NAZIONALE DI ORGANIZZAZIONE F.L.M.
RIMINI 15/17 GIUGNO 1978
Il 2° Convegno Nazionale di organizzazione della F.L.M., riunito a Rimini il 15-16-17 giugno 1978, approva la relazione presentata dal compagno Caviglioli e le conclusioni del compagno Pio Galli.
Gli avvenimenti politici di questo ultimo anno, in particolare in questi ultimi mesi, hanno segnato profondamente la vita del Paese.
L'insorgenza del terrorismo, culminato con la uccisione di Moro, dopo quella della sua scorta, mentre ha trovato una risposta ferma del movimento sindacale e delle forze politiche e democratiche, ha messo in luce cru-demente la debolezza di fondo degli apparati dello Stato in un quadro di contraddizioni e anche di compiacenze non ancora liquidate, mentre la iniziativa terroristica permane come minaccia e come possibilità di colpire.
In questi momenti complessi e difficilissimi, l'unità realizzatasi nella F.L.M. è stata profonda sulle questioni di fondo della democrazia e della non violenza. Questa unità, politica e culturale, è stata ed è un elemento importante che può permettere alla organizzazione di affrontare gli stessi problemi dello Stato e della gestione del potere in Italia attraverso una visione profondamente unitaria.
I referendum, che recentemente si sono svolti, con i loro risultati pongono seri problemi di valutazione anche per il sindacato.
Il sindacato e i lavoratori italiani possono assolvere ad una funzione decisiva nel processo di rinnovamento e rafforzamento della democrazia italiana, sia costruendo nuovi livelli di partecipazione dei lavoratori e delle masse popolari per la determinazione ed il controllo delle scelte di fondo della società, sia nel liquidare ogni forma di clientelismo, di corruzione e di discriminazione nel funzionamento delle istituzioni dello Stato e. nei suoi momenti di decisione in modo tale che la gestione del potere e delle istituzioni possa finalmente presentarsi in tutta la sua limpidezza e rigore.
Tutto ciò per la democrazia italiana si afferma come fatto principale. Del resto l'impegno stesso delle forze politiche e democratiche, dopo il referendum sulla Legge Reale, di modificare positivamente la stessa legge, va messo oggi alla prova attraverso anche iniziative specifiche dello stesso sindacato.
Si tratta, infatti, di determinare la applicazione di strumenti efficaci e rapidi di intervento degli apparati dello Stato contro il terrorismo, la violenza, la delinquenza organizzata, senza sminuire o mutilare i diritti di libertà e di democrazia, dato che la partecipazione di massa delle libere istituzioni e la loro dialettica interna è il fondamento essenziale per il rinnovamento e lo sviluppo delle istituzioni democratiche nel nostro Paese.
In particolare, in questo, senso ribadiamo tutto il
nostro contributo e per la creazione prima e, poi, per i conseguenti diritti di iniziativa del sindacato di polizia. Infatti il sindacato di polizia, unitamente al processo di rinnovamento presente nella magistratura italiana, si afferma come elemento importante di rafforzamento del quadro istituzionale proprio nella direzione di un nuovo ed organico rapporto tra istituzioni e masse, nel senso del controllo e della partecipazione.
In questa logica, le dimissioni del Presidente della Repubblica, Leone, vanno valutate in modo assolutamente positivo.
Del resto, le stesse dimissioni evidenziano lo stato dí crisi e di degradazione di alcuni punti importanti delle stesse istituzioni della Repubblica in cui si sono inseriti anche elementi di pressione, mai completamente sconfitti, tendenti a trascinare il Paese verso le elezioni anticipate.
Per questi motivi va chiusa rapidamente e compiutamente la attuale crisi istituzionale. Le dimissioni di Leone, fatto che non ha precedenti nella nostra vita politica democratica, debbono rappresentare una occasione per il Parlamento italiano per eleggere un nuovo presidente il quale, per la sua stessa figura, incarni gli elementi essenziali della Repubblica stessa, nata dalla lotta antifascista e retta dalle forze popolari e democratiche, capace di ripristinare una maggiore credibilità e consenso verso le istituzioni.
IL RUOLO DEL SINDACATO PER LA SOLUZIONE DEI PROBLEMI ECONOMICI E SOCIALI
Queste vicende politiche ed istituzionali non possono far dimenticare, pur nella loro eccezionale gravità, che al fondo della crisi sociale italiana si affermano grandi problemi economici e sociali, per la soluzione dei quali il ruolo del sindacato è decisivo ed insostituibile.
Il movimento sindacale resta un punto di riferimento per l'insieme degli occupati e disoccupati; ma questo ruolo non è garantito indipendentemente dai contenuti della proposta e dalla sua capacità di incidenza.
A questo proposito non possiamo nasconderci che esiste una certa insofferenza, una evidente incertezza e, talvolta, un reale disorientamento tra i lavoratori.
Lo alimentano: il tradizionalismo governativo, in fatto di politica economica ed industriale, e le scelte padronali tendenti a rimettere in discussione conquiste che postulano cambiamenti nella organizzazione del lavoro, nelle politiche industriali e della occupazione.
Ciò dipende anche da una non risolta capacità di far corrispondere alle nostre scelte strategiche un adeguato livello di iniziative di lotta.
DOCUMENTO CONCLUSIVO DEL 2° CONVEGNO
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In questo contesto vi è uno sventagliamento di posizioni e di giudizi che si manifestano all'interno del movimento sindacale. Queste posizioni però, pur nella loro legittimità, rischiano di entrare in rotta di collisione con la necessità di decisioni convincenti ed unitarie.
Ciò che occorre evitare, specie in un momento così delicato della vita del Paese, è la trasformazione della pur necessaria dialettica all'interno del sindacato, in una sorta di spirale che porta inevitabilmente all'immobilismo.
Le decisioni dell'EUR non rappresenterebbero così un terreno di lotta più avanzato e rischierebbero di apparire un punto di riferimento fragile e sempre messo in discussione. Tutto ciò non sarebbe compreso dai lavoratori. Inoltre la stessa capacità dei C.d.F. di esprimere l'unità dei lavoratori corre il pericolo di essere sottoposta ad un ridimensionamento lacerante, in assenza di indicazioni strategiche, convincentemente unitarie.
La questione centrale, infatti, è quella di una puntuale e chiara ridefinizione del ruolo del sindacato, rispetto al padronato e al Governo, riguardo le loro scelte e i loro atteggiamenti, nonché del livello di partecipazione e di democrazia di tutti i lavoratori, non per la costruzione di un consenso acritico, ma per la affermazione di convincimenti univoci.
Questa esigenza la solleviamo con decisione perché siamo certi che non è possibile né ipotizzabile un modello di sindacato la cui direzione sia elitaria e verticistica, senza che vengano stravolti i connotati fondamentali.
L'ESPERIENZA DEI CONSIGLI
Il sindacato basato sui C.d.F. è, essenzialmente, una organizzazione che sceglie sulla base di orientamenti discussi e non su logiche di schieramento, perché soltanto in questo modo si consolida una insostituibile esperienza di democrazia, di unità e di autonomia.
Infatti la esperienza dei consigli vive oggi una crisi sempre più acuta; la loro capacità di direzione complessiva delle lotte appare via via più sfuocata; il loro ruolo di stimolo democratico nel sindacato risulta menomato dai fenomeni ormai diffusi di burocratizzazione delle strutture e di separazione tra funzione del delegato e realtà del gruppo omogeneo. Affrontare questi prbblerni con sollecitazioni esortative per un loro più corretto funzionamento appare del tutto insufficiente.
Occorre invece rilanciare concretamente l'esperienza dei consigli cogliendo l'intreccio tra difesa delle conquiste sulle condizioni di lavoro e la determinazione di nuove scelte di politica industriale; tra cambiamento dell'o.d.l. e processi di qualificazione e risanamento dell'apparato produttivo; tra controllo degli organici, difesa della occupazione e riequilibrio tra Nord e Sud; puntando per questa via ad un controllo e alla riunificazione del mercato del lavoro; in definitiva, tra i problemi della fabbrica ed il rinnovamento della società.
Condizione operaia, nuove scelte di politica industriale, cambiamento dell'o.d.l. e unificazione del mercato del lavoro diventano elementi tra loro compatibili in
quanto riconducibili ad una proposta di politica economica di cui siano protagonisti attivi i C.d.F., proprio perché, come si è detto, pesano su questi ultimi scollamenti reali tra la linea generale definita all'EUR, le diverse interpretazioni che si accavallano su di essa, la difficoltà di decidere, infine, un quadro organico di iniziativa che la sorreggano in concreto.
Pertanto riteniamo necessario fare appello a tutte le forze del movimento sindacale affinché si giunga, senza ulteriori rinvii, alla convocazione dei tre Consigli Generali CGIL-CISL-UIL i quali, per mandato già espresso dai congressi, affrontino la crisi del processo unitario per un suo superamento attraverso uno stretto intreccio con la iniziativa politica generale del sindacato. Tutto ciò in coerenza con la scelta espressa all'EUR per una delineazione esplicita del ruolo del sindacato e delle sue prospettive di sviluppo per la soluzione dei problemi generali della società.
Questo è ciò che riteniamo essenziale per una svolta di ruolo del sindacato, per mantenere alto il rapporto di adesione dei lavoratori e per opporre, alle forze che intendiamo frantumare, i livelli di potere raggiunti, una nuova capacità di avanzamento egualitario e democratico dei lavoratori.
LA NOSTRA AZIONE NEI SETTORI E NEL TERRITORIO
La complessità dei problemi ed il pericolo di una divisione sempre più profonda, tra aree forti del paese ed aree deboli ed emarginate del Mezzogiorno, 'il divario crescente tra industria privata e quella pubblica, ci devono vedere capaci di una svolta di qualità su due questioni: i settori e il territorio.
Ciò è tanto più decisivo poiché nella politica economica del governo la stabilizzazione e la continuità con la vecchia politica prevalgono sugli elementi di rilancio e di cambiamento. Essa è ispirata, infatti, a misure congiunturali: dalla inaccettabile politica tariffaria, alla fiscalizzazione degli oneri sociali non finalizzata allo sviluppo della occupazione, ai ritardi nella definizione di piani settoriali, alla mancata predisposizione di programmi straordinari per il Mezzogiorno capaci di affrontare in positivo i punti di crisi e avviare una
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Manifestazione davanti alla sede della FLM della Zona Romana, in risposta all'attentato terroristico del 29 giugno.
strategia di politica economica in grado di saldare l'emergenza delle situazioni sociali ed occupazionali con organici obiettivi di sviluppo settoriali e territoriali, nell'ambito dei quali le Partecipazioni Statali debbono svolgere un ruolo di primo piano.
La politica economica del Governo, cosi come fino ad ora si è andata manifestando soprattutto per iniziativa del Ministero del Lavoro, è tutta tesa a definire per i prossimi rinnovi contrattuali i livelli di compatibilità salariali, sulla base di una logica di riduzione del costo del lavoro, assunto quale fattore unico della competitività del sistema, in stretto collegamento con le politiche neoliberiste della Confindustria che ha come suo centro, da un lato il rilancio di libertà di impresa e, dall'altro, l'attacco alla contrattazione articolata.
In coerenza con tale giudizio, la F.L.M. è nettamente contraria ad interventi legislativi sia su materie che sono di pertinenza della contrattazione tra le parti (come il D.D.L. che intende eliminare l'incidenza della contingenza sugli scatti di anzianità), sia su ogni aspetto relativo all'esercizio del diritto di sciopero nei pubblici servizi, ivi compresa la precettazione.
Per queste ragioni, la nostra linea sul settore e sul territorio è fondamentale per una ripresa del movimento.
Per i settori, la constatazione di fondo è che abbiamo avuto in questo ultimo anno una partecipazione molto alta dei lavoratori alla lotta per la definizione di primi elementi di programma settoriali; la difesa della occupazione, a fronte dei minacciati licenziamenti, costituisce oggi la condizione, dalla siderurgia alla cantieristica, per andare avanti su una partita del tutto aperta ed è per il movimento operaio una scelta obbligata sia come risposta alla incentivazione a pioggia del passato sia come modo nuovo di affrontare una programmazione, non solo per indicazioni di carattere generale ma nel vivo, nella concretezza delle situazione ed ancora rispetto al rischio di una frantumazione delle scelte, di una visione tutta particolare che penalizzerebbe in definitiva il Mezzogiorno.
Si tratta di superare elementi di parzialità della nostra iniziativa; dare respiro politico alle vertenze dei grandi gruppi; applicare gli accordi di cui esempio clamoroso sono la 1/2 ora alla FIAT e la mancata definizione della questione delle festività; coinvolgere insieme aziende pubbliche e private, cogliere il rapporto che c'è fra i vari settori a livello della categoria e nel rapporto con le altre categorie; organizzare gli elementi comuni in una visione di politica industriale non intesa come sommatoria di più settori.
In questo quadro, sul terreno del movimento, si confermano le scelte del Direttivo Nazionale della F.L.M. di dare seguito concreto alle iniziative di lotta, in particolare nei settori siderurgico, dei trasporti, ed elettronico che già hanno registrato risposte negative e, a partire da quelli già definiti come quello del settore alluminio, come momenti capaci di collegare lavoratori del Nord e del Mezzogiorno e intervenire sul ruolo che le Partecipazioni Statali debbono svolgere nei settori decisivi per lo sviluppo, con un coordinamento territoriale che coinvolga in particolare le regioni della Campania, Sardegna e Calabria e si saldi alle iniziative settoriali e territoriali delle altre categorie, chimici, edili, questi ultimi impegnati nella lotta per la definizione del piano pluriennale dell'edilizia in collegamento con" i problemi dell'equo canone per la predisposi-
zione di un piano straordinario che consenta l'occupazione di alcune centinaia di migliaia di giovani utilizzando subito tutte le risorse finanziarie già predisposte nell'ambito della 285.
In questo quadro vanno sviluppate azioni comuni con le leghe dei disoccupati, soprattutto nel Mezzogiorno in uno sforzo di aggregazione che faccia del sindacato un punto di riferimento per la popolazione del Nord nella gestione degli accordi dei grandi gruppi, nelle vertenze di settore e in quelle territoriali e attraverso una loro reale partecipazione alla vicenda contrattuale. Sull'insieme di queste questioni la F.L.M. decide la convocazione di assemblee dei lavoratori delle aziende legate alla definizione dei piani settoriali. In presenza di risposte negative da parte del governo verrà convocato in tempi brevi il C.D. della F.L.M. per decidere iniziative unificanti di completamento e sviluppo delle lotte già in atto.
La F.L.M. ritiene inoltre che sia necessaria, in tempi brevi, la assunzione da parte della federazione CGILCISL-UIL di una iniziativa che coinvolga, sui problemi settoriali, al fine di rendere concreto il confronto col governo, i delegati e le strutture delle categorie interessate per una discussione di merito sui contenuti della piattaforme e sui programmi di lotta.
A livello territoriale si tratta di imporre, sulla base di una articolazione delle lotte zonali, regionali e provinciali, un governo pubblico del mercato del lavoro, delle assunzioni, della mobilità, della riqualificazione professionale e contemporaneamente affrontare il problema del decentramento produttivo, del lavoro precario e a domicilio e del controllo degli investimenti, a partire da quelli già definiti come quelli nel settore alluminio.
Il momento territoriale ha per il Mezzogiorno una centralità assoluta, sia per una concreta gestione delle leggi che ci sono per l'industria, per l'agricoltura, sulla occupazione giovanile che debbono essere piegate ad una coerente logica di programmazione settoriale ed intersettoriale, sia per una prospettiva più di fondo per una diversa ripartizione delle risorse tra nord e sud. Per il Mezzogiorno occorrono interventi immediati che siano funzionali, da un lato, ai problemi di riconversione industriale, dall'altro, alla scelta di processi di espansione produttiva localizzati tutti al sud. In tal senso programmi di grandi opere pubbliche ipotizzate per alcune aree del nord contraddicono tale obiettivo.
IL RINNOVO DEL CONTRATTO
E' nell'ambito di questa linea complessiva che vanno collocate le scelte di contenuto per i rinnovi contrattuali.
Il contratto non può assumere, quindi, un carattere congiunturale, cioè registrare la crisi in atto, ma aprire spazi nella direzione di un suo superamento ponendo al centro, come asse portante, i problemi degli investimenti e della occupazione, a partire dal Mezzogiorno e, nel contempo, consolidare ed allargare la contrattazione articolata.
In questo quadro la F.L.M. ha individuato quattro filoni di ricerca:
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il controllo delle scelte di politica industriale e dei processi di decentramento;
il controllo e la riduzione dell'orario di lavoro;
il controllo della organizzazione del lavoro, della professionalità e dell'inquadramento unico;
la ristrutturazione del salario per il perseguimento della linea egualitaria e di perequazione.
La F.L.M. ritiene decisiva, nella elaborazione delle scelte e nella definizione dei contenuti, la più ampia partecipazione dei lavoratori. La definizione della piattaforma contrattuale deve costituire un grande momento di democrazia e di dibattito politico sui temi rivendicativi, sul problema dello sviluppo e della occupazione, capace di coinvolgere occupati e disoccupati, giovani e donne, l'insieme delle altre categorie, a partire da quelle impegnate nei rinnovi contrattuali.
La F.L.M. ritiene necessario che nella Federazione
CGIL-CISL-UIL si realizzi in concreto un coordinamento sia nella fase di elaborazione delle piattaforme contrattuali, sia nella fase di confronto e di dibattito intercategoriale. A partire da una difesa intransigente dell'attuale meccanismo della contingenza, la Federazione CGIL-CISL-UIL deve definire, sulla riforma della struttura del salario, un progetto complessivo che abbia elementi di perequazione tra le categorie e costituire il traguardo rispetto al quale il movimento è impegnato con scelte contrattuali non in contrasto con gli obiettivi finali.
L'efficacia di tale progetto complessivo deve essere discusso e misurato preventivamente nelle assemblee dei lavoratori.
Sui tempi della prossima stagione contrattuale la F.L.M. decide le seguenti scadenze:
costituzione di gruppi di lavoro sui singoli temi (prima parte del contratto, orario, ecc.);
seminario F.L.M. sui contenuti del rinnovo contrattuale 6-7-8 luglio con la partecipazione di rappresentanti delle leghe dei disoccupati;
Consiglio Generale entro il mese di settembre per l'avvio della consultazione nelle province, nelle zone e a livello regionale;
assemblea nazionale per la approvazione definitiva della piattaforma rivendicativa entro il mese di novembre.
RIORGANIZZAZIONE DELLE STRUTTURE TERRITORIALI
Il dibattito di preparazione del convegno e il suo svolgimento hanno confermato le linee generali contenute nelle proposte e nei filoni di ricerca indicate dal comitato direttivo della F.L.M., nel documento preparatorio e contenuti nella relazione. E' necessario tuttavia promuovere un ulteriore sviluppo del dibattito interno, che coinvolga l'insieme della organizzazione (lavoratori, C.d.F., strutture) sui modi, sulla gradualità e sugli equilibri di realizzazione di tale processo che per la F.L.M. costituisce una proposta unitaria, non soltanto rivolta all'interno della categoria, ma all'insieme del movimento: categorie e confederazioni.
Tale processo deve essere fondato su una riorganizzazione delle strutture territoriali che preveda sindacati territoriali sostitutivi dei sindacati provinciali, regionali di categoria oltre che confederali, coordinamenti di gruppo, di settore e intersettoriali con poteri decisionali e di direzione politica.
Questo processo deve avere un carattere di ragionevole contestualità nelle diverse categorie e a livello orizzontale provinciale.
Ciò deve consentire di recuperare e rilanciare con forza e impegno la battaglia per la costruzione di un sindacato partecipato democratico, pluralistico e aperto alle forme nuove di reale democrazia, all'interno del quale la partecipazione di base e delle strutture si esprime nella formazione delle scelte e della loro gestione e non mediante il mero consenso e sia consentita la più ampia libertà di discussione e di espressione delle posizioni di dissenso.
SINDACATI TERRITORIALI E SINDACATI REGIONALI
Si intende superare la contraddizione tra una linea politica tesa anche all'intervento nel sociale e al cambiamento generale ed un uso delle risorse centrato prevalentemente sulla iniziativa rivendicativa aziendale, che del resto va mantenuta e riqualificata.
E' quindi sulla base della esigenza di aggregare e unificare le forze sindacali e sociali, che concretamente esistono e si organizzano all'interno di una realtà territoriale, di realizzare la iniziativa nei luoghi di lavoro, nel settore e sul territorio, che confermiamo la proposta di superare, avendo come riferimento le scadenze congressuali, le attuali strutture provinciali per dare vita e spessore politico ai sindacati territoriali e ai sindacati regionali.
In questa prospettiva il sindacato territoriale dovrà avere piena autonomia politica, finanziaria e organizzativa: dovrà avere propri organismi dirigenti, istanze congressuali, apparati a tempo pieno. Dovrà raccordarsi con i consigli dei delegati. Nel sindacato territoriale dovranno essere presenti sia le istanze categoriali che quelle orizzontali, tanto più che il superamento dei sindacati provinciali di categoria può essere avviato solo contestualmente al superamento delle corrispondenti strutture orizzontali: Camera del lavoro, Unione sindacale, Camere sindacali.
Il sindacato territoriale va costruito definendo unitariamente i criteri per individuare gli ambiti geografici, comunque diversi dalle attuali "zone sindacali", gli spazi di intervento, gli organismi di direzione; esso sarà espressione delle tre organizzazioni sindacali.
I criteri di identificazione dei sindacati territoriali devono quindi rispondere alle esigenze di aggregare forze reali esistenti nel territorio in termini quantitativi e qualitativamente significativi per sviluppare una efficace azione sindacale. Questa ipotesi, che deve trovare ulteriore specificazione soprattutto in riferimento al mantenimento della direzione unitaria dei grandi centri urbani, legittima quindi la esigenza della piena presenza della categoria nel sindacato territoriale.
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Il Convegno Nazionale decide la costituzione dei sindacati regionali quali organismi di piena direzione politica, con la assegnazione dei seguenti compiti da realizzarsi con la opportuna gradualità politica e non come proiezione burocratica. Le politiche sul territorio (mercato del lavoro, mobilità, riforma e intervento sul sociale): politiche settoriali e rivendicative (coordinamento dei comparti e dei gruppi presenti nella regione); attività di ricerca, studio, formazione e informazione, attraverso una centralizzazione delle risorse destinate a tali scopi; attività di organizzazione. Per quanto riguarda il finanziamento delle nuove strutture regionali, il criterio operativo fondamentale è quello della redistribuzione delle risorse esistenti (finanziarie e umane) a livello delle singole regioni. Ciò significa che tutta la F.L.M. è impegnata a rendere trasparenti e omogenei i bilanci e i trattamenti economici per verificare concretamente la possibilità di un equilibrato e corretto intervento a sostegno di regioni meno favorite. Secondo la ipotesi indicata, tale impostazione deve vedere anche il concorso del livello nazionale della F.L.M. mediante un processo, da verificare nello specifico, di decentramento politico, che comunque non pregiudichi l'operatività e la capacità di intervento puntuale della direzione centrale.
Si tratta, in definitiva, di porre mano od una revisione complessiva degli aspetti finanziari della F.L.M. mediante una nuova politica amministrativa e della contribuzione, per assicurare il reperimento e il miglior impiego delle risorse necessarie al funzionamento della struttura della F.L.M. ad ogni livello.
A tale riguardo, la F.L.M. nazionale decide di convocare entro breve tempo e comunque entro il mese di ottobre, un apposito convegno amministrativo.
CONSIGLI DI FABBRICA E COORDINAMENTI DI GRUPPO, SETTORIALI E INTERSETTORIALI
Le strutture portanti della F.L.M. restano i C.d.F. che devono, per svolgere tale funzione, affrontare con adeguata decisione ed urgenza i processi di burocratizzazione e la caduta del livello di militanza.
Esistono fenomeni, spesso assai generalizzati, che non si conciliano con la esigenza che i C.d.F. assumano un maggiore ruolo di direzione politica; ad esempio vi sono diversi C.d.F. che non sono mai stati sottoposti a verifica dal momento della loro costituzione.
Un elemento utile per invertire la tendenza di questo processo è quello di decidere, e poi applicare con rigore, alcune semplici norme.
Tra queste norme sicuramente si possono indicare: la scadenza della periodicità per il rinnovo di ciascun C.d.F. che deve essere biennale; la rotazione periodica di almeno 1/3 dei membri dell'esecutivo: la individuazione di un rapporto tra numero di lavoratori dipendenti e distaccati che non pregiudichi la collegialità del C.d.F. •
Un altro aspetto della crisi dei consigli deriva dalla difficoltà di articolare concretamente, ai vari livelli, la
proposta strategica del sindacato e di trasformarla in un progetto rivendicativo e di intervento contrattuale che sia in grado di dare ai consigli un ruolo centrale nei processi di formazione delle decisioni e nella gestione di tali scelte.
In tale direzione il 2° Convegno Nazionale di organizzaz'ione della F.L.M. decide che gli "ordinamenti", finora realizzati con criteri non formali solo in alcuni grandi gruppi, diventino organismi reali di direzione del sindacato, oltreché nella politica dei grandi gruppi, pure a livello settoriale ed intersettoriale. Ciascun coordinamento deve essere designato dai singoli C.d.F. direttamente interessati, con criteri che siano contemporaneamente politici ed organizzativi. In tali organismi il rapporto tra dirigenti a tempo pieno e delegati di fabbrica non dovrà superare il rapporto di 1 a 3.
Il Direttivo Nazionale della F.L.M. è chiamato in tempi brevi a decidere sulla normativa conseguente.
COORDINAMENTO DELEGATE
Per rendere permanente la iniziativa della F.L.M. nei confronti delle lavoratrici il convegno esprime i seguenti orientamenti:
costituzione dei coordinamenti delle delegate e lavoratrici;
assunzione piena da parte dei gruppi dirigenti del ruolo del coordinamento;
impegno dei gruppi dirigenti a far diventare il dibattito sulla condizione femminile e le iniziative conseguenti patrimonio di tutta la organizzazione.
Il coordinamento delle delegate, articolato per zone, è composto da tutte le delegate dei C.d.F., dalle elette negli organismi dirigenti, dall'apparato a pieno tempo tecnico e politico; inoltre, per promuovere la partecipazione delle lavoratrici e la loro presa di coscienza, il coordinamento è aperto anche alle militanti non elette.
Per facilitare la partecipazione delle lavoratrici ai coordinamenti, i C.d.F. valuteranno la possibilità di
Corteo di lavoratori della Zona Lambrate durante lo sciopero provinciale del 28 giugno.
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utilizzare il monte ore sindacale. Qualora ciò non Sia possibile il sindacato provinciale si farà carico di superare le eventuali difficoltà trovando le soluzioni adeguate.
Altrettanto sarà facilitata, con la riorganizzazione del lavoro del sindacato provinciale e delle zone, la partecipazione delle segretarie e dell'apparato tecnico.
Il coordinamento può indicare al suo interno un gruppo operativo, a rotazione.
Il coordinamento nazionale si darà regole sue interne di funzionamento. Così potranno prevedersi commissioni di lavoro e iniziative specifiche. La rappresentatività unitaria all'interno del coordinamento è un'obiettivo che le stesse delegate possono perseguire, rispettando la pluralità delle voci e delle posizioni che si esprimono sui vari problemi senza censure e senza schematismi.
La battaglia congressuale che ha portato ad una ampia presenza delle donne negli organismi dirigenti non è conclusa. Non solo è ancora necessario che le neoelette diventino un punto di riferimento per le lavoratrici rispetto ai loro problemi specifici, m.i soprattutto non possiamo dimenticare che esistono molti ostacoli e molte disparità nel potere tra uomo e donna, perché si realizzi la presenza a pieno titolo delle donne nella F.L.M.
E' questo l'obiettivo che ci dobbiamo dare in questa fase: perciò intendiamo:
1) sviluppare la discussione nei C.d.F. facilitando la elezione di delegate all'interno del C.d.F. e nei coordinamenti dei settori;
utilizzare appieno lo strumento delle 150 ore e promuovere una vasta attività formativa; svolgere inchieste di fabbrica sulle condizioni di lavoro e sulla salute; per questo si possono fare assemblee di reparto o di fabbrica di sole donne; infine formare e sollecitare il confronto quotidiano con la diffusione di opuscoli, volantini, mostre in fabbrica e dibattiti in orari di mensa.
ATTIVITÀ INTERNAZIONALE
Nel lavoro internazionale notevole importanza viene attribuita alla capacità delle province e dei regionali di promuovere e gestire la iniziativa sindacale internazionale. I n questo settore vengono sempre più richieste conoscenze specifiche, specializzazione, militanti impegnati e strutture disponibili a lavorare con continuità e sistematicità.
Perciò la realizzazione nelle province e nelle regioni di strutture e mezzi, di gruppi di lavoro composti da quadri di base e dirigenti provinciali impegnati in questo lavoro, rappresenta la soluzione più valida per dare efficacia al lavoro internazionale in tutta la F.L.M.
Corsi e seminari sull'internazionale possono infine rappresentare occasioni indispensabili di formazione e di sensibilizzazione allo scopo di diffondere ad ogni livello della organizzazione la proiezione internazionale del lavoro sindacale di ogni giorno.
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