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Il conflitto arabo - israeliano : una guerra che puzza di petrolio
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Tregua sociale? Una menzogna con un secondo fine
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Il festival nazionale de I' Unità
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Il conflitto arabo - israeliano : una guerra che puzza di petrolio
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Tregua sociale? Una menzogna con un secondo fine
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Il festival nazionale de I' Unità
La tragedia del Cile è entrata nel cuore di un numero sempre più grande di uomini, donne, giovani del nostro paese.
I morti sotto la feroce repressione dei generali gorilla, le notizie sempre più precise e sicure sullo strangolamento economico cui il Cile è stato condannato dai padroni degli Stati Uniti attraverso banche, giochi al ribasso del prezzo del rame, boicottaggio economico, hanno fatto aprire gli occhi anche a chi s'era ormai abituato a tenerli chiusi, non leggendo, non ascoltando, non informandosi, non discutendo, non pensando.
La tragedia cilena ha creato e crea nei cattolici e nei veri cristiani dei ripensamenti, che non possono essere soffocati da chi, come l'on. Fanfani, mette sullo stesso piano Solgenitzin e Sakharov ancora e giustamente vivi ed Allende morto.
In Cile ci sono democristiani che ammettono d'aver aiutato i militari a fare il colpo di stato e sono già pronti a collaborare con i generali assassini, se questi lo volessero, magari mettendo al muro o in carcere quella parte di democristiani assolutamente di parere opposto.
Chi sta con i generali ha inventato la menzogna che era Allende a preparare un « golpe »: quando anche i ciechi hanno potuto constatare che Allende non ha mai voluto usare violenza o violare le istituzioni, preferendo la morte insieme ai suoi sostenitori.
'Il problema non può bruciare la coscienza -di ogni democristiano italiano: proprio per questo chi classifica i democristiani italiani tutti uguali ai democristiani collaborazionisti del Cile sbaglia. Bisogna imparare a non fare di ogni erba un fascio. Certo, anche tra i nostri dc ci sono quelli che si troverebbero più a loro agio con Almirante « servo dei nazisti » che con socialisti e comunisti: ma non tutti sono così. Le condizioni italiane ed i rapporti di forza sono assai diversi, per cui si vince la battaglia per la libertà convincendo gli onesti all'unità ed isolando i disonesti.
Dire infine, come ha fatto qualcuno, che anche in Italia bisogna tener d'occhio i generali è provocatorio: è quell'estremismo parolaio che finisce per non spingere alla vigilanza nè sui generali nè su altri ancor più pericolosi, ma che denuncia in chi lo agita un senso di paura e la certezza che, se venissero tempi duri, lui non ci sarà.
« Ha detto ai poveri la verità, per questo i ricchi l'hanno assassinato ». Sono due versi di Bertolt Brecht e pensiamo che meglio di ogni altra parola possano onorare la memoria di Salvador Allende e ricordarne l'opera per l'emancipazione della classe operaia cilena.
Commossi profili dell'eroico ed indimenticabile Presidente del Cile sono stati pubblicati su molti giornali e non potremmo certo fare di meglio: vogliamo perciò ricordare la grandezza, la nobiltà, la lealtà, il coraggio di questo nostro compagno martire del so-
cialismo riportando le parole conclusive del suo ultimo appello al popolo cileno, mentre il Palazzo della Moneda stava bruciando sotto le bombe dei golpisti. Pochi istanti dopo Salvador Allende, legittimo Presidente del Cile, tacerà per sempre, assassinato dai sicari dei generali traditori.
« Lavoratori della mia patria, io ho fede nel Cile e nel suo destino. Altri cileni verranno dopo di noi. In questi momenti oscuri ed amari in cui il tradimento pretende di imporsi, sappiate che presto o
tardi — io ritengo assai presto — si apriranno di nuovo le grandi strade dove passeranno gli uomini degni, per costruire una società migliore.
...La storia è nostra, sono i popoli che la fanno... Viva il Cile!
Viva il popolo! Viva i lavoratori!
Queste sono le mie ultime parole ed io ho la certezza che il mio sacrificio non sarà vano, io ho la certezza che sarà almeno una lezione morale che condannerà la fellonia, la viltà, il tradimento ».
17 settembre 1973. Nella cattedrale di Santiago, il cardinale Raul Silva Enriquez celebra solennemente il 163° anniversario dell'indipendenza cilena. Nella navata centrale, accanto al generale Pinochet ed agli altri militari traditori che si sono impadroniti del Cile con un golpe sanguinoso, c'è anche Eduardo Frei, il democristiano presidente della Repubblica dal 1964 al 1970, lo stesso che garantì solennemente ad Allende, fino a pochi giorni prima del colpo di stato, la collabora-
zione del proprio partito. Sono passati pochi giorni dall'assassinio di Allende. « Te deum laudamus » canta il cardinale; « lunga vita al nuovo governo cileno » invoca l'alto prelato, quello stesso che fino a poco prima si compiaceva di farsi fotografare mentre stringeva la mano ad Allende.
Poco dopo Frei, insieme agli altri due ex-presidenti della Repubblica Alessandri e Gonzales Videla — anch'essi presenti nella cattedrale accanto ai golpisti as-
sicura il proprio appoggio al governo militare.
Nello stesso momento le carceri sono già piene di prigionieri politici ed i fucilati, gli assassinati, i torturati si contano a centinaia, forse a migliaia.
Di Patricio Aylwin, presidente della DC cilena, vogliamo solo ricordare le vergognose parole di adesione al golpe, pronunciate nell'intervista rilasciata al corrispondente dell'ANSA da Santiago.
Dopo aver liquidato con poche parole di circostanza il bagno di
sangue in cui i golpisti hanno gettato il Cile, il presidente della DC ha affermato che per esprimere un giudizio definitivo sulla giunta militare « è necessario attendere qualche tempo e che passi la situazione di emergenza ancora esistente per la resistenza di alcuni gruppi o individui ». Dunque, per questo individuo, una volta cessata la resistenza, gli arresti e le esecuzioni sommarie dei democratici saranno normalità e la DC cilena potrà « pronunciarsi ».
La vita di Corvalan è in pericolo; mentre scriviamo è nelle carceri, dei generali traditori.
Gli assassini che usurpano il potere a Santiamo accusano l'eroico Segretario del Partito comunista cileno di « alto tradimento » per aver seguito e propagandato una « ideologia estranea al Cile ». Questa « ideologia » è il marxismo: un'idea che ha sperimentato la propria universalità
La commozione e la solidarietà con cui guardiamo al dramma del Cile non può distogliere la nostra attenzione da tutto ciò che tocca il movimento operaio. Si sta sviluppando sulla stampa italiana ed internazionale, una campagna per i noti avvenimenti sovietici, che riguardano direttamente la libertà di cultura e, più in generale, il problema delle libertà democratiche.
ra e limitano il dibattito politico e delle idee ». (Enrico Berlinguer al festival dell'Unità di Milano).
nel cammino della storia e che ha ispirato il programma politico da cui è venuta la possibilità per il Cile di diventare il padrone delle proprie ricchezze.
La giunta militare fascista che ha assassinato il Presidente Allende, abbattuto il regime democratico ed imposto una dittatura di terrore e di sangue, intende colpire nel Segretario del Partito comunista cileno la resistenza di tutti i democratici cileni.
Corvalan è il combattente rivoluzionario che ha operato con più coraggio e più responsabilità: ha diretto il Partito comunista battendosi per il dialogo con le forze politiche democratiche, anche quando altri della sinistra non lo capivano e non l'assecondavano. Si è sempre posto con forza il problema del fronte nazionale perchè, diceva, « la lotta per il socialismo non è solo un problema di ragione, ma anche di forza ». Il problema dell'unità con i socialisti, raggiunta dopo un lungo travaglio, era sempre considera. to fondamentale e Corvalan non
temeva certo di dire « abbiamo imparato dai socialisti, i socialisti hanno imparato a noi ».
La sua immensa fiducia nel Cile, nella unità popolare e nazionale, nella forza delle masse, la sua modestia (non amava parlare di sè, delle sue vicende personali che erano state anche tortura, carcere, deportazione), le sue capacità, il suo senso d'umanità ne hanno fatto uno degli uomini più
Non manca chi, non potendo non esprimere la propria condanna per la tragedia cilena, cerca vergognosamente di porre sullo stesso piano fatti e fenomeni politici che nulla hanno in comune.
Ricordiamo a costoro che, mentre Solgenitzin e Sakharov sono liberi di convocare conferenze stampa e fare qualsiasi dichiarazione, i comunisti, i socialisti, i democratici cileni sono incarcerati, torturati, assassinati.
La posizione del PCI, di fronte alla vicenda Solgenitzin e Sakharov, è precisa: netta disapprovazione. « Ribwliamo la nostra critica verso atti e metodi che colpiscono la libertà della cultu-
E' la posizione che abbiamo assunto fin dall'8° Congresso del nostro partito (1956) e che abbiamo sempre riaffermato, approfondito e chiarito, appunto perchè gli « elementi di degenerazione » (Togliatti) dell'epoca staliniana offendevano la legalità democratica ed offuscavano la portata liberatrice del socialismo.
Il socialismo non può significare sospensione o attenuazione delle libertà democratiche, ma — come Lenin insegnava — la loro piena e reale attuazione. Siamo sempre stati fautori del dibattito aperto e costruttivo — anche tra i partiti comunisti, nel rispetto reciproco dell'autonomia e dell'originalità di ogni singolo partito —, convinti che i vincoli internazionalisti implicano non solo una reciproca influenza, ma esigono partecipazione viva di tutti al confronto delle esperienze e delle idee.
Ciò non significa che approviamo le posizioni di Solgenitzin e
Sakharov: anzi vediamo nei loro giudizi un grave offuscarsi della coscienza di ciò che il socialismo ha realizzato e lo smarrimento dei termini reali in cui si pone oggi nel mondo la lotta di classe. Le dichiarazioni di Sakharov sui fatti del Cile, poi, sono talmente ignobili da destare più pena che indignazione.
Ma pur criticando con chiarezza limiti ed errori riscontrabili nella vita sovietica, non dimentichiamo cos'è il socialismo, ciò che ha realizzato, ciò che rappresenta per il movimento operaio e democratico del nostro paese e per tutti i popoli che lottano per la libertà, contro l'imperialismo. Di fronte all'imperialismo, ai processi d'integrazione capitalistica, l'internazionalismo trova oggi ragioni oggettive ben più grandi di ieri e su queste ragioni noi fondiamo il criterio « dell'unità nella diversità ».Così, quando due sistemi economici e politici si fronteggiano sulla scena mondiale, sappiamo da quale parte stare, anche se questo non ci impedisce di criticarne deficienze ed errori.
Si è aperta la campagna di tesseramento al PCI, l'importante appuntamento per il rafforzamento del Partito della classe operaia e di tutti i ceti laboriosi.
Il prestigio e la fiducia nel Partito Comunista Italiano sono crescenti tre le grandi masse popolari, tra i lavoratori, tra le donne, tra i giovani, tra tutti gli italiani che sempre più riconoscono nel PCI la forza politica decisiva per la trasformazione demo-
cratica della società italiana.
E' con la coscienza di ciò che invitiamo i compagni a rinnovare la tessera con sollecitudine e i lavoratori della Innocenti, anziani e nuovi, ad entrare nel PCI per trasformare il prestigio di cui gode il nostro Partito in forza reale.
Nei reparti, negli uffici ci sono le condizioni per aumentare sensibilmente la nostra forza organizzativa, per continuare nel costante suc-
cesso del nostro Partito in fabbrica.
IL PARTITO COMUNISTA ITALIANO E' L'ORGANIZZAZIONE POLITICA D'AVANGUARDIA DELLA CLASSE OPERAIA E DI TUTTI I LAVORATORI. PER UNA SOCIETA' PIU' GIUSTA, PER LA DEMOCRAZIA E LA LIBERTA', PER LA PACE, ISCRIVITI AL PCI!
stimati e considerati di Unità Popolare e dello schieramento governativo.
Con Allende è stato leale e fedele: anche per questo ora nelle mani dei golpisti assassini rischia la vita. « Sono tranquillo. Amo molto la libertà, e amo la vita, ma non temo la morte, se dovrò morire per una giusta causa » ha detto con fierezza Corvalan all'inviato dell'Associated Press che lo ha intervistato in carcere.
Ma Corvalan deve essere salvato, perchè possa operare ancora per i lavoratori, perchè la sua salvezza è pegno perchè siano salvate altre vite!
Come sempre i comunisti sono il bersaglio dei fascisti: come sempre, com'erano stati i primi e più decisi a battersi per indipendenza e libertà, per l'unità con i socialisti e con tutte le altre forze di sinistra, sono ora quelli ricercati e braccati uno per uno.
Ecco un'altra lezione per il mondo! Non tenerne conto vuol già dire farsi rodere un po' dal cancro fascista!
Per meglio comprendere quanto avviene in Medio Oriente tra arabi ed israeliani, questa nuova tragedia che si svolge a pochi passi da casa nostra, occorre risalire alle origini della vicenda palestinese, visto che la grande maggioranza della cosiddetta « stampa indipendente » si sta distinguendo ancora una volta per faziosità e deliberata ignoranza.
Arabi ed ebrei sono convissuti pacificamente per secoli in quel punto di incontro delle più diverse civiltà che è sempre stata la Palestina. Ma dopo la prima guerra mondiale la maggiore potenza imperialistica dell'epoca, la Gran Bretagna, si impadronì del Medio Oriente e dei suoi pozzi di petrolio. Naturalmente dovette fare i conti con gli arabi, ai quali aveva promesso l'indipendenza in cambio della sollevazione contro il dominio turco (la Turchia era alleata della Germania). Per giusti-
ficare la mancata concessione dell'indipendenza, la Gran Bretagna dovette creare un falso scopo, razziale e religioso, su cui incanalare il malcontento e le istanze nazionalistiche degli arabi oppressi. Con una campagna ben orchestrata, gli arabi furono convinti che l'ostacolo principale alla loro unità ed indipendenza era costituito dai coloni ebrei della Palestina.
Così, a partire dal 1930, ebbe inizio una serie di « guerre sante » contro gli ebrei, che si prolungarono fino alla vigilia della seconda guerra mondiale: queste guerre, finanziate esclusivamente per salvaguardare lo sfruttamento inglese dei pozzi di petrolio, suscitarono ovviamente odii difficilmente estinguibili.
Il conflitto arabo-israeliano nasce quindi, provocato artificialmente, per il petrolio. Non è una questione nè di religione nè di razza, anche perchè arabi ed ebrei
sono due popoli assai simili, appartenendo entrambi al grande ceppo dei popoli semiti.
Dopo la seconda guerra mondiale, con il tramonto del colonialismo la Gran Bretagna perse il predominio in Medio Oriente, subito sostituito da quello dell'imperialismo americano. Lo Stato di Israele, che nasce nel 1948 soprattutto per volontà degli USA e della Gran Bretagna, nasce purtroppo con questo marchio d'origine e, pur nel sacrosanto diritto degli ebrei di avere finalmente una patria, finisce fatalmente per assumere il ruolo di pedina imperialista e di gendarme sempre pronto a rintuzzare ogni velleità araba d'indipendenza.
La prova più evidente di questo ruolo è fornita da Israele nel 1956 quando, a pochi giorni dalla nazionalizzazione del canale di Suez, invade l'Egitto con le sue divisioni carazzate, in una grande
operazione combinata che culmina con lo sbarco di truppe anglofrancesi a Suez e Porto Said.
Anche la guerra-lampo del 1967, condotta con lo scoperto appoggio della VI Flotta americana, ha in sostanza il compito di infliggere un duro colpo al prestigio arabo e soprattutto di arrestare le rivendicazioni dei paesi produttori di petrolio. Ma la guerra dei sei giorni segna il raggiungimento del limite di rottura. Gli arabi aspirano ad una rivincita, anche parziale, che li riabiliti agli occhi del mondo dopo la cocente e disonorevole disfatta: gli israeliani, imbaldanziti dal facile trionfo, spadroneggiano per tutto il Medio Oriente, opprimono e perseguitano i palestinesi, pretendono ingiuste annessioni, quale premio per l'aggressione. Ecco quindi nascere il deprecabile ma comprensibile terrorismo, cui Israele risponde con rappresaglie di tipo nazista, infischiandosene delle proposte, delle intimazioni e delle censure del-
BENHA -
Un bambino di 5 anni con il corpo bruciato a seguito del bombardamento terroristico compiuto dagli israeliani.
l'ONU. Questo atteggiamento oltranzista ed irragionevole finisce per isolare sempre più Israele, che non è più l'immagine di un piccolo paese indifeso ed assediato, bensì quella di un paese che affida le ragioni della sua presenza, della sua sicurezza e della sua continuità unicamente ad un rapporto armato, di forza militare, di supremazia e di potenza.
Ormai non tutti in Occidente sono pronti a schierarsi inequivocabilmente con le posizioni israeliane ed i recenti fatti di Vienna l'hanno confermato.
La situazione diventa così senza vie d'uscita ed è a questo punto che scoppia il nuovo conflitto. Comunque vada a finire questa guerra, resta il fatto che il mito dell'invincibilità di Israele ha subito un duro colpo, mentre è cresciuto il prestigio e la fiducia in se stessi degli arabi, che hanno dimostrato di sapersi battere da pari a pari.
Entrambi questi innegabili risultati possono creare le premes-
se per una pace stabile in Medio Oriente, ma possono portare anche ad un pericoloso confronto, diretto o indiretto, tra le grandi potenze mettendo in pericolo la pace nel mondo.
Ecco perchè è urgente trovare una soluzione onorevole che assicuri agli arabi, agli israeliani e soprattutto ai due milioni di profughi palestinesi — che vivono da anni un'esistenza drammatica in squallidi lager — un avvenire sereno e quella pace di cui tutti abbiamo bisogno.
Questa è la posizione di noi comunisti e, crediamo, di tutti i sinceri democratici: al di là delle ragioni arabe, al di là del sacrosanto diritto dei palestinesi di avere una loro terra per vivere e non per morirvi, al di là dell'arroganza dei governanti d'Israele, in ognuno di noi ci deve essere l'odio per la bestialità della guerra.
Gli uomini non devono più morire in guerre e per gli interessi dei padroni della guerra.
sostituisca alla giusta lotta che il movimento operaio da anni sta conducendo nel paese, significa tentare in ogni modo di capovolgere la realtà per tutelare i propri interessi oppure, nel più benevolo dei casi, significa essere afflitti da cretinismo politico.
Lo stesso accordo sulle pensioni, assegni familiari, indennità di disoccupazione — sul quale il governo ha dovuto cedere, pena la lotta aperta e generale dei lavoratori —, la questione dello sviluppo del Mezzogiorno — che viene affrontata in termini concreti dalle organizzazioni sindacali — sono la prova che la classe lavoratrice pone il suo potenziale di lotta a difesa degli strati popolari più disagiati.
Questo significa sconfiggere il tentativo delle forze politiche ed economiche più retrive di riproporre oggi quello stesso modello
di sviluppo che ha avuto così gravi conseguenze per il nostro paese.
Tregua sociale vorrebbe dire non opporsi a queste forze, mantenere loro inalterata la possibilità di speculazione e di controllo del meccanismo dei prezzi, lasciare che la classe operaia rincorra come può, di volta in volta, con un'ottica sbagliata l'aumento del costo della vita senza la forma e la volontà di cambiare realmente la situazione.
Ecco come dovrebbe essere la classe operaia italiana nelle intenzioni di chi ha interesse che non cambi niente.
L'attacco alla linea politica del PCI ne è la conseguenza logica, proprio per la capacità del PCI di condurre i lavoratori ad obiettivi che cambiano realmente l'assetto economico, sociale e politico del nostro paese.
Ogni anno il P Ottobre ci si trova a fare l'elenco delle aule mancanti (che sono di anno in anno sempre più numerose) e a lamentare il continuo spostamento degli insegnanti che finisce per ritardare di due n tre mesi l'effettivo inizio dello svolgersi delle lezioni.
L'aumento del prezzo della benzina e del gasolio, recentemente approvato dal Consiglio dei Ministri, rischia di portare, se non si interverrà energicamente, ad un ulteriore aumento del prezzo di altri prodotti la cui determinazione è legata all'andamento e ai costi della produzione petrolifera.
Ancora una volta il Governo ha fatto fronte ai problemi del bilancio ricorrendo al comodo metodo del prelievo fiscale sui consumi di massa, mentre al tempo stesso ha ceduto di fronte alle pressioni ed ai ricatti dei petrolieri.
Quando il decreto sarà presentata in Parlamento per essere convertito in Legge, il Partito Comunista sosterrà con fermezza l'esigenza immediata di una profonda ristrutturazione di tutto il settore petrolifero, condizione indispensabile per eliminare i ricorrenti ricatti dei petrolieri e ottenere un cambiamento radicale in questo settore della vita economica e sociale del Paese.
Una violenta ed insidiosa campagna propagandistica tendente a gettare discredito sulla politica del PCI ed a deformarla in modo grossolano viene portata avanti dalla grande stampa e da coloro che, in questo modo, cercano di indebolirci o di nascondere dietro questo attacco le loro pesanti responsabilità.
Questo sforzo propagandistico tende a deformare l'atteggiamento del PCI nei confronti del governo ed a far credere che il nostro Partito si farebbe garante della cosiddetta « tregua sociale ».
Tale campagna è ispirata da coloro che tendono ad indebolire il PCI e conseguentemente la classe operaia: non è a caso infatti che queste calunnie vengano portate avanti, anche se con metodi diversi, dalla grande stampa padronale e da chi partendo da false posizioni di sinistra — proprio perchè false sono le proprie origini — mira in sostanza al medesimo obiettivo.
Contro questi attacchi e mistificazioni, il nostro Partito ribadisce il suo pieno appoggio alle lotte che sta conducendo la classe lavoratrice. Da qui il nostro sostegno alle vertenze sindacali e aziendali che pongono, assieme al problema del salario, il probelma dell'organizzazione e dell'ambiente di lavoro ed il cambiamento di quella politica degli investimenti finora perseguita.
Contrabbandare per tregua so-
ciale la battaglia che il nostro Partito e lo stesso sindacato — pure nella più rigorosa autonomia — conducono per impedire che la concezione errata di richieste esclusivamente salariali si
I Governi hanno sempre indicato come obiettivi irrinunciabili e immediati della legislatura che stava loro dinnanzi la « riforma dell'Università e della scuola media secondaria ».
Cosa significa tutto ciò
Gli studenti, gli insegnanti tutta la società mette sotto accusa gli interventi governativi nell'intero settore della scuola, ma soprattutto i criteri generali che hanno determinato la situazione che stiamo constatando.
Si deve porre subito mano a misure che possano risolvere questa crisi.
Un reale sviluppo della democrazia nella suola con particolare
riguardo all'attenzione dello stato giuridico degli insegnanti; un intervento efficace nell'edilizia scolastica, con precedenza alle regioni del Meridione (dove la carenza di aule è più grave); la gratuità dell'istruzione dell'obbligo; l'attuazione del diritto, acquisito dai lavoratori con le loro lotte, alle 150 ore retribuite per lo studio e la qualificazione professionale; la modifica dei provvedimenti urgenti per l'Università in modo che questi rappresentino un reale ponte verso la riforma; la ripresa senza nuovi rinvii del dibattito già iniziato_in Parlamento sulla scuola media superidire. Ecco i punti fondamentali che i comunisti indicano per porre fine alla crisi della scuola nel nostro Paese.
Un movimento, il più 'ampio possibile, di lavoratori, di studenti, di insegnanti e delle loro fa miglie attorno a questi obiettivi saranno garanzia e condizione di un successo per il rinnovamento: della scuola.
E' stato un grande successo riconosciuto da tutti, anche se il Corriere d'Informazione ha tentato di trasformare un successo politico di vaste proporzioni in una questione gastronomica (Corriere d'Informazione: hanno mangiato in un solo giorno 50 ql. di arrosto - 10 settembre 1973 - 6a pagina) dimenticando vòlutamente che il Festiva! si è articolato per 9 giorni su una fitta rete di spettacoli culturali, incontri e dibattiti fra le varie forze politiche sulle più diverse questioni che la
nostra Società deve affrontare e risolvere.
E' stato, nella sostanza, un incontro di popolo attorno al Partito Comunista, un confronto di idee fra tutte le forme democratiche e popolari.
Questo non garba certamente a giornali tipo « Corriere d'Informazione », pronti sì ad ammettere un successo gastronomico ma pronti anche a far lo struzzo quando si deve ammettere un successo politico del Partito Comunista Italiano.
« Io ho detto semplicemente che qui nella mia fabbrica ho trovato, senza per questo fare confronti, che i comunisti sono bene organizzati e se dicono qualche cosa la fanno. Questo ho detto e questo tengo a ripetere.
Li ho trovati onesti, aperti a qualsiasi discussione. Sono stato spinto da loro a investire di più, a dare una sicurezza per il futuro ».
Da un'intervista rilasciata al Corriere d'Informazione del 25 settembre 1973 dall'amministratore delegato della Leyland Innocenti Geoffrey Robinson.
Signor Robinson, sarebbe troppo facile ricordare quanto è costata l'organizzazione ai comunisti della Innocenti; certamente potrebbero dare ragguagli in materia alcuni suoi predecessori, totalmente sprovvisti di quella dote che lei riconosce ai comunisti: l'onestà.
Il senso della nostra risposta però è un altro; noi non crediamo assolutamente, proprio per-
364 milioni in più dell'obiettivo!
La campagna di sottoscrizione per la stampa comunista si è conclusa anche quest'anno con un grande successo: l'obiettivo estremamente impegnativo di tre miliardi e mezzo non solo è stato raggiunto, ma largamente superato.
Questo risultato è un contributo determinante alla battaglia
che i comunisti, unitamente ad uno schieramento democratico, portano avanti per conquistare una informazione diversa, libera democratica, non assoggettata al controllo dei grandi monopoli dei gruppi finanziari.
Il ringraziamento del P.C.I. va a tutti i lavoratori e democratici che hanno contributo a questo grande successo.
FESTIVAL NAZIONALE DE « L'UNITA' -»
Al successo del Festival nazionale hanno contributo 40 compagni della nostra Sezione di fabbrica, impegnati nell'allestimento dei vari stands e nel servizio d'ordine.
SOTTOSCRIZIONE STAMPA COMUNISTA
La somma raccolta a sostegno della stampa comunista ha raggiunto al 29-9-1973, data di chiusura della sottoscrizione, la cifra di L. 555.000, pari al 122% della biet tivo.
DIFFUSIONE DE « L'UNITA' »
Prosegue tutti i giovedì, all'ingresso operai di Lambrate ed alla portineria del Meccanico, la diffusione del nostro giornale. Vengono diffuse settimanalmente 160-180 copie.
L'impegno di tutti i compagni deve essere quello di aumentare il numero delle copie diffuse.
chè siamo comunisti, che lei abbia investito di più per simpatia verso qualcuno o per dare maggiore sicurezza ai lavoratori.
La regola del capitale è di investire per il profitto e non per scopi umanitari, come lei vorrebbe far credere.
Noi comunisti siamo talmente convinti di questa elementare verità che le. nostre battaglie le portiamo avanti non con lo scopo di mettere i capitalisti buoni al posto di quelli cattivi, ma per eliminare il capitalismo e costruire la società socialista.
La clamorosa rapina di oltre 100 milioni. subita dalla Leyland Innocenti ha offerto l'opportunità a qualche « pensatore » (ce n'è un po' dovunque, anche se è una specie che alligna soprattutto negli uffici) di scagliarsi contro questa società permissiva, invocando il ripristino della pena di morte per frenare la dilagante criminalità.
A quanto poco serva la pena di morte come deterrente è dimostrato dal fatto che nei paesi dove la pena capitale è in vigore i furti, le rapine, gli omicidi non sono affatto diminuiti, ma aumentati: a New York ed in altre metropoli americane, ad esempio, è diventato addirittura pericolosissimo uscire di casa o prendere la metropolitana dopo le nove di sera.
Così anche paesi come l'Inghilterra, dove la forca sembrava una istituzione intoccabile, hanno finito per abolire la pena di morte: non per motivi umanitari, ma proprio perchè non serviva a scoraggiare alcun tipo di delitto.
Ma allora come frenare la criminalità? Semplicemente cercando di eliminarne le cause: il che significa, in una società capitalilistica come la nostra, eliminare i forti squilibri sociali tra nord sud, dare lavoro a disoccupati sottoccupati, offrire a tutti la possibilità di godere di una casa a prezzo equo e di servizi sociali a misura d'uomo. in modo che tutti abbiano di che vivere decorosamente. Poichè delinquenti non si nasce, ma si diventa, troppo spesso spinti dalle necessità più elementari, dalla disperazione e dalla rabbia di vedersi e sentirsi emarginati.
I bei discorsi che gli strumenti d'informazione nelle mani dei padroni fanno sulla condizione dell'immigrato meridionale non servono ad altro se non a mascherare dietro il volto della commiserazione e della ipocrita comprensione la grave responsabilità che ha, nei confronti del sud, il capitalismo italiano.
Chi, spinto dalla necessità del lavoro, imbocca la strada dell'emigrazione per diventare un uomo senza terra e senza tradizione, non può che provare repulsione per le pietistiche frasi che i giornali padronali, la RAI-TV, il cinema continuamente gli riservano. E naturalmente la reazione si fa disperata, tanto da assumere caratteristiche vendicative.
Questo spiega il perchè della costante presenza in prima linea nelle lotte operaie dei meridionali, che sentono il peso dello sfruttamento più degli altri perchè doppio è il loro sacrificio, doppio lo sfruttamento, doppia l'esasperazione.
Il meridionale non trova la compensazione di essere senza terra e senza tradizioni nell'effimera felicità del guadagno o nei momenti di euforia che i prodotti di consumo creano. nel mare di desolazione dove affoga l'uomo di questa società.
La lotta di classe è per il meridionale la lotta per i suoi diritti di uomo.
Parlare di ritegno a proposito di un individuo come Almirante è senza dubbio fuor di luogo: ed infatti il caporione fascista ha voluto dare un'ulteriore prova della sua innata mancanza di ritegno e della sua tracotante impudenza denunciando « L'Unità », che l'aveva definito fucilatore di italiani e servo dei nazisti per avere egli firmato il famigerato bando repubblichino che minacciava di fucilazione chi rifiutava l'arruolamento tra gli sgherri della repubblica di Salò.
CILE:
Confidando nella protezione di cui gode in determinati ambienti ed anche nella lentezza della macchina giudiziaria, Almirante sporse querela per diffamazione nei confronti del nostro giornale, giurando di non aver mai firmato quel bando.
Naturalmente mentiva spudoratamente e la Magistratura non solo ha assolto « L'Unità », ma ha anche sancito che non è reato chiamare Almirante « servo dei nazisti », per il semplice fatto che ciò risponde a verità.
Allora, quando Almirante compare a Tribuna Politica e, azzimato e in doppio petto, cerca di guadagnare la benevolenza di qualche telespettatore ingenuo ostentando buone maniere e moderazione, occorre non dimenticare chi abbiamo di fronte: un servo dei nazisti ed un fucilatore di italiani.