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Sindacato nuovo E7

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VALUTAZIONI SULL' ACCORDO

A tutti è nota la situazione generale in cui versa il Paese con il continuo aumento dei prezzi, la compressione dei consumi, la stretta creditizia e quindi la recessione che stà venendo avanti; ed investe i lavoratori in modo preoccupan te .

Alla luce di queste cose il C.d.F. nell'impostare la piattaforma rivendicativaaméendale, e tenendo conto dei miglioramenti che ha comportato la piattaforma generale (contingenza ecc .. ) e i miglioramenti che andranno a maturare nel 1975, conquistati nell'accordo dello scorso annoidecideva di sottoporre alla as semblea dei lavoratori una piattaforma conseguente .

Per cui oltre all'aspetto economico, ottenuto con il miglioramento del P.P. e il raggiungimento della mensilità media uguale per tutti nel P.F. , altri due punti, che ritenia mo qualificanti, erano in discussio ne, cioè : la partecipazione della E. al fondo creato dai sindacati per i servizi sociali 'trasporti', asili nido, ecc .. e la garanzia dei livelli di occupazione soprat-,;

tutto nella sede di Milano, tenendo conto che a Pomezia la fabbrica è in continua espansione e il numero del personale in forza è in costan te aumento .

A questo proposito l'azienda ha illustrato al C.d.F. quali sono i piani di sviluppo per il 1975 ;in merito a nuove produzioni con i relativi finanziamenti .

Inoltre si è convenuto che onde poter verificare le variazioni che dovessero avvenire, l'azienda comunicherà mensilmente l'andamento del personale e quindi, anche se non in modo estremamente fiscale , l'eventuale uscita di lavoratori verrà integrata con altrettante assunzioni .

L'azienda si è inoltre impegnata a discutere preventivamente con il C.d.F. l'istallazione di nuov-e linee di produzione e i relativi organici .

Certo non basta aver raggiunto buoni accordi per lasciarci tranquilli e quindi non preoccuparci di gestirli e di quanto sta avvenendo intorno aVioi e lasci 'ci perciò )40,

SINDACATO NUOVO maggio '75
BOLLETTINO DEL C. D. F. DELLA ELETTROCONDUTTURE

indifferenti alle esigenze altrui, che in ultima analisi sono ancora le nostre, perchè con una situazione così incerta e poco rassicurante come quella attuale anche noi potremmo trovarci in determinate cnndizioni .

Sarà necessario tutta la nostra forza per respingere le cause della crisi e le soluzioni che tendano a far pagare ai lavoratori il costo di una crisi, che certamente non per colpa nostra travaglia il Paese.

ACCORDO AZIENDALE del 6 marzo '75

Oggi 6 Marzo 1975 ,tra la Direzione Aziendale nelle persone dell'Ing. Carlo Fossati e Sig. Tullio ..Sauri e l'Esecutivo del Consiglio di Fabbrica, nelle persone dei Sigg. Marta Panzani, Andreina Villa, Giuliano Ripamonti, Mario Pertot, Roberto Mariuzzo,Adriano Cisarri, Celeste Chignoli, della S.p.A. Elettrocondutture ei è convenuto quanto segue per le Sedi di Milano e di Pomezia .

Dall'1.1.1975 il Premio di Pro duzione viene elevato dalle attuali L. 208.000 lorde annue, a L. 240.000 lorde annue,e verrà corrisposto in dodici rate mensili di L. 20.000 comprensive di tutti gli istituti contrat tuali .

Per il 1975 il Premio Feriale aumenta a L. 200.000 lorde annue , comprensive di tutti gli istituti contrattuali .

Detto premio verrà liquidato agli Opeai con il saldo della paga di giugno ( 15 Luglio ) ed agli Equiparati ed Impiegati con lo stipendio del mese di Luglio .

Per coloro che non avessero una anzianità nell'Azienda di un an no, il Premio Feriale verrà liquidato per tanti dodicesimi quanti sono i mesi di servizio

matuati nel corso dell'anno . Per chi dovesse dare le dimissioni dopo aver percepito il Premio Feriale, sulla liquidazione verranno trattenuti tanti dodicesimi quali sono i mesi di servizio non pestato nell'anno.

3) Per quanto concerne i problemi di carattere sociale ( asili ni do, case, trasporti, ecc ) la azineda si impegna ad aderire

•all'aumento dei pr ai prelievo listale sulla busta paga grammo delle tarlo pubbliche 115091111

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con un finanziamento ad eventuali iniziative assunte da organi o da enti pubblici assistenzialffiente competenti non appena tali iniziative avranno assunto reale consistenza e con cretezza operativa in armonia ed in accordo con le norme vigenti in materia .

In tale attesa l'Azienda procederà ad accantonare per il 1975 la somma di L. 8.500.000 da utilizzare nei Comuni nei quali esistono unità produttive dell'Azienda e proporzional mente al numero dei dipendenti dell'unità medesima .

4) In merito alle prospettive del

livello di occupazione e dei programmi di investimenti, la azienda si impegna a fare tutto il possibile per mantenere lo attuale livello di occupazione. Per affrontare la situazione la azienda ha stabilito un piano di investimenti e nuove inizia tive di cui fornirà per iscrit to dettagliata relazione al C.d.F. ehe verrà allegata al presente accordo .

Per verificare l'andamento del livello di occupazione della azienda, verrà mensilmente comunicata al C.d.F. la statisti ca della forza suddivisa per reparto .

SEGUITO DELL' ACCORDO

FERIE 1975

Chiusura estiva dal 4/8/75 al 22/8/75

Finalmente si sono iniziati dei contatti concreti con i lavoratori di Pomezia.

Nell'accordo si è stabilito che: almeno due volte all'anno là azienda darà possibilità di un incontro tra i due C.d.F. a secondo delle necessità e previa comunicazione alle rispettive direzioni la possibilità di scambi telefonici.

Chiusura invernale dal 24/12/75 al 2/1/76

Il giorno 24 dicembre verrà recuperato sabato 20 dicembre - Le giornate 27, 29, 30, 31 dicembre é il 2 gennaio sono da considerare in conto ferie.

Sabato 27 dicembre è da considerarsi feria non goduta alla luce dell'accordo aziendale sulle ferie.

Quindi chi si limiterà alle 3 settimane in agosto dovrà conteggiare:

14 giorni chiusura estiva

5 giorni chiusura invernale

19 giorni totale

P.S.

Chi ha 24 giorni avrà 5 giorni da utilizzare.

Chi ha 25 giorni avrà 6 giorni da utilizzare

RAPPORTI
C.D.F.
TRA C.D.F. DI MILANO E
DI POMEZIA

Fatti avvenuti dopo I' accordo

Con una valutazione dei problemi sopraelencati, che non é solo di solidarietà il C.d.F., ha chiesto all'azienda di assumere quel personale che, assunto con un contratto a termine, doveva lasciare la fabbrica per il rientro delle persone sostituite.

Qyesta era una richiesta, che non voleva mettere in discussione una norma contrattuale, ma era una sollecitazione dell'azienda affinché venisse data prova di una volontà concreta di ciò che si era firmatOinell'accordo, tenendo presente le necessità reali di lavoratori che rimanevano senza lavoro e quindi una dimostrazione, non solo a PAROLE, del mantenimento dei livelli occupazionali pur con la necessaria elasticità che si era convenuto durante le trattative.

Il risultato finora è stato negativo, e questo atteggiamento ci lascia perplessi, soprattutto perchè all'indomani dell'ace, cordo sulle garanzie dei livelli occupazionali e anche perchè una notevole mole (+1000h mens.) di lavoro và all'estero per cui noi vogliamo che questo lavoro venga svolto all'interno della

fabbrica; tenendo conto che la maggior parte di questo lavoro viene svolto da persone che già occupano un normale posto di lavoro.

La direzione rifiuta l'assunzione di questo limitato numero di persone motivando la sua (dolorosa) scelta con le difficoltà di mercato.

A questo punto non si spiegano i perchè di tutte queste ore lavorative all'esterno della

fabbrica e in special modo, dalle voci che circolano in azienda, e confermate dalla direzione stessa che ancora una volta si è riservata l'attribuzione di aumenti in modo discutibile, che se fossero solo adeguamenti non sarebbeP ro dovuti avvenire in segreto.

TUTTO CIO' SERVE SOLO A DIVIDERE E A CREARE INCONPRENSIONEFE, IN ULTIMA ANALISI, NEMMENO.ALLA TRANQUILLITA AZIENDALE.

Impegno unitario delle forze antifasciste per dare concreti contenuti agli ideali di libertà, di democrazia e di giustizia nati dalla Resistenza

Ricorre quest'anno 'il Tretennale della Resistenza, la fine della seconda guerra mondiale con la sconfitta definitiva del fascismo e del nazismo.

Generalmente quando si parla di Resistenza si pensa immediatamente al periodo che va dall'8 settembre '43 al 25 aprile 1945.

Non è così. La Resistenza e la lotta antifascista era cominciata fin da quando lo squadrismo fascista aveva iniziato per le vie d'Italia, con il manganello, con l'olio di ricino, con la tortura, la caccia all'uomo, al « sovversivo », a coloro che non volevano cessare dí essere persone pensanti.

Con la presa del potere da parte dei fascisti, iniziò un ventennio di sconcio illegalismo, di umiliazione, di soffocazione di ogni diritto, di guerre.

Non si potevo più lottare nelle piazze dove gli

Nel celebrare il Trentennale della Resistenza il Comitato Unitario Antifascista della FACE-Standard (di cui fanno parte le forze politiche, sindacali, sociali: P.C.I., P.S.I., D.C. PdUP, Consiglio di Fabbrica, ACLI, Federaz. Unitaria CGIL-CISL-UIL, ANPI, Associazione Invalidi, UDI ed ex partigiani) ha raccolto pubblicato in questo bollettino documenti e testimonianze riferiti alla lotta antifascista con particolare riferimento alla nostra fabbrica.

Vogliamo ringraziare tutti coloro che con ricordi documenti, ci hanno permesso di realizzare questo lavoro che, dato il breve tempo a nostra disposizione, non è certamente completo.

E' nostra intenzione però proseguire in tale lavoro raccogliere il tutto in una pubbilcazione più organica.

Invitiamo pertanto tutti coloro che avessero ricordi, documenti, testimonanze, fotografie di quel periodo a farceli pervenire.

squadristi avevano ormai bruciato ogni simbolo di libertà, ma si resisteva in segreto nelle tipografie clandestine, nelle guardine della polizia, nelle aule del Tribunale speciale, nelle prigioni, tra i confinati, tra i reclusi, tra i fuorusciti. Ed ogni tanto in quella lotta sorda c'era un caduto, il cui nome risuonava in quella silenziosa oppressione come una voce fraterna, che nel dire addio incoraggiava i superstiti a continuare: MATTEOTTI, AMENDOLA, DON MINZONI, GOBETTI, ROSSELLI, GRAMSCI e tanti-, tanti altri. Venti anni di resistenza sorda, ma era resistenza anche quella: forse la più difficile e la più dura.

Vent'anni ed alla fine la guerra partigiana. La primavera del 1945 trovò sulle montagne un esercito agguerrito, ricco di esperienze, fiduciosi nell'imminente vittoria.

Tutte le formazioni partigiane operanti in montagna e nelle città, qualunque fosse il loro colore politico, con il concreto sostegno dei lavoratori delle fabbriche, dei contadini e dei cittadini di tutti gli strati sociali, contribuirono con la loro lotta ad abbreviare la guerra e ad accelerare la sconfitta dei nazi-fascisti.

La guerra partigiana ebbe sempre carattere e finalità nazionali e fu condotta in modo da salvare l'attrezzatura e la struttura economica del paese dalle requisizioni, da impedire le distruzioni da parte delle forze armate tedesche.

Il movimento italiano della Resistenza, che nel SUO complesso contava oltre 223 mila paritgiani, ed ebbe 62 mila caduti e 34 mila mutilati ed invalidi, ha scritto una delle più gloriose pagine di storia politico-miiltare nella vita del nostro Paese.

Noi oggi però non possiamo limitarci a commemorare semplicemente un glorioso periodo della nostra storia.

Di fronte alla grave crisi economica che attraversa il paese, di fronte alle trame eversive fasciste, ai CONTIMIA

41L HIFID MAL TASSO A CURA DEL COMITATO UNITARIO ANTIFASCISTA FACE-Standard - MILANO - 25 Aprile 1975 NEL TRENTENNALE DELLA LIBERAZIONE
P to

criminali attentati, agli atti di violenza, ribadiamo l'impegno a continuare la lotta: perchè siamo avviati e portate avanti i grandi processi di trasformazione e di riforma divenuti indilazionabili; perchè sia creata una società dove non vi sia posto per la speculazione, il parassitismo e lo sfruttamento; una società dove siano eliminati gli sprechi, i privilegi e le disuguaglianze; perchè sia bloccata e battuta, una volta per

sempre, qualunque tentativo di eversione e di ritorno al passato, perchè cessino gli atti di violenza e di provocazione, perchè siano salvaguardate e rafforzate le istituzioni democratiche.

E' in questo spirito che le forze democratiche ed autenticamente antifasciste si trovano oggi accomunate, sia pure nelle differenziazioni ideologiche, in una azione per dare concreti contenuti agli ideali di libertà, di democrazia, di giustizia nati dalla RESISTENZA.

LA LOTTA ANTIFASCISTA ALLA FACE-Standard

I lavoratori della FACE diedero un grande contributo alla Resistenza: contributo di uomini e di mezzi per sostenere la lotta clandestina ed; antifascista e la lotta armata contro i tedeschi ed i fascisti.

Già nel 1940 alcuni operai ed operaie antifascisti diffondevano nei reparti volantini contro la guerra del fascismo, scritte apparivano sui muri dei reparti dei gabinetti.

Dal 1941 al 1043 ci furono una serie di iniziative di piccole manifestazioni di gruppi di lavoratori che reclamavano per la mensa e per le paghe basse. Molti lavoratori vennero diffidati, trasferiti, sospesi. Massiccia fu la partecipazione dei lavoratori della FACE agli scioperi del marzo 1943.

Dopo i bombardamenti dell'ottobre 1942 e del febbraio 1943 molti reparti vennero trasferiti fuori Milano: a Treviglio e Vimercate la Trasmissione, a Meda e Grandate l'Officina e l'Attrezzeria, a Galliate il reparto delle bobine Pupin. a Busto Garolfo la Commutazione, a Vigevano la Radio. In Sede rimasero 300-400 lavoratori degli oltre duemila che contava allora la fabbrica.

Dopo gli scioperi del marzo '43 il movimento unitario di lotta contro il nazi-fascismo si era rafforzato.

Gli arresti, le rappresaglie non valsero a fiaccare Io spirito combattivo dei lavoratori: scioperi, proteste, distribuzione di volantini in mensa e nei reparti erano sempre all'ordine del giorno.

Appena dopo il 25 luglio '43 i fascisti furono cacciati dalla fabbrica. Cominciarono a tenersi le

prime riunioni antifasciste non più clandestine a cui prtecipavano operai, donne, impiegati, tecnici ed anche alcuni ingegneri.

L'entusiasmo per la caduta del fascismo durò POchi mesi. Venne 1'8 settembre '43. I fascisti tornarono ai loro posti ed iniziò il lungo periodo dell'occupazione e della lotta armata.

Molti lavoratori lasciarono la fabbrica a raggiunsero le montagne: parecchi di loro diressero poi la lotta quali comandanti di brigate e di formazioni partigiane. Quelli che restarono si misero subito al lavoro raccogliendo fondi, indumenti, medicinali, viveri da inviare su in montagna e seguitarono la lotta contro i tedeschi ed i fascisti all'interno e fuori della fabbrica.

Alla FACE si era sviluppato ed organizzato un forte movimento unitario ed antifascista che comprendeva operai, impiegati ed anche alcuni dirigenti.

Furono loro ad approntare i piani di difesa della fabbrica contro le razzie e le requisizioni dei tedeschi; furono loro a procurare le armi già molto tempo prima del 25 aprile '45 (fucili, bombe a mano, mitragliatrici e persino due cannonicini); furono loro, insieme ai loro compagni scesi dalle montagne, a tener testa nei giorni dell'insurrezione agli attacchi dei tedeschi e dei fascisti presidiando ininterrottamente la fabbrica e tutta la zona Bovisa.

L'insurrezione vittoriosa del 25 aprile '45 portò nella fabbrica i C.L.N. (Comitati di Liberazione Nazionale). Vi facevano parte tutti i partiti e le organizzazioni di massa.

Lo stabilimento era semidistrutto. Con il rientro dei centri dislocati in provincia si dovevano affrontare e risolvere problemi che aumentavano sempre di più.

La guerra aveva lasciato profonde ferite e ci volle l'abnegazione di quanti in quei giorni, mesi ed anni si adoperarono per rimettere in piedi con tutti gli sforzi possibili quanto era rimasto.

Lavoratori che rientravano dopo anni di prigionia, altri che tornavano dai monti, gente che non aveva più casa, migliaia di persone che cercavano lavoro.

Si crearono così i primi strumenti democratici per risolvere come meglio si poteva i problemi più urgenti. Dopo circa sei mesi dalla Liberazione vi fu alla FACE la votazione per l'elezione della prima Commissione Interna e dopo circa un anno la votazione per il primo Consiglio di Gestione.

In questi due organismi democratici furono eletti i migliori uomini dei diversi partiti, lavoratori che avevano dato il meglio di se stessi alla lotta antifascista, ed altri che pur non avendo dato un contributo effettivo, non si erano però compromessi col regime fascista.

Compiti gravosi si presentarono a coloro che ne facevano parte.

Per prima cosa fu affrontata la ricostruzione di una parte dello stabilimento; furono istituite « brigate del lavoro » per lo sgombero delle macerie, facevano parte di esse anche molte donne.

Progressivamente si affrontarono tutti gli altri problemi: la riorganizzazione dei reparti, della mensa, il ripristino del baliatico, la distribuzione della legna, l'invio dei bambini alle colonie, l'assistenza interna dei tanti casi di lavoratori bisognosi.

Tutti problemi che richiedevano sforzi e sacrifici da parte di tutti e principalmente di coloro che erano stati chiamati a far parte degli organismi rappresentativi dei lavoratori.

Dopo qualche anno di lavoro unitario si cercò ancora una volta di dividere il movimento operaio e popolare. Il Consiglio di Gestione fu sciolto, la Commissione Interna messa nella condizione di non intralciare la linea padronale.

Ma la lotta unitaria antifascista non è stata vana.

Essa ha insegnato che solo con l'unità di tutte le forze del lavoro, democraticamente organizzate, si può raggiungere ancora gli obbiettivi per i quali lottano i lavoratori, il movimento democratico, popolare ed antifascista. E tutti gli avvenimenti di questi ultimi anni lo stanno a testimoniare.

11 "monumento„ a Kesserling

Il 4 dicembre 1952 a Cuneo fu scoperta l'epigrafe più bella, più commovente, e nello stesso tempo più ricca di insegnamenti che si riferisca alla storia più recente del nostro Paese. Essa fu dettata da Piero Calamandrei per l'ottavo anniversario della morte del partigiano Duccio Galimberti, e si trova murata sul palazzo comunale di Cuneo.

Lo avrai camerata Kesselring il monumento che pretendi da noi italiani ma con che pietra si costruirà a deciderlo tocca a noi.

Non coi sassi affumicati dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio non con la terra dei cimiteri dove i nostri compagni giovinetti riposano in serenità.

Non con la neve inviolata delle montagne che per due inverni ti sfidarono, non con la primavera di queste valli che ti vide fuggire.

Ma soltanto col silenzio dei torturati più duro d'ogni macigno; soltanto con la roccia di questo patto giurato fra uomini liberi che volontari si adunarono per dignità e non per odio decisi a riscattare la vergogna e il terrore del mondo Su queste strade se vorrai tornare ai nostri posti ci troverai morti e vivi con lo stesso impegno popolo serrato intorno al monumento che si chiama ora e sempre Resistenza.

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Un' inmagine che richiama Kesserling, Heichman ed altri " boia „ nazisti

ITALIA... I PIU . GIOVANI EROI SONO I TUOI GIGLI

Lavoratori della FACE caduti nel corso della 2' guerra mondiale e durante la lotta partigiana

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fiore BARLASSINA PIETRO 1 6 915 31. te•3413 mARIN BEROZZI EDGARDO 17 • 10 • 1121 411 e - *43 PART. BONINI OTELLO 34 • i • 924 27 4. 545 nom CASSINA PIETRO 26 • 2 • 522 14 -12 • $42 PART. CLERICI ATTILIO 2C • IO • 921 20 • 3 • 944 AVERE OELL'ACOUA DOMENICO t - 1 • 521 28 • 4- 542 AVIERE FERZETTI VITTORIO 30.4 . 921 1C • C • 543 rum MI PIETRO 33 • c • 922 4.1Z • 342 MARIN. FINO LUIGI 14 • 1 • 921 3.6.943 PARI. MANCHI CARLO 12 • 12 • 923 20.2 545 PART. GATTA INC. ENZO 4 • 8 • 912 28 • 3-945 PART. GHIELMI ALBERTO 23 • 11 • WC 29 • 4 - 945 ART. GRASSO ELIO 12 -11- 918 11 • I • 542 FANTE LEONCAVALLO CARLO c - 11 314 21 • 8 • 342 MARIN. MARCHESI GIUSEPPE 5 • 10 • 920 14- 4 • 341 MARIN. OLIVA CARLO I • 3 • 523 25.2•$43 AVIERE PANIGADA LUCIANO 8 • 3 • 910 3.10 • 341 MARIN POLLINI FRANCO 15 • 8- 923 3.2.943 PART. POZZONI ALDO 15•S•909 5 •12 • 944 BERS. SANTAMBROGIO MARIO io•iz•sis 23-9.340 PART. UGAGLIA ADOLFO 4 • 2 • 922.0 27 • 3 - 945 PART. COMI MARIO 3010 • 919 • 11 • 10.944 •
4.

Il contributo delle donne alla lotta antifascista.

Sono un'operaia della FACE di Milano sita in via Bodio alla Bovisa. Il mio nome è Cortivo Giulia (Piva Venezia era il mio nome di battaglia) ed intendo parlare del contributo che i lavoratori della FACE ed in particolare le donne hanno dato alla lotta antifascista.

All'inizio della guerra alla FACE eravamo millesettecento donne e milleduecento uomini, suddivisi in due turni di lavoro.

Dopo anni di sfruttamento, fame e bombardamenti anche le donne di Milano e provincia hanno detto basta ai fascisti ed ai tedeschi. I lavoratori della Face avevano un forte e coraggioso gruppo di antifascisti capeggiati da Peppino Gravedi, diventato in seguito partigiano e Comandante di Divisione, dai Commissari Angelini, Pareschi, Astori, Moi, Montagna ed altri ancora con i quali mi scuso se dopo trent'anni non ricordo i nomi.

Nel marzo 1943 le prime città a scendere in sciopero furono Genova, Torino e Milano.

Alla Face il giorno 23 marzo incominciammo ad uscire dalla fabbrica con cartelli recanti le scritte: VOGLIAMO LA PACE, VOGLIAMO PANE PER I NOSTRI FIGLI, ABBASSO LE SARACCHE! ».

I fascisti che lavoravano nei vari reparti di lavoro, uscirono e ci vennero incontro aggressivamente, cercavane, di farci riprendere il lavoro.

Il giorno dopo, 24 marzo, uscimmo nuovamente dai reparti ma vennero chiusi i cancelli della fabbrica e quindi restammo bloccati dentro. Il 25 iniziò il vero sciopero. Gravedi tolse la corrente elettrica dalla cabina centrale, noi donne decidemmo di restare davanti alle macchine di lavoro.

Arrivarono i fascisti e con i loro metodi brutali, anche perchè capirono che eravamo decise a tutto, ci fecero uscire nel cortile per ascoltare il discorso tenuto dal loro caporione venuto dalla casa del fascio, allora in Porta Volta, con i suoi scagnozzi.

Disse che quello non era uno sciopero detrato dalla fame, ma era uno sciopero puramente politico. A quelle parole urlammo che avevamo fame e volevamo il pane, dicendogli anche che i « loro camerati » evevano ammazzato e mangiato tutti i conigli ed i maiali che si allevavano in fabbrica e che noi non avevamo i soldi per procurarci il cibo alla « borsa nera ».

A questo punto i fascisti si scatenarono su di noi caricandoci con i calci dei fucili. Una lavoratrice, Mariuccia, diciotto anni, ancora convalescente d'una operazione all'appendice, venne colpita allo stomaco e cadde a terra svenuta. Noi tutti pensammo che l'avessero uccisa.

Gravedi la portò in infermeria e rivolgendosi ai fascisti gridò loro che erano dei criminali assassini. A quelle parole i fascisti lo presero per portarlo sul cellulare. Noi donne capimmo e non volendo l'arresto di Peppino, ci armammo di scope e bastoni ed inferocite ci getammo sul gruppo dei fascisti. Quando si accorsero, che facevamo sul serio e non avevano vie di scampo, si ritirarono fuggendo sui loro mezzi. Noi riprendemmo il lavoro.

Il capo del Personale, un certo Pecis. consegnò ai fascisti nomi ed indirizzi di tutti quelli che rite-

neva a capo dell'organizzazione dello sciopero. La sera stessa vennero a prelevarci nelle nostre case. lo abitavo in via Biondi' a Dergano; vennero in quattordici e, pistole alla mano, mi fecero scendere di corsa dal secondo piano e -salire su di un camion ove trovai Simone, un mio compagno di lavoro. legato a doppia catena e con il volto tumefatto per i pugni ricevuti. Andarono poi a prelevare un'altra ooeraia, Mighetti, portandoci tutti insieme a San Vittore ove in seguito ci raggiunsero tutti gli altri.

I compagni rimasti in fabbrica organizzarono una sottoscrizione tra i lavoratori e ci fecero pervenire del cibo; presto però vennero scoperti e otto di loro ci raggiunsero in carcere.

A San Vittore, durante la nostra mezz'ora d'aria guardati a vista da fascisti armati di mitra, cantavamo l'inno dei lavoratori e bandiera rossa.

Ci tennero in carcere due mesi. Quando uscimmo e ci ripresentammo al lavoro, ci dissero che eravamo licenziate. Le mie compagne di lavoro si ras-

segnarono-. lo invece andai dal capo del personale e, forte della mía esperienza in carcere e di tutto quello che avevo sofferto, pretesi ed ottenni il mio posto in fabbrica e, con l'aiuto dei compagni, cominciai a svolgere attività clandestina contro i fascisti ed i tedeschi.

Alla sera del 24 luglio 1943 apprendemmo tramite la radio clandestina la caduta di Mussolini. Subito pensammo dl andare a scovare i fascisti. ma fu solo un sogno poichè quelli più compromessi si dileguarono.

Dopo una settimana organizammo un'assemblea di lavoratori per eleggere la nuova Commissione Interna ove entrarono a far, parte i nostri compagni più preparati e più coscienti.

Venne l'otto settembre: i fascisti che erano scappati dopo Il 25 luglio, tornarono in fabbrica con la camicia nera e per noi cominciarono le rappresaglie. Eravamo dodici donne a non aver paura e a non piegarci alle loro rappresaglie. Per punizione ci misero in un capannone semidistrutto ed esposte al vento ed all'umidità a scegliere il materiale dl

RICORDI DI UN'OPERAIA DELLA
FACE
30 Marzo 1972 - Protesta antifascista alla FACE contro la CISINAL

scarto ed arrugginito. Per un certo periodo non ci diedero nessun aumento di paga ad eravamo sorvegliate dalle guardie; non per questo riuscirono a piegarci, anzi ci siamo unite di più ed abbiamo studiato il modo di sabotare il lavoro e far incolpare i fascisti. Eravamo convinte e sicure che ci aspettavano ancora grandi lotte.

La direzione diede l'ordine alla commissione fascista di non farci uscire durante i bombardamenti, ma di farci andare nei rifugi della fabbrica. Allora io feci passare la parola alle compagne di trovarci al primo suono della sirena d'allarme davanti al portone da dove uscivano gli operai. Al primo suono infatti raggiungemmo il portone, ci buttammo in massa sulle quardie che tentavano di non farci uscire, minacciandoli di non permettersi mai più dí chiudere i cancelli; da allora infatti i cancelli restarono sempre aperti.

Ai primi dell'anno 1944 incominciammo a formare i gruppi di difesa della donna. Trovammo una lavora-

cercando di capirle e conoscerle da vicino e con il loro aiuto poter organizzare le fila della nostra resistenza al fascismo ed ai tedeschi. Gli incontri avvenivano nei posti più impensati, specie nei servizi delle fabbriche.

Quando ero uscita dal carcere mi era stata presentata la compagna Maria Azzali, fu lei ad avviarmi in questa lotta. In seguito conobbi altre compagne: Vera Ciceri, Gina Bianchi ed altre ancora. Eravamo legate da un solo ideale: abbattere la dittatura fascista e combattere i tedeschi. Uniti, senza chiederci a quale partito si apparteneva.

Alla FACE intanto i tedeschi avevano occupato la fabbrica ed in patricolare tenevano sotto controllo il padiglione « K » dove si montavano e collaudavano le apparecchiature telefoniche; il pericolo era quindi diventato maggiore. Ma noi donde continuammo a lottare con più forza ed ardore. Attaccavamo bigliettini contro i tedeschi ed i fascisti sugli orologi-timbratura di reparto, sabotavamo la produzione

trice per ogni reparto, a questa dovevano essere affiancate altre due lavoratrici, una delle quali andava in un altro reparto dove formava un altro gruppo di tre donne, organizzando così, per ogni reparto, un gruppo di donne pronte per la propaganda ed atti di sabotaggio.

Mi ero da poco iscritta al Partito Comunista quando presi contatto con la terza e la novantesima brigata garibaldina che agivano nel secondo settore di Milano. Procuravo la stampa clandestina che poi facevo pervenire o distribuivo nelle fabbriche della zona: face, Paccagnini, Sirio, Smeriglio, Ceretti e Tanfani, Branca e molte altre.

Presi contatto con le donne di queste fabbriche

mettendo la polvere smeriglio nelle frese, si nascondeva il materiale più utile alla produzione in modo che il lavoro subiva rallentamenti dannosi ed il materiale partiva in ritardo per la Germania.

Venni denunciata da un fascista e fui chiamata davanti alla commissione di fabbrica fascista e diffidata dall'attaccare manifestini o sabotare la produzione altrimenti mi avrebbero spedita al confino o di nuovo a San Vittore.

Dopo l'estate del '44 cominciai a tenere comizi volanti davanti alle fabbriche spiegando ai lavoratori la situazione e la necessità di unirci per cacciare i tedeschi e farla finita con i fascisti.

6 Nel novembre '44 insieme ad alcune mie compa-

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Settembre 1947 - Due Ministri del Governo Sovietico in visita alla Fabbrica appena ricostruita

gne di lavoro e ad altre donne della zona Bovisa e della zona Barona, guidate dalla compagna Maria Azzali andammo in centro presso gli uffici della SEPPRA. Parlammo agli impiegati e li convicemmo ad uscire. Il direttore cercava di opporsi e ci gridò che eravamo delle « iene », poi chiamò la polizia. Maria Lorenzini lo prese per il bavero della giacca e gli gridò in faccia che il suo duce faceva schifo. Dissi alle donne di uscire a piccoli gruppi dall'edificio. Quando per ultime uscimmo io e la Azzali davanti al portone trovammo il camion fascista con la mitragliatrice puntata su di noi; riuscimmo a svignarcela e ci ritrovanno tutti in via Orefici dove salimmo sul tram e tornammo in fabbrica; lungo il tragitto gettammo dal finestrino volantini clandestini.

Più tardi andai a fare comizi anche davanti alle caserme dei vigili urbani e davanti alla questura protetta dai giovani delle brigate SAP e GAP. Ricordo che salivo su un paracarro o sopra un rialzo e tenevo il comizio volante, poi i ragazzi mi prendevano sulla canna della bicicletta, attraverso strade secondarie e viottoli tra i prati raggiungevo la fabbrica.

Un giorno Azzali mi chiese una ragazza di coraggio con il compito di staffetta armata per ottenere il collegamento con i partigiani della montagna. Scelsi una lavoratrice della Face: Boccalari Adele.

Nel marzo del '45 la Boccalari venne arrestata e tradotta nelle carceri di Como dove venne interrogata e picchiata, ma lei non parlò. In In carcere si ritrovò assieme alla compagna Anita Casali ed alla

Bruna, due lavoratrici di Milano che erano state arrestate qualche giorno prima.

Mi pervenne la notizia che nelle carceri di Como queste tre compagne avevano bisogno di cibo. Chiesi alle donne della Face di aiutarmi a procurarlo. Ci rivolgemmo al responsabile dello spaccio aziendale e, un po' con le buone un po' con le cattive, ci facemmo dare a pagamento dello scatolame ed altri generi alimentari imponendogli di stare zitto.

La mattina dell'8 marzo 1945 ci recammo al cancello d'entrata principale del cimitero dí Musocco, eravamo un centinaio ed avevamo in testa un nastrino rosso ed in mano garofani rossi. In lontananza eravamo scortate dai nostri « ragazzi-partigiani -. Andammo tutte al campo N. 65 dove i criminali fascisti avevano buttato in una fossa comune i partigiani torturati ed assassinati. Mentre eravamo attorno alla fossa e la compagna Fanoli ricordava il loro sacrificio, un « becchino » del cimitero voleva chiamare i fascisti. lo e la Paolina l'abbiamo però bloccato e tenuto fermo per tutta la durata della cerimonia sotto la minaccia di una chiave inglese puntatagli nella schiena a mò di pistola.

I partigiani ci fecero segno di andar via che avrebbero pensato loro al becchino. Risalimmo sul tram e lanciando manifestini raggiungemmo la fabbrica.

Nei giorni precedenti il 25 aprile eravamo tutte mobilitate per l'insurrezione generale che avrebbe cacciato dalla città i tedeschi e fatta finita con i fascisti repubblichini.

1943: Anche alla FACE i

rono in fabbrica, perquisirono sul posto di lavoro alcuni ope- rai che la Direzione aveva indicato come dei sovversivi.

lavoratori

Gli scioperi del 1943 rappresentarono la prima grande ma- nifestazione di massa contro la guerra e contro il fascismo.

Già dai mesi di gennaio e di febbraio la polizia scopriva ogni mattina sui muri un gran nume- ro di scritte.

Ovunque venivano trovati ma- nifesti come questo:

Operai! Impiegati!

Il Governo di Mussolini, responsabile di aver trascinato il nostro Paese in una guerra ingiusta e rovinosa, vuole farci morire di fame, dandoci degli stipendi irrisori, allungando a 12 ore la giornata di lavoro.

Smettiamo di lavorare! Prepariamo lo sciopero!

Esigiamo la cacciata di Mussolini dal governo; 1' azione, lo sciopero, la lotta sono le sole armi che possediamo: la via della nostra salvezza ›.

A dare il via dei grandi scioperi del marzo 1943 furono gli operai della FIAT Mirafiori di

Il 5 marzo, verso le ore 10, gli operai incrociarono le braccia.

il fascismo

alla testa della lotta contro

Nelle officine ogni attività si arrestava, gli operai abbandonavano le macchine e gli attrezzi e si riunivano in Assemblea.

Ai dirigenti della FIAT, subii() accorsi, e che tentavano di costringere le maestranze a riprendere il lavoro, gli operai rispondevano: (Vogliamo vivere, vogliamo le 192, ore, vogliamo il caro-vita >.

La notizia dello sciopero scoppiato a Torino si diffondeva in un baleno e dava l'avvio alla imponente serie di scioperi che scossero le fondamenta del fascismo.

Anche alla FACE, che in quel tempo contava un migliaio di dipendenti, gli operai scesero in sciopero.

Già nei primi mesi del .1943 i volantini venivano diffusi nei reparti o affissi sui muri della mensa.

La Direzione mandò alcune copie dei volantini in Questura chiedendo nel contempo l'intervento della milizia fascista.

I poliziotti una mattina entra-

Non trovarono il corpo del reato:. ma portarono via lo stesso 6 operai e li trattennero 3 giorni in Questura maltrattandoti duramente.

Alcuni giorni dopo alcuni reparti si fermarono reclamando aumenti sa 4iali e la riduzione dell'orario di lavoro.

—La Direzione intervenne ancora con rappresaglie e facendo arrestare i più attivi lavoratori.

Il Commissario fascista che aveva i suoi uffici nei locali delta Direzione faceva chiamare gli operai che venivano picchiati col manganello e rimandati in reparto con la testa rotta per li esempio s.

Ma ormai gli scioperi erano scoppiati in tutte le fabbriche e gli operai della FACE una mattina del Marzo 1943 si fermarono compatti ed uscirono dalla fabbrica.

In via Bodio ci furono tafferugli con i poliziotti e la Direzione chiamò in aiuto i fascisti.

Poco dopo arrivò su un carro armato il Federale Costa che dal carro armato minacciò gli operai.

Otto operai furono arrestati ed incarcerati.

Ma ormai la lotta dei lavoratori rendeva inevitabile la fine del fascismo e nella fabbrica e nelle strade la lotta continuò sino al 1945.

RELAZIONE INVIATA AL C.L.N. « FACE »

DALLA SEZ. « D » DECENTRATA A TREVIGLIO IN MERITO AL LAVORO SVOLTO DALL'OTTOBRE 1943 ALL'APRILE 1945

Il decentramento FACE di Trevigilo è composto di laboratori Alta Frequenza e Bassa Frequenza e laboratori Strumenti di Misura e di un Ufficio Tecnico.

La maestranza è composta di circa 60 persone tra operai ed impiegati, alcuni ingegneri e vari tecnici che collaborano con il capo sez. ing. Dal Bianco Bruno, il quale si è assunto la responsabilità, d'accordo con il Comitato clandestino della FACE di Treviglio, in considerazione del grave periodo che si attraversava, di svolgere l'attività della sezione in senso nazionale e negli interessi della maestranza.

Per svolgere detto programma, si sono incontrate difficoltà non indifferenti in quantochè si è dovuto evitare con trucchi le varie richieste di personale 'e di materiale e macchinari da parte dei tedeschi.

Per questo si è dovuto svolgere un'attività per conoscere le intenzioni dei Comitati Tedeschi a nostro riguardo, onde evitare possibili decisioni dannose alla integrità del patrimonio della fabbrica.

Nello svolgimento di questo compito, il lavoro di occultamento di materiale e macchinario è stato interrotto dalle ex brigate nere con perquisizioni fatte in seguito ad alcune denunce accompagnate da piante di locali, fortunatamente andate a vuoto.

Nonostante tutto questo, vi elenchiamo il materiale in nostro possesso: (segue elenco dettagliato delle apparecchiature, strumenti, componenti occultati e camuffati in detto periodo per un totale di oltre 50 miiloni)

cagione per sbloccare il materiale necessario alle costruzioni del dopoguerra e si ordinavano alle ditte fornitrici gli apparecchi che ci occorrevano per un rapido allestimento.

Le fotografie allegate illustrano i nascondigli ed i magazzini segreti con il materiale e le persone che hanno lavorato per l'occultamento e la vigilanza. Si tenga inoltre presente che lo studio dell'organizzazione per il lavoro di cui alla presente relazione fu portato a termine sin dal mese di giugno 1943. Il Comitato di iterazione Clandestina FACE - Treviglio.

F.to Cutta, Natali, Maggi. 20 Maggio 1945.

RICORDI DI UN GRUPPO DI LAVORATORI DELLA TRASMISSIONE

Nei giorni delle ricorrenze delle feste nazionali fasciste (23 marzo: fondazione dei fasci - 21 aprile: festa del lavoro - 28 ottobre: marcia su Roma) era impossibile entrare in fabbrica con qualche indumento od oggetto che richiamasse vagamente il colore rosso. Le guardie fasciste all'ingresso della fabbrica setacciavano tutti, operai ed impiegati, respingendo quelli che indossavano camicie, cravatte, calzini, ecc. di un colore che poteva essere individuato come rosso.

Qualche tempo dopo lo scoppio della guerra tutti i lavoratori furono militarizzati e ad ognuno venne dato un distintivo abbastanza grande e di colore diverso): bianco per i dirigenti, blu con stella bianca per i capi sezione, blu per gli impiegati, arancione con stella bianca per i capi squadra operai, arancione per gli operai.

Chi veniva trovato senza il distintivo di riconoscimento o fuori posto veniva richiamato e spesse volte multato.

Dopo i bombardamenti del febbraio 1943 gli Uffici Tecnici, i Laboratori ed alcuni reparti di montaggio della Trasmissione furono trasferiti a Treviglio. Eravamo in tutto circa 60-70 lavoratori sistemati in qualche modo nel teatro dell'Oratorio S. Agostino che si trovava al centro del Paese.

... Durante il periodo di occupazione tedesca La Sezione non ha per questo cessato la sua attività di studio e preparazione per quello che poteva essere la necessità dell'immediato dopoguerra.

Sono stati studiati molti nuovi tipi di scatole per condensatori per poter essere impiegate nelle future costruzioni.

Sono stati studiati vari tipi di circuiti originali su tutti gli argomenti precedentemente indicati, che non sono stati brevettati, perchè il comando tedesco non venisse,a conoscenza di ciò che potesse sfruttare a suo vantaggio.

Non appena si aveva notizia di richiesta di materiali da parte delle forze tedesche si sfruttava l'oc-

I disegnatori trovarono posto nei palchi, mentre i laboratori ed i reparti di montaggio erano sistemati in platea e nel sottoscala. La maggior parte dei lavoratori rientrava a Milano solo a fine settimana data la carenza dei mezzi di trasporto; negli altri giorni si dormiva a Treviglio alcuni nello stesso Oratorio, altri in case private.

Si era organizzato anche un servizio mensa e si era dato l'incarico ad un impiegato di procurare l'occorrente per fare da mangiare. La patata era l'alimento che si riusciva a reperire con una certa facilità nelle campagne e si era adibito -a deposito la botola del suggeritore che si trovava nel palco centrale dietro il sipario.

Sotto il mucchio delle patate molto spesso nascondevamo carne, formaggio, salumi che riuscivamo a procurarci dai contadini della zona e che a fine settimana portavamo a casa per dar da mangiare alle nostre famiglie.

Un pomeriggio piombarono nel locale una decina di fascisti appartenenti alle brigate nere con cani lupo e comandati da un certo Bencetti. Gridarono di restare fermi ai nostri posti, poi lasciarono liberi í cani che fiutando in tutti gli angoli, si diressero verso la botola delle patate sotto le quali avevamo nascosto al mattino più di venti chili di carne. Raspando nel mucchio delle patate i cani portarono alla luce la carne che i fascisti sequestrarono portandola via e minacciandó i responsabiil di deportazione in Germania.

Un nostro compagno di lavoro, Tino Cazzulani,

un impiegato che si era permesso di criticare qualcosa si prese uno schiaffo da un suo collega fascista.

Dopo i bombardamenti del febbraio 1942, la « Commutazione » si trasferì a Busto Garolfo sistemandosi in una filanda la produzione ed in una villa gli uffici. lo mi trovavo nella villa.

Ricordo che ciclostilavamo dei manifestini antifascisti senza sapere a chi andavano.

A fine guerra seppi che un nutrito gruppo di lavoratori antifascisti della Face di Busto Garolfo aveva collegamenti con i partigiani e con altri antifascisti dela zona. Seppi anche che nella villa era nascosto un antifascista ricercato dalle brigate nere, che avvenivano riunioni, che alcuni colleghi erano sospettati: tutte cose che al momento non sapevo.

Data la mia giovane età non avevo idee ben precise politicamente; sentivo però che la violenza fascista non poteva essere tollerata e quindi provavo simpatia per gli antifascisti ed i partigiani.

Infatti ne conoscevo diversi e qualche volta intervenni in loro aiuto per piccole cose.

appassionato di fisarmonica, aveva messo su un'orchestrina e un coro con altri ragazzi e ragazze del luogo ed alla sera organizzava spettacoli in un cinema del paese. Noi lavoratori della Face eravamo i più assidui frequentatori.

Una sera, stava per iniziare lo spettacolo, quando si presentò un gruppo di fascisti dicendo che prima 'di dare inizio allo spettacolo l'orchestra doveva suonare l'inno fascista « giovinezza ».

Cazzulani rifiutò decisamente. I fascisti minacciarono di far sospendere lo spettacolo e di chiudere il locale-, ci gridarono di uscire dalla sala, ma noi restammo immobili ai nostri posti. Intervenne il proprietario della sala che riuscì a calmare i fascisti convincendoli ad andar via.

Si diede così inizio allo spettacolo senza il preambolo dalla « giovinezza ».

AIUTAVO COME POTEVO ANTIFASCISTI E PARTIGIANI

Entrai a lavorare alla Face alla fine del 1939, poco prima dell'entrata in guerra dell'Italia.

Data l'allora mia giovane età non ho molti ricordi di quel periodo. Ricordo solo che in occasione di visite fasciste occorreva (per gli adulti) mettere la camicia nera, salutare alla fascista e fingere buon viso a cattiva sorte. A questo provvedevano i fascisti impiegati nell'azienda con modi non sempre delicati. infatti, in un'occasione del genere, mi ricordo che 9

Una volta però venni invitato ad una riunione clandestina. Non ci andai perchè 11 giorno dell'appuntamento ebbi un altro impegno che non potevo rimandare. Per pura coincidenza quella sera i fascisti irruppero nella cantina dove si teneva la riunione ed arrestarono tutti. Non fui sospettato di aver fatto la spia, ma per parecchio tempo mi sentii a disagio di fronte agli amici antifascisti.

In seguito assistei per parecchi giorni un amico nascosto in un appartamentino perchè ricercato dalla « Muti ». Di notte gli portavo cibo ed informazioni, sfidando il coprifuoco.

In un'altra occasione ebbi modo di fare qualche cosa per un amico che era stato preso dai fascisti ed assegnato alla X Mas. Questo si trovava a Novara in partenza per la Germania. Accompagnai sua madre alla caserma perchè lo potesse salutare. Ebbi il permesso di entrare anch'io nella caserma. Mi ricordo che quei ragazzi, avviliti perchè costretti a servire i fascisti, mi incaricarono, di comperare dei lacci da scarpe di coloro rosso per usarli come protesta. Girai tuta Novara in cerca di lacci rossi. Seppi che il treno che li avrebbe portati in Germania passava da Milano per cui salii nello stesso treno dove si trovava il mio amico. Qui ho un ricordo terribile: ad un rallentamento del treno due ragazzi tentarono la fuga e vennero uccisi a fucilate.

Un altro ricordo che può sembrare umoristico, ma che dà l'idea della miseria di quel periodo, è il seppellimento delle patate.

La Face assegnò ad ogni dipendente un certo quantitativo di patate. Una sera, con una valigia piena delle suddette patate, scesi dal treno alla stazione Varesine della Bovisa per, andare verso il rione di Dergano dove abitavo. La strada era lunga, tanto che a metà del percorso non riuscivo più a reggere la valigia. Piuttosto che perdere anche una sola patata, mi fermai in un prato, seppellii parte del contenuto della valigia e tornai Ii giorno dopo a riprenderle.

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Primavera del 1945. Il terrore nazifascista non lascia la sua presa su Milano, ma la città sa che sta conducendo l'ultima battaglia, quella decisiva.

Il comando militare C.L.N. ordina una vasta azione dimostrativa che colpisca l'informazione e la stampa fascista l'ordine è di bruciare presso le edicole cittadine i quotidiani « Corriere della Sera » e « Repubblica Fascista ».

In quattro, con le nostre biciclette, ci rechiamo in P.le Piola, per attaccare quell'edicola che allora era situata nel giardinetto del piazzale.

Erano già arrivati i pacchi del « Corriere della Sera » ma non quelli della « Repubblica Fascista »; decidiamo di attendere e nel frattempo il P.le si anima del solito via-vai e folti gruppi di lavoratori sono fermi davanti alla fabbrica OLAP che era situata in una via che dava sul Pie stesso. Appena arriva il camioncino che scarica le copie ancora fresche di « Repubblica Fascista », decidemmo di entrare in azione.

Due di noi bloccano le vie di accesso al P.le, io e Giorgio ci avviciniamo all'edicola e consegnamo all'ediòolante il biglietto di requisizione firmato dalle Brigate Garibaldi e ci impossessiamo dei pacchi di giornali portandoli sul retro dell'edicola per dargli fuoco.

Mentre versavo la bottiglia di benzina sui pacchi di giornali improvvisamente, dal lato sinistro dell:edicola stessa, si avvicina un ufficiale della G.N.R., evidentemente per acquistare un giornale. Giorgio mi sussurra di andare avanti nel mio lavoro e quando l'ufficiale è a pochi metri dall'edicola, lo affronta con la pistola in pugno, intenzionato a disarmarlo.

Si trova di fronte ad un'imnrevista reazione, non dettata però dalla volontà dell'ufficiale di non farsi disarmare, ma unicamente dal terrore di essere giu-

stiziato.

Giorgio mi ordina di intervenire. Con un balzo raggiungo il fascista puntandogli la pistola sullo stomaco. Rimane paralizzato dalla paura e Giorgio miti rovesciargli il fodero disarmandolo della sua arma di ordinanza. Ritorno velocemente al pacco di giornali abbondantemente innaffiati di benzina, lancio un fiammifero acceso che crea immediatamente un bel falò.

I compagni si erano sganciati e anch'io mi affretto a prendere la bicicletta per ritirarmi dalla zona di operazione che era particolarmente pericolosa per la vicinanza della Casa dello Studente (ove allora aveva sede un comando germanico) e il gruppo fascista Tonolli anch'esso nelle vicinanze.

Molta gente aveva assistito all'azione sia del falò dei giornali che del disarmo .dell'ufficiale fascista, con l'atteggiamento di aperta soddisfazione per l'azione.

Per me in quel momento il problema era di sganciarmi il più velocemente possibile e con determinazione ho inforcato la bicicletta avviandomi velocemente verso il gruppo di lavoratori alla OLAP che aveva ormai riempito la sede stradale. Meraviglioso è stato l'atteggiamento unanime di tutti i lavoratori presenti: aprirmi un varco per lasciarmi passare e rinchiudersi subito dono per impedire un'eventuale inseguimento da parte dei nazifascisti.

Avendo ormai alle spalle quel muro di lavoratori, è subentrato in me un senso di sicurezza e di gioia che mi Permetteva senza affanno di raggiungere la nostra base mobile: una compagna che mi aspettava passeggiando nella strada.

Ho messo la mia pistola nella sua capace borsa della spesa e sono andato al lavoro.

COSI' MORI' IL PARTIGIANO BONINI OTELLO OPERAIO DELLA FACE

Alle ore 20,30 circa del 26 scorso, una telefonata da Codogno avervtiva il Comando Piazza dl Lodi che una colonna di automezzi germanici si dirigeva su Lodi con intenzioni aggressive. La predetta colonna aveva già incendiato e devastato nei pressi di Cremona.

Immediatamente veniva avvertito il posto dí blocco di Porta Cremona di tenersi preparato e veniva inviato incontro alla colonna nemica un automezzo con a bordo Patrioti armati agli ordini del S. Ten. Bellotti e del S. Ten. Aguggini.

Le intenzioni dei nostri Patrioti erano delle più ben disposte poichè come da direttive del Superiore Comando Piazza essi dovevano trattare per concedere il passaggio alla predetta colonna nemica, attraverso la Città allo scopo di evitare inutili distruzioni e spargimenti di sangue innocente.

Nei pressi di S. Bernardo, il nostro automezzo avvistava la colonna nemica. I nostri patrioti restavano sull'automezzo in attesa degli ordini men-

tre i due Ufficiali scendevano intimando l'alt. Rispondeva l'immediato fuoco nemico. I nostri Patrioti rispondevano al fuoco con il fuoco. La colonna nemica forte di oltre 50 automezzi con íg

UN GAPPISTA RICORDA
NELLO
Particolari sull'eccidio di S. Bernardo

a disposizione artiglieria e mitragliere pesanti, mezzi blindati e armi automatiche, resasi conto dell'inferiorità numerica dei Patrioti attaccava vigliaccamente impedendo la soluzione pacifica.

Accerchiati dal soverchiante numero di uomini e mezzi i nostri Patrioti furono presi e condotti a cospetto del comandante la colonna nemica Franz Hockner. I patrioti protestarono le loro intenzioni non aggressive e mettevano in rilievo il fatto che la colonna nemica aveva sparato su due Ufficiali incaricati di parlamentare.

I sacri distintivi del Comitato di Liberazione Nazionale, dei quali erano forniti i due ufficiali furono di motivo al truce Comandante nemico per dare l'ordine dell'esecuzione. I nostri Eroi venivano trat-

tati alla stregua di banditi.

L'infame eccidio veniva compiuto con risolutezza barbara.

Sotto il piombo di una mitragliera. pesante da mm. 30 cadevano così in modo stoico i nostri Patrioti, i quali con sublime disprezzo gridarono forte per ben tre volte: « A morte i tedeschi. A morte il fascismo. Viva l'Italia libera ».

Miracolosamente scampavano alla morte sebbene feriti gravemente i Patrioti Sartorio, Bandirali, BelIoni, mentre pochi altri rimanevano illesi. Gli altri decedevano, immediatamente.

(Dal giornale di Lodi « Viva l'Italia », del 4 maggio 1945).

AVEVA COLLEGAMENTI CON LE FABBRICHE DEL RIONE BOVISA

Riportiamo di seguito alcuni ricordi tratti dalle memorie scritte dal compagno Lorenzo Pagliasso morto solo alcuni giorni fa in un appartamento di via Bovisasca dove abitava dal 1930.

A soli 15 anni nel 1906 Pagliasso era entrato a lavorare alle Officine di Savigliano partecipando attivamente all'Organizzazione delle lotte sindacali.

Dopo gli scioperi e l'occupazione delle fabbriche del 1920, era stato eletto Segretario della Camera del Lavoro di Savigliano ed ebbe contatti con A. Gramsci che allora .era all'Ordine Nuovo di Torino.

Arrestato e processato dai fascisti scontò alcuni anni di carcere. Fu costretto poi a rifugiarsi in Francia ove però fu di nuovo arrestato riconsegnato ai fascisti italiani e sottoposto a severa vigilanza.

Nel 1927 si trasferì a Milano lavorando prima alla Breda di Sesto S. Giovanni, poi presso l'officina NATHAN UBOLDI alla Bovisa e partecipò attivamente alla lotta antifascista e partigiana.

La mattina del 25 luglio del 1943 mia figlia viene in camera e mi annuncia con entusiasmo: « Il duce è caduto ora siamo liberi! ». Le risposi che era caduto male, che non doveva cadere a mezzo proclami. Ella si mise a piangere e corse da mia moglie dice-►do: « Papà non è contento».

Questo fu il primo giorno dì libertà dopo venti anni di tiran nia fascista. I lavoratori uscivano dalle fabbriche formando cortei al canto delle vecchie canzoni proibite.

Periodo molto breve: 8 settembre, armistizio, la guerra continua, si ritorna alla clandestinità, non si disarma, anzi si riprende un lavoro più duro. Un'impiegata della ditta dove lavoravo, segretaria del direttore dell'azienda (Maria Airoli), si mise subito in contatto e mi preparò un primo collegamento con un certo Medici, il quale mi diede disposizioni per il collegamento con le fabbriche del rione.

Dopo un breve periodo riuscii a collegarmi con un certo Pedoni della ditta Ceretti, Motta della ditta Broggi, Angelini della ditta Face, e con en altro della società Montecatini, un meridionale di cui non ricordo il nome. Dopo presi contatto con il compagno Serra Angelo (Gino) responsabile di settore del Partito Comunista, che mi mise in collegamento con un certo (Sergio) che dopo qualche tempo and5 nelle formazioni par- tigiane dell'Oltre Po.

Da quel momento ebbi il collegamento con un altro (Aldo) ài Musocco ed entrai a far parte del Comitato Clandestino di Zona. Non furono più soltanto collegamenti personali, ma riunioni in diversi punti della città, come il cimitero Monumentale, in C.so Sempione, a P.ta Volta, in via Canonica in una casa bombardata ed in centro della città. Il mio nome di collegamento era (Moreno).

Dal lavoro di partito si passò al lavoro del C.L.N.; alla costituzione in ogni fabbrica dei gruppi antifascisti che poi pre-

sero il nome di S.A.P. Questi gruppi erano costituiti da un responsabile da un organizzativo, e da un responsabile di stampa, gli altri facevano parte delle squadre d'azione, sabotaggio sul lavoro, dei trasporti etc. Ad esempio: i tre maggiori responsabili, collegati all'esterno separatamente con un responsabile del C.L.N. centrale di Zona istituivano di propagandare fra i lavoratori di far minor produzione impedendo di portare a termine I lavori a tempo; altri addetti al sabotaggio dei trasporti, dovevano cercare con ogni pretesto di non fare il carico, se si trattava di vagoni ferroviari si metteva nei mozzi delle ruote della polvere di smeriglio in modo che dopo qualche chilometro si ingrippavano i cuscinetti bloccando la vettura, al che i tedeschi facevano saldare le bocchette per l'immissione dell'olio, prima aperte.

Nella nostra zona operava prima un gruppo della III Brigata ed in seguito si costituì la 190' Brigata (Giulio Botti).

Siamo negli ultimi di febbraio 1944. Le organizzazioni clandestine nelle fabbriche sono perfette, si era istituita una parola d'ordine che ad ogni segnale d'allarme che durasse mezz'ora i comnonenti le squadre dovevano riunirsi nei prati- dietro i muri o dietro alle siepi per discutere e prendere decisioni vl t'a farsi.

Il primo marzo, parlo sempre della nostra zona, fu dato l'ordine di scioperare in tutte le fabbriche metallurgiche e meccaniche. Lo sciopero fu totale in tutte le suddette fabbriche e due lavoratori furono tradotti a San Vittore, I due lavoratori erano Pesce e Motta. Purtroppo questo sciopero alla Broggi ci costò caro. Nella notte del 16 marzo 1944 furono prelevati nelle proprie abitazioni altri due lavoratori, Brambilla in via Bovisasca 70 e Valentini di via Candiani, e furono rinviati in Germania da dove non fecere più ritorno. Dopo questi scioperi la vita diventò più dura sia per la maggior sorveglianza

i‘ lé

sui nostri movimenti, sia sui nostri collegamenti, e qualche inconveniente come quello del Motta col quale fu interrotto ogni collegamento. Una sera in C.so Sempione mi venne consegnato un pacco di giornali ed essendo già ora del coprifuoco pensai che non era troppo sicuro girare con quel pacco. Mi nascosi dietro una siepe, mi legai i giornali intorno al corpo sotto gli abiti per non dar sospetto; ma per recarmi a casa non sapevo più trovar la via. Trovai per fortuna una vecchietta che mi accompagnò alla Stazione Nord dove presi un treno per la Bovisa.

Tuttavia il lavoro, se pur duro, proseguiva meglio, con più serietà e maggior disciplina. Per dimostrare quale affiatamento esisteva nel collegamento clandestino ricordo questo episodio: nell'ufficio di capo officina della ditta in cui ero occupato, c'era una segretaria che pur non essendo comunista ma liberale intendeva collaborare con me per la lotta antifascista. Un giorno mi chiamò presso di sè e mi mostrò nel suo cassetto del materiale da distribuire del comitato del C.L.N.

Una sera in via Jenner all'altezza di via Bernina, io ed il Sergio camminavamo sul marciapiedi, questi un momento prima mi aveva consegnato un bigliettino con la nuova parola d'ordine per l'incontro con un altro, quando ci siamo sentiti intimare l'« alt

Era un gruppo di fascisti che ci invitavano ad andare dal loro capo.

Quando fummo ad ua decina di passi il loro capo diede ordine di lasciarci perchè non eravamo quelli ricercati.

Un'altra sera in P.zza Nigra stavo attendendo il collegamento.

L'ordine era di attendere il più possibile e poi allontanarsi, attesi per un quarto d'ora e poi me ne andai.

La sera seguente sempre alla stessa ora mi trovai con un altro e con i segnali e parola d'ordine convenuti ci avvicinammo e mi comunicò che il compagno la sera prima era mancato all'appuntamento, perchè in P.le Maciachini avevano ammazzato il giovane A. Galasi.

In un altro appuntamento, sul ponte della Ghisolfa mi avvertì di rompere ogni collegamento con il Motta della Broggi perchè sospettato di tradimento e di mettere in guardia i lavoratqri delle fabbriche di non confidare più nulla a quell'individuo. Si faceva di tutto per rendere più normale possibile le funzionalità dei Sapisti, che avevano anche il compito della conservazione degli impianti in modo che alla liberazione si potesse riprendere la produzione con normalità.

Intanto ci avviciniamo al 1945, quelle che erano speranze diventavano sempre più certezze sulla fine della guerra e del fascismo.

Alla fine di marzo ricevemmo l'ordine dal C.L.N. di preparare dei comizi nel nostro rione.

Nei soliti collegamenti con le fabbriche facevamo delle niccola riunioni di lavoratori per preparare i comizi che si dovevano tenere alla sera all'uscita dal lavoro in località che durante l'ultima mezza giornata si sarebbe comunicata passandoci parola.

II primo fu tenuto in Pie Lugano. Gli operai si sono recati in massa, si sono stretti attorno ai due giovani che parlavano per impedire un eventuale intervento dei fascisti e polizia. All'estremo del gruppo, giovani Sapisti armati facevano la guardie, anche i due giovani parlavano con la rivoltella in pegno il secondo comizio fu tenuto una settimana dopo in Nigra sempre nelle medesime condizioni, sempre con gli stessi giovani. Il mio compito era quello di fare in modo che tutto si svolgesse secondo gli ordini del C.N.L. Finalmente ecc-)

Il 25 aprile 1945. Gioia per tutti gli italiani. Per noi non era ancora finita si doveva operare perchè il lavoro riprendesse normale. Dovevamo fare in modo che non avvenissero atti di rappresaglia da parte di qualche squadraccia, infatti qui a Milano si sparò ancora per qualche giorno. Noi alla Bovisa abbiamo dovuto intervenire oer fermare un tentativo di invasione da parte della popolazione nella ditta Balestrini per asportare l'olio. Avevamo l'ordine di sorvegliare questa fabbrica, perchè non venisse asportato nulla essendo l'olio un prodotto alimentare e quindi un prodotto che era utile a tutta la popolazione. Il giorno seguente si ripetè di nuovo il tentativo ma questa volta da parte di falsi partigiani travestiti con un fazzoletto rosso col pretesto di aver avuto mandato di prelevamento del C.N.L. centrale. Dubitando delle loro parole, li feci attendere e telefonai al C.N.L. per farmi confermare la veridicità delle loro parole, ma questi se la diedero a gambe coi proprio mezzo di trasporto, anche perchè non potevano far resistenza In quanto avevamo la nostra guardia armata all'ingresso della fabbrica. Pian piano poi le cose cominciarono a rientrare nella normalità ed fl lavoro poi si svolse nella normale campagna politica.

RICORDI DI UN PARTIGIANO

(ex operaio delle Officine Galileo che operava nella zona Bovisa ed era in stretto contatto con il movimento antifascista della FACE).

24 aprile, ore 11: può dirsi che questa data segni l'inizio dell'insurrezione antifascista alla Face, fabbrica di punta della zona Bovisa.

La mattina del 24 aprile ero uscito di buon'ora. Rientrai verso le 10,30. Mio cugino, che mi attendeva sul portone di casa, mi disse che poco prima una persona era stata a cercarmi ed aveva lasciato detto di recarmi subito a casa di Moi, un operaio della Face.

Pensai subito che qualcosa di grosso era nell'aria. Non era mai capitato che una staffetta venisse fino in casa a dirmi che dovevo recarmi alla villetta del Moi dove si trovava il deposito delle armi che riuscivamo a portar via ai tedeschi ed ai fascisti.

Alla villetta del Moi ci contammo: eravamo in cinque.

Il responsabile del nostro gruppo ci informò brevemente l'obbiettivo da raggiungere: dovevamo disarmare il presidio tedesco che controllava l'entrata dello scalo-merci Farini che si trovava dalla parte del ponte della Ghisolfa.

Raggiungemmo con una macchina il luogo e mentre uno dei cinque rimase di sentinella al cancello d'entrata, gli altri quattro raggiunsero la « casamatta » dove si trovava il presidio tedesco e che distava ' circa 40 metri dal cancello.

Armi alla mano facemmo irruzione spalancando la porta e gridando: « Mani in alto ». Attorno ad un tavolo erano seduti tre tedeschi mentre un grosso prigioniero (forse polacco) che i tedeschi costringevano a lavorare nello scalo-merci, era in un angolo della stanza. Tutti alzarono le mani in atlo. Disarmammo i tre tedeschi. Il prigioniero si rese conto della nostra azione e con voce esultante ed agitando le lunghe braccia si mise a gridare: par-

Inaugurazione
Caduti
25 Aprile 1946 -
del cippo ai
11

tizan! partizan!

Nel frattempo era arrivata una macchina tedesca con a bordo due ufficiali. Li disarmammo portando via loro anche una grossa borsa contenente oltre un milione di lire in biglietti di banca fra i quali si trovavano anche molte « lingue di cane » (biglietti di banca coniati dai tedeschi) che poi consegnammo al movimento antifascista della Face e servì per le paghe dei lavoratori.

Qualcuno ci informò che stavano arrivando i fascisti con un motocarro armato di mitragliatrice: decidemmo la ritirata.

Quella sera nessuno di noi cinque dormì in casa propria poichè erano troppe le persone che ci avevano visto ed individuato.

Con l'inoltrarsi della sera le voci di una aperta ribellione al fascismo circolavano in città; si sparava alla Pirelli, alla O.M. ed in altre fabbriche.

Passammo la notte in casa della staffetta del nostro gruppo e grande fu la nostra sorpresa quando la mattina del 25 aprile alle ore 10 tante e tante sirene suonarono a lungo anzichè il solito minuto giornaliero per le prove di allarme aereo.

Fu un attimo. Stupiti ci guardammo in faccia e di colpo gridai: è il segnale dell'insurrezione!

Armi alla mano raggiungemmo via Jenner, bloccammo una macchina, facemmo scendere gli occupanti (tre guardie di finanza) e raggiungemmo la Face. Quale spettacolo in via Bodio! Non era l'ora del mezzogiorno eppure lavoratori e lavoratrici della Face erano tutti in strada a gridare frasi contro il fascismo, contro i tedeschi, contro il carovita e per la fine della guerra.

Davanti al portone d'ingresso c'era una macchina con due ufficiali tedeschi che i lavoratori avevano circondato e disarmato. Da piazza Nígra apparvero due autocarri carichi di tedeschi armati di mitragliatrici a nastro antiaereo. In un baleno i lavoratori sparirono dalla strada, rientrarono in fabbrica sprangando il portone e lasciando in strada la macchina con i due ufficiali tedeschi disarmati che non si erano neppure accorti dell'arrivo dei loro « camerati ». Noi ci nascondemmo nell'edificio delle scuole davanti alla Face.

I due autocarri si arrestarono davanti al portone ed informati dai due ufficiali dell'accaduto, piazzarono gli autocarri in mezzo alla strada e si misero a sp'rare contro le finestre della fabbrica mandando in frantumi i vetri. Ben presto ci rendemmo conto che dai terrazzi della Face i lavoratori rispondevano al fuoco, cominciammo anche noi a sparare ed i tedeschi resisi conto della situazione ripiegarono per la stessa strada da cui erano arrivati seguiti dalla macchina dei due ufficiali; seppi poi che erano stati bloccati e fatti prigionieri da una brigata parti-

25 Aprile 1965 - Nel Ventennale della Resistenza

giana appostata .al « ponte della sorgente » in via Farini.

Uscimmo dalla scuola raggiungendo il vicino ponte della Ghisolfa. Sul ponte file di persone si muovevano rapidamente portando carichi più o meno voluminosi sulle spalle o sulle braccia. Erano in -maggior parte donne e bambini che prendevano « d'assalto » i treni carichi di ogni génére di merce requisita dai tedeschi, già in partenza per la Germania e che invece finì giustamente nelle case dei- lavoratori.

Per un attimo il nostro gruppo restò come stordito nel vedere quella massiccia partecipazione operaia.

Con lé organizzazioni antifasciste della Fate che operavano all'interno dello stabilimento decidemmo di organizzare i; lavoratori per meglio fronléggiare l'azione armata contro i tedeschi e contro i fascisti. Andammo a casa del Moi a prendere le armi che avevamo portato via in precedenza ai tedeschi ed ai fascisti e li distribuimmo ai lavoratori; altre armi furono « disboscate • in seguito, come i fucili che si trovavano nelle cantine del « casone • di via Torelli. In breve la Face si trasformò in quartiere generale di tutto il rione Bovisa.

Milano era ormai in mano agli insorti. Ben presto arrivarono anche le formazioni partigiane che per tanti lunghi mesi avevano operato sulle montagne. Tutti quelli che per tanti anni avevano lottato conseguentemente contro il fascismo, videro la fine di una tirannide che per venti anni aveva .infierito contro i diritti dei lavoratori e contro la libertà.

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IGIOVANIELACOSTITUZIONE

Finché in Italia ci sarà una sola persona, un solo lavoratore, che cerca lavoro e non lo abbia, una sola famiglia di lavoratori a cui non sia garantita una esistenza libera e dignitosa, ci sarà lavoro per voi, o giovani! Lungo lavoro, lungo lavoro da compiere per realizzare la Costituzione! Questo è il punto essenziale.

E i giovani devono sentire la grandezza, la santità direi quasi religione di questo impegno, questo senso di solidarietà, questo senso per cui ogni uomo è solo nella società per cui la sorte di ciascuno di noi è la sorte di tutti, per cui basta che ci sia uno la cui sorte non corrisponde a quella voluta dalla Costituzione, perché tutti ci sentiamo colpevoli di questa mancanza, di questa carenza Costituzionale. La nostra Costituzione, si può dire, è una Costituzione programmativa, in evoluzione.

Non crediate che per farla evolvere basti leggerla. Non crediate che per farla evolvere bastino i giuristi, che la commentino e la illustrino. Bisogna metterci dentro delle forze politiche, delle forze morali. In questa carta costituzionale che pare così fredda, così fatta di articoli compassati e in stile, direi quasi burocratico, in realtà, come io dicevo qualche giorno fa qui a Roma, a una riunione di giovani, in questa carta ci sono gli echi di voci auguste, di voci che vengono da lontano, c che sono arrivate sino a noi attraverso questi articoli.

Quando io leggo, nell'articolo 11, quando io leggo che l'Italia ripudia la guerra, come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli, e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali e che considera la Patria italiana come una patria fra le patrie, ma questa voce io la conosco, questa voce io l'ho sentita! Questa è la voce di Mazzini!

Quando io leggo in un altro articolo che tutte le regioni in Italia sono uguali, devono avere un regime di uguaglianza ma questa voce io l'ho sentita è la voce di Cavour!

E quando io leggo in un altro articolo che il nostro esercito deve essere democratico: ispirato alla ideologia democratica ma questo è Garibaldi!

E quando leggo che la pena di morte è abolita ma questo è Cesare Beccaria!

Nella nostra Costituzione ci sono tutti i nostri predecessori che sono arrivati a parlare attraverso questi articoli.

Ma ci sono quelli più vicini. Quando io sento parlare dei diritti del lavoro e di questa dignità che i lavoratori devono avere, di questa redenzione dalla miseria che non è soltanto redenzione economica, ma che è redenzione morale, ma io sento la voce di Gobetti, di Rosselli, di Gramsci, dei cari amici che abbiamo conosciuto!

Dietro questi articoli, c'è tanto sangue e tante lacrime e tanto sacrificio!

Lo ricordava stamane l'amico Parri. Io ho detto una volta anche questo ai giovani che son tutta la mia speranza, tutta la nostra certezza. Io ho detto che in Inghilterra che è Paese che ha la più antica Costituzione del mondo, che risale al 1215, gli inglesi vanno in pellegrinaggio a quel castello dove la Costituzione fu elargita.

Essi vedono, il turista che va in automobile nell'interno della Inghilterra vede ogni tanto dei cartelli con le frecce che indicano dove si trova questo luogo.

Qui i giovani devono andare in pellegrinaggio sulle montagne, devono andare in pellegrinaggio nelle prigioni, nei campi di concentramento, ovunque, ovunque un italiano si sacrificò, fu impiccato, fu fucilato, torturato, perché finalmente si potesse arrivare a questa Costituzione. In ognuno di quei luoghi è nata la Costituzione! In ognuno di quei luoghi bisogna che i giovani vadano in pellegrinaggio.

Si ricordino, si ricordino, i giovani, la nostra non è una Costituzione conservatrice: in Italia oggi, questa è la realtà, i soli sovvertori sono i conservatori!

Ma i giovani non sono conservatori. I giovani guardano in avanti. Ricordatevi, o giovani! La Resistenza ncn è stata invano! La Resistenza: la Costituzione siete voi! PIERO CALAMANDREI

'4

Nelle pagine che seguono riportiamo documenti, fotografie, comunicati ed ordini del giorno del C.d.F. riferiti agli avvenimenti ed alle lotte antifasciste di questi ultimi anni.

Bloccato da uno sciopero di due ore lo stabilimento di via Bodio

Protesta antifascista alla FACE: la CISNAL non sarò riconosciuta

Il primo significativo successo dopo una grande manifestazione in fabbrica

Lo sciopero alla FACE Standard, contro la penetrazione nella fabbrica del sindacato fascista, e la forte manifestazione che si è tenuta ieri mattina all'interno dello stabilimento sotto la stele che ricorda i caduti della guerra di Liberazione, ha già avuto un primo significativo risultato. Al termine del comizio, la direzione del grande stabilimento elettromeccanico si è impegnata « a non riconoscere sotto alcuna forma diretta o indiretta la CISNAL e a non aVere alcun rapporto con quella organizzazione ».

Il lavoro ieri mattina si è fermato alla FACE Standard alle 9 e 30 precise. Oltre ai tremila operai, impiegati e tecnici della fabbrica di via Bodio, allo sciopero hanno aderito anche i 1.100 istallatori degli impianti telefonici, dislocati un po' in tutta Italia.

Alle lo, nel grande piazzale dello stabilimento, dove una lapide ricorda i lavoratori caduti nella guerra di Liberazione, alla presenza di migliaia di lavoratori, ha preso la parola, a nome delle tre organizzazioni sindacali, il compagno Annio Breschi, segretario provinciale della FIOM. In fabbrica, oltre al compagno Breschi, erano presenti i sindacalisti Fontana, Rota, Galbusera, Maestri, Chinosi e Fiorentino.

Lo sciopero era stato deciso dal Consiglio di fabbrica dopo che la direzione dell'azienda, nel corso di una riunione con l'esecutivo dell'organismo unitario di fabbrica, aveva affermato che avrebbe riconosciuto quattro delegati della CISNAL.

L'affermazione della direzione era particolarmente grave per due motivi: 1) nell'ultimo accordo aziendale veniva esplicitamente riconosciuto il Consiglio di fabbrica, in cui non è stato eletto nessun membro della organizzazione fascista. Il voler dare una pa-

La manifestazione antifascista alla FACE-Standard.

tente di legittimità ai quattro rappresentanti sindacali della CISNAL costituisce, quindi, una vera e propria provocazione contro i lavoratori; 21 la richiesta di riconoscere i quattro rappresentanti della CISNAL, almeno da quello che riferisce l'azienda, veniva direttamente dall'Assolombarda; tanto per confermare l'appoggio dell'associazione padronale al sindacato fascista.

Il consiglio di fabbrica aveva immediatamente risposto a questa grave provocazione con la dichiarazione di uno sciopero di due ore. La FACE Standard, infatti, non è nuova a queste manovre. Nel suo stabilimento di 'Maddaloni, il sindacato fascista è riuscito ad ottenere — grazie all'appoggio della direzione . un certo seguito fta i lavoratori, conaenteìídO così 'un'ope,

ra di divisione e di discriminazione.

Inoltre, la FACE Standard fa parte di quel potente monopolio americano delle telecomunicazioni, il gruppo ITT, che, non solo negli USA, ma anche nel Sud America, in stretto collegamento con la CIA, ha tentato più di un'operazione reazionaria. La ITT finanzia apertamente la campagna elettorale di Nixon, dopo aver ricevuto assicurazioni che certe norme anti-trust verranno tenute dal presidente USA a bagnomaria; nel Cile la ITT, assieme agli agenti della CIA, tentò nell'autunno del '70 di boicottare l'elezione di Allende a Presidente.

La FACE Standard ha, insomma, .le carte in regola, dn Italia e nel mondo, per essere considerato un baluardo delle forze più reazionarie e retrive. Nello stabilimento

milanese, il tentativo di introdurre un elemento di continua provocazione è stato immediatamente rintuzzato. Al termine. del comizio del compagno Breschi, una folta delegazione di sindacalisti e di lavoratori eletta dall'assetti, blea si è recata in direziOni portando la vibrata pro~ di tutti i lavoratori.

Al termine dell'incolli" la direzione — come dice un comunicato , della delegaaione sindacale che ha partecipato, all'incontro — « cohiif lakin respingere ogni gap. scìsta nei suoi tanto essa si impegni i riconoscere sqtto alcuna ma ,diretta ,diretta o ~ttii la tlIgSNAL e a non aver alcun porto con quella o zione

E' una prima vittoria, che là saprà difendere fino in

)4L Ir Unità / venerdì 31 nvirze .1.7h a

CGIL, CISL, UIL milanesi:

GRAVI PROVOCAZIONI A MILANO E A ROMA

Strage alla sede milanese della Banca Nazionale dell'Agricoltura

Cordoglio dei milanesi - Appello alla vigilanza e all'unità

Nella giornata di venerdì 12 dicembre nella nostra città una bomba posta nei locali della Banca Nazionale dell'Agricoltura di piazza Fontana è esplosa, provocando la morte di 13 cittadini e il ferimento di altri 90.

Contemporaneamente a Roma altri ordigni sono esplosi alla Banca Nazionale del Lavoro e al monumento al Milite Ignoto, provocando il ferimento di sedici cittadini.

Sui tragici ed impressionanti avvenimenti le segreterie provinciali della CGIL, CISL e UIL hanno emesso il seguente comunicato:

« I lavoratori milanesi esprimono il

12 dicembre 1969: a Milano una bomba viene fatta esplodere ne;la Banca Nazionale dell'Agricoltura. E' una strage: 16 morti, oltre cento i feriti. CGIL, CISL, UIL denunciano l'attentato come un attacco alla democrazia ispirato dai nemici dei lavoratori e proclamano tre giornate nazionali di lutto. La classe operaia, il movimento democratico reagiscono con responsabile fermezza di fronte a questa nuova e più grave provocazione fascista. Pochi giorni prima era morto, durante un ingiustificato attacco della polizia ai lavoratori che uscivano dal Teatro Lirico dl Milano, l'agente Ahnarumma. Sono i primi tragici episodi della « strategia della tensione ».

Ha inizio la caccia all'anarchico e al « rosso ». Le indagini per la strane di Piazza Fontana vengono volutamdnte orientate verso gli « anarchici », anche se, Come risulterà più tardi, c'erano già indizi e prove consistenti per individuare la « pista nera » che avrebbe portato all'identificazione dei veri responsabili della strage: i fascisti. Vittima di questa distorsione delle indagini è Pietro Valpreda, che subisce tre anni di prigione e ancora oggi non ha visto la conclusione del suo processo.

loro orrore di fronte alla strage che ha colpito Milano.

« Il fatto è di inaudita gravità: sangue e morte colpiscono profondamente la sensibilità umana e i sentimenti civili e democratici di tutti i lavoratori e cittadini milanesi.

« In significativa coincidenza a Roma sono scoppiati altri ordigni. Siamo di fronte ad una provocazione organizzata ed ad una azione di disumana violenza.

« Le segreterie provinciali della CGIL, CISL e UIL di Milano esprimono la

- Tredici morti, novanta feriti

commozione di tutti i lavoratori milanesi e la severa condanna dei feroci criminali e chiedono che si colpisca con energia qualsiasi responsabilità che emerga.

« Le segreterie della CGIL, CISL e UIL invitano tutti i lavoratori milanesi a manifestare con fermate sui luoghi di lavoro il loro cordoglio. Le segreterie CGIL, CISL e UIL sono impegnate, con tutte le loro organizzazioni di categoria e di fabbrica a seguire con estrema vigilanza la gravissima situazione ».

18 Maggio 1973 - STRAGE DAVANTI ALLA QUESTURA DI MILANO

Al Ministero degli INTERNI

Al Presidente CAMERA DEPUTATI

Al Presidente SENATO della REPUBBLICA

Al Prefetto di Milano

Alla Feder. CGIL-CISL-UIL di Milano

I lavoratori della FACE-Standard di Milano riuniti

In Assemblea, nell'esprimere sdegno per il grave atto criminoso che ancora una volta ha bagnato di sangue le strade di Milano, rivolgono un vibrante appello affinchè tutte le autorità Governative, nell'ambito delle loro responsabilità, intervengano decisamente per colpire e stroncare i coordinatori, i mandanti, gli esecutori e i finanziatori di questa strategia criminale che a Milano sembra trovare il punto di massima concentrazione.

Questa catena di violenze, di stragi che ha una marca prettamente fascista, deve essere stroncata

individuando le fonti criminose ed agendo con la massima severità nei confronti di tutti i grandi o piccoli personaggi.

Chiedono un Governo che, reggendosi sul consenso delle masse popolari, sia capace di sconfiggere qualsiasi rigurgito fascista nel contesto di uno svilupoo economico e sociale del Paese.

Questo vogliono i lavoratori milanesi: questo impegno ribadiscono nel momento in cui Milano democratica e antifascista, ferma tutte le attività lavorative per esprimere il cordoglio alle vittime e l'augurio di pronta guarigione ai feriti e per riconfermare la volontà uintaria di tutti i lavoratori di difendere la libertà e la democrazia.

Milano, 18 maggio 1973.

Consiglio di Fabbrica

16

Face-Standard

Milano, 12 aprile '73: L'agente di PS Marino è ucciso dai fascisti durante una manifestazione provocatoria indetta dal MSI. In un appello rivolto ai lavoratori in occasione del 25 aprile, La Federazione CGIL-CISL-UIL dichiara: « I fatti criminosi degli ultimi giorni testimoniano che la tragica spirale della violenza, iniziata con la strage di Piazza Fontana, anziché arrestarsi subisce continue accelerazioni favorite dalla inOrtezza della situazione politica e dall'inerzia del governo nell'isolare e bloccare i processi disgregativi a tutti i livelli che di fatto dilatano gli spazi di intervento della violenza squadrista. Troppi delitti contro le libertà democratiche e contro la stessa vita dei cittadini restano impuniti. Le responsabilità, sempre più chiare, dell'estrema destra nell'attuazione di complotti, che vogliono com-

promettere gli equilibri democratici, il clima di disordine e di disorientamento, che è diretta conseguenza di questi piani eversivi e dell'inerzia dei pubblici poteri a troncarli alla radice, una volta per tutte, fanno crescere il disagio dei cittadini di fronte a questi continui attentati alle istituzioni nate dalla Resistenza; perpetrati nel chiaro intento di avvelenare la dialettica democratica e rendere precaria la convivenea civile.. ».

Ancora Milano è scelta, dalle forze eversive, come teatro delle più brutali e torbide provocazioni: i'l 18 maggio 1973 un individuo — Bertoli — che si fa passare per « anarchico individualista », ma del quale vengono subito alla luce i legami con gli ambienti di destra — lancia una

bomba dinanzi alla questura provocando una strage.

Il 28 maggio una bomba esplode a Brescia in piazza della Loggia, durante una manifestazione antifascista. I morti sono sette, i feriti dilaniati e mutilati dalla bomba novantaquattro. La Federazione CGIL, CISL, UIL proclama per il giorno successivo quattro ore di sciopero generale. E' uno 'sciopero imponente, certo uno dei più grandi nella storia italiana, e altrettanto imponenti le manifestazioni che si svolgono in tutte le città e alle quali partecipati°, insieme ai dirigenti sindacali, 'i rappresentanti di tutti i partiti democratici. E' una grande prova di forza della democrazia italiana. Il 31 maggio si svolgono i funerali delle vittime. Mezzo milione di persone seguono .le bare. Seimila operai delle fabbriche bresciane assicu• rano il servizio d'ordine.

28 Maggio 1974 - BRESCIA: STRAGE IN PIAZZA DELLA LOGGIA

COMUNICATO URGENTE!!!

Domani 31 maggio in occasione dei funerali dei lavoratori uccisi dalla criminale follia fascista a Brescia, una delegazione dei lavoratori della FACE-Standard sarà presente alla cerimonia per portare il vivo cordoglio e la solidarietà dei lavoratori milanesi.

Delegati e lavoratori sono invitata a far parte della delegazione dando i nominativi al proprio delegato o al Consiglio di Fabbrica.

L'orario di partenza è previsto verso le ore 10 dalla stazione Centrale; il rientro a Milano verso le ore 18.

. Per tutti il permesso deve essere preso per l'intera giornata in conto proprio non retribuito.

Sede, 30 maggio 1974.

Consiglio di Fabbrica

12 morti per la bomba sul treno

Un ordigno esploso alle 1,30 del 4 agosto sul treno « Italicus » in località S. Benedetto di Val di Sembro, ha causato la morte di 12 persone ed il ferimento di altre 44. Il criminale attentato fascista dimostra che Io minacce eversive allo istituzioni rimangono estremamente gravi e pericolose. L. indagini compiute dalla Magistratura, dalla polizia • dal nuovo servizio antiterrorismo hanno finora portato all'arresto degli autori del delirante messaggio con cui l'organizzazione neonazista e Ordine Mero » rivendicava le parternità della strage. E' necessario che sia fatto tutto II passibile per assicurare rapidamente alla giustizia esecutori • mandanti dell'infame catena dl attentati che insanguina da troppo tempo l'Italia.

Pronta risposta di grandi masse

I lavoratori italiani hanno saputo, come già all'indomani della strage di Brescia, reagire con prontezza ed efficacia all'odioso massacro di persone inermi. If mattino del 5 agosto uno sciopero generale nazionale ha bloccato tutti i luoghi di lavoro. Forti manifestazioni di strada hanno riconfermato, in varie città, la volontà della classe operaia e dei sindacati di battersi, unitamente alle forze politiche democratiche, per difendere l'ordine repubblicano dai ricorrenti attacchi reazionari. A Milano, in particolare, migliaia di persone hanno partecipato al corteo ed al comizio di protesta che si è svolto 1'8 agosto in piazzale Loreto, nel trentesimo anniversario cioè del sacrificio dei martiri della Resistenza.

CRIMINALE INCENDIO ALLA FACE

COMUNICATO

Il C.d.F. della FACE-Standard di Milano di fronte alla incredibile provocazione perpetrata con l'incendio doloso del deposito di Fizzonasco, denuncia il carattere antioperaio ed anti democratico di un simile atto.

Ancora una volta di fronte alla ripresa dell'iniziativa sindacale e democratica nel paese, rispunta puntuale la provocazione mascherata di color (rosso), che altro non nasconde se non il tentativo di creare caos e confusione per poi colpire il movimento operaio.

Questi atti e le relative motivazioni non sono che il frutto di menti distorte e malate, che nulla hanno 49

a che spartire con il movimento dei lavoratori e le tradizioni di lotta.

Certi gesti oltre a mettere in pericolo il lavoro di migilaia di lavoratori servono solo alla reazione nazionale ed internazionale, per imbrigliare il grande movimento di emancipazione e progresso delle forze democratiche e popolari.

Il movimento operaio saprà isolare e sconfiggere ogni provocazione da qualsiasi parte essa provenga, con la lotta che gli è più congeniale cioè la mobilitazione democratica di massa.

Sede, 7-10-74.

II Consiglio di Fabbrica della FACE-Standard

COMITATO-UhuTaRro iNTtrriSr.:STP. Di MONZ R-CGIL(151

LAVORATORI DELLA FACE-STANDARD!

La grande, imponente, improvvisa manifestazione antifascista che si è svolta venerdì nel centro della città, è stata la risposta dei lavoratori, degli studenti, dei cittadini di Milano alla provocazione del MSI e dei suoi squadristi.

In questi ultimi giorni la provocazione fascista, la violenza, gli attentati sono pericolosamente aumentati.

A Savona, a Viareggio i fascisti hanno continuato a far esplodere bombe, ma la cittadinanza ha risposto compatta al terrorismo ed ha dato vita in tutti i quartieri, in tutte le fabbriche a Comitati Uintari Antifascisti.

A Roma per alcuni interi giorni i fascisti hanno liberamente scorazzato per le vie della città, mentre la prefettura, la questura, la polizia sono rimasti assenti ed indifferenti; in quei giorni a Roma si è creato un pericoloso clima di tensione e di paura; solo la mobilitazione antifascista e la manifestazione promossa dall'ANPI a Roma in P.zza SS. Apostoli, ha permesso di ritrovare un clima di fiducia in seguito alla risposta di massa dei lavoratori e dei cittadini.

TALE PROVOCAZIONE SI E' TENTATO DI RIPETERLA VENERDI' A MILANO DAL MSI CHE A SORPRE-

SA VOLEVA TENERE UNA PERICOLOSA MANIFESTAZIONE NEL CENTRO DI MILANO, CITTA' OPERAIA E DI TRADIZIONI DEMOCRATICHE ED ANTIFASCISTE.

D i fronte a questo pericoloso atto provocatorio e di fronte all'atteggiamento del prefetto e della questura che non volevano revocare l'autorizzazione alla manifestazione fascista, la Federazione Unitaria CGIL-CISL-UIL, assieme al Comitato Unitario Antifascista Milanese immediatamente ha fatto mobilitare i lavoratori di tutte le fabbriche di Milano per soffocare ogni tentativo di caos e di terrore.

Oltre 20.000 lavoratori in meno di un'ora sono affluiti al centro della città.

Si è trattato di una manifestazione pronta, entusiasmante e possente che ha dato il senso profondo della coscienza antifascista e della capacità di mobilitazione della classe operaia milanese.

Nel corso della manifestazione è stato lanciato l'appello per sottoscrivere una petizione popolare antifascista perchè si intervenga decisamente per colpire a fondo e stroncare l'azione eversiva, terroristica e squadristica dei fascisti, dei loro finanziatori, mandanti e protettori.

Milano, 8-3-1975.

Il Consiglio di Fabbrica

FACE-Standard - Milano

MOBILITAZIONE DI MASSA STRONCA PROVOCAZIONE FASCISTA
Un momento dell'entusiasmante manifestazione antifascista

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