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Rassegna Stampa "Dolomiti Patrimonio Mondiale" | Marzo 2026

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RASSEGNA STAMPA

MARZO2026

FondazioneDolomitiDolomitesDolomitenDolomitis

DOLOMITESWORLDHERITAGEGEOTRAIL

INMOSTRAAPADOVA

IlGazzettino|3marzo2026

p. 13, edizione Belluno

IlfascinodelleDolomitiarrivaaPadova

Dopo aver raccolto l’interesse dei visitatori a Belluno, in occasione della rassegna Oltre le Vette, il percorso espositivo in tre lingue realizzato dalla Fondazione Dolomiti Unesco e ispirato al Dolomites World Heritage Geotrail, approda ora al Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova, dal 6 marzo al 18 aprile 2026. Il viaggio lungo 270 milioni di anni di storia della Terra, alla scoperta di ciò che ha reso possibile la formazione del paesaggio geologico che riempie di meraviglia lo sguardo degli escursionisti e che ha motivato l’iscrizione della Dolomiti nella World Heritage List, «svela – come scrive l’Università di Padova nel presentare l’evento – le forze profonde che hanno modellato queste montagne straordinarie e i processi naturali che ancora oggi ne plasmano l’evoluzione». La mostra, impreziosita dalle foto di Matteo Visintainer, dai disegni di Davide Bonadonna e dall’allestimento di Biosphaera Scs, verrà inaugurata sabato 7 marzo alle 10 e sarà visitabile dal 6 marzo al 18 aprile 2026 con l’accompagnamento delle guide, ogni venerdì (17–18 e 18–19) e ogni sabato (9.30–10.30 / 10–11 / 11–12). Le iscrizioni sono gratuite ma è necessario prenotare online.

CorrieredelleAlpi|9marzo2026

p. 25

TrageologiaeambienteDolomitiinmostraaPadova

Fabrizio Ruffini / BELLUNO

Dolomiti Unesco in mostra a Padova, per un viaggio nel tempo lungo 270 milioni di anni, alla scoperta delle montagne più celebri del Veneto e tra le più spettacolari del pianeta. È infatti arrivata nella città universitaria la mostra itinerante "Dolomiti: in cammino nella geologia della meraviglia", inaugurata sabato 7 al dipartimento di geoscienze e visitabile fino al 18 aprile. Promossa dalla Fondazione Dolomiti Unesco, l'esposizione, visitabile con ingresso libero su prenotazione – cercando "Dolomiti" sul sito www.eventbrite.it – propone un percorso interattivo e trilingue dedicato ai paesaggi geologici delle Dolomiti, riconosciute patrimonio mondiale dell'umanità. L'obiettivo è raccontare al grande pubblico l'origine e l'evoluzione di queste montagne, mostrando come le forze della natura abbiano modellato nel corso di milioni di anni uno dei paesaggi più iconici d'Europa. IL LEGAME TRA UNIPD E LE DOLOMITI La cerimonia inaugurale si è svolta nella sede del dipartimento di Geoscienze, in via Gradenigo, alla presenza di rappresentanti del mondo accademico, scientifico e associativo. «È con grande entusiasmo che abbiamo accolto la proposta della Fondazione di ospitare questa mostra», ha spiegato Nicola Surian, direttore del dipartimento, «si tratta di un'importante occasione per far conoscere e apprezzare alla cittadinanza uno dei grandi tesori geologici della nostra regione e, allo stesso

tempo, per avvicinare il pubblico alle geoscienze». L'arrivo dell'esposizione a Padova non è casuale. Unipd, infatti, vanta una tradizione di studi sulle Dolomiti e ha contribuito allo sviluppo scientifico del progetto. «Il contributo dei geologi dell'Università di Padova è stato fondamentale», ha sottolineato la direttrice della Fondazione Dolomiti Unesco, Mara Nemela, «in particolare il professor Alberto Carton, insieme ad Alfio Viganò e Riccardo Tomasoni, ha fornito un supporto scientifico essenziale alla realizzazione della mostra». PATRIMONIO GEOLOGICO IN MOSTRA Il percorso espositivo è pensato come un'esperienza immersiva tra scienza e natura. Seguendo idealmente il sentiero di un'escursione in montagna, i visitatori vengono guidati in un viaggio attraverso le diverse ere geologiche, scoprendo come antichi mari tropicali, movimenti tettonici e processi di erosione abbiano dato forma alle vette dolomitiche. Attraverso pannelli narrativi, installazioni e moduli interattivi ispirati al Dolomites world heritage geotrail, il pubblico può esplorare le peculiarità dei nove sistemi montuosi che compongono il sito seriale delle Dolomiti patrimonio mondiale. Le visite sono accompagnate da guide messe a disposizione per rendere accessibili a tutte le età i contenuti scientifici della mostra. Ad arricchire ulteriormente l'esposizione è una selezione di campioni di rocce e minerali provenienti dalle Dolomiti, scelti tra le collezioni del dipartimento. I visitatori hanno così la possibilità di osservare da vicino i materiali che raccontano la storia geologica di queste montagne, passando dall'osservazione diretta dei campioni alla comprensione dei processi che li hanno generati. EVENTO CONCLUSIVO IL 17 APRILE Il progetto espositivo ha già toccato negli ultimi mesi diversi territori legati al sito Unesco delle Dolomiti. Nel corso del 2025 la mostra è stata ospitata a Trento, San Lorenzo Dorsino, Pordenone e Belluno, contribuendo a diffondere la conoscenza del patrimonio geologico condiviso dalle province alpine. L'approdo a Padova rappresenta quindi una tappa significativa di questo percorso, rafforzando il legame tra ricerca scientifica e divulgazione. A chiudere l'iniziativa sarà, il 17 aprile dalle 14.30 alle 17.30, un incontro pubblico dedicato al valore geologico delle Dolomiti e alle sfide poste dal cambiamento climatico. Nel corso del pomeriggio studiosi ed esperti affronteranno temi legati alla storia geologica del territorio, ai progetti di valorizzazione promossi dalla Fondazione Dolomiti Unesco e alle trasformazioni ambientali in atto. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Telebelluno|10marzo2026

https://www.telebelluno.it/wp/i-paesaggio-geologici-delle-dolomiti-in-mostra-alluniversitadi-

padova/?fbclid=Iwb21leAQcAFtleHRuA2FlbQIxMQBzcnRjBmFwcF9pZAwzNTA2ODU1MzE3MjgAAR46t q8sjRzhATqbHz1labpflLUnpSwtAn4SaCe0PXX3po_ZbMEEQOYcAtFYew_aem_Ksl_8hdg4qGx7JjO m3krbA

IpaesaggigeologicidelleDolomitiinmostraall’UniversitàdiPadova

Inaugurata all’Università di Padova la mostra “In cammino nella Geologia della Meraviglia”, a cura della Fondazione Dolomiti Unesco.

DOLOMITIEWADDENINMOSTRAAMONACO

NELLEFOTODIGEORGTAPPEINER

AltoAdige|31marzo2026

p. 10

Ephemeris

AMonacodiBavieralamostradelfotografomeranese:78opereingrandeformato,un dialogotraleDolomitieilMaredeiWadden

JEANNE PEREGO

È un evento raro, quasi un’eccezione nel programma di uno dei musei più prestigiosi della Germania: il Museo Nazionale Bavarese ospita la mostra “Ephemeris” del fotografo meranese Georg Tappeiner, aperta al pubblico fino al 24 maggio. «Di solito qui esponiamo artisti morti da centinaia di anni», ha detto scherzando il direttore generale del museo Frank Matthias Kammel, sottolineando con simpatica ironia il carattere straordinario dell’iniziativa. L’esposizione è un riconoscimento importante per l’autore altoatesino che da anni lavora sulla scena internazionale. All’inaugurazione erano presenti tra gli altri il nuovo console italiano a Monaco Fausto Panebianco, Mara Nemela, direttrice della Fondazione Dolomiti Unesco, Florian Zerzer della Provincia autonoma di Bolzano e Normann Grabow del Parco nazionale del Wattenmeer. «È una mostra costruita su misura per questi spazi, ci abbiamo lavorato sopra per un anno», dice Tappeiner camminando tra le sale monumentali del museo. “Ephemeris” comprende 78 opere in grande formato, più della metà non presenti nella prima versione del progetto, nato alcuni anni fa al Museo Rudolf Stolz di Sesto. «È cresciuta, si è trasformata, è diventata più attuale», spiega il fotografo. «L’idea di portarla qui è nata a Ratisbona, parlando davanti ad alcune mie fotografie esposte nella mostra “Le colline del Prosecco” con l’ex console Sergio Maffettone e con la direzione di questo museo». Due mondi lontani, una stessa origine Il senso profondo della mostra è dichiarato fin dall’inizio del percorso espositivo, in uno dei pannelli introduttivi. È una frase celebre tratta dalle Confessioni di Sant’Agostino: «E vanno gli uomini ad ammirare le cime dei monti e i vasti flutti del mare ... e trascurano se stessi», che Francesco Petrarca lesse durante la sua ascesa al Monte Ventoso nel 1336. Una citazione che non è solo ornamentale, ma programmatica: invita a leggere le immagini non come semplici paesaggi, ma come specchi interiori. È proprio in questa tensione che si colloca il dialogo tra le Dolomiti e il Mare dei Wad den, all’estremo nord della Germania. Da una parte le guglie di roccia che si innalzano verticali e il silenzio della neve, dall’altra l’orizzonte infinito in cui acqua, sabbia e cielo si confondono. Eppure, come ricorda Tappeiner, «hanno molto in comune: il tempo cambia nel giro di pochi minuti, le bufere trasformano tutto in un attimo. È una natura viva, instabile». A unire questi luoghi non è solo la sensibilità del fotografo meranese, ma anche la storia geologica: dove oggi si ergono le Dolomiti, milioni di anni fa si estendeva un mare primordiale simile al Mare dei Wadden. Non a caso entrambe le regioni siano state riconosciute patrimonio mondiale dell’umanità Unesco nel 2009. Le immagini in mostra – metà scattate da terra, metà da piccoli aerei ed elicotteri – costruiscono una vera e propria conversazione visiva tra pietra e acqua, tra permanenza ed effimero. Il percorso si apre con una veduta delle Pale di San Martino: un paesaggio innevato in grande formato (4,5 m x 3m) in cui il minuscolo bivacco appare come un

segno fragile nella vastità. In chiusura, una fotografia monumentale di sei metri per quattro, realizzata sulle dune dell’isola di Sylt, sembra rispondere a quella montagna come in un gioco di specchi. Tra gli scatti più spettacolari spicca un arcobaleno a 360 gradi catturato sulle Dolomiti, mentre sorprende – quasi una deviazione – la presenza di un animale: una mucca alla Malga Pietralongia, in val Gardena, «È raro per me fotografare gli animali», ammette Tappeiner, «di solito mi concentro sul paesaggio». Dalla fotografia industriale alla natura Nato a Merano nel 1964, Tappeiner ha imparato l’arte fotografica dal padre, affiancandola agli studi di tipografia. Poi la partenza per Londra, «per vedere il mondo», e l’ingresso nei grandi studi fotografici specializzati in automobili. «Quello è stato il mio primo vero lavoro, insieme alla fotografia pubblicitaria», racconta. «Ma a un certo punto ho sentito il bisogno di cambiare, di dedicarmi a qualcosa di più personale». Da lì la svolta verso il paesaggio e un percorso che lo ha portato a collaborare con riviste internazionali come National Geographic e Geo, oltre a realizzare progetti espositivi di ampio respiro. Tra questi, la mostra “Dolomiti. Cuore di pietra del mondo" organizzata con National Geographic Germania e presentata dopo il debutto a Fotokina di Colonia nel 2010 in numerose sedi europee, tra cui il Palazzo delle Esposizioni a Roma. La luce, il tempo, l’attesa Per Tappeiner la fotografia è soprattutto una questione di tempo. «Le montagne si fotografano meglio all’alba o al tramonto, ma non esiste una regola fissa», spiega. «Anche il brutto tempo può essere straordinario. Il cielo azzurro è noioso». Una provocazione che rivela il suo interesse per le condizioni instabili, per quella luce mutevole che rende ogni scatto irripetibile. Dal punto di vista tecnico utilizza diverse macchine fotografiche: «Ormai hanno tutte raggiunto un livello molto alto. La differenza la fanno gli obiettivi». Ma al di là della tecnologia, resta centrale l’approccio: osservare, aspettare, rispettare.«Il mio rapporto con la montagna è di grande rispetto», sottolinea. «Per me è bellezza, ambiente, biodiversità, ma anche silenzio e pace». Dialogo tra arte e oggetti Uno degli aspetti più originali dell’esposizione è il confronto con alcuni oggetti della collezione del museo, scelti per creare risonanze visive e simboliche. Ad esempio un bicchiere in argento dorato dell’orafo di Augusta Johann L. Allmann, decorato con motivi ondulati che evocano il movimento delle maree, richiama direttamente il paesaggio del Mare dei Wadden. Un pettinino in corno di bufalo e pietre preziose di Wilhelm Lucas von Cranach, invece, suggerisce la forma di una medusa. Le fotografie – stampate dallo studio Staschitz di Merano su carte pregiate, anche realizzate a mano a Fabriano – dialogano così con manufatti storici, creando un ponte tra epoche e linguaggi. Lo sguardo verso il futuro Se Ephemeris rappresenta una tappa importante, il lavoro di Tappeiner è tutt’altro che concluso. «Sto lavorando a un progetto sui ghiacciai e a uno sul Delta del Po», racconta. Ancora una volta, territori segnati dal cambiamento, dove il tempo lascia tracce evidenti. In fondo, è proprio questa la cifra del suo lavoro: cogliere l’attimo in cui il paesaggio si trasforma. E restituire, attraverso la fotografia, quella fragile tensione tra ciò che sembra eterno e ciò che, invece, è destinato a mutare. (Ehpemeris, Bayerisches Nationalmuseum, Monaco di Baviera, fino al 24 maggio).

GLIEFFETTIDELLACRISICLIMATICASULLEDOLOMITI

IlGazzettino|3marzo2026

p. 7, edizione Belluno

Neve,calodrastico:«Èsempremeno»

L’ANALISI BELLUNO

Un buon meno 30% di nevicate rispetto alla media. Arpav Centro Valanghe di Arabba ha diffuso le statistiche relative alla neve al suolo su Dolomiti e Prealpi dall’1 ottobre al 28 febbraio di quest’anno, confrontandolo con quello delle annate precedenti. Il calo, dal 2009 ai giorni nostri è evidente, e in 17 stagioni invernali soltanto cinque o sei volte, a differenza delle località, si è andati al di sopra della media, dimostrando che il calo è netto, generalizzato e persistente. I NUMERI Sui Monti Alti di Ornella, vicino al passo Padon a 2250 metri, in questa stagione sono caduti soltanto 246 cm di neve fresca, contro i 532 del 2009 e ben lontani dai 718 del record registrato nel 2014. Analoghe dinamiche ai 1900 metri di Col dei Baldi sul Civetta dove negli ultimi 5 mesi sono caduti 266 centimetri di neve, mentre a malga Losch (quota 1735) 231 centimetri. Ad Arabba si sono registrati 187 centimetri, e a Cortina d'Ampezzo appena 152. «È stato un inverno molto scarso, benchè migliore dell'anno scorso, con la differenza che in questa stagione le precipitazioni sono state tutte a febbraio» afferma l'esperto Anselmo Cagnati, a lungo in servizio al Centro Valanghe di Arabba come previsore su valanghe e cambiamenti climatici nell’area alpina, ma anche studioso di caratteristiche della neve. «Mancano tutte le nevicate autunnali e di inizio inverno, che sono quelle che fanno la base del manto nevoso. La neve che è scesa a febbraio si è depositata quindi direttamente sul terreno e va via più rapidamente. Lo vediamo in questi giorni: bastano tre giorni di caldo perchè sparisca quasi del tutto. Ora andiamo verso la primavera e se ci fosse stata una base un po’ più consolidata, avrebbe senz’altro rallentato i processi di fusione che quest'anno rischiano di essere molto rapidi, se non nevicherà ancora». Le nevicate di febbraio non incidono sull'andamento della stagione sciistica, in quanto gli impiantisti hanno già provveduto all'innevamento programmato a inizio stagione, data l’assenza di neve naturale. Ma se l'industria dello sci può in qualche modo sorridere, il discorso è diverso sul fronte delle riserve idriche. «La neve che si accumula durante l'inverno farebbe bene se avesse una fase di scioglimento regolare che duri tutta la primavera, e in alta montagna anche in parte di inizio estate. Il processo naturale sarebbe una graduale cessione sotto forma di acqua prima nelle falde e poi nei torrenti verso la pianura. Per l'agricoltura che arrivi acqua di fusione adesso o nei prossimi 15 giorni, non è essenziale come in primavera quando siamo nella fase di sviluppo della vegetazione e delle colture. In più con il ritirarsi dei ghiacciai viene a mancare anche l'acqua che veniva rilasciata durante l'estate». TREND INESORABILE Oltre a questo il trend appare inesorabile: 12 stagioni sotto la media su 17 sono un dato inequivocabile. «Osservando i dati dal 2009 -prosegue Cagnati- nella prima fase ci sono state stagioni anche con nevicate sopra la media. Si verificavano annate in cui nevicava poco, ma erano episodiche. Invece negli ultimi 5 o 6 anni, l'ultima stagione normale, rispetto alla norma trentennale per la neve è stata quella del 2021. Si sta verificando quello che era ampiamente previsto già vent'anni fa quando si diceva che saremmo andati verso un riscaldamento progressivo che avrebbe avuto certe conseguenze. Una è quella sulla neve, perché è statisticamente dimostrato che gli inverni nevosi sono anche gli inverni freddi. Con il progressivo innalzarsi delle temperature si è alzato il limite pioggia -neve e in più, con le poche nevicate che ci sono, il manto bianco non si mantiene a lungo. Questo è l'effetto delle temperature fuori dalla © RIPRODUZIONE RISERVATA.

CorrieredelleAlpi|7marzo2026

p. 18

FapiùcaldodellamediaIlnododellapiovosità

FDM

BELLUNO

Crolli, colate e frane – come ben sanno a San Vito di Cadore e a Borca – sono strettamente correlati al clima. Ebbene, il mese di febbraio è stato – secondo le rilevazioni Arpav – più caldo del normale, ma anche più piovoso e al tempo stesso più nevoso. Non per questo tranquillizza chi teme la siccità. Anzi. Da ottobre alla fine di febbraio, il deficit di precipitazione nevosa è stato del 36 % sulle Dolomiti e del 23 % nelle Prealpi, pari rispettivamente a 130 cm e 60 cm di neve fresca. Le scarse precipitazioni di dicembre e in parte di novembre incidono sui valori totali riferiti agli ultimi 15 anni. A fine mese la copertura nevosa della montagna è più estesa che nei precedenti mesi di febbraio, a seguito delle nevicate a bassa quota ma le miti temperature delle ultime settimane hanno ridotto per fusione il manto nevoso specie lungo i pendii al sole fino a 2000 m di quota. «L'ultimo mese dell'inverno meteorologico è normalmente il meno piovoso dell'anno e uno dei più soleggiati, per cui le numerose giornate nuvolose o perturbate di febbraio 2026, con frequenti piogge e nevicate, sono da considerarsi relativamente anomale» riferisce l'Arpav. A fronte delle 15 giornate di bel tempo che normalmente si hanno in febbraio, quest'anno se ne sono avute solo 10, delle quali 4 a fine mese. Le temperature medie mensili sono risultate 2 °C superiori alla norma, con scarti fino a 2.5-3.0 °C nelle valli prealpine. Lo zero termico è variato fra un minimo di 760 m il giorno 3 ed un massimo di 3380 m il 28. Si pensi che negli ultimi 4 giorni di febbraio le massime sono state di 18.6 ° a Santa Giustina, 16 a Valle di Cadore, 13.9 ad Arabba e 10.9 a Passo Falzarego. In questi giorni il fenomeno dell'inversione termica notturna è risultato particolarmente accentuato e all'alba del giorno 26, in Val Visdende, la temperatura di +5.0, a Malga Campobon (1939 m) risultava 12.4 più alta della sottostante Cimacanale (1246 m), dove c'era una temperatura di -7.4 °. Le precipitazioni totali mensili, comprese fra 50 e 130 mm, sono state più consistenti del normale, in un mese durante il quale cadono di solito 40-80 mm.

CorrieredelVeneto|7marzo2026

p. 11, edizione Treviso – Belluno

Quelloscorsoilfebbraiopiùcaldodisempredopoquellodel2024Quasitregradioltremedia

D. C.

BELLUNO

Febbraio 2026 entra nella storia meteorologica della provincia per un caldo straordinario. Secondo i dati diffusi da Arpav (l’agenzia della Regione per la tutela ambientale) il mese appena trascorso è il secondo più caldo di sempre dal 1991, quando sono cominciate le rilevazioni, dopo il febbraio del 2024 e vicino a quello del 2014, con un’incremento medio di 2,8 gradi centigradi rispetto alla media 1991-2020. In pianura e nelle valli prealpine le temperature hanno superato i +3 gradi, un segnale chiaro di un trend termico in costante crescita: un grado in più ogni decennio negli ultimi trent’anni. Le temperature minime hanno registrato scarti ancora più marcati, con valori medi in Veneto di +3,4 gradi e punte di +4 gradi nella zona est della regione. Nel Bellunese, valli e Prealpi hanno sperimentato notti straordinariamente miti, mentre sulle Dolomiti settentrionali le minime si mantenevano più contenute, seppure superiori

alla norma. Le temperature massime hanno mostrato un aumento più moderato (+2,2 gradi in media), con picchi nelle valli e sulla pedemontana. Sulle Dolomiti Settentrionali, sul Faloria e Passo Falzarego, minime e massime hanno superato abbondantemente i valori normali. Nel Bellunese, episodi d’inversione termica hanno mostrato differenze notevoli tra fondovalle e alta quota: il 26 febbraio a Malga Campobon a San Pietro di Cadore (1.939 metri di quota) la temperatura minima di +5 gradi era 12,4 gradi più alta rispetto alla sottostante Cimacanale (7,4 gradi). Il numero di giorni di gelo è stato molto ridotto: solo due in pianura e 16 in montagna, rispettivamente 11 e 6 giorni in meno sulla media trentennale. Ciò conferma il trend negativo dei giorni di gelo degli ultimi trent’anni, con un calo di circa 3,5 giorni ogni decennio, dimezzando le gelate di febbraio in vent’anni. La prima settimana del mese ha portato pioggia e neve quasi ogni giorno, il 19 febbraio le maggiori nevicate. Il manto nevoso a fondovalle e in quota ha beneficiato di queste precipitazioni, con accumuli di 40-80 centimetri

IlGazzettino|10marzo2026

p. 5, edizione Belluno

Nevicate,unararità.EsulleDolomitisisciolgonoighiacciai

C.F.

L’ALLARME BELLUNO

A Belluno si respira aria più fresca e si vedranno anche meno giorni di sole, ma le controindicazioni non mancano, soprattutto per la vocazione turistica della provincia. Anche la stagione invernale 2025-2026 si chiude infatti con un buon meno 30% di nevicate rispetto alla media. Il dato è stato diffuso nei giorni scorsi da Arpav Centro Valanghe di Arabba. Il calo, dal 2009 ai giorni nostri, è evidente e testimonia un cambiamento climatico che non risparmia neppure le Dolomiti. Anzi, proprio le Dolomiti sono uno degli ambiti territoriali che sta soffrendo in misura e in proporzione maggiori il fenomeno del global warming con la temperatura media che è aumentata di quasi 3 gradi rispetto alla fine del secolo scorso: un’enormità. Questo si riflette sia sull’innevamento nella stagione fredda, sempre minore e a quote sempre più elevate, sia nella qualità degli eventi meteorologici in quella estiva, più forti e diffusi, ma soprattutto più frequenti e in grado di generare situazioni di rischio o danni permanenti all’ambiente. IL NODO Negli ultimi 30 anni, gli studi di settore hanno rilevato sulle nostre montagne aumenti a un ritmo più che doppio rispetto alla media globale. Questo aumento termico ha portato a un rapido declino dei ghiacciai dolomitici. La Marmolada, in particolare, sta subendo un processo di fusione storica, con il 66% della perdita di volume totale attribuibile a questo ghiacciaio. Inoltre l'aumento delle temperature sta provocando il degrado del permafrost, quindi instabilità dei versanti rocciosi e se il trend dovesse continuare, gli esperti avvertono che i ghiacciai delle Dolomiti potrebbero quasi completamente scomparire entro pochi decenni. DATI SCIENTIFICI Il dato scientifico ormai è consolidato e mostra una tendenza che minaccia la stabilità degli ecosistemi in alta quota con pesanti riflessi anche sulle colture di pianura. Mancando tutte le nevicate autunnali e di inizio inverno, ovvero quelle che fanno la base del manto nevoso, la neve che scende a febbraio si deposita direttamente sul terreno e va via in modo molto più rapido. Una base più consolidata, rallenterebbe infatti i processi di fusione e quindi di cessione nelle falde e poi nei torrenti di pianura. Per l'agricoltura che arrivi acqua di fusione adesso o nei prossimi 15 giorni, non è essenziale come in primavera quando siamo nella fase di sviluppo della vegetazione e delle colture. TREND CONSOLIDATO Il trend ormai appare inesorabile: 12 stagioni

sotto la media su 17 sono un dato inequivocabile. Si sta verificando quello che era ampiamente previsto già vent'anni fa quando si diceva che saremmo andati verso un riscaldamento progressivo che avrebbe avuto certe conseguenze. Una è quella sulla neve, l’altro sulla siccità: tutti effetti delle temperature fuori norma. Quindi Belluno si salva dalle notti tropicali, ma non è affatto esente, e non poteva esserlo, dagli effetti del surriscaldamento terrestre. © RIPRODUZIONE RISERVATA.

IlT|10marzo2026

p. 5

Crisiclimatica,insoli15annitemperaturainaumentodi2,1gradi

Una Trento in linea con un'Italia sempre più calda. L'indagine annuale del Sole 24 Ore sul «benessere climatico» in 107 città italiane vede il capoluogo trentino classificarsi al 70esimo posto, una performance simile a quella delle vicine Vicenza (83°), Verona (57°), Brescia (66°) e Sondrio (74°), ben al di sopra di Belluno (105°) ma parecchio al di sotto di Bolzano (40°). Il dato allarmante del rapporto però è quello dell'incremento di temperatura media, sia a livello nazionale che locale: se dal 2010 a oggi l'aumento è stato di 1.8 gradi, nel Nord questa cifra tocca anche i 2.3 gradi. A Trento, il dato parla di un innalzamento di 2.1 gradi: dai 12.3 del 2010 ai 14.4 di oggi, comunque al di sotto della temperatura media nazionale (16.3°C)

L'indagine

L'indice del Sole 24 Ore si basa sui dati forniti dal portale 3bmeteo e classifica il benessere climatico nelle varie province in base al punteggio ottenuto in quindici parametri (con punteggio in millesimi), che variano dalle ore di sole al giorno alla quantità e intensità di eventi estremi come temporali o ondate di calore. Il punteggio complessivo rientra poi nelle voci che vanno a comporre l'indagine sulla qualità della vita che il giornale realizza annualmente. A primeggiare nella graduatoria a livello nazionale è il Mezzogiorno: sul podio si trovano Bari, Barletta-Andria-Trani e Pescara. Per trovare una città del Nord si scende fino all'ottava posizione (Trieste), fra le grandi città le meglio classificate sono Venezia (15°) e Napoli (24°). Trento, alla settantesima posizione con un punteggio totalizzato di 580,2, si colloca subito prima di Milano (71°), Bologna (72°) e Firenze (78°), Torino è ancora più indietro (90°), a chiudere la classifica sono in ordine Caserta, Belluno, Terni e Carbonia (Sud Sardegna). Eventi estremi

Il rapporto si focalizza nello specifico anche sul trend nel periodo 2010-2025 degli eventi estremi. L'aumento della temperatura media a Trento si rispecchia anche nella crescita registrata in questi singoli valori: a calare anche nettamente, infatti, è il solo numero dei giorni freddi, quelli con temperatura massima percepita inferiore ai tre gradi: se nel 2010 erano 31.3, l'anno scorso sono stati appena 5.7. Al contrario le giornate di caldo estremo (temperatura massima superiore ai 35 gradi) passano da 1.7 a 8.7, le cosiddette «notti tropicali» (giornate con temperatura media superiore ai 20 gradi nella fascia oraria 0-6) salgono da 18.7 a 56. E ancora: il numero di ondate di calore annue (temperature sopra i 30 gradi per più di tre giorni consecutivi) si alza da 12 a 13.3, mentre sale anche l'intensità delle piogge con accumuli medi nelle giornate piovose passati da 14.7 a 16.1 millimetri. Da notare, in ogni caso, come nella classifica del Sole 24 Ore diversi dei dati riguardanti questi fenomeni estremi collochino il capoluogo trentino sopra a quello che è il suo posizionamento finale: per il parametro delle notti tropicali, ad esempio, Trento è tredicesima, per quello delle ondate di calore è

quarantatreesima, per l'intensità delle piogge è cinquantaduesima, per le giornate di caldo estremo è cinquantanovesima.

Poca nebbia e umidità «giusta»

Guardando ai singoli parametri, Trento registra il suo migliore punteggio alla voce «nebbia», con meno di una giornata nebbiosa di media all'anno (0.9) nel periodo 2015-2025. Si tratta del quarto valore migliore a livello nazionale, alle spalle di altre città alpine come Aosta, Sondrio e Bolzano. Positivo anche il parametro dell'umidità relativa, cioè del numero di giornate di «comfort climatico» (umidità non superiore al 70% e non inferiore al 30%): con un totale di 152.7 giorni annui, il capoluogo è all'ottavo posto nazionale nella singola graduatoria. Contenute, infine, anche il numero delle giornate particolarmente ventose, cioè con raffiche superiori ai 30 nodi, che sono appena tre all'anno: un dato che vale la nona posizione.

Oltre ai citati posizionamenti riguardanti gli eventi estremi, Trento registra un punteggio leggermente sopra quello finale anche al parametro del «soleggiamento», cioè del numero di ore di sole al giorno che sono 7.7, dato valido per la sessantottesima posizione della graduatoria.

Aria stagnante

Al contrario, le voci che penalizzano di più il capoluogo trentino sono quelle inerenti alla qualità e al ricambio dell'aria. L'aspetto più critico è quello della circolazione, cioè del totale annuo di periodi da quattro giorni che registrino precipitazioni inferiori a un mm giornaliero, vento medio inferiore ai 5 chilometri orari e assenza di nebbia. A Trento i giorni che rispettano questi parametri sono stati meno della metà in un anno, cioè 153.5, che collocano il capoluogo al penultimo posto della graduatoria, sopra solamente a Torino dove il dato sale addirittura a 16. Come negli anni scorsi, particolarmente penalizzante è anche la voce della «brezza estiva», cioè dei nodi medi di vento nel periodo luglio-settembre: media che, a Trento, è di appena tre nodi, il che significa 105esimo posto in classifica. Nel capoluogo si registra anche uno dei valori italiani più alti in assoluto di escursione termica con 9.9 gradi di differenza dalla temperatura minima a quella massima (novantesima posizione), e dei giorni consecutivi senza pioggia ogni cento giorni non piovosi, che sono in media 12.4 all'anno (ottantottesima).

«Minime in aumento»

Roberto Barbiero, climatologo dell'Appa, invita alla prudenza nell'interpretazione dei dati: «Una classifica realizzata in base a una generica idea di “clima migliore” va presa con le pinzespiega - Per fare un paragone e trarre delle conclusioni effettive sulle temperature medie, ad esempio, andrebbe preso in considerazione un periodo di 30 anni piuttosto che di 15. Non lo dico certo per screditare l'indagine fatta, ma piuttosto per puntualizzare che vedere Trento in basso in questa classifica non è una tragedia o un segnale allarmante, così come non sarebbe qualcosa di eccezionale vederla ai primi posti». Ci sono comunque delle voci a cui guardare con maggiore attenzione e che raccontano il trend climatico che sta interessando il capoluogo: «Sicuramente il dato sulle notti tropicali - prosegue Barbiero - Il loro aumento di numero è indice di un incremento delle temperature minime che è innegabile, e questo è un fenomeno che provoca disagi: al Sud a volte non si scende neanche sotto i 30 gradi, chiaro che a quel punto vivere tranquillamente senza avere dell'aria condizionata diventa difficile». Altro aspetto da evidenziare è la diminuzione dei giorni freddi: «Anche se i metodi di rilevazione differiscono da quelli di Meteotrentino sicuramente possiamo confermare che questo calo è reale, ed è un altro segnale dell'innalzamento medio delle temperature. Questi, secondo me, sono i due valori che danno più indicazioni, anche perché gli altri (come si vede nei grafici a destra, ndr) seguono un andamento decisamente più irregolare».

IlGazzettino|24marzo2026

p. 7, edizione Belluno

Mancanoall’appelloventigiornidigelo«Enevecolbinocolo»

CLAUDIO FONTANIVE

IL REPORT BELLUNO

Finestre di freddo sempre più ristrette e temperature medie sempre più alte. C'è poco da sorridere per l'economia della montagna. Ormai sono un lontano ricordo i lunghi mesi con temperature sotto lo zero e la neve presente per diverse settimane fuori dalla porta di casa. Il report meteo-climatico emesso dall'Arpav mette in evidenza come i giorni di gelo registrati nell'inverno 2026 confermano il trend trentennale, posizionandosi ben al di sotto della media dell’ultimo decennio e al quarto gradino più basso considerando tutta la serie storica. Sul settore montano i giorni di gelo sono stati il 15% in meno rispetto alla norma 1991-2020, con punte comprese fra l'8 e il 4% nella parte più a nord. In generale, in 20 anni si sono persi in media 15 giorni di freddo intenso nella stagione invernale. «E per il futuro questa tendenza continueràconferma l'esperto in cambiamenti climatici Anselmo Cagnati- Per quanto tempo, dipenderà dai provvedimenti che verranno presi riguardo emissioni ed energie alternative ma il trend è consolidato». QUANTE ANOMALIE Il deficit di giorni di gelo contribuisce a portare l’inverno 2026 al sesto posto tra i più caldi mai registrati da Arpav, con una anomalia di +1.7 °C rispetto alla norma e supera nella graduatoria quello dello scorso anno. Solo il mese di gennaio 2026 è risultato nella norma, mentre sono stati molto caldi sia dicembre che febbraio. I numeri parlano di un incremento statisticamente significativo e consolidato delle temperature invernali, con un trend di +0.81°C per decennio. Nel Bellunese, soltanto in zone come Alto Agordino e Comelico ci si è approssimati allo zero, mentre per il resto il valore medio si è attestato su valori tra +2 e +4°C. «Dovremo ripensare l'economia della montagna -prosegue Cagnati- perchè una delle ricadute principali è l'innalzamento del limite pioggia-neve e quindi la riduzione del manto nevoso, cosa che e evidente da decenni alle quote medio basse e più di recente anche fra i 1500, 2000 metri. Ormai la quota neve si attesta attorno ai 1800 metri e inoltre le finestre di freddo saranno sempre minori. Non dico che bisogna rottamare l'economia dello sci, ma si va avanti come se fosse tutto a posto. Non è così ed è necessario intervenire, sia nel piano neve regionale che in quelli comunali, cosa che non è mai stata fatta». Complessivamente, la quantità di neve fresca caduta nell’inverno meteorologico a 2000 metri è stata inferiore alla norma del 15-20%. Situazione diversa a bassa quota dove gli apporti sono stati superiori alla media: +40% a 1200 metri nelle Dolomiti e +20% nelle Prealpi a 1000 metri. Detto questo, il valore medio di innevamento nel periodo dicembre-gennaio è inferiore del 30% rispetto alla media trentennale. LE PREVISIONI Abbastanza beffardamente, con la primavera già esplosa da giorni, da domani sera sono attese temperature in picchiata, venti forti e nevicate fino a fondovalle, possibili anche in Valbelluna. Il Centro Valanghe di Arabba prevede infatti l'arrivo di un'importante saccatura dal nord Atlantico, con aria molto fredda proveniente dalle latitudini artiche, che determinerà un episodio meteo significativo con calo generalizzato delle temperature in un contesto pienamente invernale. Gli apporti nevosi si aggireranno fra i 15 centimetri in Agordino, Ampezzano e Comelico, ma anche superiori sulle Prealpi Bellunesi. L’ultimo sbuffo di un inverno che però ha deluso ancora una volta le attese, come ormai accade troppo.

ELITURISMO

IlGazzettino|6marzo2026

p. 12, edizione Belluno

Volituristiciinelicottero:«Orabasta»

CLAUDIO FONTANIVE

LIVINALLONGO

Non c'è pace ad Arabba. D'estate il rombo delle moto che sfrecciano sui passi intorno al massiccio del Sella, e in inverno il frastuono degli elicotteri nella zona di passo Campolongo. Un gruppo di cittadini segnala e invia al sindaco di Livinallongo Oscar Nagler dei video per denunciare il fenomeno ed egli gira la segnalazione all'Enac chiedendo l'intervento e il controllo per la tutela delle attività turistiche locali, per il rispetto dell'ambiente e della fauna selvatica, ma soprattutto per la sicurezza e l'incolumità pubblica. PUNTO CRITICO “Ormai da anni e con frequenza sempre maggiore ha preso piede la moda dei voli turistici in elicottero -scrive Nagler - le persone più abbienti vengono trasportate in tour sulle Dolomiti per avere visioni mozzafiato dall’alto. Questa pratica, crea disagi sia per i residenti che per i turisti ospitati nelle strutture: il rombo generato dai velivoli che continuano a decollare ed ad atterrare in zona per caricare e scaricare i clienti è insopportabile. Non si tratta di atterraggi d'emergenza, ma di passaggi continui che si ripetono nel corso delle giornate senza alcun controllo. Gli operatori spesso per attirare l'attenzione dei clienti potenzialmente interessati al loro servizio, si esibiscono in acrobazie spericolate sopra piste da sci, strade, impianti di risalita e infrastrutture. Il tutto è documentato da immagini video che mostrano atterraggi in prossimità della strada provinciale del passo Campolongo che sollevano una nuvola di neve che invade completamente la carreggiata della strada, compromettendo la visibilità e creando situazioni di pericolo anche per la circolazione dei veicoli". L’ASPETTO AMBIENTALE Un altro aspetto rilevante è di carattere ambientale. "La prassi consolidata -continua Nagler - è eseguire voli a bassissima quota con tanto di atterraggi e soste sugli altipiani in quota per far godere ai facoltosi clienti la visione di luoghi incontaminati e panoramici. Questo modo di approcciarsi all'ambiente, incurante del suo equilibrio, è catastrofico per la fauna selvatica che, colta dal panico, risente dello sconvolgimento causato dagli elicotteri. Questo genere di attività è totalmente vietata nella provincia autonoma di Bolzano, e quindi gli operatori si spostano appena oltre il confine regionale per sfuggire alla normative, potendo godere del bacino di potenziali clienti offerto dall'attrattività internazionale del comprensorio del Sellaronda". Adesso la parola passa all’Enac. Claudio Fontanive

FRANE,DISSESTIEFRAGILITA’

CorrieredelleAlpi|7marzo2026

p. 19

Frontedellefrane,tornal'allarmeServonointerventiper530milioni

Francesco Dal Mas / BELLUNO

Sono più di 6 mila le frane che rendono insicuro il territorio bellunese: servono almeno 530 milioni di euro per bonificare il territorio e ridare sicurezza alle strade minacciate da colate. Per questo la Provincia di Belluno chiede un incontro urgente con la Regione, visto anche che inzia la fase del disgelo. La stima è condivisa da un esperto come l'ex assessore regionale Giampaolo Bottacin e appunto dal consigliere provinciale Massimo Bortoluzzi. «Si tratta di necessità ulteriori a quanto abbiamo già investito negli ultimi 10 anni, e in particolare dopo la Tempesta Vaia». Ossia? «Più di 780 milioni di euro». Bottacin: «Per la sola Alemagna si è programmata una spesa di oltre un miliardo e 200 milioni, in parte già realizzata; poco più dell'1% per la sicurezza da frane e colate». Ma vediamo quali sono le priorità di ulteriore intervento. STATALE ALEMAGNA Mentre si è in attesa della variante di Longarone, da circa mezzo miliardo, e dell'eventuale circonvallazione di Cortina (da finanziare ulteriori 250 milioni), servono subito almeno 170 milioni per proteggere l'Alemagna dalle frane del Fadalto (49 milioni), dalle colate di Cancia a Borca di Cadore (60 milioni), da quelle di San Vito di Cadore (altri 60). In Fadalto si stanno installando le reti paramassi (primo step da 3 milioni), mentre l'Anas non dispone ancora del finanziamento complessivo. Analogamente, a San Vito, punta per una soluzione provvisoria come quella del ponte Bailey in attesa di trovare le risorse per la galleria paramassi o il più probabile viadotto. A Cancia è la Provincia che, insieme alla Regione – come specifica Bortoluzzi – ha l'onere di individuare la soluzione definitiva (con la costruzione del nuovo canale a monte) e del vascone a valle. PERAROLO E LOZZO DI CADORE A Perarolo di Cadore è ancora un cantiere aperto la frana della Busa del Cristo, saranno necessari almeno 5 milioni per metterla in sicurezza. Il compito è della Regione. Costerà meno concludere le opere definitive sulla frana di monte Revis a Lozzo di Cadore. Il cantiere da 2,6 milioni, capofila la Regione, è iniziato nell'autunno scorso. COMELICO «Il 16 marzo riprenderà il cantiere per la galleria paramassi sulla statale 52 carnica, ai piedi di Coltrondo, da 18 milioni di investimento» dice il sindaco di Santo Stefano di Cadore, Alfredo Comis. Se ne occupa l'Anas, che ha in essere anche il cantiere per la messa in sicurezza della Galleria Comelico, da 96 milioni di euro (conclusione nel 2028), con annessa ricostruzione del viadotto esterno. La Provincia, dal canto suo, dovrà provvedere a un secondo stralcio di lavori a Costalta, mentre ulteriori opere servirebbe sulla "strada del canale" per entrare in Valvisdende.

AGORDINA La 203 Agordina, che ritornerà in capo all'Anas, ha necessità di almeno 100 milioni di investimenti. Una cinquantina («ma probabilmente anche di più» precisa Bottacin) solo per allontanare dalla montagna alcuni tratti che transitano sotto le verticali rocciose. Siamo al confine tra i Comuni di Sedico e di Agordo. Il progetto di Veneto Strade, l'attuale gestore, c'è già. E il presidente della Provincia, Roberto Padrin, ha battuto cassa col ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini. Altri 50 milioni servono invece per completare la circonvallazione di Agordo. Restando in Agordino, entro l'estate – conferma il sindaco di Rocca Pietore, Valerio Davare –saranno aperti i Serrai a Malga Ciapela, ultimando i lavori sul Pettorina. Tra Serrai di Sottoguda e lago di Alleghe – ricorda Bottacin – la Regione ha investito 20 milioni di euro. «A San Tomaso e in altre valli dell'alto Agordino la Provincia ha in essere cantieri per alcuni milioni», precisa Bortoluzzi; «il più urgente è il secondo stralcio delle opere di difesa a Caprile». 251 PER VALZOLDANA La regionale 251, che ritornerà presto statale, è soggetta a continui lavori di bonifica dei versanti, specie tra Igne e Soffranco, per caduta massi. «Ma non appena arriverà l'Anas» anticipa il sindaco di Val di Zoldo, Camillo De Pellegrin «chiederemo una soluzione definitiva, con la costruzione di gallerie paramassi lungo i tratti più a rischio». Tre anni fa la spesa calcolata era di almeno 100 milioni. La Val di Zoldo ha un'unica strada che viene data per sicura: quella che sale verso Selva di Cadore. Interventi servirebbero sia sulla direttrice di passo

Duran (anche nel versante verso Agordo), sia sulla 347 del passo Cibiana. ALPAGO La più grande frana d'Europa è quella del Tessina. «Ma tutta la conca dell'Alpago è fragile» dice Bottacin. Bortoluzzi, che vi risiede come Bottacin, puntualizza: «La frana della val Turcana è apparentemente ferma, ma quando insiste il maltempo non è che gli abitanti di Cornei vivano ore tranquille: ci vorrebbero almeno 20 milioni per dare sicurezza complessiva. Considerando anche la strada che sale a Tambre». FELTRINO Tra i 12 lavori inseriti nel Piano opere pubbliche della Provincia, circa 6,1 milioni, emerge il secondo stralcio della messa in sicurezza di Villaga a Feltre, che vale da solo 2,6 milioni. Si calcola poi che non meno di una decina di milioni servano per dare una sistemazione alla Feltrina, specie in territorio di Setteville, dove si sono verificate delle frane. La più colpita è la valle di Schievenin. © RIPRODUZIONE RISERVATA.

CorrieredelVeneto|14marzo2026

p. 12, edizione Treviso – Belluno

DaCanciaaSanVitoePiandisonventiduefraneinunsoloanno

Alissa Claire Collavo

Belluno

Sono state ventidue le segnalazioni di dissesto registrate dalla Provincia di Belluno nel 2025. Tra tutte, le frane di Cancia-Borca e di San Vito: episodi che, come spiega il presidente Roberto Padrin, «hanno messo a dura prova la provincia». Un territorio fragile, soggetto a forti criticità e situazioni franoso, da preservare e difendere. Ieri, a Palazzo Piloni, il punto sullo stato attuale del suolo e del demanio idrico bellunese con uno sguardo rivolto al futuro del settore. «Più sinergia con la Regione Veneto», l’esortazione fatta da Padrin che ora conta sull’assessore veneto alla Montagna Dario Bond per garantire migliori servizi al territorio e portarvi risorse utili ad affrontare emergenze e interventi di natura complessa, come appunto la gestione delle frane. Circa 15 milioni di euro, la cifra stanziata nel 2025 per il settore della difesa del suolo e la gestione del demanio idrico (il 30% del totale, va al personale impiegato nelle attività di settore). «Ma la volontà sarebbe quella di versare più soldi possibili agli enti locali», sottolinea Massimo Bortoluzzi, consigliere delegato alla difesa del suolo, al demanio idrico e alla protezione civile, ribadendo la difficoltà di reperire le risorse economiche necessarie alle migliorie. Gli interventi effettuati lo scorso anno, sono infatti stati possibili grazie a un «tesoretto» messo in campo nel 2018. Tra i lavori di mitigazione del rischio idrogeologico portati a termine dal servizio Difesa del suolo: il dissesto della località Ziot, in Alpago (400 mila euro il costo dell’intervento) e la messa in sicurezza tramite riprofilatura e abbassamento di ulteriori trenta metri del fronte di frana della frana in località Revis di Lozzo di Cadore. Un intervento costato ben 2,3 milioni di euro ai quali va aggiunto un ulteriore finanziamento pari a 600 mila euro. Tra gli interventi di somma urgenza: la messa in sicurezza del dissesto in località Piandison a Voltago Agordino. Due invece i lavori ancora in fase esecutiva: a Villaga-Feltre e Caprile II stralcio-Alleghe, per un costo di 3,2 milioni. Altri 6,5 milioni di euro, la quota destinata al piano opere pubbliche nel biennio 20262028. Otto interventi distribuiti in tre annualità più una serie di studi di fattibilità già predisposti per un totale di 11,3 milioni di euro. A Cancia, il nodo principale: «Per completare definitivamente i lavori, costati finora, 4.,1 milioni di euro, servono ulteriori risorse dice Bortoluzzi due settimane fa, abbiamo chiesto ulteriori 7 milioni e mezzo per il ripristino delle opere pubbliche». E apre a una trattativa con l’Anas per il bypass. Insomma, il problema resta quello dei finanziamenti. «Siamo in attesa dell’ordinanza del Consiglio dei ministri per trovare una soluzione agli eventi

franosi della scorsa estate», aggiunge il consigliere delegato, ricordando l’impatto della nomina del commissario sull’accelerazione delle procedure amministrative. Intanto, continua l’attività di monitoraggio della frana, attualmente a carico della Provincia. «Ma serve unità per facilitare l’interazione tra enti», precisa Bortoluzzi, sottolineando «le difficoltà di gestione dei diversi sistemi di monitoraggio». Tante anche le criticità nella ripartizione delle risorse: alle Unioni Montane, più di 13 milioni di euro («ne restano altri 7-8 da erogare», sottolinea la Provincia) stanziati dal 2018 al 2025. Ma gestire ogni quota è complesso, c’è bisogno di più personale («sarebbe bello avere un ufficio regionale che segua questo tipo di esigenze»). Sul campo, si punta invece sulla protezione civile: sono 2.618 i volontari impiegati nella gestione pratica delle emergenze tra frane, emergenze meteorologiche e grandi eventi come, ad esempio, i Giochi invernali di Milano-Cortina 2026.

PASSIDOLOMITICIEZTL

AltoAdige|10marzo2026

p. 29

UnaZtlvirtualeapassoGardena

GARDENA/BADIA

Ci sono sviluppi sul tema dei problemi di traffico sui passi dolomitici. Dopo mesi di preparativi interni, i Comuni e le organizzazioni turistiche della val Gardena e della val Badia, insieme alla giunta regionale, stanno lavorando per creare il quadro amministrativo per una zona a traffico limitato al di fuori dei centri abitati. L’assessore provinciale Daniel Alfreider ha sfruttato in tal senso la sua precedente esperienza alla Camera dei deputati per convincere il ministero, includendo le Cinque Terre e la Costiera Amalfitana. Una mossa astuta. «Come le Dolomiti, queste aree sono patrimonio mondiale dell’Unesco e necessitano di una protezione speciale, un fatto che è stato compreso dal ministero delle Infrastrutture e dal Parlamento», riferisce Alfreider. Un aiuto è stato fornito da Tullio Ferrante, sottosegretario di Stato al Mit, il quale essendo originario di San Giorgio a Cremano (Napoli) ha familiarità con il tema. L’integrazione delle disposizioni di legge del nuovo codice della strada con i decreti ministeriali e con le linee guida rende possibili le Ztl al di fuori dei centri abitati. Per ora il processo è soltanto sulla carta. «Ed è complesso, perché il Passo Gardena non rientra direttamente nell’area Unesco», aggiunge Alfreider, «La Fondazione Unesco ha confermato per iscritto che l’intenso traffico di moto e automobili sulle strade dolomitiche rappresenta un problema». I comuni di Selva di Val Gardena e di Corvara giustificano le limitazioni con il crescente carico di traffico e inquinamento. Tra i temi da affrontare, il periodo e gli orari della Ztl, le esenzioni, i percorsi e i mezzi alternativi, la presenza di sufficienti parcheggi di emergenza, le soluzioni per evitare ingorghi. Da mesi un gruppo di lavoro, composto da rappresentanti dei comuni, delle organizzazioni turistiche e da esperti, sta studiando le misure. Sono in corso discussioni con i proprietari dei rifugi e dei ristoranti lungo il percorso e con altre parti interessate. «C’è ancora molta strada da fare, perché vanno trovate risposte plausibili per ogni problema aperto. Mi auguro che una proposta concreta possa arrivare dopo Pasqua», dice Alfreider, escludendo comunque l’arrivo di novità per Passo Gardena già dalla prossima estate, poiché «Comuni e Provincia non sono in grado di attuare le necessarie misure edilizie, urbanistiche e tecniche in così poco tempo. Bisognerà

istituire i necessari controlli elettronici degli accessi, nuove rotatorie per le manovre di svolta, parcheggi e fermate degli autobus. Siamo i primi in provincia ad affrontare questo problema di petto. Istituiremo virtualmente la Ztl nell’estate del 2026 e avvieremo una fase di prova, come se la zona esistesse già». Ciò avverrà tramite la registrazione di tutte le moto e le auto al Passo Gardena tramite apposite stazioni di conteggio, per raccogliere dati. Alfreider: «Dopo i test sapremo quante auto e moto hanno attraversato il Passo Gardena prima, durante e dopo la limitazione virtuale del traffico, e potremo determinare il quadro normativo da definire per il 2027, ad esempio per parcheggi di emergenza e servizi autobus».

CorrieredelleAlpi|24marzo2026

p. 29

SulleDolomitivannodimodaleZtlViaalla

Francesco Dal Mas / BELLUNO

sperimentazionesulGardena

Contro l'overtourism cresce, sulle Dolomiti, la voglia di Ztl, ovvero dei siti più iconici chiusi al traffico. Da Misurina ad Alleghe, da Rocca Pietore alle prime sperimentazioni sui passi dolomitici. Si parte dal Gardena, come sperimentazione, per allargare agli altri valichi («di sicuro il prossimo anno», garantisce Oscar Nagler, sindaco di Livinallongo, «ma forse con qualche anticipazione già in estate»). A passo Gardena, dunque – siamo in provincia di Bolzano –, saranno creati 150 posti macchina a pagamento per gli escursionisti, accessibili solo su prenotazione online. Sono previste eccezioni per spostamenti di lavoro (ad esempio artigiani e grossisti) e per gli ospiti degli alberghi. Il servizio di bus sarà rafforzato, con intervalli ogni 15/20 minuti. E per gli impianti di risalita che portano da valle verso il passo saranno applicate le normale tariffe del trasporto pubblico locale altoatesino. In sostanza, oltre a pochi fortunati, potranno salire e scendere dal passo solo i gardenesi e i badioti. I turisti per raggiungere una delle due valli dovranno circumnavigare il Sella, attraverso il Pordoi e il Campolongo. La scelta, che necessità dell'autorizzazione della Provincia di Bolzano, è stata assunta dalle comunità ladine del territorio, che da anni si lamentano dell'eccessivo transito: ben 11 mila passaggi giornalieri. «Il Gardena limitato a 150 posti macchina è una sperimentazione che, però, intendiamo implementare, verificati i necessari aggiustamenti, sugli altri passi», anticipa il sindaco Nagler. «È, peraltro, quanto nelle valli si attende di realizzare da circa una decina d'anni», aggiunge. «Le Ztl sono misure sempre più condivise», ammette chi l'anno scorso le ha applicate sperimentalmente, da Auronzo per Misurina, a Rocca Pietore, ad Alleghe. Dario Vecellio, sindaco di Auronzo, anticipa che «per la prossima estate prevediamo non solo di confermare le soste strettamente necessarie a Misurina, continuando a liberare dalla sosta l'area di accesso alla strada delle Tre Cime, ma di migliorare ulteriormente l'organizzazione dei parcheggi», attraverso un nuovo e più ordinato sistema di pagamento e mediante la prenotazione. «Anzi, vorremmo per la verità non far partire le auto da Auronzo, con navette che salgono a Misurina e da qui alle Tre Cime», puntualizza il primo cittadino auronzano. Dall'altra parte della provincia, ad Alleghe, il sindaco Diego De Toni, fa sapere che la piazza centrale della splendida cittadina resterà libera dalla auto non solo in agosto, ma anche per tutto il mese di luglio. «Non solo, sul lungolago applicheremo, nello stesso periodo, la Ztl, in modo da evitare il parcheggio selvaggio. Ripeteremo, anzi consolideremo questa esperienza perché», spiega il sindaco di Alleghe, «residenti e turisti ci hanno detto che l'estate scorsa è stata molto apprezzata». A pochi chilometri di distanza, a Sottoguda, in comune di Rocca Pietore, Valerio Davare, il sindaco, ha

allo studio la nuova gestione per l'ingresso e la visita ai Serrai di Sottoguda. Resta – anticipa –l'area a traffico limitato nello splendido borgo di Sottoguda, per cui organizzeremo dei parcheggi esterni, come l'anno scorso. Così accadrà anche a Malga Ciapela, dove ci sarà un ulteriore ingresso ai Serrai. Nelle intenzioni del sindaco di Colle Santa Lucia c'è sempre stata l'idea di sistemare il parcheggio al Passo Giau, con soste numerate e prenotabili. «Ci arriveremo», assicura, «se saremo rieletti. Certo è che bisogna fare i conti con le esigenze di Veneto Strade e con gli altri enti che hanno la proprietà delle aree». Le Regole ampezzane confermeranno per l'estate il "numero chiuso", ovvero posti macchina limitati, al passo Tre Croci, per chi dovrà salire al lago turchino, quello del Sorapis. Maggiore disponibilità verrà garantita dal parcheggio di Rio Gere, a poca distanza dal passo. Prima ancora che al lago di Braies, in val Pusteria, si introducesse pionieristicamente l'accesso col numero programmato, in Val Visdende le auto venivano fermate all'ingresso, con tanto di sosta a pagamento. E si continua a farlo. Siamo in Comelico, anzi al confine con l'Austria. Dalla parte opposta, in Cansiglio, Veneto Agricoltura ha allo studio l'introduzione di una specie di Zrl anche sull'altopiano. Starem a vedere

CorrieredelleAlpi|24marzo2026

p. 29

«Avantiinquestadirezionemafatemaggioricontrolli»

FDM

LIVINALLONGO

La proposta di zona a traffico limitato (Ztl) al passo Gardena («Poi toccherà ai nostri» conferma il sindaco di Livinallongo, Nagler) è stata elaborata da un gruppo di lavoro composto da rappresentanti comunali, delle categorie economiche e delle associazioni. Si inserisce nelle misure contro il cosiddetto overtourism sulle Dolomiti. I Monti Pallidi ormai vengono infatti presi d'assalto dai turisti, spesso solo per una veloce foto da pubblicare poi sui social, alla pari di Venezia e Firenze. E così si registrano vere e proprie invasioni, come la scorsa testate, «Sono soprattutto le moto rumorose e spesso non rispettose dei limiti di velocità, a disturbare la nostra quiete» protesta l'albergatore Osvaldo Finazzer, con due ambienti sul Pordoi, «Più precisamente, le moto e le auto di grossa cilindrata». Finazzer, a capo del Comitato degli operatori turistici dei passi, non è però tanto convinto della Ztl: prediligerebbe maggiori controlli e, in ogni caso, una riorganizzazione dei parcheggi in quota. Il club alpino sudtirolese Alpenverein accoglie invece «con grande soddisfazione» la misura: «Con questa scelta, si compie un passo importante nella direzione rivendicata dall'Alpenverein da oltre 25 anni: più tranquillità, maggiore tutela della natura e una migliore qualità della vita nel sensibile paesaggio montano delle Dolomiti», si legge in una nota. I Verdi altoatesini parlano di una «svolta»: «Dobbiamo sperimentare soluzioni, osservare se funzionano e trarne insegnamento. Solo così riusciremo a trovare una soluzione concreta, sostenibile e a lungo termine al problema del traffico nelle Dolomiti», afferma la coportavoce del partito, Elide Mussner. Il Club alpino veneto, con il presidente Francesco Abbruscato, è sulla medesima posizione del Cai sudtirolese. E pure dal fronte ambientalista, ad esempio da Mountain Wilderness, col presidente Luigi Casanova, arrivano consensi: «Si tratta, però, solo di primi passi» precisa.

AltoAdige|24marzo2026

p. 34

ZtlaPassoGardena:primovialibera

MASSIMILIANO BONA

SELVA

Da settembre 2026 a Passo Gardena sarà creata la prima Ztl extraurbana d’Italia: salvo ricorsi durerà da metà maggio a metà ottobre. Il primo Comune ad approvare una delibera in tal senso è stato quello di Selva ma a breve toccherà a Corvara e a tutti gli altri Comuni gardenesi e badioti. «Sul tema - sottolinea l’assessore di Selva Gardena, l’avvocato Ernest Cuccarollo - c’è, per la prima volta, un consenso unanime tra paesi badioti e gardenesi e tra Consorzi e associazioni turistiche. Naturalmente potranno passare residenti e turisti ma anche coloro che prenoteranno i parcheggi esistenti. Saranno previsti anche sconti per i possessori dell’Alto Adige Pass. Ci proviamo da 30 anni e questa potrebbe essere davvero la volta buona. L’idea di fondo, in prospettiva, è quella di estendere la Ztl a Passo Sella, ma in quel caso bisognerà rapportarsi anche alla Provincia e ai Comuni di Trento ovviamente». Altro dettaglio importante: non sono previsti pedaggi. Il plauso di Simeoni (Avs): «Una pietra miliare per la tutela della natura e del paesaggio». «Per noi come Alpenverein si tratta di un momento storico», afferma il presidente dell’Avs Georg Simeoni. «Da decenni evidenziamo i limiti di sopportazione dei passi dolomitici. L’introduzione di una zona a traffico limitato sul Passo Gardena rappresenta un passo decisivo per preservare questo paesaggio naturale unico. Sosteniamo espressamente una misura analoga anche per il Passo Sella.» L’Avs sottolinea che la riduzione del traffico motorizzato privato è una condizione centrale per conservare l’unicità del paesaggio dolomitico, in tutta la sua bellezza e biodiversità, anche per le generazioni future. Le misure previste promettono non solo un alleggerimento per residenti, fauna e flora, ma anche un’esperienza migliore per escursionisti, ciclisti e ospiti amanti della natura. «Un Passo Gardena con meno auto significa più tranquillità per tutti», afferma Simeoni. «Rafforza le possibilità di svago locale, favorisce un turismo rispettoso del clima e avvia la regione verso un concetto di mobilità sostenibile e orientato al futuro». Sebbene l’Avs accolga con favore la decisione, chiede una definizione coerente e dettagliata delle modalità di attuazione: il traffico deve essere regolato in modo chiaro e il trasporto pubblico va potenziato. «L’obiettivo deve essere quello di ampliare questa riduzione temporanea del traffico», sottolinea Georg Simeoni. «Questa decisione è un inizio – ma non un punto d’arrivo», ribadisce. Ora spetta alla Giunta provinciale adottare le necessarie misure legislative. Elide Mussner (Verdi): «Era ora». «Noi Verdi - sottolinea Elide Mussner - ci impegniamo da anni per la limita zione del traffico sui passi dolomitici. Abbiamo ripetutamente chiesto, a vari livelli – dal gruppo verde in Consiglio provinciale alle consigliere comunali e agli attivisti locali impegnati – una chiusura parziale dei passi. Una proposta che per anni è stata rimandata con scarso entusiasmo dai vari governi provinciali. Ora è giunto il momento: i comuni ladini voteranno presumibilmente all’unanimità a favore della proposta, Selva lo ha già fatto. «Accogliamo con favore questo passo importante e concreto. È l’ultima ora per il traffico sulle strade delle valli ladine, che sono considerate la porta d’accesso alle Dolomiti e di conseguenza soffocano nel traffico. Durante i mesi estivi, a volte interi paesi sono bloccati nel collasso, traffico. generato dal numero sempre crescente di turisti giornalieri». Avviare qui progetti pilota, come una Ztl è la mossa giusta. Dobbiamo sperimentare soluzioni, osservare se funzionano e trarne insegnamento. «Se ora a Passo Gardena verrà introdotta una chiusura parziale, questo sarà

solo il primo passo. È urgente affrontare la questione dell’accesso dei turisti giornalieri alle valli ladine», conclude Elide Mussner. @RIPRODUZIONE RISERVATA.

AltoAdige|29marzo2026

p. 30

AncheCorvaradice«sì»allaZtlapassoGardena

CORVARA

Il consiglio comunale di Corvara pressoché all'unanimità (14 voti favorevoli e una astensione) ha votato la proposta di una zona a traffico limitato – ztl a passo Gardena per ridurre la pressione del traffico nei mesi di alta stagione turistica, fra maggio e ottobre (sopra, foto MiriamFederspiel/Avs). L'idea, che aveva già ottenuto il via libera dal consiglio comunale di Selva, è il frutto di uno studio promosso dai Comuni badioti e gardenesi: dovranno essere superati altri passaggi, ma è significativo il fatto che un'intesa è stata raggiunta. "È importante che abbiamo scelto una strada comune – conferma Roman Crazzolara, sindaco di Corvaraora bisogna percorrerla con convinzione e avere la certezza, anche legale, che l'idea di una ztl è percorribile e ottenere il benestare dalla giunta provinciale. Poi, vedremo se il provvedimento potrà essere esteso agli altri passi dolomtici" . Consentendo il transito ai residenti delle valli e ad alcune categorie specifiche (lavoratori, fornitori, ospiti delle strutture ricettive e chi ha comprovate necessità), il progetto mira a limitare gli ingressi turistici giornalieri e a incentivare modalità di visita più sostenibili. E' prevista la realizzazione di un parcheggio con 150 posti a pagamento, utilizzabili con prenotazione online. Contemporaneamente verrà rafforzato il trasporto pubblico con autobus ogni 15-20 minuti fra le due vallate ladine e gli impianti di risalita saranno meglio integrati nel sistema di mobilità alternativa. Chi sceglierà comunque l’auto dovrebbe mettere in conto percorsi più lunghi: senza il passaggio diretto dal Gardena, gli spostamenti tra le due valli richiederebbero deviazioni attraverso il Sella e il Pordoi, oppure via Val Pusteria. Durante l'alta stagione estiva, la strada del passo Gardena registra fino a 11 mila transiti al giorno, un dato che, secondo molti, mette a rischio l’equilibrio ambientale dell’area e la qualità della stessa esperienza turistica. Per contenere l'overtourism, nell'area delle Tre Cime di Lavaredo, ad esempio, l’accesso in auto da Misurina al rifugio Auronzo è regolato da anni con un sistema di pedaggio e prenotazione. Anche sulle strade di altri passi dolomitici sono state sperimentate limitazioni temporanee al traffico o giornate senza auto, confermando una tendenza sempre più diffusa: quella di tutelare i territori attraverso una regolamentazione degli accessi. Il progetto per il Passo Gardena, elaborato da un gruppo di lavoro con focus sulla gestione dei valichi alpini, dovrà ora ottenere l’approvazione della giunta provinciale, puntando eventualmente a entrare in vigore nell'estate 2027.

NOTIZIEDAIRIFUGI

Corrieredell’AltoAdige|4marzo2026

p. 5

IrifugistidaWalcher«Piùsostegnopergliinvestimenti»

Il comitato del gruppo Rifugi alpini Alto Adige degli albergatori dell’Hgv, eletto lo scorso autunno e guidato dal presidente Stefan Perathoner, ha incontrato recentemente l’assessore provinciale Luis Walcher. Al centro dell’incontro, al quale ha partecipato anche il direttore dell’Hgv Raffael Mooswalder, vi sono state le attuali sfide in alta montagna e i principali temi legati al futuro dei rifugi altoatesini. «È particolarmente positivo che la nuova generazione di gestori abbia assunto responsabilità e sia pronta a sviluppare ulteriormente i rifugi a conduzione familiare nel rispetto della loro missione originaria» ha dichiarato Walcher che assieme al comitato ha affrontato il tema centrale dei contributi per le infrastrutture primarie, recentemente adeguati. «L’approvvigionamento idrico ed energetico, così come la modernizzazione e il rinnovo delle teleferiche per il trasporto materiali, sono estremamente costosi in montagna» ha sottolineato Perathoner che ha parlato anche della dotazione dei rifugi con defibrillatori, del problema sempre più rilevante del campeggio alpino. L’obiettivo è individuare soluzioni praticabili che garantiscano la sicurezza e allo stesso tempo consentano uno svolgimento regolare dell’attività. Walcher ha sottolineato l’importanza dei rifugi, spesso a conduzione familiare, come pilastro fondamentale dello spazio vitale alpino. «Molti dei nostri rifugi sono gestiti da generazioni come imprese familiari e caratterizzano in modo significativo l’ambiente alpino. È fondamentale un dialogo continuo tra politica e operatori del settore per creare condizioni quadro favorevoli per la continuazione di questo modello», ha affermato l’assessore provinciale Walcher assicurando il suo interessamento per andare incontro alle esigenze particolari evidenziate dai «rifugisti» in materia di costi maggiore per l’ammodernamento e per l’adeguamento alle norme di sicurezza.

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L’importanzadelleteleferiche

BOLZANO

Il Gruppo “Rifugi Alpini Alto Adige” dell’Unione albergatori e pubblici esercenti (Hgv) ha incontrato l’assessore provinciale alla mobilità Daniel Alfreider e la direttrice d’ufficio Karin Brenner dell’Ufficio funivie per un confronto sulla prevista norma di attuazione relativa agli impianti a fune privati per il trasporto di persone autorizzate e alle teleferiche per materiali. All’incontro ha partecipato anche il direttore Hgv, Raffael Mooswalder. Gli impianti a fune privati rappresentano per molti rifugi alpini un’infrastruttura fondamentale per il trasporto di viveri, materiali e attrezzature in alta montagna. Una nuova norma europea introduce per la prima volta condizioni tecniche chiare per impianti con trasporto limitato di persone. L’obiettivo è regolamentare in modo univoco tali impianti dal punto di vista giuridico, adeguarli tecnicamente e consentire le relative autorizzazioni. Il presidente del Gruppo Stefan Perathoner, ha sottolineato l’importanza di norme praticabili per la gestione dei rifugi: “Le teleferiche per materiali sono indispensabili per molti rifugi per garantire l’approvvigionamento in alta montagna. È fondamentale che le nuove disposizioni assicurino elevati standard di sicurezza, rimanendo al contempo applicabili nella pratica e senza generare ulteriore burocrazia.” Durante l’incontro si è discusso anche delle sfide economiche per i gestori dei rifugi. La costruzione di impianti privati per il trasporto di persone autorizzate è significativamente più complessa

AltoAdige|28marzo2026

rispetto a quella delle sole teleferiche per materiali e comporta quindi costi sensibilmente più elevati. Secondo il gruppo, sono pertanto necessari adeguati strumenti di sostegno pubblico per rendere economicamente sostenibile la realizzazione di tali impianti per i rifugi. Alfreider ha evidenziato la necessità di condizioni quadro chiare e attuabili: «L’Alto Adige è una terra di impianti a fune e, proprio per la sua conformazione geografica, le teleferiche per materiali rappresentano infrastrutture fondamentali per l’approvvigionamento in alta montagna».

EDITORIALIEINTERVISTE

IlGazzettino|6marzo2026

p. 9, edizione Belluno

«Olimpiadi,ereditàimportantemavannocoinvoltiiterritori»

MARGHERITA BERTOLO

Alessandro Benetton non si accoda al coro delle polemiche sulle opere incompiute. E a Olimpiadi archiviate, invita a cambiare prospettiva: «Se guardiamo a tutto ciò che non è stato fatto per anni, attendere ancora un po’ non penso sia un problema. L'importante è guardare al bene della comunità locale». Tradotto con le parole di un pensatore come Luciano Floridi: il bicchiere sembra mezzo vuoto? L’importante è riempirlo. Così, Benetton guarda all’eredità di questi Giochi per la “sua” Cortina come a un lascito ricco, ma a precise condizioni: «Infrastrutture e tradizione trovino il modo di dialogare». Il presidente di Edizione SpA, 62 anni appena compiuti, sportivo dentro (maestro e allenatore federale di sci, istruttore di kitesurf), aveva già guidato la macchina organizzativa dei Mondiali di sci 2021 nella Regina delle Dolomiti. Di grandi eventi, insomma, ha esperienza. E sull’idea di candidare la bella e fragile Venezia ai Giochi estivi del 2036 (o 2040) si dice positivo, ma con cautela: «Venezia è un marchio mondiale, certo va salvaguardata. Poi bisogna avere fiducia nei giovani, nella capacità di costruire squadre, trovare convergenze, superare le polarizzazioni». È partita la gara per portare le Olimpiadi estive in Italia. Il Paese sarebbe pronto? «Non ho dubbi sulle capacità esecutive dell’Italia. L’importante è che tutti gli stakeholder siano coinvolti, e che ci sia una progettualità condivisa, profonda e convinta. Personalmente ritengo, come quando si fa impresa, che i periodi di gestazione di queste convinzioni siano i più rischiosi e faticosi, ma se la convinzione si trova dal punto di vista esecutivo e di abilità, allora non ho dubbi». È stato fatto il nome di alcune città, funziona il modello diffuso? «Ricordo di aver provato a fare del mio meglio, all’epoca ero già stato ingaggiato per i Mondiali di sci, affinché i Giochi appena conclusi non si svolgessero solo a Milano-Cortina, ma a Torino-Milano-Cortina. Sono sempre partito da un concetto, anche qui, analitico: nell’ambito di quei tre miliardi di persone che guardano le olimpiadi, le Alpi sono paradossalmente piccole». Qualcuno ha proposto Venezia come “vetrina” di un’Olimpiade diffusa. Un’opportunità o un sovraccarico, considerate le sue peculiarità? «Continuo a pensare che Venezia sia un marchio mondiale. Va protetta, certo, ma può essere un baricentro simbolico, non invasivo. Allo stesso modo, tra le città di cui si parla, penso che anche Roma potrebbe rappresentare una soluzione di assoluto valore». Non è facile mettere d’accordo tutti, specie quando si parla di Venezia... «La cosa più importante è l’integrazione. Senza la fiducia nei giovani, la capacità di costruire squadre e di trovare convergenze, di superare le polarizzazioni, nulla di ciò che abbiamo fatto in Edizione negli ultimi quattro anni sarebbe stato possibile, ad

esempio. Ma questa è un’esperienza che va oltre Edizione, con la Bocconi stiamo teorizzando un modello di business legato a questi concetti». Com’è andato l’evento olimpico? Fino a qualche giorno prima, tra ritardi e cantieri aperti, in molti hanno temuto una figuraccia agli occhi del mondo. «Si tende sempre a vedere il bicchiere mezzo vuoto. Luciano Floridi, un caro amico oltre che grande filosofo, spiega che più che discutere se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto, dobbiamo capire come riempirlo. Sul fatto che Cortina avrebbe fatto benissimo nello sci alpino e negli eventi sportivi non avevo nessun dubbio, al di là di quello che si leggeva, perché Cortina, che considero una mia seconda casa, ha questa tradizione». Alcune opere devono ancora essere concluse... «Che qualche opera non sia completata, onestamente non lo considero un problema. Se si calcola tutto ciò che non è stato fatto per tanto tempo, anche se qualcosa arriva due o tre anni dopo, non mi sembra scandaloso. Sappiamo che le procedure e la burocrazia hanno i loro tempi». È stato così anche nell'esperienza di presidente della Fondazione Cortina per i Mondiali di sci? Tra i pochi eventi sportivi in Italia a chiudere in utile... «I Mondiali di sci, di cui vado orgoglioso, sono stati il primo grande evento con un commissario straordinario da subito, non chiamato in emergenza. Per le Olimpiadi è stato applicato lo stesso schema, quindi sul fatto che a un certo punto si sarebbe andati spediti non avevo nessun dubbio. Poi, bisogna darne atto, la politica ha fatto la sua parte». Quale sarà l’eredità di questi Giochi? «La sfida vera, e l’eredità più importante, riguarda la comunità locale. Se il faro resterà lì, acceso su chi vive il territorio, allora la scommessa sarà vinta». A quali condizioni questa eredità non verrà sprecata? «Con l’integrazione tra poli, generazioni, sensibilità, mentalità, esperienze diverse. È sempre più facile polarizzare, piuttosto che trovare punti in comune, e va detto che i social enfatizzano questa tendenza. Ma bisogna fare lo sforzo opposto». Cosa significa, nel caso di Cortina? «Infrastrutture e tradizione devono dialogare. Le case possiamo farle, ma se restano vuote non abbiamo risolto nulla. Bisogna far sì che visibilità e opere diventino opportunità per restare, non solo per arrivare. Lo ha detto anche il parroco di Cortina, in chiesa. Mi ha colpito». Parlando di sport, chi è l'atleta che più l'ha sorpresa? «Le donne. Queste, per me, sono state le loro Olimpiadi. Penso a Francesca Lollobrigida, ad Arianna Fontana, a Lindsey Vonn, con il suo coraggio e il suo dolore. E poi ho una grande ammirazione per Federica Brignone, ho avuto un infortunio simile al suo e so cosa significa ricostruire, pezzo per pezzo». Cosa vuol dire? «Ho imparato che sì, la struttura determina la funzione, ma a un certo punto è la funzione a ricostruire la struttura. E lei lo ha dimostrato». Un’Olimpiade con tanti atleti giovani... «Direi che sono state le Olimpiadi di una generazione profondamente nuova. C’è stato un vero e proprio scalino, uno scatto netto, e la bandiera di questo cambiamento per me è Eileen Gu. Statunitense naturalizzata cinese, va a Stanford e studia fisica quantistica, ma è anche modella e campionessa di sci freestyle». Cosa dimostra? «In lei ho ritrovato qualcosa che provo continuamente a trasmettere ai miei figli: la mente è plastica. Possiamo condizionare la persona che diventiamo perché non siamo un involucro chiuso ma aperto alla vita, alle idee, al cambiamento. E la monotematicità è il vero nemico». In genere lo sport richiede un impegno totalizzante... «Pochi arrivano in cima, e quelli che ci riescono, quando smettono spesso restano spiazzati. In questi Giochi, invece, ho visto atleti completi, non ridotti a una sola dimensione. Nella vittoria e anche nella sconfitta, che diventa momento di umanità. Prenda Atle Lie McGrath (sciatore alpino norvegese, ndr), che dopo la seconda manche esce e si mette a camminare nel bosco. Con la sua fragilità ha spiazzato tutti».

CorrieredelTrentino|8marzo2026

p. 3, segue dalla prima

Mountainwilderness:stopadaltripostiletto

«Stop all’edificazione in quota e a nuovi posti letto turistici», avverte Luigi Casanova (Mountain Wilderness).a pagina 3. L’invito è a un cambio di passo. Deciso, coraggioso. Perché, sottolinea Luigi Casanova, i segnali di «allarme» e riflessione ci sono. E non vanno ignorati: dal cambiamento climatico al centro anche delle strategie tratteggiate dalla Società degli alpinisti tridentini fino al nodo dell’overtourism in quota. Il presidente di Mountain wilderness analizza la politica attuale dello «sviluppo» del territorio montano. Fissandone i paletti, ma delineando anche gli scenari futuri. Con una mano tesa all’amministrazione provinciale. Per un dialogo che, chiarisce Casanova, «deve però rispettare anche le opinioni diverse». La riflessione del presidente parte dalle questioni che negli ultimi mesi hanno fatto discutere. Per formulare tre «stop» decisi. Il primo: «In Alto Adige premette Casanova le associazioni ambientaliste hanno raccolto oltre 10mila firme per sollecitare la Provincia di Bolzano a mantenere l’impegno a bloccare l’aumento dei posti letto sul territorio a partire da gennaio 2027». Una richiesta che il presidente di Mw rilancia anche in Trentino: «Fermiamo l’aumento dei posti letto, sia quelli turistici che quelli delle seconde case. Su questo dobbiamo essere drastici». Il secondo: «Visto che per tutta la scorsa estate si è discusso di overtourism e che il problema esiste ancora rilancia Casanova su questo ora dobbiamo essere coerenti e coraggiosi. E oltre al blocco dei posti letto, dobbiamo prevedere lo stop al potenziamento delle aree sciabili. Che non vuol dire non mantenere l’esistente: vuol dire piuttosto non aumentare la capacità di trasporto degli impianti e non estendere il demanio sciabile». Il terzo «stop» allarga lo sguardo alla pianificazione urbanistica. Invocando un’inversione di marcia. «Se vogliamo difendere le nostre montagne dal punto di vista paesaggistico avverte Casanova dobbiamo impedire l’urbanizzazione delle alte quote». Gli esempi negativi, in questo senso, si sprecano. In ordine di tempo, l’ultimo caso emerso è il progetto di riqualificazione del rifugio Buffaure, in val di Fassa, con la previsione di un aumento volumetrico del 450%. La direzione di Mw, in questo quadro, è chiara: «Dobbiamo avere il coraggio di affrontare una nuova pianificazione provinciale». Ponendo alla base tre obiettivi precisi. «In primo luogo sottolinea il presidente si deve puntare sul restauro dell’esistente, per evitare nuove edificazioni in quota». Poi, aggiunge Casanova, «si deve lavorare per il ripristino della natura: dobbiamo appoggiare il regolamento europeo del 2024 che impone a tutti gli Stati un piano per il recupero naturale». L’Italia dovrà presentare il suo progetto all’Unione europea «entro settembre di quest’anno, altrimenti verrà ancora una volta sanzionata»: «All’interno di questo progetto prosegue il presidente dovrà essere delineata una visione che permetta di implementare la biodiversità». Infine, si dovrà intervenire sulla pianificazione alla luce degli effetti di un cambiamento climatico che anche in Trentino ormai è una realtà: «In questo senso, come ha già messo in evidenza la Sat, si dovrà fare molta attenzione al consumo e al recupero dell’acqua, ma anche ai consumi energetici e alla mobilità, investendo sul trasporto pubblico a scapito del trasporto privato». Casanova mette quindi insieme i tre obiettivi. Per fissare la linea degli ambientalisti: «Chiediamo una revisione culturale della pianificazione urbanistica in provincia di Trento». «La nostra precisa è una proposta di lavoro». Visto che, osserva il presidente, «attuare le nostre proposte significa investire in maniera importante in alte capacità intellettuali, quindi in formazione culturale molto elevata dei nostri giovani. E significa creare lavoro di alta qualificazione in modo diverso rispetto al passato». Di fatto, chiarisce Casanova, «il nostro è un piano di sviluppo che ha una visione opposta a tutte le pianificazioni ambientali che abbiamo visto fino ad oggi in Trentino». Ma assicura: «Come ambientalisti siamo disposti a collaborare». Pur con le difficoltà di un

confronto con una amministrazione provinciale «che ha dimostrato di non voler dialogare con il mondo ambientalista». Casanova però non si arrende: «Chiediamo alla giunta provinciale di ascoltare anche le nostre posizioni. Siamo pronti a dialogare. Ma patti chiari: si discute su tutto, senza umiliare e trascurare la cultura della difesa della natura».

TUTELAGIURIDICADELLAGODIGARDA:UNCASOSTUDIO

L’Adige|8marzo2026

p. 25

«TutelagiuridicadelGardaNoisiamoall’avanguardia»

Il lago di Garda potrebbe un giorno diventare un vero e proprio soggetto di diritto. La proposta è stata al centro della conferenza I diritti del Lago di Garda, che si è svolta ieri mattina alla Rocca di Riva, alla presenza di quasi cento persone, numerosi amministratori locali, rappresentanti istituzionali, delle associazioni ed esperti di diritto e ambiente. Quella di riconoscere personalità giuridica al più grande lago italiano, attribuendogli diritti propri e nuovi strumenti di tutela, è l’idea alla base del disegno di legge presentato al Senato il 13 gennaio 2026 dalla senatrice Aurora Floridia, di Malcesine (gruppo delle Autonomie per i Verdi del Südtirol), insieme ai senatori Luigi Spagnolli e Pietro Patton. L’iniziativa ha aperto un confronto pubblico su un tema innovativo: considerare gli ecosistemi naturali non più soltanto come beni da proteggere ma come soggetti titolari di diritti. «Il lago di Garda ha bisogno oggi di strumenti nuovi e concreti di tutela ambientale», ha spiegato la senatrice Floridia, illustrando il senso della proposta. «In molte parti del mondo luoghi di straordinario valore naturale sono già stati riconosciuti come soggetti giuridici per difenderli in modo più efficace. È arrivato il momento che anche l’Italia si ponga all’avanguardia. Siamo degli apripista. La nostra è una sfida necessaria per mettere sul tavolo la difesa del lago di Garda perché finora le normative attuali hanno dato risultati scarsi» e ha fatto riferimento all’imperversare di speculazione edilizia e alla cementificazione del paesaggio. E su questo punto un mea culpa l’ha dato Ivan De Beni, presidente di Federalberghi Garda Veneto, già sindaco di Bardolino: «Il consumo del suolo ha raggiunto il colmo, non è più sostenibile; non va costruito più nulla di turistico altrimenti otterremo un effetto boomerang e un’implosione. Dobbiamo essere lungimiranti e pensare alle generazioni future». Il disegno di legge promosso da Floridia prevede che il lago di Garda possa essere riconosciuto come entità giuridica unitaria, con diritti legati alla tutela della sua integrità ecologica, al mantenimento degli equilibri naturali, alla biodiversità e alla possibilità di essere rappresentato legalmente davanti alle autorità in caso di danni o minacce all’ecosistema. Sono stati citati gli esempi di Ecuador e Nuova Zelanda e quello di Mar Menor, laguna costiera situata della Murcia, il primo ecosistema europeo a ottenere il riconoscimento di personalità giuridica grazie alla legge spagnola 19/2022. Secondo la senatrice, si tratta di «un cambio di paradigma indispensabile» per affrontare le sfide che interessano il lago. «Cambiamento climatico, pressione turistica, consumo di suolo e inquinamento stanno mettendo a dura prova il suo equilibrio. Difendere il Garda significa difendere un patrimonio ambientale, economico e culturale che appartiene a tutti». Alla conferenza sono intervenuti, dopo i saluti istituzionali del sindaco di Riva del Garda Alessio Zanoni, la stessa Aurora Floridia, l’avvocato Paolo Giovarruscio, dottore di ricerca in diritto pubblico e costituzionale, De Beni, e Isabella D’Isola, presidente della Federazione per il

riconoscimento dei diritti del lago di Garda. L’incontro è stato moderato dalla divulgatrice ambientale Sofia Pasotto. Presenti anche numerosi rappresentanti delle associazioni ambientali, delle istituzioni locali e della politica trentina. Per Riva del Garda hanno partecipato il sindaco Zanoni, la vicesindaca Barbara Angelini e buona parte della giunta comunale. Tra gli amministratori del territorio erano presenti anche la sindaca di Arco Arianna Fiorio e il vicesindaco Marco Piantoni. Alla mattinata hanno preso parte inoltre la deputata del Partito democratico Sara Ferrari e la consigliera provinciale del Pd, Nel suo programma elettorale il sindaco di Riva del Garda, Alezzio Zanoni (Pd) aveva inserito la tutela del Garda come soggetto giuridico tra i punti salienti. Il riconoscimento della soggettività giuridica di un ecosistema è un modello già sperimentato in altri Paesi come Spagna, Nuova Zelanda e Ecuador. Michela Calzà, insieme a rappresentanti del mondo associativo, ambientalista ed economico legato al territorio gardesano. Assente l’Azienda per il turismo Garda Dolomiti. L’obiettivo, nel caso del Garda, è rafforzare gli strumenti giuridici per proteggere un lago che rappresenta un patrimonio paesaggistico, ambientale ed economico di valore nazionale. Nel corso dell’incontro sono emersi diversi spunti e contributi sul tema della tutela dell’ecosistema gardesano e sulle possibili implicazioni della proposta di legge.

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Rassegna Stampa "Dolomiti Patrimonio Mondiale" | Marzo 2026 by Fondazione Dolomiti UNESCO - Issuu