quartiere • zona 2
Mensile dei quartieri Isola Fontana alstria GrecomPonte Seveso Anno V - Nuova serie - N. 2 - Gennaio 1978 - L. 300
eolitica
AREA BROWN BOVERI
Una grossa occasione
VIA BORDONI 10: COME E' STATO POSSIBILE FERMARE LA SPECULAZIONE
Piccola storia di una casa di ringhiera Via Bordoni, al numero 8 barra 10. La casa è vecchia quanto l'Unità d'Italia. Anno di costruzione 18 60. Tutt'intorno la Milano nata negli anni Cinquanta e Sessanta; incombe il palazzone della sede centrale SIP. Il numero civico 8 è stato demolito da eventi bellici; il numero civico 10 doveva essere demolito nella guerra di conquista della speculazione edilizia. Da quindici anni la società proprietaria dello stabile, la SPA Centro D, ha presentato il progetto per l'abbattimento della casa e per la costruzione di un grattacielo. Al 10 di via Bordoni, però, ci sono anche degli uomini. E non si possono mandare le ruspe e colare cemento armato finchè non si cacciano le famiglie di immigrati e lavoratori. I manuali della speculazione, a questo punto, prevedono una procedura elementare: per liberare uno stabile vecchio di cent'anni basta aspettare senza fai e nulla, lasciare che la casa, priva di qualsiasi manutenzione, si sfasci, diventi inabitabile, si ripieghi sempre più sugli inquilini superstiti fino a costringerli alla fuga. 1118 ottobre del 1976 arriva al Comune di Milano e al Consiglio della Zona 2 un ultimo drammatico messaggio da quindici famiglie assediate dalla speculazione edilizia in via Bordoni 10: "Abbiamo cantine piene di topi e di fogna (infatti è allagata), vi sono magazzini pieni di pulci e altri parassiti. Anche le stanze che abitiamo sono infestate da scarafaggi, topi, ecc. "Gli ambienti in cui passiamo i giorni sono crepati, hanno pavimenti sconnessi, sono umidi e privi di servizi igienici in casa e quelli in ringhiera non sono igienici (scusateci il ripetersi del sostantivo). "Al terzo piano hanno messo dei puntelli al soffitto per poter reggere il peso del pavimento del quarto. Anche il cortile è circondato da pali che servono a reggere le ringhiere. Questo fa pensare che lo stabile non è in stato rassicurante e ciò per noi è preoccupante. Chiediamo che vengano presi provvedimenti in Raffaele Flengo (segue in ultima)
Canone equo ma non per i negozianti Dimenticati dalla legge, commercianti e artigiani corrono il rischio di pagare un canone di affitto iniquo. Iniziativa del PCI. Raccolte più di 300 firme fra i commercianti della zona. Per l'equo canone sembra che negozianti, artigiani e commercianti siano stati considerati cittadini di serie B. Nel primo progetto di legge in discussione alla Camera, infatti, non era stato previsto nessun tipo di regolamentazione per gli affitti dei negozi e dei laboratori e, ora che la discussione è passata al Senato, si è ottenuto soltanto che i contratti di affitto di questo tipo di locali abbiano una durata di sei anni e che non sia possibile applicare un aumento superiore al 10% all'anno. Tutto ciò non rappresenta però una tutela sufficiente: un aumento eccessivo dei canoni di affitto dei negozi e dei laboratori potrebbe avere delle ripercussioni molto gravi sull'attività commerciale e artigiana. Da una parte infatti negozianti e artigiani non possono sostenere il peso di un affitto molto alto e correrebbero il rischio di dover chiudere; dall'altra parte
un forte aumento dell'affitto provocherebbe immediatamente un aumento dei prezzi per i consumatori. In questo momento sostenere una ulteriore spinta all'inflazione è una scelta sbagliata e pericolosa. Nella Zona 2, in cui sono numerosi i negozi e i laboratori artigiani, le sezioni del PCI hanno portato avanti un'iniziativa che merita di essere segnalata, anche perchè è stata accolta con favore da commercianti e artigiani della zona: una raccolta di firme per una petizione da inviare alla commissione del Senato per l'equo canone, nella quale si chiede l'estensione della legge anche per i contratti dì affitto dei negozi e dei laboratori. Petizione e firme sono state spedite a Roma, ma per dare peso a questa rivendicazione sono necessari il massimo impegno e la più larga mobilitazione. c. b.
Quale sarà il destino dell'area TIBB? Sono passati numerosi anni ormai dall'arresto delle attività alla Tecnomasio Italiano Brown Boveri ma i cittadini dell'Isola, molti dei quali sono ex dipendenti dell'azienda, non sanno ancora quali concrete prospettive si aprano per l'utilizzo di quel vasto patrimonio rappresentato dei 40 mila metri quadri dei quali circa 17 mila coperti da edifici. Nel tentativo di sbloccare la situazione il Comitato interpartitico della Zona 2 vuole rilanciare l'interesse verso questo problema con una serie di iniziative che coinvolgano la popolazione, le organizzazioni sociali culturali del quartiere. Quali sono le possibilità concrete che si aprono? In un primo tempo c'era stata la proposta di demolire tutte le vecchie strutture per dare vita a un ampliamento del "centro direzionale" con palazzi per uffici. Ma, come tutti ricordano, gli abitanti dell'Isola sono scesi in campo per rifiutare l'allontanamento, difendere i caratteri originari popolari della zona aprire così la prospettiva di una soluzione diversa del problema. "C'è una grande fame di servizi — ricorda Virgilio Vercelloni del Comitato interpartitico della Zona 2 —: questo, non per fare del vittimismo, è uno dei quartieri più mortificati della città. Perchè demolire strutture che possono essere riutilizzate evitando così inutili sprechi?". Una prima vittoria della mobilitazione popolare e del Consiglio di Zona è stata l'accettazione da parte dell'Amministrazione comunale della richiesta di destinare questa area a "servizi" nell'ambito del piano relativo alla legge 167 per l'edilizia economica e popolare. Si è posto a questo punto il problema di come dare un contenuto sociale a questi interessanti spazi che si aprivano per il quartiere. "Questo lavoro è ancora in corso — afferma l'architetto Vercelloni —; il Comitato interpartitico sta verificando con le forze sindacali e produttive, sociali e politiche le reali prospettive che l'area offre, le risorse pubbliche private disponibili a intervenire, i contenuti e le priorità da privilegiare". La prospettiva è quella di organizzare degli spazi per riportare in questa area delle attività produttive preferibilmente di artigiani e piccole aziende o attività commerciali al servizio della zona. Ma è possibile pensare anche a spazi per attività culturali, ricreative, sportive o di educazione sanitaria. "È troppo facile però mettere sulla carta queste prospettive — continua l'architetto Vercelloni — L'importante è che la gente del quartiere, i giovani in modo particolare, si rimbocchino le maniche per elaborare col Consiglio di Zona le soluzioni concrete per dare un futuro all'area e al quartiere".
Il Comitato i nterpartitico Nel maggio 1977 si è costituito nella Zona 2 il Comitato interpartitico per il "riutilizzo programmato dell'area ex Brown Boveri (compresa tra le vie Confalonieri, Sassetti, De Castillia e Borsieri) a servizi pubblici o di interesse pubblico e a finalità produttive". Il Comitato è composto da Sandro Barbaglia, Paolo Domenico Faré (DC), Giancarlo Motta, Daniele Vitale (D.P.), Ambrogio Sala, Virgilio Vercelloni (PCI), Romano Juvara, Luigi Piva (PRI), Sandro Bernasconi, Antonio Mazzoleni, Arnaldo Novelli (PSDI), Luciano Narici, Mario Pippia (PSI), Carlo Asnaghi, Leonardo Mariani (PLI). Il Comitato interpartitico si riunisce regolarmente presso la sede del Consiglio di Zona il lunedì alle ore 18 e 30. In questi mesi sono stati promossi incontri con le forze sindacali, produttive e sociali della zona, e con l'Amministrazione comunale per verificare le condizioni di una rapida e concreta trasformazione dell'isolato. Il nostro giornale apre un dibattito tra i lettori e le forze politiche sociali della zona per accelerare la soluzione dello spinoso problema dell'area TIBB.
in questo numero Né strega, né Madonnna: ma donna come? I nuovi organi collegiali della scuola
4
Vita del decentramento Un teatro per il quartiere
6
Tutti gli indirizzi utili
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Occhio alla foto: riconosciti e vinci