Istruitevi che avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Organizzatevi che avremo bisogno di tutta la nostra organizzazione. Agitatevi che avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo.
(A. GRAMSCI) A CURA DEL C. d. F. AUTOBIANCHI
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Istruitevi che avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Organizzatevi che avremo bisogno di tutta la nostra organizzazione. Agitatevi che avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo.
(A. GRAMSCI) A CURA DEL C. d. F. AUTOBIANCHI
Questi mondiali di calcio, che si ' stanno svolgendo in Argentina, sono come sempre una grossissima occasione per tare dei lauti affari.
Ma per il regime di Videla anche ciò passa in second'ordine; infatti al suo regime, il mundial serve soprattutto, struttando il calcio lo sport più popolare nei paesi Latino-Americani, per cercare tra il popolo il consenso necessario a legittimare quel regime che da due anni è basato su crimini ed errori.
Infatti con questo campionato Mondiale di calcio la giunta golpista, si prefigge di cercare anche all'estero credibilità e consensi.
Ma noi sappiamo benissimo che quella che ci propinerà la Televisione riguardo al Mundial non è la vera Argentina. Perché I' Argentina di oggi presenta un'altra reaita più drammatica. quella di migliaia di prigionieri politici scomparsi, della stampa imbavagliata e di un popolo oppresso.
Questa realtà deve far riflettere gli atleti, i visitatori e tutti coloro che nel mondo seguono que,t; mondiali. Anche perchè il pallone tra poche settimane si fermerà con la fine del Mundial 78, ma la sofferenza di un popolo continuerà finché la giunta fascista sarà al potere con le sue violenze, le uccisioni e le sue ingiustizie.
Questa sagra del calcio deve trasformarsi dunque per tutti i democratici in uno strumento di denuncia del regime e di pressione affinché i prigionieri politici e gli « Scomparsi i vengano restituiti alla libertà.
In caso contrario Io sport sarà solo Una maniera per distogliere gli occhi
della gente dai crimini della giunta fascista, conferendole quelle parvenza di legittimità che è uno degli scopi che il regime si propone di raggiungere attraverso i Mondiali.
ai calciatori:
BUENOS AIRES — Un gruppo di donne, madri e spose di persone arrestate e scomparse, ha inviato una lettera a tutti i giocatori partecipanti all'undicesima edizione della Coppa del Mondo di calcio ricordando che « in questo Paese migliaia di giovani come voi sono scomparsi ».
« Sentiamo il dovere di avvertirvi, assi del calcio 1978, che questo Paese ha un altro volto, un volto tristissimo — si legge nella lettera — e vogliamo dirvi che la gloria del Torneo non dovrebbe accecare gli uomini che vi. competono.
« Noi valutiamo il fatto che la Coppa del Mondo si svolge nel nostro Paese, ma consideriamo ingiusto, non dignitoso e irrispettoso per le Nazioni che vi competono, essere usate per offrire una immagine distorta della realtà argentina ».
Da mesi le donne del gruppo si riuniscono ogni settimana davanti al palazzo del governo in Plaza de Mayo chiedendo notizie dei loro congiunti, richieste che sino ad ora sono rimaste disattese.
«Non dimenticate il volto triste di questo Paese »Dietro gli spalti del MUNDIAL Le donne argentine
SINDACATO DI POLIZIA
Nel numero 2 del giornale del Consiglio di Fabbrica pubblicammo una intervista ad un esponente del Comitato promotore provinciale del Sindacato di polizia aderente alla CGIL-CISL-UIL; alla domanda « Quali sono le difficoltà che incontrate per la costituzione del sindacato di polizia aderente alla federazione CGIL-CISL-UIL e quali momenti ritenete importanti con gli altri lavoratori per realizzare questo obiettivo?», la risposta riletta alla luce degli ultimi sviluppi della questione, ed anche per l'importanza fondamentale che assume in questa fase la riforma di polizia, ci sembra estremamente attuale e la riportiamo integralmente.
La richiesta di un sindacato di lavoratori di polizia aderente alla federazione unitaria, è stato un elemento connaturato alla nascita e alla crescita del movimento. E non è una scelta di comodo o di opportunità politica. E' una scelta di tondo, una scelta ideale che colloca i lavoratori di polizia nel mondo del lavoro, un presupposto necessario per un nuovo modo di far polizia. Gli ostacoli alla realizzazione di questa scelta, fatta in tutta Italia dall'83 per cento dei poliziotti, non sono mancati e non mancano tutt'ora. Sono ostacoli politici, interpretazioni distorte della realtà, accuse di faziosità al movimento dei lavoratori. Noi riteniamo che tali ostacoli tendono a mantenere e a far crescere nuovi steccati tra i lavoratori di polizia ed il movimento dei lavoratori. Lo scopo è ovviamente, di evitare che la nostra tesi di fondo, una polizia efficiente e realmente al servizio della collettività, possa concretizzarsi. La nostra lotta non è solo nostra, è e deve essere sempre più la lotta di tutti lavoratori ».
All'Autobianchi abbiamo scioperato, insieme con tutto il movimento dei lavoratori, per il sindacato di polizia aderente alla CGIL-CISL-UIL. Nelle assemblee abbiame chiaramente detto ai lavoratori che volevamo una polizia al servizio dei cittadini, formato da lavoratori con pari diritti. inseriti nel contesto sociale nel quale si trovano ad operare. Se davvero vogliamo che si stabiliscano rapporti di collaborazione tra polizia e cittadini occorre creare tutti gli agganci che possono rinsaldare questa unione. Collegamenti con i quartieri, con i consigli di zona, con i consigli di fabbrica, con tutte le strutture democratiche esistenti. Soltanto così la collaborazione può essere qualcosa che nasce dalla base e dalle esigenze reali e non un puro richiamo moralistico.
Se oltretutto si varano accordi che contraddicono e ci riferiamo alla richiesta dell'83 per cento dei poliziotti e del sindacato unitario, si rischia di bloccate il processo di avvicinamento tra polizia e società nel suo insieme. Riteniamo che la battaglia debba essere continuata, affinché i poliziotti non siano abbandonati nella lotta per una riforma che è di tutti ed affinché le forze politiche che Sono oggi al governo rivedano la loro posizione.
Uno spazio del giornale sarà riservato ai contributi che i lavoratori vorranno dare al dibattito sulle varie problematiche politico-sindacali.
Riteniamo indispensabile infatti allargare al massimo la possibilità di intervento di tutti i lavoratori, perchè questo giornale diventi veramente momento di maturazione e di crescita del movimento.
I contributi e gli interventi dovranno essere fatti pervenire alle commissioni stampa dei C.d.F..
La lettera che Ferruccio Asmi ha inviato al giornale del C.d.F. solleva un problema tra i più importanti, un problema che non può restare senza risposta, quello del rapporto tra delegato e gruppo omogeneo che lo ha eletto. Mi auguro che su questo argomento molti contributi giungano al giornale e vorrei provare a dare il mio, affrontando il problema dal punto di vista di un delegato.
Credo che non si possa parlare di crisi di ruolo del delegato, se non si approfondisce prima cosa è oggi, nella situazione attuale, il gruppo del C.d.F. Le due questioni, crisi del delegato e del C.d.F., sono due facce della stessa medaglia, esiste una interdipendenza tra le due cose ed è importante analizzare i perchè di questa situazione. Oggi il C.d.F. sostanzialmente funge da coordinatore della attività, chiamiamola ordinaria, della fabbrica, gestisce i piccoli problemi, fa da cassa di risonanza ai malumori esistenti all'interno della fabbrica, riesce anche ad essere la brutta copia di polemiche ad alto livello. Manca quindi un ruolo di sintesi e di direzione della politica sindacale?
Sono convinto che oltre le cose negative esista la consapevolezza che qualcosa di nuovo debba iniziare a munversi, la consapevolezza di attraversare una fase
di incertezza e di transizione. La posta in gioco è decisiva, o si avvia un processo di sempre maggiore coinvolgimento di tutti nelle scelte decisive per costruire una società dove sia bello vivere, oppure assisteremo ad un successivo peggiorare delle cose con l'esplodere di fenomeni di rivolta ceca e ad una « istituzionalizzazione di fatto di settori di emarginati Certamente non serve ai C.d.F. un ritorno al passato, anzi ciò sarebbe estremamente deleterio, i nuovi ruoli sono facili da enunciare, ma all'atto pratico, proprio perchè si va a incidere direttamente nella cosiddetta stanza dei bottoni, estremamente difficili da attuare.
La questione della organizzazione del lavoro, dell'ambiente, nella fabbrica e nel territorio, di un effettivo controllo sulla gestione delle imprese pubbliche, l'avvio di adeguate strutture, che possano controllare, e stimolare una programmazione economica che vada incontro alla soluzione dei due più gravi problemi, la disoccupazione e la soluzione di bisogni sociali vecchi e nuovi.
Lo strumento indispensabile ai C.d.F. per gestire questi problemi è l'unità sindacale. Unità la cui stagnazione è una delle cause della crisi di organismi, i consigli di fabbrica, che sono nati sotto il segno dell'unità, elezioni aperte a tutti, iscritti e non iscritti, su scheda bianca e
senza liste precostituite.
Dell'unità sindacale i consigli hanno bisogno per lavorare, in caso contrario le polemiche tra le diverse confederazioni non tarderebbero a paralizzare l'azione già precaria di questo organismo. E l'unità per non diventare qualcosa di astratto occorre conquistarla individuando obiettivi chiari per cui i lavoratori possano mobilitarsi. Per quanto riguarda la partecipazione dei lavoratori Asmi chiama in causa il consumismo come una causa del comportamento della classe operaia. Per parte mia ritengo che il consumismo non sia un'arma diabolica inventata dai padroni, ma soltanto una conseguenza dei rapporti economici tra le classi, non causa quindi ma effetto.
E' per la modifica di questi rapporti che ci si deve muovere. Con quali strumenti?
Penso che sia importante non cedere alla paura di cambiare, a volte le forme e i modi della partecipazione invecchiano, diventano sclerotiche e burocratiche, dobbiamo avere il coraggio di metterle in discussione, dobbiamo avere la fantasia di inventarne nuove sempre migliori. Reagire cercando sempre più la specializzazione e l'efficientismo può essere una risposta sbagliata. Allora vorrei concludere la mia lettera con una domanda: « Sono ancora validi i delegati ed i C.d.F. così come sono strutturati oggi »?
Alla redazione del Giornalino «Il compagno di lavoro»,
sono un ex corsista delle 150 ore dell'anno 1976-77. Durante l'anno scolastico è stato svolto un lavoro di ricerca sulla nocività in fabbrica (Autobianchi). A fine corso tutto il materiale di studio riguardante la ricerca e non, è stato raccolto facendone pervenire una copia alla FLM di Desio.
Ora la domanda che mi pongo è questa: perchè a circa un anno dalla fine del corso tutti i dati raccolti ed elaborati (che tra l'altro rispecchiano la quasi totalità di tutte le realtà presenti in fabbrica) non sono stati portati a conoscenza di tutti i lavorat ori?
Questi dati raccolti tramite questionario,
sebbene di dimensione limitata, potrebbero essere un contributo, un primo passo per un'analisi del problema della nocività che investa i lavoratori in prima persona e li renda coscienti della realtà che ci viviamo giorno per giorno.
Perché se è vero che il problema della salute in generale è un fatto che ci riguarda personalmente, è anche un problema di tutta la società sia dal punto di vista economico che da quello politico.
Queste mie osservazioni non vogliono essere una inutile polemica, ma vuol essere uno stimolo per ravvivare i rapporti fra C.d.F. e lavoratori corsisti. Come ex corsista ho l'impressione che l'istituto delle 150 ore venga vissuto come una realtà staccata da tutto il resto, dimenticandoci spesso che abbiamo lottato duramente per avere una scuola tutta nostra, dove si produce veramente della cultura alternativa.
lo personalmente sono più che convinto che informare i lavoratori di quello che si produce durante il corso, oltre che essere una cosa corretta, può anche suscitare interesse e dare spazio al confronto tra lavoratori e C.d.F. che da qualche tempo si va restringendo.
Infatti se vogliamo veramente raggiungere l'unità di fatto di tutti i lavoratori, la strada da seguire è quella del confronto al di là di qualsiasi collocazione politica e ideologica. E' questa, a mio avviso, una risposta seria alla domanda altrettanto seria che nel giornalino N. 6, il lavoratore della manutenzione poneva ad ognuno di noi.
Ringraziando anticipatamente per la pubblicazione di questa mia lettera, vi auguro buon lavoro. Cordiali saluti. CASTIGLIA
ALBERTO BONFANTILa gravissima situazione che stiamo vivendo in Italia, si presenta come molto complessa.
C'è nel nostro paese una crisi dell'economia, che ha caratteri non semplicemente congiunturali e che costringe a rimettere in discussione alcuni aspetti fondamentali dell'attuale struttura economica nazionale.
C'è inoltre una crisi politica che impedisce il funzionamento del nostro sistema politico nella forma almeno in cui essa si era stabilita tra il 1948 e il 1975, e che obbliga a ricercare soluzioni inedite (come ad esempio, quella del governo della « non sfiducia », o quella dell'« accordo a sei »).
Esiste infine, nella nostra società, una crisi morale, che di certo è la più evidente, ma nei confronti della quale, molto prima che nei confronti con le altre, si è venuto a generare un senso di assuefazione che in definitiva ci fa essere disattenti ad essa e alle sue conseguenze.
« Non si tratta di crisi diverse, bensì di diverse dimensioni di un'unica crisi ».
La crisi, nella sua dimensione ideale e morale, è, a nostro avviso, la più profonda.
Da essa in effetti dipendono e la crisi economica e quella politica. La crisi dell'economia è in misura preponderante crisi di motivazione al lavoro e insieme insofferenza delle forme in cui tradizionalmente si lavora, oltre che dei significati — o, se si preferisce, dell'assenza di significato — dell'attività lavorativa nel nostro attuale sistema sociale.
Essa è anche crisi di legittimità del rapporto di lavoro salariato, della funzione dell'azienda, dei fini complessivi dell'attività economica.
Non é a caso che oggi gli imprenditori si interroghino sulla « immagine pubblica » delle loro aziende, sul rapporto con ciò che è fuori dalla fabbrica.
QueIsto rapporto diventa in crescente misura decisivo per la vita e per la funzionalità interna dell'apparato produttivo.
Posti di fronte a questo quadro sociale, tutt'altro che confortante, ma animati dal desiderio di soluzione di questa crisi, riteniamo necessario ribadire alcuni princìpi fondamentali, consolidati dalla nostra Costituzione, che garantiscono spazio e costruttività anche al movimento operaio; in quanto, nel tentativo delle forze economiche, politiche e sociali di programmazione economica e accordi politici per uscire dalla crisi (dimostratesi non molto funzionanti in molti suoi aspetti, e comunque anche se attuati perfettamente non danno garanzia, a nostro avviso, a sa luzioni dei problemi ed esigenze popola-
ri); intravvediamo il rischio di una svalorizzazione della democrazia a favore del motto « mali estremi, estremi rimedi », che di fatto blocca la responsabilità e la partecipazione dei cittadini, invece di incrementarla, a desiderare ed esigere una qualità di vita diversa nel suo complesso e non solo in una economia e in uno Stato più efficienti.
A trent'anni dalla Costituzione Repubblicana regna ancora fra i cittadini una grande incertezza sul significato di « Democrazia ». Questo termine viene infatti usato spesso in accezioni improprie e contraddittorie: così « democratico » viene oefinito quell'assetto in cui non solo la « cosa pubblica » ma anche la scuola e altre istituzioni sociali sono completamente in mano ad organizzazioni politiche e sindacali; e « democratico » è detto quel giudice che, rinunciando al principio del libero convincimento uniforma le sue decisioni giurisprudenziali a date ideologie politiche.
Appare infatti che in tal modo la volontà del popolo venga maggiormente rispettata.
E' perchè della Costituzione abbiamo tenuto presente soltanto l'art 1 (« La sa vranità appartiene al popolo »), senza approfondire cosa debba intendersi per « popolo sovrano ».
Non abbiamo meditato invece sull'art. 2, vera chiave per intendere il concetto di Democrazia.
Dice l'art. 2: « La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità », ecc. ».
Non basta dunque affermare che la sa vranità appartiene al popolo: occorre che sovrano sia considerato « ognuno » del popolo attraverso la garanzia dei suoi « diritti naturali » che lo Stato si è impegnato a riconoscere e tutelare.
Occorre aggiungere, dunque, qualcosa al termine « Democrazia »: ed è il dovere del rispetto dei diritti dell'uomo, che si esprime nella parola « Pluralismo », Anche pluralismo è termine svalutato: lo facciamo coincidere con la tolleranza di altre opinioni, ma è cosa ben diversa. Quand'anche esista una piena libertà di espressione non siamo ancora in presenza di un pluralismo.
Per rendere davvero possibile la dialettica democratica, non bastano le intenzioni occorre un meccanismo costituzionale per impedire alla maggioranza (di numero o.di potere) di deliberare la morte della democrazia.
Democrazia non è certo infatti il potere del! maggioranza; la maggioranza, infatti, pu .uscire comunque ad imporre la sua ,,o, dà in modo continuo; sì che l'oppos,z;:e. diviene solo teorica.
La vera soluzione, argine al totalitarisr•-.5 è individuata dall'art. 2 Cost., ove è detto che lo stato deve garantire non solo i diritti individuali del cittadino ma anche le « formazioni sociali » ove si svolge la sua personalità.
Si tratta della concezione del « Pluralismo istituzionale ». Ciò significa: che Io Stato non è tutto: accanto ad esso e prima ancora di esso esistono realtà politiche giuridiche sulle quali lo Stato non ha autorità e che deve rispettare, riconoscere garantire.
Si tratta delle così dette « Comunità naturali »; tutte quelle comunità spontanee che la società crea autonomamente quali momenti essenziali alla vita individuale ed associata: « naturali » in quanto non coatte e necessarie all'esistenza umana; quindi non è solo un problema dí decentramento, nè di una collettivizzazione imposta dall'alto secondo un piano preciso ove la vita individuale è controllata capillarmente dagli organismi governativi.
Quando lo Stato riconosce e garantisce le « Comunità naturali » è uno Stato democratico, quando le calpesta è totalitario. (Lo Stato Liberale, a differenza di quello democratico, si limita a constatarne l'esistenza senza però garantirla).
Un breve accenno, ora, al ruolo del movimento operaio « dentro» questa prospettiva.
Essendo il movimento operaio composto da varie formazioni culturali e politiche è chiamato (come è nelle sue tradizioni) a difendere verso le istituzioni (Stato, ecc.) questi valori, e renderli forma di vita, quindi propositivi. ai suo interno, nel cammino e lotta di trasformazione (come sta a significare il termine « Movimento ») verso una società più umana ispirata a questi principi; e su questi princìpi allargare la dialettica interna in modo non formale, cioè capace di trattenere e rendere operativa tutta la positività delle sue diverse componenti; teso ad una unità e solidarietà. non realizzate al tavolo, ma verificate nel quotidiano, e non solo nei momenti forti (lotte, contratti ecc.) ma sempre, pur mantenendo le proprie parti- • colarità culturali, politiche e ideologiche che ne fanno un fovimento eterogeneo e per questo creativo.
L'accordo sui sabati straordinari con compensativo per poter far fronte alla richiesta di fare delle vetture in più, potrebbe sembrare un cedimento del sindacato sull'orario di lavoro, ma tutti noi sappiamo che così non è; almeno se non vogliamo autoingannarci. L'Alfa Romeo, come è noto, è una azienda che negli ultimi 3-4 anni invece di produrre ricchezza la distrugge e poichè è una azienda a partecipazione statale dissolve risorse dello Stato che sono già per conto loro al lumicino. La stampa padronale su questa questione continua a dire solo delle mezze verità, in quanto non ha mai fatto conoscere alla pubblica opinione alcune proposte del sindacato per il risanamento dell'azienda e quali gravissime colpe abbia una dirigenza sia aziendale sia a livello più alto delle PP.SS. che definire dissennata e incapace è poco.
Ad esempio nessun giornale «indipendente» ha mai pubblicato cne la Direzione di Arese si rifiuta di discutere dei problemi della manutenzione su cui il C.d.F. ha formulato proposte che potrebbero rendere più funzionale e produttivo questo comparto.
Non va inoltre dimenticato il ruolo della Fiat nel cercare di rovinare l'Alfa Romeo. A questo proposito citiamo un significativo passo della relazione della conferenza di produzione che si è tenuta il 24-25 ottobre 1977 ad Arese: « Regolarmente dalla catena di finizione della Alfa-Nord esce il 25 per cento circa della produzione incompleta. Il completamento della vettura avviene con squadre aggiuntive di operai attraverso il lavoro straordinario o con il decentramento esterno dei lavori di completamento ai carrozzieri (vedi Zagato, Marazzi, ecc.) con conseguenti aggravi di costi ».
Nei magazzini di Arese giacciono pezzi di ricambio per 700 milioni ormai superati e destinati al rottame. Perchè tutto questo?
Uno dei motivi è la mancata consegna dei pezzi da parte dei forni- tori ; i criteri di scelta di questi fornitori da parte del servizio acquisti
non ubbidiscono a criteri di ESCI:9110micità, ma sono condizionati dalla forte influenza della Fiat nel settore della componentistica. Appare quindi evidente che il problema del risanamento dell'Alfa Romeo è un problema della classe operaia e del sindacato. La strada del « chi se ne frega » non solo farebbe alla lunga perdere posti di lavoro, ma innesterebbe un discorso pericoloso secondo il quale solo la Fiat può produrre in modo competitivo, quindi il non preoccuparsi della salute della casa milanese significherebbe consegnare al « pugno di ferro con guanti di pelle » di Agnelli una fabbrica che può e deve essere risanata. Non si può inoltre non capire le implicazioni che una simile
campagna propagandistica avrebbe sulla applicazione della mezz'ora alla Fiat. Quindi solo ponendoci il problema della difesa della produzione si può imporre un modo più qualificato e più creativo di lavorare; per fare questo dobbiamo battere certe tesi di movimenti che si battono perchè la classe operaia rimanga « estranea ed esterna » a questi problemi. Di questo non bisogna autoconvincersi in quanto la distruzione della produzione e l'attentato ai centri commerciali è uno dei modi per far tornare indietro il movimento operaio e sono tipici di chi si colloca nell'area della delinquenza comune ed ha un grande disprezzo per la classe operaia e per la sua intelligenza.
avere uno stipendio a fine mese. Il lavoro come valore puro, come proiezione della nostra personalità, creatività, come valore sociale. E' questo che c'è oggi? Inquadrato, parcellizzato, alienato, definito da orologi, contratti, leggi e regolamenti a non finire? Venduto a chi lo compra e lo usa come meglio crede?
E' una realtà che dobbiamo cambiare, tutti insieme, una realtà difficire da cambiare, una lotta non facile, nè immediata e forse neppure esaltante.
LA REALTA'
Partiamo dalla realtà che viviamo giorno per giorno, otto ore al giorno. Sempre più frequentemente ci si interroga sul senso che ha il lavoro, che è poi il senso della maggior parte della vita. Può anche diventare qualcosa di disperato e allucinante riuscire a pensare, a mettere in fila nel nostro cervello tutta una serie di giorni uguali, monotoni, vuoti, inutili, tesi solo ad una cosa, il momento della liberazione, l'ultima timbratura del cartellino. Poi, via, il « tempo libero », « la vera vita », ma quanto vera e quanto libera? Allora diventa importante forse essenziale il lavoro e non solo perchè ci permette di
All'ultimo impiegato la decisione la dà il capo, che ha avuto disposizioni dal caposervizio, il quale è stato informato circa gli indirizzi della direzione, la quale ha concordato un programma nella sede centrale che è Torino.
All'ultimo impiegato non è lasciato nulla, soltanto una cosa deve fare, non commettere errori, in questo caso gli verrebbe gentilmente fatto osservare che occorre più attenzione.
Esecuzione ed attenzione, ma soprattutto esprimere collaborazione, come? Dimostrando al proprio capo di essere sempre a disposizione dell'Azienda. Tutto estremamente semplice.
Se si sale la scala dall'ultimo impiegato alle varie specie di capi, ognuno è investito di una sempre maggiore autonomia e da una altrettanto, sempre maggiore, « essere a disposizione »; il grado di « fedeltà » diventa sempre più una condizione per salire, fedeltà per rispettare e far rispettare le decisioni prese da chi è padrone. NAV
ova ad occupare la posizione di mpre pìù frequentemente si sen. icudine ed il martello. Da un 'ezione dall'altro il movimento ori che lotta per avere sempre Diventa difficile vivere e lalueste condizioni, il proprio ruovrebbe essere creativo, di forli anello di congiunzione tra la il lavoro sempre più spesso viento in senso burocratico e dinte non serve alla soluzione di ieri il ripiegarsi su se stessi, mando pseudo-sindacati del quaedio, crediamo che soltanto coni e collegandoci con gli altri lapossano risolvere le contraddiiamo che i problemi veri, siano tutti i lavoratori, soltanto inciremo a risolverli, con maggioetà senza divisioni artificiali funhi tira veramente i fili.
SIAMO SOLTANTO )RI?
ridere fossimo tutti, il senso ed no che il lavoro acquisterebbe nello di servire ad una crescita Iella società, una società dove e trovare l'aiuto ed il supporto per lo sviluppo complessivo suppone che ad ognuno siano diritti ed uguali possibilità. lesto non può essere accettato acquisito potere e privilegi e onservarli con ogni mezzo. ta conservazione è essenziale vora si limiti ad eseguire, evenai più bravi esecutori si può :he pezzetto dì privilegio o qual- la.
COSA FACCIAMO IN PRATICA?
L'accordo del 7 luglio 1977 prevede che la Direzione presenti proposte di ristrutturazione per il settore impiegatizio, particolarmente per il ramo amministrativo. Il Consiglio di Fabbrica ha già sollecitato
la direzione al rispetto degli accordi, ad un anno ormai dalla firma dell'accordo, nessuna risposta. Ci viene da pensare che l'Azienda non sia ìn grado di fare proposte o, peggio, che voglia deliberatamente sfuggire a ciò che ha firmato e sottoscritto. Un'unica modifica, siamo incerti se definirla ridicola o penosa, ma forse vanno bene entrambi gli aggettivi. All'Ufficio Retribuzione si sono creati i sotto-sotto-capi (uno ogni tre persone) esseri superresponsabili », ma gli «altri » cosa sono? A quando l'istituzione di un capo ogni due persone? La nostra risposta a queste squallide manovre non può che essere di rifiuto totale e di scontro duro.
La conquista dell'allargamento della cultura e della formazione professionale è senza dubbio uno degli obiettivi che ci dobbiamo proporre per una reale modifica della organizzazione del lavoro.
A partire dalle scuole per arrivare a corsi di aggiornamento e formazione.
In un mondo dove la scienza e la tecnologia avanzano a ritmo velocissimo e dove non sono certo neutrali, diventa indispensabile far sì che la scienza sia al servizio dell'uomo e non contro.
Dobbiamo quindi valorizzare al massimo una conquista come le 150 ore, ma non soltanto, occorre cominciare a lottare per una organizzazione del lavoro, dove il lavoratore sia messo in grado di acquisire tutte le cognizioni tecniche e scientifiche necessarie.
Alla FIAT dal 3 luglio i 140 mila turnisti applicheranno unilateralmente una norma del contratto che l'azienda si ostina a negare
TORINO — A partire da lunedì 3 luglio, i 140 mila operai che lavorano a turni alternati in tutti gli stabilimenti del gruppo FIAT, ridurranno di venti minuti la presenza quotidiana in fabbrica. Lo faranno in ogni caso, sia o non sia stato raggiunto un accordo con la FIAT sulle modalità di applicazione della norma contrattuale che, appunto da luglio, congloba nelle otto ore del turno la mezz'ora di pausa retribuita per la mensa (alla FIAT finora sono soltanto dieci i minuti di pausa pagata).
Da oltre quattro mesi si tratta sull'applicazione della mezz'ora e l'atteggiamento negativo e provocatorio della FIAT non ha consentito di compiere un solo passo avanti. Per giudicare il comportamento della FIAT, basti un episodio: venerdì, proprio mentre era in corso l'enne-
simo incontro col sindacato, l'ufficio stampa FIAT ha distribuito ai giornali una lunga nota, che ribadisce e peggiora le posizioni dell'azienda, mentre presenta in modo scorretto le posizioni del sindacato, allo scopo di criticarle più facilmente.
L'affermazione più grave del documento è quella secondo cui non si dovrebbe applicare la mezz'ora di pausa retribuita da luglio, se prima non si troverà un accordo sul modo di recuperare quel teorico 4,4 per cento di produttività annua che si verrebbe a perdere. Nè il contratto, nè lo accordo FIAT dell'anno scorso dicono questo. Fanno soltanto obbligo alle parti di in- contrarsi per « esaminare le modalità di applicazione che consentano il mantenimento dei livelli esistenti di attività ed utilizzazione degli impianti ». L'accordo FIAT aggiunge:
« Fermi restando gli accordi nazionali e di stabilimento in atto ».
In una nota diramata ieri, dopo la sospensione del negoziato, la FLM nazionale ricorda che la mezz'ora di mensa pagata è ormai una conquista consolidata nella maggior parte delle altre industrie italiane: con la sua resistenza la FIAT vorrebbe « mantenersi in una situazione di privilegio rispetto a tutte le altre aziende ».
Le soluzioni proposte dalla FLM per recuperare la produzione sono: aumento degli organici (e la FIAT lo ha escluso se non in casi eccezionali), modifiche agli impienti (e la FIAT dice che costerebbero troppo per recuperare solo il 4,4 per cento di produzione, ma in molti casi ed ancora recentemente non ha esitato a rifare e prolungare linee di
montaggio per produrre solo una trentina di vetture al giorno in più), soluzioni organizzative transitorie e limitate per le « strozzature » del ci' clo produttivo, dove soluzioni diverse non sono possibili subito.
La FLM ha anche precisato le sue disponibilità rispetto a queste soluzioni eccezionali: pausa per la mensa a turni, sabati lavorativi con riposo compensativo, piccoli turni di notte, verifica di possibili «dissaturazioni » o situazioni anomale nei tabelloni dei programmi produttivi. « Se poi la FIAT — aggiunge la FLM — intende sollevare, al di là della mezz'ora, il problema più generale dell'utilizzo degli impianti, noi non solo siamo disposti a discuterne, ma noi stessi riteniamo utile (soprattutto in situazioni come le linee di montaggio) cercare soluzioni che, a fronte di una diminuzione reale dell'orario di lavoro, permettano un maggior utilizzo degli impianti soprattutto al Sud ».
In questo periodo ci sono state due riunioni del C.d.F. su argomenti estremamente importanti.
Nel primo consiglio si è discusso di come avvengono le assunzioni all'Autobianchi, di come funziona il collocamento in zona e di come viene applicata la legge sull'avviamento al lavoro dei giovani. Si è deciso di stimolare l'immediata formazione della commissione locale sul collocamento e di effettuare un maggiore controllo sulle graduatorie.
All'ordine del giorno dell'altro consiglio di fabbrica c'era la rotazione dell'esecutivo.
La discussione è stata estremamente vivace. Si è discusso del ruolo dell'esecutivo, mettendo in luce carenze che ci sono anche in presenza di un periodo difficile che sta attraversando il sindacato. E' stato sottolineato che l'esecutivo dovrà svolgere un ruolo di stimolo politico e dirigente, prendendo posizioni precise su avvenimenti che riguardano il futuro e le condizioni della classe operaia, dovrà studiare ed elaborare forme di organizzazione che possano mettere il C.d.F. in condizione di affrontare i grossi problemi che sono quelli soprattutto dell'organizzazione del lavoro, dell'ambiente, della gestione delle fabbriche. Altro compito del nuovo esecutivo è studiare
i modi e gli strumenti per coinvolgere nel dibattito sindacale un sempre maggior numero di lavoratori, aumentare la partecipazione, costruire un maggiore dibattito nelle assemblee.
L'obiettivo a breve termine è quello della preparazione della prossima scadenza contrattuale, che dovrà vedere una discussione seria, approfondita ed una sintesi che rispecchi l'opinione dei lavoratori dell'Autobianchi.
Questi i componenti del nuovo esecutivo:
ABBRUSCATO
BORIN FRANCO
BRINI ALESSANDRO
BESANA GIOVANNI
COLOMBO GIOVANNI
COSTABILE FRANCESCO
CAPIELLO
SANTELLI GIULIANO, CITRO SIRTORI
MARCOLIM
L'assemblea nazionale dei quadri della Federazione CGIL-CISL-UIL, tenutasi a Roma il 7-8 gennaio 1977, approva la relazione della segreteria presentata da Giorgio Benvenuto con i contributi venuti dalla discussione, e fa proprie le iniziative che vi sono proposte.
L'assemblea sottolinea l'importanza del dibattito che ha collegato lavoratori e strutture sindacali nella sua preparazione. Sulla base delle linee assunte, questo dibattito dovrà essere intensificato ed esteso per realizzare la costante e consapevole partecipazione dei lavoratori all'iniziativa sindacale, rafforzando così quel metodo e quella realtà di democrazia e di partecipazione che sono propri del movimento sindacale italiano.
L'assemblea riconferma la piena assunzione di responsabilità del sindacato di fronte alla crisi ed il ruolo di sostegno del sistema democratico da parte del movimento sindacale. Al Paese il sindacato presenta la forza ed il valore delle sue scelte di fondo: l'unità fra occupati e disoccupati, tra Nord e Sud; lo sviluppo e gli investimenti, insieme alla lotta all'inflazione, come via per superare la crisi; una politica di austerità coerente e una linea di sviluppo. E' parte essenziale di questo ruolo dei sindacato la difesa intransigente della sua autonomia e forza contrattuale, il netto rifiuto di qualsiasi misura che limiti questa autonomia e in particolare di qualsiasi intervento legislativo che modifichi gli accordi sindacali liberamente pattuiti. Stanno in questo quadro con piena coerenza la posi-
zione sulla contingenza -- nella riconferma in tutte le loro parti degli accordi confederali e nelle disponibilità dichiarate dalla relazione in tema di contingenze anomale e di incidenza sulla quiescenza — così come le posizioni e condizioni presentate alle controparti padronali per il negoziato in corso.
L'assemblea ribadisce la critica del sindacato alla politica del governo e rivendica un cambiamento di fondo delle scelte di politica economica, per associare alla lotta- all'inflazione un'azione efficace contro la recessione, per lo sviluppo, l'occupazione, con particolare riguardo all'occupazione femminile e giovanile che nella crisi sono più duramente colpite, agli investimenti e al Mezzogiorno.
Lo sviluppo dell'azione sindacale su questi obiettivi nelle prossime settimane è dunque essenziale per la uscita dalla crisi e nello stesso tempo è la condizione per la difesa delle conquiste sindacali fondamentali per lo sviluppo del potere contrattuale nelle aziendé e nella società ed è fondamento per l'unità dei lavoratori.
Assume, quindi, importanza decisiva incentrare il rapporto con il governo su temi specifici quali il Mezzogiorno, la riconversione industriale e le Partecipazioni statali, la agricoltura e la ricostruzione del Friuli e intensificare il confronto in sede parlamentare. In questo contesto assumono inoltre grande valore politico le vertenze promosse con i grandi gruppi pubblici é privati, più in generale l'impegno di tutte le organizzazioni di categoria e territoriali per una nuova estensione della contrattazione in azienda, secondo le scelte per l'azione aziendale, ivi compresi i limiti nelle richieste salariali- indicati dalla relazione.
L'assemblea dà mandato agli organi della Federazione di promuovere e coordinare nelle prossime settimane le più ampie ed efficaci iniziative di' lotta dei lavoratori su questi obiettivi, che richiamino alle loro responsabilità da un lato il governo e, dall'altro, il padronato italiano.
In questo quadro di mobilitazione e di lotta, l'aasemblea sollecita tutto il movimentò sindacale e i lavoratori al sostegno delle azioni in corso nel Paese per il lavoro e per la difesa dell'occupazione nelle aziende in crisi.
La linea assunta dall'assemblea 'sarà presentata dalla Federazione CGIL-CISL-UIL ai partiti, per l'esame delle esigenze di cambiamento delle scelte di politica economica che la situazione impone.
L'assemblea sottolinea che è oggi più che mai necessario portare avanti l'unità sindacale; consolidare il cemento unitario costituito dallo stretto e costante rapporto di partecipazione fra lavoratori e strutture sindacali, tra organi dirigenti della Federazione e le organizzazioni di categoria e territoriali il cui ruolo di direzione e movimento è fondamentale; estendere e rafforzare alla base dell'unità la rete dei delegati, dei Consigli di azienda e dei Consigli di zona. In questo spirito sarà convocata prossimamente una riunione del Direttivo della Federazione sul tema dell'unità, dopo il quale l'assemblea dà mandato agli organi della Federazione di convocare una nuova assemblea nazionale dei quadri e' dei delegati, per verificare l'andamento e i risultati delle iniziative sulle indicazioni che sono state espresse, da tenersi in una da-• ta compresa nei prossimi tre ~ai e comunoue prima della effettuazione dei congressi confederali.
Il C.d.F. in relazione all'articolo 20, Disc. Gen. Sez. 3°, C.C.N.L. 1° maggio 1976, riguardante la vendita dei libri e riviste all'interno della fabbrica, è giunto ad un accordo con la Direzione Autobianchi la quale metterà a disposizione un locale adeguato per effettuare tale esercizio.
Il C.d.F., comunque, invita i lavoratori alla partecipazione dell'iniziativa affinchè tale diritto sia patrimonio di tutti.
I delegati informeranno i lavoratori sui modi e i tempi per utilizzare il locale in cui si venderanno i libri.
Sulla Gazzetta ufficiale numero 89 del 31 marzo 1978, è stato pubblicato il decreto legge n. 80 del 30 marzo '78, recante norme per agevolare la mobilità dei lavoratori e norme in materia di cassa integrazione guadagni. In particolare all'art. 1 si stabilisce che « limitatamente al quadriennio di cui all'art. 3, primo comma, della legge 12 agosto 1977, n. 675, la dichiarazione dello stato di crisi aziendale prevista dall'articolo 2, quinto comma, lettera c), della legge suindicata, opera gli stessi effetti della disdetta indicata all'art. 2112, primo comma, del codice civile nei confronti dei lavoratori che, in conseguenza del trasferimento dell'azienda sono assunti alle dipendenze dell'acquirente »; viene poi specificato che • le assunzioni di cui al comma precedente avvengono con le procedure previste dall'art. 25 della legge 12 agosto 1977 n. 675 ». Questo articolo ha consentito la positiva risoluzione della vertenza Unidal con la assunzione da parte della Sidalm, cioè del nuovo titolare dell'azienda ex Unidal, dei lavoratori interessati dall'operazione di trasferimento.
Prima del decreto, infatti, si poteva applicare solo l'art. 2112 del codice civile il quale afferma che in caso di trasferimento d'azienda (cioè di cambiamento della persona titolare dell'impresa), se l'imprenditore che cede l'azienda non dà la disdetta in tempo utile, il contratto di lavoro continua cOn, l'acqui-
rente (cioè il nuovo titolare) e il lavoratore conserva i diritti derivanti dall'anzianità raggiunta anteriormente al trasferimento. In oratica l'alternativa era questa: il vecchio imprenditore dava una tempestiva disdetta, cioè un licenziamento (per giusta causa o giustificato motivo) con un periodo di preavviso tale da scadere prima del trasferimento, oppure il lavoratore passato alle dipendenze del nuovo titolare conservava ogni suo diritto, poiché il contratto di lavoro restava inalterato. Per quanto riguarda la possibilità di licenziare, in particolare, molti giudici hanno affermato che il datore di lavoro trasferente non può disdettare i lavoratori per il solo fatto che è in previsione il trasferimento dell'azienda: in pratica un giustificato motivo di licenziamento potrà sussistere solo se ricorra una interruzione o modifica dell'attività produttiva (o dell'organizzazione del lavoro) tale da rendere necessario il licenziamento stesso (v. Trib. Milano, 8 gennaio 1975 e App. Milano 27 giugno 1975 in Riv. giur. Lav., Il, 1976, 998, 778; Pret. Roma 22 gennaio 1970 in Dir. Lav., 1970, Il, 334). A prescindere da questo orientamento, comunque, il sindacato si è sempre schierato contro qualsiasi ipotesi di licenziamento da parte di chi trasferisce l'azienda, sostenendo la necessità della conservazione del posto di lavoro e della anzianità maturata. In alcuni casi, tuttavia (e prima ancora della vertenza Unidal: vedi l'accordo Venchi Unica), per ragioni di crisi aziendale e'di difficoltà nella ricerca d'un acquirente dell'azienda che
garantisse sia la . continuità dell'attività produttiva e della occupazione sia la conservazione dell'anzianità raggiunta, si sono convenute anzianità convenzionali al momento del trapasso di azienda, con o senza la previsione di brevi periodi di percorrenza necessari per raggiungere l'anzianità maturata prima del trasferimento. Questi accordi sindacali in pratica ammettevano una possibilità che invece non è prevista dall'articolo 2112: la conservazione del posto di lavoro assieme al riconoscimento parziale dell'anzianità maturata. Di qui le incertezze sul valore di questi accordi e sulla conseguente possibilità di essere invalidati da sentenze giudiziarie. L'attuale decreto elimina questa incertezza inserendosi nelle nuove procedure previste dalla legge di riconversione industriale. In particolare lo stato di crisi aziendale, accertato dal Cipi e dichiarato dal ministro del Lavoro, sentiti i sindacati di categoria operanti nella provincia e la regione interessata, oltre a consentire il pagamento del trattamento straordinario di integrazione salariale, aziona il meccanismo delle cosiddette liste speciali. Ciò significa che da un lato le aziende in crisi devono comunicare alla Commissione regionale per la mobilità il personale esuberante (in pratica tutti i lavoratori da trasferire) dall'altro ie imprese che hanno bisogno di assunzioni e che abbiano 35 dipendenti e siano impegnate in processi di ristrutturazione (oppure operino nello stesso settore produttivo delle prime aziende ovvero usufruiscano di agevolazioni finanzia-
re dello Stato) devono presentare una richiesta numerica all'Ufficio di collocamento. Tali richieste vengono poi trasmesse, sulla base delle indicazioni della commissione regionale, alle rappresentanze sindacali delle aziende (in crisi) perché le comunichino ai lavoratori interessati utilmente collocati In graduatoria. A questo -into i lavoratori che accettino di occupare quei posti di lavoro offerti dal nuovo titolare dell'azienda cui appar-• t,mgono entrano con quest'ultimo in un nuovo rapporto di lavoro, per effetto dell'in,ziale dichiarazione dello stato di crisi. Quest'ultima cioè vale come disdetta dei rapporti di lavoro. Da ciò deriva che, almeno in assenza di specifici accordi sindacali, i lavoratori interessati dal trasferimento dell'azienda in crisi inizieranno il rapporto secondo le qualifiche e le mansioni offerte dal nuovo titolare e secondo i livelli salariali previsti per i neo assunti. Questa disposizione opera tuttavia solo per quattro anni (cioè la stessa durata prevista per il fondo per la ristrutturazione e la riconversione industriale). Il decreto è attualmente in discussione alla Camera dei Deputati per la necessaria conversione in legge.
In proposito non si può non osservare che la disposizione di legge in taluni casi potrebbe dar luogo ad un uso fraudolento da parte dei datori di lavoro per cui sarebbe opportuno che, nella conversione in legge sia formulato un testo che tenga conto delle istanze a cui si ríchiama il movimento sindacale in tema di mobilità contrattata.
La Federazione Lavoratori Metalmeccalici aderisce alla manifestazione di soliiarietà con l'eroica lotta che il popolo Eritreo conduce con determinazione da anli, per il diritto alla propria indipendenza ed autonomia. Il popolo Eritreo ha il dintto di decidere, senza alcuna imposizioie — come dimostra la grande parteciparione ed il consenso delle popolazioni della regione alla lotta che conducono le formazioni dell'organizzazione partigiana Jel Fronte Popolare per la Liberazione del'Eritrea — quale deve essere il suo destino, la sua struttura di stato sovrano, srogressista e democratico, il suo posto lel concerto delle nazioni del mondo.
I metalmeccanici italiani, da sempre a fianco dì tutte le lotte per l'indipendenza razionale e la liberazione dall'imperialismo, sono particoalrmente vicini alla resistenza eritrea, memori della resistenza il fascismo, la cui aggressione al popolo 3ritreo ha preceduto quella inglese ed stiopica.
La liberazione della quasi totalità del erritorio, l'ordinamento sociale avanzato Iene zone liberate, il forte carattere posolare e democratico del governo autosomamente datosi, fa di questo un popolo 'ratello, come già è stato per tutti i posoli che hanno lottato per la giusta esijenza di autodeterminazione delle forme
di governo e dei rapporti che si debbono avere con i popoli fratelli vicini, senza sopraffazioni nè annessioni imposte con la forza.
Ma è l'intero drammatico conflitto del Corno d'Africa che preoccupa ed allarma i lavoratori italiani. Ogni conflitto di frontiera in Africa rischia, infatti, di riaprire più gravi e più complessi problemi ereditati dalla violenza colonialista, fa scivolare sulla china della guerra aperta stati che devono ancora trovare nella via pacifica la strada per la conciliazione di interessi e per la convivenza.
Nel caso dell'Etiopia siamo di fronte ad un regime che pratica nei confronti delle minoranze forme inaccettabili di autoritarismo e di violenza, al quale gli aiuti esterni forniscono ragioni di ulteriore arroganza, rafforzando così l'attitudine all'uso della forza come soluzione dei conflitti, come conferma il reiterato rifiuto della stràda del negoziato e la repressione delle stesse opposizioni. E perciò per queste ragioni che la FLM, mentre rinnova il proprio solidale appoggio e solidarietà alla lotta del popolo Eritreo, manifesta la preoccupazione per l'uso della forza che si è voluto attuare nell'Ogaden anche con l'intervento sovietico e cubano che la FLM condanna.
La lotta delle popolazioni per l'autonomia non doveva e non deve giustificare
interventi di forze armate straniere estranee al conflitto: da un lato soluzioni annessionistiche come quella somala, e dall'altro il non riconoscimento di diritti elementari di autonomia, come quellq etiopico, ostacolano a nostro giudizio evoluzioni pacifiche di conflitti di frontiera impedendo così il progressivo processo di decolonizzazione e l'affermazione democratica delle forze che lottano per il progresso e la giustizia sociale.
L'internazionalizzazione del conflitto del Corno d'Africa, con la presenza di truppe sovietiche e cubane, rappresenta un indubbio aggravamento della situazione complessiva del processo di decolonizzazione, in Africa come negli altri continenti, in quanto rischia di legittimare l'intervento di altre potenze straniere nella regione, e di imporre logiche di potenza, attentando così ai diritti dei popoli all'autodeterminazione.
Per queste considerazioni, mentre rinnoviamo il pieno sostegno alla lotta del popolo Eritreo, esprimiamo la speranza dl un rapido ritorno al dialogo ed al negoziato, capace di ristabilire con la pace nel Corno d'Africa, il riconoscimento del diritto all'autodeterminazione ed a essere nazione degli Eritrei, con il completo ritiro di tutte le forze straniere presenti nella zona,
Una delle notizie che riempiono le pagine dei giornali di tutto il mondo e della televisione riguardano i fatti accaduti nello Shaba, una delle regioni dello Zaire (ex Congo Belga), dove il fronte di liberazione congolese ha occupato la capitale della regione, Kolwesi.
Di fronte a questa guerra alcuni stati europei, la Francia ed il Belgio, hanno deciso di intervenire per salvare la vita ai loro connazionali che li abitano e lavorano.
Tutto il mondo « civile e democratico » ha discusso su quanti sono stati gli europei uccisi dai ribelli., ma pochi hanno discusso sul tipo di intervento e sul significato che questo ha nell'attuale situazione politica internazionale.
L'intervento dei paracadutisti francesi riporta alla mente un altro fatto simile accaduto nello stesso paese poco più di un secolo fa. Quando Leopoldo l re di
un piccolo paese (il Belgio) in mezzo a stati forti e potenti decide di aumentare il proprio prestigio conquistando delle colonie, ma non può porsi in concorrenza a stati economicamente e militarmente più forti. Organizza perciò un viaggio di missionari per convertire un popolo « incivile e pagano ».
I missionari mandati allo sbaraglio in mezzo all'Africa vengono uccisi quasi tutti. Quando la notizia arriva in Europa crea indignazione e viene deciso di inviare in Congo un contingente di militari per salvare la vita ai missionari superstiti, i militari salvano i missionari, e rimangono altri cento anni per « civilizzare » ed istruire questi incivili.
Venti anni fa dopo l'indipendenza si viene a scoprire che la civilizzazione di questo popolo è avvenuta a suon di morti, uccisi nei giorni della conquista e più di altro, nelle miniere di rame, dove i colonizzatori belgi usano la manodopera in-
digena a basso prezzo per estrarre il rari?! Questi indigeni erano obbligati a laV' rare 24 ore su 24 fino al crollo fisit Questo tipo di sfruttamento ha signif cato per i congolesi circa 20 milioni morti, non decine di centinaia ma 2 milioni di morti. Tutto era partito da v intervento umanitario per salvare dei ml• sionari.
Per questo che gli interventi « umar tari » della Francia e del Belgio lascia" molto perplessi, anche perchè lo Zair ha un regime corrotto che non vive so l'appoggio della popolazione, è un pael ricco di rame, ed ha una base missilistil grande 150 mila km quadrati, quasi meli Italia, che servirà quando sarà finita controllare dal punto di vista militare tute l'Africa, tutto questo può cadere in mar a nuove forze di cui non si conosce scelta di campo che farebbero. Questi sono per nol alcuni dei veri ni ( tivi dell'intervento.