Skip to main content

Rassegna Stampa "Dolomiti Patrimonio Mondiale" | Aprile 2026

Page 1


RASSEGNA STAMPA

APRILE2026

FondazioneDolomitiDolomitesDolomitenDolomitis

DOLOMITISMO.RACCONTIVERTICALI

MountainBlog|22aprile2026

https://www.mountainblog.it/redazionale/dolomitismo-racconti-verticali-nel-patrimoniomondiale/

“DOLOMITISMO:Raccontiverticali”nelPatrimonioMondiale

Dolomitismo – Le vicende degli uomini e delle donne che hanno esplorato le Dolomiti incontrano la storia della Terra. La docuserie «DOLOMITISMO. Racconti Verticali», ideata e diretta da Emanuele Confortin e prodotta dalla Fondazione Dolomiti UNESCO, ripercorre alcune ascensioni che hanno segnato la storia del dolomitismo. In ciascuno dei 9 episodi si intrecciano il presente delle emozioni vissute dagli alpinisti contemporanei al passato prossimo delle testimonianze storiche, arrivando al passato remoto del tempo profondo, che ha plasmato questi sublimi paesaggi capaci di raccontare 300 milioni di anni di storia della Terra. [https://www.mountainblog.it/redazionale/dolomitismo-raccontiverticali-nel-patrimonio-mondiale/]

L’Adige|24aprile2026

p. 8

BENVENUTIORE11

Luigi Dal Re: racconti di grafite L’artista ravennate presenta opere a grafite ispirate da trent’anni di alpinismo, dove verticalità e talento figurativo si fondono in un segno intenso e coinvolgente. In mostra i disegni realizzati per la docuserie “Dolomitismo. Racconti Verticali”, a cui l’artista ha collaborato.

Trentino|24aprile2026

https://www.giornaletrentino.it/montagna/dal-campanile-basso-al-civetta-docuserieracconta-nove-ascensioni-storiche-1.4347900

DalCampanileBassoalCivetta:docuserieraccontanoveascensionistoriche

Al Trento Film Festival, mercoledì 29 aprile, l'anteprima assoluta dell'opera di Emanuele Confortin «DOLOMITISMO. Racconti Verticali», prodotta dalla fondazione Dolomiti Unesco: episodi vissuti in parete, con la presenza di numerosi alpinisti e di altre voci per ripercorrere le vicende del passato ed esplorare anche l'origine geologica delle rocce [https://www.giornaletrentino.it/montagna/dal-campanile-basso-al-civetta-docuserieracconta-nove-ascensioni-storiche-1.4347900]

L’Adige|29aprile2026

PALAZZO

DOLOMITISMO

FABIO DE SANTI

Le vicende degli uomini e delle donne che hanno esplorato le Dolomiti incontrano la storia della Terra. Questo il possibile claim della docuserie “Dolomitismo. Racconti Verticali”, ideata e diretta da Emanuele Confortin e prodotta dalla Fondazione Dolomiti Unesco che, ripercorre alcune ascensioni che hanno segnato la storia del dolomitismo. In ciascuno dei 9 episodi si intrecciano il presente delle emozioni vissute dagli alpinisti contemporanei al passato prossimo delle testimonianze storiche, arrivando al passato remoto del tempo profondo, che ha plasmato questi sublimi paesaggi capaci di raccontare 300 milioni di anni di storia della Terra. “Dolomitismo. Racconti Verticali” verrà presentato in anteprima alla 74ª edizione del Trento Film Festival, oggi alle 16, 30, al Cinema Vittoria. Emanuele Confortin, quali le radici del progetto

“Dolomitismo. Racconti Verticali”? Sono documentarista da diversi anni, mi sono occupato di tematiche sociali ma spesso ambientate in contesti di montagna, dall’Himalaya, passando per il Medioriente fino in Italia. Però sono anche alpinista, ho una grande passione per le Dolomiti perché vivo in provincia di Treviso, non sono solo le montagne più vicine ma anche le più belle, sono sinceramente innamorato. Negli ultimi anni ho sempre seguito il lavoro svolto dalla Fondazione Dolomiti Unesco e ho visto in questo contesto la possibilità di raccontare con un’ulteriore profondità le Dolomiti senza andare a cercare i grandi nomi dell’alpinismo per fargli brandizzare il documentario ma bravi alpiniste e alpinisti di talento con cui ho lavorato negli anni. Voglio sottolineare che è stata una visione trasversale perché di alpiniste brave ce ne sono molte e spesso vengono sacrificate in una disciplina tradizionalmente più maschile. Il passo successivo? Da questi presupposti ho proposto alla Fondazione Dolomiti Unesco di realizzare questa serie di nove episodi, un episodio per ciascun sistema dolomitico per raccontare, far trasparire la passione che trasporta le persone come me, come gli alpinisti verso queste montagne per scalarle e quindi trovare la leva più profonda che va al di là del gesto tecnico, del grado, della difficoltà. La Fondazione ha visto in questa mia idea la possibilità di divulgare la cultura del rispetto della montagna volta alla sua conservazione attraverso l’arte del documentario, immagini suggestive e l’emotività che traspare dalle interviste. Come ha pensato i diversi episodi di Dolomitismo? Ho strutturato la serie rifacendomi a serie crime che non hanno nulla a che fare con la montagna ma che ho analizzato solo per avere un’impronta tecnica, un’impostazione ben definita visto che non avevo mai realizzato una serie. Ho cercato di stabilire dei punti fermi, la serialità di ciascun episodio con l’obiettivo che ciascuno fosse allo stesso tempo anche indipendente. Non è stato facile ma c’è un filo logico che unisce tutti gli episodi della durata di circa 27 minuti: l’alpinista Luca Vallata il capo cordata, Gigi Dal Re l’artista che idealizza le montagne attraverso la sua matita e rappresenta la parte più sottile dell’amore per le Dolomiti ed Emiliano Oddone, il geologo. Mi spaventava avere uno scienziato che parlasse in maniera tecnica in un lavoro che doveva avere un impatto emotivo, una profondità, avevo paura portasse la narrazione su un piano più asettico e invece ha una capacità di divulgazione professionale, chiara ma allo stesso tempo trasversale e creativa, proprio come volevo io. Importante poi il lavoro svolto nel montaggio e nella post produzione dal team di The Studio di Castelfranco Veneto e da Sebastian Soso per le musiche. Immagino che oltre alle parti fisse ci siano quelle variabili. Certo, quelle variabili riguardano le diverse montagne che appaiono nelle nove puntate e naturalmente gli ospiti: c’è uno scalatore o una scalatrice che si lega in cordata con Luca ed è il protagonista dell’episodio e si racconta in un’intervista davanti alla telecamere. A corroborare, a sedimentare l’importanza di quella via, di quella parete o di quel gruppo montuoso di quel sistema dolomitico c’è un mentore. Non scala con noi ma è una personalità rilevante nel mondo della montagna, come ad esempio Manolo per fare un nome o Marika Freschi per le vette friulane. Sono delle voci che consolidano l’importanza, l’impronta del contesto storico della parete e della zona che raccontiamo. In quale modo i cambiamenti climatici possono incidere sulle Dolomiti. Il cambiamento climatico in Dolomitismo lo si vede ad esempio dalle immagini del ghiacciaio prensile della Civetta che si è ritirato tantissimo e viene riportato dalle parole nelle interviste e dai contributi filmati. Andare a puntare con decisione sul cambiamento climatico avrebbe arricchito troppo il lavoro. Sicuramente questo tema così importante emerge lo stesso, l’ho affidato ai protagonisti tra cui Emiliano Oddone che lo spiega come geologo. Dove si potrà vedere questa vera e propria serie dedicata alle Dolomiti? Al Film Festival presenteremo in anteprima assoluta tre episodi che fanno parte della selezione ufficiale del festival. La serie completa di nove episodi sarà in programmazione nelle sale

cinematografiche a gruppi di tre per un totale di 90 minuti per ogni proiezione. Abbiamo già un roadshow fino a luglio in diverse regioni per presentarla.

PlanetMountain|29aprile2026

https://www.planetmountain.com/it/notizie/eventi/trento-film-festival-day-6-passaggio-ditestimone-nell-alpinismo-e-riscoperta-delledolomiti.html?fbclid=IwY2xjawRehPdleHRuA2FlbQIxMQBicmlkETBXNHNtTlpxVGI5d3JRZmJCc3J0Yw ZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHhNHLIWCFNMN5uFFQnqvRmqLjVa8EXqE5MPhDtjbS 5GPf6UCoaU3tSbmNV-5_aem_OvcX0S52mUX2SHevUwhOQQ

TrentoFilmFestivalday6:passaggioditestimonenell’alpinismoeriscopertadelleDolomiti

Mercoledì 29 aprile la serata evento del Trento Film Festival sarà l’occasione per riflettere, in compagnia di 'vecchi' e nuovi volti dell’alpinismo, su com’è mutato nel tempo l’approccio alla montagna, mentre fra le Proiezioni speciali spazio ai primi tre episodi di 'Dolomitismo. Racconti verticali'. - A MontagnaLibri, l’appuntamento per Ne dimostri meno! con l’autrice trentina Monica Malfatti e la presentazione 'Ande ’89' a cura di Daniel Bellatalla e Daniele Sigismondi [https://www.planetmountain.com/it/notizie/eventi/trento-film-festival-day-6-passaggio-ditestimone-nell-alpinismo-e-riscoperta-delledolomiti.html?fbclid=IwY2xjawRehPdleHRuA2FlbQIxMQBicmlkETBXNHNtTlpxVGI5d3JRZmJCc3J0Yw ZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHhNHLIWCFNMN5uFFQnqvRmqLjVa8EXqE5MPhDtjbS 5GPf6UCoaU3tSbmNV-5_aem_OvcX0S52mUX2SHevUwhOQQ]

Cinecittànews|30aprile2026

https://cinecittanews.it/dolomitismo-riflessione-stratificata-sul-salire-come-forma-diconoscenza/

‘Dolomitismo’,riflessionestratificatasulsalirecomeformadiconoscenza

L’intervista con l’autore Emanuele Confortin: 9 episodi per un dispositivo narrativo in cui il presente delle ascensioni dialoga con le tracce delle imprese storiche e il tempo profondo della formazione geologica. Con Fondazione Dolomiti UNESCO, “un vero e proprio road show” [https://cinecittanews.it/dolomitismo-riflessione-stratificata-sul-salire-come-forma-diconoscenza/ ]

ADAGORDOILCONVEGNOINTERNAZIONALESULTRIASSICO

CorrieredelleAlpi|30aprile2026

p. 29

Agordodiventalacapitaledellostudiodeifossili

Gianni Santomaso / AGORDO

Agordo sarà per sei giorni il centro mondiale dello studio dei fossili, con ricercatori ed esperti di paleontologia da tutto il mondo che arriveranno in paese dal 25 al 30 maggio per il congresso internazionale "The Triassic paleontology in the 21st century: news after the first quarter". Sarà infatti Agordo ad ospitare l'appuntamento dedicato alle più importanti ricerche e scoperte degli ultimi 25 anni nello studio della paleontologia del Triassico (periodo geologico che va da circa 251 a 201 milioni di anni fa). Si tratterà di una settimana di scienza, divulgazione e valorizzazione nella cornice delle Dolomiti molto importante per la comunità scientifica, ma anche per Agordo, luogo ospitante, e per il suo tessuto economico e culturale. Nel Cuore delle Dolomiti arriveranno più di cinquanta studiosi provenienti da Cina, Slovenia, Regno Unito, Spagna, Polonia, Germania, Svizzera, Austria e Francia richiamati non solo dall'occasione di incontro scientifico, ma anche dal poter visitare alcune delle montagne più famose al mondo per lo studio del Triassico. Il logo del congresso vuole infatti rimandare immediatamente al territorio dolomitico agordino con un'immagine stilizzata della parete nord del Civetta, circondata da rappresentazioni simboliche di alcuni fossili iconici del periodo Triassico come il pesce volante (blu), l'ammonite (arancione), le felci (verde) e il rettile marino (rosa). Insomma, il congresso sarà per Agordo e l'Agordino e per il loro ambito turistico, un'occasione per farsi ulteriormente conoscere dal mondo. L'evento vedrà conferenze, poster e interventi in lingua inglese (confermando il profilo altamente scientifico e internazionale) su argomenti che andranno dagli invertebrati e vertebrati terrestri e marini alla paleobotanica e paleopalinologia, dalla paleoecologia alla micropaleontologia. A promuoverlo sono il Dipartimento di geoscienze dell'università di Padova assieme al Gamp Dolomiti (Gruppo agordino mineralogico e paleontologico) e all'associazione lecchese Triassica che godono del supporto fondamentale della Fondazione Dolomiti Unesco, di Bim Piave, del Comune di Agordo, del Parco nazionale Dolomiti Bellunesi e del Museo geologico dell'Università di Pechino. Per il Gamp, sodalizio agordino la cui attività decennale ha sempre contribuito a divulgare (anche attraverso l'allestimento del museo mineralogico e paleontologico di via 5 Maggio ad Agordo) il grande patrimonio locale nell'ambito in questione, si tratta di un nuovo traguardo. Raggiunto con la determinazione dei giovani che negli ultimi anni hanno preso in mano il timone dello storico gruppo agordino, a partire dal presidente Manuel Conedera e dal suo vice Davide Conedera, dottorando del Dipartimento di geoscienze dell'ateneo patavino. «Il congresso», dicono i promotori, «contribuirà a promuovere il patrimonio locale dal punto di vista della ricerca e della cultura scientifica, nell'ottica di un turismo lento e consapevole, arricchito dalla conoscenza di un territorio dove paesaggio, geologia e paleontologia sono intimamente connessi». A precedere l'apertura ufficiale del congresso, lunedì 25 maggio alle 20.45 in sala "don Tamis" ad Agordo, ci sarà una conferenza divulgativa su animali e piante fossili nel Parco e zone circostanti presentata dal geologo Danilo Giordano, già docente al Follador e profondo conoscitore dell'area dolomitica bellunese. La serata, aperta a tutti e in italiano, è pensata per offrire una panoramica sulla ricchezza di fossili delle zone del Parco ed avvicinare la cittadinanza ai temi della ricerca paleontologica.

GLIEFFETTIDELLACRISICLIMATICASULLEDOLOMITI

CorrieredelleAlpi|1aprile2026

p. 17

Deficitnivaleunpo'ovunqueTuttacolpadell'autunno

Belluno

Non manca la neve sulle piste (pasquali) da sci. Manca, invece, nel bilancio della prima parte dell'anno idrologico, da ottobre al 31 marzo. In Comelico, precisamente ai 1968 metri di Casera Coltrondo, ad esempio, ne sono venuti 254 cm contro i 321 dell'anno scorso e una media di 4 metri dal 2009. Dall'altra parte della provincia, invece, sui monti Ornella, a 2260 metri, è nevicato per 3 metri e 71 cm, contro i 3 metri e mezzo dell'anno precedente ed i circa 5 metri di media dal 2009. Ad Arabba, invece – e siamo poco distante, quindi a valle, è fioccato di più quest'inverno (234 cm) che in quello precedente (185 cm), contro una media di 3 metri e 70 cm. Anche a Cortina, per la verità, la coltre bianca dall'autunno scorso è andata crescendo fino a un metro e 80 centimetri, quasi ad irridere la scarsità di precipitazione nel 2025, pari soltanto a 61 cm. Va detto, però, che anche la perla olimpica delle Dolomiti è di 20 centimetri sotto la media (2 metri) degli ultimi 17 anni). Il sito monitorato dall'Arpav dove la precipitazione è stata più abbondante è il Col dei Baldi, circa 2 mila metri alle spalle del Civetta. Quassù è nevicato per 3 metri e 46 cm, meno dell'inverno 2025 (374 cm) e purtroppo molto meno della media che è sui 5 metri e mezzo. Poco distante, sempre in Agordino, precisamente ai 1735 metri di Malga Losch, si sono raggiunti i 3 metri abbondante di neve, però 81 cm in meno dell'anno precedente, contro una media di 4 metri e 64 cm. Se scendiamo sulle Prealpi, ecco la Val Palantina, o più precisamente la Casera che porta lo stesso nome, ad un'altezza di 1500 metri. Qui le nevicate recenti hanno permesso di superare di gran lunga la quota dell'anno scorso: neppure un metro e mezzo nel 2025 contro 2 metri e 16 cm quest'anno, ad appena 30 cm dalla media dal 2009. I dati si riferiscono al rapporto Arpav che tiene conto della sommatoria delle precipitazioni. È evidente che le Prealpi hanno beneficiato di un innevamento proporzionalmente più abbondante. Ma, a parte le problematiche per lo sci, c'è anche un problema di riserva nivale. Riserva che si esaurisce prima alle quote inferiori. fdm © RIPRODUZIONE RISERVATA La seggiovia delle 5 Torri con turisti di passaggio.

CorrieredellaSera|30aprile2026

p. 40

Neved’inverno,biodiversitàd’estateLanuovavitadellepistedascisulleAlpi

CRISTINA PIOTTI

D’inverno sono strisce bianche che tagliano la montagna, d’estate possono diventare veri e propri corridoi di biodiversità. Le piste da sci, simbolo del turismo alpino, stanno cambiando pelle e con loro anche il modo in cui le guardiamo. In passato, però, lo sguardo era decisamente più limitato. Le piste venivano considerate dal punto di vista dell’agricoltura in funzione della loro produttività e poco altro. A raccontarlo è Ulrike Pröbstl-Haider, tra le massime esperte mondiali di sviluppo del paesaggio e docente all’Università delle risorse naturali e delle scienze della vita di Vienna: «La biodiversità, il deflusso delle acque, la protezione idrica e il turismo non erano ritenuti rilevanti», racconta. «Tema centrale era piuttosto l’ammontare dei compensi destinati all’agricoltura per la gestione delle piste». Una visione condivisa dal mondo accademico, che per anni ha trascurato questi ambienti ritenendoli poveri dal punto di vista biologico. Per ribaltare la prospettiva, Pröbstl-Haider ha avviato un progetto di ricerca sul campo che ha coinvolto anche Dolomiti Superski, con un focus sullo Skicarosello Corvara, il

comprensorio nel cuore dell’Alta Badia e del circuito Sellaronda. I risultati raccontano una storia diversa. «Le superfici delle piste, grazie al loro doppio utilizzo – agricolo in estate e sportivo in inverno – generano un valore economico aggiunto che permetterebbe di richiedere standard elevati per la tutela degli habitat e della biodiversità», premette la professoressa. «Esiste l’opportunità che paesaggio, sport e conservazione della natura possano trarre beneficio insieme. Ciò richiede una gestione attenta durante il periodo estivo, sostenuta dai proventi del turismo». Lo studio ha portato alla luce una sorprendente ricchezza ambientale. «Nel comprensorio sciistico Skicarosello Corvara sono state effettuate indagini vegetazionali su tre piste: Gran Risa, con esposizione perlopiù a nord, tra Piz la Ila e La Villa, a un’altitudine tra 1.400 e 1.870 metri», racconta. «Questa discesa attraversa uno stretto corridoio aperto, incorniciato da fitti boschi. La vegetazione della pista è composta da prati magri ricchi di specie – con presenza di specie di orchidee protette – e, nella parte bassa in prossimità del fondovalle, da pascoli». Un mosaico complesso, che cambia quota dopo quota: nardeti alpini, pascoli a lattugaccio, prati da sfalcio, torbiere e zone umide si alternano lungo il percorso. Non meno interessante la pista Ciampai, nell’area dello snowpark, dove si passa da torbiere alpine a pascoli e prati ricchi di nutrienti, fino a una cotica erbosa rigogliosa. Un dato, in particolare, emerge con forza e ribalta alcune convinzioni diffuse. «Un’elevata biodiversità sulle piste da sci si ottiene soprattutto quando vengono create condizioni povere di nutrienti e si ricorre a una concimazione ridotta. I confini tra agricoltura, gestione legata allo sport e turismo estivo diventano sempre più sfumati, offrendo nuove opportunità per lo sviluppo di prodotti innovativi e per un impegno condiviso». Insomma, un terreno comune esiste già, e porta benefici concreti: «Dal punto di vista della sostenibilità, abbiamo osservato la protezione delle acque sotterranee e potabili, un miglior comportamento del deflusso di quelle superficiali, una ricca presenza di insetti e uccelli, un paesaggio culturale attrattivo e nuove opportunità per esperienze naturalistiche e lo sviluppo di prodotti turistici complementari». La sfida è rendere questo modello sempre più strutturato. «Sono inoltre ipotizzabili modelli organizzativi più integrati, come la condivisione di attrezzature tra impianti di risalita e agricoltori». Il destino delle piste si gioca sulla neve ma anche – e sempre di più – sull’erba che cresce quando la neve si scioglie.

FRANE,DISSESTIEFRAGILITA’

CorrieredelVeneto|5aprile2026

p. 11, edizione Treviso – Belluno

Svoltacontrolefranesull’Alemagna«Stataleinsicurezzaentrounanno»

Dimitri Canello

SAN VITO DI CADORE

Un vento di novità soffia tra le Dolomiti bellunesi: Anas ha finalmente avviato la Conferenza dei Servizi per l’approvazione delle opere di messa in sicurezza degli attraversamenti idraulici della strada statale 51 «di Alemagna», nel tratto reso celebre - e purtroppo drammaticamente notodalla frana del Rio Venco, nel Comune di San Vito di Cadore. Dopo l’emergenza dell’estate 2025, quando le colate detritiche avevano messo a dura prova la viabilità e la sicurezza della zona con continue interruzioni e numerose proteste, ecco ora un investimento strategico sul futuro del territorio, dove la convivenza tra uomo e montagna richiede scelte pianificate e sostenibili:

«Nei giorni scorsi - spiega il sindaco di San Vito di Cadore Franco De Bon - è stata firmata la convenzione con l’Università di Firenze, per un importo di 90 mila euro finanziato dalla Regione, che prevede che il professor Casagli, massimo esperto italiano di frane, prosegua le attività di monitoraggio dei crolli». L’opera, definita «di medio periodo», potrebbe essere conclusa «entro l’anno solare» e include sia l’adeguamento dei manufatti idraulici già esistenti sia la costruzione di nuovi attraversamenti in grado di garantire il corretto deflusso di eventuali future colate detritiche. Per ridurre al minimo i disagi il piano prevede innanzitutto la realizzazione di una viabilità provvisoria a valle dell’attuale tracciato della statale, lunga circa 300 metri, parallela alla strada principale e dotata di ponti di tipo «Bailey». Queste strutture sono progettate per il transito di tutti i veicoli, compresi i mezzi pesanti fino a 44 tonnellate, e sono in grado di resistere anche a fenomeni franosi di media entità. La viabilità provvisoria includerà inoltre la pista ciclopedonale, oggi esposta ai rischi della montagna, assicurando così la continuità del percorso anche per ciclisti e pedoni e promuovendo la mobilità sostenibile in un contesto naturalisticamente fragile: «La diga a monte della strada è stata rialzata mediante l’aggiunta di un argine e di materiale di rinforzo, creando una barriera in grado di fermare colate di piccole o medie dimensioni», continua De Bon. «Sotto la strada e la ciclabile Anas ha realizzato un tombotto con le opere di consolidamento post-Vaia 2018. Per la sorveglianza, abbiamo installato sensori, pluviometri e accelerometri: rispetto all’anno scorso i progressi sono notevoli». La viabilità provvisoria permetterà di eseguire i lavori sugli attraversamenti idraulici senza interrompere la circolazione ordinaria, limitando così i disagi per residenti e turisti. Il costo stimato dell’intervento è di circa 12 milioni di euro, di cui 5 destinati esclusivamente alla realizzazione della viabilità temporanea. L’opera non preclude la futura realizzazione di una variante più ampia a nord di San Vito di Cadore, su un tratto di circa 1,2 chilometri, che consentirebbe di aumentare ulteriormente la resilienza della statale rispetto ai fenomeni franosi.

LAGODIBRAIES:L’INCIDENTE

CorrieredellaSera|7aprile2026

p. 20

L'intervista

SimonFeichter-«Mentreportavamoisoccorsialtri100eranoancoralìsopraEsefossero caduti?Unafollia»

Il ghiaccio del lago di Braies si è aperto sotto i piedi dei turisti

M. C. SENETTE

BOLZANO

Il ghiaccio del lago di Braies che si apre sotto i piedi dei turisti fotografa il cortocircuito tra natura e consumo di massa. Simon Feichter, 39 anni e da 19 veterano del Soccorso Alpino dell’Alta Pusteria, ha dedicato la sua domenica alle cinque persone finite nelle acque gelide nel luogo simbolo altoatesino diventato virale con la fiction Rai Un passo dal cielo . Ma a colpirlo non è stato l’incidente, quanto lo scenario surreale che lo circondava: «Cento persone che continuavano a camminare sulla banchisa sempre più fragile mentre i soccorsi erano in corso, incuranti dei rischi». Simon Feichter, oltre ai cinque turisti appena recuperati in acqua e al panico a riva, che cosa ricorda? «Una scena paradossale. Quando siamo arrivati sul posto

c’erano ancora cento persone sulla superficie del lago mentre il ghiaccio si scioglieva: il rischio era altissimo. Da un lato veniva quasi da ridere, dall’altro l’istinto era dire: ma siete matti? Queste leggerezze fanno cadere le braccia. C’erano un sacco di turisti sulla crosta fragilissima del lago e più di mille persone intorno, sulle passeggiate. La gente non ci pensa: vede il ghiaccio e va, incurante del pericolo, distratta. Non oso immaginare cosa sarebbe successo se, in quel momento, cento persone fossero cadute in acqua contemporaneamente». Tecnicamente, quanto era pericolosa la situazione per i cinque finiti sotto la crosta ghiacciata? «Il rischio sanitario era reale. Sotto il ghiaccio l’acqua arriva a 2 o 3 gradi, al massimo 5. Se non riesci a uscire subito, il rischio termico si aggrava in pochi minuti. I ragazzi erano a cinque o sei metri dalla riva, dove la profondità è di soli tre metri, ma se non fossero stati tirati fuori subito dai passanti l’ipotermia non avrebbe lasciato scampo né a loro né a chi, intervenendo, è a sua volta caduto in acqua. Li abbiamo riscaldati con le coperte termiche e portati alle ambulanze, ma il pericolo è stato estremo». C’è chi invoca più cartelli, divieti, transenne. È la soluzione per un hotspot come Braies? «Sono del parere che, se regoliamo tutto, finiamo in un ginepraio di norme in cui nessuno sa più quello che deve fare. Se da montanaro vado al mare e non so nuotare, è inutile che ci sia una bandiera bianca che mi dà l’ok o quella rossa di stop. Il buonsenso dovrebbe arrivare anche dove non arrivano i cartelli. Bisogna accendere la testa e iniziare a pensare a quello che si fa, senza aspettare che uno smartphone ci dica come muoverci». In primavera il ghiaccio è un’insidia ma ogni anno si ripete lo stesso copione. «Succede spesso. La gente non capisce che con queste temperature il ghiaccio si scioglie come una pallina di gelato al sole. Quattro anni fa, a Pasqua, siamo intervenuti cinque o sei volte; lo scorso anno abbiamo dovuto soccorrere una mamma con un neonato. Per noi intervenire è un rischio: per tirare fuori qualcuno devi entrare nella zona di pericolo e, se non hai quattro metri di area ben ghiacciata sotto, finisci in acqua anche tu».

CorrieredelleAlpi|8aprile2026

p. 19

Suilaghighiacciatisfidandoidivieti

Francesco Dal Mas / BELLUNO

Misurina come Braies. E così pure Alleghe. Anche se entrambi i laghi sono blindati dai cartelli di divieto di pattinare e camminare sul ghiaccio. Niente da fare: i turisti ci passeggiano tranquillamente sopra. Come avvenuto a Pasqua e Pasquetta. «Per gli incoscienti non ci sono limiti» protesta Danilo De Toni, sindaco di Alleghe, «Qualche anno fa, nonostante il divieto, abbiamo visto una mamma con passeggino camminare spensieratamente sul lago». Da tre settimane circa Alleghe è "scongelato". Misurina, invece, ancora no. Ecco perché a Pasqua e Pasquetta (ma non solo), in tanti si sono fatti il selfie passeggiando e pattinando sul lago di Misurina. Con la differenza, rispetto a Braies, che nessuno per fortuna è finito in acqua. E lo sapete perché? «Perché solo nella mattinata di Pasquetta, vedendo tutta quella gente passeggiare sul lago, sono uscita per tre volte dal negozio e li ho invitati ad uscire». Chi parla è Tatiana Pais Becher, che con il padre Gianni conduce il negozio Lavaredo sport, che si trova dall'altra parte della riva. «Fin da quando ero sindaca di Auronzo, il Comune provvede ad esporre cartelli in italiano, inglese e tedesco che vietano di entrare d'inverno col ghiaccio e di balneare d'estate. Ciononostante, tanti turisti se ne fanno un baffo, italiani o stranieri che siano. D'estate c'è chi si tuffa in acqua, surfa, prende il sole in costume sulla riva. E d'inverno non passa

giorno che ci sia chi non provi l'emozione di camminare o pattinare sulle acque ghiacciate. Che restano, però, sempre acque». Destagionalizza, dunque, anche il turismo cafone? "Purtroppo sì. Ma non è solo questo il visitatore, magari alla ricerca del selfie più immaginario. A pasquetta Misurina si è riempita di stranieri, guarda caso soprattutto asiatici, indiani in particolare. Intere famiglie, quindi bambini compresi, che entravano nello specchio d'acqua, pardon di ghiaccio, e muniti di smartphone giravano immagini, si facevano i clic nelle pose più impensabili». Alcuni di loro sono entrati in negozio e al cellulare mostravano l'immagine del lago Turchino – sì, del Sorapis – chiedendo come arrivarci. E calzavano guarda caso, le scarpe da passeggio. Altri hanno chiesto informazioni per salire sul balcone dei Cadini, da cui si lanciano le immagini più spettacolari delle Dolomiti («mi sono capitate anche coppie di sposi novelli», ammette Tatiana). Ma questo non solo d'estate: anche nelle scorse settimane. Si tratta magari di turisti stranieri che neppure immaginano che a quelle quote ci sarà un metro di neve, forse anche di più. Sempre nella mattinata del lunedì dell'Angelo una coppia di genitori hanno portato la figlia piccola in negozio per comperare un paio di scarpe. «Anche loro stranieri. Un po' preoccupati» –racconta Pais Becher, «mi hanno spiegato che la bimba era finita con il piede in acqua, probabilmente là dove il ghiaccio si stava sciogliendo. Cose da brividi». Pais Becher racconta che da sindaca le era capitato di dover intervenire per un pullman di turisti che, in sosta ad Auronzo, avevano provato l'emozione della scivolata sul lago ghiacciato di santa Caterina. Immediatamente è intervenuta, in quel caso, la polizia locale, per farli allontanare. «Ecco, ad Alleghe» informa il sindaco De Toni, «quando installiamo i cartelli di divieto, all'inizio della stagione invernale, allertiamo non solo i nostri vigili, ma anche i carabinieri, per far rispettare quell'ordinanza. In paese è ancora forte la memoria di quella persona che tanti anni fa, pattinando sul ghiaccio è finita in acqua e non è riuscita a tornare a galla perché non ha più trovato il foro. Questo è anche il pericolo. La morte è sicura». Se in quota i rifugi si attrezzano di telecamere per monitorare, anche in periodo di chiusura, i comportamenti oltre la regola, a valle si pone a più livelli il tema del rispetto dell'ambiente e della sicurezza. «È mai possibile che non solo d'estate, ma anche d'inverno» si chiede Pais Becher, « il girolago sia un immondezzaio, con rifiuti abbandonati sulla neve, quindi in singolare evidenza? Per non dire, d'estate, i sentieri più frequentati. Non si vorrà mica installare cestini magari anche nei posti più panoramici? Il turista deve capire che la propria lattina se la deve portare a casa». In ogni caso, guerra o no, crisi energetica o no, le Olimpiadi stanno richiamando sulle Dolomiti sempre più stranieri. E l'altro ieri non solo indiani, ma anche sud coreani, malaysiani. E naturalmente americani.

MARMOLADA:ILMONITORAGGIO

IlGazzettino|10aprile2026

p. 13, edizione Belluno

Marmolada,quattroannidopogeoradaredronisulghiacciaio

MARCO MIAZZO

LA RICERCA PADOVA

Dopo ogni tragedia si cerca di scongiurare il suo ripetersi. Ecco che dopo aver spiegato il perché della valanga della Marmolada nel luglio 2022, gli scienziati tornano sul tetto delle dolomiti con georadar e droni, perché il crollo di una parte di ghiacciaio rischia di riaccadere. Il distacco che

costò la vita a 11 escursionisti nell’estate di quattro anni fa aveva un volume di 6.480 metri cubi di ghiaccio. Dimensioni difficili anche solo da immaginare per quella che è stata la più grave tragedia nella storia alpina recente. La cordata di escursionisti stava salendo verso Punta Rocca lungo la via normale, quando venne travolta dal distacco di un seracco. Una slavina fatta di ghiaccio e roccia che non lasciò scampo agli alpinisti. LO STUDIO Subito gli scienziati delle Università di Padova e Parma si attivarono per capire il perché della tragedia. Partivano da un’evidenza chiara a tutti: a luglio non si erano mai viste temperature fino a 10 gradi in Marmolada. Scandagliando la zona del distacco con droni e georadar era poi emerso che la anormale temperatura aveva causato la fusione di ghiaccio e neve. L’acqua si era infiltrata in una crepa e, facendo pressione, aveva portato un’intera parte della montagna a staccarsi. Un fenomeno che è destinato a ripetersi. La degradazione del permafrost destabilizza infatti le morene che contengono i laghi glaciali e il ritiro dei ghiacciai espone pareti rocciose prima protette dal ghiaccio alle ondate di calore, accelerando la fusione glaciale. Ma grazie alle migliori tecnologie si possono scandagliare i ghiacciai e conoscerne le fragilità. Per questo gli scienziati sono tornati sulla Marmolada, questa volta di fronte al versante della tragedia. Sul ghiacciaio di Punta Penia, la vetta più alta delle dolomiti, le condizioni di instabilità potrebbero essere le stesse della tragedia del 2022. Per questo andrà fatta un’analisi geofisica profonda, che mapperà tutto il ghiacciaio per individuare i settori dove nuove valanghe potrebbero staccarsi durante l'estate. Il Gruppo di lavoro glaciologico-geofisico, composto da scienziati delle università di Padova e Parma con l’Istituto nazionale di Oceanografia e di Geofisica sperimentale, ha studiato forma, quota e dimensioni di questo settore della Marmolada e ora mette in guardia: in previsioni delle future ondate di calore gli escursionisti potrebbero correre grandi rischi. I dati raccolti con georadar multibanda su drone e da terra saranno elaborati per costruire modelli numerici della massa glaciale, e valutare futuri scenari di pericolosità. Dopo la Marmolada, gli scienziati sono pronti a dirigersi nell'Adamello, il più grande ghiacciaio delle alpi italiane grande 17 km quadrati. Un serbatoio idrico fondamentale, ma anche un sistema glaciale che rende opportuna una valutazione di stabilità. © RIPRODUZIONE RISERVATA.

GESTIONEDEIFLUSSI

CorrieredelleAlpi|11aprile2026

p. 9

UnacampagnacontroicafoniOvertourismaCortina

Lapoliziaprovincialeschieratacontroi vandali

Francesco Dal Mas / CORTINA

Già ieri Corso Italia a Cortina era un pullulare di turisti stranieri. Immaginarsi nel pieno della stagione estiva. Ma come gestire l'overtourism in modo sostenibile? O meglio: come arginare la categoria dei turisti cafoni e vandali, che la scorsa estate si sono scatenati in particolare lungo gli itinerari extraurbani? Il Comune di Cortina ha chiesto alla Provincia di Belluno di schierare la polizia provinciale. Detto, fatto. L'intesa, di ieri la nota ufficiale da Venezia, è stata raggiunta anche con il sostegno della Regione Veneto. Resta da definire solo quanti uomini potranno essere schierati al Passo Tre Croci e lungo il sentiero del lago Sorapis, piuttosto che sul Falzarego o sul Lagazuoi, sotto le Cinque Torri o sulle alture del Nuvolau o dell'Averau, in Val Travenanzes o

in direzione dei rifugi di quell'altopiano. Gli agenti della polizia provinciale di Belluno sono ad oggi 27. Due le soluzioni allo studio: la possibilità del ricorso allo straordinario oppure l'assunzione di nuovo personale. Con una terza opportunità: come il Comune di Cortina si farà raggiungere da vigili urbani da altre città, così la Regione favorirà un'integrazione di uomini da altre province venete. LE PREMESSE Ad oggi il 37% delle camere d'albergo di Cortina sono prenotate sino a fine anno. Se le turbolenze geopolitiche si alleggeriranno, e si riapriranno i voli dal Sud Est Asiatico, è prevedibile che dal prossimo maggio fino a ottobre inoltrato si vada ben oltre la quota dei 200 mila visitatori di media. «La sostenibilità diventa problematica» puntualizza Francesco Abbruscato, presidente regionale del Cai, «non solo per l'eccesso di pressione, ma anche per i comportamenti di tanti ospiti che non si rendono conto di visitare ambienti fragili e a volte ricorrono alla cafonaggine. Ecco perché abbiamo fatto appello ai nostri 70 mila tesserati affinché facciano a loro volte da sentinelle del rispetto ambientale». L'ACCORDO Rispetto ambientale che in territorio urbano – spiega l'assessore di Cortina Stefano Ghezze – sarà garantito dalla polizia locale con le integrazioni di altri colleghi; mentre in ambito extraurbano provvederà appunto la polizia provinciale, «che opererà grazie a risorse messe a disposizione dal Comune di Cortina, con l'obiettivo di garantire una maggiore tutela ambientale e un utilizzo più consapevole e sostenibile delle aree montane». In funzione non solo repressiva, ma soprattutto di educazione ambientale: dal divieto di abbandonare rifiuti o accendere fuochi, al controllo che non ci siano tuffi nei laghetti di montagna, e che i sentieri di accesso siano praticati con il necessario abbigliamento. «Siamo un territorio protetto dall'Unesco. A seguito delle Olimpiadi i flussi sono destinati ad aumentare, specie di stranieri che probabilmente saranno ignari di come comportarsi a 1.500, 2.000 metri di altitudine» afferma Ghezze, «per cui si rende necessario un rafforzamento delle attività di presidio, informazione e controllo, in particolare nelle zone più delicate». COMPITI DELLA POLIZIA La polizia provinciale sarà «capillarmente presente» lungo i sentieri, nelle aree prative e nelle zone di alta quota, con attività che spazieranno dalla vigilanza al supporto informativo ai visitatori, fino alla prevenzione di comportamenti scorretti. Un'azione che punta non solo al controllo, ma anche alla sensibilizzazione, promuovendo una cultura della montagna rispettosa e consapevole. UN MODELLO «Il turismo è una risorsa fondamentale per le nostre montagne e non va demonizzato, ma gestito con attenzione e responsabilità» commenta l'assessore regionale Dario Bond, «La volontà congiunta di Provincia e Comune di Cortina rappresenta un'opportunità importante per affrontare in modo strutturato il tema dell'overtourism, valorizzando al contempo il territorio e garantendone la tutela. La Regione guarda con grande interesse a questo progetto, che può diventare un punto di riferimento anche per altre realtà montane: la sfida è trovare un equilibrio tra sviluppo turistico e conservazione ambientale». Sulla medesima lunghezza d'onda il presidente della Provincia di Belluno, Marco Staunovo Polacco. «Questo progetto rappresenta un modello replicabile anche in altre aree della provincia, dove il tema della gestione dei flussi turistici è sempre più centrale. Con questa iniziativa non ci limitiamo a rafforzare i controlli, ma introduciamo un approccio moderno alla gestione del territorio, che mette al centro la sostenibilità e la prevenzione. L'obiettivo è duplice: da un lato proteggere l'ambiente, dall'altro garantire ai turisti un'esperienza autentica e di qualità, nel rispetto delle regole». L'assessore comunale Ghezze ci tiene a precisare: «Vogliamo continuare ad accogliere visitatori da tutto il mondo offrendo un modello sostenibile».

IlGazzettino|11aprile2026

p. 14, edizione Belluno

MARCO DIBONA

LA DECISIONE CORTINA

La lunga fila di escursionisti, incolonnati sul sentiero verso il lago azzurro del Sorapis, tremila persone al giorno, è una delle immagini dell’affollamento sulle Dolomiti d’Ampezzo. La situazione potrà rendersi ancora più pesante la prossima estate, con il richiamo esercitato, in Italia e nel mondo, dai Giochi olimpici e paralimpici invernali Milano Cortina 2026. Per affrontare il problema, Provincia di Belluno e Comune di Cortina d’Ampezzo, con il pieno sostegno della Regione Veneto, intendono rafforzare il controllo del territorio extraurbano di Cortina. L’intesa coinvolge la polizia provinciale, che opererà grazie a risorse del comune per garantire una maggiore tutela ambientale e un utilizzo più consapevole e sostenibile delle aree montane. OVERTOURISM L’iniziativa rientra in una strategia più ampia di gestione responsabile dei flussi turistici nelle aree di pregio naturalistico. Il movimento di persone è destinato ad aumentare sensibilmente e rende necessario rafforzare presidio, informazione e controllo, in particolare nelle zone più delicate. L’accordo prevede una presenza più capillare della polizia provinciale su sentieri, prati e zone di alta quota, per vigilare e informare i visitatori. La prevenzione di comportamenti scorretti o dannosi per l’ambiente deriva dal controllo, ma anche dalla sensibilizzazione, promuovendo una cultura della montagna rispettosa e consapevole. Il bellunese Dario Bond, assessore regionale alla montagna, sottolinea: «Questo accordo dimostra che la collaborazione tra enti può tradursi in azioni concrete di sostenibilità e tutela del territorio. Il turismo è una risorsa fondamentale per le nostre montagne e non va demonizzato, ma gestito con attenzione e responsabilità. La volontà congiunta di Provincia e Comune è un’opportunità importante per affrontare in modo strutturato l’overtourism, valorizzando al contempo il territorio e garantendone la tutela. La Regione guarda con grande interesse questo progetto, che può diventare punto di riferimento anche per altre realtà montane: la sfida è trovare un equilibrio tra sviluppo turistico e conservazione ambientale». Per la Provincia di Belluno il presidente Marco Staunovo Polacco ribadisce: «È un accordo innovativo e lungimirante, che ci consente di mettere a sistema competenze e risorse per presidiare in maniera più efficace il territorio extraurbano, soprattutto nei periodi di maggiore pressione turistica. La montagna bellunese è un patrimonio straordinario che va tutelato con strumenti adeguati e con una presenza costante e qualificata. Questo progetto è replicabile in altre aree della provincia, dove il tema della gestione dei flussi turistici è sempre più centrale. Non ci limitiamo a rafforzare i controlli, ma introduciamo un approccio moderno alla gestione del territorio, nel rispetto di regole e peculiarità della montagna». Il Comune di Cortina crede a tal punto in questo progetto da sostenerlo con risorse proprie, come spiega l’assessore Stefano Ghezze: «La gestione dei flussi turistici è una priorità assoluta per presente e futuro della nostra comunità. Non si tratta di limitare il turismo ma di governarlo in modo intelligente, garantendo il rispetto di sentieri, prati e zone più sensibili in alta quota. Cortina è un patrimonio di tutti e va preservato. Vogliamo continuare ad accogliere visitatori da tutto il mondo, ma offrendo un modello di fruizione sostenibile e compatibile con l’ambiente. Questo accordo è anche un segnale importante in vista delle sfide future: dimostra che le istituzioni sanno fare squadra per affrontare in modo concreto le criticità dell’overtourism. È un investimento sulla qualità del turismo e sulla tutela del nostro territorio, che porterà benefici nell’immediato e nel lungo periodo». Marco Dibona.

IlGazzettino|15aprile2026

p. 13, edizione Belluno

Controllisuisentieri,ilsindaco:«Mitigarel’overtourism»

AURONZO

La recente intesa fra la Provincia di Belluno e il Comune di Cortina d'Ampezzo con il sostegno della Regione Veneto per il controllo rafforzato del territorio extraurbano con l'impiego della polizia provinciale, e una possibile estensione dell'accordo con altri Comuni, interessa anche quello di Auronzo di Cadore. Lo dichiara il sindaco, Dario Vecellio Galeno, che trova l'iniziativa molto interessante, vista la vastità e la complessità del territorio auronzano con i due punti fra i più iconici delle Dolomiti patrimonio Unesco: i laghi di Misurina e d'Antorno oltre alle Tre Cime di Lavaredo. «Ritengo interessante tale iniziativa – dichiara senza esitazione il primo cittadino auronzano –. Vediamo come è articolato l'accordo e come dargli maggiore impulso. Per noi la proposta è benvenuta e in sintonia con quanto stiamo operando. Del resto già in passato abbiamo chiesto il supporto della polizia provinciale in determinate aree particolarmente frequentate dal turismo come quella delle Tre Cime di Lavaredo. Da parte nostra abbiamo posto in essere azioni tali da mitigare l'overtourism con la regolamentazione dell'accesso ai parcheggi ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo, contingentando l'afflusso mediate prenotazione obbligatoria sul sito web: auronzo.info». A guadagnare per il sindaco Dario Vecellio Galeno è stato soprattutto il decoro del territorio, in quanto nelle attese di ore in coda dal lago d'Antorno al casello di esazione dei parcheggi, questo diventava quasi una discarica a cielo aperto. IL DECORO «Ben venga – conclude Vecellio Galeno – il possibile affiancamento della polizia provinciale al nostro limitato personale e ai carabinieri forestali, che ci stanno dando da sempre una grossa mano. Questo in considerazione dell'esponenziale aumento dell'afflusso turistico estivo in tutta la vallata». In sostanza l'augurio generale nella Val d'Ansiei è che il possibile aumento del personale di controllo del territorio nelle aree maggiormente frequentate eviti il verificarsi di episodi di “turismo cafone”. Sono i casi eclatanti come il bagno in costume adamitico nei pressi della foresta di Somadida, l'imbrattamento del masso con le impronte dei dinosauri lungo il tracciato dal Rifugio Au ronzo al Rifugio Lavaredo, l'esibizione in passato ai piedi della celebre triade dolomitica, come riferito da più parti, di un dj con musica a palla per un video promozionale. La presenza di maggiore personale in divisa a parere delle istituzioni non deve rappresentare tanto le sanzioni di comportamenti scorretti, quanto la sensibilizzazione e il richiamo al rispetto di un ambiente prezioso e delicato come quello montano. © RIPRODUZIONE RISERVATA.

CorrieredelleAlpi|23aprile2026

p. 15

StaunovoPolacco:«NonsoloCortinad'AmpezzoIcontrollisarannoestesiancheadaltrevalli»

FDM

BELLUNO

La Polizia Provinciale schierata lungo i sentieri di montagna più iconici per contrastare i cafoni? «Intendiamo estendere progressivamente l'esperienza che abbiamo concordato con il Comune

di Cortina e la Regione», dice Marco Staunovo Polacco, presidente della provincia e della Fondazione Dolomiti Unesco. «Stiamo verificando l'opportunità di accordi analoghi in altre valli, tra quelle più frequentate». Staunovo lo ha annunciato alla Fiera di Longarone. Ma a Palazzo Piloni si sta già lavorando in tal senso. Una sperimentazione che accredita Staunovo anche nel suo nuovo ruolo di presidente della Fondazione. Fondazione tirata in ballo ripetutamente dagli ambientalisti anche sulla vicenda del collegamento impiantistico tra l'alto Comelico e la Val Pusteria. Dal primo settembre 2025 la presidenza della Fondazione spetta alla Provincia di Belluno, secondo la rotazione prevista dallo Statuto e iniziata nel 2010, l'anno dopo la proclamazione di Siviglia, proprio da Belluno. La carica è stata quindi ricoperta per i primi sei mesi da Roberto Padrin e, in seguito alle elezioni del 18 marzo, è stata assunta da Staunovo Polacco, sindaco di Comelico Superiore, che il 20 aprile scorso ha riunito per la prima volta un Consiglio d'amministrazione rinnovato anche in altre componenti. La Regione Veneto, dopo il rinnovo della giunta avvenuto nel dicembre scorso, ha designato come consigliere del CdA il successore di Federico Caner: si tratta dell'assessore alla Cooperazione interregionale, Governo del territorio, Infrastrutture, Enti locali e Riordino territoriale, Marco Zecchinato. Già a settembre scorso era stata ratificata l'assunzione della carica di vicepresidente da parte di Peter Brunner, assessore provinciale alla Protezione dell'ambiente, della natura e del clima della Provincia Autonoma di Bolzano. Proseguono la loro attività Mattia Gottardi, assessore all'Urbanistica, Energia, Trasporti, Sport e Aree protette di Trento, Antonio Carrara, sindaco del Comune di Erto e Casso (su delega del Presidente della Magnifica Comunità di montagna Dolomiti friulane), Martina Tonello, assessora al Parco del Comune di Forni di Sotto e Stefano Zannier, assessore alle Risorse agroalimentari, forestali, ittiche e Montagna del Friuli Venezia Giulia. Fdm © RIPRODUZIONE RISERVATA

PASSIDOLOMITICIEZTL

Corrieredell’AltoAdige|16aprile2026

p. 2

Primemisurecontrol’overtourismZtlapassoGardena:150autoalgiorno

Andrea Dalla Serra

BOLZANO

Potrebbe scattare dal primo settembre di quest’anno la prima sperimentazione per rendere zona a traffico limitato (Ztl) il Passo Gardena. Sarà quindi su questo valico dolomitico che insieme ai Passi Pordoi, Sella e Campolongo forma il Gruppo del Sella, che verrà testata la chiusura al traffico. La misura entrerebbe successivamente in vigore per l’estate del 2027, previo ok definitivo da parte della Giunta provinciale. Infatti, la Ztl potrebbe durare ogni anno da maggio a ottobre. Il numero massimo giornaliero di auto ammesse al transito non supererà quota 150 e i pass saranno disponibili online e a pagamento. A esprimersi a favore di questa decisione sono stati i Comuni di Selva e Corvara. «Si è scelto di partire con il Passo Gardena perché spiega Ernest Derio Cuccarollo, assessore del Comune di Selva di Val Gardena è situato interamente sul territorio provinciale». Il piano prevede una chiusura quasi totale ai non residenti, fatta eccezione per chi si sposta per lavoro o alloggia nelle strutture ricettive situate lungo quel tratto della strada statale 243. La politica ha deciso così quindi di mettere un freno al

traffico, anche alla luce del fatto che i transiti giornalieri sul Passo Gardena in alcune giornate arrivano a toccare quota 11.000 tra auto, moto e camper. «Ora sarà la Provincia che dovrà istituire la Ztl. Il progetto prevede che si potrà partire già quest’anno, ma ancora le tempistiche non sono certe», sottolinea Cuccarollo secondo cui la situazione per i residenti era diventata insostenibile. «Le abitudini dei turisti continua l’assessore sono cambiate: ci si sposta molto di più e questo ha comportato un aumento di traffico, che come riconosce l’Unesco è problematico per queste aree. Noi vogliamo favorire un turismo consapevole: il territorio non è solo affascinante, è anche fragile. Non ci si muoverà solo con l’auto, ma con impianti di risalita e bus». Della stessa opinione anche Max Nagler, direttore della Cooperativa turistica dell’Alta Badia. «Servirà potenziare il trasporto pubblico. Le persone dice dovranno essere informate bene su tutte le modalità alternative per salire sui passi, come la possibilità di andare a piedi o in bicicletta». Ed è proprio sulle due ruote che insiste il famoso pioniere del turismo in Val Badia, Michil Costa, che è da sempre impegnato per arrivare alla chiusura dei passi dolomitici almeno dalle ore 10 alle 14. «Ora la politica prenda coraggio e inizi a progettare una ciclabile da San Lorenzo di Sebato a Corvara», dice Costa che è anche patron della Maratona delle Dolomiti. E sulla chiusura del Passo, commenta: «Meglio tardi che mai. Si tratta di un primo passo dovuto che porterà a vantaggi per tutti, anche sul piano economico. Ridurre l’inquinamento acustico di un luogo infatti potrebbe portare alla nascita di movimenti ciclistici e di arrampicata che potranno iniziare a vivere le Dolomiti». Ancora, però, non c’è nessuna data certa per l’inizio della sperimentazione. Si dovrà attendere il nullaosta definitivo da parte della Provincia di Bolzano che stabilirà tempi e modalità per la creazione della Ztl. «Il crescente traffico in aree sensibili come il Gruppo del Sella dice l’assessore provinciale alla Mobilità Daniel Alfreider rappresenta un carico sempre maggiore per la popolazione locale che compromette la qualità della vita di residenti e ospiti, nonché la sicurezza stradale». Da qui la scelta di limitare il traffico sul Passo dolomitico, in collaborazione con le amministrazioni locali e le organizzazioni turistiche. Per gli effetti concreti di tale misura servirà aspettare almeno la fine dell’estate.

IlGazzettino|22aprile2026

p. 3, edizione Belluno

Tutorneipuntineriperfermareibolidi«Anchesuipassi»

DAMIANO TORMEN

IL PROGETTO BELLUNO

Tutor sparsi sulle strade di montagna e sui passi. Più velox e controlli. Meglio se combinati tra loro. Perché la situazione delle strade bellunesi, dove in meno di una settimana si sono verificati tre incidenti mortali, è quella di una vera e propria emergenza. E merita attenzione, ma anche contromisure efficaci che puntino su prevenzione e repressione, in particolare per evitare che le moto scambino la viabilità dolomitica per piste di autodromi. Ecco perché la Prefettura, insieme alle forze dell'ordine e ai Comuni delle zone più sensibili sul fronte incidenti, ha messo in piedi un tavolo operativo. E sta studiando in questi giorni la fattibilità di un progetto che prevede l'installazione di un sistema tutor – come quello presente in alcuni tratti autostradali – anche sulle principali arterie bellunesi, perlomeno quelle individuate come a rischio velocità eccessiva. Il tavolo prefettizio ha inserito nella mappa in particolare la 251 della Val di Zoldo, la strada che scende dalla diga del Vajont, i passi dolomitici (a partire dal Giau, molto frequentato dai motociclisti) e poi la 203 agordina e la statale 51 di Alemagna. «Si tratta di un progetto

attualmente ancora in fase embrionale – spiega il prefetto, Antonello Roccoberton -. È un'ipotesi su cui stiamo lavorando per diverse zone. Va verificata la fattibilità sia dal punto di vista tecnico sia dal punto di vista normativo». La giungla normativa non è facilmente districabile, tanto più in un'epoca in cui qualsiasi multa stradale per eccesso di velocità rischia di essere contestata e impugnata. Però l'idea sembra essere percorribile anche sulle strade extraurbane. «In autostrada il tutor è un sistema ormai rodato, in carico alle società autostradali e gestito dalla Polstrada – continua il prefetto -. Bisogna capire quali sono gli enti che devono farsene carico se lo installiamo anche nel Bellunese». I TEMPI Gli approfondimenti normativi richiederanno un po' di tempo. Quindi quando scatteranno i tutor? «Magari fosse possibile averli già la prossima estate. Ma non credo riusciremo» dice il prefetto. Il cronoprogramma normale infatti è di circa due mesi solo per la procedura, come spiegano da Anas: «L’attivazione dell’apparecchiatura è subordinata al completamento del procedimento tecnico-amministrativo previsto dalla normativa, che consente di individuare il tratto idoneo al posizionamento. L’installazione è a cura dei Comuni, ai quali spettano anche i proventi delle sanzioni. Anas non percepisce introiti dagli autovelox. Per la conclusione dell’iter sono necessari circa due mesi, ai quali si aggiungono i tempi tecnici per la realizzazione dell’installazione». A spanne, insomma, tra approfondimenti e installazione è ipotizzabile che possano servire cinque-sei mesi. Tradotto: se il tutor arriverà, non sarà prima dell'autunno. Più probabile vederlo operativo per l'anno prossimo (del resto d'inverno i motociclisti non circolano). AVANTI COI CONTROLLI Prima del tutor, allora, proseguono i controlli. «Rafforzati» spiega il prefetto. «Sono già stati disposti controlli più fitti, anche con la collaborazione stretta delle Polizie locali. Non solo nei weekend, ma random e spalmati su diverse aree, così da evitare che i motociclisti indisciplinati possano evitare le zone in cui sono dislocati gli accertamenti. Nel frattempo contiamo che a maggio vengano sbloccati anche gli autovelox, oggi spenti. Spiace dirlo, ma sono l'unico sistema che funziona. Qualcuno si lamenta, ma chi rispetta i limiti di velocità non prende multe. E l'eccesso di velocità è davvero un problema: il velox tra Alleghe e Caprile tempo fa ha registrato un'auto sfrecciare a 190 chilometri orari». BASTA BLOCCHI Se la prevenzione degli incidenti è la priorità, la Prefettura non tralascia però la gestione del traffico in caso di sinistri. Difatti il tavolo sta attivando per le principali arterie il corrispettivo del “piano neve”. «Così da evitare la paralisi della viabilità, come è successo il 9 aprile sull’Alemagna (quando si è verificato l’incidente che è costato la vita a Vincenzo Elefante, a Pian di Vedoia, ndr)» spiega il prefetto Roccoberton. «In questo caso non servono approfondimenti particolari. Basta far scattare dei filtraggi sulle arterie che non hanno viabilità alternativa come l’Alemagna e l’Agordina. Esattamente come per il controllo catene quando nevica». © RIPRODUZIONE RISERVATA.

CorrieredelleAlpi|27aprile2026

p. 18

AccessicontingentatieZtlcontrol'overtourism

Francesco Dal Mas

ROCCA PIETORE

Accessi contingentati, prenotazioni, Ztl: nei siti più iconici delle Dolomiti ci si prepara alle programmazioni anti overtourism. A partire dai Serrai di Sottoguda, in comune di Rocca Pietore, che l'estate scorsa si sono offerti a 70 mila spettatori, quest'inverno a 12 mila. Valerio Davare, sindaco della Val Pettorina, annuncia che dai primi di giugno, quando la grande forra verrà

riaperta al pubblico, sarà possibile entrare da Sottoguda ed uscire a Malga Ciapela, e viceversa. Tra l'altro con un unico biglietto di ingresso, che non si discosterà da quello dell'anno scorso (5 euro per giovani e adulti, 2 per bambini e ragazzi, gratis per i piccolissimi e per i residenti), per chi ripercorrerà l'itinerario in entrata e in uscita. A Malga Ciapela la società regionale "VenetoAcque" sta ultimando i lavori per mettere in sicurezza il torrente Pettorina. Col doppio ingresso, dunque, ne guadagneranno entrambi i borghi, Sottoguda e Malga Ciapela, da dove poi si sale sulla Marmolada. A Sottoguda l'antico borgo, con caratteristiche attività artigianali, sarà protetto da una zona pedonale; i parcheggi gratuiti sono all'esterno del paese. «Per il momento abbiamo rinunciato alla prenotazione della visita, perché abbiamo riscontrato di potercela fare col numero contingentato», spiega Davare. «Quando all'interno del percorso pedonale si raggiungono le 200 presenze (probabilmente il numero sarà ampliato l'estate prossima), il tornello d'ingresso permetterà di entrare a chi è in attesa, in base alle uscite». La gestione è stata affidata nel 2025 ad una cooperativa, che aveva assunto anche persone del paese. In questi giorni l'amministrazione Davare prenderà una decisione al riguardo. «Il numero contingentato, le prenotazioni, l'istituzione delle Ztl sono tutte misure irrinunciabili per consentire al turista un'esperienza esauriente, di approfondita conoscenza del territorio», annota il sindaco. I visitatori, infatti, possono esplorare la gola attraverso un percorso pedonale ben segnalato, ammirando cascate, ponti e scorci naturali unici. Possono partecipare a visite guidate per scoprire la storia geologica e naturalistica del luogo. In inverno, i Serrai offrono uno spettacolo altrettanto suggestivo con pareti ghiacciate e possibilità di praticare il trekking invernale. Numerosi gli stranieri, provenienti da tutto il mondo, che magari di buon mattino salgono sulla Marmolada e di ritorno compiono una ricognizione attraverso la forra, avvalendosi dei cartelli plurilingue. E proprio per venire incontro alle esigenze del turismo lento, esperienziale, anche Danilo De Toni, primo cittadino di Alleghe ha deciso non di lasciare la sperimentazione della zona a traffico limitato in centro, ma di raddoppiarla, dall'inizio di luglio a fine agosto. «I turisti hanno molto apprezzato e sono stati loro stessi a chiederci di rinnovare quelle misure», afferma. Misure che consentono di meglio apprezzare il lago, e magari anche le passeggiate lungo i sentieri del suo perimetro, grazie al contingentamento di due grandi parcheggi, uno vicino al santuario della Madonna del Grazie, in comune di Rocca Pietore, ed un altro in una vasta area nei pressi di caprile. Intanto il Comune di Auronzo si sta attrezzando per la riapertura della Strada delle Tre Cime, prevedibilmente dal 24 maggio, se non da qualche giorno prima. In questo caso è obbligatoria la prenotazione, una misura che ha evitato le code lunghe diversi chilometri e le attese estenuanti. I prezzi? 40 euro ad autovettura, 5 per i residenti, 26 per i motocicli, 80 per gli autobus fino a 30 posti a sedere, 160 per quelli da 30 posti ed oltre, 60 per caravan ed autocaravan. A monte il parcheggio nei pressi del Rifugio Auronzo, alla base delle Tre Cime, è da 700 piazze circa. «Faremo in modo, per evitare l'assalto a Misurina, di organizzare le aree di sosta vicino al lago e nei dintorni, evitando quella selvaggia», precisa il sindaco Dario Vecellio. «Il nostro intento è che il turista lasci l'auto a valle, magari presso il proprio albergo, e si avvalga del trasporto pubblico, ovviamente da incrementare».

FLUSSITURISTICIEPREVISIONI

Corrieredell’AltoAdige|4aprile2026

p. 2

«Boom

diarriviaPasqua»

Decine di migliaia di turisti sono attesi in Alto Adige per le festività pasquali: «Negli ultimi giorni sono arrivate negli alberghi della provincia moltissime prenotazioni, soprattutto nelle zone tradizionalmente più apprezzate in questa stagione: Merano, Val Venosta e la zona di Caldaro» spiega Hansi Pichler, presidente di Idm Alto Adige, la società provinciale di marketing del territorio. «Quest’anno la Pasqua andrà sicuramente meglio dell’anno scorso, quando fu caratterizzata dal maltempo. Le attuali previsioni meteo indicano invece bel tempo per Pasqua ed i giorni successivi e questo ha spinto molti turisti, soprattutto tedeschi e svizzeri, a prenotare da noi. Dobbiamo comunque attenderci poi un inevitabile calo di turisti subito dopo queste festività perché non ce ne saranno altre nelle settimane successive». Se l’inizio della stagione primaverile soddisfa quindi gli addetti ai lavori, è anche tempo di bilanci per l’inverno appena concluso. In attesa dei dati definitivi, la stagione dello sci ha fatto registrare buoni risultati, in particolare a dicembre con un aumento degli arrivi del 10% rispetto all’anno precedente. «Un inverno positivo conferma Pichler anche se per la verità nella prima settimana delle Olimpiadi invernali abbiamo registrato un calo degli arrivi. Nonostante questo, consideriamo l’esperienza olimpica positiva, perché le ricadute positive in termini di pubblicità per il nostro territorio, con le immagini televisive di Anterselva diffuse in tutto il mondo, ci saranno sicuramente sul lungo periodo». Questo calo degli arrivi in occasione delle Olimpiadi, che a prima vista potrebbe sembrare paradossale, è in realtà un fenomeno conosciuto dagli addetti ai lavori come «Olympic aversion», ovvero il timore delle Olimpiadi, fa calare gli utenti dei comprensori sciistici durante i Giochi per paura di folle eccessive, prezzi elevati e restrizioni negli spostamenti o nelle attività. «Si tratta di un fenomeno comprovato, di cui si parla già dai Giochi di Vancouver 2012 aveva spiegato a caldo Marco Pappalardo, direttore marketing di Dolomiti Superski Molti visitatori non vengono proprio perché ci sono i Giochi e quindi temono il caos e l’aumento dei prezzi. Quindi vanno altrove. Oltretutto bisogna considerare che in alcune località, come a Cortina, quasi tutti gli impianti erano chiusi propria a causa dei Giochi». In dicembre si era comunque registrata in Alto Adige un’impennata degli arrivi, anche se al riguardo Klaus Berger, presidente dell’associazione degli albergatori Hgv, precisa: «Sappiamo che si tratta in realtà di un cambiamento delle abitudini dei turisti, che anticipano la settimana bianca a dicembre rispetto a marzo. Si tratta quindi una diversa distribuzione degli arrivi sul calendario. Ora dobbiamo attendere i dati definitivi di fine stagione invernale per fare un bilancio complessivo». Proprio le piste da sci ancora aperte impianti in funzione fino a Pasquetta in molti comprensori del Dolomiti Superski rappresentano secondo Berger un ulteriore elemento di attrazione turistica: «Molti vengono a fare le ultime sciate dell’anno, di mattina, per poi prendere il sole in quota nel pomeriggio. In questi giorni ci sono quindi le ultime prenotazioni nelle località sciistiche anche se la parte del leone a Pasqua la faranno gli alberghi di Merano, Venosta e Oltradige. Confermo che le buone previsioni meteo ci stanno aiutando molto: ormai la tendenza è infatti quella di prenotare all’ultimo momento, solo dopo aver avuto un riscontro positivo dalle previsioni. Secondo le stime di Federalberghi aggiunge Berger circa 10 milioni di italiani saranno in viaggio per le festività pasquali e di questi l’80% rimarrà in Italia. Un turismo interno che in parte può essere causato dalle problematiche di alcune rotte internazionali per la guerra in Iran. Molti turisti arriveranno in Alto Adige, come da tradizione, anche dalla Germania, dove ci sono vacanze per tutta la prossima settimana. Complessivamente conclude il presidente degli albergatori per noi sarà un ottimo inizio di stagione». In occasione del

weekend pasquale, l’Azienda di soggiorno di Bolzano ricorda le offerte culturali cittadine: domani saranno aperti, dalle 10 alle 18, alcuni dei principali musei fra cui il Messner Mountain Museum Firmian, il Museo di Scienze Naturali, il Museo Civico e il Monumento alla Vittoria. Diversa la situazione per il 6 aprile: a Pasquetta, come da tradizione, molti musei resteranno chiusi.

NOTIZIEDAIPARCHI

CorrieredelleAlpi|16aprile2026

p. 28

AmpliareiconfinidelParcod'AmpezzoIlpianodelleRegolecontrol'overtourism

Marina Menardi / cortina

Ampliare i confini del Parco naturale regionale delle Dolomiti d'Ampezzo, gestito dalle Regole, per inglobare zone oggi sotto pressione da flussi turistici troppi elevati: è una delle soluzioni che potrebbero essere prese in considerazione dalle Regole d'Ampezzo per gestire il fenomeno dell'overtourism, in particolare nell'area del lago di Sorapis con l'accesso dal passo Tre Croci, oggetto negli ultimi anni di una sovraffollamento dei turisti con evidenti danni all'ambiente. L'ampliamento del Parco è allo studio, ma non sarà imminente, come spiega il presidente delle Regole Stefano Gaspari Mul. «Potrebbe essere una buona soluzione per gestire i tanti turisti che frequentano quell'area, perché lo faremmo noi direttamente in modo autonomo. Ne abbiamo parlato in deputazione e siamo d'accordo, ma dobbiamo parlare con tutti i vari portatori di interesse: Comune, Cai, cacciatori, Polizia provinciale, Carabinieri forestali, Suem. Si tratta di una strada possibile da percorrere per evitare il degrado ambientale che avviene in quelle zone, dall'elevato afflusso di persone, alle molte persone che dormono in tenda vicino al lago lasciando spesso i loro rifiuti, ai droni utilizzati che impediscono agli elicotteri del Suem di atterrare o di decollare in caso di soccorsi… una soluzione si deve trovare, ma non sarà a breve». Nei giorni scorsi la Provincia di Belluno e il Comune di Cortina, con il sostegno della Regione Veneto, hanno avviato un percorso condiviso per la definizione di un accordo operativo volto a rafforzare il controllo del territorio extraurbano di Cortina durante la stagione estiva. L'intesa prevede il coinvolgimento della Polizia provinciale, che opererà grazie a risorse messe a disposizione dal Comune di Cortina, con l'obiettivo di garantire una maggiore tutela ambientale e un utilizzo più consapevole e sostenibile delle aree montane. Un incontro a cui le Regole non sono state invitate, nonostante la maggior parte del territorio boschivo sia di sua proprietà. Nel dettaglio, l'accordo prevederà una presenza più capillare della Polizia provinciale lungo i sentieri, nelle aree prative e nelle zone di alta quota, con attività che spazieranno dalla vigilanza al supporto informativo ai visitatori, fino alla prevenzione di comportamenti scorretti o dannosi per l'ambiente. «Non c'eravamo a questo incontro, poiché non siamo stati coinvolti, ma siamo contenti che ci sia un'azione in questo senso. La Polizia provinciale farebbe comodo sulla strada, per non fare parcheggiare le auto ovunque, come spesso avviene in zona Tre Croci, facendo le multe a chi parcheggia o campeggia in maniera selvaggia. I sentieri li controlliamo noi con le nostre guardie, ma il lavoro di prevenzione prima che le persone affrontino i sentieri, ovvero il parcheggio selvaggio ai lati della strada e sui prati con relative multe, sarebbe molto utile». L'ampliamento del Parco potrebbe facilitare la possibilità di fare un parcheggio in zona Tre

Croci, dove parte il sentiero per il lago di Sorapis, un argomento che viene affrontato ormai da qualche anno dall'assemblea dei regolieri, ma che fatica a prendere corpo in quanto nella zona vi sono vari enti proprietari dei terreni: Anas, Regole, Comune. Le Regole da parte loro avevano già lo scorso anno tentato di sistemare l'area sotto Son Zuogo, di proprietà delle Regole, e per una parte del Comune, per farne un parcheggio a pagamento. Avevano chiesto alla

Soprintendenza la possibilità di mettere una sbarra per regolamentare le entrate e le uscite di mezzi ma la Soprintendenza aveva richiesto dei pistoncini a scomparsa invece della stanga. Una soluzione che le Regole hanno ritenuto non adeguata. «Stiamo valutando a questo punto di fare in altro modo, organizzando lo spazio e mettendo qualcuno che controlli i flussi nei periodi stagionali, come abbiamo fatto a Sant'Hubertus, alla partenza della strada per malga Ra Stua: sistemare l'area e mettere un controllo per l'accesso delle auto a pagamento. Non siamo ancora pronti ma è nostra intenzione farlo». Una soluzione che, oltre a regolarizzare almeno in parte il flusso di turisti diretti al lago di Sorapis, porterebbe anche degli introiti nelle casse dell'antico ente ampezzano.

NOTIZIEDAIRIFUGI

CorrieredelleAlpi|23aprile2026

p. 15

Rifugi:parkprenotatietelecamereanticafonicontrol'overtourism

FRANCESCO DAL MAS

Francesco Dal Mas / BELLUNO

Rifugi alpini già aperti, almeno nei fine settimana, come l'Aquileia, in Val Fiorentina, o lo Scarpa, sulle pendici dell'Agner. Ma la prossima stagione sta maturando sotto il segno della massima incertezza. «I rifugi lungo le Alte Vie più frequentate, come la 1 (che festeggia i sessant'anni di vita) e la 2, sono avvantaggiati da prenotazioni che lasciano già pochi pernottamenti disponibili in alta stagione», puntualizza Omar Canzan, presidente dell'Associazione Agrav, gestori di rifugi del Veneto. «A essersi già mossi sono nella maggior parte dei casi stranieri, a cominciare dagli americani e dagli inglesi, sempre più mumerosi sulle Dolomiti. Si rivedono anche i tedeschi. E non mancano gli asiatici, con i sud coereani per primi. E, udite udite, anche israeliani e perfino iraniani». C'è il rischio, però, che nell'estate post olimpica comincino ad arrivare delle disdette, se la Guerra del Golfo dovesse continuare e i voli aerei dovessero diradarsi, Mario Fiorentini, il predecessore di Canzan, che continua a gestire il rifugio "Città di Fiume", nutre comunque fiducia. «Abbiamo motivate ragioni di ritenere che quest'estate ritorneranno sulle nostre montagne anche gli italiani. Saranno più del solito proprio perché», spiega, «tanti vacanzieri rinunceranno alle vacanze all'estero». Prezzi in aumento? Si, ma non oltre i livelli dell'inflazione, si assicura. «Al momento, però, c'è da capire come evolverà la situazione e il caro energia», viene precisato. I rifugi sulle montagne del Bellunese sono 110, gran parte privati. Il Cai ne ha la proprietà di 37; veri e propri rifugi alpini, "nidi d'aquila" nei posti più iconici. Le ultime stagioni sono state premianti e quest'anno le prenotazioni, se non saranno disdettate, indicano per l'estate almeno un +5%. Con flussi da overtourism? «Il problema si pone in determinati periodi e soprattutto nei fine settimana. Si risolve anzitutto attraverso la prenotazione, come già avviene per i pernottamenti», rileva ancora il presidente Agrav. «Prenotazioni magari fin dai parcheggi a

valle, da sistemare, da organizzare anche con la numerazione. E da vigilare». E a proposito di vigilanza i gestori dell'Agrav ammettono che la cafonaggine è in aumento esponenziale, per cui i rifugi che hanno disponibilità di corrente si sono attrezzati di videosorveglianza. L'abbandono dei rifiuti è il comportamento "più popolare". «Ma», denuncia Canzan, «si arriva al danneggiamento, specie quando il rifugio è chiuso; addirittura si accende il fuoco strappando gli infissi. La sorte peggiore spetta ai bivacchi in alta montagna, a volte lasciati "lerci", magari dopo qualche scampagnata di gruppo. Cosicché ci sono gestori di baite alpine o, appunto, bivacchi, che hanno deciso di chiuderli a chiavi e di consentirne l'accesso solo su cauzione». La neve di quest'intervento resiste ancora in quota, ma non ha creato danni. Quella primaverile è precipitata – abbondante – su terreni congelati, grazie alle basse temperature, per cui non dovrebbe aver fatto danni. Come, invece, è accaduto nel passato, quando, per esempio, il Cai di Mestre si trovò costretto a sostituire la teleferica del Galassi dalla Val d'Oten. Quest'estate, invece, si presenterà di nuovo il problema dell'acqua, la cui carenza è diventata ormai una costante estiva. «È in verità la nostra prima preoccupazione, per cui tanti rifugisti si sono dotati di cisterne e altri contenitori, non essendo affatto conveniente farsi portare l'acqua dall'elicottero». In questo contesto, un problema in più è l'approvvigionamento di acqua potabile. L'Ulss 1 Dolomiti si è resa disponibile per tutti i controlli necessari, a partire dalla rete dei rifugi che con l'azienda sanitaria si sono attrezzati per la sicurezza medica. Agrav resta impegnata a portare avanti, con la Regione, la nuova classificazione dei rifugi, per distinguere quegli alpini dagli altri. «Chi arriva al Torrani, in cima al Civetta, non può pretendere di trovare la sauna come nel rifugio a valle. Chi soggiorna nei nostri rifugi a 2 mila metri non può protestare perché non gli è permesso di farsi la doccia due volte al giorno. O a pranzo oppure a cena non trova i piatti tipici del ristorante. Eppure, ci sono ospiti che avanzano proprio queste rivendicazioni, perché per loro non c'è distinzione fra rifugio e rifugio». Una classificazione regionale eviterebbe ai gestori polemiche che proprio non si addicono alle alte quote, ma che possono produrre gravi danni d'immagine. Si lavora proprio su questo versante.

NOTIZIEDALSOCCORSOALPINO

L’Adige|2aprile2026

p. 18

Piùdi1600lepersonesoccorseinquota

L’estate 2025 per i soccorritori verrà ricordata come la triste estate dei record per il numero di incidenti sulle nostre montagne. Tra il 21 giugno e il 21 settembre sulle vette trentine sono state 573 le persone che a seguito di una caduta si sono ferite in maniera più o meno grave. I morti, sempre nello stesso periodo, sono stati 16. E che il lavoro per gli uomini del soccorso alpino nel 2025 sia stato gravoso lo confermano i numeri del bilancio complessivo: 1.553 interventi e 1.602 persone soccorse. I dati comprendono sia i soccorsi svolti in ambiente montano legati alle attività praticate come, ad esempio, l’escursionismo, l’alpinismo, le vie ferrate, il parapendio, lo scialpinismo, le scalate su roccia e cascate di ghiaccio - sia i soccorsi per altre tipologie d’incidenti, per le quali la Centrale unica di emergenza ha ritenuto indispensabile l’intervento di tipo tecnico del Soccorso Alpino. Si tratta, in ogni caso, di 95 persone in più rispetto all’anno precedente. «Il 2025 è stato un anno intenso per le nostre Stazioni, segnato da operazioni

complesse e da eventi che hanno colpito profondamente la comunità della montagnadichiara il presidente del Soccorso Alpino e Speleologico Trentino, Walter Cainelli - Dalla lunga e impegnativa ricerca dei due escursionisti dispersi sul Carè Alto all’inizio dell’anno, ai numerosi incidenti mortali dell’estate, abbiamo operato con professionalità, competenza e forte senso di servizio. Accanto all’attività di soccorso, resta per noi centrale la promozione di una cultura della prudenza e della responsabilità in montagna». Più della metà degli interventi è stata legata all’attività di escursionismo (53,1%). A seguire gli incidenti legati all’utilizzo di biciclette e mountain bike (15,7%), l’alpinismo con il 7,4% (119 persone soccorse), gli incidenti sul lavoro o collegati ad attività boschiva con il 3,1% (49 persone soccorse), lo scialpinismo con il 2,2% (35 persone soccorse), le ferrate con il 2,1% (33 persone soccorse), il parapendio, tuta alare o base jumping con l’1,6% (26 persone soccorse), attività e sport sulla neve diversi dallo sci alpinismo con l’1,6% (26 persone soccorse), la ricerca di funghi con l’1,5% (24 persone soccorse), l’arrampicata sportiva con l’1,1% (17 persone soccorse). Prezioso anche il lavoro delle unità cinofile preallertate 56 volte e protagoniste di 29 interventi di ricerca ( 8 in valanga e 21 in superficie). Considerevole anche l’apporto dei tecnici di elisoccorso che operano sugli elicotteri in servizio al Nucleo Elicotteri della Provincia. Sono state 2.916 le missioni effettuate (40 interventi in più rispetto al 2024), di cui 543 interventi di soccorso alpino (32 in più rispetto al 2024). Interventi, si diceva, ma anche attività di prevenzione. «Stiamo consolidando la collaborazione con i rifugisti attraverso un accordo che prevede momenti formativi dedicati e la progressiva dotazione dei rifugi aderenti di strumenti utili alla gestione delle emergenze spiega il presidente Cainelli Prosegue inoltre l’investimento costante in formazione e aggiornamento delle attrezzature. Nel corso del 2025 l’Unità operativa Trentino Emergenza ci ha consegnato 31 nuovi defibrillatori, strumenti salvavita distribuiti tra le 33 Stazioni territoriali per potenziare e rinnovare la dotazione esistente. Parallelamente è stato rafforzato il parco mezzi, con la consegna di nuovi furgoni e fuoristrada alle diverse Stazioni, anche grazie al contributo di enti locali ».

CorrieredelleAlpi|2aprile2026

p. 20

Soccorsoalpino,interventirecord«Maicosìtanti,fateicorsidibase»

Alessandro Michielli / belluno

Crescono gli interventi del Soccorso alpino a livello nazionale, ma anche regionale e sulle Dolomiti bellunesi. Nel corso del 2025, il Corpo nazionale ha effettuato in totale 13.037 missioni, segnando un aumento dell'8% rispetto alle 12.063 del 2024. Il dato rappresenta il valore più alto di sempre e conferma una crescita costante della pressione sul sistema di soccorso in montagna e negli ambienti impervi. Nel 2025 sono stati registrati ben 528 decessi e 9.624 feriti: il dato sui decessi segna un aumento significativo del 13% rispetto ai 466 del 2024, invertendo il leggero trend di riduzione osservato negli ultimi anni. Le attività hanno richiesto un impegno complessivo di 204.996 ore/uomo, per un totale di 35.080 giornate/uomo, con il coinvolgimento di 46.927 soccorritori, a fronte di un organico complessivo di circa 7.000 tecnici. Il focus veneto «In Veneto sono aumentati i numeri sia degli interventi che delle persone soccorse», afferma Giuseppe Zandegiacomo, presidente del Soccorso alpino del Veneto. «La maggior parte degli interventi ha riguardato persone in difficoltà, che vanno in crisi per inesperienza o incapacità di preparazione. Molto spesso non sono in pericolo, hanno solo bisogno di aiuto». Ma per quale motivo gli interventi sono aumentati così tanto? «Sono molti perché c'è tanta frequentazione»,

aggiunge Zandegiacomo. «La gente si approccia alla montagna in vari modi (trekking, corsa, scalata ecc), alla ricerca della vita all'aperto e per trovare una rigenerazione fisica». L'identikit della persona soccorsa a livello nazionale rimane stabile rispetto agli anni precedenti: si tratta soprattutto di uomini (69,5%), italiani (81,1%), con un'età prevalente tra i 50 e i 60 anni (15,51%) che rappresentano gli escursionisti coinvolti in incidenti dovuti a cadute o a difficoltà legate al terreno e alle condizioni ambientali. «Confermiamo il trend, anche se sulle nostre montagne abbiamo registrato un forte aumento di turisti provenienti dall'Est», aggiunge il presidente del Veneto. «Nei dati che sono in nostro possesso, notiamo un'alta percentuale di soccorsi di persone di nazionalità straniera». le cause degli interventi Le principali cause degli interventi restano sostanzialmente stabili e sono: caduta o scivolata (45%), malori (14,1%) e incapacità durante l'attività (8,1%). Il dato sulle cadute, che rappresentano quasi la metà degli interventi, conferma come la scarsa preparazione tecnica e la sottovalutazione dei rischi restino tra i principali fattori di incidente. L'escursionismo si conferma nettamente l'attività più coinvolta con il 40,6%, seguito da mountain bike (7,6%), sci (7,4%), alpinismo (5,2%) e ricerca funghi (3,2%) «Troppo Pochi tesserati cai» «Una dato molto sensibile per noi riguarda i tesserati Cai», aggiunge Zandegiacomo. «Tra gli italiani sono pochissimi e questo fa pensare. Per un amante della montagna, il tesseramento Cai dovrebbe essere una delle prime cose da fare, perché ti dà la possibilità di fare dei corsi base che preparano le persone a vivere la montagna nel modo corretto». «Come Soccorso alpino non formiamo le persone in questi termini», prosegue, «da noi arrivano alpinisti già formati ed imparano soprattutto le regole di soccorso. Ma in generale, è importante frequentare i corsi del Cai per arrivare in montagna più preparati. Serve poi un cambio di mentalità: oggi le persone usano il cellulare non solo per chiamare o mandare messaggi, ma anche come mappa o torcia, ad esempio. Non sono coscienti che una volta esaurita la batteria, perdono tutte queste funzionalità. E quindi, se si trovano in una situazione complicata, vanno in difficoltà. Io, personalmente, mi porto sempre una pila frontale. Importante sarebbe avere con sé anche una mappa, oltre al pacchetto medicazione e agli indumenti tecnici». © RIPRODUZIONE RISERVATA Alcuni turisti lungo il sentiero per il lago del Sorapiss «Missioni aumentate perché la gente viene in montagna con più frequenza» Giuseppe zandegiacomo il presidente del soccorso alpino veneto dà alcuni consigli.

AltoAdige|30aprile2026

p. 12

Soccorsoalpinoconidronicargo

BOLZANO

In caso di emergenza in montagna, il tempo è tutto. E oggi può essere ridotto fino a tre volte grazie all’utilizzo di droni cargo, con un impatto significativo anche sulla sicurezza dei pazienti e delle squadre di soccorso. È quanto emerge dai test condotti sulle Dolomiti nell’ambito del progetto Start2 Living Lab, che ha esplorato l’integrazione dei droni nelle operazioni di soccorso alpino in ambienti complessi. Tra i protagonisti del progetto c’è FlyingBasket, tech company altoatesina e player globale nella progettazione, produzione e sviluppo di droni cargo per la logistica, che ha contribuito mettendo a disposizione la propria piattaforma tecnologica, competenze operative e attività di formazione dedicate alle squadre di soccorso. Le prove sul campo hanno confrontato i metodi tradizionali di evacuazione a terra con operazioni supportate da droni cargo heavy-lift. I risultati evidenziano un miglioramento significativo: il

tempo di evacuazione può essere ridotto fino a tre volte, mentre il trasporto aereo via drone comporta una riduzione delle sollecitazioni sul paziente - in termini di urti e vibrazioni fino a dieci volte inferiore rispetto al trasporto terrestre. @RIPRODUZIONE RISERVATA.

CorrieredelleAlpi|30aprile2026

p. 16

Soccorsi,cresconodel7%AutomedicainAgordinoriconfermataperl'estate

Paola Dall'Anese / belluno

Crescono del 7% le missioni di soccorso e del 2% gli accessi ai Pronto soccorso della provincia. È aumentato anche quest'anno l'impegno del Suem 118 dell'Ulss 1 Dolomiti nella stagione invernale appena conclusa. Lo dice il report presentato ieri dal commissario straordinario Giuseppe Dal Ben e dalla direttrice del Servizio di Urgenza-Emergenza medica di Pieve di Cadore, Cristina Barbarino. Un aumento che ha visto anche l'importante supporto di due progetti innovativi, quello dell'infermiere in pista ad Arabba che ha eseguito da gennaio a marzo 33 interventi di cui il 54% di media gravità, e quello dell'automedica nell'alto Agordino. Un'esperienza quest'ultima che sarà riproposta anche questa estate come anticipato da Dal Ben, visto il servizio importante reso con i suoi 96 interventi di cui il 70% per codici gialli, quindi di media gravità e 19% per codici rossi gravi. Le squadre e i mezzi in campo Se l'assetto normale del Suem prevede 23 ambulanze a cui se ne aggiunge una medicalizzata notturna a Santo Stefano di Cadore (quest'ultima rimarrà fino al termine dei lavori alla galleria del Comelico), durante la stagione invernale l'Ulss ha provveduto ad un potenziamento aggiungendo otto ambulanze e il secondo elicottero per un costo totale di 1.153.000 euro. Inoltre nei Pronto soccorso sono stati inseriti un medico e un infermiere in più. I soccorsi Sono state 14.848 le chiamate al Suem dal primo dicembre 2025 al 15 aprile 2026, chiamate che hanno portato a 8.303 missioni con uscite sia di ambulanze che di elicotteri. «Vale a dire il 7% in più rispetto allo scorso anno», ha ricordato la direttrice Barbarino che poi ha precisato come di queste oltre 8 mila missioni, «376 sono state eseguite con l'elicottero e di queste 170 sono avvenute sulle piste da sci». Questi sono gli interventi che hanno riguardato la popolazione presente nel territorio bellunese in quei mesi, «ma sono escluse le missioni per gli atleti e la famiglia olimpica durante i Giochi», ha evidenziato Dal Ben. Rispetto ad una media giornaliera di 109 chiamate al 118, nelle giornate del 27 e del 4 gennaio si sono raggiunti i picchi della stagione con rispettivamente 201 e 196 richieste di soccorso. Ed è proprio in queste due giornate che si è registrato anche il maggior numero di missioni pari a 97 il 4 gennaio e a 92 il 27 dicembre (mentre la media giornaliera è di 61). In totale sono state soccorse 8.592 persone di cui il 73% residenti nell'Ulss 1 Dolomiti, mentre soltanto il 10% proveniente dall'estero (principalmente Germania, Francia, Regno Unito, Usa e Polonia). Il 50% dei soccorsi sono stati a domicilio (4.185), mentre il 14% (1.193) sono stati eseguiti in pista, il 7% (606) hanno riguardato gli incidenti stradali. Il 34,3% delle persone soccorse aveva più di 80 anni e l'intervento ha riguardato patologie cliniche, mentre con l'abbassarsi dell'età si è registrato un aumento dei soccorsi per traumi (34%). Gli interventi in pista Restano le piste di Arabba e della Marmolada quelle più pericolose visti i 519 interventi eseguiti tra dicembre e aprile, seguite da quella di Cortina/San Vito (282 soccorsi), e sul Civetta (228), e da Falcade (132). Le giornate con il maggior numero di interventi in pista, cioè 24, sono stati il 2 e il 4 gennaio 2026, seguiti dal 29 dicembre e dal 3 gennaio con 23 soccorsi. I soccorsi con l'elicottero Sono state 337 le missioni compiute dai due elicotteri dell'Ulss (213 con Falco 1 e 124 con Falco 2, che ha funzionato dal 5

dicembre al 18 marzo, un periodo più ampio rispetto allo scorso anno quando ha volato dal 20 dicembre al 20 gennaio), con un picco di 10 missioni il 4 gennaio e di sette l'8 febbraio, missioni che per il 29% hanno riguardato turisti stranieri.

NOTIZIEDAICLUBALPINI

CorrieredelleAlpi|3aprile2026

p. 19, segue dalla prima

SentinelleCaicontroivandali

Troppi cafoni sulle Dolomiti. E, purtroppo, non saranno gli ultimi quelli che hanno vandalizzato la cabinovia verso il Pordoi, giorni fa. Il Club alpino italiano è stato costretto a dotare di telecamere i rifugi alpini, per vigilare non solo d'estate ma anche d'inverno a tutela delle proprie strutture. Il Cai stesso, nel Feltrino, si è trovato nella necessità di chiudere un sentiero per i danni recati da presunti escursionisti. E ci sono sezioni del club che hanno chiuso le proprie baite in quota e adesso le mettono a disposizione solo a pagamento. «Ci rivolgiamo ai 70 mila nostri tesserati in regione» è l'appello di Francesco Abbruscato, presidente del Cai Veneto «perché si trasformino in sentinelle, salendo in montagna, per denunciare ogni abuso, ogni comportamento scorretto, ai carabinieri, in particolare ai forestali». Il lago turchino del Sorapis invaso dai rifiuti abbandonati. Il Rifugio Venezia con le finestre rotte. Il Cai di Feltre costretto a chiudere un sentiero. Che cosa sta accadendo? «Stanno aumentando i cafoni in modo esponenziale» sospira di delusione, ma anche di rabbia, il presidente Abbruscato, «Arrivano in quota persone che non sanno dove si trovano; ritengono di trovarsi al mare, oppure ancora in un quartiere di città». L'uso scorretto, «anzi quasi volgare», dei bivacchi delle casere, è l'abuso più frequente. «Il bivacco o la baita non è il luogo dove starci per due o tre giorni, perché i bisogni dove li eserciti? Non c'è acqua, neppure corrente. Ed ecco che si fa fuoco con ogni legno possibile, magari anche quello delle imposte, come è accaduto al Rifugio ai Loff sulla Pedemontana» denuncia il dirigente Cai. Chi alberga, è solito non riportarsi appresso le immondizie, per cui tanti bivacchi vengono scoperti ancora pieni di rifiuti e, ovviamente, sporchi. È di modo, con gli ultimi inverni, di portarsi in quota per gite e cene «più da bere che da mangiare». Col risultato che sempre più spesso viene mobilitato il Soccorso alpino, perché singoli e gruppi si mettono nei guai. Magari ti lasciano porte e finestre aperte e quando i volontari della sezione salgono per le verifiche, trovano questi ambienti carichi di neve. Succede anche con i ricoveri accanto ai rifugi. Ricoveri sempre accessibili, in caso di emergenza, ma che troppo spesso vengono vandalizzati. Il Cai di Salgareda, per esemplificare, ha deciso di chiudere una propria malga ai piedi della pala di San Lucano. Chi ne vuole usufruire, deve chiedere le chiavi e firmare. La conseguenza di questo andazzo? «Pressoché tutti i rifugi si stanno attrezzando di telecamere» conferma il presidente del Cai, «Il Galassi, ai piedi dell'Antelao, ne ha due, una puntata sull'ingresso, l'altra sulla legnaia, perché è capitato, nel passato, che chi sale, se ne approfitta». Lontanissimi, dunque, i tempi in cui l'escursionista che saliva in un bivacco, raccoglieva e portava a valle gli eventuali rifiuti, ma non solo: lasciava sul posto gli alimenti non deperibili che avanzava. «Oggi si è perso qualsiasi concetto di solidarietà» commenta Abbruscato. Il tema si pone anche per la sentieristica, lungo la quale si moltiplicano i gesti vandalici. Si tagliano le corde lungo una via attrezzata, si divelgono i pali di sostegno di una palizzata, si iscrive il proprio nome sulla fontana di legno,

quando, addirittura, non la si riduce in pezzi. Ti dà fastidio l'e-bike che scende? Per reazione abbandoni attraverso la pista un pezzo di legno o dei sassi. «Ecco perché ci appelliamo al popolo dei tesserati Cai, ma non solo» conclude il presidente regionale, «affinché prepari le uscite estive con qualche escursione ai nostri rifugi o bivacchi per verificare se ci sono danni e per rimediarvi, se ne ha la possibilità, oppure per sporgere denuncia ai carabinieri forestali». Carabinieri che peraltro hanno sollecitato il Cai ad informarli se vedono scorrazzare nei cieli delle Dolomiti, in particolare sulle cime, ad esempio, sulla Torre Trieste del Civetta, elicotteri che non siano quelli del Suem. Tema diverso da precedente. Ma sempre di cafonaggine si tratta. Il Cai, intanto, si prepara alla nuova stagione dell'accoglienza alpina. I primi rifugi apriranno a metà maggio, anche se alcuni consentono già la Pasqua in quota. Quest'anno, però, la neve resta con quella consistenza che è permessa anche dalle basse temperature di questi giorni. «Non escludo che avremo qualche problema di sistemazione supplementare di sentieri, presumibilmente verso la seconda metà di maggio» dice Abbruscato.

Corrieredell’AltoAdige|8aprile2026

p. 2

Gliambientalistiall’attacco«Bastacaosinmontagna»

Silvia M. C. Senette BOLZANO

«Smettiamola con questa avidità: in Trentino e in Alto Adige sono diventati tutti ricchi, gli impianti lavorano bene, le strutture sono piene. Cosa vogliamo ancora? Il rischio è lo scoppio del turismo, perché la gente si sta stufando del caos e delle code». Carlo Zanella, presidente del Cai Alto Adige, guida la carica contro il bilancio trionfale di Valeria Ghezzi (Anef), smontando una narrazione «negazionista». Il terreno di scontro non è lo sci in sé, ma il limite fisico di un’industria che non sa più dire basta. «Non so cosa intenda la presidente Anef quando dice che hanno “contrastato il cambiamento climatico in maniera eccellente”. Non hanno contrastato nulla: hanno solo avuto la fortuna di una nevicata provvidenziale prima delle Olimpiadi evidenzia Zanella . Quando faceva caldo, a dicembre, gli impianti di innevamento erano fermi. Non hanno ridotto corse o consumi, hanno solo sperato nel meteo. E ora sentirli chiedere soldi al Governo perché avrebbero perso incassi con le Olimpiadi fa rabbrividire: dov’è il rischio d’impresa? Prima erano tutti entusiasti dei Giochi, ora che il conto non torna chiedono l’aiuto di Stato. È assurdo». Zanella entra nel merito della gestione delle piste, bollando come «un bluff» le limitazioni agli accessi di Campiglio. «Dicono di aver ridotto gli ingressi, ma è una bugia. Chi era in hotel aveva già il pass; se il sabato lasci fuori 500 persone su 5.000 non cambia nulla per la pressione sulle piste. Il problema è che non è più sciare; è stare sull’impianto per andare nelle malghe a ballare. Mi sono stufato di questo casino: rifugi con musica a tutto volume, deejay, champagne, alcol, droga… Se le forze dell’ordine facessero più controlli, ne fermerebbero a centinaia. La montagna deve restare pura, non trasformarsi in una discoteca che produce solo inquinamento e incidenti». L’affondo si estende ai nuovi progetti. «Vogliono portare la funivia fino alle Tre Cime di Lavaredo o aumentare la portata sul Seceda: hanno già rovinato la Marmolada verso Punta Rocca e usano scuse banali, come l’accesso per i disabili, per fatturare di più. Ma così distruggono la bellezza per cui la gente viene qui in estate». Sulla stessa linea Luigi Casanova, presidente nazionale di Mountain Wilderness Italia, che ribalta l’accusa di ideologismo lanciata da Ghezzi. «La presidente Anef appare con l’elmetto, ma l’unica visione

ideologica è la sua: quella del mercato totale. Sostiene che l’ambientalismo sia ideologico, ma poi ammette che i problemi climatici la preoccupano. Se fosse vero, avrebbe aperto un tavolo di confronto invece di alimentare crociate. L’industria della neve si sta impadronendo della montagna con una accelerazione devastante: bacini di accumulo, voli in elicottero, parchi monotematici e illuminazione notturna. È un assalto che trasforma le vette in aree urbane». Per Casanova, il successo economico sbandierato dagli impiantisti nasconde sacche di povertà e fragilità. «Non trovano più lavoratori non solo per gli stipendi magri: le comunità non offrono più alloggi a prezzi sostenibili. I giovani scappano dalle vallate ricche perché non possono più permettersi una casa e perché la politica foraggia solo lo sci, dimenticando le energie del futuro. Si fanno deroghe urbanistiche scandalose in sfregio ai piani regolatori per compiacere i “siorez”, mentre chi studia viene cacciato dagli appartamenti per fare spazio al turismo di massa». Paola Demagri, consigliera provinciale di Casa Autonomia, critica l’immobilismo della Giunta trentina su temi specifici come lo scialpinismo in pista. «Nelle nostre valli questa pratica è parte della quotidianità, educa alla fatica e ha un valore sociale profondo, eppure si muove dentro un quadro normativo insufficiente. Il Comune di Dimaro -Folgarida ha chiesto un tavolo di lavoro, ma l’assessore Failoni ha inserito lo scialpinismo come un dettaglio marginale in un disegno di legge confuso, respinto dai sindaci, e oggi rivendica un dialogo che non risulta agli atti. La politica ha il dovere di affrontare le questioni spinose, anche quelle che portano meno successi elettorali immediati». Il messaggio dei rappresentanti del territorio è univoco: la montagna non è un bene illimitato e il Trentino - Alto Adige deve scegliere se inseguire l’ingordigia dei numeri o preservare quel residuo di «purezza» che ancora attira chi cerca il silenzio. «Noi non siamo integralisti conclude Zanella vogliamo solo salvare quello che c’è. Fermiamoci finché siamo in tempo, prima che la gente scappi altrove per fuggire dal rumore e dal deejay a duemila metri».

CorrieredelVeneto|9aprile2026

p. 10, edizione Treviso - Belluno

«ServeilnumerochiusoperituristiMontagnepredaditantiinesperti»

Dimitri Canello BELLUNO

Nei giorni scorsi il cambio della guardia ai vertici del Club alpino italiano di Belluno è diventato realtà. Alberto Gris, il nuovo presidente per il triennio 2026-2028, succede a Paolo Barp ed è già al lavoro. Sono giorni frenetici per una nomina nel segno della continuità, ma anche delle idee chiare sulle sfide che attendono il mondo della montagna: sicurezza, formazione e gestione dei flussi turistici. Accanto a Gris ci sono le vice presidenti Alessia Nart ed Elena Sandre, mentre il nuovo Consiglio direttivo riunisce dodici componenti e tre revisori dei conti. Tra le priorità, già tracciate, spiccano le iniziative per i 60 anni dell’Alta Via numero 1 (da Lamon a Braies) e una rinnovata attenzione alla cultura della montagna. Presidente Gris, che inizio di mandato si aspetta? «C’è una forte sintonia con chi mi ha preceduto. Con Paolo Barp sono state avviate molte iniziative e il nostro obiettivo è proseguire su quella strada, consolidando quanto è stato costruito». Tra le priorità c’è l’Alta Via delle Dolomiti: cosa avete in programma? «Stiamo organizzando diverse iniziative: un corso fotografico dedicato e, il 4 novembre, un incontro con storici e studiosi sulla Grande Guerra. È un percorso simbolico, che vogliamo valorizzare sotto più aspetti». Il tema del turismo (o dell’overtourism) in montagna è sempre più centrale: cosa ne

pensa del numero chiuso? «Sono favorevole, almeno in alcuni contesti. Qualcosa bisogna fare per preservare l’ambiente. Il turismo di massa non può arrivare ovunque: la montagna va rispettata e gestita con equilibrio». Capitolo sicurezza: gli incidenti restano un problema. Dove si deve intervenire? «Alla base ci sono spesso impreparazione e sottovalutazione del rischio. La montagna non è mai a rischio zero. Servono più consapevolezza, attenzione alle condizioni meteo e all’equipaggiamento». Che ruolo può avere il Cai in questo? «Fondamentale. La formazione è una delle nostre mission. Ho fatto l’istruttore di roccia per oltre vent’anni e posso dire che i corsi del Cai danno strumenti utili. Quando percepisci il pericolo hai fatto più di metà del lavoro». Ha visto cambiare il rapporto con la montagna? «Sì, e non sempre in meglio. Ho visto situazioni pericolose, persone senza attrezzatura adeguata o senza preparazione. Questo mette a rischio non solo loro, ma anche chi deve intervenire nei soccorsi». Come sono i rapporti con le istituzioni? «Molto positivi. Ho già incontrato sindaco e presidente della Provincia. Il fatto che Marco Staunovo Polacco abbia un passato nel Cai è un valore aggiunto per costruire sinergie concrete». Il suo mandato ha una linea guida dominante? «Valorizzare il patrimonio alpino, ma soprattutto educare a viverlo con rispetto e competenza. Perché la montagna non perdona l’improvvisazione e il nostro compito principale resta l’addestramento».

Corrieredell’AltoAdige|10aprile2026

p. 2

IlCaidiBolzanocritical’overtourism«Lamontagnaèlibertà,nonanarchia»

Enzo Coco BOLZANO

Conferme e rinnovamento caratterizzano la composizione del direttivo della Sezione Cai di Bolzano riunitosi recentemente, che ha confermato presidente Maurizio Veronese e vicepresidente Luigi Cavallaro. Segretaria del direttivo è stata confermata Anna Assereto, tesoriere è stato nominato Paolo Stefanoni. Il consiglio si è complimentato oltre che con gli eletti alle cariche statutarie anche con i nuovi componenti eletti: Luisa Barbolini, Carlotta Grande, Roberto Rinaldi e Paolo Stefanoni. «L’obiettivo che ci siamo prefissi spiega il direttivo è quello di portare il Cai Bolzano sempre più a contatto con la cittadinanza e rendere tutti partecipi in modo attivo e consapevole verso le varie problematiche che si incontreranno». La montagna è da più parti oggetto di aggressione vuoi per l’incoscienza di chi la affronta senza essere adeguatamente preparato e con la giusta attrezzatura, vuoi perché alcuni luoghi sono diventati una fabbrica di selfie senza alcun rispetto per l’ambiente. «L’articolo 1 del nostro statuto sancisce che il Cai ha per scopo l’alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, in particolare quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale ricorda il direttivo . È su questa affermazione che anche la nostra sezione vuole impegnarsi sempre. L’ambiente montano ormai da troppo tempo è sotto l’assedio di un turismo che tende ad essere alquanto aggressivo». Su questo aspetto il direttivo di sezione del Cai pone un particolare accento considerati i numerosi episodi non solo di vandalismo e scarsa sensibilità verso la montagna, ma anche in riferimento ai numerosi incidenti che si verificano spesso per superficialità nell’affrontarla. «Quello che purtroppo si sta evidenziando è un approccio alla montagna in contrasto con il concetto di responsabilità sostengono i responsabili locali del Cai . Lo slogan “no limits”, molto in voga nei messaggi promozionali, descrive un avvicinarsi alla montagna in contrasto con il concetto di responsabilità» aggiungono i rappresentanti nel

nuovo direttivo. Il Cai parla di overtourism soprattutto diseducativo che non aiuta a frequentare l’ambiente montano in maniera esplorativa, educativa, formativa e socialmente diffusa. Dura la reprimenda contro quella che viene definita l’anarchia in montagna, un concetto in contrasto netto con il senso di libertà che la montagna può esprimere, ma che va di pari passo con quello del rispetto per sé stessi, per l’ambiente e per gli altri. Nel corso della riunione del direttivo si è esaminata anche la situazione dei rifugi di proprietà del Cai di Bolzano. «Grazie all’importante supporto economico della Provincia è stato sottolineato attraverso un piano decennale si stanno effettuando degli investimenti finalizzati al miglioramento strutturale di vari rifugi». Iniziato nel 2025 con il rifugio Puez, il rinnovamento proseguirà con il rifugio Oltradige al Roen, mentre si potrà mettere mano anche alla manutenzione ordinaria in altri rifugi. È possibile iscriversi alla sezione fino alla fine di ottobre e rinnovare il tesseramento anche online, sul sito www.caibolzano.it. E intanto, domattina alla Salewa, è in programma l’assemblea annuale dei delegati del Cai Alto Adige.

L’Adige|13aprile2026

p. 10

Sat,bilancioda15milioniImpegnisurifugiesentieri

LUISA MARIA PATRUNO

Sabato mattina, all’auditorium di Interbrennero all’Interporto di Trento, si terrà l’assemblea annuale dei delegati Sat, alla quale quest’anno Sosat ha già annunciato che non parteciperà, perché non è previsto alcun punto all’ordine del giorno per discutere del rapporto con le sezioni. Il presidente di Sat, Cristian Ferrari, terrà la relazione sull’attività e il bilancio del 2025 che si è chiuso su un totale di 15.685.925 euro e un avanzo di esercizio di 71.946 euro. Gli impegni più rilevanti della Sat riguardano i rifugi e i sentieri. Nella sua relazione Ferrari spiega che anche per il 2026: «Si prevede di proseguire con gli investimenti nell’ambito del patrimonio immobiliare. In particolare, per quanto riguarda i rifugi, sono previsti investimenti per un totale di circa 2.000.000 di euro. Di particolare rilievo saranno i lavori di elettrificazione del rifugio Roda di Vael, per un importo di circa 450.000 euro, nonché gli interventi di manutenzione delle teleferiche dei rifugi Tuckett, Velo della Madonna e Cima d’Asta, che richiederanno complessivamente 650.000 euro. È inoltre previsto il completamento delle lavorazioni relative al rifugio Tosa Pedrotti avviate a fine 2024. Nel corso del 2026 saranno inoltre proseguite importanti attività progettuali, tra cui la riqualificazione del rifugio Altissimo e, soprattutto, la riedificazione del rifugio Tonini». Nel 2026 per la manutenzione ordinaria e straordinaria dei sentieri è prevista una spesa di circa 500.000 euro. Sia per i sentieri che per i rifugi gran parte dei finanziamenti sono coperti dalla Provincia. Per i rifugi si prevede una contribuzione media compresa tra il 75% e l’80% degli importi. Inoltre, le entrate derivanti dai canoni dei rifugi rappresentano circa il 30% dei ricavi complessivi dell’associazione. I ricavi da quote associative ammontano a 991.344 euro. I soci sono arrivati a quota 29.010 (erano 27.833 a fine 2024). Il presidente Ferrari precisa inoltre che le sezioni sono 85. Tra queste ce ne sono 30 cosiddette “interne”, che confluiscono giuridicamente e contabilmente in Sat, mentre «le altre 55 Sezioni invece sono costituite in associazioni autonome e di queste 49 sono iscritte nel Registro unico nazionale del Terzo settore come Aps» e sono associate a Sat. La Sat fa affidamento anche sulle sponsorizzazioni che garantiscono incassi per circa 200.000 euro. In particolare i ricavi da sponsorizzazioni si riferiscono ai contratti di pubblicità, co-marketing stipulati nel corso del 2023 - 2024- 2025 con La Sportiva, Dolomiti

Energia, Itas Mutua, Fondo Comune delle Casse Rurali Trentine, Risto 3, Andalo Gestioni srl, Surgiva, Pastificio Felicetti, Lucia Melchiori srl, Muse, Menz & Grasser Spa, Calze GM Sport, Trentino Erbe srl, per complessivi euro 179.582 annui. La presenza tra gli sponsor della società Andalo Gestioni srl ha fatto storcere però il naso a più di un socio perché la società in house del Comune si occupa tra l’altro di winter park, ovvero parchi giochi sulla neve dedicati allo svago, un modello di frequentazione della montagna che non viene ritenuto in linea con la missione della Società degli alpinisti tridentini. Oltre tutto, circa quindici anni fa Sat aveva abbandonato la gestione dei sentieri in Paganella esprimendo proprio in questo modo il suo disappunto riguardo a quello che veniva ritenuto uno scempio che gli impiantisti stavano facendo con la realizzazione di nuove piste da sci. E quella ferita per molti satini è ancora aperta.

EDITORIALIEINTERVISTE

Corrieredell’AltoAdige|4aprile2026

p. 9

«EccoilmioSudtirolo»

«Come tutti i sudtirolesi, anch’io amo la mia Heimat . Non perché sia mio dovere. Ma innanzitutto perché è così unica nel suo genere. Quando torno dai miei viaggi in Tibet, in Antartide o in Patagonia, lo sento in modo particolare. Perché da lontano la propria Heimat appare sempre più bella . Dipende quindi esclusivamente da me, se al ritorno le mie aspettative vengono spesso disattese. Forse è stata proprio questa nostalgia a farmi diventare un sudtirolese critico». Parole di Reinhold Messner, che nel nuovo libro Il mio Sudtirolo (Raetia editore, 176 pagine, 18 euro) racconta senza filtri l’Alto Adige, tra bellezza e contraddizioni. Una narrazione piena di amore, ma anche critica verso la sua terra, in cui il concetto di Heimat significa un profondo sentimento di appartenenza. Messner indaga le peculiarità della regione: tra Italia e Austria, Dolomiti e Ortles, Brennero e Salorno, tra spaghetti e canederli allo speck, centri storici suggestivi e esperienze outdoor illimitate. Parla delle meraviglie geologiche del territorio, indaga il mito di Ötzi l’uomo venuto dal ghiaccio, narra la storia identitaria e complessa del Sudtirolo, spiegando come funziona la convivenza dei tre gruppi linguistici, tedesco, italiano e ladino. E come si conciliano tradizione e progresso, autonomia politica e responsabilità individuale. Nel libro c’è anche una riflessione critica sulle sfide attuali: il sovraffollamento turistico, l’evoluzione dell’autonomia, la tutela della natura e dell’ambiente. «Sono grato di essere cresciuto in questa piccola terra lungo l’Adige e tra le montagne e sono pronto ad assumermi la responsabilità del suo futuro - sottolinea Messner - . Come sudtirolese non ho un’identità nazionale. Me ne basta una locale. Quindi non sono né italiano né austriaco né tedesco. Sono sudtirolese e in quanto tale cittadino italiano, anche europeo e un po’ cittadino del mondo». Arrampicatore su roccia e alpinista d’alta quota, Messner ha superato ogni confine, ha completato il giro di tutte le vette della terra oltre gli ottomila metri. E ha creato sulle montagne del Sudtirolo una struttura museale unica: il Messner Mountain Museum. «Ho girato parecchio per questo pianeta... deserti di sabbia e di ghiaccio, tra le grandi montagne e sugli altopiani disabitati... - racconta Messner. Anche nella mia terra non ho avuto vita facile. Perché da moderno nomade quale sono, mi hanno subito bollato come giramondo senza patria, persino come egocentrico, anche come uno che sputa nel piatto in cui mangia, perché mi ero scordato di piantare la nostra bandiera

sulla cima dell’Everest. Come se il diritto all’autodeterminazione, che noi sudtirolesi rivendichiamo di continuo, valesse solo per la collettività, non per il singolo. Ma nonostante tutto sono rimasto sudtirolese. E tornerò sempre in questa terra tra l’Ortles e le Dolomiti, tra il Brennero e Salorno. Ho intenzione di restare». Appartenenza, amore, radici, ma anche lucida critica alla contemporaneità di una terra dalle mille sfaccettature. «Con il mio museo della montagna ho avuto finalmente l’opportunità di esprimermi anche qui, di mettere a frutto le mie esperienzescrive Messner - ... non conosco, in Europa centrale, un angolo di terra più vivibile di questo. Tra vigneti e firn, tra paesi e masi, sono questo paesaggio, questa luce, questo tipo di gente a far parte di me». L’impegno a favore del patrimonio è irto di ostacoli. E secondo la visione di Messner la politica non aiuta. «Mi sembra di doverlo strappare dalle grinfie dei falsificatori della storia e degli yes men . In Sudtirolo abbiamo bisogno di più spazio per i dubbiosi e i visionari. E con urgenza di più margine di manovra nel dibattito politico. Dove finisce il gioco dei partiti, c’è il deserto». E le giovani generazioni non sembrano abbastanza consapevoli. «L’identità della generazione più giovane è meno fondata sui compiti che ci attendono e sulla rielaborazione comune del passato, ha qualcosa di provinciale, di profondamente egocentrico. Il motto è Mir sein mir : tutto questo ci appartiene, anche se non vogliamo fare niente per meritarcelo». L’orizzonte che traccia Messner è chiaro: «Sono a favore di un Sudtirolo inteso come somma delle culture, crogiolo di idee e ponte tra Nord e Sud, tra giovani e vecchi, tra Ue e stato nazionale... non provengo né da sinistra né da destra, provengo dalla montagna e la mia visione d’insieme si basa sull’esperienza». La sfida? «Il Sudtirolo come campo di sperimentazione, spazio multiculturale, ponte tra grandi nazioni linguistiche e culturali».

CorrieredelleAlpi|4aprile2026

p. 21

«EilsilenzioperdutodelleDolomiti?Noaigrandieventi»MatteoRighetto

Matteo Righetto ha accettato il secondo mandato alla guida della Sezione Cai di LivinallongoColle Santa Lucia. Lui, scrittore padovano che nelle Terre alte vive per buona parte dell'anno, e che dell'impegno su un nuovo (ma antico) modo di vivere la montagna ha fatto quasi una bandiera, all'assemblea di Arabba è tornato sui temi che gli sono cari, lanciando anche qualche stoccata. Vorrebbe, ad esempio, maggiore unità d'intenti (in seno al Cai, si intende) sui temi della tutela ambientale e nel contrasto al turismo cafone, che ormai va per la maggiore e che sta diventando quasi il tema centrale: «Purtroppo - ha detto in assemblea - non sono molte le sezioni locali attente a queste tematiche. Mi trovo invece in piena sintonia con Francesco Abbruscato, Presidente Cai Veneto». Righetto, alle osservazioni critiche contenute nel dossier Nevediversa di Legambiente, Valeria Ghezzi di Anef (gli impiantisti) ha in un certo senso risposto di "scendere dalla pianta" perché senza lo sci, la montagna è morta; e quindi nessun dietrofront sulla cosiddetta monocultura. Questo mi sembra già un punto interessante. Senza la neve e senza l'acqua, il primo a morire sarà proprio lo sci. Per qualcuno rimane evidentemente un punto fermo, ma fermo nel senso fotografico. Chi insiste pervicacemente sulla monocultura dello sci non vede la fluidità delle cose che cambiano e non riesce a percepire i mutamenti in atto. Manca la capacità di comprendere che non c'è un futuro se ci limitiamo a guardare sempre e soltanto il presente. Panta rei, per citare Eraclito. La politica e le imprese dovrebbero chiedersi come sarà l'economia montana tra dieci anni, invece di dire "per noi le cose stanno così, punto e basta". Proviamo a spacchettare tra mondo imprenditoriale e politica:

l'imprenditore ha una visione che risponde non solo ma innanzitutto alla logica del profitto. Quell'imprenditore che dice "io faccio l'ottanta per cento del fatturato in inverno", secondo te, cosa dovrebbe fare? L'imprenditore dello sci dovrebbe iniziare a riorientare e diversificare i propri investimenti. Nessuno vuole fare il luddista e smantellare gli impianti. Al momento va bene, ma poi? Ci sarà sempre meno neve, escursioni termiche forti e repentine anche in inverno, con costi di gestione altissimi. Che professioni svolgerà domani chi oggi è occupato stagionalmente sulle piste? Io mi preoccupo di chi perderà il lavoro, capisci? Bisognerà immaginarsi un turismo invernale differente e differenziato. Per non dimenticare poi una cosa: che le montagne sono luoghi vivi. Se vengono dissacrate solo in nome dei quattrini e le sue bellezze naturalistiche portate per questo ad agonizzare, hai voglia poi a parlare di turismo, e quindi di profitto. Se i luoghi perdono fascino, bellezza, poesia, chi ci verrà più in vacanza? Nelle mezze stagioni però moltissimi esercizi sono chiusi, si fa fatica a bere un caffè in molte località. In altri territori montani la pluristagionalità è da anni un dato di fatto, primavera e autunno sono stagioni interessanti. Perché in Veneto si fa ancora così tanta fatica? Non ci entra in testa? È una questione mentale, organizzativa o di mancanza di personale? Anzitutto è una questione culturale. La destagionalizzazione, si sta iniziando a praticare anche da noi, ma serve anche una "delocalizzazione turistica": veicolare il flusso non invernale in aree meno note e inesplorate. Abbiamo centri ammorbati dall'ultra-turismo e vallate inesplorate. Mancano le idee e le proposte per un turismo di valore che cerca il silenzio e la quiete, un movimento che rifiuta il modello luna park. Sempre più amanti della montagna, cercano esperienze di rigenerazione. E anche loro portano ricchezza e profitto, questo è il paradosso che non si vuole cogliere. La montagna non deve imitare la città. Questo è il format olimpico Milano-Cortina, che ci sta lasciando scorie impressionanti. E quali sarebberono queste scorie? La cosiddetta "riccanza", cioè il turismo cafone e esibizionista, e poi le future macerie delle opere olimpiche, il consumo del suolo... Pensa alla ricostruzione della pista da bob, quando ce n'era già una a Innsbruck. Così com'è ora sembra un intestino crasso in necrosi dove prima c'era un lariceto secolare.

L'esperienza di Torino 2006 avrebbe dovuto insegnarci qualcosa, no? Ma dicono che la pista da bob sarà usata frequentemente. La useranno frequentemente? La prima occasione doveva essere a marzo per i campionati italiani, ma ho letto che sono saltati perché la pista è inagibile a causa di danni strutturali e anomalie tecniche. Altre conseguenze dei cinque cerchi?

Quest'estate assisteremo a un ulteriore assalto ai passi dolomitici, e alla proliferazione dell'eliturismo. Perché i "global parties" richiamano gente a cui della salute della montagna importa poco, e ancor meno del silenzio. Chi cerca la quiete non avrà più pace. Nel mio libro "Il richiamo della montagna" ho definito tutto questo come "Alpicidio". Qualcuno potrebbe dirti: "Se vuoi il silenzio, vai in una grotta". Sarebbe una provocazione stolta. Il tema riguarda il bene comune: il benessere psico-fisico anzitutto dei residenti che non ne possono più. Non ho mai sentito un residente felice di sentire un elicottero ogni dieci secondi, o di vedere i passi dolomitici intasati o di essere costretto ad ascoltare i decibel sprigionati dalle discoteche degli aprés ski. I residenti hanno ormai capito che vogliono pace, tranquillità, un'economia sostenibile, servizi e iniziative che contrastino lo spopolamento. E non dimentichiamoci la tutela dei boschi, dei prati, dei pascoli e delle crode che rappresentano l'identità della gente di montagna, nonché il primo e vero motivo per cui nei decenni si è sviluppato il turismo. Ma i residenti, alla fine, ci campano di pace o questo "slow tourism" è solo un'idea romantica di fine secolo scorso? C'è un indotto economico reale? Questa visione manichea è qualunquista. Non dividiamo per favore il mondo tra sviluppisti e primitivisti; cerchiamo piuttosto un equilibrio che porti vero progresso alle comunità. Il progresso non sono i grandi eventi. Il turismo lento porta un benessere più diffuso a tutta la comunità rispetto al turismo di lusso che ne arricchisce solo una piccola

parte.Tornando alla politica: amministrare, a ogni livello, significa prospettare un futuro migliore per tutti, serve indubbiamente una visione diversa dal "tutto e subito" . Ma quindi, ad esempio, saresti d'accordo nel non dare più finanziamenti pubblici per "rianimare i cadaveri", ovvero le stazioni sciistiche sotto i 1600 metri ormai spacciate? Sono assolutamente d'accordo. Quali rubinetti andrebbero aperti, invece? Il grande problema è lo spopolamento, come dicevo. Per contrastarlo bisogna trattenere chi già c'è e richiamare nuovi residenti offrendo loro servizi, tecnologia, lavoro agile e una defiscalizzazione se si apre un'attività in montagna. Ma non qualsiasi attività, bensì occupazioni e professionalità che si inseriscano coerentemente nel tessuto socio-economico e culturale del paesaggio montano". © RIPRODUZIONE RISERVATA PAOLO CAGNAN.

IlGazzettino|4aprile2026

p. 2, edizione Belluno

«L’eventoolimpicopotevacoinvolgeredipiùilterritorio»

GIOVANNI SANTIN

L’INTERVISTA BELLUNO

Fra pochi giorni cadrà il decimo anniversario dell’inizio del mandato episcopale di monsignor Renato Marangoni nella diocesi di Belluno Feltre. E in questa intervista concessa in occasione della Pasqua, il suo è uno sguardo di chi conosce bene la provincia. Eccellenza, ora che Olimpiadi e Paralimpiadi sono terminate, è possibile fare un bilancio di cosa hanno significato per il territorio? Cosa hanno lasciato al di là della visibilità? Un anno fa si diceva perplesso sul metodo che non era stato in grado di coinvolgere e dialogare con il territorio. E oggi? «Ho vissuto le Olimpiadi e, soprattutto, le Paralimpiadi con un senso di novità. Non ne conoscevo i processi di preparazione e di attuazione. Ho posto la mia attenzione nel cogliere il messaggio che esse veicolavano. Oggi nel post-avvenimento mi sento di confermare la mia perplessità evocata nella domanda. Sono anzi convinto ancor più che iniziative così significative e di portata internazionale richiedono una tessitura più accurata, coraggiosa, coinvolgente di informazioni, consultazioni, confronti sul territorio direttamente interessato. A volte l’iter di preparazione di un evento o di un’esperienza è più incidente sul vissuto comunitario e a livello formativo dell’attuazione stessa. Ciò che più mi ha colpito a Cortina nei due eventi è dato dalle persone che si sono coinvolte. Hanno dato un’impronta di vitalità, di internazionalità, di abilità sportiva e oltre al contesto locale». Lo spopolamento è ormai un ritornello con il quale sembriamo destinati a convivere. O a sopravvivere. È davvero così? Inserita nello stesso contesto, anche la diocesi vive lo spopolamento: non solo dei paesi, ma delle chiese, delle vocazioni: un processo inarrestabile? «A me sta a cuore “ripopolare” di qualità relazionale e di apprezzamento comunitario le persone concrete che ci sono e che ci stanno. È decisivo che in diocesi - ma penso che ciò valga anche per la provincia - si stia bene a livello di persone e comunità che “stanno sul pezzo” e che si lasciano e fanno coinvolgere. Così vale soprattutto per il vissuto ecclesiale: ci impegniamo a qualificarlo in quello che è a esso specifico. L’aspetto “missionario” che papa Francesco indicava come “Chiesa in uscita” è già contro-tendenza allo spopolamento». Secondo lei, quali sono le priorità che il nuovo presidente della Provincia, Marco Staunovo Polacco, deve inserire nella sua agenda? «Che favorisca amministrativamente il progetto che riguarda e impegna tutti, ossia: rilanciare il soggetto politico della Provincia, favorire una metodologia di necessario e frequente confronto tra tutti i componenti che la

animano o la orientano. C’è anche un’appartenenza territoriale da non tralasciare, ma da rilanciare in termini di futuro, da favorire soprattutto tra le nuove generazioni: sono loro i motivi di speranza a riguardo. Al Presidente della Provincia auguro capacità di ascolto, di mediazione, di efficacia rappresentativa». Si moltiplicano iniziative – per esempio raccolte e collette alimentari - a sostegno di chi non ce la fa. È il segnale di una difficoltà che si fa sempre più profonda. Cosa possono fare i cristiani perché questi interventi non siano solo di emergenza? Cosa la politica, anche locale? «Come Chiesa a riguardo siamo molto provocati. Abbiamo una progettualità, una pianificazione, un metodo che si chiama “Caritas”. Non è una società a parte, ma la Chiesa stessa di Belluno-Feltre che si appassiona alle situazioni di vita, le legge con gli strumenti appropriati, cerca di tradurli in azione concreta fatta di corresponsabilità e di sinergia. Tutto ciò lo stiamo sperimentando anche come rapporti di fraternità tra comunità. Su questo sfondo è possibile lavorare insieme per cogliere gli ambiti vitali che soffrono e che hanno bisogno di sostegno. La politica locale cosa dovrebbe diventare? Più capace di uscire da intenti e interessi particolaristici, direi “campanilistici”. Dovrebbe poi non attivare la “lamentosità” a cui spesso ci affidiamo quando ci rapportiamo con altre realtà e soggetti». Come sta la diocesi? «La Diocesi si sta ripensando, ma senza scendere alla bassezza degli interessi di certe usanze e prassi che non le permettono un respiro ampio e vitale. Stiamo approfondendo come rilanciare il vissuto pastorale delle comunità alleggerendo le incombenze amministrative e le complicanze giuridiche, al fine di rilanciare le energie specifiche per le quali siamo comunità testimoniali, accoglienti e portatrici di risorse spirituali». Che cosa dice la rinnovata voglia di alcuni comuni di passare ad altra regione? Ora addirittura di un’intera regione? «A me non piace chi ha voglia di scappare abbandonando una storia di appartenenza in forza di ragioni molto settoriali e di profitto immediato. C’è un destino comune da alimentare, su cui esercitarci e per il quale reinventare lo stile di vita e i metodi di azione su cui convergere. C’è poi da liberarsi degli “orgogli” di appartenenze ristrette. L’orgoglio spesso esibito non è una gran cosa: è bloccante, porta a varie forme di individualismo, di a-storicità, di incapacità a sognare. La Diocesi si sta ripensando, ma senza scendere alla bassezza degli interessi di certe usanze e prassi che non le permettono un respiro ampio e vitale. Stiamo approfondendo come rilanciare il vissuto pastorale delle comunità alleggerendo le incombenze amministrative e le complicanze giuridiche, al fine di rilanciare le energie specifiche per le quali siamo comunità testimoniali, accoglienti e portatrici di risorse spirituali». La vicenda della Hydro di Feltre pesa su lavoratori, famiglie e territorio. Come è possibile difendersi da situazioni del genere? «In Provincia si è dato vita a un processo di “Stati Generali”. Mi auguro che non lo si abbia dimenticato e che ci sia la creatività e il coraggio di provocarci a vicenda per porre sogni di speranza a riguardo. Mi pare che non basti più restare sul già sperimentato e già fatto, ma che sia necessario uno sguardo lungimirante e un animo coraggioso».

CorrieredelleAlpi|23aprile2026

p. 15

«Dobbiamopromuoverel’altramontagnaDicosìaipassichiusi»

FDM

L'intervista

Prenotare è il toccasana per la montagna, contro l'overtourism? Prenotazione di rifugio, di accesso stradale, di trasporto a fune piuttosto che di navetta. «Sì, ma senza esagerare»,

suggerisce Antonio Montani, presidente generale del Cai. Il quale si dice favorevole al numero chiuso sui passi e invece contrario alla "militarizzazione" dei siti iconici, anche se ha l'intento di contrastare i cafoni. Presidente, il sistema delle prenotazioni del rifugi l'ha introdotto il Cai, è risultata un'opportunità? «È vero, ma la prenotazione non deve diventare un dogma, nel senso che il rifugio per sua natura deve dare rifugio, anche al malcapitato che arriva. Soprattutto se è un rifugio alpino. Mi preoccupa la deriva: la prenotazione non deve diventare obbligatoria. La programmazione è necessaria, ma blindare a primavera quasi tutti i posti letto per l'estate è un rischio da evitare». È una misura anti overtourism. «Ben vengano, ovviamente, i rifugi pieni. Però l'overtourism si contrasta anzitutto promuovendo anche l'altra montagna, non solo quella delle Alte Vie nr 1 e nr 2. In prima istanza noi del Cai abbiamo il dovere di spiegare che la montagna è tutta bella, quindi vanno valorizzati anche gli itinerari cosiddetti secondari, che per il turismo lento, ad esempio, possono essere ancora più adatti». Un esempio? «Il Comelico è un'altra montagna rispetto ai siti più battuti. E come tale va valorizzata. Il Comelico, a mio parere, non avrebbe bisogno di desiderare con tutta la forza di entrare nel circuito sciistico, perché sarebbe un'alternativa solo per il 10% delle persone che vanno in montagna». Sulle Dolomiti scatteranno le misure anti-cafoni con la Polizia Provinciale che vigilerà sui comportamenti non rispettosi dell'ambiente, in questo caso ampezzano. «Sinceramente, non credo alla militarizzazione della montagna. È vero, i cafoni ci sono e stanno aumentando di numero. Non so, però, quanto sia efficace schierare la Polizia e quanto, invece, non sarebbe più efficace un programma di educazione, di formazione da realizzare nelle scuole. Mi chiedo anche: se non si riesce a controllare la città, come potremo vigilare su un vasto territorio come quello montano? Dobbiamo ricominciare a spiegare che il muoversi in verticale è più complicato che farlo in orizzontale». È ancora contrario al numero chiuso sui passi? Il Gardena l'anno prossima sarà a numero chiuso, prenotabile. «No, sono favorevole a questa misura. Non solo sui passi, ma anche lungo tutti gli itinerari facilmente accessibili. In montagna si va a piedi, quindi si chiudano tutte le strade possibili. Se così accadesse, il problema dell'overtourism lo risolveremmo in un minuto. Certo, chiudere le strade può voler dire avere necessità di parcheggi a valle. Si cominci, finalmente. Ma – si diceva prima della formazione culturale - la montagna va conquistata con fatica. Dove si arriva senza fare fatica non è montagna. Gli ultimi dati certificano che ben 10 milioni di italiani vanno a camminare in montagna. Stiamo parlando di cifre enormi. Dobbiamo spiegare a queste persone che si sono avvicinate dopo il Covid alla montagna, che la montagna non è solo quella delle cartoline, dei selfie. È anche altro». Come sarà l'estate dei rifugi alpini? «È un po' presto per dirlo. Noi speriamo che sia una stagione positiva, speriamo che continui questo trend di aumento delle persone che si avvicinano alla montagna. Auspichiamo allo stesso tempo che le persone abbiano quella capacità anche culturale di scegliere le mete che non per forza devono essere le più pubblicizzate. Perché la montagna italiana è bella dappertutto, anzi la montagna si vive meglio se non c'è sovraffollamento». Fdm © RIPRODUZIONE RISERVATA

Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
Rassegna Stampa "Dolomiti Patrimonio Mondiale" | Aprile 2026 by Fondazione Dolomiti UNESCO - Issuu