" percbè ve: in carenza di scelte politichedi impegnative, sul terreno del- svi la programmazione (e delle val riforme che questa progranir ecc mazione rende necessarie), atroce
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te a rimuovere le cause strutturali della crisi economica e sociale del Paese e a far uscire il Paese dalla crisi in condizioni sostanzialmente diverse da come ci è entrato, le terapie annunciate dal ,dociimento del ministro del Tesoro potranno essere tutt'al più atte ad evitare il. "sussulto" nei già dissestati equilibri finanziari del Paese ma non "il declino lungo il, quale la nostra economia tende a proseguire". Perdurando tali carenze, che non sono ovviamente di ordine "tecnico", il documento sottoposto al nostro esame assume quindi, oggettivamente, il carattere di un Plano di stabilizzazione finanziaria (di cui non contestiamo l'esigenza e l'urgenza) il cui onde è destinato a ricadere, in vari modi, sul lavoro dipendente, sulla disoccupazione e sul lavoro precario, mentre Perdono ogni credibilità politica (e non solo la garanzia "tecnica" del loro conseguimento) alcuni degli 'obiettiviPrevisioni che sono stati enunciati. L'aumento così rilevante delle esportazioni a fronte di previsioni più modeste nella crescita del commercio mondiale: l'aumento del reddito medio annuo prodotto in Italia in termini reali; la crescita dei livelli di occupazione (ammesso che le 500 0 le 600 mila unità da occupare siano tutte in eccedenza al normale "turn-over"). Infatti:
A) l'obiettivo di trfi incremento delle nostre esportazioni con un tasso di crescita medio 'del 6,5 % all'anno assume in questo contesto solo il valore di una dichiarazione di intenzione da parte del Governo, quella di privilegiare al di là dei suoi risultati e dei suoi effetti sui livelli complessivi di occupazione, il "modello" di uno sviluppo intern0 trainato dalla esportazione. Ma l'obiettivo del 6,5 % di crescita annuo, in se stesso, ,non appare credibile, non solo per le molte ragioni espresse da altre parti e fondate sulle tendenze più generali del commercio internazionale, ma anche e soprattutto perchè non fondato su di una analisi disaggregata della nostra bilancia commerciale e delle nostre esportazioni e perchè esso sembra
Prescindere del tutto dallo obiettivo più ppropriamente est Programmane° della riqualifieazione della nostra bilancia 3n., con, • • i di ..,meicia e o, se si vuole, „ uell arresto del suo lento ma Itt i:sicuro degrado dal Punto di vista qualitativo. nto
fr La scelta di riqualificare le bli strutture dei nostri scambi liti. Co nu n l'estero, accrescere il conteto tecnologico e di valore ne} „d i delle nostre esportazioni, ri'"' durre l'entità di alcune nostre 1"innaturali dipendenze dall'estero (come nel campo delle suo Produzioni agricole-ahmentari
Atd 0 Per un altro verso, nel cam- PO della ricerca apicata e 5191 » know-how »), l'o pl biettivo di rimanere « agganciati all'Europa » comporta la partecipazione impegnata del Goclio vento italiano alla definizione diedi una strategia europea di del-sviluppo economico che sal- elle vaguardi la possibilità delle gweconomie più deboli di accre- at-scere Itzro ruolo e II: lorò
peso nella determinakione di una nuova diVisione internazionale del lavoro. Ma essa comporta anche la volontà politica di sciogliere in via preliminare i nodi della riconversione produttiva nell'industria, nell'agricoltura e nei servizi. Una scelta di siffatta natura comporta, infatti in primo luogo, la necessità di ricomprendere nel programma la gestione coerente dei piani settoriali previsti dalla legge 675 o di quelli finanziati con la legge del Quadrifoglio. Su questi aspetti è in atto e dovrà essere ulteriormente approfondito il confronto tra governo e sindacati, che hanno espresso dettagliate valutazioni critiche, in modo particolare sull'impostazione e sulle scelte di politiche industriali prospettate nei piani di settore. Ma una scelta di questa rilevanza comporta anche l'adozione di altre misure nella programmazione industdale e nella programmazione agricola (dal piano agricolo-alimentare al piano dei trasporti, alla programmazione organica della domanda pubblica nell'energia e nelle telecomunicazioni, nelle opere pubbliche e nell'edilizia popolare); l'adozione di iniziative politiche e amministrative volte a ricollegare organicamente il sostegno finanziario delle imprese con i programmi più generali di riconversione produttiva e di dislocazione nel Mezzogiorno dei nuovi investimenti e dei nuovi posti di lavoro; l'adozione, infine, di misure di « programmazione orizzontale » che consentano, in campi fondamentali come la ricerca applicata, la diffusione di nuove forme di organizzazione del lavoro, l'utilizzo razionale e il risparmio dei prodotti energetici, di guidare l'insieme dell'economia del Paese e di sostenerla nel processo di riadattamento che si intende promuovere. In carenza di indicazioni su scelte di queste dimensioni e sulle riforme istituzionali che alcune di queste comportano. (si pensi al riassetto degli enti di gestione a Partecipazione Statale e non solo alla creazione, ancora rinviata, dell'ente di gestione agricolo-alimentare) la correlazione, affermata nel documento del ministro del Tesoro, fra una crescita del 6,5 % delle esportazioni nel triennio e la creazione di 600 mila posti di lavoro « prioritariamente e prevalentemente nel Mezzogiorno » non appare ancorata ad alcun punto di riferimento attendibile.
B) Osservazioni analoghe non possono essere sottaciute per quanto riguarda la crescita dei livelli di occupazione, e non solo per una sommaria contestazione della loro approssimazione _ quantitativa.
Non si tratta, infatti, soltanto di valutare, il che non è allo stato attuale delle cose possibile, quale è la quota di questa occupazione che è, in qualche modo, imputabile agli investimenti pubblici previsti, almeno per il 1979 (13.350 miliardi), anche tenendo conti dello scarto crescente — sino ad ora registrato tra stanziamenti per investimenti e spesa effettiva — in un arco di tempo dato e del fatto che, almeno per una parte, l'au-
mento degli investimenti pubblici coincide • con l'esigenza di rivalutare fondi già stanziati per fare fronte alla revisione dei prezzi. Ma si tratta anche e soprattutto di comprendere quale sarebbe la distribuzione di questa nuova occupazione tra occupazione temporanea e occupazione permanente, tra occupazione sostitutiva e nuova occupazione, e quale, di conseguenza, la sua prevedibile (e perseguita) distribuzione settoriale e territoriale. Si tratta di potere, quindi, apprezzare con quali strumenti di politica economica e del lavoro (quelli esistenti o altri ancora?) si intenda garantire, al di là del possibile orientamento degli investimenti pubblici, che la massa degli. investimenti (« indotti » dalla crescita delle esportazioni) si ripartisca in determinati settori e confluisca « prioritariamente e prevalentemente » nel Mezzogiorno.
Si tratta, infine, di poter comprendere a quali tassi di crescita della produttività, media e di comparto, questa nuova occupazione dovrà corrispondere e quali strumenti, ancora una volta, un piano triennale dovrebbe adottare per garantire, almeno in linea di massima, il conseguimento di questa « previsione-obiettivo» la cui rilevanza è assolutamente determinante.
Una crescita della produttività del sistema e dei suoi comparti destinati ad essere trainanti non può davvero rimanere affidata a sommarie esortazioni alla mobilità interna ed esterna del lavoro, ma dipende in misura certamente prevalente: da un lato dalla diffusione della ricerca applicata o di nuove tecnologie e dalla promozione (come obiettivo di politica economica nazionale) di nuove forme di organizzazione del lavoro, di nuove forme di valorizzazione della capacità produttiva esistente e in via di creazione, di nuove forme di organizzazione dei servizi nel tempo e nello spazio, di nuove forme di distribuzione e di riduzione degli orari, direttamente correlati ad un aumento dell'occupazione, ad un'a modifica dei turni di lavoro e ad una più elevata utilizzazione degli impianti; e, dalll'altro lato, dalla messa in atto, attraverso strumenti pubblici effettivamente coordinati fra loro e con l'iniziativa delle parti sociali, di una politica attiva del lavoro, fondata sulla riforma del collocamento, la programmazione della formazione professionale e della riqualificazione, la gestione della mobilità e la promozione di forme di occupazione straordinaria collegata a processi di formazione.
Mancando queste scelte che, a nostro avviso, sono pregiudiziali per poter conseguire nel tempo una cxescita dei livelli di occupazione, una loro dislocazione nei settori più dinamici che una politica di conversione dovrebbe assumere come punti di riferimento, una loro prioritaria concentrazione nel Mezzogiorno, la somma degli obiettivi macroeconomici (occupazione, esportazione, crescita del reddito
medio, tasso di inflazione) t he si è voluto accoppiare alle misure di risanamento finanziario per il settore pubblico allargati), non servono ancora a qualificare queste ultime, mentre lasciano la preoccupante impressione che dal punto di vista della programmazione dello sviluppo e della utilizzazione delle risorse reali, il documento proposto dal ministro dei Tesoro assuma, di fatto, come ipotesi preliminare la messa in atto di una politica economica Volta a riattivare il meccanismo di accumulazione colpito dalla crisi, senza proporsi di introdurvi modificazioni sostanziali, scontando di conseguenza sia l'accentuazione degli aspetti di degrado che esso ha già manifestato in questi anni, sia la necessità di puntellare questo degrado con la manovra dell'assistenza, fi che solleva nuovi interrogativi anche in ordine al riggre effettivo e all'equità delle misure di risanamento finanziario che si intendono adottare.
6) Abbiamo espresso, infatti, il nostro-dubbio anche sulla effettiva congruità e sulla stessa operatività delle misure preposte per il riganamento finanziario del settore pubblico allargato. Malgrado la serietà che ispirano l'analisi di alcune tra le contraddizioni insostenibili che concorrono al dissesto e alla ingovernabilità della finanza pubblica italiana, anche se quelle indicate non sono le sole, le terapie ipotizzate lasciano ancora aperti molti interrogativi quanto alla loro effettiva messa in atto e al significato politico e sociale che esse assumerebbero qualora fossero realizzate.
Ci si trova, prima di tutto, di fronte a grandi aggregati, sufficientemente attendibili per il 1979 (almeno come previsioni di spesa e di entrata) mentre per gli anni successivi si permane, probabilmente, nel campo delle mere estrapolazioni. Questi grandi aggregati non consentono di comprendere, al di là di una distinzione, spesso impropria (come ha sottolineato, in altre occasioni, io stesso Ministro del Tesoro) fra spesa corrente e spese di investimenti, quali tra queste spese verranno decurtate e quali non e con quali criteri. Non è dato comprendere, di conseguenza, in quale misura l'obiettivo del riassetto finanziario si colleghi con quello del risanamento: a cominciare dai criteri che debbono presiedere alla contrattazione collettiva delle retribuzioni dei pubblici dipendenti, per andare ai problemi più delicati della riforma della pubblica amministrazione; alla soppressione effettiva degli « Enti inutili », alla gestione, con i sindacati, della mobilità nel pubblico impiego, alla rigorosa applicazione delle misure di decentramento amministrativo (senza la creazione di nuovi pioni e di nuove interferenze), che discendono dalla legge per d'attivazioni rii ot 4 gionaitg.
Le-perpleeliti del iLoallaid> to sindacale si fanno ancora più serie di fronte alla indi-
cazione di traguardi « globali » di risanamento del sistema pensionistico e del sistema di assistenza sanitaria, quale deriverà dalla riforma in corso di approvazione. Il documento non si pronuncia sulle indicazioni fornite dalla Federazione unitaria per il risanamento del fondo pensioni dei lavoratori dipendenti. Queste si fondano, come è noto al Governo, sulla pregiudiziale salvaguardia del rapporto fra Pensione e salario stabilito dalla riforma pur con tutti gli adeguamenti necessari al raggiungimento del pareggio. Il documento del Governo, invece, lascia aperta l'ipotesi inaccettabile, di un congelamento delle pensioni o di un loro adeguamento convenzionale, che annullerebbe in buona sostanza la riforma stessa, esso lascia intravvedere un meccanismo di riadeguamento dei fondi pensioni per altre categorie di prestatori d'opera e di operatori che tende a salvaguardare,'ancora, e comunque per un tempo successivo privilegi che non sono assolutamente compatibili con l'esigenza di un risanamento effettivo, e non improntato a criteri vessatori verso le categorie più deboli, del sistema di sicurezza sociale. Se non vengono sciolti questi nodi politici lo stesso piano di riassetto finanziario presentato rischia di finire nella paralisi o di tradursi in un fattore di redistribuzione perversa delle risorse. La indicazione di una riduzione della spesa sanitaria di 1.500 miliardi non si comprende co'me possa realizzarsi nel rispetto del diritto alle prestazioni da parte dei lavoratori che contribuiscono in modo rilevante al pagamento del sistema. quando non sono stati ipotizzati sia nel programma che nella legge di riforma in discussione al Parlamento interventi attinenti al governo della spesa ospedaliera e del servizio sanitario ed alla integrazione delle sunti u re sanitarie come dimostrano recenti intese con alcuni operatori sanitari.
Analoghe perplessità e analoghe conclusioni discendono infine dalla valutazione del riferimenti, insufficienti, relativa alla politica dell'entrata e in particolare alla politica fiscale o parafiscale. Permanendo le indeterminatezze sulla « direzione » nella quale intende muovere la politica del prelievo e sopravvenendo singolari 'dimenticanze (come la ricostruzione di una limitata autonomia impositiva ai comuni, l'adozione di nuovi criteri anche induttivi di accertamento dei redditi per determinare categorie di contribuenti e soprattutto l'unificazione a livello di territorio dei diversi uffici tributari, per consentire un accertamento capillare e « incrociato » sul redditi e sui giri d'affari dei contribuenti) si ricava il giudizio che è assente dal programma illustrato dal documento del Ministro del Tesoro una scelta politica chiara volta al mutamento sostanziale della composizione, della struttura del prelievo tributario e ad una riduzione programmata del tasso di evasione. Da qui il dubbio sul-
la congruità di questa politica del prelievo a sostenere adeguatamente l'ambizioso disegno di ridurre senza giungere a drastiche iniquità, il fabbisogno prevedibile del settore pubblico allargato di ben 49 mila miliardi in tre anni.
In tale contesto i riferimenti al costo del lavoro e alla sua dinamica auspicabile, se associati alle carenze di scelta politica che abbiamo rilevato anche in ordine ai criteri di contenimento del disavanzo del settore pubblico allargato, presentano un'ambivalenza elle dovrà essere chiarita.
8) La Federazione sindacale concludendo le sue osservazioni intende attirare l'attenzione del Governo sui seguenti punti:
A) L'opinione che sembrava convergente fra Governo e sindacato che bisogna giungere a prestabilire le condizioni di equilibrio reale, nel Paese, fra la capacità di formare risorse l'impiego «reale» delle stesse, non è confortata dal solo ragionamento finanziario contenuto nel documento del ministro del Tesoro, anche se esso rappresenta un tentativo di porre i problemi dell'equilibrio prettamente finanziario in termini più espliciti di quanto mai era stato fatto in precedenza. E di ciò la Federazione deve dare atto.
Occorre quindi procedere nel confronto per poter giungere, in tempi rapidi, alla elaborazione di un quadro di riferimento dello sviluppo della economia e dell'occupazione, e delle compatibilità cui tale sviluppo vincola, in modo che al più presto a partire da esso Governo e sindacato possano concordare su scelte reali di impiego di risorse e quindi assumere precisi impegni sulle limitazioni dei redditi destinati ai consumi non prioritari o agli investimenti inutili.
Il sindacato ha già autonomamente deciso di contenere indiscriminati aumenti dei redditi reali del lavoro (attraverso lo strwnento contrattuale in suo possesso). Ma dal documento del ministro del Tesoro non sarà aiutato a convincere se stesso e i lavoratori, non delle «contropartite» (perchè di questo non si tratta), ma delle implicazioni in termini di ristrutturazione degli impieghi del reddito e della attivazione delle risorse inutilizzate — prima fra tutte il lavoro disoccupato — che il contenimento salariale può consentire di attuare.
Il sindacato, quindi, 'aspetta dal Governo che integri il ragionamento di questo documento limitato ai soli problemi dell'equilibrio finanziario, con ipotesi di equilibrio 'reale», includendo perciò le relazioni esistenti fra vincoli finanziari e vincoli economici e fra operazioni di riequilibrio finanziario e operazioni di equilibrio dell'uso complessivo delle risorse, prima fra tutte quella del lavoro.
In altri termini, il sindacato si aspetta che venga esplicitato il più rapidamente possibile, dal Governo quali impegni reali verranno alimentati dal prevedibile incre-
mento di reddito e di produttività del sistema derivanti da un contenimento della crescita delle retribuzioni e dal riassetto della spesa pubblica. E cioè: quali consumi pubblici o quali trasferimenti sociali il Governo intenderà mantenere o sviluppare; quali investimenti, nel settore dei serviti pubblici o della produzione di beni. intenderà promuovere o incentivare; e in definitiva quale nuova occupazione potrà essere creata, nei diversi settori e territori.
Senza queste previsioni che implicano al tempo stesso l'assunzione di precisi obiettivi politici il Governo non riuscirà a tradurre in iniziative credibili le assunzioni teoriche di questo primo documento. Questa infatti avrebbe dovuto essere una deduzione delle condizioni finanziarie da concrete ipotesi di sviluppo economico reale. Ancora una volta dunque viene messo il carro davanti ai buoi. E così come avviene nell'immagine usata, ciò serve solo a bloccare ogni avanzamento non solo della economia, ma perfino del dialogo fra coloro che possono in qualche modo partecipare alle decisioni e conoscere il perchè dei sacrifici che dovranno chiedere o fare.
Il sindacato è consapevole che una prospettiva di impiego reale del reddito nel senso richiesto non è ragionevole limitarla ad un anno, che è l'orizzonte prevalente del do» cumento del Governo, o anche tre anni, come si proponeva il programma governativo. E sindacato suggerisce i consiglia vivamente una prospettiva quinquennale, con l'indicazione contestuale dei traguardi intermedi che si prevede ragionevole raggiungere. Anche perchè il sindacato è convinto che la ristrutturazione delYeconomia italiana e la realizzazione della piena occupazione del lavoro e di altre risorse non utilizzate devono essere programmate con un certo respiro.
Il sindacato dunque insiste sulla necessità di giungere ad una valutazione organica delle condizioni reali e finanziarie dello sviluppo, e dei singoli programmi di intervento progettati o in via di progettazione da parte del Governo (come: ristrutturazione industriale, « quadrifoglio », piano sulla edilizia, interventi Anas, lavori pubblici, Cassa per il Mezzogiorno, piano dei trasporti e altri interventi già sollecitati anche dal sindacato). E a questo scopo il sindacato insiste sull'esigenza che anche il potere esecutivo si doti degli strumenti istituzionali essenziali per una politica di programmazione a cominciare dall' unificazione dei dicasteri economici e da un maggiore coordinamento delle funzioni di programmazione nella presidenza del Consiglio. E ciò perchè il sindacato è convinto
che, così come non si può non qualificare i termini effettivi delle « grandezze economiche » finanziarie di un quadro contabile di riferimento, nella stesso tempo riconosce che non si può prescindere da un quadro di compatibilità delle varie richieste di intervento e da una valutazione di insieme dei diversi obiettivi, che troppo spesso, se assunti contemporaneamente, eccedono la fattibilità e le disponibilità. Il sindacato chiede quindi al Governo di essere messo in condizioni di poter contribuire attraverso le proprie iniziative con il senso di responsabilità che sta dimostrando a definire le grandi opzioni di una politica di piano con la chiara consapevolezza dei termini reali, effettivi e quantitativi di tali opzioni. Quello che non si può chiedere al sindacato è che esso compia « opzioni al buio ».
9) La Federazione Cgil-CislUil intende riconfermare, a conclusione di queste sue os, seryazioni, gli orientamenti che essa si è data, di fronte ai lavoratori e di fronte al Paese, con la Conferenza dei delegati dell'Eur e con l'ultimo suo comitato direttivo uni; tario. Le decisioni dell'Eur e gli orientamenti vincolanti che la Federazione unitaria ha suc•• cessivamente assunti restano e resteranno alla base del comportamento e dell'iniziativa del movimento sindacale italiano.
E' proprio muovendo da quei. ste decisioni che la Federazione unitaria ha tenuto a ribadire con questa nota il suo , impegno ad avviare, a partire dal documento presentato dal, ministro del Tesoro, un con. fronto costrittivo, inteso a contribuire alla definizione di un programma pluriennale rii sviluppo dell'occupazione, e di lotta all'inflazione, che trovi il sostegno convinto di grandi masse di lavoratori italiani e possa contare su di una loro azione rìvendicativa coerente.
Ma la stessa fedeltà a questi orientamenti ci porta a sottolineare come il nodo politico che il documento programmatico del ministro del 'Tesoro deve ancora sciogliere è quello dell'adozione di concrete misure di riforma (nella politica industriale, nella politica sociale come nella pubblica amministrazione) quali strumenti credibili di una politica di programmazione se questa deve effettivamente tendere a realizzare, anche attraverso il concorso fattivo del sindacato, non solo una stabilizzazione finanziaria (con le sue sempre possibili varianti deflattive o inflattive), ma un rilancio dell'occupazione e una trasformazione reale delle strutture economiche e sociali del Paese che avvicini davvero, anche in termini qualitativi, l'economia italiana e quella di altri Paesi eurolei.
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