Skip to main content

Io Vivo Qui - Provincia di Belluno 2025/26

Page 1


PROGETTI DELLE SCUOLE PRIMARIE E SECONDARIE DI PRIMO GRADO DELLA PROVINCIA DI BELLUNO

ANNO SCOLASTICO 2025/2026

TERRITORIO, PAESAGGIO E COMUNITÀ NELLE DOLOMITI PATRIMONIO MONDIALE

PROGETTI DELLE SCUOLE PRIMARIE E SECONDARIE DI PRIMO GRADO DELLA PROVINCIA DI BELLUNO

ANNO SCOLASTICO 2025/2026

IO VIVO QUI

TERRITORIO, PAESAGGIO E COMUNITÀ NELLE DOLOMITI PATRIMONIO MONDIALE

INTRODUZIONE

Ester Cason Angelini

consigliere delegato Fondazione G. Angelini

Mara Nemela

direttrice della Fondazione Dolomiti UNESCO

Marco Staunovo Polacco presidente della Provincia di Belluno

Massimiliano Salvador

dirigente Ufficio Scolastico Provinciale di Belluno

LE SCUOLE E I PROGETTI REALIZZATI

“Mi stai chilò” – Viaz nte i nosć luoch, le sćione e l teater

Scuola secondaria di 1° di Alleghe Classe 1a A e 3a A di Caprile, 1a-2a-3a di Livinallongo (alunni 59)

Il meraviglioso mondo delle api nelle Dolomiti Patrimonio UNESCO

Scuola primaria “O. Zasio” (IC Feltre) classe 3a (alunni 17)

Io vivo qui. Dal cuore della terra, le storie dei nostri paesi, ai piedi delle Dolomiti

Scuola secondaria di 1° “G. Cadorin” (IC Lorenzago di Cadore) classi 2a e 3a (alunni 25)

Impronte sicure sulle Dolomiti Patrimonio Mondiale

Scuola secondaria di 1° “I. Nievo” (IC Belluno2), classe 3a B (alunni 17)

Alla scoperta del latte: un mondo da gustare

Scuola primaria “A. Brustolon” (IC Belluno3) classi 1a-2a-3a-4a-5a (alunni 91)

Sulle orme di San Lucano. Alla scoperta delle Pale di San Lucano

Scuola secondaria di 1° di Cencenighe Agordino (IC Cencenighe Agordino) classe 1a C (alunni 5)

I guardiani delle soglie: la pietra delle Dolomiti tra arte e simbolo

Scuola primaria “P. Valeriano” (IC Belluno3) classe 3a (alunni 16)

Percorsi Scoperti. Podcast sul patrimonio artistico, ambientale e locale nelle Dolomiti (raccontato in modo diretto dagli studenti)

Scuola secondaria di 1° “V. Zanon” (IC Belluno3) classi 1a C e 1a B (alunni 32)

Casteldardo, tra presente e passato, un balcone sulle Dolomiti

Scuola secondaria di 1° “F.lli Schiocchet” (IC Trichiana) Classe 1a A (alunni 13)

I doghi de ’na volta ai piedi delle Cime d’Auta

Scuola primaria “C. Ronchi” (IC Cencenighe Agordino) classi 4 a e 5a (alunni 15)

Venite a vedere

Scuola primaria “O. Zasio” (IC Feltre) classe 2a (alunni 15)

Le foto all’interno sono pubblicate dietro autorizzazione di genitori e dirigenti scolastici.

INTRODUZIONE

Ester Cason Angelini consigliere delegato Fondazione G. Angelini, responsabile del progetto

Io vivo qui. Territorio, paesaggio, comunità, nelle Dolomiti Patrimonio Mondiale, è il titolo della nuova pubblicazione dedicata al territorio dolomitico della Fondazione G. Angelini per il 2026, che raccoglie la sintesi dei lavori che alunni e insegnanti di alcune classi delle scuole bellunesi hanno svolto con grande entusiasmo nell’anno scolastico 2025/2026. Si tratta di un progetto didattico della Fondazione Dolomiti UNESCO, con cui la Fondazione Giovanni Angelini-Centro Studi sulla Montagna collabora per il territorio provinciale, all’interno della Rete funzionale della Formazione e della Ricerca scientifica della stessa Fondazione, in collaborazione con la Provincia di Belluno e col M.I.M. USR Veneto, Uff. IV-Ufficio Scolastico Provinciale; e che intende valorizzare il ruolo degli abitanti delle Dolomiti, a partire dai giovanissimi, quali protagonisti e attori di uno sviluppo durevole ed armonioso, secondo i principi di UNESCO, all’interno del Bene in cui si trovano a vivere. Hanno partecipato al progetto classi della Scuola Primaria e Secondaria di primo grado degli Istituti Comprensivi di Alleghe, Auronzo di Cadore, Cencenighe Agordino, Feltre, Belluno2 e Belluno3, che, sostenute dalla competenza dei docenti e d’intesa con genitori e dirigenti, hanno ragionato e lavorato concretamente sui diversi aspetti del territorio dolomitico, così che i bambini e ragazzi potessero prendere coscienza delle valenze del paesaggio e delle culture in cui sono inseriti e sentirsi parte di una comunità; classi che hanno lavorato assiduamente con intensi laboratori didattici e momenti di scambio tra loro. “Io vivo qui: territorio, paesaggio, comunità” persegue, infatti, lo scopo di formare i ragazzi verso la cittadinanza attiva nel proprio ambiente, così che si sentano protagonisti e in grado di proporre forme di miglioramento del paesaggio e della qualità della vita della comunità di appartenenza, dopo aver compreso che le specificità - geografiche, naturalistiche, architettoniche, storiche e socio economiche - rappresentano una componente essenziale del paesaggio, che sono abituati a vedere ma non a guardare, con attenzione. Un momento di approfondimento sul significato del progetto è stato organizzato il 5 marzo scorso con la lezione del prof. Andrea Guaran (Università di Udine, referente per la Regione aut. Friuli Venezia Giulia nella Rete Formazione e Ricerca), dal titolo “Io vivo qui nelle Dolomiti UNESCO, un patrimonio che unisce fin da piccoli”, che ha permesso ai docenti

coinvolti di entrare nel “cuore” di Io vivo qui, ponendo le premesse per il gemellaggio che la scuola primaria di Mugnai ha realizzato con la classe parallela di Ampezzo (Udine); gli sono molto grata perché lo scambio di esperienze anche fuori provincia, o con altre scuole europee all’insegna dell’unità nella diversità, come già avvenuto negli anni precedenti, può essere di grande aiuto per la crescita dei giovanissimi.

Ringrazio tutti coloro che hanno permesso la realizzazione del progetto, segnalando anche che nella biblioteca del nostro Centro Studi sulla Montagna è presente una sezione “scolastica” delle scuole di montagna, dove possono confluire i prodotti completi delle ricerche realizzate dalle classi, così che il lavoro silenzioso, costante e meritorio di tanti insegnanti che amano la Scuola e il Territorio nella “costruzione” dei futuri cittadini, possa essere visionato da tutti. Ringrazio, quindi, Mara Nemela, direttrice della Fondazione Dolomiti UNESCO, Mirella Minto, rappresentante Regione Veneto nella Rete della Formazione, Marco Staunovo Polacco, presidente della Provincia di Belluno, Massimiliano Salvador, dirigente dell’Istituto scolastico provinciale, insieme col referente del progetto Franco Chemello, Sarah Sommavilla per l’organizzazione e i numerosi docenti che hanno collaborato al progetto: Mariarosa Andrich, Sabrina Bertelle, Stefano Berton, Mariacristina Carì, Stefania Carpene, Nicola Cassisi, Claudia Cerentin (con tutti i docenti del plesso di Badilet), Chiara Dal Pont, Sara Dazzi, Silvia De Col, Patrizia De Lorenzo, Anna De Simoi, Libera De Villa, Patrizia Fava, Claudia Ientile, Monica Lusa, Isabella Marchione, Luisa Manfroi, Astrid Martini, Corrado Montoneri, Celestina Pante, Alessandro Pasuch, Valentina Pellegrinon, Alessia Serafini, Simonetta Soia, Anna Spedo, Antonella Venditti, Francesca Verrastro, Laura Zasso, Anna Zoldan, Sara Zuccolotto. insieme con i dirigenti degli Istituti Comprensivi: Bruna Codogno, Mauro De Lazzer, Vittorio Garaffa, Elisa Migliorini, Alessandra Nuti, Antonio Rimentano, Giovanna Spataro.

È davvero un piacere sfogliare i progetti e le esperienze raccolte in questa edizione di “Io Vivo Qui”. Anche quest’anno il progetto si conferma come uno spazio vivace e partecipato in cui studenti e insegnanti sono chiamati a conoscere e interpretare il territorio. Un territorio straordinario come quello delle Dolomiti Patrimonio Mondiale, che richiede attenzione, consapevolezza e responsabilità.

Le esperienze raccolte in questa edizione testimoniano la ricchezza e la varietà degli approcci con cui le scuole del territorio hanno scelto di lavorare: dalla riscoperta delle tradizioni e dei saperi locali all’analisi del paesaggio, dalla lettura delle trasformazioni storiche ed economiche fino all’attenzione per i temi della sostenibilità e della sicurezza in montagna. Ne emerge è un intreccio di percorsi che, pur nella loro autonomia, configurano un obiettivo comune: rafforzare nei più giovani il senso di appartenenza ai luoghi e alla comunità.

Elemento centrale del progetto è l’esperienza: l’uscita sul territorio, l’incontro con esperti e testimoni, il confronto tra pari. Questo dialogo continuo contribuisce a consolidare una conoscenza più profonda e consapevole del territorio, insieme alla capacità di riconoscerne e trasmetterne i valori.

“Io Vivo Qui” rappresenta anche un’importante occasione di connessione tra scuole, istituzioni e realtà locali. Il coordinamento della Fondazione G. Angelini - Centro Studi sulla Montagna, e la collaborazione della Provincia di Belluno e del M.I.M. USR Veneto, Uff. IV-Ufficio Scolastico Provinciale di Belluno, contribuiscono a dare coerenza e continuità a un insieme di iniziative che, anno dopo anno, costruiscono una rete sempre più solida attorno ai valori di un territorio che ha la responsabilità di custodire un Patrimonio Mondiale riconosciuto dall’UNESCO.

In un contesto in cui le sfide ambientali e sociali sono sempre più complesse, educare le nuove generazioni a conoscere e prendersi cura del proprio territorio significa investire concretamente nel futuro delle comunità locali. I lavori presentati in questa raccolta ne sono una testimonianza concreta e preziosa.

Un sentito ringraziamento va a tutti gli insegnanti, agli studenti e ai partner coinvolti, che con il loro impegno rendono possibile la realizzazione di questo progetto, capace di rinnovarsi ogni anno con grande entusiasmo e vitalità.

Marco Staunovo Polacco

Presidente della Provincia di Belluno, membro del Consiglio di amministrazione della Fondazione Dolomiti UNESCO

L’inserimento delle Dolomiti nel Patrimonio Naturale Mondiale dell’Umanità UNESCO, avvenuto il 26 giugno 2009, è stato il frutto di un lungo e convinto impegno. Un traguardo importante, che rappresenta però solo l’inizio di una sfida ancora più grande: trasmettere il valore di questo riconoscimento e farlo comprendere fino in fondo a chi abita quotidianamente questi luoghi e, in particolare, alle giovani generazioni. È in questa prospettiva che nasce il progetto “IO VIVO QUI. Territorio, paesaggio, comunità”, promosso dalla Fondazione Dolomiti UNESCO con il supporto operativo della Fondazione G. Angelini e la collaborazione della Provincia di Belluno e del M.I.M.. L’iniziativa punta a rafforzare il legame tra comunità e territorio, sostenendo le attività formative curate dalle singole scuole dedicate ai temi della cittadinanza attiva. Educare alla conoscenza di un territorio così unico significa accompagnare bambini e ragazzi in un percorso esperienziale che unisce geografia, storia, natura e tradizioni. Quest’anno, la varietà dei percorsi scelti dai docenti riflette la ricchezza della nostra terra: dalla riscoperta dell’artigianato locale e della lavorazione della pietra allo studio delle filiere produttive tradizionali, come quella del latte, fino alla biodiversità custodita dalle api; dall’esplorazione delle storie antiche racchiuse nelle miniere e nelle leggende popolari, fino alla narrazione moderna attraverso i podcast alla consapevolezza della sicurezza in montagna alla comprensione dei mutamenti del paesaggio attraverso la cartografia.

Attraverso escursioni, laboratori, teatro e attività creative, i partecipanti sono stimolati a osservare e riflettere. Sentirsi parte integrante di una comunità significa anche favorire l’accoglienza e l’integrazione, riconoscendo l’unicità dei luoghi in cui si vive.

Il mio augurio è che queste iniziative continuino a far crescere la consapevolezza delle nuove generazioni. Conoscere il proprio territorio, dalle vette alle tradizioni orali, è il primo passo per formare cittadini capaci di prendersi cura della propria terra con rispetto, passione e responsabilità.

Buon viaggio alla scoperta delle nostre Dolomiti!

Massimiliano Salvador dirigente del M.I.M. USR Veneto, Uff. IV-Ufficio Scolastico Provinciale di Belluno

Cari studenti, cari docenti, è con rinnovato entusiasmo che presento la nuova edizione della dispensa «IO VIVO QUI. Territorio, paesaggio, comunità». Questa iniziativa, frutto della consolidata e preziosa sinergia tra la Fondazione G. Angelini, la Provincia di Belluno, l’Ufficio Scolastico Provinciale di Belluno e la Fondazione Dolomiti UNESCO, si conferma un pilastro fondamentale per l’educazione alla cittadinanza attiva nel nostro territorio.

Se l’obiettivo di fondo resta quello di farvi conoscere e amare il luogo in cui vivete, quest’anno il progetto ha fatto un passo ulteriore: vi ha invitati a diventare costruttori proattivi del vostro futuro, per imparare a intercettare e valorizzare le opportunità che le Dolomiti, Patrimonio Mondiale, possono offrire fin dall’età scolare. Attraverso un’efficace combinazione di studio in aula, laboratori pratici e uscite sul campo, le scuole hanno dato vita a lavori di straordinaria ricchezza e attualità, i cui resoconti sono raccolti in queste pagine. Scorrendo la dispensa, emerge un quadro vibrante e diversificato delle nostre vallate.

I progetti di quest’anno ci accompagnano in un viaggio affascinante che unisce passato, presente e futuro: dalla scoperta delle antiche risorse del territorio - come i misteriosi mascheroni in pietra decorati e le storiche miniere cadorine - all’esplorazione del mondo agroalimentare, con lo studio della filiera del latte e del ruolo vitale delle api per la nostra biodiversità. È entusiasmante vedere come i nostri giovani si siano fatti narratori moderni del patrimonio locale attraverso la creazione di podcast, ma anche custodi attenti delle tradizioni orali, recuperando i giochi di una volta per confrontarli con quelli moderni e portando in scena le antiche leggende ladine dell’Alto Cordevole.

Particolarmente preziosi si sono rivelati, inoltre, i percorsi dedicati all’educazione alla sicurezza e al rispetto per l’ambiente montano, così come le iniziative che hanno utilizzato la storia locale e la scoperta dei paesaggi per favorire l’inclusione e l’accoglienza dei nuovi compagni. Tutto ciò risponde pienamente e concretamente agli obiettivi del più ampio progetto “Capacity Building”, sostenuto dal Fondo Comuni Confinanti, nato proprio per rafforzare il capitale sociale delle nostre comunità e garantire loro uno sviluppo sostenibile e duraturo.

Desidero rivolgere un plauso speciale a tutte le alunne e agli alunni per la curiosità, la creatività e l’impegno profuso in queste ricerche.

Un ringraziamento sentito va ai docenti, che con dedizione e professionalità guidano queste esperienze di apprendimento vivo e profondo.

Conoscere a fondo le proprie radici è il primo passo per amare e proteggere l’ambiente unico in cui abbiamo il privilegio di vivere.

Un sincero ringraziamento agli organizzatori, ancora complimenti, e buon viaggio tra le pagine di questa nuova, splendida edizione!

“Mi stai chilò” Viaz nte i nosć luoch, le sćione e l teater

Scuola secondaria di 1° di Caprile e Livinallongo

del Col di Lana

(IC Alleghe)

classe 1a A e 1a D

Insegnanti:

Nicola Cassisi

Isabella Marchione

Alessandro Pasuch

Valentina Pellegrinon

Insegnanti di sostegno:

Laura Zasso

Simonetta Soia

Disegno a matita di Marin Kola

Il progetto realizzato con le classi 1A del plesso di Caprile e 1D di Livinallongo dell’Istituto Comprensivo di Alleghe si è diviso in diverse fasi, svolte durante gli ultimi tre mesi di scuola. L’idea principale era quella di permettere agli alunni di venire in contatto con le conoscenze di base legate alle Dolomiti UNESCO, che rappresentano l’habitat in cui vivono ogni giorno e in cui si sono formate le loro personalità, ma che allo stesso tempo vedono come condizione scontata e faticano a concettualizzare come patrimonio inestimabile a livello mondiale. Vi era poi il desiderio di valorizzare l’uso della lingua ladina, nel contesto delle ore curricolari e in CLIL che i ragazzi di queste scuole hanno inserito nel proprio curricolo. Il ladino è il veicolo attraverso cui comprendere la toponomastica locale, il nome delle montagne, persino alcune ere geologiche (il Ladinico, il “Cordevolico”, ma soprattutto è un codice di espressione unico e vivo, che ha avuto grande impiego non solo nell’esposizione dei contenuti, ma anche nella loro rielaborazione in forma teatrale alla fine dell’anno.

Fase 1

Nella prima fase sono state dedicate alcune lezioni alla lettura in gruppo e alla discussione del libro “Dolomiti - Patrimonio Mondiale UNESCO” fornito dalla Fondazione. L’Agordino si trova immerso nei gruppi dolomitici, tanto da toccarne addirittura quattro. Si è discusso così con gli alunni sulle cime a loro più care, sui vari livelli e vedute che caratterizzano il paesaggio (villaggi, pascoli, boschi, ghiaioni, roccia, cime) e sui fenomeni atmosferici ad esso legati (vd. la tempesta Vaia). In particolare, sono stati approfonditi: l’origine geomorfica delle valli, le prime testimonianze di vita e gli elementi costruiti e modificati dall’uomo per adattare l’ambiente al proprio stile di vita. Gli alunni hanno appreso il nome dei monti, dei torrenti e dei centri abitati, approfondendo così anche la toponomastica bilingue ladino/italiano della propria valle, attraverso l’osservazione di cartine topografiche. Oltre a questi aspetti, sono stati approfonditi anche contenuti legati all’economia dei rispettivi comuni e alla salvaguardia del territorio. Si è discusso poi dell’importanza della preservazione, del rispetto del territorio e della natura, delle sfide che attendono il futuro. Negli alunni è profondo il concetto di “identità montana”, vissuta a volte come un attaccamento vitale e nella visione delle montagne che non opprimo ma “proteggono”. Sono stati infine tradotti i nomi dei principali sistemi dolomitici in ladino e alcune citazioni di personaggi storici famosi, da includere nello spettacolo finale.

Sistem 1 - Pelf e Croda da Lago

Sistem 2 - Marmolèda

Sistem 3 - Zuita, Pale de San Martin, Zime Feltrine

Sistem 5 - Dolomiti de Sora

SELA “Niguna vuora de art l ei grana e fetra co che la se peinsa de ester; chesta proprieté l ei demè de la natura” Edmund Burke (filosofo), traduzion per ladin da Laste

ZUITA “Arvisineve, ve pree, vardé ben chesta marevea che l é de segur valch inanter le robe pi bele, podeole e straordenarie de chest mond. Elo crepe o neole? Elo dassen o domai n insogn?” Dino Buzzati (scritor), traduzion per ladin da Alie

ROCHETA “Puoch pi inavant, da la medema banda del Pelf, véla la Rocheta, na cresta de crepa franta, che somèa merli de n ciastel arbandonà, che i se spors dal aut de burc crepaz sora vèrc pascoi e bosch.” Amelia Edwards (scritora), traduzion per ladin da Col

PELF “Da ciechemai vers sel calume, l Pelf l varda fora come na granda forteza, tocia e forta, defenduda da auc bastiogn erc, con parei che toma du par pi de 2000 piei. Su le bande, l é sbusà da large zenge ndoe che rampeghea i ciamorz e chi che ghe cor daré.” John Ball (crodaruol), traduzion per ladin da Selva

MARMOLÈDA “Ignanter la nef, 10.400 piei de aut, l ei stada da semper ciamèda la Regina de le Dolomiti; na regina stolza e dura, che con suo front tegn dalonz chi che se visina de sfros a sua grieva beleza” Rachel Harriette Busk, traduzion per ladin da La Rocia

Fase 2

Nella fase 2 si è pensato di creare una corrispondenza epistolare tra le due sezioni 1A, di Caprile, e 1D, di Livinallongo. Gli alunni hanno scelto un amico/a di penna e si sono scambiati delle lettere rispondendo alla domanda “Com’è il mio paese?”. Il testo delle lettere è stato scritto dagli alunni in ladino, prima a mano e successivamente a computer, con l’obiettivo di sviluppare anche le loro competenze informatiche e digitali. Le lettere, scritte in ladino, hanno rispecchiato le caratteristiche tipiche della parlata dei vari paesi, oltre che a permettere agli alunni di raccontarsi e di condividere il proprio amore per il luogo dove hanno la fortuna di vivere.

Nelle lettere sono poi stati aggiunti dei dettagli sulla preparazione dello spettacolo di fine anno, visto come un traguardo da condividere con gli altri amici.

Fase 3

Il 13 aprile abbiamo avuto la fortuna di ospitare a scuola da noi l’esperto geologo Davide Conedera. Attraverso una lezione interattiva sulla storia delle Dolomiti, tutta svolta in lingua ladina, il geologo ha appassionato i ragazzi, oltre che a illustrare alcuni importanti ritrovamenti geologici e paleontologici nell’area della Civetta. Abbiamo così scoperto che una volta le Dolomiti erano ricoperte dall’oceano e sulle loro pareti sono oggi nascosti resti di coralli, dinosauri, piccoli pesci, impronte e addirittura resti umani che datano al Neolitico. Per concludere, sono stati portati degli esempi di fossili e rocce che i ragazzi hanno potuto osservare e toccare con mano.

Fase 4

A metà aprile abbiamo finalmente iniziato a leggere alcune leggende tratte dal libro “Leggende Agordine”, anche qui tutto in ladino, affiancando gli alunni che più avevano dimestichezza con la lingua minoritaria a quelli che provengono da altre zone. Il libro tratta di alcune delle figure più iconiche della “mitologia” dolomitica, tra cui le Aivane, l’Om Salvarech, il Malan e i Salvagn. In esso sono contenute poi le origini dei vari paesi dell’Alto Agordino, le conoscenze antiche, le interpretazioni dei fenomeni naturali più caratteristici (es. il gonfe, l’enrosadira, i chiari di luna, la geomorfologia). Le storie che più hanno appassionato i ragazzi sono state selezionate e guidati dai due insegnanti si è proceduto a ordinarle per creare un intreccio. Da questo è stato tratto il copione di uno spettacolo teatrale, da presentare a fine scuola in un evento pubblico. Nel contenuto è stato privilegiato il patrimonio locale e dolomitico, senza però dimenticarsi di dare un sapore anche internazionale e inclusivo per coloro i quali hanno provenienze e lingue diverse.

Fase 5

La preparazione del teatro è stata senza dubbio la parte più variegata e divertente. Dopo la scrittura del copione, le parti sono state assegnate ai ragazzi, che si sono subito lanciati in questa sfida, portando costumi e oggetti per impersonificare al meglio il proprio personaggio. Insieme al prof. Pasuch di musica si sono pensate delle musiche da poter suonare e con la prof. Pellegrinon di arte si sono disegnate e colorate le scenografie, usando pennarelli, pennelli, cartone, scotch e qualsiasi altro materiale a disposizione. Si sono svolti inoltre alcuni brevi laboratori di teatro e di interpretazione, dove gli alunni hanno potuto imparare a utilizzare il corpo e la voce nel migliore dei modi.

Fase 6

Il 27 di maggio sarà messo in scena, con grande successo (ci si augura) lo spettacolo dal titolo “Mi stai chilò”. Per il plesso di Fodom, andranno invece in scena il 3 e il 4 di giugno gli spettacoli “L Gobo de la Mësola” e “La lejenda da Colac” in collaborazione anche con la 2D e la 3D.

Alunni 1aA

Agostini Dora

Bellenzier Heidi

Bogo Gabriele

Callegari Alessio

Della Santa Alice

Frena Davide

Kola Marin

Masiero Rita

Mazzanti Sofia

Rossi Eleonora

Sirena Francesco

Soia Sebastian

Troi Giacomo

Vivian Letizia

Alunni 1aD

Ceresani Federico

Costa Nadine

Costa Simone

Crepaz Alberto

Crepaz Greta

Crepaz Joel

Deltedesco Elisa

Denicolò Thomas Devich Nicole

Grones Jessica

Roilo Diego

Rossi Giulia

Valt Michael

Il meraviglioso mondo delle api nelle Dolomiti Patrimonio Mondiale

Scuola primaria di Mugnai (IC Feltre) classe 3a

Insegnanti:

Monica Lusa

Alessia Serafini

Celestina Pante

un raggio di sole, le sveglia al mattino dall’alveare escon pian pianino di nero e di giallo sono vestite un forte ronzio e sono sparite.

c’è l’ape regina, è la mamma di tutti le api operaie vanno sui frutti amano andare di fiore in fiore danzano intorno all’ apicoltore.

rit. inizia la danza, inizia la danza delle api laboriose, delle api laboriose, come ballerine, come ballerine, leggere e graziose, leggere e graziose, volteggian tra corolle, volteggian tra corolle di lavanda e girasole, di lavanda e girasole, la loro danza è piena d’amore, la loro danza è piena d’amore.

ritornano sempre all’alveare la pappa reale non deve mancare polline e nettare a volontà un dolce miele presto sarà. portano il polline un po’ dappertutto così da un bel fiore nascerà un frutto semi e semini in gran quantità tutto il pianeta si salverà.

rit. inizia la danza, inizia la danza delle api laboriose, delle api laboriose come ballerine, come ballerine leggere e graziose, leggere e graziose volteggian tra corolle, volteggian tra corolle di lavanda e girasole, di lavanda e girasole, la loro danza è piena d’ amore, la loro danza è piena d’amore.

e se vuoi continuare a vederle danzare proteggi le api e non inquinare!

e se vuoi continuare a vederle danzare proteggi le api e non inquinare!

Il progetto ha preso avvio dalla partecipazione al concorso “Un testo per noi” indetto dal Coro delle Piccole Colonne di Trento, che prevedeva la produzione del testo di una canzone originale. Gli alunni hanno ideato e realizzato il brano “La danza delle api”, lavorando in modo collaborativo sulla scrittura del testo, con particolare attenzione ai contenuti scientifici e comunicativi legati al mondo delle api. La classe è risultata tra le vincitrici dell’edizione 2025/2026 del concorso e ha partecipato al festival della Canzone Europea per bambini a Trento nelle giornate dell’11 e 12 aprile 2026. Il testo prodotto è stato interpretato dal Coro delle Piccole Colonne di Trento e accompagnato da una coreografia appositamente realizzata, con costumi dedicati, permettendo agli alunni di vivere un’esperienza immersiva tra musica, espressione corporea e valorizzazione del proprio lavoro creativo.

Jigsaw per conoscere il mondo delle api

Di qui il percorso didattico strutturato sul tema delle api, integrando diverse discipline: in ambito scientifico, è stata adottata la metodologia del cooperative learning, in particolare la strategia del “Jigsaw”, con gli alunni suddivisi in gruppi base e successivamente in gruppi di esperti, sui temi: l’anatomia dell’ape, il sistema di comunicazione attraverso la danza, i prodotti dell’alveare (come miele, cera e propoli) e i ruoli delle diverse api all’interno della colonia (ape regina, api operaie e fuchi). Ogni gruppo di esperti ha successivamente condiviso le conoscenze acquisite con il proprio gruppo base, favorendo un apprendimento attivo, partecipato e responsabilizzante. Il percorso ha permesso agli alunni di sviluppare competenze disciplinari in ambito scientifico, ma anche competenze trasversali quali la collaborazione, la comunicazione efficace e la rielaborazione dei contenuti. L’esperienza iniziale legata alla produzione musicale ha rappresentato un forte elemento motivazionale, rendendo l’apprendimento significativo e contestualizzato. L’intero progetto ha valorizzato la connessione tra creatività ed educazione scientifica, promuovendo nei bambini una maggiore consapevolezza del ruolo fondamentale delle api per l’equilibrio dell’ecosistema.

Uscita presso l’azienda apistica “La Casa di Maia”

Ne è seguita l’uscita didattica presso l’azienda apistica “La Casa di Maia”, fattoria didattica immersa in un contesto naturale di grande valore paesaggistico a Festisei nel comune di Pedavena, porta d’accesso al Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi. Durante la visita, gli alunni hanno avuto l’opportunità di osservare da vicino il mondo delle api, ascoltando spiegazioni dirette da parte dell’apicoltrice Michela e collegando in modo concreto le conoscenze acquisite in classe. Il percorso all’interno dell’azienda è stato strutturato attraverso installazioni in legno e pannelli illustrati dipinti a mano, che hanno guidato i bambini in una riscoperta attiva dei contenuti già affrontati, rendendo l’apprendimento esperienziale e coinvolgente]. Gli alunni hanno potuto visitare il laboratorio di produzione, osservando gli strumenti e le fasi di lavorazione del miele e degli altri prodotti dell’alveare. In particolare, è stato possibile conoscere da vicino la struttura dell’apiario, con i telai e le arnie, comprendendo il funzionamento dell’organizzazione delle api e il ruolo dell’apicoltore nella gestione e tutela delle colonie. All’esterno, la visita è proseguita in un ampio spazio verde caratterizzato da un giardino ricco di essenze floreali seminate appositamente per favorire l’attività delle api. In questo contesto, i bambini hanno approfondito il legame tra biodiversità e produzione del miele, comprendendo come le diverse tipologie (acacia, castagno, tiglio, rododendro, millefiori, edera e miele di melata) derivino da specifiche fioriture e ambienti. È stato inoltre spiegato come gli apiari vengano spostati stagionalmente in base alle fioriture, ad esempio verso zone montane per il rododendro o aree costiere per altre varietà. La presenza di un laghetto destinato all’abbeveramento delle api ha offerto ulteriori spunti di riflessione sull’ecosistema locale: i bambini hanno osservato la presenza di piccoli organismi come girini, collegando l’esperienza allo studio della flora e della fauna del territorio. L’attività è stata arricchita dalla lettura e dalla narrazione di albi illustrati proposti dall’apicoltrice, che hanno favorito una riflessione sul processo di impollinazione, sul ruolo delle api nell’equilibrio naturale e sulle modalità di raccolta del nettare. I bambini hanno inoltre potuto osservare da vicino i fiori, annusare erbe aromatiche e riconoscere elementi del paesaggio naturale. L’esperienza si è conclusa con un laboratorio di degustazione guidata, durante il quale gli alunni hanno assaggiato diverse tipologie di miele, sviluppando capacità di osservazione sensoriale e riconoscimento delle caratteristiche distintive dei prodotti. Questa uscita ha rappresentato un momento di sintesi e consolidamento del percorso svolto, rafforzando negli alunni la consapevolezza dell’importanza delle api per l’ambiente e favorendo un apprendimento autentico, diretto e significativo.

Realizzazione di candele con fogli di cera d’api

Per l’attività laboratoriale legata ai prodotti dell’alveare, sono stati acquistati i fogli di cera d’api, attraverso i quali gli alunni hanno realizzato candele artigianali. Ciò ha favorito lo sviluppo della manualità fine, della creatività e della capacità di seguire procedure. La realizzazione delle candele ha rappresentato un’ulteriore occasione per rendere concreto e tangibile l’apprendimento, valorizzando il legame tra esperienza diretta e contenuti scientifici.

Incontro con la classe di Ampezzo con cui abbiamo fatto il gemellaggio

In questa occasione, gli alunni hanno incontrato] con una classe 1 proveniente da Ampezzo (Udine), anch’essa coinvolta in un’esperienza didattica analoga e in visita alla fattoria il 7 maggio 2026. L’incontro ha rappresentato un’opportunità significativa di scambio e socializzazione: i bambini hanno potuto conoscersi, condividere le rispettive esperienze e confrontarsi sul percorso svolto, riconoscendo elementi comuni e differenze. Per l’occasione, la classe ha realizzato un piccolo dono simbolico, creando delle api di carta da consegnare agli otto alunni dell’altra classe. Questo gesto ha valorizzato il senso di accoglienza, collaborazione e apertura verso l’altro, rafforzando le competenze relazionali e il significato educativo dell’esperienza. L’attività ha così concluso il progetto con un momento autentico di condivisione, ampliando l’esperienza oltre il gruppo classe e promuovendo un apprendimento ancora più significativo e partecipato.

Io vivo qui. Dal cuore della terra, le storie dei nostri paesi, ai piedi delle Dolomiti

Scuola secondaria di 1° “G. Cadorin”

(IC Lorenzago di Cadore) classi 2a e 3a

Insegnanti:

Libera De Villa

Patrizia De Lorenzo

Claudia Ientile

“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”

Così diceva Cesare Pavese nel romanzo La luna e i falò, e davvero questa frase è d’ispirazione, soprattutto se, come noi, si vuol intraprendere un percorso formativo che parli di emigrazione, di lavoro lontano da casa.

Partenze e ritorni: le valigie e le speranze di chi lasciava i nostri paesi, le valli dolomitiche, per andare lontano a guadagnarsi il pane, costituiscono un patrimonio di ricordi ed emozioni che i nostri nonni e bisnonni hanno vissuto durante il secolo scorso. L’emigrazione in Veneto e nel Bellunese ha, per molto tempo, caratterizzato la storia locale, minando il tessuto sociale dei paesini di montagna. Ancora una volta il progetto IO VIVO QUI ci ha dato modo di riflettere su un aspetto spesso negletto, ma fondante nella storia dei luoghi in cui abitiamo.

Abbiamo posto in essere un’unità di apprendimento che si proponeva di condurre i ragazzi attraverso un percorso culturale e formativo che prendesse in considerazione tre snodi storici importanti per le nostre vallate: il legame del Cadore con Venezia, la Dominante: le miniere di Cibiana di Cadore e della Val di Zoldo; il lavoro nelle miniere in Europa, in Francia e in Belgio, quindi l’emigrazione dei minatori cadorini, le loro storie; le miniere di oggi: i flussi migratori odierni, l’Africa e lo sfruttamento minorile.

Si è dato grande rilievo alle peculiarità del nostro territorio, sono state considerate infatti, anche da un punto di vista geomorfologico, le caratteristiche e le ricchezze del sottosuolo dei nostri paesini, il conseguente rapporto con Venezia, alla quale il Cadore forniva il ferro dalle miniere dislocate in vari luoghi. Una parte importante è stata poi quella in cui una ricerca ha affrontato il tema dell’emigrazione degli uomini e delle donne del Cadore verso le miniere in Belgio e Francia nel ‘900.

Proprio per i sunnominati risvolti abbiamo deciso di intitolare questo percorso formativo DAL CUORE DELLA TERRA – le storie dei nostri paesi, ai piedi delle Dolomiti.

Il lavoro è stato articolato, declinato in diverse attività. Gli allievi sono stati accompagnati, in un primo momento, a comprendere l’importanza delle miniere cadorine e zoldane per Venezia dal 1400 al 1700 inoltrato. Si è poi introdotto il ‘900, la povertà diffusa nelle vallate dolomitiche e la conseguente necessità di emigrare. Il focus, considerato il tema, è stato sugli uomini che andavano a lavorare nelle miniere d’oltralpe. Molto interesse ha suscitato poi la ricerca, tra

le vittime della tragedia di Marcinelle, dei nominativi dei minatori del Cadore periti sotto terra in Belgio. Gli allievi hanno poi approfondito il tema dell’emigrazione, considerando dati e numeri di un fenomeno tanto impattante nella vita dei nostri paesini. Importante è stato altresì fornire il lessico specifico concernente tale accadimento. Entrare nel vivo nella ricerca di informazioni, di immagini e di storie che riguardavano il loro territorio, li ha incuriositi e coinvolti, ha fatto loro comprendere il legame del Cadore con Venezia, le ricchezze del sottosuolo dei luoghi prossimi a Lorenzago, che non conoscevano. Sono stati protagonisti nella “costruzione” delle loro conoscenze, si sono appassionati e, apprendisti storici, hanno approfondito molteplici aspetti concernenti il Cadore, il legame delle loro montagne con Venezia, e le storie di un’emigrazione difficile, a tratti dolorosa, alle volte senza ritorno.

La parte più “moderna” del percorso ha riguardato il mondo intero, le miniere di oggi in Africa ed il lavoro minorile in terre lontane.

Il filo rosso che considera il CUORE DELLA TERRA, le miniere, non poteva non approdare al mondo di oggi, perché i ragazzi hanno bisogno di leggere l’oggi rispetto al passato, per comprendere e leggere, alla luce di ciò che è stato, ciò che oggi hanno sotto gli occhi. Importante, per legare il passato al presente è stato poi il compito di realtà, a compendio e degna conclusione del sentiero percorso assieme nella Storia dei luoghi del cuore, del loro Cadore.

Gli alunni hanno quindi preparato un’intervista con il Passato, delle domande agli anziani del paese, un tempo emigranti, o a persone del luogo che hanno avuto avi minatori, emigrati un tempo per lavoro.

Altro compito importante è stato l’intervista con il Presente; oggi infatti il Cadore è un luogo che accoglie persone che si trasferiscono qui per lavoro. L’intervista perciò riguardava una famiglia immigrata. Il confronto, foriero di importanti riflessioni, si è rivelato di grande impatto sui ragazzi.

Gli alunni delle classi Seconda e Terza della Scuola G. Cadorin, hanno espresso le loro opinioni, i loro commenti e le loro considerazioni, in una lezione in cui si è fatto il punto, si sono tirate le fila del progetto.

Per tutti il percorso attuato si è rivelato un’esperienza positiva, molti hanno sottolineato il fatto che hanno appreso narrazioni importanti, a tratti commoventi.

La centralità degli studenti nella costruzione delle loro conoscenze, abilità e competenze è stato il risvolto forse più avventuroso del progetto Io vivo qui Accompagnare gli allievi nel cuore della terra, nelle storie del passato e del presente, vederli alle prese con attività, lezioni, escape box, kahoot, ricerche, interviste e riflessioni, si è rivelato, anche per noi docenti, formativo e coinvolgente.

Impronte sicure sulle Dolomiti Patrimonio Mondiale

Scuola secondaria di 1°

“I. Nievo” (IC Belluno2), classe 3aB

Insegnanti:

Patrizia Fava

Mariarosa Andrich

Sara Dazzi

Francesca Verrastro

Il progetto nato dall’adesione a Io Vivo Qui. Territorio, Paesaggio e comunità nelle Dolomiti Patrimonio Mondiale si è reso possibile anche grazie alla collaborazione della sezione CAI di Belluno con la quale abbiamo potuto realizzare due incontri ed un’uscita didattica in località Nevegal. Prima dell’uscita i ragazzi hanno incontrato due volte l’Operatrice naturalistico culturale nazionale prof.ssa Daniela Mangiola: una per preparare l’uscita stessa con attenzione all’abbigliamento, alla sicurezza, al cibo ed ai comportamenti rispettosi dell’ambiente e l’altra in cui si sono approfondite le conoscenze sull’ambiente alpino e il Patrimonio Mondiale. Per l’uscita didattica siamo saliti sul colle bellunese del Nevegal, dove abbiamo camminato osservando il paesaggio e la flora intorno a noi, oltre all’aver riflettuto sulla sicurezza in montagna e sull’importanza di rispettare l’ambiente delle Dolomiti. Oltre all’Operatrice ci ha accompagnato la Guardia Forestale sig. Sergio Umattino.

Al rientro dall’esperienza in montagna gli alunni hanno trasformato le informazioni acquisite, le loro osservazioni e le loro competenze in un gioco simile al gioco dell’oca dal titolo “Missione Dolomiti”.

Il gioco ha l’obiettivo di guidare gli studenti a conoscere e vivere la montagna in modo consapevole e responsabile. Attraverso il percorso di gioco che prevede di partire dalle pendici di una montagna ed arrivare alla cima, i ragazzi hanno imparato le principali regole di sicurezza durante un’escursione, riflettuto sull’importanza di rispettare l’ambiente delle Dolomiti e acquisire comportamenti corretti nei confronti della fauna. Il gioco ha favorito inoltre lo sviluppo di competenze trasversali come la collaborazione, il rispetto delle regole e la capacità di prendere decisioni, trasformando le conoscenze acquisite in classe e durante l’uscita in un’esperienza concreta e significativa. Il gioco, per il quale i ragazzi hanno creato le singole carte, il cartellone e le istruzioni per l’uso, resterà patrimonio della scuola ed è stato tutto plastificato.

Gli studenti hanno dedicato svariate ore di lezione alla realizzazione delle carte ed alla fine hanno potuto giocare tra loro, proporlo ai genitori durante il “Senza Zaino day” ed anche ai compagni di prima della loro sezione. Il loro compito autentico si è trasformato quindi in un momento di condivisione comunitaria nell’ottica dei valori che sottendono al nostro modello di scuola Senza Zaino; ospitalità, comunità e responsabilità.

Oltre a conoscere e riflettere sulle Dolomiti Patrimonio Mondiale, sulla fauna, sui comportamenti rispettosi, hanno sviluppato anche competenze sullo sviluppo sostenibile previste dal curricolo di educazione civica.

Alla scoperta del latte: un mondo da gustare

Scuola primaria “A. Brustolon” (IC Belluno3) classi 1a-2a-3a-4 a-5a

Insegnante: Claudia Cerentin con la collaborazione di tutti i docenti del plesso

Ogni bicchiere di latte che arriva sulle nostre tavole racchiude in sé molto più di una semplice bevanda: racconta una storia fatta di territorio, di antiche tradizioni e di un lavoro sapiente che si tramanda di generazione in generazione. Il nostro progetto nasce con l’obiettivo di trasformare questa consapevolezza in un’esperienza educativa viva. In un’epoca dominata dalla tecnologia, crediamo che riportare i bambini al contatto diretto con la terra e con i processi di trasformazione manuale sia un atto educativo di fondamentale importanza. Lungo tutto l’anno scolastico, abbiamo accompagnato gli alunni della scuola di Badilet in un percorso immersivo nel mondo della filiera lattiero-casearia, superando i confini dell’aula per toccare con mano la realtà della nostra terra. Attraverso le stalle di Pedecastello, i laboratori dei maestri zoldani e l’incontro con i nostri casari, i bambini non hanno imparato solo da dove proviene il latte, ma hanno scoperto il valore profondo di un alimento essenziale e la ricchezza delle tradizioni bellunesi che definiscono la nostra identità culturale. Lasciamo che siano i bambini attraverso i loro elaborati a raccontare il gustoso e interessante viaggio svolto…

Tutte le classi hanno imparato il brano musicale:

LATTE E FORMAGGIO

Nelle fattorie di campagna, dormono le mucche nelle stalle, dormono sul fieno e sulla paglia, e di giorno vanno per la valle. Mangiano l’erbetta saporita, tenera sottile e prelibata, poi ci danno latte in quantità, e formaggio e tante varietà: mozzarella, grana e lo stracchino, sento nella pancia un languorino, e dal latte, il burro e la ricotta, e la panna buona sulla torta. Col formaggio senti che si fa, crepes e poi soufflè a volontà, pizze prelibate, sofficini, fan le mucche amiche dei bambini.

Sulle orme di San Lucano. Alla scoperta delle Pale di San Lucano

Scuola secondaria di 1° di Cencenighe Agordino, classe I C (alunni 5)

Insegnanti: Astrid Martini

Corrado Montoneri

Ci siamo occupati della figura di San Lucano per alcune ragioni, innanzitutto perché il nostro Istituto da molti anni promuove una forte interazione tra scuola e territorio e la scuola ha, tra le sue finalità, quella di risvegliare il senso di appartenenza e il senso critico nei ragazzi verso il proprio territorio.

Il gruppo classe si compone di 5 alunni, due dei quali di origine straniera, rispettivamente un ragazzo proveniente da Taiwan e una ragazza proveniente dal Marocco, entrambi in Italia da poco tempo. Da qui ha preso avvio la seconda motivazione: far conoscere anche agli alunni che arrivano in questo territorio la nostra storia e i luoghi che sono stati il teatro di rilevanti vicende per favorire il percorso della loro integrazione.

Il terzo motivo riguarda un aspetto prettamente didattico. Nel programma ministeriale della disciplina “Storia”, nel corso del primo anno della scuola secondaria di primo grado, è previsto lo studio dell’età medievale e perciò questo argomento ha significato anche un approfondimento della conoscenza del periodo successivo alla caduta dell’Impero romano d’Occidente. l nostro Istituto da molti anni promuove una forte interazione tra scuola e territorio attraverso svariate attività. Il nostro presente ha radici nel passato e la scuola deve avere, tra le sue finalità, quella di risvegliare il senso di appartenenza e il senso critico nei ragazzi verso il proprio territorio. Il progetto ha coinvolto l’insegnante di Lettere, ma preziosi sono stati i consigli e l’aiuto anche del docente di Arte e Immagine. L’attività è stata avviata in aula con un’attiva partecipazione e sensibilizzazione degli alunni valorizzando le capacità individuali per raggiungere un fine comune rendendoli protagonisti del percorso educativo. Inoltre gli alunni hanno potuto sviluppare ed approfondire alcuni aspetti di conoscenza storica, economica, religiosa, sociale e culturale di questo territorio, dotandoli della possibilità di contribuire al mantenimento delle relazioni uomo/ambiente e conservando la memoria delle presenze, delle idee e dei monumenti.

Il percorso formativo è partito dalla ricerca storica, indagando le fonti e studiandole. Nelle biblioteche comunali ci sono alcune pubblicazioni sulla vita del Santo le quali sono state lette in aula e comprese con l’aiuto dell’insegnante. Successivamente sono state scelte le tappe più significative della vita di San Lucano, in particolare quelle che lo hanno visto presente nel territorio agordino. Si è deciso quindi di illustrare delle tavole che rappresentano le principali vicende dell’esistenza di Lucano, da quando era vescovo di Sabiona fino alla sua morte, avvenuta probabilmente nella zona di Taibon Agordino.

Il gruppo classe, ampliando le competenze storico/ambientali, ha potuto utilizzare linguaggi diversi per nuove produzioni, accrescendo la motivazione al proprio apprendimento. Gli alunni hanno scelto autonomamente la tecnica artistica con cui meglio realizzare le tavole e le hanno composte seguendo le loro capacità e sensibilità; quattro di loro si sono occupati dei disegni, mentre uno ha scritto la spiegazione posta a fianco di ciascuna scena raffigurata. Le fotografie presenti nella quarta di copertina sono state scattate dai due alunni che abitano a Taibon Agordino. Si prevede di effettuare a maggio un’uscita con l’intera classe nella valle di San Lucano affinché gli alunni possano ammirare personalmente i luoghi da loro conosciuti e raffigurati durante la realizzazione del progetto.

SULLE ORME DI SAN LUCANO

Introduzione

La Valle di San Lucano, le Pale di San Lucano, la grotta di San Lucano, la chiesa di San Lucano... Sembra che San Lucano sia una figura importante da queste parti! Abbiamo perciò pensato di approfondire la sua conoscenza. Le fonti storiche che abbiamo trovato sono poche e quello che sappiamo si intreccia con la leggenda. Fatti storici e leggenda sono stati incrociati da numerosi studiosi e sappiamo che Lucano è venerato anche in altre località con l’appellativo di Apostolo delle Dolomiti. Perché San Lucano ha scelto di venire proprio qui? Probabilmente fuggiva dalle persecuzioni ariane e dai conflitti esistenti nella sua sede vescovile di Sabiona. Dedicandosi all’evangelizzazione, egli rappresenta una delle prime testimonianze di cristianizzazione di questa zona.

In fondo all’abitato di Cencenighe alla destra orografica del torrente Cordevole, si apre la stretta valle di San Lucano. Essa misura circa 600 m di larghezza ed è percorsa dal torrente Tegnàs. Da una parte si alza la parete nord del monte Agner e dall’altra le Pale di San Lucano. Percorrendo la strada che conduce in fondo alla valle, dopo un po’ troviamo la chiesa, costruita prima del XVI secolo, nella quale erano custodite le reliquie di San Lucano e della Beata Vazza. Proseguendo ancora si giunge alla frazione di Col di Pra, dove la strada si interrompe. Da qui si procede prima per una mulattiera e poi per un sentiero per giungere ad una grotta: il Col di San Lucano. La leggenda racconta che il Santo scelse di vivere qui come eremita cibandosi di erbe e radici selvatiche e trascorrendo la giornata in preghiera. Quando divenne vecchio visse qui insieme alla Beata Vazza. Gli ultimi anni di vita i due santi abbandonarono la grotta e si trasferirono nella valle nel luogo dove oggi sorge la chiesa e dove entrambi morirono naturalmente.

Lucano viene ordinato Vescovo nella prima metà del V secolo. Appena nominato stabilisce la sua sede a Sabiona. Il santuario di Sabiona, nel quale Lucano vive, fu trasformato proprio da lui in una chiesa cristiana; in epoca romana infatti era stato un tempio di Iside e prima ancora un santuario consacrato a divinità delle popolazioni retiche. Quando Lucano giunge qui, queste regioni facevano parte dell’Impero Romano già da quattro secoli e Sabiona segnava il confine tra l’Italia e la Rezia. I Romani avevano integrato anche queste popolazioni non solo nel loro Impero ma anche nella loro cultura e religione. Nella prima metà del V secolo i cristiani erano ancora pochi. S. Lucano svolge con grande impegno il suo compito di cristiano: raduna in chiesa i fedeli, amministra i sacramenti, si reca a piedi ovunque ci sia bisogno del suo aiuto caritatevole e della sua parola consolatrice.

Mentre San Lucano era Vescovo di Sabiona la zona fu colpita da una forte carestia per la quale molte persone morirono. Lucano, volendo aiutare i suoi fedeli, concesse loro di mangiare latticini durante la Quaresima. Durante questo periodo però bisognava osservare il digiuno, secondo i precetti della Chiesa, e perciò la carne, le uova e i latticini erano proibiti. Alcuni abitanti della zona non approvarono il comportamento di Lucano e lo accusarono. La notizia arrivò a Roma e il nostro Vescovo fu invitato dal Papa a recarsi presso la Santa Sede per spiegare le ragioni del suo comportamento.

Lucano si mise in viaggio sulla via Claudia verso Roma. Si racconta che egli viaggiò a cavallo accompagnato da un servo.

Una tappa del viaggio verso Roma venne fatta nelle vicinanze di Spoleto. Lucano e il suo servo entrarono in una povera locanda; l’oste non aveva neppure fieno per il cavallo. Lucano chiese allora che l’animale potesse pascolare sul prato intorno alla locanda. La moglie dell’oste inoltre da molto tempo era inferma a letto per una grave malattia e, per cercare di curarla, erano stati spesi già molti denari. Lucano, dopo aver verificato che la coppia viveva nella fede, compì un miracolo e guarì la donna, la quale si alzò dal letto sana ed allegra; con le sue mani volle preparare la cena e donare del denaro a Lucano il quale però si rifiutò di accettarlo.

Il giorno seguente a quello in cui Lucano aveva compiuto il miracolo, egli volle riprendere il viaggio, ma il cavallo ora era stato sbranato da una bestia feroce. Lucano vide aggirarsi intorno all’osteria un orso e intuì che era stato proprio lui ad uccidere il suo cavallo. Il Vescovo lo sgridò e gli comandò di divenire mansueto e di sostituirsi al suo cavallo; gli venne messa la sella e le briglie, poi il santo gli montò sopra e riprese il viaggio verso Roma. In groppa all’orso, prima di arrivare a Roma, sopra un campo Lucan vide volare dodici pernici alle quali ordinò di avvicinarsi perché voleva farne un dono per il Santo Padre.

San Lucano venne accolto da Papa Celestino I. Il Santo Padre rimase stupito quando apprese che il viaggio del Vescovo si era compiuto in groppa ad un orso. Gli furono poi donate le pernici e poi Lucano venne interrogato sul motivo della sua visita. Lucano raccontò tutto senza omettere nulla. Il Papa lo perdonò benedendolo e lo invitò a fermarsi a Roma qualche giorno, dopodiché gli concesse il permesso di ritornare a Sabiona.

Ritornato a Sabiona, Lucano però continuò ad essere calunniato e perseguitato specialmente dai sostenitori dell’arianesimo. Decise allora di rifugiarsi sopra una montagna della Val di Fiemme, a pochi chilometri da Cavalese, nascosto nei boschi, lontano dalle abitazioni. Dopo un po’ di tempo si accorse di essere stato scoperto e allora decise di abbandonare anche quel luogo e venne ad abitare in una valle che da lui si chiamò e si chiama ancora valle di San Lucano.

In fondo alla valle di S. Lucano si trova la frazione di Col di Prà. Dietro di essa confluiscono due corsi d’acqua sopra i quali si innalza una montagna boscosa. Attraverso un sentiero piuttosto ripido, nel primo tratto boscoso e poi esposto, si arriva ad una grotta: il Col di S. Lucano. La leggenda racconta che Lucano si rifugiò qui, lontano da tutto e da tutti; si cibava di erbe selvatiche e beveva l’acqua che sgorgava da una fontana vicina alla grotta. Lucano passava il tempo pregando e leggendo le Sacre Scritture. Probabilmente durante la buona stagione scendeva a valle in mezzo alla gente per diffondere il Vangelo e aiutare i bisognosi.

Si racconta che a Listolade viveva una giovane sposa di nome Vazza, originaria di San Tomaso. La donna aveva una grandissima fede e perciò occupava buona parte del suo tempo nella preghiera, nelle opere caritatevoli e praticava sempre il digiuno. La suocera, gelosa di lei perché vedeva che Vazza non mangiava quasi nulla ed era sempre allegra e disponibile verso tutti, la maltrattava di continuo e inoltre spinse il figlio a sospettare che la moglie avesse un amante. L’uomo, pur convinto che Vazza fosse una buona moglie, si lasciò convincere dalle insistenze della madre e una notte, fingendo di andare a lavoro in Val Corpassa, si nascose vicino alla loro casa per vedere dove andava Vazza. La giovane uscì in piena notte e si recò nel solito luogo a pregare, a ringraziare Dio delle sofferenze che subiva e a chiedere il perdono per le azioni malvagie della suocera. Il marito raccontò cosa aveva visto alla madre la quale si scusò con la nuora di tutto ciò che le aveva fatto subire. Il marito e la suocera concessero allora a Vazza di fare le cose che desiderava e lei si diede ancora di più a praticare la sua fede. Lucano, conosciute le qualità della giovane, si recò a Listolade e la invitò a seguirlo per vivere con lui nella grotta.

Quando Lucano invecchiò decise di abbandonare la grotta e, insieme a Vazza, venne ad abitare nella valle sottostante, nel posto in cui oggi sorge la chiesa a lui dedicata. Dopo poco tempo però Vazza morì e circa un anno dopo, forse il 20 luglio, anche Lucano. Entrambi sono stati sepolti nel luogo in cui avevano vissuto gli ultimi anni della loro vita e dove in seguito è stata eretta la chiesa. L’attuale chiesa è una ricostruzione dell’antica, abbattuta da una valanga nel 1635.

I cittadini di Belluno, quando vennero a conoscenza della morte di Lucano, vollero che il suo corpo fosse condotto nella loro città. Anche gli abitanti di Bressanone però volevano la stessa cosa sostenendo che Lucano era stato il loro Vescovo. Alla fine si stabilì di portarlo a Belluno. Non si sa con certezza se il 20 luglio, giorno in cui si festeggia San Lucano, coincida con la data della morte oppure con il giorno della traslazione del suo corpo dalla valle di San Lucano, in cui era stato sepolto, alla città di Belluno e non si conosce neppure quando avvenne la traslazione, forse nel XII o XIII secolo.

La tradizione racconta che, quando il corteo con il corpo del Santo giunse nel luogo chiamato “Pian di Croce”, all’estremità della conca agordina, il feretro cominciò a pesare così tanto da non poter più essere trasportato. Vennero chiamati in aiuto altri uomini, buoi e cavalli ma invano; alla fine il corteo fu costretto a fermarsi. Non sapendo cosa fare tutti cominciarono a pregare per chiedere l’aiuto di Dio; poco dopo il Santo alzò la testa insieme a un braccio e lo pose sopra un sasso. Ciò significava che lui non voleva andarsene da quei luoghi senza lasciare lì qualche reliquia del suo corpo. Fu così stabilito di dare il capo agli abitanti di Bressanone, il braccio agli abitanti di Agordo che lo posero vicino al coprpo della Beata Vazza nel luogo in cui successivamente fu eretta la chiesa di San Lucano nell’omonima valle, il resto del corpo agli abitanti di Belluno che lo portarono nel duomo della città. Appena furono tolti il capo e il braccio il corteo riprese il viaggio e condusse il corpo del Santo a Belluno.

I guardiani delle soglie La pietra delle Dolomiti tra arte e simbolo

Scuola primaria

“P. Valeriano” di Castion (IC Belluno3) classe 3a

Insegnanti:

Chiara Dal Pont

Antonella Venditti

Stefano Berton

1. L’Uomo Verde

Ci sono volti che osservano silenziosamente le città da secoli, nascosti tra cornici, capitelli e portali.

Alcuni fra essi emergono dalla pietra, intrecciati a foglie e germogli.

Anche Castellavazzo, paese noto per la sua peculiare tradizione lapidea, presenta alcuni mascheroni scolpiti su portoni, archi e fontane.

Uno, in particolare, si è fatto notare, in quanto vi è riconoscibile il volto dell’Om Salvarech, personaggio leggendario della tradizione montana bellunese.

Nell’Agordino il Salvarech, schivo custode dei segreti della malgazione e della lavorazione dei latticini, vive nascosto nei boschi ed è ricoperto di licopodio, pianta primordiale sempreverde, a differenza di altre zone del nord Italia in cui l’Uomo Selvaggio è ammantato da pelle di caprone.

È proprio la vegetazione che lo contraddistingue nel territorio bellunese a catturare la nostra attenzione, poiché lo avvicina all’archetipo pagano dell’Uomo Verde (Green Man), presente in Gran Bretagna, Francia, Belgio e Germania.

Proviene dalle profondità della preistoria, in simbiosi con la pietra, dalla quale emerge come primordiale immagine visiva, simbolo del rapporto tra uomo e natura.

L’Uomo Verde è una figura iconografica che attraversa epoche e culture, mantenendo intatto il proprio significato simbolico, sino a noi, nel Bellunese.

2. La scoperta

Da Castellavazzo, sede del Museo della Pietra - in cui si svolse il progetto dell’anno scorso - ha preso avvio un percorso che ha trasformato lo spazio urbano del capoluogo bellunese in un territorio da esplorare ed interrogare, a caccia della discreta e misteriosa presenza verde.

Nel contesto della città di Belluno, immersa nel paesaggio dolomitico, questa figura assume un valore particolare: la pietra delle architetture dialoga con la roccia delle Dolomiti, creando una continuità tra ambiente naturale e spazio costruito.

I bambini della classe 3a, guidati da uno sguardo curioso ed attento, hanno attraversato il centro cittadino come piccoli esploratori, alla ricerca di tracce nascoste.

Non più semplici passanti, ma osservatori attivi: ogni facciata, ogni angolo, ogni dettaglio è diventato potenzialmente significativo. Durante l’uscita, il tempo ha assunto una qualità diversa: ci si è fermati, si è guardato in alto, si è sostato davanti a pietre che, fino a quel momento, sembravano mute. Inizialmente non eravamo certi di trovare tracce di questa figura mitologica e invece, poco a poco, quei volti sono emersi: tra foglie scolpite e bocche da cui sgorgano tralci, il Green Man si è rivelato nella sua mutevole presenza. Trattandosi di un archetipo, infatti, esso si è palesato in varie forme, espressione di epoche e di bisogni differenti.

È presso il giardino della chiesa di S. Stefano che avviene il primo ‘incontro’: trattasi di un guardiano vegetale accanto alla soglia di un edificio sacro. Di probabile pietra calcarea bianca, è posto in una mensola portante, accanto al portone laterale. Il volto, con bocca aperta ed occhi allungati e minacciosi, emerge dal fogliame: il mascherone qui assume una funzione protettrice con l’intento di scacciare influssi maligni.

Questo è un esempio in cui l’Uomo Verde, inizialmente figura pagana, a partire dal medioevo entra a far parte dell’architettura cristiana, come simbolo dell’albero della Croce.

Raggiungiamo piazza Duomo per una sosta, al fine di rifocillarci, prima di proseguire: gli scalini del Palazzo dei Rettori risultano sedili perfetti per la pausa!

Tuttavia lo spuntino viene subito interrotto dalla Presenza Verde, che ha deciso di palesarsi nuovamente: sopra le nostre teste, uno dopo l’altro, troviamo altri significativi esempi della trasformazione di questo mito.

Gli esemplari rinascimentali in piazza del Duomo mostrano chiaramente come il Green Man si sia sviluppato nella storia dell’uomo e dell’arte: da mito cosmico (la foglia) ad intelligenza naturale che l’uomo interpreta e comprende (foglie che escono da bocca e naso umani), svelandone segreti e proprietà benefiche.

Entusiasta per l’improvvisa scoperta, la classe decide di spostarsi verso piazza delle Erbe per raggiungere un altro luogo in cui si narra campeggi un mascherone piuttosto evidente, lungo via Mezzaterra.

Sopra il portone di un palazzo, infatti, domina un volto in pietra, dalla cui bocca escono tralci.

Qui il mascherone rappresenta un vero e proprio grottesco, un guardiano rinascimentale della dimora signorile dei Piloni: qui la vegetazione rappresenta solo una decorazione ornamentale, mentre il volto umano è dominante.

Ritornando verso Piazza Duomo, costeggiamo un mascherone, che richiama un altro mito: è lo spaventoso minotauro di Palazzo Buttacalice, la cui funzione sopra il portone è proprio quella di intimidire coloro che ne attraversano la soglia e di allontanare il malocchio (mascherone apotropaico).

Siamo ormai al termine della visita e l’occhio, anche se stanco, si posa sulla sommità del campanile del Duomo: si intravedono dei mascheroni sopra i quattro archi centrali del campanile. Successivamente scopriamo che sono volti di profeti ed uno di essi avrebbe caratteristiche riconducibili al Green Man!

3. Dalla pietra all’immagine

Le scoperte raccolte — fotografie, schizzi, appunti — hanno dato forma ad una memoria condivisa, diventando il punto di partenza per il lavoro in classe.

Dapprima la classe ha provato a rispondere ad una domanda semplice e complessa allo stesso tempo: chi è il Green Man? La creazione della sua “carta d’identità” ha aperto a riflessioni che intrecciano mito, leggenda e arte.

Ne è emersa una figura ambigua e affascinante, né completamente umana, né interamente vegetale.

Successivamente la costruzione di una mappa collettiva ha permesso di ricollocare quelle presenze nello spazio, trasformando la città in una trama di segni da leggere.

Ogni punto segnato non era solo un luogo, ma una storia ritrovata.

Uno dei momenti più intensi del percorso è stato l’incontro con Daniele e Andrea, scalpellini di Castellavazzo: la lezione tecnica del primo e l’esperienza artistica del secondo hanno introdotto l’arte su pietra che si cela dietro il volto dell’Uomo Verde di Castellavazzo. In un tempo in cui la materia è spesso distante dall’esperienza quotidiana dei bambini, il contatto diretto con il lavoro artigianale ha rappresentato una scoperta: osservare il gesto esperto, infatti, ha permesso di capire che ogni forma nasce da un dialogo tra mano e materia.

La sperimentazione con l’argilla ha dato modo ai bambini di entrare in questo dialogo; le loro mani hanno cercato di riprodurre, reinventare, reinterpretare le foglie dei volti osservati. Non copie, ma nuove immagini.

Ad accompagnare il percorso, il “Taccuino dello Scalpellino” si è rivelato uno strumento in cui fissare le fasi dell’arte lapidea tramandata dagli artigiani del passato ed abbozzare il proprio mascherone: Green Man personali, alcuni sorridenti altri misteriosi, ma pur sempre espressione di un incontro tra immaginazione ed esperienza.

Il progetto si chiude, infine, con una nuova tappa: l’esperienza alla serigrafia BEEINK di Marzio e Andrea.

Qui le immagini incontrate e rielaborate potranno essere tradotte in stampa, attraversando un ulteriore passaggio di trasformazione.

Dal paesaggio delle Dolomiti alle architetture di Belluno, dalla pietra alla carta, dal rilievo all’inchiostro, il Green Man continua ad emergere dalla materia, rinnovando il dialogo tra uomo, natura ed immaginazione.

Percorsi Scoperti. Podcast sul patrimonio artistico, ambientale e locale nelle Dolomiti

(raccontato in modo diretto dagli studenti)

Scuola secondaria di 1°

“V. Zanon” (IC Belluno3) classi 1a C e 1aB

Insegnanti:

Maria Cristina Carì

Anna De Simoi

Anna Spedo

Anna Zoldan

Le classi prime hanno iniziato quest’anno il loro percorso nella scuola secondaria di primo grado con un progetto volto alla scoperta e alla valorizzazione del territorio in cui vivono. Attraverso un approccio attivo e laboratoriale, gli alunni sono stati coinvolti nella realizzazione di una serie di podcast dedicati a luoghi, storie e tradizioni del territorio bellunese, con particolare attenzione agli ambienti vicini alla scuola, che i ragazzi vedono quotidianamente, ma di cui spesso non conoscono la storia.

L’obiettivo del progetto è stato quello di sviluppare nei ragazzi una prima consapevolezza del valore del proprio territorio, stimolandoli ad osservare con maggiore attenzione l’ambiente che li circonda e a porsi domande su ciò che spesso viene dato per scontato. Allo stesso tempo, il podcast è stato scelto come strumento vicino al loro mondo, capace di unire tecnologia, narrazione e creatività, favorendo lo sviluppo delle competenze digitali e comunicative.

Si è creata una serie di puntate, che hanno come filo conduttore la sigla iniziale e finale, creata dai ragazzi dell’indirizzo musicale e la struttura.

Le attività sono iniziate con una fase introduttiva in classe, durante la quale gli studenti hanno scoperto che cos’è un podcast e ne hanno ascoltati alcuni esempi. In seguito, guidati dagli insegnanti, hanno individuato i luoghi su cui lavorare, scegliendo spazi del territorio a loro vicini ma non sempre conosciuti in profondità.

La seconda fase è stata la raccolta di informazioni sul posto.

Una delle tre classi si è recata alla scuola primaria di Badilet per approfondire le leggende della valle di San Mamante. Gli alunni della primaria, infatti, avevano messo in scena queste storie - raccolte dalla maestra Roberta Balcon - in uno spettacolo teatrale realizzato nel mese di dicembre. Divisi in piccoli gruppi, i ragazzi più grandi hanno intervistato

i più piccoli, valorizzando un significativo momento di scambio tra ordini di scuola diversi. Questa attività ha favorito una dimensione di continuità educativa, in cui gli alunni più grandi hanno assunto un ruolo attivo e responsabile, mentre i più piccoli hanno potuto condividere conoscenze ed esperienze sentendosi protagonisti. Un’altra classe si è recata nella zona di Pedecastello insieme ad Anacleto Boranga, guida ambientale e nonno di una alunna, e ha scoperto le piante tipiche della primavera, gli alberi monumentali (quercia e pioppo bianco) presenti lungo il percorso e infine la chiesetta di San Vigilio, che costituiva una tappa del pellegrinaggio che partiva da Trento per giungere a Venezia e poi in Terrasanta.

La prima C ha invitato a scuola ed intervistato Vito Tormen, studioso locale che ha parlato del sito di Sant’Anna di Pedecastello, dei ritrovamenti archeologici legati all’Età del bronzo e alla sua posizione strategica.

Una ulteriore puntata ha visto i ragazzi muoversi in bicicletta con i volontari della Fiab di Belluno, per andare alla scoperta dei vecchi mulini e del colle di Cor. Le informazioni raccolte, intervistando esperti e consultando testi locali, hanno permesso di registrare la puntata che sarà anche da spunto per chi vorrà ripercorrere l’anello in passeggiata.

Queste uscite hanno permesso ai ragazzi di entrare in contatto con la dimensione più autentica del territorio, fatta non solo di paesaggi, ma anche di racconti, tradizioni e memorie. Hanno rappresentato momenti fondamentali del progetto, durante i quali gli studenti hanno potuto osservare direttamente l’ambiente, scattare fotografie, prendere appunti e registrare voci e suoni, poi utilizzati nei podcast per rendere la narrazione più immersiva. Queste esperienze hanno favorito un apprendimento concreto e diretto, difficilmente raggiungibile attraverso la sola attività in aula.

Rientrati in classe, i gruppi hanno rielaborato il materiale raccolto, selezionando le informazioni più significative e organizzandole in un breve testo adatto alla registrazione. Gli insegnanti hanno guidato gli alunni nella costruzione di uno script semplice ma efficace, aiutandoli a utilizzare un linguaggio chiaro e adatto all’ascolto. In questa fase sono emerse anche difficoltà legate alla sintesi e alla rielaborazione, che sono state affrontate attraverso momenti di revisione e confronto.

Prima della fase di effettiva registrazione, sono stati previsti momenti di prova, durante i quali gli alunni si sono cimentati nella lettura espressiva, lavorando sull’intonazione, sul ritmo, sulla chiarezza della voce e sull’uso consapevole delle pause e dei silenzi, al fine di rendere la narrazione più efficace e coinvolgente.

La registrazione è stata poi realizzata utilizzando strumenti digitali accessibili e software come Audacity e Canva. In questa fase, gli studenti hanno consolidato le competenze legate alla comunicazione orale, curando pronuncia, espressività e gestione della voce, e sperimentando per la prima volta una forma di comunicazione strutturata. Le registrazioni sono state spesso ripetute e riascoltate, permettendo agli alunni di riflettere sul proprio lavoro e di migliorare progressivamente. In alcuni casi, i podcast sono stati arricchiti con suoni ambientali registrati durante le uscite o con brevi interventi a più voci. Gli alunni del corso musicale hanno realizzato e registrato alcuni brani utilizzati come colonna sonora, contribuendo a rendere il prodotto finale più curato e personale.

I diversi contributi realizzati dagli alunni sono stati così raccolti creando una piccola “mappa sonora” del territorio, che potrà essere arricchita nei prossimi anni con ulteriori puntate. Questo ha permesso di valoriz-

zare il lavoro di tutti e di offrire alle famiglie e alla comunità scolastica un prodotto concreto, favorendo anche la conoscenza del territorio.

Ecco che cosa ne pensa un’alunna: “Mi è piaciuto uscire e vedere i posti di cui abbiamo parlato. Non pensavo che vicino a casa mia ci fossero così tante cose da raccontare. La parte della registrazione mi ha messo un po’ in difficoltà all’inizio, soprattutto perché dovevamo parlare in modo chiaro e senza leggere troppo velocemente, ma con le prove sono riuscita a migliorare. È stato bello riascoltare la nostra voce e accorgerci dei progressi. Mi è piaciuto anche lavorare con i miei compagni e inserire i suoni registrati durante l’uscita: alla fine il podcast sembrava davvero “vero”, come quelli che si ascoltano online.”

Attraverso questo progetto gli studenti hanno sviluppato competenze diverse: capacità di osservazione, raccolta e selezione delle informazioni, lavoro di gruppo, uso consapevole degli strumenti digitali e prime abilità comunicative. Soprattutto, hanno iniziato a costruire un legame più profondo con il territorio in cui vivono. Hanno inoltre imparato a collaborare, a rispettare i tempi e a contribuire in modo attivo alla realizzazione di un prodotto comune.

Il percorso ha quindi rappresentato un primo passo significativo verso una maggiore consapevolezza del valore del paesaggio dolomitico e del patrimonio culturale locale. I luoghi esplorati non sono più soltanto spazi attraversati quotidianamente, ma diventano storie da ascoltare e da condividere, contribuendo a rafforzare il senso di appartenenza alla comunità. In questo senso, il podcast si è rivelato uno strumento efficace per dare voce al territorio attraverso lo sguardo degli studenti, trasformandoli da semplici osservatori a protagonisti attivi della sua narrazione.

Immergiti con noi nei luoghi e nella storia del territorio in cui viviamo attraverso il nostro podcast!

Casteldardo, tra presente e passato, un balcone sulle Dolomiti

Scuola secondaria 1° “F.lli Schiocchet” (IC Trichiana) Classe 1aA

Insegnante: Silvia De Col

Casteldardo è un luogo molto conosciuto nella zona di Trichiana e unisce al proprio interno storia, natura, arte e tradizioni. Data la sua rilevanza sotto molti aspetti, abbiamo deciso di approfondire questo territorio con un vero e proprio “percorso a tappe”.

Prima tappa.

Abbiamo disegnato le nostre “mappe mentali” del luogo in cui viviamo e i percorsi che facciamo per raggiungere la scuola, cercando di capire se interessavano la zona di Casteldardo. Abbiamo poi studiato il territorio su diverse carte geografiche, in particolare sulla carta topografica Tabacco “Prealpi Trevigiane e Bellunesi” a scala 1: 25 000 e sulla carta “La Provincia di Belluno” a scala 1: 75 000.

Seconda tappa.

Abbiamo fatto un’uscita in ambiente, dotati di tutti gli strumenti utili per i geografi (cartina, block notes, macchina fotografica, binocolo...). Ci siamo recati a piedi dalla scuola nella zona di Casteldardo e qui ci siamo dedicati all’osservazione e all’esplorazione:

• ci siamo guardati intorno, abbiamo fotografato l’ambiente, abbiamo disegnato il punto o l’aspetto che più ci ha colpito; abbiamo capito che a Casteldardo si può trovare un mix di elementi: i vigneti che dominano il paesaggio e che ci hanno ricordato il sito Unesco delle Colline del Prosecco a Valdobbiadene, il percorso naturalistico caratterizzato dalla presenza di varie statue in legno, la villa Piloni Federici Foscolo che si impone sui prati circostanti e infine la torre in “stile medievale”; alzando lo sguardo ci siamo poi resi conto che da Casteldardo si ha una bella vista sulle Dolomiti bellunesi, e non solo, che dominano la Valbelluna: dal Monte Serva alla Schiara, al Pizzocco e al Sass de Mura. Ammirandole abbiamo cercato di riconoscerle e di assegnare loro il giusto nome.

Terza tappa.

Una volta in classe ci siamo dedicati alla rielaborazione: abbiamo tracciato sulla carta topografica il percorso sviluppato a piedi e abbiamo fatto lo stesso anche in modo digitale con l’app Google MyMaps. Abbiamo poi svolto una ricerca storica sulla storia del sito, sull’origine del nome Casteldardo e sulla villa. In questo modo abbiamo scoperto che l’area è considerata importante per la sua posizione strategica e di passaggio tra le Dolomiti, la Valbelluna, il territorio trevigiano e la pianura fin dall’epoca romana; inoltre, abbiamo appreso che il nome è legato alla presenza di un antico castello proprio a ridosso del torrente Ardo, da qui “Castello sull’Ardo”, che non ha nulla a che vedere con la torre che noi oggi vediamo, la quale non è di origine medievale, ma è stata costruita secoli dopo in posizione diversa rispetto all’originario castello. Infine, siamo venuti a conoscenza che questa zona è stata teatro di una battaglia fondamentale nel 1196 tra i soldati bellunesi guidati dal vescovo di Belluno Gerardo de Taccoli e quelli trevigiani per limitare l’influenza di Treviso sul nostro territorio. Questa battaglia, che si è conclusa con la distruzione del castello stesso, è passata alla storia perché raccontata in una delle prime testimonianze di lingua volgare veneta, il famoso “Ritmo bellunese”, una canzone militare che esalta la vittoria bellunese sul nemico trevigiano. Questo testo è anche inciso in una lapide incastonata sulle mura della Villa Piloni Federici Foscolo che oggi domina la zona: una villa del XVI secolo, restaurata nel XVIII sec. che ancor oggi rappresenta un bell’esempio di architettura veneta. Tutte queste informazioni sono state rielaborate e messe per iscritto in cartelloni.

Quarta e ultima tappa.

Riguardando il percorso svolto, abbiamo ragionato sul significato che oggi ha per noi il sito di Casteldardo e ci siamo resi conto che conoscere il luogo dove viviamo non è per nulla scontato: a volte infatti alcuni posti che per noi sono “scontati” e fanno parte da sempre della nostra quotidianità nascondono delle storie uniche e interessanti.

D’ora in poi, quando ci capiterà di “passare per Casteldardo” potremmo rivivere con l’immaginazione tutti gli eventi che abbiamo scoperto essere lì avvenuti e guardandoci intorno potremmo salutare tutte le cime dolomitiche che da sempre osservano e proteggono la nostra Valbelluna.

(testo scritto dai ragazzi della classe 1A)

I doghi de ’na volta ai piedi delle Cime d’Auta

Scuola primaria “C. Ronchi” (IC Cencenighe Agordino) classi 4 a e 5a

Insegnanti: Luisa Manfroi

Sara Zuccolotto

Quando si è progettato il percorso dedicato ai giochi tradizionali, l’intenzione era quella di diminuire la presa che i videogiochi hanno sui ragazzi, invogliandoli a stare di più all’aria aperta. Un altro obiettivo è stato quello di restituire agli alunni un contatto con il territorio in cui vivono che conserva una storia e un’identità culturale ancora abbastanza radicata. Vallada Agordina si colloca nella Valle del Biois attraversata dall’omonimo torrente che nasce in Trentino-Alto Adige e, dopo un percorso di circa venti chilometri (di cui oltre quattordici in Veneto), confluisce nel Cordevole. È proprio alla sinistra del Biois che si trova Vallada con le sue sette frazioni adagiate lungo un pendio. Guardando verso sud si trovano il Monte Celat e la cima del Monte Pape, detto anche Spiz del Sansón, mentre verso ovest si apre la valle che conduce a Canale d’Agordo e alla valle di Garés, un tempo sede di alcune miniere di ferro e con i relativi forni fusori. Il paesaggio che circonda la scuola è un libro aperto sulla storia della comunità. I tabià, i tradizionali fienili costruiti con travi incrociati con il sistema blockbau (o blockhaus) è un’antica tecnica costruttiva in legno, diffusa soprattutto nell’Europa settentrionale e alpina, basata sulla sovrapposizione orizzontale di tronchi incastrati agli angoli senza l’uso di chiodi. Rappresentano una peculiarità architettonica della valle del Biois e testimoniano un’economia agricola che per secoli ha scandito la vita quotidiana. I prati, un tempo trasformati in campi e seminati a patate, segale, mais e pavàre, i semi di papavero utilizzati nella cucina locale per piatti come le paste da fornèl della vigilia di Natale o i carfógn, oggi mostrano un volto diverso in quanto il bosco avanza e riconquista spazi. Le fotografie storiche mostrano chiaramente questo cambiamento e sono oggetto di osservazione in classe quando si tratta di vedere le differenze tra una volta e adesso. Un tempo ogni appezzamento era sfruttato, oggi la vegetazione spontanea si espande, modificando la percezione del paesaggio e il modo di viverlo.

Accanto all’agricoltura e all’allevamento, la valle ha conosciuto un’economia legata allo sfruttamento delle risorse naturali. La valle di Gares conserva la memoria dell’estrazione del ferro, mentre i boschi raccontano il lavoro dei boschiér, che tagliavano le piante e le trascinavano a valle con il zapìn, formando cataste chiamate tassógn. I tronchi venivano poi affidati ai menadàs, che li guidavano lungo il Biois e il Cordevole fino alle siéghe, le segherie della valle. Anche la pietra ha avuto un ruolo fondamentale: i taiapiéra, gli scalpellini locali, lavoravano e scolpivano portali, fontane (brente) le più vecchie ancora fatte de “sas”, statue e recipienti, levigando la pietra fino a ottenere superfici perfette. Questi manufatti, ancora presenti nel territorio, sono testimonianze tangibili di un sapere artigianale che ha contribuito a definire l’identità culturale della comunità.

La storia sociale di Vallada e della Valle del Biois è segnata anche da una forte emigrazione. Molti abitanti partirono verso il Brasile, gli Stati Uniti e altri paesi dell’America, spinti dalla necessità di cercare nuove opportunità. Negli ultimi anni si sono riallacciati legami con i discendenti degli emigranti, che mantengono vivo il rapporto con la valle d’origine. Questa memoria migratoria è parte integrante dell’identità locale e contribuisce a definire il senso di appartenenza della comunità.

In questo contesto si inserisce la scuola che anche quest’anno scolastico ha cercato di portare avanti un progetto specifico che coinvolge gli alunni in un’attività di ricerca, sperimentazione e gioco. Proprio da questa attenzione è nata l’idea di riportare nel cortile della scuola i giochi di una volta, anche in occasione delle Olimpiadi, coinvolgendo gli alunni dalla prima alla quinta classe in un percorso di riscoperta attiva.

L’ispirazione è arrivata dalla Rifa de le Bande di Cencenighe, una competizione che coinvolge i quattro gruppi di frazioni del paese e che, grazie alla Pro Loco e al Comitato della Rifa, mantiene vivo un patrimonio ludico tramandato da generazioni. Questa tradizione, così radicata e partecipata, è sembrata un punto di partenza ideale per riportare all’aperto giochi che un tempo scandivano la vita dei bambini e che oggi rischiano di essere dimenticati, sostituiti da attività digitali sempre più pervasive.

Nel cortile della scuola abbiamo quindi riproposto la logica della Rifa de le Bande, affiancandola a giochi che venivano praticati all’aperto: il campanon, la maza al bot, la corsa col zercol, il salto alla corda, le zàmpede (i trampoli), le ziézere (le biglie), la corsa coi sach, la batistàna e altri ancora.

La pratica sul campo è diventata l’occasione per osservare con maggiore attenzione ciò che circonda gli alunni: stare all’aperto ha permesso loro di esplorare il territorio in cui vivono, leggendolo dal punto di vista storico, geografico ed economico attraverso attività di ricerca svolte in piccoli gruppi. Il contesto e la varietà dei temi sono così ampi che, di anno in anno, si è scelto di approfondire aspetti diversi, talvolta più storici, altre volte più economici, geografici o legati alle tradizioni locali. Accanto alla pratica diretta dei giochi, gli alunni hanno condotto una ricerca specifica su ciascuno di essi, cercando di ricostruirne le origini, la storia, le connessioni con altri territori e il rapporto con il contesto locale. Ogni gioco è stato occasione per scoprire un pezzo di storia: la corda intrecciata richiamava la canapa dei fas de fen; i trampoli ricordavano i giochi costruiti a mano; le biglie di vetro o terracotta riportavano alla memoria un passatempo diffusissimo; la maza al bot (la lippa), una sorta di baseball che richiede tattica e abilità. Il gioco, in questo percorso, non è stato solo un’attività ricreativa, ma un modo per vivere il territorio e per guardarsi attorno.

Venite a vedere

Scuola primaria di Mugnai (IC Feltre) classe 2a

Insegnanti:

Sabrina Bertelle

Stefania Carpene

Tutto è iniziato in classe prima, quando abbiamo imparato a leggere e a scrivere la consonante M.

La maestra Stefania, quella mattina, ci ha raccontato la storia della MUCCA MIRIAM.

La mucca Miriam ha una bellissima voce e le piace cantare mentre prepara la marmellata di fragole per i suoi amici Micio Miao e Micina, che la divorano leccandosi i baffi.

La maestra ci ha chiesto se, secondo noi, le mucche preparano veramente la marmellata… qualcuno ha risposto di sì, qualcun altro ha risposto di no e altri che non lo sapevano.

Da lì, è partita una conversazione sulle mucche: dove vivono, cosa mangiano, che cosa producono?…

Poi, con la maestra Sabrina, in scienze, abbiamo approfondito l’argomento e tutti abbiamo capito che le mucche sono mammiferi importanti, soprattutto nel nostro territorio di montagna, perché ci donano il latte che serve a preparare il formaggio, la panna, il gelato, lo yogurt e tanti altri piatti che a noi bambini piacciono tanto e che fanno molto bene alla nostra crescita, fin dai primi mesi di vita.

Ma come si fa a ottenere il formaggio, la panna, il burro dal latte? Qualcuno di noi ha risposto che basta andare al supermercato.

Le maestre, per farci capire bene l’argomento, ci hanno prima letto la storia di un’altra mucca, la mucca Serafina, e poi hanno deciso di portarci in gita al Casèl di Celarda per vedere dal vivo tutto quello che avevamo sentito in questo racconto. Infatti, con l’aiuto di Veronica, una giovane casara, qui abbiamo potuto imparare come si lavorava il latte, al tempo dei nostri nonni, per ottenere panna e burro. Abbiamo visto anche degli strani attrezzi di legno e dei grandi pentoloni di rame.

Era ormai quasi arrivata la fine del nostro primo anno alla scuola primaria e la nostra compagna Giulia ha chiesto alle maestre: “Perché non ci portate a Vellai, a visitare le mucche del nonno?”

Le maestre, felicemente sorprese per l’invito inaspettato, hanno risposto che, purtroppo, non c’era il più il tempo di organizzare un’altra visita, ma che l’avremmo potuta fare in classe seconda. E hanno mantenuto la promessa!!!

Per capire come viene prodotto il formaggio in grande quantità e con i moderni macchinari tecnologici, quest’anno siamo stati a visitare lo stabilimento della Lattebusche. Abbiamo visto le grandi autobotti che trasportano il latte proveniente dalle varie stalle della nostra provincia di Belluno. Abbiamo osservato come viene lavorato e trasformato in mozzarelle, in yogurt e in grandi forme rotonde che vengono conservate a lungo su degli scaffali molto alti, dentro degli enormi magazzini.

La nostra guida, Lorenzo, ci ha spiegato che in altri stabilimenti come questo, in altre città del Veneto, vengono prodotti i gelati confezionati.

Però, a Busche si può gustare il gelato fresco preparato ogni giorno. E noi lo possiamo confermare!!!

Una bellissima giornata di fine aprile, abbiamo poi realizzato l’invito di Giulia.

Da Feltre, abbiamo fatto una bella passeggiata in mezzo alla campagna per raggiungere, a Vellai, la casa e la stalla dei suoi nonni.

Finalmente, abbiamo potuto vedere da vicino le mucche “vere”! Abbiamo dato loro da mangiare e le abbiamo chiamate con i nomi che Giulia ha dato loro quando sono arrivate nella stalla.

Il nonno e il papà della nostra compagna hanno risposto a tutte le nostre domande e curiosità.

La visita è stata accompagnata da una squisita merenda a base di prodotti locali: pane con salame e formaggio e …..due buonissime torte preparate dalla nonna.

Per rientrare a Feltre, abbiamo poi percorso in discesa il viale di Cart, scoprendo un magnifico paesaggio, che non tutti conoscevamo.

Possiamo proprio dire che siamo fortunati a vivere in un posto ricco di natura, con grandi spazi verdi per noi bambini, perciò… “Venite a vedere anche voi!”

ALUNNI
Daris
Liliana
Vito
Anastasia
Yahya
Besjan
Pietro
Vittoria
Nathan
Giulia
Maria
Giulia
Jonathan Ines
Giovanni Elif
Questa attività è inserita nel progetto “Capacity Building. Rafforzare il capitale sociale e territoriale del Sito Dolomiti Patrimonio Mondiale (WHS) per uno sviluppo duraturo e sostenibile delle Comunità locali”, realizzato con il contributo del Fondo Comuni Confinanti.

Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
Io Vivo Qui - Provincia di Belluno 2025/26 by Fondazione Dolomiti UNESCO - Issuu