nell'interno:
RILANCIO DELLA ATTIVITÀ ARTIGIANA SOLIDARIETÀ ED IMPEGNO PER L'EDIFICATRICE
Mensile di vita Niguardese
GENNAIO 1976
ANNO II - Nuove Serie
SENZA IL P.C.I. NON SI ESCE DALLA CRISI La grave crisi politica che si è aperta in questi giorni, trova le sue origini soprattutto nei provvedimenti economici presentati dal governo Moro. Certamente il tanto atteso « piano a medio termine » si è rivelato una delusione e sicuramente se fosse stato discusso in Parlamento, lo si sarebbe dovuto ampiamente modificare. Tuttavia la modifica in Parlamento, per la quale esistevano ampi spazi, sarebbe stata la soluzione in questo momento più giusta, sicuramente preferibile a una crisi di governo, che rischia ora invece di portare un vuoto di potere e una lunga paralisi di attività del Parlamento. I sindacati e le organizzazioni politiche democratiche da tempo stanno discutendo e proponendo gli indirizzi di una nuova politica economica, ma nel piano di Moro-La Malfa non si parla ancora di « riforme sociali », di « ristrutturazione produttiva », di « investimenti qualificati per un nuovo sviluppo industriale ». I provvedimenti elaborati sono inadeguati proprio perchè eludono i nodi centrali che sono causa dello sviluppo distorto dell'economia del nostro paese. Così, mentre apprendiamo, per esempio, che la Polonia si nropone come obbiettivo un aumento annuo del reddito nazionale lordo dell'8%, il governo decaduto riteneva già un successo un aumento annuo del 4% e il mantenimento del milione di disoccupati attuali. Nessuno nega ovviamente la gravità della crisi economica attuale, che nel nostro paese si presenta ancor più drammatica per le condizioni particolari di dissesto dello sviluppo industriale e della finanza pubblica. Tuttavia proprio da questa gravità emerge l'imperativo di cambiare strada, indirizzando la produzione verso i consumi sociali e facendo sì che i finanziamenti pubblici siano di stimolo alla ripresa dei settori più colpiti (come l'edilizia) e nello stesso tempo più socialmente utili. Non si può certo affermare che manchino in teoria i mezzi per attuare tale inversione: le partecipazioni statali (gestite finora come feudo privato delle correnti DC), i finanziamenti agevolati, la riforma fiscale, l'utilizzo dinamico degli istituti di credito, ecc., sono tutti strumenti che consentono di attuare una politica economica programmata e indirizzata alla ripresa produttiva. Ciò che invece è mancata al governo è la volontà — e quindi la forza — di attuare tali direttive. I lavoratori dal canto loro non stanno a guardare, ma hanno impegnato una vigorosa battaglia (la più unitaria e coerente dal dopoguerra) sulla riconversione produttiva, per un nuovo modello di sviluppo e per la piena occupazione. Si tratta di attuare le grandi riforme sociali (sanità, scuola, trasnorti, edilizia abitativa, ecc.) e di modellare lo svilup-
L'ECO DI NIGUARDA
po produttivo a supporto di tali trasformazioni. Certamente una simile strategia economica può realizzarsi solo se l'impreditoria privata verrà guidata dallo Stato entro precisi canali, se vi sarà una programmazione che elimini gli squilibri tra nord e sud, se si incentiveranno gli investimenti produttivi a scapito delle rendite fondiarie e parassitarie, se si colpirà l'evasione fiscale e l'espatrio dei capitali. In altre parole quindi, un vero piano economico è in realtà un piano globale di ristrutturazione sociale, cioè un grande atto politico che non può avvenire, come pensava il governo, lasciando tutto come prima « senza pestare i piedi a nessuno ». Ora comunque la crisi di governo ha rimesso tutto in discussione e si apre un periodo di pericolosa incertezza: o si riuscirà in breve tempo a formare un nuovo governo aperto a tutte le forze politiche democratiche che goda di un vasto appoggio popolare, o si _andrà fatalmente alle elezioni anticipate che tutti sembrano non volere (ma è poi vero?) e che in ogni caso rappresenterebbero un colpo durissimo alla ripresa economica e produttiva del paese. Pino Landonio
15 Febbraio
SI VOTA NELLE
MATERNE Con la scadenza del 15 di febbraio i genitori dei bambini che frequentano le scuole materne del Comune di Milano saranno chiamati per la prima volta ad eleggere gli organismi collegiali per, la gestione sociale delle scuole in questione. A questo proposito è bene chiarire che il regolamento per l'istituzione dei consigli approvato dall'amministrazione decaduta si rifà per la più parte al D.P.R. 416 (i cosidetti decreti delegati) che ha rivelato tutti i suoi limiti in un anno di applicazione nella scuola dell'obbligo a causa del suo scarso potere di intervento. In attesa di un organico piano di riforma da parte della nuova amministrazione, vogliamo però sottolineare l'importanza della partecipazione di tutti i genitori a questo primo incontro fra la società e la scuola materna, scuola che non può e non deve essere più considerata in funzione della « custodia » che offre ai piccoli, un luogo in cui si effettua la prima socializzazione dell'individuo e lo sviluppo della personalità del bambino. Infatti è proprio nel periodo che va fra i tre e i sei anni, come testimonia la moderna psicologia Giulio Pessina (segue a pag. 2)
L. 100
Come battere i nemici del decentramento
BILANCIO APERTO ALLA PARTECIPAZIONE POPOLARE intervista con AMLETO FARINA presidente del Consiglio di Zona - Lo sviluppo del decentramento, che riteniamo estremamente importante per impostare un nuovo modo di governare, ha subito, dopo lo stop alle elezioni dei Consigli di Zona imposto dal Consiglio di Stato in novembre, un grave arresto. Che ne è stato dei Consigli di Zona? R - Dopo la decisione del Consiglio di Stato la Giunta municipale, i gruppi consiliari del PCI del PSI del MUIS, hanno cercato di ricomporre i Consigli di Zona attraverso l'utilizzo dello statuto sul decentramento approvato il 1 novembre 1974, elaborato e presentato nella giunta municipale che precedette il 15 giugno. Per questo non si riesce a capire perchè la DC e i partiti minori, forse preoccupati di un calo della loro presenza — tranne il PRI — si siano opposti al rinnovo e al rispetto dello statuto sul decentramento. Con la « frenata » — a mio avviso — si è voluto da un lato ostacolare la partecipazione dei cittadini ai consigli di zona e alla gestione della cosa pubblica e dall'altro impedire che venissero avanti dei discorsi di fondo volti alla modifica della macchina burocratica comunale e del rapporto base-vertice nell'amministrazione decentrata della città. - Dunque' la crisi di governo che dimostra l'incapacità della classe dirigente di cambiare metodo di gestione e di basarsi sul sostegno e sul confronto con le masse popolari, si ripercuote a Milano sul lavoro della Giunta e sui Consigli di Zona? R - Certamente, dietro agli atteggiamenti provocatori e dilatori di chi ha ostacolato il rinnovo dei consigli di zona, sta la volontà di far fallire la nuova spinta alla partecipazione democratica da parte della gente che lavora. - Nella zona ci sono problemi scottanti come la casa, la scuola; la gente si muove, protesta giustamente ma spesso non trova una controparte ed allora si corre il rischio di strumentalizzazione del malcontento proprio da parte di chi ha malgovernato per troppi anni. Qual è, a tuo parere, l'indicazione da dare ai cittadini? R - La prima cosa da non fare è contrapporsi alla giunta e al consiglio comunale verso i quali comunque bisogna essere critici, anche fortemente. Nei quartieri ci sono problemi che da anni stiamo portando avanti con forza. Bisogna quindi sviluppare all'interno dei rioni un nuovo fermento, una nuova mobilitazione per presentare al consiglio comunale e al consiglio di zona, soprattutto a quei consiglieri (leggi DC e socialdemocratici n.d.r.) che da lungo tempo disertano le riunioni, delle proposte concrete che si inquadrano nella richiesta precisa di strutture scolastiche, sanitarie, sociali, del tempo libero, dei centri sociali. Tutto ciò che riguarda la zona deve essere portato avanti senza eludere nessuna iniziativa che vada in questa direzione; al contrario bisogna, sviluppare la volontà di partecipazione ricercando tutte le soluzioni possibili: ad esempio, creare un filo diretto tra la periferia e il centro di potere dell'ente locale, ossia un rapporto costante bisogni-realizzazioni attraverso i consiglieri comunali che si sono battuti e si battono per il decentramento. D - Il 15 giugno non si è dunque esaurito nell'urna: se si vuol dare attuazione al voto occorre sviluppare e creare la partecipazione e il
confronto, ma con la coscienza di non poter ottenere tutto subito. R - Lo slogan « Vogliamo tutto, bene e subito » è da dimenticare e da combattere. Bisogna fare tutto, bene e nel tempo più breve possibile; questo è un discorso realistico che deve essere realizzato instaurando un nuovo concetto di democrazia diretta che significa responsabilità nelle scelte e definizione delle priorità. D - Passiamo ora ad un altro grosso problema, quello del bilancio. Il bilancio ha destato perplessità e molte critiche al nostro partito, cosa ne pensi? R - La presentazione del bilancio in pareggio per l'anno 1976 non deve confondere le idee della gente e in secondo luogo non deve portare ad una accusa al PCI perchè lo ha accettato così, cioè in pareggio, anziché in deficit. Le ragioni sono molte e valide e le hanno portate coloro che per anni hanno gestito la pubblica amministrazione, i compagni socialisti ad esempio, che hanno fatto capire che imboccando alcune strade si potevano benissimo avere delle grosse difficoltà. Aprendo un bilancio in spareggio il comune sarebbe incorso nella difficoltà di accensione di mutui dallo Stato, dalla regione, nella pericolosità di veder sottoposte tutte le operazioni sia in conto corrente che in conto capitale al Tribunale Amministrativo Regio-
nale, con il pericolo che la spinta in avanti promossa dalla giunta venisse bloccata. Peraltro, come ha rilevato l'assessore Dragone, il bilancio in pareggio non deve indurre a facili ottimismi: non è un bilancio ottimistico, bensì lo specchio di una realtà grave, gravissima principalmente per le aziende municipalizzate per le quali il bilancio 1976 stima un deficit di 140/150 miliardi. C'è una importante differenza dal bilancio '75, cioè quella di stralciare dal bilancio le voci riguardanti le aziende municipalizzate. Attraverso questa elaborazione si potrà vedere dove ci sono gli oneri sociali da pagare, se non si vuole ad esempio portare il biglietto del tram a 200 lire. La comunità deve pagare il prezzo degli oneri sociali veramente tali, eliminando tutte quelle spese che non abbiano una voce corrispondente. Occorre eliminare, come giustamente ha affermato l'assessore Mottini, tutti gli sprechi e le spese non strettamente necessarie alla vita ed allo sviluppo di ogni Azienda municipale. D - Si è parlato di Bilancio decentrato, di cosa si tratta? R - Occorre risalire a monte e dire che prima si parla di bilancio aperto e poi il bilancio disaggregato per zone.
(segue a pag. 2)
NIGUARDA SI SALVA!
Uno scorcio del vecchio nucleo di Niguarda che verrà risanato con l'adozione della legge n. 167 di edilizia economica popolare.