c. g. e. sindacale
CONTRATTO
Lottare per resistere, lottare per cambiare
Il governo Moro è caduto; il governo Moro è risorto: le incertezze politiche ed economiche rimangono, al pari del perdurare dell'atteggiamento padronale nei confronti delle vertenze aperte.
Il dibattito politico seguito all'apertura della crisi di governo è stato caratterizzato da forti polemiche sulle quali è poi piombata la mazzata della svalutazione della lira che ha ridato voce agli appelli per la tregua sociale ecc.
In fondo, che la crisi avrebbe toccato le punte attuali se non si fosse attuata una diversa politica economica, è una previsione fatta dal movimento già molto tempo fa e su questa base si è costruita una strategia che ha alimentato sia le piattaforme contrattuali che le lotte per l'occupazione.
Il punto che si pone oggi non può quindi essere quello di far arretrare tale strategia, piuttosto bisogna far cessare le oscillazioni di chi tentenna.
Ad esempio, bisogna far marciare, partendo dai lavoratori, le analisi e le decisioni che il sindacato ha formulato in merito al rifiuto della logica di slittamento dei contratti o di una loro chiusura a tutti i costi in tempi brevi.
A questo proposito è chiaro che non è una questione di tempi, ma di contenuti e che se questi ci sono ci sarà contemporaneamente anche l'accordo. Di certo non possiamo accettare la formula vuota, così come l'ha proposta Moro, di chiudere in fretta quando il padronato non ha spostato di una virgola il suo atteggiamento (che va
dal dilatorio all'intransigente): in questi termini è un ennesimo ricatto mosso al movimento dei lavoratori. Una nostra linea esiste, ma su essa pesa fortemente la situazione politica, per cui l'insicurezza sulle dimensioni dello schieramento che si trova, o si troverebbe a fianco dei lavoratori in lotta nel caso di radicalizzazione dello scontro ha impedito finora di afferrare il toro, cioè il padrone, per le corna. Nessuno afferma che queste cose non sono reali, però si tratta di fare un passo avanti, altrimenti i contratti che sono partiti come proposta che unifica i problemi degli occupati e quelli dei disoccupati e coinvolge nel complesso gli interessi delle masse popolari fallirebbero proprio nei punti fondamentali.
Il superamento dello stallo può avvenire partendo da quella che è la situazione nuova che si è determinata nelle fabbriche. L'attacco e la pratica della ristrutturazione messa in essere dai padroni fa sì che nelle fabbriche nascano automaticamente i problemi che il contratto ha posto come obiettivi centrali.
Per questo si rende necessario un maggior dibattito tra i lavoratori sui temi contrattuali, mettendo soprattutto a nudo gli ostacoli principali, cercando di attuare nuove forme di lotta che vadano nella direzione che come movimento ci si è preposti, che mirino ad un rafforzamento delle lotte generali sapendo che è lì la posta in gioco più arossa.
La crisi pone tutti in grosse dif-
10W
marzo 1976
a cura del Coordinamento unitario del gruppo CGE
DALLA PRIMA
ficoltà, ma proprio per questo altrettanto grandi sono le prospettive che abbiamo di fronte. Le cose devono cambiare; siamo in fase di transito: se non dimentichiamo che le masse hanno in numerose
occasioni dimostrato di voler essere loro a cambiare le cose, non passeranno i progetti padronali. Non è in ballo quindi solo il contratto, ma la costruzione di un reale cambiamento che vede alla base la partecipazione dei lavoratori ai processi dicisionali. Porre
già da adesso all'ordine del giorno nelle discussioni con i lavoratori il tema che per poter andare avanti «debbano cambiare le strutture politiche » può essere un punto fondamentale sul quale costruire una risposta egualitaria alla crisi.
Lotte operaie e progetti politici: un confronto all'interno della sinistra
Dopo l'Intervento sviluppato nel numero di dicembre '75 siamo nuovamente tornati ad un'intervista diretta con le forze politiche per un aggiornamento del confronto dettato dall'evolversi della situazione.
L'intervista è stata realizzata il 27 gennaio per cui va tenuto conto che alcune valutazioni di contorno possono apparire superate.
Redaz.: L' attuale situazione di crisi governativa ci fa puntare l'attenzione sull'andamento del contratto per esaminare i reciproci condizionamenti.
A differenza di quanto accadde nel 72-73 (quando si era tutti d'accordo nel lottare contro il governo Andrectti-Malagodi) oggi sulle lotte operaie non Sembra innestarsi una prospettiva politica unitaria — soprattutto all'interno della sinistra — e vi chiediamo se e in quale modo tale situazione condizioni la lotta contrattuale e quella in difesa dell'occuapzione. In numerose altre occasioni si è affermata l'irrinunciabilità dei contratti: la gestione della lotta e delle trattative non sembra invece testimoniare la tacita consapevolezza che lo scontro determinante si gioca su un altro terreno, quello cioè della mediazione politica di vertice?
P.S.I.: Oggi ci si chiede se il movimento è attestato su una linea morbida e questa domanda è contemporaneamente un'accusa. Se fotografiamo la situazione vediamo che il clima in fabbrica non è particolarmente attivo e che i livelli) di partecipazione non sono quelli di un paio d'anni fa. Lo sciopero, anche se riesce in modo tota'n, sembra diventato un fatto di disciplina sindacale. Perchè? Siamo partiti organizzando gli scioperi dalle 9 ai turni di mensa senza tener conto che in passato a questo ci si arrivava gradatamente, come una Conquista. La partenza avve-
niva con gli scioperi e i picchetti a sorpresa, non programmati, e lavoratori, a parte qualche reazione di malcontento, si trovavano più direttamente coinvolti nello sciopero, le manifestazioni riuscivano più numerose e vi si partecipava con più entusiasmo perchè tutti avevano contribuito direttamente alla loro riuscita. Queste forme di sciopero sono da « riscoprire » per ricreare un clima più combattivo. Per quanto riguarda invece la linea morbida occorre chiedersi in quale misura essa sia stata determinata dal tipo di trattativa impostata dalle Confederazioni soprattutto con il Governo.
P.C.I.: E' vero che sul terreno propriamente contrattuale la nostra controparte è la Confindustria, e quindi tale controparte resta sempre indipendentemente da crisi o meno di governo, ma è altrettanto vero che i lavoratori vedono nel Governo una controparte ancora più importante. Per questo la nostra opposizione all'apertura della crisi era dettata dal tentativo di impedire che si determinasse un momento di disgregazione e disorientamento tra i lavoratori. Questo anche se eravamo consapevoli che il governo Moro era di per sè incapace di concludere qualcosa di buono. Ci sembra la situazione attuale confermi la validità dell'analisi fatta in precedenza.
P.S.I.: Se uno muore dopo aver fatto i raggi X nessuno darebbe immediatamente la colpa ai raggi, come causa del decesso. Invece si applica questo metodo nell'accusare il P.S.I. di aver fatto cadere il governo. Quel governo era malato: oggi non dobbiamo continuare a ripetere che non doveva cadere, piuttosto vedere e dire che tipo di governo fare.
P.C.I.: Premettendo il fatto che la crisi economica è reale e grave, fatto da non dimenticare, si tratta
ora di costruire il massimo di unità possibile per uscirne il meno bastonati possibile. Se non sí introdurranno ulteriori elementi di divisione si potranno gettare le basi indispensabili per il rilancio dell'economia.
D.P.: Le contraddizioni e le divergenze oggi presenti all'interno della sinistra hanno indubbiamente un riflesso sullo stato del movimento. Va detto però che tali divergenze, anche se si sono ufficializzate solo dopo la caduta di Moro, erano presenti da tempo e hanno pesato anche sulla definizione della piattaforma. Infatti è vero che la parte della piattaforma relativa agli investimenti e al controllo operaio sulla produzione rappresenta il salto qualitativo dell'elaborazione del movimento (frutto
delle lotte degli ultimi anni), ma è anche vero che bisogna ancora chiarire su quali di questi obbiettivi è possibile costruire uno sbocco politico.
P.C.I.: Bisogna rendersi conto che i contratti sono solo un momento della lotta più generale. Basta considerare il problema dei disoccupati: se non si risolve la crisi di governo, e quindi non si supera anche il disorientamento che questa situazione determina tra i lavoratori, e non si è in grado di dare risposte immediate alle masse emarginate e questo significa dare garanzie di occupazione e di sopravvivenza, potremmo assistere a nuove strumentalizzazioni di queste masse. E questo comporterebbe pericoli di involuzione per l'intero movimento.
portare avanti gli obbiettivi in dìfesa dell'occupazione. Non si può continuare a mascherare come vittorie accordi tipo Pirelli o Montefibre che non contrastano i piani padronali. In secondo luogo aver impostato il tema occupazione come tema centrale da trattare a livello di governo ha fatto sì che si tralasciasse il terreno dell'azione in fabbrica. E' vero che la crisi è un fatto oggettivo, ma è altrettanto oggettivo l'attacco sviluppato dai padroni al potere dei lavoratori e del sindacato in fabbrica. Su questo terreno si registrano troppi cedimenti rischiando tra l'altro di compromettere il ruolo dei CdF causando situazioni di scollamento tra delegati e lavoratori.
P.C.I.: Non crediamo che il sindacato abbia adottato una linea morbida o di cedimento, ma che sia alla continua ricerca della massima unità per mantenere a lungo attiva la capacità di lotta dei lavoratori. Non si tratta quindi tanto di andare alla riscoperta di antiche forme di lotta quanto di andare nuovamente tra i lavoratori a chiarire i dubbi eventualmente rinati. Questo significa aver chiara la strategia di cambiamento che si è impostata a far affermare la convinzione che la lotta che si sta facendo è giusta. In ouesto senso è forse ancora insufficiente l'atteggiamento dei delegati che devono essere esempio di volontà e di risoluzione nell'affrontare i problemi. In tal modo si concreti7za la crescita verso obbiettivi politici. Le forze politiche d'altro canto devono impegnarsi ad entrare nel merito delle questioni, anche per correggere visioni settoriali o corporative che possono nascere.
D.P.: Sì, questo pericolo esiste, ma si batte nella misura in cui si realizza concretamente il collegamento tra occupati e disoccupati sugli obbiettivi. Ad esempio nell'area settentrionale bisogna ancora pensare ad organizzare sindacalmente i disoccupati, non ci si può limitare ai sussidi economici.
I lavoratori non si lasciano tanto intimidire dalla crisi di governo: su di essi pesa, piuttosto, la scarta chiarezza su come si intendono
Il P.S.I. è stato costretto alla crisi di governo, ma successivamente ha fatto quadrato al proprio interno. Proprio in considerazione dellla situazione che si è determinata noi comunisti ribadiamo la proposta del compromesso storico e ci impecinamo a portarla avanti con più forza.
P.S.I.: Nel giro delle consultazioni fatte da Moro per cercare di formare un nuovo governo non è emerso il minimo giudizio non solo sulle proposte economiche avanzate dal P.S.I., ma anche su quelle del P.C.I. e del movimento sindacale. L'unica cosa che è emersa con chiarezza da parte della D.C. è la pregiudiziale anticomunista. Qualsiasi ipotesi di soluzione al-
ternativa al centro-sinistra, che ormai è giustamente giudicato morto in partenza da più parti, si è basata unicamente su un discorso di formule e di schieramenti, non di contenuti. Secondo noi, allora, si dovrebbe cercare di discutere sulle nostre proposte e vedere se su queste costruiamo l'unità. Oggi, grosso modo, vi sono due strategie a confronto all'interno della sinistra: il compromesso storico e l'alternativa di sinistra. Possiamo scegliere di discutere sulla strategia oppure possiamo affrontare i problemi che abbiamo di fronte e che vanno risolti in fretta. Si parla di costruire un governo di emergenza: le proposte economiche del P.S.F. e anche quelle del P.C.I. possono non dispiacere al movimento sindacale. Se è così allora questa può essere una solida base di lavoro sulla quale costruire l'unità
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CRONACHE DALLE FABBRICHE
DALLA FIAR
A PROPOSITO DELLO SPACCIO AZIENDALE
E' di alcuni mesi l'iniziativa presa dal CdF della FiarCGE dí effettuare la vendita di alcuni generi di prima necessità. La decisione di vendere prodotti come riso, pasta, olio, carne, ecc. ha trovato una larga adesione tra i lavoratori in quanto hanno potuto fare degli acquisti rispondenti ai bisogni di tutti i giorni a prezzi convenienti e inferiori alla media dei prezzi praticati nei negozi o supermercati. Se dunque l'iniziativa, pur tra difficoltà di gestione, di organizzazione e di carenza di spazio per la mancanza di un locale, ha trovato accoglienza favorevole, tutto ciò è ancora insufficiente, a nostro avviso, per cui è necessario concretizzare l' apertura di uno spaccio aziendale.
Dello spaccio in Fiar se ne era
IL MOVIMEARO SINDACALE. EbEciso A biFEMARE, SALARI DALL!ILIPLAzioNE
la merce deve essere garantita e di ottima qualità; il prezzo di vendita deve essere quello di acquisto tenendo conto solamente delle spese di gestione; i prodotti in vendita devono essere acquistati privilegiando i rapporti con il movimento cooperativistico che oggi è in grado di fornire una vasta gamma di prodotti alimentari e di prima necessità; lo spaccio deve essere gestito dai lavoratori attraverso un proprio organismo che può essere un consiglio direttivo eletto dai soci e che si elegga al proprio interno i vari responsabili (presidente, cassiere, ecc.). Queste le indicazioni pratiche quali noi riteniamo necessarie per
BISOGNA CHE SIA CHIARO, NOI IMPRENDITORI NOK1 POSSIAMO AuMeNTARE. I SALARI •• NtMNE.NO uMA LIRA!
esistenti in questa società capitalistica e liberista, che privilegia non chi produce, ma i grossisti, gli intermediari, gli speculatori, allora anche nel nostro ambito i lavoratori non dovranno limitarsi ad essere semplicemente acquirenti e spettatori, ma dovranno essere partecipi di ogni iniziativa, a partire dall'informazione e dalle indicazioni degli acquisti, di quali prodotti privilegiare. L'intenzione è quella di arrivare al coinvolgimento anche sul piano organizzativo, cioè della gestione dello spaccio, affinché non siano solo pochi a portare avanti tutto. Anche su questo terreno è importante superare la delega verso chi sappiamo che è disposto ad impegnarsi e che tanto ci pensa s;-il-amente tranne poi ritrovarsi immersi nelle
GRANDE CATENA bi sUPERMeRcAll!
E INUTILE! (QUELLI POI Si InlValTANO LI SPACCI IM FAMRIC4 CI METí0NO SUL LASig;c0
discusso nel ?4 durante l'elaborazione della piattaforma di gruppo. In questa iniziativa i lavoratori vedevano un modo concreto di combattere il carovita, e quindi di difendere il proprio salario. A distanza di poco più di un anno, in base anche alla esperienza di vendita di questi primi mesi, crediamo giunto il momento di attuare l'apértura di questo spaccio e preferibilmente con questi requisiti:
giungere al più presto alla creazione di uno spaccio aziendale.
Oltre questo vogliamo fare qualche osservazione un po' più politica ovvero sul coinvolgimento dei lavoratori. Non vogliamo, per esempio, che lo spaccio diventi un negozio in più, più a portata di mano ín cui si riproduca il rapporto oggi esistente tra commerciante ed acquirente. Perché se vogliamo incominciare a cambiare i rapporti
critiche o nei sospetti alla prima grossa difficoltà che nasce. In conclusione due cose: la prima è che quanto appena detto sia clamorosamente smentito dal fatti; la seconda è che vi è una disponibilità della direzione a concedere il locale per queste iniziative solo che al momento attuale non sappiamo dove sarà situato.
due delegati Commissionaria del Popolo Fiar.
POTREMMO DIMINUIRE / IL PERSONALE occAPATo NELLA Nos-frzn
a . E SEMPRE ALLEGRI DOBBIAMO STARE . .
E' abbastanza ovvio che un giornale del tipo di « Contatto » non si occupi dei problemi reali che interessano i lavoratori, ma anzi metta in atto tutti i sottili metodi pe,- distogliere i lavoratori da tali realtà.
Pare infatti leggendolo che i lavoratori si debbano sentire fieri quasi fosse un loro possesso, delle nuove istallazioni tecnologicamente aggiornate della fabbrica di Grugliasco. Questi stessi lavoratori si dedicano poi gioiosamente, secondo il giornalino, alla pesca
Così, per bene che vada, i proal calcio, alle vacanze, al festeggiamento dei lavoratori anziani, a
fotografare i loro figli e ad altre piacevolezze del genere.
Viene spontaneo chiedersi: ma perchè si parla (e si paga sulla propria pelle) di crisi economica, di riconversione produttiva, di bisogni sociali? Chi e per quale motivo « agita le acque » quando la maglietta della CGE viene chiesta da valanghe di lavoratori che evidentemente placano con ciò tutte le loro preoccupazioni? E per compiere l'opera ecco Vladimiro che insegna: « Non protestate, non contestate il sistema, non lottate contro l'eccessiva burocrazia, gli enti inutili o il parassitismo statale instaurato da trent'anni di strapo-
tere; fateci su due sane risate e dedicatevi ad altro. Andate a vedere a pagina due le nascite, i matrimoni e... ridete, prendete stupidamente la vita così com'è, tanto non cambia niente, al massimo rassegnatevi ».
Se tutto questo è ovvio, vale a dire che i padroni si servano della stampa, fuori e dentro la fabbrica, per imporre un'ideologia che sia loro favorevole, non è accettabile che da parte nostra come lavoratori si subisca passivamente questo bombardamento di imbecillità e qualunquismo.
Un lavoratore della Fiar
DA VIA TORTONA
Il rapporto uomo-donna in fabbrica e in famiglia: NE PARLANO I GIOVANI
Il 27 gennaio dei ragazzi che stanno preparando, in collaborazione con il Pierlombardo, uno spettacolo sui giovani, sono venuti nella nostra fabbrica per sentire dal vivo la voce dei giovani lavoratori. e stato organizzato un incontro in via Tortona, con l'aiuto di alcuni compagni del C.d.F. La discussione che è nata ci è sembrata Particolarmente interessante e ha toccato una quantità enorme di problemi.
Pubblichiamo qui un lungo pezzo dell'intervista in cui si parla del femminismo e del problema della donna. Sul prossimo giornalino riporteremo la parte che affronta il problema dei giovani rispetto alla
realtà della fabbrica e del rapporto operai-studenti.
Chiediamo scusa ai ragazzi se i nomi saranno un po' di fantasia. Marco. Tu hai detto che lavori in un gruppo di donne; questo ti ha cambiato in qualche cosa?
Valeria: Mi ha cambiato l'eterno problema di vedere la donna sfruttata al massimo, in termini che prima non capivo. Mi accorgo che tante cose fanno parte dello stesso filone. Comunque stiamo pensando a delle iniziative: un consultorio, un doposcuola popolare per i figli delle lavoratrici della zona, ecc.
Marco: Voglio fare una domanda a tradimento ai ragazzi. Che cosa
ne pensate del femminismo?
Fausto: Secondo me hanno ragione anche se non lo conosco bene; ho avuto un'educazione per cui certe cose non le so fare, però mi pare molto giusto che facciano certe richieste.
Claudio: lo ho avuto una discussione in reparto con un mio amico sul rapporto uomo-donna; non è che io sia uno... femminile, ma ho avuto da difendere le femministe. Lui subito mi accusa di fare la donna: dice che quando mi sposerò, farò le faccende di casa e mia moglie va a letto con qualcun altro. In reparto c'è questa concezione delle femministe: che l'uomo Lava
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i piatti e lei legge il giornale; io da come ho capito, è tutta un'altra cosa, si tratta di una collaborazione ecc. Solo che è una cosa molto difficile da spiegare in fabbrica: se lo fa una donna va bene, ma se lo dice un uomo, è difficile perchè o riesce a spiegare molto bene le cose, o se no ti fraintendono subito.
Giorgio: Il fatto è che siamo tarati e che c'è ancora questa concezione, che la donna oltre che una compagna di vita dell'uomo è anche una serva e vedo che anche chi cerca di andare contro a questa roba qua, un po' di questa idea ti resta nel cervello; per esempio tu una volta che c'è da lavare i piatti la costringeresti lo stesso.
Claudio: Dipende anche dalle condizioni in cui ti trovi; in reparto a me perchè ho detto di aver lavato i piatti e pulito il pavimento in casa, mi han dato anche del culo. Anche per quello mi han preso.
Fausto: tutta una faccenda nuova, e ci tocca da vicino; è chiaro che suscita certe reazioni; anche chi l'approva si trova poi impreparato.
Giorgio: Un certo tipo di disparità sparirà lentamente, io ne sono convinto. Vedo per esempio mia madre, se gli dico: • mamma, ma tu hai sempre fatto così? • o che dovrebbe cambiare, mi dice che son scemo. La donna di oggi invece la vedo molto più cosciente, capisce che è sbagliato, che non è giusto che faccia tutto lei...
Savina: lo sono una donna che si è sempre rifiutata di far parte di collettivi • femministi •, esclusivamente femminili.
Le condizioni di disparità e di sfruttamento le vediamo tutti, e anche una donna intelligente vediamo che non riuscirà a far carriera, a meno che non metta sulla bilancia qualcos'altro.
E anche il problema della diseguaglianza in casa lo vediamo, ma qui parliamo solo dei piatti da lavare, e il problema è un altro. Questi sono problemi che puoi anche risolvere a livello personale; per esempio io faccio parte del consiglio di fabbrica, e non ho maì sofferto di
questa disparità. II discorso si fa pesante quando si mette in discussione l'uomo come figura giuridica, in quanto padrone, che ha in mano tutta questa società. E per fare questo discorso, va bene fare collettivi femminili per far capire che la donna è cittadino e persona, ma nelle fabbriche, nel sindacato, bisognerebbe lottare nelle organizzazioni dove si lavora, per fare capire all'interno di queste organizzazioni, che la donna ha gli stessi diritti. Altrimenti si creano le situazioni drastiche stile assalto al Duomo: le avanguardie avanzatissime, e dietro la realtà zero. Questo il problema grosso: va bene partire da collettivi femminili, ma poi portare avanti il discorso nelle istanze • maschili •. Altrimenti tra cinque o venti anni. saremo ancora qui a discutere la piega dei pantaloni, che a me poi non è che interessi molto. È il problema di come si educano i figli che mi interessa di più. Benchè sia l'uomo che quando viene a casa fa bùù ai bambini, in realtà la vera responsabilità ce l'ha la donna; e siamo proprio noi donne che formiamo i maschi di domani, che li prepariamo al ruolo di padrone nella famiglia.
Marco: L'altra settimana abbiamo chiesto a un ragazzo come intendeva i rapporti con la sua ragazza, e lui diceva tutte le cose che si dicon qui, la parità, ecc.; poi uno gli ha chiesto dal punto di vista del rapporto sessuale, e lui ha risposto • no, in quello comando io! •. La cosa mi sembra simbolica: cioè molti uomini son disposti a rivedere le cose in modo superficiale, ma nella sfera più profonda restano il «Capo» indiscusso, che non vuoi dire per forza che non fa niente in casa, ma che è lui che conta, è lui che decide.
Claudio: Il discorso della Savina era chiaro; il lavare i piatti non c'entra. Qui siamo in sette, ma in fabbrica gli operai, quelli che dovrebbero essere più coscienti, invece sono i meno. Questo discorso sarebbe da portare nei reparti, a botta calda.
Fauto: Prova a dirglielo, a un lavoratore di 50 anni: dice che sei matto a fare un discorso del genere.
Claudio: Questa è una cosa di adesso, del nostro tempo; siamo noi giovani che dobbiamo capirla.
Fausto: Però adesso sono loro che fanno qualcosa, tu non puoi ancora fare niente.
Giorgio: Questo è un discorso che non si può fare dall'oggi al domani, ci vuole tempo.
Valeria: Volevo confermare quanto ha detto la Savina. Prendiamo il compagno. È compagno in fabbrica; in casa fa il padrone: in effetti lì la donna rappresenta la classe operaia, l'uomo la classe borghese.
Credo che il discorso della donna non rimane in sè come donna che voglia arrivare a certi obiettivi. Si parla tanto di società socialista, ma se non si comincia a rivoluzionare la famiglia che abbiamo, società e famiglia diventeranno cose differenti. Avrò la mia bella società socialista, ma resterà sempre questa contraddizione se non cominciamo veramente a mettere in discussione, ma veramente però e non con i sorrisini, il termine di famminista, il ruolo dell'uomo...
Savina: ... di avere il potere in fabbrica...
Valeria: ... e in famiglia essere come prima; faresti sempre l'erro-
re di allevare tuo figlio perchè diventi qualcuno, e andresti contro tutte le tue lotte.
Savina: Se i nostri compagni uomini non capiranno questo, nasceranno sempre valori borghesi, da far gestire alle donne — perchè in fondo saranno ancora loro ad allevare i figli, a formargli la morale e i valori essenziali. Se non risolviamo questi problemi, e per questo sistema-
UNA RETTIFICA
Si sono avuti tra alcuni lavoratori della FIAR dei malintesi sull'articolo « Mobilità del lavoro apparso sull'ultimo numero del Giornaletto di Gruppo.
In particolare la frase « si è giunti ad ottenere garanzie occupazionali per Montefeltro fino a metà '78 » è stata interpretata da alcuni lavoratori come un accordo separato per Montefeltro migliorativo rispetto agli accordi di Gruppo.
Precisiamo perciò, al proposito, che le garanzie di cui all'articolo consistono in una dichiarazione verbale della direzione che il termine del programma Helip, originariamente a metà '78, non è stato anticipato; la dichiarazione è stata richiesta all'azienda dalla Segreteria a causa della preoccupazione crescente tra i lavoratori di Montefeltro per lo smistamento di ore di lavoro agli altri stabilimenti.
ticamente non voglio restare solo con le donne, devono sapere i nostri compagni uomini che saremo battuti subito, subito per quanto noi si possa fare. Combattiamo nella società e compagnia bella, ma se non risolviamo il ruolo della donna in quanto tale e nel contesto sociale saremo dei falliti dall'inizio, perchè riperpetueremo l'indomani quei valori che magari abbiamo combattuto il giorno prima.
E' chiaro perciò che siamo ben lontani da accordi separati e migliorativi.
Precisiamo inoltre che l'articolo doveva essere firmato da un delegato di Montefeltro; la firma della segretaria è stata posta per errore dal gruppo di redazione del Giornalino.
La Segreteria del coordinamento generale Gruppo CGE
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la riconciliazione passa attraverso la classe operaia
Cronaca del terzo Convegno Nazionale dei P. O.
A Serramazzoni, una località dell' Appennino modenese, circa 160 dei 300 e più preti operai italiani si sono trovati per il loro terzo convegno nazionale.
La stampa, anche quella borghese, ha dato grande rilievo all'avvenimento. Probabilmente, al di là del numero relativamente esiguo di preti operai che hanno scelto la condizione operaia, si è capito che si tratta di un'avanguardia capace di far esplodere le contraddizioni della Chiesa ufficiale.
Al di là di alcuni fatti di cronaca, peraltro di notevole interesse, è importante sottolineare alcuni tratti salienti che ormai caratterizzano e segnano la maturazione di fede e di classe dei preti operai italiani. Innanzitutto la volontà di essere fedeli a Cristo e alla classe operaia. La prima fedeltà ci impegna a scoprire nella lotta quotidiana il significato liberante del messaggio evangelico contro tutte le strumentalizzazioni che la classe dominante ha fatto lungo i secoli per asservire il Vangelo ai propri hteressi di potere. Il dissenso con la Chiesa istituzionale nasce
dal fatto che proprio la fedeltà al Vangelo, vissuto nella vita e nella lotta a fianco degli oppressi e degli emarginati, fa vedere le contraddizioni esistenti in una Chiesa spesso alleata con chi opprime ed emargina. La fedeltà alla classe operaia significa per noi essere inseriti pienamente in essa, usando gli strumenti di analisi e di lotta che storicamente si è data, convinti che la classe operaia è il soggetto storico » del cambiamento.
Al vescovo che venne a Serramazzoni a nome dei vescovi italiani per offrire la passibilità di una riconciliazione e di un dialogo gli è stato detto chiaramente che la Chiesa deve riconciliarsi con la classe operaia se vuole riconciliarsi con i preti operai. Per questo I preti operai, assieme a tanti militanti di classe credenti, rifiutano il discorso teorico sui princìpi, come è stato fatto in recenti documenti dei vescovi italiani, ma ponendosi evangelicamente dalla parte dello sfruttato e delle sue lotte per operare quel cambiamento che è la » buona novella del Vangelo ».
Certo, per un credente il mes-
saggio di liberazione del Vangelo non si identifica pienamente con i vari progetti politici che l'uomo storicamente assume, ma un credente sa che questi progetti devono essere assunti in piena libertà e responsabilità a fianco di tutti coloro che lottano per il socialismo.
Il documento finale, approvato all'unanimità, cala nel concreto queste convinzioni di fondo, tentando delle esemplificazioni relative alla situazione italiana.
Da questo documento si ricava la volontà dei preti operai di valutare in termini politici tutte quelle situazioni che, in nome di proclamati valori evangelici, mascherano la volontà di potere delle classi dominanti. Da qui l'analisi e la denuncia delle contraddizioni, ambiguità e connivenze di un certo mondo cattolico; il rifiuto di un Interclassismo mistificante che in P-alia si traduce nell'appoggio alla DC; la scelta di campo nello schieramento politico di sinistra e l'impegno a battersi per una società socialista.
9 CHIESA UFFICIALE E PRETI OPERAI:
C.T. - prete operaio
Nel continuo e stressante intento di fare discorsi in positivo anche quando si muovono 'le critiche più pesanti e feroci noi, cioè i delegati dei CdF, abbiamo finito per adottare modelli ripetitivi di espressione che, oltre a far assomigliare tra loro tutti i discorsi, si prestano anche a interpretazioni a figurate ».
Vogliamo dissacrare questi neologismi di estrazione sindacale?
AMPIO DIBATTITO: serve per illustrare situazioni opposte. In un caso per celare pudicamente una discussione generica e poco concreta.. Nell'altro quando la discussione è stata talmente vivace da rasentare le botte. In entrambi i casi il risultato è che tirare le conclusioni (che è quello che conta) è stato un vero lavoraccio.
BENE: affermazione classica con la quale molti esordiscono aprendo un'assemblea. In genere si dice senza giustificato motivo ed è una deformazione che ci si trascina dietro dai tempi delle interrogazioni a scuola. In alternativa si può sostituire con ALLORA o DUNQUE. E' assicurata la buona fede del pronunciante.
CONFRONTO: classico quello che le Confederazioni fanno con il Governo. E' il modo per evitare una vertenza vera e propria su pro')Iemi che invece la meriterebbero. Si fa anche con la direzione aziendale. Nonostante questo ogni tanto il confronto paga.
CONTROPARTE: padrone o ente con il quale si firmano accordi. Essenziale, al termine di una lotta, trovare il modo di salvargli la faccia altrimenti la controparte potrebbe dissolversi. Il che naturalmente comprometterebbe la firma di futuri nuovi accordi.
DITO (nascondersi dietro un): è sempre un atto di accusa, mai un'ammissione. L'invito a uscire da tale nascondiglio, paragonabile alla vernice che rende invisibili, viene rivolto quando si ha l'impressione che gli avversari politici o di schieramento cerchino di farci passare per pirla.
INTERLOCUTORE: di solito Io si ricerca e deve essere possibilmente valido. Sinonimo di controparte che non si vuole bastonare troppo a meno che non cí si sia proprio costretti.
INTERLOCUTORE PRIVILEGIATO: grande alleato. Di solito è un partito o un ente locale. Non è chiaro se lo sono anche le Partecipazioni Statali.
INTERLOCUTORIO: riferito ad un incontro nel quale non si è concluso niente, a parte l'ascolto di innumerevoli NO! pronunciati dalla controparte. Nonostante questo le trattative continuano.
ENTRARE NEL MERITO: invito a diradare il fumo e a diventare concreti. Chi rivolge l'appello di solito è anche il primo a non raccoglierlo, ma per modestia. Infatti la preoocuuazione fondamentale è quella di non apparire come chi • da la linea a. In realtà si spera sempre in qualcun altro che abbia le idee più chiare.
NODI (da sciogliere): tutti quei gono; o anche: le divergenze più pazzeschi problemi che ci affliggrosse tra due parti in discussione. In questo caso si deve anche sottintendere che per il momento i divergenti non hanno alcuna intenzione di convergere.
OTTICA (nell'): non ci si entra per acquistare occhiali o macchine fotografiche, ma per introdurre nella discussione su un certo problema un numero indefinitamente alto dí altri problemi. Può causare fenomeni di strabismo politico, nel senso che non si vede chiaro più niente. SostitiíEbile con CONTESTO, QUADRO, ecc.
RITARDI (da recuperare): significa che si è veramente nei guai. Si è infatti in ritardo quando gli operai non scioperano; oppure auando il padrone in fabbrica si fa i cavoli suoi da almeno 6 mesi perfettamente indisturbato.
No./NolMOINO! A Turo!------41.,2 7 DzA f51-A SIA, B LA at_ A:A ; LA BLA BL A /31-A
CONTRODIZIONARIO Autocritica semiseria sul modo di parlare e scrivere di delegati e affini
GRUPPO CGE Problemi aziendali e ruolo del Coordinamento
Due sono gli elementi produttivi che caratterizzano la situazione esistente nel gruppo CGE, e cioè la crisi del settore elettro-meccanico e gli intoppi in cui è incorsa la commessa Helip.
Nel primo caso la direzione ha recentemente lamentato un calo nell'afflusso di ordini del 500/0 rispetto agli anni precedenti e lo stoccaggio di prodotti a magazzino varia, nelle diverse unità produttive, dall'equivalente di 10 a 17 mesi di produzione.
Nel secondo caso si è accumulato un ritardo di sei mesi rispetto aì programmi fatti: tale ritardo è imputabile sia ad errori di programmazione (infatti alcune teste sono saltate a livello dirigenti dello stabilimento di Montefeltro) sia ai ritardi di approvvigionamento dei materiali di importazione la cui responsabilità ricade sui committenti americani.
L'atteggiamento, le richieste e le iniziative della direzione CGE cavalcano la tigre della crisi de.I settore elettromeccanico, per molti versi oggettiva, per risolvere i problemi sorti nell'Helip. Infatti i! - cliente avrebbe imposto il recupero entro il mese di maggio del ritardo accumulato e la CGE, sottoposta a duplice pressione,
cioè i clienti e la G.E., cerca di raggiungere questo risultato richiedendo mobilità di lavoro e dí lavoratori.
Dopo l'accordo di circa tre mesi fa di cui si è parlato nello scorso numero la situazione non si è affatto assestata, anzi si è giunti ad un irrigidimento delle posizioni dell'azienda che ha minacciato la cassa integrazione se non si accettano nuovi trasferimenti.
IMMOBILISMO DEL COORDINAMENTO?
L'essere stati costretti a seguire l'azienda su questo terreno ha inevitabilmente aperto delle contraddizioni tra i lavoratori. Da diverse parti si è tirato in ballo l'accordo stipulato nel febbraio 1975 al termine della piattaforma di gruppo come responsabile di aver lasciato aperta la porta alle iniziative della direzione. Per quanto riguarda i trasferimenti chiunque può verificaer che sull'accordo vi è una garanzia esplicita che l'azienda non avrebbe effettuato spostamenti di lavoratori fino a tutto luglio 1976.
In questo caso è bene però ricordare che dopo tale accordo il Coordinamento, pur esprimendo una valutazione generale positiva,
con una analisi apparsa fin troppo cauta e prudente indicava la necessità che tutti, C.d.F. in prima persona, si impegnassero a controllare e verificare giorno per giorno l'andamento produttivo e la ristrutturazione conseguente. Questo perchè si era consapevoli che i 4 mesi di lotta fatta avevano respinto la contropiattaforma della direzione (che alle nostre richieste aveva opposto la pretesa di avere mano libera senza controlli) e che quindi non si poteva certo affermare che questa non si sarebbe ripresentata sotto altre forme.
PUNTARE SOLO SUL RISPETTO DELL'ACCORDO?
Non crediamo che I' atteggiamento seguito abbia trascurato comunque la difesa dell'accordo di gruppo, ma che abbia cercato le strade per superarlo, anche se questo non è facile per le ragioni che vedremo. In particolare per una serie di problemi, soprattutto quelli che coinvolgono direttamente i lavoratori del settore elettromeccanico, è diventato indispensabile costruire una linea credibile articolata sia su soluzioni immediate (esigenza primaria dei lavoratori lasciati senza lavoro) sia di più lun-
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go termine che affrontino la garanzia dell'occupazione e del lavoro.
Ad esempio questo significa affrontare gli aspetti della riconversione del settore elettromeccanico destinato a concentrarsi e a ridimensionarsi e per il quale l'azienda prospetta unicamente, come ancora di salvezza, la creazione di una holding monopolistica a livello europeo.
Oltre questo: battersi per il potenziamento effettivo dei settori a progettazione autonoma come garanzia di lavoro per il settore dell'elettronica civile finora troppo legata alle intenzioni non realizzate.
Per ultimo, non certo in ordine di importanza, garantire che Montefeltro non sia una fabbrica che è nata e morirà con l'Helip.
Certo, per poter costruire questa linea è indispensabile coinvolgere direttamente i lavoratori. Su questo punto invece siamo stati abbastanza carenti arrivandoci sold all'ultimo momento.
Infine occorre che si faccia tutto il possibile per mantenere integre le strutture dei reparti e dei gruppi omogenei per non disperdere l'unità, anche politica, dei lavoratori. I problemi non nascono solo dallo spostamento delle ore-lavoro, a dai trasferimenti in altri stabilimenti di piccoli gruppi di lavoratori: importante è controllare e contrastare, quando necessario, la mobilità interna alla fabbrica.
IL RUOLO DEL COORDINAMENTO
Nell'affrontare questi problemi il Coordinamento ha fatto un passo
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avanti, sia pur faticosamente, trovandosi investito nel suo insieme nella gestione di questioni riguardanti singoli settori o fabbriche. Perché faticosamente? Sostanzialmente perchè non è semplice trovare un ruolo di direzione che dia maggior forza a ciascun CdF pur garantendo sia le rispettive autonomie di decisione sia assicurando un perfetto meccanismo di trasmissione delle discussioni e delte decisioni: dai CdF al Coordinamento e viceversa.
Nelle recenti riunioni il rafforzamento di questo lavoro unitario è
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avvenuto anche sulla base di una ampia concordanza nel riconoscere nell'atteggiamento della CGE il riflesso di quello che è l'atteggiamento del padronato in generale. Non è infatti puro esercizio accademico affrontare i problemi che ci toccano direttamente in fabbrica ricercando punti di riferimento nella situazione esterna, in quanto sui temi del controllo della produzione le battaglie che oggi si devono affrontare in fabbrica si allacciano strettamente con gli obiettivi contrattuali. E' spuntata cioè coscienza del fatto che i pro-
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blemi non si risolvono solo fuori della fabbrica, ma in un tutt'uno dentro e fuori.
INFORMAZIONE SI, CONTRATTAZIONE NO
In cosa I' atteggiamento della CGE è riconoscibile a quello della Federmeccanica, ad esempio? Nel fatto di voler relegare il ruolo delle organizzazioni dei lavoratori a semplici auditori di ciò che vuoi fare il padrone. E' quanto pretendeva la direzione in occasione dell'incontro del 28 gennaio scorso per fare il punto della situazione. in lunghi discorsi, che in buona parte ripetono quanto già gentilmente pubblicato su Contatto a proposito dei vari stabilimenti o dei vari settori produttivi, viene mescolato di tutto, secondo una logica sostanzialmente ancora pater-
nalistica, per cui la perequazione figura tra le cose fatte dalla CGE (e non ottenuta con una dura vertenza di gruppo); oppure si devono ascoltare i « positivi risultati » ottenuti dall'azienda nella lotta contro l'assenteismo grazie ad un uso più intensivo del medico fiscale. O ancora quando ci viene detto che alcune cose non vengono fatte conoscere perché vi è la presenza di sindacalisti: i CdF, anche se a volte un po' cattivi, fanno parte della famiglia aziendale, sono una cosa diversa dal sindacato secondo questa logica!
In compenso gli appalti che sono rimasti sono di tipo politico per cui non si toccano ed è altrettanto inutile discuterne.
Ed errato sarebbe credere che tali riunioni siano solo uno sfoggio accademico dei nostri massimi
A NON RIVEDERCI
Il dr. Bassi ha lasciato la CGE il 15 febbraio « per ricoprire un importante incarico in un'altra azienda metalmeccanica ».
Normale avvicendamento di capi del personale .., costante ricerca di una verginità ahimè per sempre perduta, fuga dai terribili delegati dell'INFO, o oscura faida di potere nei corridoi di via Pergolesi?
Forse la storia non chiarirà mai questo mistero, reso più tenebroso e ambiguo dal fatto che il dott. Bassi se ne va proprio quando l'ing. Casini lascia l'ufficio del personale per occuparsi di marketing, e dal fatto che nessun nome di sostituto ci è stato fato fino a pochi giorni prima.
Il doti. Bassi è stato la nostra controparte in un numero infinito c'i trattative, di vertenze aziendali, di lotte, e lo ricordiamo quasi con simpatia perchè le abbiamo vinte tutte: ognuna di quelle lotte, di quello vertenze si è conclusa con una conquista importante per I lavoratori. Rispetto ad altri rappresentanti del personale gli riconosciamo delle doti positive, per esempio la sua natura poco incline alla truffa e all'espediente e una certa credibilità nelle trattative.
In considerazione di queste sue qualità personali, e consci per altro del fatto che sono al servizio del nemico, e di una causa perdente nella storia, gli dedichiamo, come saluto di commiato, questa poesia di B. Brecht:
dirigenti perchè al termine le richieste o meglio le decisioni saltano fuori e si pretende che siano indiscutibili. È quanto è successo nell'incontro ricordato. Non si vuole con questo sostenere che rifiutiamo in toto questo tipo di incontri, ciò che rifiutiamo è la logica con cui li gestisce la direzione. Gira e rigira il discorso sarebbe questo: esposizione complessiva dei problemi generali (mercato, crisi di governo, ecc.) e di quelli aziendali; conclusioni (cioè mobilità, produttività, ecc.) che è inutile discutere perchè l'analisi è già fatta ed è quella che conta.
Una logica per noi inaccettabile e che va ribaltata costruendo una linea alternativa che affronti in modo forse diverso che nel passato i temi della garanzia del posto di lavoro e dell'orario di lavoro.
INTERROGATORIO DELL'UOMO BUONO
Avanza: sentiamo dire che sei un uomo buono. Non sei venale, ma il fulmine che si abbatte sulla casa non è neanch'esso venale.
Quel che hai detto una volta, lo mantieni. Che cosa hai detto?
Sei sincero, dici la tua opinione . Quale opinione?
Sei coraggioso. Contro chi?
Sei saggio. A favore di chi? Non badi al tuo vantaggio. Al vantaggio di chi allora? Sei un buon amico. Amico di gente buona?
Ascolta: sappiamo che sei nostro nemico. Perciò ora ti vogliamo mettere al muro. Ma in considerazione dei tuoi meriti e buone qualità il muro sarà buono, e ti fucileremo con buone pallottole di buoni fucili e ti seppelliremo con una buona pala in terra buona.
P.S. Che nessuno (e soprattutto il destinatario) si taccia prendere dal panico per questa poesia apparentemente truculenta. A parte il significato chiaramente simbolico ,occorre anche considerare che da quando è stata scritta questa poesia (1937 circa) 13
l'esperienza cinese, vietnamita e altre hanno dimostrato che i nemici del popolo si possono in'realtà fieducare, se solo ci mettono un po' di « buona » volontà e non c'è sempre bisogno di fucilarli.
GENERAL ELECTRIC: L' AZIONE SUL MERCATO EUROPEO E I RAPPORTI CON LA CGE
Ultima puntata dell' identikit del nostro padrone
I SETTORI DI INTERVENTO
Sul mercato mondiale la General Electric è presente nei seguenti settori:
beni di consumo: impianti di aria condizionata, elettrodomestici, lampade, radio e tv; istallazioni pesanti: produzione e trasmissione dell' energia, grandi motori, locomotive ecc.; materiali industriali: piccoli motori elettrici, strumenti e componenti elettronici, sistemi di informazione, impianti di comunicazione; navigazione aerea e difesa: motori a reazione per aviazione, satelliti spaziali, impianti radar, ecc.
La tendenza che si manifesta con sempre maggiore evidenza è il costante aumento del fatturato e degli investimenti nel settore della difesa, mentre parallelamente cala la produzione dei beni di consumo. Questa caratteristica, che è facilmente riscontrabile anche all'interno della CGE, trova giustificazione nel fatto che la GE è tra le industrie che maggiormente beneficiano dei finanziamenti e delle commesse militari del Pentagono, il che le consente a volte di poter mettere a frutto l'esperienza fatta grazie alle sovvenzioni statali.
Il settore militare consente affari così grandi che ad esempio il calo delle commesse derivato dalla fine della guerra nel Vietnam è stato dell'ordine del 10 per cento ed è stato compensato dagli altri programmi in cui è impegnata la GE (laboratorio spaziale, Poseidon, Apollo, ecc.).
POLITICA DEL PERSONALE
La tattica adottata è molto articolata e non proprio illuminata: solo dure lotte dei lavoratori hanno modificato gli atteggiamenti autoritari o paternalistici. Ad esempio, negli USA, sfruttando la frantumazione sindacale esistente, per un lungo periodo la GE ha cercato dì
impedire la contrattazione collettiva coordinata tra le varie fabbriche arrivando al rifiuto di trattare con le commissioni miste intersindacali. L'ostruzionismo ha comunque subito un duro colpo con lo sciopero di 14 settimane che nel '68 coinvolse tutti i lavoratori della GE negli USA e al termine del quale conquistarono, oltre ad un aumento salariale del 7,5%, la rivalutazione delle pensioni, delle indennità sociali e di malattia.
Il terreno più calmo per la GE è rappresentato da alcuni paesi del Sud America dove sfrutta a suo vantaggio le particolari condizioni politiche.
In Uruguay si è distinta per i tentativi di costruire un sindacato giallo; in Colombia ha cercato di ricattare i lavoratori imponendo la iscrizione ad un sindacato di comodo come clausola per garantire l'applicazione del contratto collettivo di lavoro.
In Brasile è lo stato che assicura la pace sociale con gli interventi militari e con la continua repressione poliziesca contro ogni tentativo di organizzazione sindacale o
politica dei lavoratori. In questo clima alla GE di Rio sono passati licenziamenti di lavoratori accusati di svolgere attività sindacale.
Ma l'assistenza statale non si ferma a questo: la GE riceve finanziamenti governativi per le sue attività industriali.
Diversa è la situazione in Europa dove la risposta operaia è stata più unitaria e organizzata; ciononostante in diverse occasioni si sono verificati duri scontri a causa di massicci piani di ristrutturazione, come testimoniano le vicende della CGE sul finire degli anni 60.
IL NUOVO ASSALTO AI MERCATI EUROPEI
I biografi ufficiali della GE narrano che dalla fine della guerra per due volte il ris_ s. o azionista di maggioranza si lanciò alla conauista dell'Europa e per due volte fu costretto a ritirarsi.
Negli anni 50 svendette parte delle imprese dietro le pressioni esercitate dal Dipartimento della
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Giustizia in base alla legge antitrust; alla fine degli anni 60 si ritirò dai settori dei calcolatori (almeno direttamente) e dei beni di consumo.
Adesso siamo nel pieno del terzo assalto, nel quale rientra anche l'acquisto del gruppo Teomr, indirizzato verso i settori industriali e militari. La novità del terzo assalto starebbe nella strategia che cercherà di « evitare la trappola di imporre i prodotti nell'area europea secondo le decisioni del quartier generale di New York A.
Punto di forza del progetto è la creazione di un nuovo staff di circa 20 manager, destinati a diventare forse 200, responsabili della pianificazione dei prodotti locali e del collegamento con le 43 unità strategiche della GE negli USA.
Dal punto di vista produttivo la GE conta direttamente sulle filiali spagnola e italiana, cioè la CGE, per cercare anche di riguadagnare posizioni in campo nucleare, dove la concorrenza del gruppo Westinghouse è tale da minacciare non solo le prospettive europee della GE, ma anche la sua posizione sul mercato interno USA.
LE CENTRALI NUCLEARI CHIAVI IN MANO
La pressante esigenza di sanare il deficit dell'approvvigionamento di energia elettrica nel nostro paese è sfociata recentemente nel piano governativo che prevede la cocstruzione accelerata di centrali elettronucleari la cui lottizzazione assicurerà una grossa fetta di affari alla GE.
Nel 62 in Italia esistevano 3 centrali nuc'eari realizzate al 60% con l'apporto diretto del CNEN (Comitato Nazionale per l'Energia Nucleare) e delle imprese italiane operanti nel settore. Esistevano, ed esistono tuttora, i presupposti per garantire una ricerca e uno sviluppo autonomo che consentissero un graduale sganciamento della dipendenza dall'industria estera, ma la politica seguita finora è andata in direzione opposta. Oggi infatti esiste una sola centrale nucleare in più, quella di Caorso, per la realizzazione della quale si è ricorso all'apporto prevalente della GE. Inoltre con questa centrale si è instaurata la prassi della consegna degli impianti « chiavi in mano ». Questo significa che la GE sì è assicurata attraverso la
Ansaldo, sua licenziataria, il progetto, la fornitura dei componenti, la supervisione, l'istallazione e la manutenzione dell'impianto. Questa prassi sembra debba consolidarsi.
Recentemente si è fatto un gran parlare intorno alle prospettive di lavoro che le centrali elettronucleari potrebbero offrire a certi settori della CGE. Pensiamo che affrontare questo problema da un punto di vista strettamente aziendale sarebbe, oltre che limitato, anche pericoloso. Infatti occorre rendersi conto di cosa comporta complessivamente per la nostra industria e la nostra economia l'affermazione
cleare: nel caso della tecnologia GE si tratta di uranio arricchito che è prodotto in quantità da USA e URSS, mentre esistono altre tecnologie che consentono l'impiego di uranio normale, più facilmente reperibile.
Infine non si può dimenticare che in tal modo il ruolo del CNEN sarà definitivamente ridotto a quello di finanziare attività di ricerca a livello europeo, per le quali abbiamo contribuito con 800 miliardi negli ultimi 10 anni, per potenziare l'industria estera.
getti come I'EURODIF o I'UNIPEDE serviranno solo a farci dipendere dall'industria europea, nel caso ci
delle scelte politiche compiute finora.
Non solo si cancellano le possibilità di progetto autonomo, aumenta la dipendenza tecnologica e si cancellano le possibilità di progetto autonomo, aumenta la dipendenza tecnologica e si accettano impianti che anche dal punto di vista della sicurezza e dell'inquinamento sono arretrati rispetto a quelli costruiti in altri paesi: i grossi affari per la GE continueranno, ma continuerà anche la crisi del settore elettro - termo - meccanico, dell'industria dei componenti e così via.
Con il sistema « chiavi in mano • il costo della licenza, valutabile altrimenti intorno al 6% del costo dell'impianto, sale al 40%. A questo va aggiunto il fatto che accettare a queste condizioni l'uso di una certa tecnologia significa dover sopportare anche alti costi per tivanto riguarda il combustibile nu 15 -
riuscisse di sganciarci dalla dipendenza USA!
CONTRO IL « NUOVO ORDINE » DELLE MULTINAZIONALI
Concludiamo qui la carrellata sul nostro padrone General Electric anche se tanti argomenti accennati meriterebbero una più ampia trattazione. Tirando le somme vediamo che anche la GE non è fondamentalmente diversa dalle altre società multinazionali che sono più spesso al centro dell'attenzione pubblica.
E' infatti presente nei paesi a regime fascista che ancora esistono e che godono più o meno apertamente dell'appoggio politico e militare USA a confermare che la difesa degli interessi economici dei grandi gruppi industriali viene fatta duramente pagare con la limitazione delle libertà e delle garan-
Il cantiere della centrale di Caorso
zie democratiche.
Il ruolo anti-innovazione che ricordavamo nella prima puntata e che nel passato si era manifestato in modo grossolano oggi si perpetua con tecniche più sottili come ad esempio l'asservimento tecnologico (di cui è ottimo testimone lo stato dell'industria elettronica italiana). Così come ogni multinazionale che si rispetti anche la GE opera mantenendo rigidamente in pugno i reali poteri decisionali, per cui ogni filiale o unità produttiva è solo un piccolo ramo non necessariamente indispensabile che si può amputare quando più torna comodo.
Questo tuttavia non deve significare la chiusura a riccio in difesa di presunti interessi aziendali, portando sulle proprie spalle il padrone GE perchè così il lavoro è assicurato. La drammatica esperienza che stanno vivendo migliaia di lavoratori licenziati da multinazionali straniere (GIE, MERREL, LITTON ecc.) dimostra che il problema di fondo è quello di conquistare maggiori poteri decisonali. La crisi economica internazionale è oggi il terreno di battaglia su cui si gioca la partita tra i colossi industriali — non certo in nome di un nuovo ordine teso a superare i limiti cosiddetti nazionali — ma in nome di una diversa distribuzione dei mercati che, nonostante modifiche degli equilibri esistenti, lasci inalterati i meccanismi tradizionali di funzionamento delle multinazionali, accrescendo le disuguaglianze e la subordinazione dei paesi e delle industrie più deboli. Non abbiamo accennato alla strategia internazionale dei padroni per diffondere panico e sfiducia. Certo per il movimento dei lavoratori esistono grosse difficoltà nell'affrontare oggi con successo que-
sta strategia stante l'attuale insufficiente livello di unità tra le organizzazioni sindacali internazionali. Esistono ancora steccati, prevenzioni, oltre naturalmente alle difficoltà oggettive di collegamento, e tuttavia qualcosa si sta muovendo. Ma ciò che non va dimenticato è che l'azione fondamentale può essere sviluppata a livello nazionale. Il discorso abbozzato a proposito delle centrali elettronucleari mette in evidenza che esistono possi-
bilità di realizzare un modo di produrre più autonomo. Così come ogni serio discorso sulla programmazione economica, oggi riscoperta da più parti, non può prescindere dai problemi di « cosa e come produrre », il che si traduce anche nella scelta di limitare lo strapotere delle società multinazionali.
Nella capacità di sviluppare azioni e proposte in questa direzione sta la soluzione ad alcuni dei problemi che comporta l'avere un padrone multinazionale. Po(
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