PARCHINATURALIEAREEPROTETTE
AltoAdige|2febbraio2026
p. 14
Parchinaturali,oltre54milavisite
Nel 2025 i sette Centri visite dei parchi naturali dell’Alto Adige hanno accolto oltre 54.253 visitatori, confermandosi un punto di riferimento per l’educazione ambientale e la sensibilizzazione su natura e clima. Circa 19mila persone hanno partecipato agli 850 eventi organizzati nel corso dell’anno, tra escursioni, visite guidate, attività per bambini e scolaresche, conferenze e offerte speciali. Un impegno che, come sottolineano l’assessore provinciale Peter Brunner e il direttore dell’Ufficio Natura Leo Hilpold, punta a coinvolgere un pubblico ampio, con particolare attenzione ai giovani e alla popolazione locale. L’attività è stata garantita da nove responsabili, sei tirocinanti e 17 assistenti stagionali.
L’Adige|18febbraio2026
p. 14
Tutelaambientale,finanziatiiparchinaturalidelTrentino
La Giunta provinciale, su proposta dell’assessore Mattia Gottardi, ha approvato le assegnazioni 2026 a due parchi naturali trentini, confermando un impegno economico significativo per la tutela ambientale. Per il Parco Paneveggio-Pale di San Martino vengono stanziati 2 milioni e 733 mila euro, di cui 1 milione e 733 mila per spese di funzionamento e 1 milione per investimenti, come previsto dal bilancio provinciale 2026-2028. Al Parco Adamello Brenta è invece destinata una dotazione ancora più consistente: 4 milioni e 377 mila euro: 3 milioni e 312 mila per spese di funzionamento e 1 milione per investimenti. In entrambi i casi le erogazioni avverranno però sulla base dei fabbisogni di cassa e previa rendicontazione per le quote destinate agli interventi strutturali. Per l’assessore Gottardi un sostegno che conferma la centralità dei parchi naturali nella strategia provinciale di gestione e valorizzazione del territorio.
PIANOPAESAGGISTICOALPEDISIUSI
AltoAdige|3febbraio2026
p. 16
AlpediSiusi,avviatal’elaborazionedelPianopaesaggistico
È stata avviata in Provincia l'elaborazione del nuovo Piano paesaggistico sovracomunale per l'Alpe di Siusi. I rappresentanti dei Comuni di Castelrotto, Santa Cristina e Selva di Val Gardena ed un gruppo di lavoro interdisciplinare hanno preso parte ad un "kickoff-meeting" in occasione
del quale sono stati presentati lo sviluppo del progetto, un primo cronoprogramma e i temi principali. Il nuovo piano in elaborazione rinnoverà radicalmente il Piano paesaggistico degli anni Settanta. L'area di riferimento riguarda porzioni dei comuni di Castelrotto, Santa Cristina e Selva di Val Gardena con circa 6.800 ettari totali. Saranno interessate quattro aree tematiche principali: parchi naturali e ecologia; habitat agricolo, forestale e culturale; attività turistiche, economiche e del tempo libero; mobilità nel paesaggio alpino. L'obiettivo, spiega una nota della Provincia, è quello di «favorire uno sviluppo sostenibile nel delicato paesaggio naturale e culturale dell'Alpe di Siusi». Il nuovo Piano paesaggistico sarà elaborato, assicura l’assessore Peter Brunner, «attraverso un ampio coinvolgimento: nei workshop, feedbackround ed eventi pubblici sarà favorita la rete tra cittadinanza, aziende, attori del turismo, dell'agricoltura e della tutela ambientale e altri gruppi di interesse». Il "kickoff-meeting" con gli stakeholder si svolgerà il 3 marzo a Castelrotto. Nel 2027 è prevista la stesura del nuovo piano.
Dolomiten|4febbraio2026
p. 22
GebietsplanSeiserAlmwirderneuert
Bozen/Seiser Alm (LPA)
Der übergemeindliche Gebietsplan für die Seiser Alm wird grundlegend erneuert. In der Landesabteilung Natur, Landschaft und Raumentwicklung fiel dazu vor kurzem der offizielle Startschuss. Vertretungen der Gemeinden Kastelruth, St. Christina und Wolkenstein sowie ein Expertenteam waren anwesend.
Der neu zu erarbeitende Plan wird den Landschaftsplan aus den 1970er Jahren ersetzen. Das Gebiet, um das es dabei geht, umfasst Teile der Gemeinden Kastelruth, St. Christina und Wolkenstein mit insgesamt rund 6.800 Hektar.
Zentrale Themen bei der Ausarbeitung sind Naturräume und Ökologie, Agrar- und Waldlandschaft, traditionelle Kulturlandschaft, touristische, wirtschaftliche und Freizeitaktivitäten sowie Mobilität im alpinen Raum.
Ziel ist es, eine nachhaltige Entwicklung im sensiblen Natur- und Kulturraum der Seiser Alm zu gewährleisten. Dazu soll eine umfassende Aktualisierung der Inhalte, Grafiken, Schutzbestimmungen und Nutzungsregeln vorgenommen werden. „Der Start des Projekts Gebietsplan Seiser Alm markiert einen wichtigen Schritt für den Schutz und die Weiterentwicklung dieses einzigartigen Lebens- und Landschaftsraumes“, betont Peter Brunner, der Landesrat für Umwelt-, Natur- und Klimaschutz und Raumentwicklung. Der neue Gebietsplan soll unter breitem Einbezug der Bevölkerung erarbeitet werden: In Workshops, Feedbackrunden und öffentlichen Veranstaltungen sollen Betriebe, Touristiker, Landwirte, Naturschutzakteure und weitere Interessensgruppen eingebunden werden.
„Die enge Zusammenarbeit zwischen den Gemeinden, Fachleuten und Interessensgruppen soll sicherstellen, dass die vielfältigen Anforderungen an Natur, Nutzung und Lebensqualität ausgewogen berücksichtigt werden“, betont der Landesrat.
Steuerungsgruppe wird eingerichtet
„In den nächsten Monaten werden vertiefte Analysen und Habitat-Kartierungen durchgeführt und erste Planungsentwürfe erarbeitet“, erklärt Carlotta Polo, die Direktorin des Landesamtes für Gemeinde- und Landschaftsplanung. Zudem werde eine Steuerungsgruppe, bestehend aus
Gemeinden, Land und Fachleuten im Bereich Landschaftsplanung, Architektur, Ökologie und Partizipation, eingerichtet.
Die Auftaktveranstaltung findet am 3. März in der Gemeinde Kastelruth statt. 2027 soll der Entwurf des neuen Gebietsplanes vorliegen.
CorrieredelleAlpi|7febbraio2026
p. 47
Parcod'Ampezzo,Siorpaesdirettrice«Ambienteeturismo,pressioneforte»
Marina Menardi / cortina
Allargare l'area protetta del Parco naturale delle Dolomiti d'Ampezzo al lago di Sorapis, per far fronte in maniera più efficace al fenomeno del sovraffollamento turistico. È uno dei temi di cui si sta discutendo nelle Regole e che potrebbe trovarsi sul tavolo Martina Siorpaes, la nuova direttrice del Parco istituito dalla Regione Veneto e gestito dalle Regole d'Ampezzo. Sostituirà Michele Da Pozzo, che andrà in pensione questa primavera dopo oltre tre decenni di servizio nella direzione del Parco. La nomina di Martina Siorpaes è avvenuta attraverso una votazione segreta fra i componenti della Deputazione regoliera, dopo aver analizzato le domande pervenute per ricoprire l'incarico che dovevano essere presentate entro il 15 dicembre. Sette erano i candidati al ruolo, di cui tre locali, e quattro provenienti da altre vallate. Martina Siorpaes è stata scelta a larga maggioranza, grazie anche al fatto che è collaboratrice da parecchi anni delle Regole d'Ampezzo. «Per me è davvero un bel riconoscimento, dopo tanti anni che lavoro con le Regole, una grande soddisfazione. Tanto più che sono una donna», afferma Siorpaes. «Ho sempre avuto una grande passione per la montagna e per l'ambiente; la scelta di studiare Scienze forestali è venuta anche dopo essermi consultata con il direttore Da Pozzo, che allora mi disse che secondo lui c'erano sbocchi per questa professione. Mai però avrei pensato di arrivare al ruolo di direttrice del Parco». Siorpaes è laureata in Scienze forestali e ambientali e conosce molto bene l'ambiente regoliero. Alle Regole ha fatto il tirocinio post laurea, ma già durante il periodo di studio l'università collaborava con l'ente ampezzano. «Durante l'università ho collaborato alla stesura del Piano economico e di assestamento dei tagli all'interno del territorio regoliero, un piano che si fa ogni 15 anni, ero assunta come operaio e misuravo i diametri delle piante», spiega. «Dopo la laurea nel 2007, tra il 2009 e il 2012 ho lavorato ancora alle Regole in qualità di guardia boschi nelle zone di Federa e di Valbona. Poi è arrivata la maternità e la scelta è stata quella di lavorare da libera professionista in progetti in ambito forestale. Sono tornata alle Regole nel 2022, sempre nel ruolo di guardia boschi a Valbona, ma nel frattempo lavoro con un contratto da libera professionista anche con le Regole di San Vito, con funzione di segretaria. Ma questo incarico dovrò lasciarlo entro l'anno, poiché lavorare come direttrice del Parco delle Dolomiti d'Ampezzo mi impegnerà a tempo pieno». Al momento Siorpaes, dopo la nomina da parte della deputazione regoliera, sta facendo un periodo di affiancamento con Michele Da Pozzo prima di avere il contratto di assunzione, entro la fine del mese. «Con Michele stiamo facendo il passaggio di consegne», sottolinea. «Sento una grossa responsabilità, molte sono le pressioni esterne a Cortina sul turismo e l'ambiente, pressioni forti». Un esempio di pressione sull'ambiente è quello del lago di Sorapis, oggetto negli ultimi anni di un fenomeno di overtourism con evidenti danni all'ambiente. Una zona che è fuori dal Parco Naturale, ma che in futuro potrebbe essere inglobato nel perimetro dell'area protetta. «Potrebbe essere una buona soluzione», sottolinea la neo nominata direttrice del Parco, Martina Siorpaes, «per gestire i tanti
turisti che frequentano quell'area, perché lo faremmo noi direttamente in modo autonomo, con i nostri guardia parco, senza doverci affidare a persone esterne per la gestione delle sanzioni o altre azioni»
OLTRELEVETTE
CorrieredelleAlpi|5febbraio2026
p. 22
OltreleVettedaurlotremostreancoraaperte
Belluno
Oltre 4500 presenze agli oltre 40 eventi proposti al pubblico: sono i numeri della 29.a edizione di Oltre le Vette che si avvia alla chiusura. Tre le tre mostre della rassegna che saranno ancora visitabili a Palazzo Bembo, fino a domenica. La mostra Dolomiti: in cammino nella geologia della meraviglia osserva i seguenti orari: giovedì e venerdì dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 15 alle 18, il sabato e la domenica dalle 10 alle 12.30 e dalle 14.30 alle 18. Stessi giorni e orari anche per la mostra intitolata «Il mondo di una zecca» e «Cadore: fotografie del cambiamento». Tutte e tre le esposizioni si trovano al primo piano di Palazzo Bembo e sono a ingresso gratuito. «Un ottimo riscontro finora sia per le mostre a tema scientifico, come quella sulla geologia delle Dolomiti e quella relativa al fenomeno delle zecche, che quelle fotografiche dedicate al Cadore e a Loris De Barba, sia quelle artistiche come la mostra di ritratti al femminile di Roberta Cadorin che è stata anche la realizzatrice dell'immagine di questa edizione», spiega Valeria Benni, curatrice con Flavio Faoro, Diego Cason e Francesco Vascellari della rassegna culturale promossa dall'assessorato alla cultura del Comune con Fondazione Teatri delle Dolomiti e quest'anno intitolata: Neve? «Tutte le mostre hanno raggiunto un target abbastanza esteso: non solo over 40, ma anche giovani. Di ragazzi dai 25 ai 30 anni ne abbiamo visti molti, anche da fuori città, e questo è molto positivo», aggiunge Benni, che con Faoro auspica comunque un ritorno della manifestazione alla cadenza naturale di ottobre «considerando anche che alla prossima edizione Oltre le Vette compirà 30 anni».
TRECIMEDILAVAREDO:MOBILITA’
CorrieredelleAlpi|12febbraio2026
p. 28
UnafuniviaperarrivarealleTreCimeAuronzohagiàilprogettopronto
Francesco Dal Mas / auronzo
Alle Tre Cime di Lavaredo in funivia anziché in auto? «L'idea progettuale», come viene chiamata dal sindaco Dario Vecellio Galeno, «è già stata presentata in Regione Veneto da tempo, all'allora presidente Zaia e ai suoi collaboratori. Concluse le Olimpiadi, verrà illustrata anche ai nuovi
amministratori, a cominciare dall'assessore alle terre alte, Dario Bond. I turisti pretendono soggiorni sempre più sostenibili, di maggiore esperienza ed emozione? Siamo disponibili a togliere le auto dalla strada delle Tre Cime e a studiare un collegamento più compatibile, con un impianto a fune. Anzi, abbiamo individuato dei passaggi dove la funivia sarà quasi invisibile», afferma Vecellio. Ma c'è di più. Il parcheggio ai 2400 metri del rifugio Auronzo chiuderà per essere trasferito a Misurina, a ridosso del Lago? «Assolutamente no», risponde il sindaco. «Noi per la verità vorremmo liberare gradualmente dalle auto anche Misurina, attrezzandoci perché i turisti si fermino con le auto a valle. Anzi, siamo disponibili ad andare a raccoglierli presso gli alberghi e a trasportarli in navetta fino a Misurina o alla partenza dell'impianto a fune». A seguito dei primi confronti avuti con palazzo Balbi, sede della Regione, Auronzo capirà se metter mano o no al progetto. Il problema, precisano il sindaco e i suoi collaboratori, non è quello dei soldi. Sarà dunque quello degli ambientalisti? «Siamo d'accordo sulla necessità di liberare le Tre Cime e Misurina dalle auto», anticipa Luigi Casanova, presidente nazionale di Mountain Wilderness. «Non siamo pregiudizialmente contrari al trasporto a fune. Però vorremmo discuterne, perché avremmo qualcosa da proporre, come il sindaco sa bene. E soprattutto riteniamo che un progetto come questo debba essere condiviso anche con i sindaci della Val Pusteria, confinanti con Auronzo». L'anno scorso, in municipio ad Auronzo, si è tenuto un proficuo incontro tra l'amministrazione comunale e la rete ambientalista. Ed è stato molto apprezzata, come ricorda Casanova, la prima misura comunale di contenimento del traffico automobilistico verso le Tre Cime, «anche grazie ai maggiori costi del parcheggio». Gli ambientalisti ritengono che le auto possano trovare sostituzione in una rete di trasporto pubblico più capillare. «Comunque bisogna discuterne», aggiunge Casanova a proposito della funivia. «Stiamo infatti parlando di un territorio molto fragile ed ipertutelato. Che tale deve restare». Per l'amministrazione Vecellio l'esperimento della prenotazione del parcheggio ai piedi delle Tre Cime, che ha comportato la cancellazione delle storiche code, ha riscontrato un indubbio successo. E quest'estate verrà ripetuto, con nuove integrazioni. «Ma noi siamo convinti che la vera e più efficace alternativa alla gomma, sia proprio il trasporto a fune. Assicurando», tiene a ribadire il sindaco, «la tutela massima di un ambiente così delicato». Nell'incontro di fine marzo 2025, l'amministrazione aveva illustrato alle associazioni un progetto che prevede di chiudere il parcheggio del rifugio Auronzo e realizzare una cabinovia che parte da Misurina, alla quale si accederebbe solo prendendo la navetta a valle (da Auronzo, Dobbiaco e Cortina) con un servizio gestito dalla società che gestirà l'impianto e che dovrà essere sotto il controllo di Auronzo, in parte pubblica e in parte privata. Secondo lo studio, l'attuale stato della mobilità per il rifugio Auronzo implica fino a 140 g/km di CO2 per passeggero con l'auto privata e fino a 100 g/km per passeggero in caso di utilizzo del bus. Con la soluzione combinata di bus e impianto di risalita, le emissioni si dimezzerebbero a 70 g/km. Il risultato? Il taglio di 1.959 tonnellate di CO2 risparmiate, senza contare l'impatto visivo dei parcheggi, l'inquinamento acustico e il traffico veicolare da Misurina alle Tre Cime.
FLUSSITURISTICI
CorrieredelleAlpi|14febbraio2026
p. 14
Recorddituristi:oltre22milioniBoomdellamontagnaconun+10%
VENEZIA
Nuovo record storico per il turismo in Veneto: nel corso del 2025 ci sono stati oltre 22 milioni di arrivi e più di 74 milioni di presenze, con aumenti rispettivamente del 2,3% e dello 0,9% rispetto al 2024. Numeri che sono stati diffusi ieri dalla Regione, da considerarsi ancora ufficiosi fino pubblicazione ufficiale da parte di Istat. Il risultato è dovuto a un interesse in crescita sia da parte dei turisti italiani (+2,4% degli arrivi), sia dei turisti stranieri (+2,3%). Dati positivi sia per il comparto alberghiero (arrivi +1,2%, presenze +0,3%) sia per le strutture extralberghiere (arrivi +3,9%, presenze +1,4%). Gli alberghi accolgono la maggior parte dei clienti (56,8%), registrando il 41,4% dei pernottamenti complessivi. «Una conferma del comparto trainante della nostra economia regionale – commenta il vicepresidente e assessore a Turismo e Lavoro Lucas Pavanetto-. È un risultato che premia un lavoro importante degli operatori, delle associazioni di categoria, delle Dmo e delle strutture regionali. L'Amministrazione regionale continuerà a impegnarsi al fianco della filiera per consolidare ancora di più una posizione di cui siamo orgogliosi". In tutti i cinque comprensori che caratterizzano l'offerta veneta si assiste a un incremento degli arrivi e delle presenze. La maggior parte dei turisti giunge in Veneto per visitare una città d'arte (+1,6% degli arrivi e +0,9% delle presenze). I comuni costieri hanno registrato un +2,6% di arrivi e una sostanziale stabilità dei pernottamenti (+0,1%). Qui crescono sia gli stranieri che gli italiani, ma per questi ultimi la durata del soggiorno è per la prima volta inferiore alle cinque notti. Anche al lago la crescita dei turisti (arrivi +1,4%) e la più blanda delle presenze (+0,3%) indicano una permanenza media in leggera riduzione (giunge a 2,3 notti per gli italiani e 5 per gli stranieri). I buoni risultati delle destinazioni termali (arrivi +2,9%, presenze +0,8%) sono raggiunti grazie a una crescita degli italiani che sopperisce ampiamente alla riduzione degli strani eri. Complessivamente, però, è il comparto delle destinazioni montane a dimostrare la più importante crescita anno su anno, con oltre il 10% in più degli arrivi e quasi l'8% in più delle presenze, dove soprattutto i flussi internazionali fanno da traino. Bene anche per l'area Unesco del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene che registra nel 2025 un aumento dei consensi (arrivi +7,3% e presenze +8,5%). L'interesse dei turisti si mostra inoltre in lieve crescita nell'area dei Colli Euganei, riconosciuta nel 2024 dall'Unesco riserva Mondiale della Biosfera (arrivi +3,2%, presenze +0,8%). I dataset offerti dall'Osservatorio del Turismo Regionale Federato raccontano inoltre che il Veneto raggiunge complessivamente una reputazione online (sentiment) pari a quasi 86/100, e dunque un livello di gradimento medio-alto dell'offerta, in leggera crescita rispetto all'anno precedente. Gli aspetti più apprezzati sono la qualità dei servizi, il coinvolgimento dell'esperienza di visita e la componente culinaria (fonte Data Appeal per OTRF).
CorrieredelleAlpi|16febbraio2026
p. 25
Montagna,primisegnalidipresenzefuoristagioneAottobre+29percento
F.M.
LE preferenze
PADOVA Ma
«il dato più rilevante è quello della montagna: con l'avvicinarsi dell'evento olimpico sta vivendo un vero e proprio booster di crescita - spiega Massimiliano Schiavon, presidente di
Federalberghi -. Oggi la montagna veneta diventa la regina del turismo regionale, con risultati straordinari soprattutto nelle Dolomiti, che confermano la forza del posizionamento internazionale del territorio. Il Veneto dimostra ancora una volta di essere una destinazione completa, capace di crescere in modo equilibrato e di interpretare i nuovi trend del mercato con maturità e visione». Stando agli addetti ai lavori i Giochi Invernali in corso in questi giorni trascinano la montagna venete. Nel dettaglio, secondo l'analisi di Federalberghi, la montagna registra: un più 9,65 per cento nel solo mese di dicembre, in fase pre-evento olimpionico; un più 13 per cento a settembre 2025 rispetto a settembre 2024; un più 29,5 per cento a ottobre 2025 rispetto a ottobre 2024. «Proprio i mesi di settembre e ottobre, tradizionalmente di chiusura della stagione estiva, hanno evidenziato performance particolarmente rilevanti, segnale di una crescente destagionalizzazione» spiega Schiavon. Naturalmente non c'è solo la montagna. Dalla Regione fanno sapere che «in tutti i cinque comprensori che caratterizzano l'offerta veneta si assiste a un incremento degli arrivi e delle presenze. La maggior parte dei turisti giunge in Veneto per visitare una città d'arte (più 1,6 per cento degli arrivi e più 0,9 per cento delle presenze). E se «i comuni costieri hanno registrato un più 2,6 per cento di arrivi e una sostanziale stabilità dei pernottamenti (più 0,1 per cento)» i buoni risultati delle destinazioni termali (arrivi più 2,9 per cento, presenze più 0,8 per cento) «sono raggiunti grazie a una crescita degli italiani che sopperisce ampiamente alla riduzione degli stranieri». A fare sintesi «in tutti i cinque comprensori che caratterizzano l'offerta veneta si assiste a un incremento degli arrivi e delle presenze. Bene anche per l'area Unesco del prosecco di Conegliano e Valdobbiadene che registra nel 2025 un aumento dei consensi mentre l'interesse dei turisti si mostra inoltre in lieve crescita nell'area dei Colli Euganei, riconosciuta nel 2024 dall'Unesco riserva Mondiale della biosfera. Il vice presidente della Regione e assessore a Turismo e Lavoro Lucas Pavanetto osserva che «è importante guardare al 2026 in una logica di consolidamento della governance e di concreta attuazione della visione strategica del turismo veneto». Quindi «il comparto sta vivendo una trasformazione strutturale dei comportamenti dei viaggiatori e delle dinamiche di domanda: oggi i viaggiatori fanno scelte più consapevoli e orientate alla qualità dell'esperienza». E tra qualche settimana si aprirà la sfida post Olimpiadi.
IlGazzettino|19febbraio2026
p. 6, edizione Belluno
Turismo,2025boom:4.3milionidipresenze
DAMIANO TORMEN
L’ANALISI BELLUNO
Non si può ancora parlare di effetto olimpico: quello si vedrà tra qualche mese e si misurerà negli anni, così si augurano gli addetti ai lavori. Ma intanto la provincia di Belluno continua la sua scalata sulle vette del turismo. Nel 2025 ha registrato un nuovo boom, e un nuovo piccolo record: quasi 4,4 milioni di presenze e 1,3 milioni di arrivi. Numeri che non si vedevano da più di quindici anni, dai tempi in cui le vacanze andavano fortissimo e non si annusavano ancora le conseguenze delle crisi economiche degli anni Duemila. Tra l'altro, il trend è di crescita continua: dopo il Covid, il turismo made in Belluno non ha smesso di crescere. E anzi, ha mostrato una tendenza sempre più internazionale. I NUMERI Il quadro scattato dai dati Istat relativi al 2025 parla chiaro: nei dodici mesi appena trascorsi in provincia di Belluno sono arrivati 1.306.073 turisti: il dato del 2024 si era fermato a quota 1.174.998, il che significa un aumento anno su anno
dell'11,2%. Mica male. Il dato più significativo però è quello delle presenze, perché è su quelle che si fa il business. Ebbene, nel 2025 se ne totalizzano 4.334.691, contro le 4.018.240 di un anno prima. Vuol dire +7,9%, un balzo in avanti che supera addirittura quello del 2024 sul 2023, quando il segno positivo era stato del 7,3%. Il boom riguarda soprattutto le Dolomiti, area olimpica con Cortina, ma soprattutto area dello sci invernale e della vacanza climatica d'estate. I comprensori dolomitici hanno registrato un +11,7% negli arrivi (1.118.616 nel 2025 contro i 1.001.439 nel 2024) e un + 8,1% nelle presenze (sono state 3.834.235 nel 2025 contro le 3.547.905 nel 2024). Ma anche la Valbelluna e l'Alpago tengono il passo: gli arrivi sono aumentati dell'8% e le presenze del 6,4% (500.456 contro 470.335). Interessante il fatto che nello stesso periodo di tempo Bibione, Venezia e Padova segnino una flessione di turisti. SPINTA INTERNAZIONALE Dici Dolomiti e pensi Asia. Proprio così. A trainare il mercato vacanziero bellunese sono soprattutto gli stranieri, perché gli italiani, punto di riferimento degli alberghi fino a un decennio fa, sono in calo. Nei numeri dominano invece i turisti dall'estero: gli arrivi stranieri nel 2025 sono stati ben 745.294, +20,2% rispetto al 2024; e le presenze estere superano di slancio i 2,2 milioni (+17,1%). Asia, si diceva: nell'ultimo anno sono state quasi 100mila le presenze da Cina, Giappone, Corea del Sud e India. Poche? In termini assoluti sì. Ma dieci anni fa a stento si arrivava a quota 30mila. Quanto ai numeri assoluti, i turisti stranieri arrivano soprattutto da Europa e America. L’estate è dei tedeschi, dei francesi, degli olandesi e degli inglesi, appassionati di uscite outdoor e di escursionismo. L’inverno parla sempre più spesso con gli accenti dell’est, Polonia (che da sola fa oltre 200mila presenze nel 2025), Repubblica Ceca (quasi 145mila presenze) e Romania. Italiani e stranieri sono d’accordo su una cosa: preferiscono sempre di più b&b, rifugi, case vacanza e campeggi. Difatti, le presenze extralberghiere ormai hanno superato quelle alberghiere. Damiano Tormen © RIPRODUZIONE RISERVATA.
CRISICLIMATICA
IlGazzettino|19febbraio2026
p.52, edizione Belluno
ICEMEMORYLABANCADELGHIACCIOA-52GRADI
STEFANO ARDITO
cosa serve portare del ghiaccio in Antartide? Nei mesi scorsi un team di ricercatori e scienziati italiani, svizzeri e francesi, con il patrocinio della World Meteorological Organization e dell’Unesco, si è dedicata proprio a questo. Ben 17 quintali di “carote” di ghiaccio, estratte negli scorsi anni dalle colate glaciali del Grand Combin e del Monte Bianco, sono stati trasportati con un viaggio durato 50 giorni dalla nave rompighiaccio italiana Laura Bassi fino al Mare di Ross e alla base italiana Zucchelli, sulla costa dell’Antartide. CONSERVAZIONE Il viaggio, a una temperatura costante di -20 gradi, è proseguito in aereo fino alla base italo-francese Concordia, sull’altopiano antartico a 3.233 metri di quota, a poca distanza dal Polo Sud geografico. Lì, nel luogo più freddo della Terra, il ghiaccio estratto sulle Alpi è stato immagazzinato in un tunnel lungo 35 metri e largo 5, scavato a 800 metri dagli edifici della base, alla temperatura costante di -52 gradi. Mercoledì 14 gennaio, giorno dell’inaugurazione del sito, in superficie c’era il sole, il termometro segnava -32 gradi, il vento era quasi assente. Tra qualche mese, con i blizzard dell’inverno antartico, le temperature all’esterno e all’interno del
tunnel diventeranno simili. «Dal 2015 a oggi, nel quadro del progetto Ice Memory, abbiamo estratto una decina di “carote” di ghiaccio, sulle Alpi e su altre catene montuose del pianeta, in futuro ne preleveremo altre. Lo scopo è di studiare i cambiamenti del clima della Terra grazie alle sostanze rimaste intrappolate in passato nel ghiaccio». A spiegarlo è il professor Carlo Barbante dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, ideatore del progetto, al quale lavorano il Cnr italiano, il suo omologo francese Cnrs, l’Université Grenoble-Alpes, l'Institut de Recherche pour le Développement transalpino e il Paul Scherrer Institut elvetico. Il giorno dell’inaugurazione del deposito alla base Concordia, che ha visto la partecipazione online di oltre 200 tra ricercatori e giornalisti di tutto il mondo, hanno ribadito il loro appoggio a Ice Memory rappresentanti del Programma nazionale di Ricerca Antartica e del Ministero dell'Università e della Ricerca. Il principale partner economico del progetto è però la Fondazione Principe Alberto II di Monaco, un capo di Stato che si è sempre impegnato, sugli oceani e in montagna, per la ricerca e l’ambiente. «La ricerca sul clima del passato consente di mitigare gli effetti del cambiamento climatico, e di fenomeni potenzialmente devastanti come i monsoni. E lo permetterà ancora di più in futuro, quando esisteranno metodi e strumenti migliori» prosegue Barbante. «Nei prossimi anni estrarremo altre “carote” di ghiaccio. Ma dobbiamo fare in fretta, perché l’acqua di scioglimento che corre all’interno delle colate rischia di portar via rapidamente i materiali da studiare». LA RICERCA In dieci anni di attività, le trivelle dei ricercatori di Ice Memory hanno scavato sui grandi ghiacciai del Monte Bianco e del Monte Rosa, e su piccole colate a un passo dall’estinzione come il Calderone del Gran Sasso e il ghiacciaio del Montasio in Friuli. Nella prossima estate si lavorerà in Pakistan, ai piedi dei 7.027 metri dello Spantik. Nel 2025 il Tagikistan ha estratto con l’aiuto svizzero e donato al progetto una “carota” estratta a 5.800 metri di quota sul ghiacciaio di Kon Chukurbashi, nel Pamir. Parte del ghiaccio riportato alla luce sta già venendo analizzato nei laboratori dell'Università Ca’ Foscari e di altri istituti. I pollini rimasti bloccati nel ghiaccio raccontano le variazioni del clima nel tempo, la polvere lavica le eruzioni dei vulcani come il Krakatoa e il Vesuvio. La decisione di portare il resto del "bottino" in Antartide ha un valore simbolico, e serve a conservarlo in attesa di metodi di analisi migliori. IL CONTRIBUTO «I campioni di ghiaccio, con le loro informazioni uniche, sono un bene comune globale e devono restare accessibili a tutta l’umanità. Il trasporto in Antartide, dove non esistono confini e sovranità nazionali, serve a questo. È il nostro contributo al Decennio delle Nazioni Unite per le Scienze della Criosfera, che è iniziato nel 2025» spiega il professor Thomas Stocker, climatologo dell’Università di Berna e presidente della Ice Memory Foundation. Ricordano l’importanza della ricerca sul clima attraverso le “carote” di ghiaccio anche scienziati abituati a climi decisamente più caldi come la mozambicana Lidia Brito dell’Unesco. «Ogni anno sulla Terra si sciolgono 300 miliardi di tonnellate di ghiaccio, riducendo drammaticamente le scorte di acqua potabile e per irrigare a disposizione della popolazione» ricorda Celeste Saulo, argentina, presidente della World Meteorological Organization. Anche Thomas Stocker, Carlo Barbante e gli altri ricercatori di Ice Memory ricordano che il tempo per intervenire non è molto. Sulla porta della grotta-santuario del ghiaccio, accanto alla base Concordia, un ricercatore senza nome ha scritto due parole in latino, seguite da un punto interrogativo. La domanda “quo vadis?”, “dove vai?”, rivolta all’intera umanità, ricorda a tutti noi l’importanza dello studio (e del rispetto) del clima della Terra
IlT|20febbraio2026
p. 13
«Crisiclimatica,laneveartificialeèunaformadimaladattamento»
Più densa, «molle» e più scura: con l'aumento delle temperature la neve - oltre a farsi più raracambia aspetto e consistenza. Sarebbe uno dei tanti segnali che impongono una riflessione profonda al mondo degli sport invernali, ma invece ci si illude che soluzioni temporanee come la neve artificiale siano sufficienti, quando sono solo forme di «maladattamento» che rischiano di peggiorare la situazione. È severo il giudizio di Elisa Palazzi, climatologa al Dipartimento di Fisica dell'Università di Torino, sulla sostenibilità dei Giochi. La studiosa, attivissima anche nella divulgazione scientifica (ideatrice del festival «Un grado e mezzo», autrice di numerosi libri, nota al pubblico anche per la trasmissione Geo), interverrà sabato a «Gimme Five», la rassegna realizzata a Trento nell'ambito dei Giochi, nell'incontro «In questo inverno c'è qualcosa che non va», in cui si confronterà con il presidente di Confindustria Trento e amministratore delegato de La Sportiva Lorenzo Delladio, il professor Umberto Martini dell'Università di Trento e il coordinatore scientifico del Festival della Meteorologia Dino Zardi. Elisa Palazzi, partiamo dal titolo dell'incontro: che cosa c'è «che non va» in questo inverno? «Il titolo si applica a diversi inverni recenti per evidenziare come, con il cambiamento climatico, siano cambiate le stagioni e tra queste anche l'inverno. Guardando le tendenze a lungo termine notiamo un inverno che si è accorciato, con un arrivo tardivo della neve e una fusione precoce. In generale, negli inverni recenti c'è qualcosa che non va».
Quest'anno però, alla fine la neve è arrivata. Giusto in tempo…
«Siamo contenti che alla fine sia arrivata, un po' di sollievo lo dà. Ma per capire se questa neve contribuirà a una buona salute della montagna bisogna aspettare di vedere quanta di quella caduta in inverno resterà. Il bilancio di una montagna, dal punto di vista di un ghiacciaio, si vede dopo l'estate».
Alcuni giorni di gara hanno visto temperature al di sopra delle medie e alcuni atleti si sono lamentati della neve «molle». Sta cambiando anche la qualità della neve?
«Sì. Al di là del caso specifico, la neve tende a essere più densa rispetto al passato, cioè contiene meno aria e più acqua. È meno leggera, meno farinosa, e questo la rende anche più incline a fenomeni di valanga da neve umida o slittamento, con un aumento dei rischi. C'è anche un aspetto che riguarda il colore della neve».
Di cosa si tratta?
«È un fenomeno legato a materiali inquinanti che si depositano sulla neve. Attraverso la circolazione atmosferica possono arrivare in quota e, se sono particolato fine contenente carbonio, il "black carbon", quando si deposita sul manto nevoso lo scurisce. E questo, a sua volta, ne facilita la fusione».
Le Paralimpiadi però saranno a marzo. C'è da stare tranquilli?
«Al di là di sorprese meteorologiche, è ovvio che più avanti si va nella stagione, più aumenta la probabilità che temperature elevate possano fondere rapidamente la neve, rendendo la gestione dell'intero sistema più complessa. Negli ultimi anni le temperature medie sono aumentate e marzo è un mese più variabile».
Un posto come Cortina sarà in grado di ospitare ancora i Giochi?
«Questo non posso dirlo, ma penso che un evento di questo tipo nel nostro territorio, con le tendenze climatiche attuali, si sarebbe magari potuto organizzare un po' diversamente, dando più spazio alla sostenibilità e al contrasto alla crisi climatica. Nel lungo periodo, le località sotto i 1.500 metri saranno più esposte a temperature medie più alte e a finestre di freddo più brevi per produrre neve».
Il Comitato olimpico internazionale sta cercando possibili soluzioni per dare un futuro ai Giochi: per esempio farli ruotare tra una ristretta cerchia permanente di siti idonei e anticiparli all'inizio della stagione. Basterà?
«Non credo che si possa individuare un periodo o un luogo "magico" per non avere problemi. Sicuramente si possono fare studi per individuare zone che in determinati periodi siano meno vulnerabili, da utilizzare in modo permanente, anche per evitare la costruzione di nuove infrastrutture inutili. Ma, in ogni caso, anche queste località potranno scaldarsi e doversi affidare sempre più all'innevamento artificiale. Bisogna vedere se le soluzioni sarebbero accettabili. Quello che serve è un ragionamento serio sui costi, inclusi quelli ambientali».
La neve artificiale ci salverà? Fino a quando?
«La neve artificiale può essere una soluzione legata a un preciso momento, ma non si può pensare di affidarvi un settore economico nel lungo termine. È energeticamente dispendiosa, richiede molta acqua, danneggia gli ecosistemi, cambia la permeabilità dei suoli e i cicli di gelo e disgelo. Inoltre le piste necessitano di una continua lavorazione meccanica, perché è più densa della neve naturale. Per questo non è una forma di adattamento al cambiamento climatico. È piuttosto il contrario, una forma di "maladattamento": costosa e incapace di portare all'effetto desiderato».
A proposito di vero adattamento, non c'è ancora spazio per i Giochi invernali e gli sport sulla neve?
«Non sto dicendo che bisogna chiudere tutto o interrompere i Giochi definitivamente. Ma neanche farli a tutti i costi, soprattutto se questi costi non includono gli impatti ambientali, oltre che sociali ed economici. Quello che è certo, ma che non si vuole ammettere, è che andiamo incontro a un clima più caldo e con meno neve naturale, e questo deve portare necessariamente a rivalutare certe attività».
COLLEGAMENTOAPOLLONIO–SOCREPES
CorrieredelleAlpi|27febbraio2026
p. 28
Cabinoviacostruitasullafrana:laProcurahaapertoun'inchiesta
Gigi Sosso / CORTINA
La cabinovia sulla frana. La Procura della Repubblica di Belluno ha aperto un fascicolo sulla Apollonio-Socrepes di Cortina. Quella che doveva essere operativa per le già finite Olimpiadi 2026, mentre in realtà solo martedì sera è stata fatta girare la prima cabina di collaudo e, comunque, c'è stato il cedimento di un cassero del muro al futuro sottopasso della stazione di Mortisa. Il sostituto procuratore Simone Marcon vuole vedere le carte, esaminando l'attività amministrativa che ha portato al permesso a costruire la struttura voluta da Simico, la Società infrastrutture Milano Cortina 2026. Non ci sarebbero stati ancora accessi agli uffici del Comune ampezzano da parte della Polizia giudiziaria, ma dovrebbero cominciare dopo la conclusione delle Paralimpiadi. Difficile immaginare un'acquisizione di atti in mondovisione, dalla Cnn alla più piccola delle emittenti locali. La discrezione è d'obbligo, quando c'è di mezzo il segreto istruttorio. L'inchiesta è ancora contro ignoti, mentre le ipotesi di reato sono state suggerire dagli avvocati trevigiani Primo Andrea e Alessandro Michielan in un esposto firmato da residenti e
proprietari di case del villaggio storico di Lacedel, ubicato vicino alla stazione di arrivo della cabinovia, accanto alla strada regionale 48 delle Dolomiti. Le ipotesi di reato sono quelle di disastro e frana colposi, oltre a violazioni al Testo unico sulla sicurezza sul lavoro: non ci sarebbe un piano unitario di sicurezza per cantieri interferenti e non si sarebbe ubbidito alle prescrizioni del decreto di compatibilità ambientale regionale. Di fronte a un esposto la magistratura esercita obbligatoriamente l'azione penale e si comincerà dunque da tutta una serie di accertamenti, che coinvolgeranno non solo gli amministratori, ma anche e soprattutto i geologi, cioè gli esperti che hanno convinto chi ne ha il potere a rilasciare il permesso, perché era tutto in ordine e non c'erano pericoli evidenti. Di sicuro c'è l'evento accaduto tra il 29 e il 30 agosto dello scorso anno: una frattura, una formazione di frana, di oltre 30 metri di lunghezza su un versante localizzato a Socrepes, a monte dell'abitato di Lacedel. La frattura inizialmente mostrava un'apertura di circa 30 centimetri al piano di campagna, mentre il terreno immediatamente a valle risultava visibilmente abbassato di oltre 30 centimetri. Il fenomeno è peggiorato nei giorni successivi e la frattura si è allungata fino a oltre 40 metri, con un abbassamento superiore ai 50 centimetri del terreno. Segnali inequivocabili di pericolo. Allo stesso tempo è stata rilevata anche la deformazione del muro di contenimento in cemento armato del cantiere adiacente a quello della stazione di arrivo della cabinovia ApollonioSocrepes, ovvero quello per la ricostruzione dello ski bar Ria de Saco - Kraler. A conferma di un movimento franoso profondo e non superficiale, che coinvolge l'intera lunghezza del pendio. Il pendio interessato dalla frana si collocava in prossimità di tre cantieri in attività interferenti: quello della cabinovia Apollonio-Socrepes realizzata da Simico, quello dello ski bar della società Franz Kraler e la nuova cabinovia Sem 243 Lacedel-Socrepes dell'Ista. Poco meno che certa, ora, la nomina di un consulente tecnico, che aiuti il magistrato a individuare eventuali profili di colpa.
PRUDENZAINMONTAGNAEMONTAGNACONSAPEVOLE
CorrieredelTrentino|1febbraio2026
p. 5
Valanghe,rischioaltosuiversanti«Crepeerumori?Sitornaindietro»
Matteo Sannicolò
Trento
Ci sono momenti, periodi dell’anno, in cui il rischio è decisamente più elevato. Le due valanghe scese venerdì pomeriggio, rispettivamente sul Passo del Tonale e sulla Marmolada, rappresentano un chiaro segnale lanciato direttamente dalla montagna a tutti gli escursionisti che, in questi giorni, si stanno avventurando sui versanti trentini. L’attenzione deve essere massima e, se questa non bastasse, si deve sperare nella Dea Bendata. Quella fortuna che hanno avuto gli scialpinisti travolti venerdì, tre dei quali sommersi dalla nave ma usciti miracolosamente illesi. «È il problema degli ultimi anni spiega Walter Cainelli, presidente del soccorso alpino del Trentino . Nevica poco e ci sono periodi di “freddo-caldo-freddo-caldo”: sul fondo si creano così questi “calici di brina” che rendono difficile l’attaccamento del manto nevoso al terreno». Tecnicamente, le due valanghe avvenute venerdì le prime della stagione vengono appunto chiamate «valanghe di fondo». Sempre più frequenti a causa degli effetti del cambiamento climatico. Ciò non significa dover rinunciare a priori ad una escursione in alta
quota, ma piuttosto partire tenendo bene a mente alcune regole del mestiere. Accorgimenti che possono davvero fare la differenza. «Prima di affrontare certi pendii continua Cainelli è fondamentale dare un’occhiata al bollettino valanghe, per farsi una prima idea del rischio». Dopodiché, risulta indispensabile avere una conoscenza personale della montagna: «La lettura dei pendii, delle precipitazioni, degli accumuli da vento... rimarca il presidente del soccorso alpino . È importante pianificare l’itinerario e continuare a monitorare le situazioni per tutta la durata dell’escursione». Insomma, tenere sempre gli occhi aperti e le orecchie dritte. «Bisogna essere in grado di notare le crepe sul manto nevoso, e saper riconoscere l’inconfondibile rumore che fa la neve quando inizia a cedere», sottolinea Cainelli, che consiglia: «Questi sono tutti segnali d’allarme: quando si verificano è meglio tornare indietro, è meglio rinunciare. Anche se giunti a quel punto è già molto pericoloso». Dunque: conoscenza, addestramento e, ovviamente, attrezzatura. Quella che non deve mai mancare, come l’Artva, la pala e la sonda. Il primo è un apparecchio elettronico, un ricetrasmettitore che va sempre indossato a tracolla e sotto gli indumenti, e riveste un doppio ruolo: in condizioni normali, per l’intera durata dell’escursione trasmette impulsi radio che, in caso di travolgimento da valanga, possono essere rilevati da un soccorritore, anch’esso dotato di Artva. E tramite un commutatore l’Artva stesso si trasforma in un ricevitore, capace di localizzare una persona sotto la neve e consentire così ai compagni di prestare l’immediato soccorso. Pala e sonda sono invece indispensabili per recuperare la perso na una volta rintracciata la sua posizione. Attualmente, Cainelli spiega come il rischio valanga sia «elevato praticamente in tutto il territorio». Quello della «Sgualdrina», sul passo del Tonale (dove venerdì è scesa la prima delle due valanghe) è praticamente uno degli itinerari più conosciuti e amati da tutti gli appassionati di freeride in Trentino. «Per questo riprende il numero uno del soccorso alpino se molto frequentato può esserci un aumento del rischio di distacchi nevosi». In quel caso le persone coinvolte, oltre ad essere state a dir poco fortunate, hanno dimostrato di saper gestire al meglio una situazione potenzialmente tragica. I cinque escursionisti rimasti in superficie, infatti, sono riusciti in pochissimo tempo a rintracciare i tre compagni sepolti nella neve, per poi tirarli fuori prima che fosse troppo tardi. L’elicottero che si è alzato in volo da Trento, è tornato alla base ancor prima di raggiungere il luogo dell’incidente. «Sono stati davvero bravi confessa Cainelli . Si può essere anche molto preparati, ma in montagna è impossibile prevedere ogni singola cosa». C’è comunque ottimismo per il futuro, visto che a partire da domani sulle vette del Trentino dovrebbe abbattersi un’altra precipitazione nevosa importante, capace di portare mediamente in quota almeno cinquanta centimetri. Questo permetterebbe la formazione di un secondo strato significativo e potrebbe rendere più sicuri tutti i versanti, che al momento sono instabili a causa delle poche nevicate e della continua alternanza di temperature calde e fredde. «Ora vediamo con le prossime nevicate conclude Cainelli . Con un ulteriore strato di neve la situazione potrebbe anche migliorare, ma ci vuole uno spessore davvero importante».
NOTIZIEDAIRIFUGI
CorrieredelleAlpi|17febbraio2026
p. 22
StradadelrifugioDalPiaz«Viaallasistemazioneappenaandràvialaneve»
RAFFAELE SCOTTINI
Riaprire il rifugio Dal Piaz con la nuova gestione e la strada di accesso rimessa a nuovo. Mentre è in corso la procedura per assegnare per i prossimi tre anni la struttura, il Cai di Feltre, abituato a camminare sempre verso nuovi traguardi, vede avvicinarsi l'atteso inizio dei lavori di sistemazione della strada. «Parlando con il commissario del Parco delle Dolomiti, Ennio Vigne, i lavori di sistemazione della strada di accesso, che attendiamo ormai da un po' di tempo, dovrebbero partire appena va via la neve, prima che riapra il rifugio», dice il presidente della sezione Cai di Feltre, Renzo Zollet. L'intervento è inserito nella convenzione tra Veneto Strade e il comitato di gestione del Fondo Comuni Confinanti relativa al miglioramento della viabilità di accesso a malghe e rifugi nei territori del Parco, a beneficio di coloro che lavorano in quota ma anche degli escursionisti. «È una strada ex militare, che serve anche la malga, oltre che il rifugio», sottolinea Zollet. «C'è anche la sorgente che porta l'acqua sia alla malga che al rifugio, e la strada serve per quelli che lavorano là». «Con l'aiuto del reparto carabinieri biodiversità guidato dal colonnello Elisabetta Tropea sono state messe a posto le canalette di scolo, però è necessario il ripristino generale con la sistemazione del fondo e dei muretti a secco. L'obiettivo è arrivare con la strada messa a posto quando il rifugio riaprirà», spiega Zollet. «L'apertura del Dal Piaz è fissata a giugno, però può avvenire anche prima se il tempo lo consente. Entro febbraio si saprà chi farà il gestore e dopo se ne parlerà insieme. Vediamo chi lo prende». Il bando prevede infatti che il gestore debba tenere aperto il rifugio un minimo di 80 giorni da giugno a settembre, ma le condizioni e la posizione del Dal Piaz permettono un'apertura ben più ampia e sta al rifugista discrezionalmente tenere aperto di più, anche perché questo è uno dei requisiti per l'aggiudicazione. Intanto la commissione esaminatrice ha ristretto a tre la rosa dei candidati, che verranno convocati separatamente per il colloquio. Erano state undici le richieste arrivate alla sezione per la struttura situata nelle Vette Feltrine, in Comune di Sovramonte, all'interno del Parco, fiore all'occhiello del Cai di Feltre e molto amata dai feltrini e non solo. Sul fronte infrastrutturale, il rifugio è stato oggetto di un importante intervento di ammodernamento. È stata installata una nuova pompa di calore, 22 nuovi pannelli fotovoltaici hanno sostituito quelli ormai obsoleti e le vecchie batterie sono state rimpiazzate con due nuove unità da 20 kiloWattora ciascuna. «I pannelli sono già in funzione e rendono bene, ma i collegamenti elettrici sono ancora quelli di prima e vanno adeguati», spiega il presidente del Cai. Che aggiunge: «Abbiamo qualche lavoro da fare sul rifugio, con l'aiuto del Parco. Una falda del tetto, dove c'è il caminetto, ha delle perdite che vanno riparate. Abbiamo già incaricato un esperto. Bisognerebbe anche rinnovare i servizi igienici, ormai datati».
CorrieredelleAlpi|25febbraio2026
p. 24
SceltiinuovigestoridelRifugioDalPiaz
Raffaele Scottini
FELTRE
Il rifugio Dal Piaz ha i suoi nuovi gestori. Si tratta di Alex D'Incà e Christian Gris, rispettivamente di Santa Giustina e Cesiomaggiore. Due giovani Under 35, Alex classe 1993 e Christian nato nel 1991, frequentatori abituali e conoscitori delle nostre montagne, portano in dote la loro esperienza all'interno di rifugi e altre strutture ricettive, nell'ambito della cucina e del servizio al cliente. «Siamo molto contenti della scelta fatta e certi che metteranno tutte le loro conoscenze,
competenze ed entusiasmo nella gestione del rifugio», annuncia il direttivo del Cai di Feltre, proprietario della struttura situata nelle Vette Feltrine, in Comune di Sovramonte, all'interno del Parco nazionale Dolomiti Bellunesi. «Si apre un nuovo capitolo», dice il presidente della sezione Renzo Zollet. «Sono ben motivati». La durata del contratto è triennale, con possibilità di rinnovo. «Abbiamo affinato il processo di selezione rispetto al passato, affidando la scelta del nuovo gestore a una commissione di cinque persone di età diverse, appartenenti o meno al consiglio del Cai, con formazioni diverse in modo da avere uno sguardo quanto più rotondo possibile», spiega Stefano Zannini del Cai, che ha seguito da vicino la procedura di affidamento. «Abbiamo ricevuto undici candidature, valutate in funzione di una trentina di criteri, dal curriculum all'esperienza all'interno di rifugi, in ambito di strutture ricettive e di ristorazione, dalla conoscenza delle lingue alle competenze informatiche, conoscenza del territorio, progetto di gestione». La valutazione è stata fatta in maniera indipendente dai cinque commissari, che poi si sono ritrovati per un confronto. Ne sono usciti tre nominativi, che sono stati chiamati per un colloquio. «Cercavamo un candidato che avesse competenze e capacità», spiega Stefano Zannini. «Si intende esperienza in rifugio, capacità in cucina, manualità con macchinari come quelli che si possono trovare in rifugio. Nel colloquio poi, quello che abbiamo voluto guardare era il livello di motivazione, di entusiasmo, il fatto che fosse una persona che si dedicasse completamente al rifugio e quindi che non lo facesse come secondo lavoro, e che avesse un'ampia disponibilità alle aperture oltre la stagione estiva». Il Cai di Feltre ritiene infatti che il Dal Piaz abbia un enorme potenziale al di là del trimestre più caldo, con l'idea di una struttura ricettiva anche in periodo dell'anno in cui gli altri rifugi sono chiusi. «Siamo arrivati alla scelta di questi due ragazzi in funzione di questi parametri», sottolinea Zannini. «Alex D'Incà e Christian Gris, tra l'uno e l'altro, hanno capacità complementari, chi in cucina e chi al servizio di clienti, e un'esperienza di lavoro all'interno di un rifugio. Sono grandi frequentatori, appassionati e conoscitori di queste montagne».
NOTIZIEDALSOCCORSOALPINO
IlGazzettino|4febbraio2026
p. 3, edizione Belluno
Soccorsoalpinoinprimalinea:«Collaboriamoneisoccorsi»
IL SUPPORTO BELLUNO Anche il Soccorso alpino scende in campo per le Olimpiadi. In primissima linea. Il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico sarà impegnato, in collaborazione con il sistema sanitario, con gli organizzatori e con le strutture di Protezione Civile, nelle attività di prevenzione, assistenza e soccorso tecnico–sanitario per i Giochi. La presenza del Soccorso Alpino e Speleologico rappresenta un tassello fondamentale del sistema di sicurezza predisposto per l’evento, grazie all’esperienza maturata in decenni di interventi in ambiente montano e impervio e alla costante sinergia con le istituzioni locali, regionali e nazionali. «I tecnici e i sanitari del Soccorso Alpino opereranno in stretto coordinamento con le centrali operative del servizio di emergenza–urgenza, le aziende sanitarie, le Forze dell’Ordine e gli Enti organizzatori, assicurando professionalità, tempestività e capacità di intervento in scenari complessi e ad alta affluenza di pubblico» fanno sapere i vertici del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico. «Il nostro impegno si inserisce in un modello organizzativo già collaudato
durante competizioni internazionali, eventi sportivi di rilievo e manifestazioni di massa, dove la specializzazione degli operatori nel soccorso in montagna, su neve e ghiaccio, e in contesti difficilmente accessibili ha rappresentato un elemento determinante per la tutela degli atleti, degli staff e degli spettatori». LA LOGISTICA L’attività del Cnsas durante i Giochi vedrà il coinvolgimento diretto delle strutture territoriali delle regioni e delle province interessate dalle venue olimpiche e paralimpiche, con un impiego articolato in funzione delle specificità dei luoghi e delle discipline sportive ospitate. Differenza di spiegamento di forze quindi tra Milano, Trentino Alto Adige e Veneto. Nel territorio veneto, e in particolare nell’area di Cortina d’Ampezzo, il Soccorso Alpino sarà coinvolto nelle attività di assistenza sanitaria e di coordinamento dei soccorsi all’interno delle venue, con personale qualificato presente in turno presso le aree di gara e le strutture operative. A questo si affiancherà un servizio di reperibilità e supporto sul territorio, in funzione delle esigenze legate alle manifestazioni sportive e agli eventi collaterali. «Per il Soccorso Alpino e Speleologico - concludono dal Cnsas - essere parte del sistema di sicurezza di questa manifestazione internazionale significa mettere a disposizione competenze, esperienza e spirito di volontariato al servizio degli atleti, degli operatori e del pubblico, confermando la missione del Cnsas di tutela della vita umana e di presidio responsabile della montagna».
NOTIZIEDAICLUBALPINI
MessaggeroVeneto|9febbraio2026
p. 18
IlpresidentedelCai:«Sequalcunosifamalel'interventorestigratis»
GIACOMINA PELLIZZARI
Giacomina Pellizzari
«Se il numero dei soccorsi determinati da comportamenti irresponsabili rimane limitato come lo è ora in regione non è il caso di far pagare il servizio». Giovanni Duratti, il presidente del Cai Friuli Venezia Giulia, non ha alcun dubbio: chi si trova in difficoltà in montagna ha diritto di essere soccorso senza dover pagare il ticket. A prescindere se ha raggiunto la cima calzando scarpe inadeguate o se ha chiesto aiuto inutilmente dopo essere stato sopraffatto dalla panico. Il tema è all'ordine del giorno non solo perché il Governo ha riformulato l'emendamento alla manovra per introdurre il pagamento del soccorso alpino della Guardia di finanza nel caso di allertamenti ingiustificati, ma soprattutto perché il Cai teme di ottenere l'effetto contrario: l'eventuale servizio a pagamento potrebbe dissuadere gli escursionisti dal chiedere aiuto. L'obiettivo «Se qualcuno si fa male in montagna il soccorso alpino deve intervenire gratuitamente anche se il malcapitato non ha osservato tutte le norme di sicurezza», insiste Duratti nel ritenere assurdo, in presenza di traumi e ferite, pretendere il pagamento del servizio. Anche perché nelle regioni, come il Veneto e il Trentino, dove a fronte di soccorsi senza feriti il pagamento è già previsto non è così facile recuperare tutte le somme. «Le Regioni che hanno introdotto il pagamento si trovano spesso a dover rispondere alle lettere inviate dagli avvocati per conto dei loro assistiti» continua Duratti nel ribadire che la percentuale dei mancati incassi è piuttosto elevata nonostante il Cai rimborsi ai suoi iscritti le spese sostenute fuori regione. La questione è delicata. In primo luogo non è sempre facile determinare quando un escursionista non ha valutato le sue
possibilità e quando chiama inutilmente i soccorsi. Il Cai ne è convinto nonostante sia altrettanto vero che alcune persone continuano ad allertare i soccorsi per niente: «Questi atteggiamenti – la sottolineatura ancora del presidente Duratti – sono, a usare un eufemismo, irritanti». Il progetto Proprio perché il popolo della montagna agisce anche con leggerezza, il Cai, in collaborazione con l'università di Bergamo, promuove un progetto di sensibilizzazione sulla sicurezza degli escursionisti. Finanziato dall'Unione europea, il progetto sta entrando nella seconda fase, quella che prevede l'individuazione di rifugi dove poter testare e monitorare i comportamenti degli ospiti. «Puntiamo sui rifugi – spiega il vicepresidente del Club arc alpin (Caa), Antonio Zambon – perché, rispetto al passato, i rifugisti vedono fruire la montagna in modo diverso: i clienti oggi pretendono di trovare la Coca Cola e il gelato nei rifugi. Questo diverso modo di vivere la montagna spesso spinge le persone a sottovalutare i rischi ecco perché stiamo cercando di individuare alcuni rifugi pilota tra la Slovenia, il parco del Triglav e le Alpi Giulie». I consigli L'informazione e la sensibilizzazione sui rischi che si possono correre in montagna parte da alcuni consigli basilari come la consultazione delle previsioni meteo o del bollettino valanghe prima di partire: anche negli ultimi casi di eventi valanghivi dei giorni scorsi, l'allerta segnalava un rischio marcato o addirittura alto. Se le previsioni sono brutte è sempre meglio evitare di salire in quota. «Gli escursionisti – continua Zambon – devono essere sicuri che i percorsi scelti sono adeguati alle loro possibilità, devono sapere se sono allenati per affrontarli». In questo caso basta verificare le classificazioni dei percorsi: turistico (T), escursionistico (E), escursionista esperto (Ee), escursionista esperto con attrezzatura (Eea). Il vicepresidente del Club arc alpin raccomanda inoltre di non affrontare con leggerezza mete sconosciute, di leggere alcune relazioni prima di incamminarsi, di cercare di non andare soli in montagna, di calzare sempre scarpe adeguate. Quest'ultima raccomandazione non è affatto banale: «È già capitato di trovare donne con scarpe con il tacco in montagna». Allo stesso modo, Zambon raccomanda di valutare molto bene anche i tempi di percorrenza indicati sulla segnaletica: «Si tratta di tempi indicativi, calcolati con una certa formula, che possono variare da persona a persona. «Gli escursionisti devono capire che se il tempo di percorrenza è di un'ora e mezzo e sono le 16 possono arrivare alla meta con il buio. Se invece partono la mattina per affrontare sette ore di cammino devono tener conto che la stanchezza può rallentare il loro passo», evidenzia ancora Zambon. La sottovalutazione di questi aspetti può indurre gli escursionisti in difficoltà a chiedere aiuti immotivati.
INTERVISTEEDEDITORIALI
CorrieredelleAlpi|23febbraio2026
p. 5
MaraNemela:“Consapevoleeresponsabilequestoèilturismodelfuturochevogliamosulle Dolomiti”
LAURA BERLINGHIERI
Ora che si spengono le luci sul grande palcoscenico di Milano-Cortina, la sfida è far fruttare la ribalta mondiale delle Dolomiti. Valorizzare, sì, ma non stritolare un territorio, che comunque il turismo già lo conosce. «È la nostra sfida e noi siamo molto fiduciosi», concede, con prudenza, Mara Nemela, ingegnera ambientale a Canazei, ma soprattutto direttrice generale della
Fondazione Dolomiti Unesco. «Credo che la parola d'ordine sia responsabilità. Perché il riconoscimento Unesco non è un marchio turistico, ma è un invito al mondo intero – turisti e comunità locale – a una gestione responsabile dei flussi». E un'altra parola d'ordine potrebbe allora essere destagionalizzazione; perché è sostanzialmente questa la vera sfida da vincere, per distendere nell'arco dei dodici mesi un turismo che altrimenti tende a concentrarsi in brevi ma intense parentesi: le settimane intorno a Ferragosto, le vacanze di Natale, il Carnevale. «La sfida sarà usare l'eredità dei Giochi per governare i flussi», dice Nemela. Fondamentale sarà trovare la chiave di volta. «La giusta comunicazione», suggerisce, «e quindi fare una promozione consapevole e responsabile». Su questo, la Fondazione Dolomiti Unesco sta già lavorando con Fondazione Dmo Dolomiti Bellunesi. «C'è sintonia», assicura Nemela. «L'obiettivo di avviare progetti per un turismo di montagna consapevole è comune». E quindi «fornire ai turisti informazioni corrette a proposito della mobilità. E spiegare a chi, al contrario, il turismo lo gestisce, che non è sufficiente fare numeri, ma è necessario accompagnare i turisti a fare un'esperienza di qualità, prestando attenzione alla comunità locale e all'ambiente, in un'ottica più grande di sostenibilità». In queste settimane olimpiche, le bellezze delle Dolomiti sono state proiettate ovunque, ed è più che immaginabile un ritorno in termini turistici. Del resto, è anche questo uno dei grandi obiettivi delle Olimpiadi. «Ma è una visibilità che ci deve spingere a essere ancora più attenti e consapevoli», riflette la direttrice della fondazione, «e a fare rete, affinché questa esposizione non sia semplicemente un veicolo di afflusso, ma ci consenta di scegliere un turismo consapevole. Perché le Dolomiti non possono accontentarsi di essere uno sfondo per i selfie, ma devono essere un luogo da conoscere e apprezzare, anche approfondendone i valori culturali e ambientali». E, conclude la direttrice, «il mantenimento di questa naturalità, dell'integrità biologica e della biodiversità è fondamentale, perché siamo patrimonio mondiale naturale». Questa, dunque, la sfida per il futuro. In una regione che lo scorso anno ha infranto un nuovo record nell'ambito del turismo, con oltre 22 milioni di arrivi registrati (+10%), più di 74 milioni di pernottamenti (+8%) e nuovi Paesi fidelizzati: dall'Europa, il Regno Unito, la Spagna, la Polonia e i Paesi Bassi; mentre sono ripresi in maniera significativa gli arrivi dal Giappone e dagli Stati Uniti. È in questo contesto che le Dolomiti, territorio fragile, dovranno essere brave a ritagliare una fetta di turismo consapevole e pronto a rispettare l'ambiente nel quale si trovano. È la grande sfida lanciata da questi Giochi: l'eredità olimpica, per utilizzare un'espressione che si sente pronunciare sempre più spesso. La nuova gara, che comincia oggi.