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La Nostra realtà zona 10 (6)

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la nostra realta EDIZIONE STRAORDINARIA

MENSILE DI INFORMAZIONE • POLITICA • CULTURA

NUMERO 7 - LIRE 200

APRIAMO IN ZONA ANNO I - OTTOBRE 1976

UN GRANDE DIBATTITO SULLA POLITICA ECONOMICA E LA RICONVERSIONE Perchè abbiamo deciso di uscire con un'edizione speciale del nostro giornale? Perchè riteniamo che in un momento come questo, travagliato e difficile, così ricco di possibilità, di sbocchi, di sviluppi diversi, anche il nostro giornale abbia il diritto e il dovere di dire la sua. Si parla molto in questi giorni di politica economica: termini come «riconversione produttiva-competitività del nostro mercato-rilancio del sistema economico - misure di sostegno per la lira» stanno ormai diventando, grazie ai giornalisti televisivi e agli articoli dei quotidiani, familiari alla maggioranza di noi. La sera del primo ottobre, il Presidente del Consiglio ha tenuto un lungo discorso alla televisione e ci ha parlato delle misure che il Governo intenderebbe prendere per fronteggiare e possibilmente superare la crisi economica. Condividiamo alcune cose dette dall'on. Andreotti, altre invece ci lasciano, e non ci fa piacere dirlo, decisamente perplessi. Che la crisi ci sia e sia molto grave, pericolosa e non risolvibile nell'immediato, è fuor di dubbio; che siano necessari, quindi, da parte di tutti, impegno, sforzo, volontà di sacrificio. è altrettanto indiscutibile. Discutibile è, invece, a parere nostro (e ci auguriamo che il Parlamento discuta e molto anche di questo), la quantità, ma soprattutto la qualità dei sacrifici da fare. Più discutibile, anzi ancora tutto da chiarire, è lo scopo dei nostri futuri eventuali sacrifici. Risparmiamo pure sulla benzina, risparmiamo pure sull'energia elettrica, imitiamo pure gli americani, come Lei, on. Presidente, ci ha consigliato, ma poi, ci dica, tutti questi soldi che così avremo risparmiato, come verranno spesi, a cosa serviranno? Perchè non si può, non si deve, essere precisi fino al dettaglio quando si aumentano il gasolio e le sigarette e poi contemporaneamente essere vaghi e generici quando si tratta di definire le destinazioni e l'utilizzo del denaro così ottenuto. Un governo democratico ha per lo meno questo primo elementare obbligo di chiarezza, che è rispetto, nei confronti dei cittadini.

Ora, noi non pretendiamo di essere degli esperti in economia, ma alcune idee in questo campo le abbiamo anche noi e riteniamo giusto parlarne con i nostri lettori, anche perchè, a parer nostro, di queste cose dovremmo discutere tutti perchè ci riguardano tutti da vicino e democrazia non vuol dire accettare ogni cosa, magari mugugnando, ma discutere, proporre, costruire insieme. Sappiamo tutti che la nostra produzione nazionale non va affatto bene. L'agricoltura è in crisi pressocchè totale e siamo costretti ad importare dall' estero, aprezzi molto alti, prodotti che potremmo, in altre condizioni, fornire noi stessi; molti settori della nostra economia non sono più in grado di produrre merci competitive (cioè a prezzi vantaggiosi) sul mercato estero, perchè gli impianti della maggior parte delle nostre aziende sono vecchi e superati; la nostra presenza nel campo della ricerca scientifica e dello sviluppo di nuove fonti di energia è pressocchè inesistente: dipendiamo completamente dall'estero. A questo si possono aggiungere le crisi ricorrenti della nostra moneta, il dissesto della finanza pubblica, la ormai endemica carenza di strutture sociali e, cosa a nostro avviso estremamente grave, il calo progressivo dell'occupazione e la quasi assoluta mancanza di prospettive di lavoro per centinaia di migliaia di giovani. Adesso, cosa bisogna fare? Rimboccarci le maniche e andare avanti? Siamo d'accordo. Ma non per questo dobbiamo cancellare il passato con una spugna o tirare una riga nera su quanto è accaduto, sulle responsabilità e sulle colpe. Perchè, se oggi siamo arrivati a questo punto, se oggi siamo costretti a fare sacrifici, e li faremo, le responsabilità e le colpe devono pur ricadere su qualcuno: su chi, ad esempio, ci ha costretti a comprare automobili e a costruire inutili autostrade, su chi ci ha costretto ad abbandonare le campagne per emigrare nelle fabbriche del nord, su chi ha sperperato allegramente e criminalmente i soldi delle nostre tasse senza darci quelle case, quelle scuole,

quegli ospedali di cui avevamo diritto perchè li avevamo pagati ed erano nostri. Spiace sentire così spesso nei discorsi dei nostri governanti quel richiamo ipocrita a una responsabilità collettiva, ad uno sciupio generalizzato e comune. No, signori Ministri, cominciamo a fare chiarezza e a definire le responsabilità e chi ha sbagliato o si è approfittato, paghi, o per lo meno sia messo in condizioni di non sbagliare più. Anche questo è democrazia. Nei prossimi giorni il Parlamento sarà chiamato a discutere (e ci auguriamo che la discussione sia ampia e seria) sui provvedimenti economici da prendere; verrà, in modo particolare, discussa la costituzione e l'entità del cosiddetto «fondo nazionale per la riconversione produttiva », un fondo, cioè, di denaro pubblico che dovrebbe servire a dare nuovo slancio e nuovo sviluppo alla nostra economia. Ci rendiamo conto che il tema è molto complesso e quindi da discutere seriamente e senza approssimazioni. Ci rendiamo anche conto che in Parlamento sono presenti forze di orientamento politico assai diverso e che, quindi, si richiede a ciascuna di esse uno sforzo e

un contributo per raggiungere quell'unità di intenti e di volontà senza la quale non è possibile arrivare a delle soluzioni positive. Sappiamo anche però, e lo vogliamo ribadire con fermezza, che ci sono delle cose, degli elementi sui quali i partiti politici che intendono agire nell'interesse della collettività e non a favore di gruppi privilegiati, non possono e non debbono transigere. Noi non accetteremo che questo fondo nazionale serva a tamponare indiscriminatamente le falle di aziende in crisi, magari legate alle grandi multinazionali, o a risolvere il deficit finanziario di qualche padrone pronto a scappare all'estero alla prima occasione. Noi ribadiamo l'esigenza che questo denaro pubblico, denaro nostro, venga destinato, tramite un serio controllo del Parlamento, a promuovere un nuovo sviluppo dell'agricoltura e del Mezzogiorno, attraverso, ad esempio, la costruzione di nuove aziende agricole, il rammodernamento di quelle esistenti e di quelle legate al settore agricolo (come le aziende alimentari), favorendo in tal modo anche l'aumento e la riqualificazione professionale dei lavoratori agricoli. Vogliamo che sia dato un nuovo

impulso alla ricerca scientifica (collegata ovviamente a un serio progetto di riforma della scuola superiore e dell'università) e a quei settori tecnologicamente avanzati (come l'elettronica) tali da permettere un nuovo rilancio delle nostre esportazioni. Vogliamo che il nostro denaro serva a dare slancio al settore edilizio per la costruzione di nuove case popolari, di asili, di scuole, di centri sanitari, iniziando in tal modo a risolvere anche il grave problema della disoccupazione e dell'occupazione precaria dei lavoratori edili. Se dovremo pagare di più il biglietto del tram, dell'autobus o del treno, pretendiamo anche una rete di trasporti locali e nazionali più efficiente. Ma soprattutto esigiamo che di tutto si discuta, su tutto si tratti, ma dell'occupazione, dei posti di lavoro, si parli solo in termini di mantenimento e di aumento, mai di riduzione. In questo caso, gli operai, i lavoratori delle fabbriche saranno, ne siamo certi, disposti a discutere sul resto, sulla mobilità, sui sacrifici, sul salario. Il primo impegno cui il Governo e il Parlamento sono chiamati a tener fede deve essere lo sviluppo dell'occupazione, in modo particolare di quella Segue in ultima


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