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La Filarmonica è... Nr 66 - Novembre 2020 - Concerto d'Autunno

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Novembre 2020

N° 66

LA FILARMONICA C'È... Informatore musicale del COMPLESSO BANDISTICO

LaFilarmonica Abbiategrasso|1846 LA FILARMONICA

Musica e nuove prossimità

Editoriale del Maestro Dario Garegnani Ogni attività umana richiede un certo grado di prossimità. Sentirsi prossimi, essere prossimi non è solo uno stato di vicinanza fisica, una distanza centimetrica da colmare o da mantenere: è uno stato delle relazioni, è la possibilità di interagire, di fare cose insieme, dal respirare in su. La vita di qualsiasi musicista, studente di musica, appassionato amatore (ma anche, perché no, di chiunque graviti a qualsiasi titolo nel mondo della musica, anche da spettatore) è fondata fin dall’origine sulla necessità di sentirsi prossimi. Impariamo a leggere la musica, cercando una sincronia con il nostro insegnante di teoria: dobbiamo essere vicini per riuscire a trasmetterci conoscenze, pratica, dubbi e risposte. Ci avviciniamo a uno strumento che produce vibrazioni, non possiamo fare a meno di cercare sintonie, di cercare affinità, intonazioni, consonanze o dissonanze con qualcuno dei nostri simili suonanti, maestro o allievo che sia. Suoniamo ogni sera, seduti al nostro posto, aspettando, sperando che il nostro compagno di leggio si manifesti. La sua presenza non è secondaria: è magari un nostro amico, un nostro conoscente, qualcuno con cui confrontarsi in un modo e un linguaggio diversi dal mondo reale. Ogni sera, da quasi 175 anni, i membri de LaFilarmonica sperimentano forme diverse di prossimità; ed è una vicinanza che va oltre la fisica e la logica, si spinge attraverso generazioni, attraverso famiglie, attraverso storie su storie che si incrociano o si scontrano. Anche i dissidi, senza prossimità, vengono molto meno bene. >>> Segue a pag. 2

CONCERTO D'AUTUNNO

24 OTTOBRE 2020 - RIVEDI IL CONCERTO ONLINE!!!


La Filarmonica c'è

Musica e nuove prossimità

Editoriale - Alessandro Bagnaschi

Editoriale M° Garegnani <<< Segue dalla copertina Il 2020 è stato per tutti noi un anno improbabile, passato a temere la mancanza di prossimità, a soffrirne il divieto, a immaginarne nuove forme. Questa è la cosa che forse ci riesce meglio ultimamente: cercare nuove forme di prossimità, un nuovo vestito per quei rapporti che prima dell’ultimo febbraio consideravamo la base relazionale della nostra vita, musicale e non. Siano i benvenuti, in questo anno che vorremmo essere già distante, tutti – proprio tutti – i tentativi di sentirsi vicini; fino alle lezioni diventate online che devono acquisire un nuovo valore, una nuova intensità, un nuovo linguaggio. Benvenuti dunque a tutti gli appuntamenti in cui, incollati ad un monitor, abbiamo parlato di musica; benvenute a tutte le iniziative con cui abbiamo cercato, con tutte le nostre forze, di fare sentire il nostro suono; benvenute le dirette online, che sono già un miracolo. Benvenuto all’unico concerto del 2020, distanti metri l’uno dall’altro, ma con un senso di vicinanza raro da spiegare e da replicare. Ancora una volta benvenuti a tutti i nostri contatti che non ci hanno (ancora) mai ascoltati dal vivo, ma online sì! Benvenuti a coloro che hanno seguito le nostre iniziative e i nostri corsi online per la cittadinanza da qualsiasi luogo: quanto può essere intensa una vicinanza che resiste attraverso migliaia di chilometri! Coraggio: manifestiamo la nostra prossimità. Basta un like, un clic, un commento. Perché ne abbiamo tanto bisogno. Seguite i nostri canali, guardate le nostre produzioni: le facciamo meglio possibile per noi e per quel che ci è permesso fare. Capiteci: siamo una realtà che fa dell’assembramento un’arte, una necessità, una regola: non sono esattamente tempi facili. Seguiamoci, ascoltiamoci, rivediamoci: pensare di essere entrati nella vita casalinga di tante persone, di ogni persona in più, ci dà la forza di pensare che essere prossimi, con la musica, non solo è possibile ma è una trasformazione adattativa sanissima, che acquista ogni giorno più senso, più forza, più importanza. Dario Garegnani, Direttore de La Filarmonica

La Filarmonica c'è! Questo è stato svoltosi lo scorso 24 ottobre, trasmesso un po’ il motto che ha contraddistinto anche in streaming grazie alla l’attività della nostra associazione in collaborazione di BIAWEB TV. quest’anno particolare, caratterizzato Abbiamo anche ripreso le lezioni degli da incertezza e preoccupazione, non allievi della Scuola di musica “Corrado per una “dimostrazione di forza” quanto Abriani” in presenza. piuttosto per la consapevolezza di un Ora, alla luce delle nuove disposizioni dovere morale verso la comunità di emanate con il recente DPCM, ritorniamo cercare di trasmettere un messaggio di a dover rimodulare la nostra attività e, continuità e di speranza in un momento proprio nel rispetto di quanto detto in così delicato e impegnativo. apertura: Abbiamo cercato di tener fede a questo · riproponiamo le lezioni per i nostri nostro impegno non interrompendo la allievi in modalità remota, senza nostra attività: interrompere la nostra proposta · proponendo la realizzazione dei corsi formativa; della nostra scuola in modalità remota; · stiamo proponendo, in collaborazione · organizzando una serie di con l’Ufficio Cultura del Comune di approfondimenti online per i nostri Abbiategrasso, all’interno del progetto musicanti guidati dal nostro Maestro “#culturAcasa” la riedizione del corso Dario Garegnani; online, gratuito, di · organizzando un lettura musicale di corso gratuito di base aperto a tutti, alfabetizzazione strutturato in 7 lezioni Abbiategrasso|1846 musicale rivolto a che saranno tenute LA FILARMONICA tutti coloro che, pur dal nostro Maestro privi di conoscenze Dario Garegnani; di base, volessero · abbiamo reso approcciarsi alla disponibile sul canale lettura musicale, YouTube e sul sito strutturato in 7 de La Filarmonica il documentario lezioni online “Questa casa manca” tenute dal Maestro realizzato dal Maestro Dario Garegnani; Dario Garegnani con il contributo · realizzando alcuni video, disponibili di gran parte dei componenti del sul sito ufficiale, con i quali abbiamo nostro complesso durante il primo in qualche modo cercato di sostituire lockdown… i tradizionali concerti non realizzati causa le limitazioni imposte dalle Tutto questo perché La Filarmonica c’è, vuole esserci e vuole esserci da misure per contrastare la pandemia; · abbiamo deciso di confermare la protagonista per rispetto verso i propri tradizionale pubblicazione del nostro valori fondanti che hanno guidato la Informatore, seppur esclusivamente vita della nostra associazione fin dal 1846, permettendo di creare un legame in modalità digitale... Non appena è stato possibile, a partire importante con la nostra città e con il dallo scorso mese di settembre, abbiamo territorio. ripreso le prove del nostro complesso, Noi ci auguriamo di poterci incontrare nel pieno rispetto delle normative vigenti presto dal vivo in occasione di un e delle elementari norme di buonsenso concerto o di una rappresentazione per (prove a sezione in sede e a organico le vie della nostra città per festeggiare completo negli spazi del Teatro Fiera il ritorno a una situazione di normalità o di Abbiategrasso gentilmente messoci perlomeno di minor preoccupazione. a disposizione dall’Amministrazione Una cosa è certa: la Filarmonica ci sarà. Comunale) che ci hanno permesso di accogliere l’invito dell’Ufficio Cultura Alessandro Bagnaschi del Comune di Abbiategrasso per la Presidente del Complesso bandistico realizzazione del Concerto d’Autunno “La Filarmonica” di Abbiategrasso

LaFilarmonica

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Un'edizione speciale e multimediale Guida a una lettura tutta da cliccare Questa edizione di “La Filarmonica è” esce in formato digitale con tanti contenuti interattivi (indice completo a pagina 38). All’interno:

LA FILARMONICA C'È Tutte le iniziative de La Filarmonica: la Festa della Mela, il Concerto d’Autunno, il video-documentario “... Questa Casa Manca”... RUBRICHE E APPROFONDIMENTI Articoli sulle musiche del Natale, sulla musica classica e popolare, sull’evoluzione del mestiere del compositore, su loure e bordone RICORRENZE E ANNIVERSARI Un ricordo di Ennio Morricone, i 250 anni dalla nascita di Beethoven e i 50 anni dall’uscita di un rivoluzionario album di De André Gli articoli sono accompagnati da tanti contenuti multimediali, link per video e approfondimenti contrassegnati dal simbolo:

Come ringraziamento per i nostri sponsor, che sostengono costantemente La Filarmonica, le inserzioni pubblicitarie pubblicate in questo numero sono a titolo gratuito. Cliccate qui sotto per rivivere il Concerto d’Autunno, con regia e streaming web a cura di Biaweb TV!

CONCERTO D’AUTUNNO

LA FILARMONICA è un’Associazione di Promozione Sociale

Sostienila con il tuo contributo del 5‰ dell’IRPEF Codice fiscale:

82004210157

LA FILARMONICA È... Informatore musicale del Complesso Bandistico La Filarmonica REDAZIONE

Chiara Magistrelli, Paola Magnaghi, Paolo Bassi, Andrea Capelli, Giuseppe Comincini, Edoardo Grittini, Damiano Lazzarin, Gianni Milanese, Gianni Rainoldi

HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO

Alessandro Bagnaschi, Jacopo Fasani, Dario Garegnani, Demetrio Pisi, Ilenia Ranù, Noemi Zacchetti

CONTATTI REDAZIONE E PUBBLICITÀ

Per suggerimenti, contributi o per pubblicare la vostra inserzione pubblicitaria a sostegno de La Filarmonica, scrivete a:

filarmonica.informatore@gmail.com

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Concerto d’Autunno Chiara Magistrelli Non è facile descrivere l’emozione provata sabato 24 ottobre dai musicanti della Filarmonica in occasione del “Concerto d’Autunno” organizzato dall’Amministrazione comunale presso il Teatro Fiera, proprio in occasione della festa cittadina svoltasi nel fine settimana precedente. Comune di Abbiategrasso Ufficio Cultura Quello di sabato è stato il primo concerto che il complesso bandistico ha potuto svolgere nell’arco di questo inconsueto e Sabato 24 ottobre 2020 singolare 2020. È ore stato Padiglione Fiera Abbiategrasso, 18 strano e quasi surreale tornare a calcare la scena in un luogo ben Riprendiamoci la musica! conosciuto ma dall’aspetto Prima parte mutato per poter garantire Mameli/Novaro il rispetto di tutte le norme Fratelli d’Italia di sicurezza (distanziamenTomonori Watariguchi (1988) to sociale tra direttore, muSpring Breath March sicanti e pubblico): il palco David Holsinger (1945) era smontato e le sedie a On a hymnsong of Philip Bliss James Swearingen (1947) Celebration and dance Seconda Parte Ennio Morricone (1928-2020)/Andrea Morricone (1964) R. Longfield Nuovo cinema Paradiso Frank Ticheli (1958) Abracadabra John Philip Sousa (1854-1931) New York Hyppodrome March Ennio Morricone (1928-2020)/J. de Meij Moment for Morricone Chiusura Ludwig van Beethoven (1770-1827) Inno Europeo, dalla Sinfonia. n.9

disposizione per gli spettatori erano numericamente ridotte. Fortunatamente, tutti coloro che non hanno avuto modo di essere presenti fisicamente all’evento hanno potuto seguire la diretta streaming sul canale Biaweb TV, gestito da Stefano Ramezzana, al quale va rivolto un caloroso ringraziamento per la disponibilità e la professionalità dimostrate. La musica è diventata protagonista del pomeriggio non appena il direttore Dario Garegnani è salito sul podio a dirigere l’Inno di Mameli. «Suonare per voi e con voi» - ha confessato Garegnani dopo l’inno nazionale - «è bellissimo. È stato quasi un azzardo preparare questo concerto in solo un mese, oltre al fatto che suonare distanti comporta non poche difficoltà, ma abbiamo deciso di partire dalle basi e portare una ventata di aria fresca perché tutti noi, anche da sotto le mascherine, ne abbiamo bisogno». Il variegato programma comprendeva l’alternarsi di brani cantabili, meditativi e spirituali a brani, al contrario, CLICCA E RIVEDI energici e frizzanti come Celebration and DanIL CONCERTO ONLINE ce di Swearingen e New York Hippodrome March di Sousa con, infine, Moment for Morricone e Nuovo Cinema Paradiso, pezzi eseguiti in omaggio del direttore e compositore italiano Ennio Morricone (scomparso lo scorso luglio).

Il mio primo concerto Ilenia (sax contralto) - Il mio primo concerto con La Filarmonica è stato emozionante e indimenticabile. Spero di riprendere presto a suonare! Jacopo (clarinetto) - Sabato 24 ottobre ho suonato per la prima volta in un concerto con la Banda Filarmonica, dopo le prime esperienze con la Junior Band. Mai avrei pensato che il primo concerto fosse così tanto “diverso”, è stata un’esperienza sicuramente bella quanto strana e surreale. Noi musicisti distanziati, il Maestro che dirigeva con la mascherina, il pubblico limitato e anch’esso distanziato. Ho vissuto questa esperienza come punto di arrivo di una preparazione che è stata rapida, intensa e a volte dura. Ero sicuramente emozionato e anche un po’ intimorito, sono tra i più giovani e anche tra gli ultimi entrati nella Banda. Tutte queste sensazioni sono sparite nell’istante in cui abbiamo suonato l’Inno di Mameli e con la coda dell’occhio ho visto

Jacopo Fasani, Demetrio Pisi, Ilenia Ranù

il pubblico alzarsi. Tutto il concerto è stato un insieme di emozioni, è scivolato via velocemente e mi sono veramente sentito parte di un tutto, di una grande famiglia, di una Banda: un piccolo clarinetto che dava il suo contributo a un concerto più grande, maestoso. Una sensazione che faccio fatica a descrivere, ma un grande orgoglio, il vedere e capire che gli anni di studio, di teoria, della scuola di musica hanno avuto un senso all’interno di un grande ambiente, di una grande Banda. Tutto questo in un momento particolare, un momento duro. Ero e sono ben cosciente che sarebbe stata l’ultima volta, per il momento, in cui avrei suonato con la Banda e un briciolo di tristezza mi ha colto quando ho tolto la cravatta e ho riposto il clarinetto. So che torneremo a suonare insieme, a provare insieme! Non so quando avverrà, mi auguro il più presto possibile… Demetrio (clarinetto) – Questo concerto è stato particolarmente importante ed emozionante per me perché è stata la mia prima esibizione con l’orchestra Filarmonica. In più siamo finalmente riusciti a dimenticare attraverso la musica questo momento difficile.

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Tra gli applausi del pubblico ha poi preso la parola il presidente della Filarmonica, Alessandro Bagnaschi, che ha esordito dicendo: «Non so se questo concerto sarà annoverato tra i migliori concerti della Filarmonica, ma so che noi lo ricorderemo come uno dei più importanti perché, con esso, abbiamo voluto trasmettere un messaggio di speranza. Ringrazio personalmente l’Ufficio Cultura e l’Amministrazione di Abbiategrasso per aver commissionato e organizzato questo evento, oltre ad averci offerto la possibilità di fare le prove a organico completo presso il Teatro Fiera». In chiusura, Bagnaschi ha tenuto a ricordare che, anche durante il periodo di totale lockdown, l’attività della scuola di musica della Filarmonica non si è fermata e gli allievi hanno proseguito le lezioni in forma telematica. Gli stessi bandisti hanno continuato a rimanere in contatto, organizzando settimanalmente tramite la piattaforma Zoom incontri per ascoltare musica o seguire lezioni di teoria musicale in compagnia del direttore Garegnani. In aggiunta e a dimostrazione del fatto che La Filarmonica vuole esserci e vuole essere protagonista, non appena dopo l’inizio della seconda fase, su proposta di Dario

Garegnani, che si è occupato della registrazione e del montaggio, è stato realizzato un documentario nel quale i musicanti e gli allievi si raccontano, spiegano a cuore aperto cosa per loro significhi suonare e far parte della grande famiglia della Filarmonica. Il video è già disponibile sul canale YouTube della banda e rappresenta una testimonianza tangibile dell’intraprendenza e dello spirito di gruppo che contraddistinguono l’associazione. A seguire, la parola è passata al sindaco di Abbiategrasso Cesare Nai: «Nonostante il periodo che stiamo affrontando sia sempre più delicato e difficoltoso, sono contentissimo che si sia riusciti a organizzare questo concerto, è stato significativo: si è creata armonia tra le persone». In chiusura, la Filarmonica ha eseguito l’Inno alla gioia di Beethoven, un brano volutamente messo in programma in quanto espressione della visione idealistica del poeta e drammaturgo Friedrich Schiller sullo sviluppo di un legame di fratellanza fra gli uomini, visione condivisa dallo stesso compositore tedesco. Infine, ben due bis sono stati felicemente eseguiti dai bandisti, emozionati e grati per aver potuto rivivere sensazioni di cui avevano fortemente sentito la mancanza.

Grazie a Biaweb TV di Stefano Ramezzana per la regia e lo streaming web, che ha permesso al pubblico di assistere da casa al concerto nonostante i posti limitati! -5-

Il mio primo concerto Noemi Zacchetti

Che cos’è la Filarmonica? Tecnicamente è quell’edificio che svoltando da via Volta in via Alfieri si trova sulla destra. La prima volta che ci sono entrata fu per il concerto di flauto dolce, tenutosi alla fine della terza elementare; la seconda per chiedere informazioni e iscrivermi alla scuola “Corrado Abriani”. Nel settembre 2016 varcai tutta sola la soglia della sede, pronta a iniziare la mia prima lezione con lo scopo di imparare a suonare l’ottavino. Per ben sette mesi feci solo solfeggio... solfeggiava tutta la mia famiglia! Finalmente a fine aprile mi dissero che ero pronta per suonare uno strumento. “Oh, il mio caro flauto traverso!” (ovviamente nel frattempo avevo anche cambiato idea). E invece, per disponibilità, mi proposero la tromba. “TROMBA?!?! IO??? GIAMMAI!” Fortunatamente i miei genitori mi convinsero a dare una possibilità a questo strumento. Che dire? Fu amore a prima nota! Passarono i mesi, gli anni, sino a dicembre 2018 quando, contemporaneamente alla chiamata per entrare a far parte della Junior Band, misi l’apparecchio per i denti. Mai una gioia! Non riuscivo a suonare e appena ci provavo il labbro mi sanguinava. Ero demoralizzata, pensavo di non poter più suonare per un lungo periodo. Ma il grande cuore della Filarmonica si mosse per incoraggiare una ragazzina in preda allo sconforto. Mi dissero che non importava se non fossi riuscita a suonare, ciò che contava era stare in mezzo all’organico della Junior Band partecipando a

prove ed esibizioni. Queste parole mi diedero la spinta a provarci, e ho fatto bene perché, anche se non riesco a fare tutte le note e ogni tanto stono, mi sento una piccola parte di un grande gruppo. Quante emozioni, quante sensazioni ed esperienze nuove: il concerto al teatro Dal Verme, il 25 aprile, i primi servizi e poi le prove con la Banda, una o due sere a settimana e non importa se al mattino faccio fatica a svegliarmi per andare a scuola... Poi arriva il Corona Virus e tutto si ferma: le lezioni, le prove, concerti annullati... ma la Filarmonica non si ferma, non si può mettere in pausa la musica!!! Così ci si attiva per fare degli incontri in streaming, pillole di ascolto alternate a lezioni di ripasso di teoria, poi un video dove in tanti hanno voluto raccontare la propria esperienza. In estate, quando le misure sono divenute meno restrittive, si è riusciti anche a fare le prove all’aperto, a settembre tanto impegno per organizzare il concerto in Fiera lo scorso 24 ottobre con la grande partecipazione del pubblico e poi... si è fermato ancora tutto, ma sono certa che qualcosa in pentola stia già bollendo. Quindi che cos’è la Filarmonica? Non è un luogo, ma è una casa dove donne e uomini di diverse età, occupazioni e impegni sono uniti da un interesse comune: la musica! È un viso sorridente, una parola gentile, una pacca sulla spalla, una presa in giro amichevole, un baby Yoda verde regalato che tuttora fa capolino sulla mia scrivania. Quando lo guardo penso alle serate passate a provare, all’entusiasmo positivo che si respira e a tutto quello che ho potuto assaporare. Spero che tutto ritorni presto come e meglio di prima... per ora io posso dire solo una cosa: GRAZIE!


... Questa Casa Manca La Filarmonica si racconta in un video-documentario a cura di Dario Garegnani

Chiamatela banda, orchestra di fiati, ensemble, non importa. In ogni parte del mondo esistono questi laboratori di coesistenza suonante. Luoghi, fisici e umani, in cui le persone che nella vita fanno spesso tutt’altro si trovano a vivere una seconda realtà, una seconda società, un secondo habitat. Il luogo in cui ci si riunisce per viverla, suonando, questa seconda vita, è una casa a tutti gli effetti, una casa speciale. Una casa in cui non si può, non si potrebbe convivere parlando; un luogo in cui la coesistenza si sposta su un altro piano, in cui le parole hanno poco o nessun peso. Dal 1846, ad Abbiategrasso, questo esperimento continua e ha un nome: La Filarmonica. Nel marzo 2020 il Covid-19 ha costretto questo esperimento per la prima volta a una pausa di silenzio e riflessione: non era successo neanche in tempo di guerra. La casa della Filarmonica si è svuotata di suono e di vite. Da dove ripartire, per ricostruire questa micro-società, dispersa per decreto, fermata - come tutte le altre realtà, naturalmente - perché basata geneticamente sull’idea di assembramento?

Questo documentario è il risultato corale di un grande gruppo di persone che ha scelto di mettersi davanti a una telecamera, senza nessun copione, senza nessuna preparazione, e pensare a voce alta. Quarantacinque volti, quarantacinque voci, quarantacinque esperienze si intrecciano nel raccontare a chiunque (ma forse prima di tutto a se stessi) dei perché. Perché di una scelta, perché di una motivazione, perché di una vita dedicata a questo, perché di un futuro che non vedono l’ora di vivere. Il documentario dipinge un ritratto vivo e puro de La Filarmonica di Abbiategrasso, pronta a ripartire dopo il primo lockdown della primavera 2020. Ma dipinge il ritratto universale del suonare insieme, del mondo spesso confinato erroneamente tra folklore e dilettantismo, con cui moltissima Storia della Musica ha contratto, da sempre, un grande debito. In ogni parte del mondo, una Filarmonica di Abbiategrasso attende, ogni giorno, il sorriso, le speranze, la fatica e i perché di chiunque voglia provare a vivere una vita piena, suonando. -6-


Due sabati di prove estive allâ&#x20AC;&#x2122;aperto Grazie agli amici dellâ&#x20AC;&#x2122;oratorio San Giovanni Bosco

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Ricordo di Felice Locatelli

RISTORANTE

Giuseppe Comincini

NAPOLEONE PIZZERIA propone PIZZE E PIATTI DI CUCINA dall’antipasto al dolce DA ASPORTO SOLO DA NOI “PIZZA INTERA” La pizza con kamut e antiossidanti naturali.

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Ricordo Felice come persona umile, semplice, che sapeva infondere pace e serenità a chiunque incontrasse. Lo ricordo come assiduo musicante, valido collaboratore, amico sincero. Felice aveva sempre parole di incoraggiamento e di incitamento verso gli allievi della Scuola di musica “Corrado Abriani”. Non dimentico una frase che mi disse alcuni anni fa, in occasione della perdita di un amico della nostra banda: “Sono situazioni dolorose, che lasciano tristezza, ma quando la famiglia è grande dobbiamo accettare anche questi momenti di sconforto”. Felice considerava la “sua banda” come una seconda famiglia, e per essa si è speso senza riserve, dedicando tempo, energie, passione e dedizione nel lungo cammino della sua vita.

ASCOLTA UN ESTRATTO DELLA INTERVISTA A FELICE DEL 2010

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di Galasso Luca

LEGGI L'INTERVISTA COMPLETA A PAG. 16 DEL NUMERO 46

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LA FILARMONICA C’È

Seguite il sito, Facebook, Instagram e YouTube, per non perdervi neanche un’iniziativa LaFilarmonica Abbiategrasso|1846

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Le prove dâ&#x20AC;&#x2122;insieme al Teatro Fiera Grazie allâ&#x20AC;&#x2122;amministrazione comunale

20081 Abbiategrasso Via Corsica, 21 Cell. 340 3932154

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Scuola di Musica “Corrado Abriani” Scopri i corsi e le attività de La Filarmonica

Cominciamo a studiare!! È il momento di imparare (e suonare) con noi! Iscriviti ai corsi musicali de LaFilarmonica!

Corsi di propedeutica, strumenti a fiato, percussioni, pianoforte, chitarra, basso violino, canto.. filarmonica@alice.it

Dal 1846 musica, insieme.

Via Alfieri, 1 Abbiategrasso 02.24.16.76.14 www.bandafilarmonica.org

Teoria e solfeggio

filarmonicaabbiategrasso

Clarinetto

(piccolo o soprano)

Flicorno

Flauto traverso

(tenore o baritono)

(batteria, rullante, piatti, grancassa)

(soprano, contralto, tenore o baritono)

Saxofono

Tromba

Trombone a coulisse

Basso elettrico

Canto solistico

Chitarra

Fisarmonica

Percussioni

Corno

Percussioni

(non bandistiche)

Pianoforte

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Ukulele

(classica o elettrica)

Violino


“La Filarmonica Per Tutti”, il corso per imparare a leggere la musica In collaborazione con il Comune di Abbiategrasso

Dopo che la stagione si era aperta con un ai sette anni di età tenuto da Francesca ritorno alla normalità, con le prime setti- Cremaschi (per informazioni, e-mail a mane di lezioni in presenza, non appena francescacre@gmail.com). la situazione ha imposto nuove limitazio- Anche la normale attività della banda, tra ni lo staff e gli insegnanti della Scuola di prove, concerti e manifestazioni civili e Musica “Corrado Abriani” non si sono fatti religiose, si è di nuovo interrotta dopo il trovare impreparati: sono state immedia- Concerto d'Autunno. tamente riattivate le modalità di didattica A dimostrazione della vitalità dell’assoa distanza già sperimentate con suc- ciazione anche in questo periodo complicato, cesso nel oltre alle corso delVISITA IL NOSTRO SITO E SCOPRI TUTTE iniziative la scorsa dedicate primaveLE INFORMAZIONI SULLA SCUOLA DI ai musira, per MUSICA CORRADO ABRIANI canti del quasi tutti Complesi corsi e gli strumenti. Questa scelta tempestiva so bandistico La Filarmonica, è stata proha permesso di dare continuità allo stu- posta la seconda edizione dell’iniziativa dio dei molti allievi che hanno aderito alla “La Filarmonica Per Tutti”, stavolta realizzata in collaborazione con il Coproposta formativa della scuola. Tra le attività che sono da poco riprese mune di Abbiategrasso nell’ambito del online e a distanza c'è anche il corso programma #culturAcasa. Si tratta di un MusichEmozioni di propedeutica mu- corso introduttivo alla lettura musicasicale, dedicato ai bambini dai quattro le tenuto dal Direttore de La Filarmo-

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Andrea Capelli nica Dario Garegnani, online e gratuito, per tutti coloro che desiderano imparare da zero a leggere la musica, andato tutto esaurito in pochi giorni. L’obiettivo è dare un segnale di vicinanza ai nostri concittadini in un periodo difficile, non abdicando a quello che è lo scopo costitutivo della nostra associazioneo: la promozione della cultura musicale in tutte le sue forme. La particolarità del corso è che permette ai partecipanti di scoprire progressivamente e senza nessuna conoscenza pregressa i fondamenti necessari per iniziare a leggere la musica: le basi teoriche e storiche del nostro modo attuale di leggere e scrivere musica e del sistema notazionale; esercizi pratici per sviluppare senso ritmico e melodico; le principali caratteristiche della nostra notazione: tempi semplici e composti, teoria delle altezze, basi della suddivisione e della scrittura misurata.


La Filarmonica torna per le vie del centro con la Festa della Mela Chiara Magistrelli Le difficoltà affrontate negli ultimi mesi non sono state poche per La Filarmonica che, a seguito del lungo periodo di forzata inattività, ha dovuto ripensarsi e innovarsi al fine di poter garantire il proseguimento del percorso di studi degli allievi della Scuola di Musica “Corrado Abriani” e mantenere saldo lo spirito di appartenenza e il legame che intercorre tra i bandisti stessi e tra questi e il direttore Dario Garegnani. La volontà di riprendere l’attività musicale non ha mai abbandonato i musicanti che, fin dai primi periodi di lockdown, non hanno mai smesso di sperare in un ritorno al fare musica insieme, aspirazione che ha preso forma con l’arrivo del mese di settembre, quando sono riprese le prove serali. Con la speranza che, prima o poi, si sarebbe potuti tornare, con le dovute limitazioni e il rispetto delle norme vigenti, all’attività

bandistica, è stato un vero successo aver organizzato per domenica 4 ottobre la tradizionale Festa della Mela, giunta alla sua 27a edizione. Durante la giornata dedicata al gustoso frutto, presso i tre stand collocati in piazza San Pietro e in oratorio San Giovanni Bosco (solo la mattina dalle 8.00 alle 12.30) e in piazza Guglielmo Marconi (dalle 8.00 alle 18.00), musicanti, parenti degli stessi e componenti del Consiglio direttivo hanno vendute casse e sacchetti di mele – sia gialle che rosse, provenienti direttamente dai produttori del Trentino – oltre che gustose crostate (gentilmente preparate dal Panificio Zuffetti), succhi di mele e zucche, per eccellenza la verdura di stagione. Nel pomeriggio, i bandisti si sono esibiti in piazza Marconi con briose e frizzanti marce da parata allietando i presenti e il cen-

PHOTO GALLERY I PREPARATIVI E GLI STAND

Via Carlo Cattaneo, 32 - Abbiategrasso Aperti dalle 20.00 alle 2.00 Chiusi mercoledì - 12 -


tro città. Suonare insieme e tornare a fare musica, dopo i mesi di forzata inattività, è stato ed è la più grande gratificazione per i componenti de La Filarmonica. A ciò si è aggiunta la soddisfazione per le ottime vendite, che sono andate ancor meglio di quanto si pensasse, a dimostrazione di quanto i cittadini abbiatensi siano legati alla famiglia della banda. Per la splendida riuscita della giornata, doverosi ringraziamenti vanno rivolti al Panificio Zuffetti per aver cucinato crostate e torte di mele, ai musicanti e ai dirigenti dell’associazione per aver collaborato proficuamente nell’organizzazione della giornata e a tutti gli amici, i sostenitori e i cittadini che hanno dimostrato calore e affetto per La Filarmonica.

PHOTO GALLERY - LA MUSICA IN PIAZZA MARCONI

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Natale in musica Paolo Bassi Il Natale si avvicina a grandi passi. A novembre sembra ancora lontano ma poi, all’improvviso, ci troviamo catapultati in un vortice di luci, simboli e musica. Certo, questo sarà probabilmente un Natale diverso, meno mondano, ma la musica farà sempre la sua parte. La musica natalizia ha una caratteristica peculiare: se la ascolti durante l’anno ti lascia quasi indifferente, ma nel periodo giusto ti abbraccia e ti trasporta in un’altra dimensione. I brani natalizi sono innumerevoli e spaziano dal sacro al profano, dal genere classico al pop, e ogni anno se ne aggiungono di nuovi. È un genere che ha origini antichissime, risalenti all’epoca pagana per le celebrazioni del solstizio d’inverno. In epoca cristiana l’opera più antica conosciuta è Veni Redemptor gentium, composta da Sant’Ambrogio, Vescovo di Milano. Un antichissimo canto di Natale che inneggia alla duplice natura umana e divina del Salvatore, e mette in rilievo il motivo della sua venuta: scendere sulla terra e fino agli inferi per salvare l’umanità perduta e ricondurla al Padre. I secoli successivi hanno visto una fioritura di canti e musiche natalizie in tutta Europa. I primi canti si sostanziavano in ninne nanne in ode al Gesù bambino. L’Italia pullulava di queste canzoni; al Nord le più conosciute erano le nenie veneziane e bergamasche, mentre nel Centro e al Sud si udivano dalle campagne i canti dei pastori, ispirati alle laudi cantate durante le processioni liturgiche svolte intorno al XIII secolo, anch’esse rigorosamente dedicate a Gesù Bambino, in lingua napoletana, sarda e siciliana. Ma l’atmosfera natalizia conobbe anche l’interesse della musica colta, attraverso le varie pastorali, come Oratorio di Natale di Bach, che includevano un maggiore approfondimento armonico, molto più complesso rispetto a un

Veni Redemptor gentium

canto popolare. La musica natalizia è stata poi sviluppata dalla musica tradizionale con le carole di Natale (Christmas carols), queste ultime tendenzialmente di origine inglese. Nel settecento anche l’Italia ha dato un suo importante contributo al repertorio natalizio. Tu scendi dalle stelle, composta nel 1754 dal cattolicissimo Vescovo napoletano e compositore Alfonso Maria de’ Liguori, è infatti ancora oggi uno dei motivi più rappresentati. Al contrario, la paternità di Adeste fideles rimane ignota. Dalle varie ricerche storiografiche emerge soltanto il nome del trascrittore, Sir John Francis Wade, che si occupò di trascrivere il modello melodico di un tema popolare irlandese commissionato per un coro cattolico francese provenzale. Altro brano natalizio per eccellenza è Stille Nacht. Di questa canzone nacquero prima le parole, scritte da un prete austriaco, tale Joseph Mohr, nel 1816 quando era cappellano nella parrocchia di Mariapfarr. Nel 1818 il sacerdote Mohr, proprio la notte della Vigilia di Natale, chiese a Franz Xaver Gruber, un insegnante e organista, di musicare quel testo che lui scrisse due anni prima. Un po’ particolare la formazione per cui Mohr chiese a Gruber di comporre: due solisti, coro e chitarra, poiché pare che l’organo non fosse funzionante in quanto “rosicchiato” dai topi che abitavano la chiesa. Gruber compose di getto la musica per questo brano che venne eseguito proprio in quella notte nella chiesa di San Nicola vicino a Salisburgo. Divenuto popolarissimo, si conta sia stato tradotto in più di trecento lingue e dialetti. La versione inglese, Silent Night, è stata interpretata da alcuni fra i più grandi artisti del mondo. In Italia è nota con il titolo di Astro del ciel, il cui testo che tutti conosciamo non è una traduzione dell’originale, ma è stato riscritto completamente da don Angelo Meli (1901-1970) e pubblicato nel 1937 a Bergamo.

Tu scendi dalle stelle

J.S. Bach:

Oratorio di Natale

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Astro del ciel

(A. Bocelli)


Avvicinandoci ai giorni nostri, White Christmas è senza ombra di dubbio la canzone più iconica del Natale fin dalla sua uscita, nel 1942. Scritta dal compositore bielorusso Irving Berlin in piena Seconda Guerra Mondiale e interpretata da Bing Crosby, divenne un simbolo per tutti i soldati al fronte. Quel “bianco Natale” di cui tanto si parla nella traccia rappresentava infatti il desiderio di ricongiungimento con la propria famiglia, generando un sentimento di conforto, di sostegno e di speranza per tutti gli uomini e le donne che erano soliti ascoltarla. Molti anni sono passati dalla fine del conflitto mondiale, ma il valore del brano di non si è perso nel tempo! Al contrario, l’impatto che ha avuto a livello globale dagli anni Quaranta a oggi è stato infatti semplicemente eccezionale: primo posto nella classifica Billboard dei singoli per undici settimane consecutive, Oscar alla migliore canzone nel 1943 e Grammy Hall of Fame Award Song nel 1974. Crosby venne persino convocato dagli studi di incisione della sua etichetta, la Decca Records, per registrare nuovamente White Christmas, dato che l’incisione originale si era danneggiata a causa del frequente utilizzo. Numerosi altri brani natalizi hanno seguito White Christmas negli anni successivi. Era il Natale del 1971 quando John Lennon cantava in tutte le radio Happy Xmas (War Is Over), una delle canzoni più amate. Scritta con la moglie Yoko Ono, nasce da un brano folk dei primi anni Sessanta. È un inno contro la guerra e la violenza: il coro di bambini presente nel tappeto sonoro ripete “war is over if you want it” (la guerra è finita se tu lo vuoi), slogan usato da John Lennon e Yoko Ono nelle loro campagne di sensibilizzazione alla pace di tutto il mondo tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta. Nel 1969 la frase comparve su una serie di cartelloni appesi nelle principali città del mondo fino al 1971, quando Lennon decise di mettere nero su bianco la sua canzone di Natale, che

Bing Crosby:

White Christmas

contenesse messaggi contro la guerra. «Sono stanco di sentire sempre White Christmas», diceva, e la storia di Happy Xmas (War Is Over) ebbe così inizio in una camera del New York Hotel in una sera del 1971. Nei successivi anni Ottanta merita di essere ricordato Last Christmas, uno dei più grandi successi degli Wham! Scritto da George Michael e pubblicato in Inghilterra nel dicembre del 1985, il brano ha in realtà poco a che fare con il Natale, se non per la frase iniziale “last Christmas I gave you my heart”: narra infatti di una relazione fallita e del ritrovarsi l’anno dopo a Natale con la propria ex. Ciò nonostante la melodia, gioiosa e malinconica allo stesso tempo, ha fatto sì che questo brano diventasse la canzone natalizia contemporanea più amata insieme a Mariah Carey: All I Want for Christmas Is You di Mariah Carey. Ci fermiamo qui con questa breve storia di un genere musicale destinato ad accompagnare uno dei periodi più celebrati dell’anno, aspettando fiduciosi nuovi pezzi per farci sognare e tornare bambini, magari – perchè no? – scritti da un nostro musicista della Filarmonica!

Wham!:

Last Christmas

All I Want for Christmas Is You

John Lennon:

Adeste fideles

Happy Christmas

Fonti: www.wikipedia.it www.optimagazine.com www.insidemusic.it www.blogdellamusica.eu www.italiani.it www.cantualeantonianum.com

(Enya)

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Clicca sulle palline di Natale per ascoltare i brani! (grafica e selezione a cura di Andrea Capelli)


Classica o popolare... è sempre musica! Gianni Rainoldi L’inizio della contaminazione tra la musica seria e la musica popolare si può far coincidere col Romanticismo. Proprio i musicisti romantici iniziarono a fare aperto riferimento alla musica popolare, citando nelle loro composizioni vere o presunte canzoni popolari. Mendelssohn, per esempio, nella famosissima Sinfonia op. 90 in la maggiore conosciuta come Italiana cita in maniera diffusa temi popolareschi; nei suoi Lieder ohne Worte (canzoni senza parole) compone brani di intenzione vagamente popolare: per esempio, le cosiddette “barcarole” sono intese come il genere di melodie cantate dai gondolieri veneziani (il loro nome tedesco è Venetianisches Gondellied, ovvero “canto da gondola veneziano”). Sempre Mendelssohn indica nelle sue opere precisi riferimenti a realtà geografiche, specie con riferimento alla Scozia, come nella meravigliosa Sinfonia op. 56 in la minore nota

nologico, Liszt (nato nel 1811, mentre Chopin era del 1810) compose numerosi brani di ispirazione e riferimento popolare, con riferimento alla propria patria d’origine, l’Ungheria (anche se Liszt era di formazione tedesca e non ungherese, e si esprimeva in tedesco), tra cui danze di origini ungheresi come le csárdás e soprattutto le famosissime Rapsodie ungheresi. Nelle sue opere pianistiche, spesso improntate a un virtuosismo trascendentale, non mancano poi citazioni di ritmi popolari stranieri (come la tarantella). Il riferimento popolare è stato presente anche nei compositori della “seconda fase” del Romanticismo, che in un modo o nell’altro hanno pagato il proprio obolo alla musica popolare: Brahms, fra l’altro, con le famosissime Danze Ungheresi; Dvořák, il quale, oltre ad aver evocato nelle sue composizioni ritmi della sua patria d’origine, nella Sinfonia in mi minore op. 95 “Dal nuo-

ASCOLTA I BRANI DI FELIX MENDELSSOHN

DUE ESEMPI DI POLONAISES

Fingal's Cave

Venetianisches Gondellied

Chopin - Op. 44

come Scozzese o nel brano Fingal’s Cave (la grotta di Fingal). Altri compositori della prima fase del Romanticismo, nell’alveo del nazionalismo che fa parte del pensiero romantico e anche nella ricerca di una maggior libertà formale, si sono richiamati a melodie o a ritmi con un chiaro riferimento alla propria patria: è il caso di Chopin, che compose numerose mazurke, danze tipiche del proprio Paese, e diverse polonaises (polacche), brani con andamento solenne di evidente origine. Le polonaises peraltro erano brani già entrati nell’uso della musica seria da molti anni (se ne ricordano numerose composte da Johann Sebastian Bach, la più famosa delle quali è forse quella contenuta nella Overture BWV 1067). In Chopin è evidente il costante richiamo alla musica popolare del proprio Paese, la Polonia. Analogamente altri artisti romantici hanno composto brani con riferimenti popolari. Procedendo in ordine rigorosamente cro-

Bach - Overture BWV 1067

vo mondo” ha dato ingresso finalmente alla musica popolare americana, con la citazione nel primo movimento dello spiritual Swing Low Sweet Chariot e con l’inserimento nel secondo movimento di un tema inventato dal compositore che si richiama allo spiritual (tant’è che in seguito per la melodia di tale brano furono scritti dei testi e fu chiamato Goin’ Home). Čajkovskij ancora, oltre a composizioni di tono russo e di palese ispirazione nazionalistica e patriottica, nelle quali vengono citati brani della tradizione nazionale, ha al suo attivo il famosissimo Capriccio italiano nel quale parafrasa e rielabora alcuni brani regionali nostrani. Tra i contemporanei di Čajkovskij, Grieg costruì il proprio stile sulla base del folklore norvegese, componendo brani ispirati alla musica del suo Paese e trascrizioni armonizzate di melodie popolari, riuscendo a realizzare uno stile personale e riconoscibile sul quale fondò il proprio successo.

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Medesimo discorso va fatto per il finlandese di lingua svedese Sibelius che, non diversamente da Grieg, svolse la propria attività creativa attraverso la ricerca di melodie fortemente caratterizzate sotto il profilo nazionale. Non si deve peraltro dimenticare l’opera di Mahler, che si servì di materiale popolare delle origini più disparate, a partire da melodie klezmer fino a temi e melodie della tradizione boema e austriaca. Va detto comunque che tutti questi musicisti si servirono di melodie popolari come materiale tematico da rielaborare liberamente, armonizzandolo e modificandolo. Il riferimento popolare veniva utilizzato come mero pretesto creativo, come ispirazione ritmica o armonica, mentre il procedimento di rielaborazione e armonizzazione rimaneva sempre nell’ambito della forma classica, della musica “colta”. La musica popolare non assumeva alcuna dignità autonoma, rimanendo confinata alla tradizione orale del popolo. Un profondo cambiamento, una vera e propria svolta nella gestione della musica popolare si verificò all’inizio del XX seco-

in maniera estremamente rispettosa degli originali numerosissime melodie popolari, per pianoforte solo, per voce e pianoforte e per coro. L’opera di Kodály, sebbene meno celebrata, è sotto il profilo della ricerca etnomusicologica forse altrettanto importante di quella di Bartók. Contemporaneamente a Bartók una ricerca analoga veniva compiuta, in Brasile, da Heitor Villa-Lobos, la cui formazione era da autodidatta. Egli compì fin dal 1905 viaggi nel Nord-Est del Brasile e in Amazzonia per la ricerca sulla musica indigena, che utilizzò in tutto il corso della propria opera. Nella enumerazione dei compositori di musica che hanno svolto ricerche sulla musica etnica non si può dimenticare il ceco Leóš Janáček, di poco più anziano dei compositori appena citati, vero e proprio etnomusicologo ante litteram, che dopo una lunga ricerca sulla musica folkloristica del proprio Paese nel 1894 organizzò la sezione musicale morava alla Mostra etnografica di Praga e nel 1901 curò l’edizione di una raccolta di oltre duemila canti moravi. Con questo può ritenersi concluso questo breve excursus ri-

RIFERIMENTI POPOLARI UNGHERESI

ASCOLTA LE MELODIE ETNICHE IN RAVEL

Liszt - Rapsodie ungheresi Brahms - Danze ungheresi

Deux mélodies ebraiques Chansons Madécasses

lo. Ravel per esempio ricorse sempre più spesso nelle proprie Mélodies, ovvero nelle opere da camera per voce solista con accompagnamento strumentale, a trascrizioni particolarmente fedeli di melodie di provenienza etnica: le Deux mélodies ebraïques tra le quali è contenuto il Kaddisch ebraico, per voce e pianoforte; alcune melodie popolari greche, nel ciclo Cinq mélodies populaires grecques; addirittura i ritmi e le melodie del Madagascar, nel ciclo vocale con accompagnamento di piccolo gruppo da camera, nelle Chansons Madécasses. La ricerca vera e propria, con criteri scientifici, sulla musica popolare, fu compiuta per la prima volta (avvalendosi anche di strumenti tecnologici per la registrazione) dai compositori ungheresi Béla Bartók e Zoltán Kodály, per i quali forse fu coniato il termine “etnomusicologo”. Il primo in particolare compì un’accurata ricerca della musica dell’Europa orientale, trascrivendo

guardante la scoperta della musica popolare da parte dei musicisti classici, e la progressiva liberazione della musica popolare dalle sovrastrutture formali tipiche della musica classica. La successiva riscoperta della musica folkloristica è avvenuta poi, grazie alla diffusione di supporti per la musica registrata, senza la necessità di mediazioni o, più esattamente, di elaborazioni per gli strumenti e i mezzi espressivi tipici della musica accademica (posto che comunque, per l’ascoltatore, ogni esecuzione o interpretazione rappresenta una mediazione). È possibile da qualche tempo a questa parte, per chi ne sia appassionato, ascoltare la musica proveniente da ogni luogo del mondo eseguita sugli strumenti originali, quelli realmente utilizzati nella loro esecuzione da parte del “popolo”. Fonte: Stefano Cambi, Il centralismo della musica seria, la federazione della musica popolare

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Il mestiere del compositore: ieri e oggi Edoardo Grittini Sono in macchina e nel traffico ascolto musica, quasi non mi dispiace rimanere imbottigliato con questo pezzo… sono nell’ascensore e un motivetto mi solletica le orecchie… sto guardando una serie TV e all’improvviso inizia quel brano che a me piace tanto. Queste situazioni, comuni nella vita quotidiana di tutti noi, testimoniano quanto la musica sia ovunque nel mondo odierno, quasi fosse una risorsa naturale, come il sole o una roccia, una costante presenza auto-generata dal nulla. Non è così. Tutto è ideato da una figura poco conosciuta, un architetto dei suoni che ha la fortuna generalmente di far della propria passione il proprio lavoro: questo è ciò che possiamo definire un compositore. Questa professione a metà tra l’artigiano e l’intellettuale si è evoluta nel tempo, rinnovandosi costantemente in base alla cultura e alla tecnologia. Ricostruirne la storia esatta è impresa ardua e impossibile da riassumere in un solo articolo. È necessario dunque focalizzarsi sull’ultima parte di questa evoluzione, confrontando come realmente si svolge il lavoro del compositore occidentale oggi, nel XXI secolo, e in quello appena passato, il XX secolo. In entrambi i secoli la missione del compositore è quella di scrivere musica per se stesso e per le altre persone. In questo è già evidente una caratteristica tipica dell’arte, in cui il musicista mette parte di se stesso nella sua creazione e offre un pezzo del suo “io” alla comunità.

lo strumento che concretamente crea la musica è l’elemento che trasforma la teoria in realtà. Esteso a un’orchestra, quasi fosse un gigantesco organo umano, ciò significa conoscere le relazioni fra le famiglie e le diverse timbriche che compongono questo grande gruppo di strumenti. La pratica esecutiva, le possibilità e i limiti tecnici di ogni strumento e dell’esecutore sono tutti elementi che il capace compositore deve calcolare quando crea la musica. Una prassi del tutto simile a quella dei predecessori di epoca romantica e classica: scrivevano così Beethoven, Dvořák, Debussy, tutti accomunati da queste modalità di creare musica.

All’improvviso: il computer Il frutto dell’ingegno umano ha drasticamente cambiato il mondo, un vero e proprio punto di svolta della storia che ha scatenato cambiamenti incredibili nella professione del compositore. Questa tecnologia offre una scelta importante: limitarsi alle possibilità del passato o usufruire dei molteplici strumenti informatici che possono aiutare a creare musica. Una scelta non scontata, poiché da questa nasce una quantità molto maggiore di variabili da ordinare, numerose nuove nozioni da apprendere e costi ulteriori, in definitiva un quadro più complesso nel bene e nel male, con sfide nuove e stimolanti. I computer permettono non solo di comporre musica, ma anche di creare un auLa composizione nel XX secolo dio della propria partitura con l’utilizzo di Sopra: la scrittura a mano su foglio pentagrammato Sotto: l’interfaccia di un software di scrittura musicale Per descrivere come si componeva in strumenti virtuali o incisioni multiple di un passato prenderemo d’esempio un comsingolo strumento. Per esempio, è possipositore magistrale come Šostakóvič, bile utilizzare il medesimo strumento ed che ha scritto musica classica di increesecutore per incidere tutte le voci di un dibile bellezza e le colonne sonore di quartetto. Se prima il compositore poteva un’arte, quella cinematografica, che vide esprimersi direttamente solo con il pianoi suoi natali e la sua affermazione proforte, ora può quindi creare direttamente prio nel secolo delle grandi guerre. Il l’audio del pezzo di musica da lui scritto musicista russo scriveva le sue partiture con gli strumenti e i timbri da lui immagisu manoscritti pentagrammati in carta, nati. Non ha più bisogno di un’orchestra imprimendo e concretizzando le proprie per ascoltare come suonerebbe l’esecuidee musicali con il pianoforte, strumento di cui era maestro e zione del suo pezzo, ma può creare una simulazione che, a seche aveva suonato anche per musicare dal vivo i primi film muti conda delle capacità e dei programmi disponibili, può risultare in gioventù. Un altro compositore, italiano questa volta, Ennio del tutto verosimile. Al quadro appena descritto si aggiunge la Morricone, scomparso recentemente ma figlio del XX secolo, nascita dei sintetizzatori, che portano con sé nuovi timbri e posvedeva invece in un foglio di carta pentagrammato la libertà: sibilità acustiche: un moltiplicatore di possibilità artistiche che in tutto quel vuoto, che a molti potrebbe suscitare spavento, lui amplia gli orizzonti della composizione, dove il limite rimane immaginava e scriveva la musica per le colonne sonore che lo esclusivamente quello della fantasia umana. hanno reso tanto celebre, senza utilizzare il pianoforte, stru- Ovviamente l’esecuzione di una buona orchestra ha molto mento spesso amico dei compositori, che il maestro utilizzava spesso un valore artistico più alto e una resa migliore, ma ciò solo per suonare i temi ai registi. dipende anche dalle caratteristiche della musica creata. Un Per professionisti di tale calibro, ma anche per il comune com- compositore ha davanti a sé la scelta di ricreare ciò che esiste positore, sono indispensabili gli studi musicali, la pratica con- in un iperrealismo sonoro, oppure di utilizzare queste risorse tinua e l’incessante raffinazione della propria tecnica, proprio per creare musica impossibile da suonare nella realtà, con i come fosse un apprendista liutaio intento a imparare la difficile medesimi timbri strumentali. arte della creazione di un violino. Oltre a tutto questo è neces- Nel riquadro nella pagina a fianco potete trovare due link che sario acquisire grande esperienza con il mezzo di riproduzione: vi permettono di apprezzare i due differenti approcci. Nel filo- 18 -


ne dell’iperrealismo, un esempio celebre è quello di Vangelis, sizione. Non tutti possono permettersi di comprare e mantenecompositore e maestro nell’utilizzo dei sintetizzatori, che ha ri- re un pianoforte, ma una buona tastiera per iniziare costa circa creato da zero atmosfere e suoni simili a quelli orchestrali. Al 400/500 euro, senza contare le soluzioni ancor più economiche contrario, per apprezzare un esempio di un approccio diverso esistenti. dall’iperrealismo citato in precedenza, potete trovare un brano Gli strumenti musicali digitali hanno creato anche nuove cache ricrea interamente al computer il suono orchestrale. tegorie di esecutori e nuovi mezzi di espressione. Basti penQuesti mezzi tecnici richiedono una prasare al sopra citato Vangelis, a Jon Lord tica e un’istruzione specifiche ed è così (compositore, pianista e organista, tra i che l’informatica diviene materia di stufondatori dei Deep Purple) e in generale dio del compositore. La padronanza dei a tutti i tastieristi rock. Nuove possibilità, software, la conoscenza delle macchinuova musica. La tecnologia ha offerto ne e dei componenti assumono grande anche nuovi modi di controllare i suoni da importanza. Alcuni musicisti utilizzano computer, utilizzando controller elettroniaddirittura i computer per generare comci del tutto simili a uno strumento a fiato, posizioni indipendenti e in casi particolanei quali un sensore legge il soffio e mori effimere, una fusione intellettuale uodula il suono in base all’esecuzione del mo-macchina la cui virtù non è minore di musicista. E ancora, percussioni virtuali Sopra: un’esecuzione dal vivo con Roli Seaboard quella delle prassi compositive passate, Sotto: esibizione live con strumento elettronico Akai 5000 grandi quanto una figurina o di dimenun’eco di fantascienza divenuta realtà. sioni reali, come la batteria elettronica, Risultati incredibili che hanno cambiato oltre a una rivoluzionaria invenzione, la anche la musica per film: il regista molto seaboard, strumento composto da seziospesso richiede un provino che suoni già ni di tastiera modulanti, la cui particolare simile all’idea finita, chiamato mockup, superficie dei tasti permette di leggere la una simulazione spesso già sincronizgestualità e le micro variazioni di pressiozata al premontato del film. Un lavoro ne, trasformando ed evolvendo il modo di aggiuntivo per il compositore, che segna suonare e creare musica tramite tastiera. una netta differenza dai tempi di MorricoIl compositore si sta trasformando semne o di Bernstein. Nascono anche nuove pre più anche in un tecnico, che conserforme d’arte, come le installazioni, opportunità per nuovi brani va gelosamente la sua anima di artista e utilizza questi nuovi con esigenze e dinamiche ancora diverse. strumenti per alimentare la bellezza e la complessità delle sue Un’ulteriore importante prospettiva evolutasi recentemente è opere. Un oceano di informazioni e dettagli da gestire, un cielo quella della musica per videogiochi. Sono stati scritti capolavori immenso di possibilità che incutono timore reverenziale solo ad per questo campo, appartenenti a diversi generi musicali. Un ammirarne il panorama, ma che allo stesso tempo incuriosiscocanale che crea nuove sfide, generando quella che viene chia- no la mente del creativo e sono generatore pulsante di quella mata musica adattiva, una musica pensata per adeguarsi a ciò bellezza tanto cara all’essere umano. che accade durante l’esperienza di gioco. DUE APPROCCI A CONFRONTO Quella informatica è dunque una vera e propria rivoluzione che ha creato un accesso facilitato alla musica. Inevitabile la IPERREALISMO E ORCHESTRAZIONE VIRTUALE presenza anche di risvolti negativi: compositori improvvisati e ciarlatani che limitano e danneggiano la professione; studenti che credono di conoscere l’orchestra e le dinamiche interne a essa, solo perché sanno utilizzare strumenti virtuali; un aumento della concorrenza e tempistiche sempre più asfissianti… Allo Vangelis stesso tempo, però, questa rivoluzione ha permesso anche a Evangelos Odysseas Papathanassiou persone meno abbienti di avvicinarsi alla musica e alla compo-

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La loure

Gianni Milanese

Una rubrica dedicata agli antichi strumenti musicali arretramento pare essere stato causato dall’acculturamento dovuto alla francesizzazione, che impose strumenti considerati più “moderni”, più “franco-parigini”, quali il violino e l’oboe, sostituito successivamente dal clarinetto. In Normandia, ove la loure sparì a metà del XIX secolo, epoca che vide la comparsa dei primi dizionari del patois3 normanno (di Jean-Eugène Décorde, A. G. de Fresnay, C. Maze, LouisEtimologia François Vasnier, Eugène Robin, Edelestand e Alfred Duméril, La parola normanna loure proverrebbe dal norreno1 luðr Édouard Le Héricher), la parola loure e certi suoi numerosi e, visto che questo strumento era diminutivi non presero in alcun modo fabbricato e suonato in Normandia, la sua il senso di recipiente d’aria, vescica o denominazione si fa risalire all’influenza sacco, ma designano una canna sonora scandinava in questa regione. Nel e/o strumenti musicali tipo flauto e/o Medioevo (XIII secolo) la parola era flautino. ricorrente in Francia. La particolarità di questo strumento è Tuttavia, a partire dal XVIII secolo e fino quella di non essere pervenuto fino ai all’inizio del XX, la parola loure indicava nostri giorni. Vi sono dei testi, qualche solo una varietà di cornamusa popolare rara descrizione che ce ne parlano. Gli in Normandia e ai confini dell’Ille-etappassionati di cornamusa non hanno Vilaine. trovato nulla di tangibile. Lo si assimila Secondo la dialettologia romana il nome alla zampogna italiana, o più ancora della loure non deriva dal latino lūra alla säckpipa svedese4. (sacco di cuoio, tracolla), poiché il termine Il mistero rimane tale ad eccezione dell’apporto iconografico che la non significa “sacco ad aria”; si preferisce il norreno lúðr (tromba, corno, parente rappresenta, particolarmente nei del carnyx celtico2), tromba della quale manoscritti miniati medievali, ma si servivano gli antichi scandinavi, a cui soprattutto nelle sculture: fra queste si può confrontare la forma del bordone ultime si può segnalare il suonatore del suonatore della torretta dell’Hôtel de di loure su un pilastro dell’abbaziale di Cerisy-la-Forêt (XIII secolo), l’angelo Bourgtheroulde di Rouen, scolpita verso Loure, collegiale di Saint-Évroult de Mortain, XV secolo. il 1502 (ma andata distrutta nel 1944). musicante sulla chiesa di Notre-Dame de Autore: Fitzwarin Carentan (XV secolo), la raffigurazione Il termine si tramanda in modo corrente in normanno, ove lourer ha il significato di “piangere a lungo sulla base di una lampada della chiesa di Montgardon (XV gemendo in modo più o meno sincero”, termine attribuito ai secolo), o ancora nella cappella del Manoir de l’Hermerel a bambini. Géfosse-Fontenay risalente al medesimo periodo, con bordone di spalla a raccordo mediano. La si ritrova inoltre sull’antico altare Storia policromo della cattedrale di Coutances (inizio XVI secolo), Fino al XV secolo, la loure era considerata come uno strumento oggi conservato nella chiesa abbaziale di Saint-Sauveur-lenobile, almeno fino al ritorno definitivo della Normandia Vicomte, nel Cotentin. Rappresentazioni somiglianti si ritrovano continentale alla corona di Francia nel 1450. Nel XVI secolo, in molti punti della chiesa di Notre-Dame a Caudebec-en-Caux la loure divenne appannaggio dei contadini e dei pastori. Il suo (inizio XVI secolo). La loure era uno strumento a fiato normanno, della famiglia delle cornamuse, popolare in Normandia dal XVII al XVIII secolo, ma scomparsa ai nostri giorni e non più nota se non tramite l’iconografia. Esisteva anche la grande loure, che era una grossa cornamusa a lungo bordone, che la differenziava dalla semplice loure.

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Tecnica di costruzione Composta come tutte le cornamuse d’un serbatoio denominato pouque (letteralmente “sacco” nel normanno settentrionale come il cotentinese5 o il cauchois e significante “sacchetto/sacco” o “sacco di tela”), la loure era alimentata ad aria da un tubo d’insufflazione abbastanza corto chiamato “porta-aria”. Il suonatore suonava a due mani su un salmoè6 con o senza estremità conica, come le lur scandinave. Nelle rappresentazioni normanne la si può trovare con un oboe al posto di un salmoé e talvolta con un bordone di spalla. Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Loure_(strumento_musicale)

Il norreno era un’antica lingua della Scandinavia risultante dai dialetti germanici settentrionali, affine al norvegese antico e all’islandese. 2 Il carnyx è uno strumento musicale a fiato celtico solitamente di forma zoomorfa, il cui uso è attestato tra il 300 a.C. e il 200 d.C. 3 ll termine patois è usato per descrivere una lingua considerata non regolare. 4 Säckpipa, varietà di cornamuse svedesi. 5 Il Cotentin è una penisola della Francia (Normandia dell’ovest o Bassa Normandia). 6 Il salmoè è un antico strumento ad ancia semplice, usato nel tardo XVII e nel XVIII secolo. 1

La danza della loure La loure è anche una danza di origine francese del XVII e XVIII secolo, probabilmente nata in Normandia al suono dello strumento musicale omonimo. Questa danza presenta un andamento

ASCOLTA LA LOURE DALL'ALCESTE (LWV 50) DI JEAN-BAPTISTE LULLY

Gianni Milanese moderato in tempo composto e ternario in 6/4 oppure in 6/8, e possiede un inizio in anacrusi*. Tuttavia, la loure non riuscì a ottenere molta notorietà e neppure a decollare come danza colta, sebbene fosse stata inserita all’interno di alcune suite. Per fare alcuni esempi, Giovanni Battista Lulli ne compose una per la sua opera Alceste; Johann Sebastian Bach ne scrisse una per la sua Suite francese n. 5 e ne inserì una anche nella Partita per violino solo n. 3. Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Loure_(danza)

* Nella teoria musicale, l’anacrusi (termine che deriva dal greco ἀνάκρουσις che significa “spinta indietro” e quindi preludio) è una nota o un gruppo di note poste sul tempo debole di una battuta (o in levare) che precedono quelle d’inizio della battuta successiva (poste sul tempo forte).

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Ennio Morricone: l’identità di un artista nell’era dei film In memoria del Maestro, scomparso lo scorso luglio Ennio Morricone è stato un prolifico e capace compositore di musica, famoso per le colonne sonore internazionali e gli arrangiamenti di canzoni pop italiane. Tutti hanno ascoltato almeno una volta una sua creazione, forse addirittura senza saperlo. La sua impronta artistica in Italia e nel mondo è profonda e consolidata, ma dietro il personaggio pubblico, il professionista affermato, cosa si cela? Chi era Ennio Morricone come persona e come artista? Per capirlo iniziamo dalle fondamenta, dal quotidiano del Maestro. Morricone aveva la consolidata abitudine di alzarsi alle 4.30 del mattino per fare attività fisica e informarsi sulle notizie del mondo. Per lui il momento ideale per comporre è sempre stato il mattino, inevitabile dunque alzarsi tanto presto per fare tutte queste attività. Non era uno sportivo, ma il lavoro del compositore è tra i più sedentari. Tutto si crea ed evolve nella mente per poi essere fissato tramite la penna sulla carta, una serie di pallini e stanghette che sono scrittura di un dipinto sonoro, realizzato successivamente da altri musicisti. Un processo magico di ore e giorni che si svolge tutto su una sedia. In questo periodo molti stanno provando cosa significa questa condizione di forzata staticità e possiamo imparare tanto da questa abitudine del Maestro Morricone, durata ben più di quarant’anni. La locuzione “mens sana in corpore sano” si dimostra sempre più vera e attuale. Un insegnamento che sembra quasi venire da un dottore, professione che prima di affermarsi in campo musicale il compositore avrebbe voluto intraprendere, ma la carriera che si stava costruendo e gli arrangiamenti di successo da lui fatti per le canzoni italiane degli anni Sessanta lo portarono a cambiare le sue prospettive. Da questo nacque il profilo di un lavoratore stacanovista, attento al dettaglio. Un artigiano innamorato della sua professione, che all’interno del suo studio creava musica per i film di tutto il

Edoardo Grittini

mondo. Un risultato eccezionale, malgrado il quale non perse mai la propria umiltà, una virtù che mantenne insieme alla sua costante insicurezza artistica. Può sembrare strano che uno dei compositori più famosi al mondo insieme a John Williams sia insicuro della propria arte, ma le cause non sono da ricercare solo nel carattere di Ennio Morricone, bensì anche nell’eterna diatriba tra musica “colta” e musica per film. Questa è una tematica che ha inciso fortemente nella vita del Maestro: molti compositori di musica assoluta e accademici considerano le colonne sonore dei film come prodotti di serie B. Una vera e propria eugenetica culturale che discrimina coloro che creano opere legate all’ambiente cinematografico. Questa situazione è attuale, presente nell’élite musicale, anche se in corso di miglioramento e rappresenta uno dei motivi per cui le programmazioni delle sale europee di sovente prevedono l’esecuzione di musica dei compositori del glorioso passato, dimenticando i compositori del presente e accentuando gravemente il distacco tra la musica classica colta e il grande pubblico. Questo pregiudizio nasce dal processo produttivo della musica da film: molto spesso questa ad onor del vero viene creata in fretta, utilizzando linguaggi e soluzioni musicali affermate e molto spesso giustamente classificabili come banali. Nonostante tutto questo il pubblico ha accolto alcune di queste colonne sonore con gran favore, scatenando negli intellettuali della musica la legittima preoccupazione che questo modello sostituisca quello più virtuoso precedente, portando all’estinzione della tradizione musicale. Fondamentale considerare anche il punto di vista del singolo compositore, che ha dedicato anni a sviluppare un linguaggio personale e originale e vede ignorato il proprio duro lavoro, in favore di opere dallo scarso valore artistico. Da ciò consegue una rottura fra il pubblico e la musica d’area colta,

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un tradimento vicendevole, del quale paradossalmente i com- tografico, dove le serie TV/web, dal linguaggio più veloce, si positori come Morricone potrebbero essere la cura. Lo stesso stanno fortemente affermando nel panorama della settima arte. compositore ammise candidamente di essersi dovuto ripetere Questo non significa che non ci siano prodotti validi, fortunatain periodi di lavoro particolarmente intensi, con colonne musica mente esistono e sono anche tanti, ma è necessario cercarli e scritte in sette-dieci giorni, ritmi sostenuti con un film al mese… nel campo sonoro fare un piccolo sforzo e smettere di subire Le tempistiche hanno costretto in alcuni casi il Maestro a com- la musica, impegnarsi perché l’ascolto diventi un dialogo fra le piere scelte banali, ma allo stesso tempo si è dimostrato nei note del compositore e l’interpretazione personale di chi inconfatti un compositore versatile sui tra la sua arte. più diversi generi e con un’estetiQuesta tesi di Morricone ben riasMusica a programma: composizioni create seca tutta sua. Ecco ritornare quella sume gli effetti di un sistema droguendo tematiche non musicali, come immagini, ricerca di un linguaggio originale, gato dal consumismo, sintomi che testi poetici, etc. Per avere un senso compiuto un contributo allo sviluppo dell’arte si riversano in ogni campo, anche dipendono quindi da un fattore esterno alla mumusicale che è valore e missione di quello musicale. Riflessioni di un sica. ogni compositore, che così degnacompositore cha fatto la sua forMusica per film: musica a programma, creata mente vuol definirsi! tuna all’interno di questo sistema, seguendo le dinamiche del film. Alcuni pezzi di Per Ennio Morricone questa è stata che ha vissuto quelle realtà vedenquesto genere sono stati trasformati con succesuna vera ossessione e ha spesso done difetti e pregi (anche questi so in musica assoluta. alimentato la fiamma dell’insicuultimi esistono e sono tanti), ma rezza, tanto che tra una sezione di che nonostante tutto si batte per Musica assoluta: musica in cui sono le dinamiregistrazione e l’altra chiedeva un l’integrità della sua professione e che interne e il suo sviluppo a creare il significato parere anche a giovani compositori per l’arte di cui è esso fedele servo. dell’opera artistica. Questa non dipende da altri su sue creazioni di musica assoluUna prova della sua integrità profattori esterni. ta, musicisti alle prime armi del tutfessionale, parte coriacea della sua to spiazzati da tale richiesta. identità di uomo, che per gran parte Non bisogna però cadere in inganno: Ennio Morricone era una della vita si è votato al proprio lavoro, gelosissimo delle sue persona fortemente determinata e pronta a battersi per i temi creazioni, tanto che delle sue partiture non esistono che rari che gli stavano a cuore. Uno fra tutti l’educazione musicale dei frammenti diffusi al pubblico. Una vita di sacrifici anche per lui, più giovani. Non parliamo dello studente di conservatorio, ma poiché l’estro è solo un diamante grezzo, ma tocca a ognuno di del ragazzo che fa l’elettrotecnico, noi raffinarlo con impegno e forza della studentessa di lingue, di tutte di volontà. Colonna sonora: rappresenta tutto l’audio del quelle persone che fanno della muManca un elemento in questo film, inclusi dialogo, rumori, effetti, musica. sica un hobby o una compagnia. quadro che delinea solo i contorni Spesso essi sono privi della condi una figura tanto importante: il Colonna musica: è la parte di audio dedicata sapevolezza musicale necessaria compositore Ennio Morricone non alla musica. I brani presenti possono essere a orientarsi in un mondo nel quale sarebbe potuto esistere senza la composti appositamente per il film oppure già l’offerta musicale è la più varia e moglie Maria Travia, come il Maeesistenti, di uno o più autori diversi. ampia dall’inizio della storia umastro conferma nel discorso per l’Ona. Spesso poi tale offerta è genescar alla carriera, durante il quale, rata da spirali produttive che mirano più al guadagno che al emozionandosi, dedica questo riconoscimento alla moglie che valore artistico intrinseco. Ne consegue un fast food cultura- lo ha sostenuto durante la sua carriera e lo ha accompagnato le che sempre più spesso confonde e danneggia l’educazio- nella sua vita familiare: dietro un grande uomo c’è sempre una ne musicale dei più giovani: l’ennesimo paradosso del nostro grande donna. presente, che induce le persone a ritenere validi prodotti per Nota: questo articolo rappresenta una libera rielaborazione dai contenuti del libro bioi quali non viene richiesta pazienza e riflessione per goderne. grafico Ennio Morricone - Inseguendo quel suono, scritto da Alessandro de Rosa e Un’evoluzione che si sta verificando anche nel campo cinema- dallo stesso compositore, edizioni Mondadori.

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1770-2020 - Omaggio a Beethoven per i suoi primi 250 anni Vita, stile e testimonianze di un grande compositore Non ci sarà purtroppo possibile rendergli omaggio come avremmo voluto, ma nel dicembre 1770, quindi 250 anni fa, veniva alla luce uno dei titani (forse il più grande, ma ammetto candidamente una netta e spudorata preferenza) della musica colta europea, Ludwig van Beethoven. Contemporaneo e lettore di Immanuel Kant, Wolfgang Goethe e Friedrich Schiller, Beethoven incarna la nuova figura del compositore moderno: con lui l’espressione dell’interiorità dell’artista e delle sue dolorose vicende esistenziali viene in primo piano. Col suo lavoro, la nuova coscienza storica e morale che aderisce ai grandi ideali di libertà e giustizia emersi dalla Rivoluzione francese investe la creazione musicale. Nella potente novità della concezione della sua musica si avverte il passaggio epocale tra Settecento e Ottocento. Parliamo inoltre di uno dei primi artisti pienamente consapevoli della grandezza della propria arte, poco disposto a compromessi e piaggerie nei confronti di nobili e potenti. Ludwig van Beethoven nacque a Bonn, in Germania, nel 1770. La sua famiglia aveva origini fiamminghe, essendosi suo nonno trasferito dalle Fiandre (ove il contrappunto la faceva da padrone pochi secoli prima) intorno al 1730, entrando come strumen-

Paola Magnaghi

tista nella cappella arcivescovile. Suo figlio Johann, padre di Ludwig, era stato tenore nella stessa cappella. Lo studio del pianoforte, dell’organo e della composizione con l’organista di corte Christian Gottlob Neefe garantì al giovane Ludwig una buona formazione musicale. Beethoven ebbe inoltre la fortuna di essere introdotto in casa del consigliere di corte von Breuning, e di essere assunto come organista, nel 1784, dal nuovo elettore Maximilian Franz, il quale, promotore di idee aperte e illuminate, aveva ampliato l’orizzonte culturale della città, fondando anche un’università presso la quale Beethoven frequentò alcune lezioni di filosofia. Da Bonn Beethoven intraprese alcuni viaggi a Vienna, ove si stabilì definitivamente nel 1792, e dove studiò con Franz Joseph Haydn, Johann Georg Albrechtsberger e col compositore della corte imperiale Antonio Salieri. Sostenuto dagli ambienti aristocratici, che ne ammiravano per lo più il talento di improvvisatore al pianoforte, tollerando spesso le sue asprezze caratteriali, ebbe tra i maggiori mecenati il principe Karl von Lichnowsky, al quale egli dedicò la famosa sonata per pianoforte detta Patetica (1799), e il conte Andreas Razumowsky, che mantenne a sue spese un quartetto d’archi, mettendolo a

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disposizione del compositore. A questo primo periodo viennese risalgono lavori orchestrali quali la Prima (1799-1800) e la Seconda sinfonia (1800-02), le prime Sonate per pianoforte, i Trii per archi op. 9 (1796-98), i Quartetti per archi op. 18 (1798), i primi tre Concerti per pianoforte e orchestra (1798, 1801, 1802). Queste opere, che pur contengono in nuce elementi originali e innovativi, sono ancora vicine al mondo espressivo settecentesco, quello di Haydn e Mozart. Nel frattempo però, sul finire del secolo, si stavano manifestando i primi sintomi di quella che sarebbe stata la malattia che poi l’avrebbe tormentato: la sordità. L’impatto, anche emotivo, fu pesantissimo; la sordità totale sopraggiunse nel 1819, costringendolo a comunicare solo attraverso del “quaderni di conversazione” (che sono però per noi posteri una grande fonte di informazioni). Beethoven fu anche uno dei primi a esprimere, per iscritto e con una prosa che risente pienamente del periodo romantico in cui viveva (parliamo sempre di Romanticismo tedesco, ovviamente) considerazioni sull’arte e sulla vita. Di grande impatto è quindi il Testamento di Heiligestadt, che prende il nome dalla dimora di campagna vicino a Vienna, dove fu redatto nel 1802. Le parole del compositore, pur nella drammaticità della situazione, lasciano intravvedere la reazione energica e quasi “Eroica” dell’uomo di fronte alle avversità del destino, e il dolore al quale egli oppone una volontà di superamento (per aspera ad astra). Vi si legge anche quale deve essere la nuova funzione dell’arta: non più solo quella di piacevole intrattenimento, ma di espressione dell’interiorità dell’artista e della moralità dell’uomo. Dopo il Testamento di Heiligestadt si accentuarono gli elementi innovativi e gli scostamenti dalla tradizione; la Terza sinfonia detta Eroica (1802-04) venne composta sull’onda dell’entusiasmo per gli ideali di libertà, uguaglianza e fraternità espressi dalla Rivoluzione francese. In un primo tempo il compositore aveva dedicato la sinfonia, “composta per festeggiare il sovvenire di un grande uomo”, a Napoleone Bonaparte; la dedica venne però rabbiosamente tolta quando Napoleone, nel 1804, si fece incoronare imperatore, tradendo lo spirito rivoluzionario (Beethoven non fu l’unico a sentirsi tradito dal generale corso: anche Ugo Foscolo riflette nell’opera epistolare Ultime lettere di Jacopo Ortis la delusione per il trattato di Campoformio e per la deriva presa dal Bonaparte). Nella Quinta e nella Sesta sinfonia emergono ulteriormente le nuove idee musicali, attraverso l’energia della Quinta (col celeberrimo incipit) e la serena cantabilità della Sesta (detta

Pastorale), in cui Beethoven presenta un altissimo esempio di quella che poi sarà la musica “a programma”, che si ispira a un programma extramusicale. In questo caso, il compositore tradusse in suoni i sentimenti suscitati dalla contemplazione della natura, un fondamentale tema d’ispirazione del Romanticismo. Nell’ultimo decennio di vita, lo stile di Beethoven si indirizzò verso un nuovo mondo sonoro: all’eroismo energico della produzione precedente si sostituì un abbandono al flusso del sentimento, secondo una sensibilità ormai pienamente romantica; questa evoluzione si coglie chiaramente nelle ultime cinque Sonate per pianoforte, scritte tra il 1816 e il 1822, in cui la forma tradizionale tende a dissolversi. Ciò avviene anche negli ultimi Quartetti per archi, composti tra il 1822 e il 1826. Le soluzioni formali e musicali, che prevedono un forte recupero del contrappunto, rivelano un’originalità e modernità che tuttavia parte del pubblico dell’epoca non fu in grado di comprendere. Pur dovendo necessariamente abbreviare per necessità di sintesi, e non potendo analizzare ogni lavoro, non si può non menzionare, all’interno della meno famosa ma non meno bella Settima sinfonia, il secondo movimento, un Allegretto caratterizzato da un dolente incedere e da piccoli barlumi di speranza, metafora dell’esistenza umana. L’ultima sinfonia, la Nona (1822-24), è caratterizzata dall’inserimento dell’Inno alla gioia di Friedrich Schiller; il coro celebra la tensione di tutta l’umanità verso la fratellanza universale, tramite un messaggio di solidarietà morale e di libertà. Gli ultimi anni (Beethoven si spense nel 1827) furono ancora fecondi e pieni di progetti; la sua produzione è vastissima, e attraversa tutti i generi musicali che all’epoca venivano praticati: non solo sinfonie, quartetti, cantate, ma anche musica per pianoforte, musica da camera, messe e oratori, musiche di scena e un’unica opera, il Fidelio. Non basterebbe un volume per parlare del suo stile musicale, della sua evoluzione, del suo carattere impaziente, leggendario almeno quanto lui. Molto si potrebbe ricavare approfondendo le sue idee politiche, i suoi interessi culturali, la sua personalità non facile, forse influenzata dalla famiglia (molto si è scritto sul carattere violento del padre); non si sposò mai, ma questo non vuol dire che non ebbe passioni. Non ebbe figli, ma cercò, pur commettendo errori, di essere una guida per il nipote… È forse meglio lasciare che sia lui a parlare in prima persona, nei testi riportati nelle prossime pagine. Segue poi un approfondimento sul contributo della musica di Beethoven alla settima arte: il cinema!

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Testamento di Heiligenstadt

6 ottobre 1802 Per i miei fratelli Carl e [Johann] Beethoven O voi uomini che mi stimate o mi definite astioso, scontroso o addirittura misantropo, come mi fate torto! Voi non conoscete la causa segreta che mi fa apparire a voi così. Il mio cuore e il mio animo, fin dall’infanzia, erano inclini al delicato sentimento della benevolenza e sono sempre stato disposto a compiere azioni generose. Considerate però, che da sei anni mi ha colpito un grave malanno peggiorato per colpa di medici incompetenti. Di anno in anno le mie speranze di guarire sono state gradualmente frustrate, ed alla fine sono stato costretto ad accettare la prospettiva di una malattia cronica (la cui guarigione richiederà forse degli anni o sarà del tutto impossibile). Pur essendo dotato di un temperamento ardente, vivace, e anzi sensibile alle attrattive della società, sono stato presto obbligato ad appartarmi, a trascorrere la mia vita in solitudine. E se talvolta ho deciso di non dare peso alla mia infermità, ahimè, con quanta crudeltà sono stato allora ricacciato indietro dalla triste, rinnovata esperienza della debolezza del mio udito. Tuttavia non mi riusciva di dire alla gente: “Parlate più forte, gridate, perché sono sordo”. Come potevo, ahimè, confessare la debolezza di un senso, che in me dovrebbe essere più raffinato che negli altri uomini e che in me raggiungeva un tempo un grado di perfezione massima, un grado tale di perfezione quale pochi nella mia professione sicuramente posseggono, o hanno mai posseduto – No, non posso farlo; perdonatemi perciò se talora mi vedrete stare in disparte dalla vostra compagnia, che invece un tempo mi era caro ricercare. La mia sventura mi fa doppiamente soffrire perché mi porta ad essere frainteso. Per me non può esservi sollievo nella compagnia degli uomini, non possono esservi conversazioni elevate né confidenze reciproche. Costretto a vivere completamente solo, posso entrare furtivamente in società solo quando lo richiedono le necessità più impellenti; debbo vivere come un proscritto. Se sto in compagnia vengo sopraffatto da un’ansietà cocente, dalla paura di correre il rischio che si noti il mio stato – E così è stato anche in questi sei mesi che ho trascorso in campagna. Invitandomi a risparmiare il più possibile il mio udito, quell’assennata persona del mio medico ha più o meno incoraggiato la mia attuale disposizione naturale, sebbene talvolta, sedotto dal desiderio di compagnia, mi sia lasciato tentare a ricercarla. Ma quale umiliazione ho provato quando qualcuno, vicino a me, udiva il suono di un flauto in lontananza e io non udivo niente, o udiva il canto di un pastore e io ancora nulla udivo – Tali esperienze mi hanno portato sull’orlo della disperazione e poco è mancato che non ponessi fine alla mia vita – La mia arte, soltanto essa mi ha trattenuto. Ah, mi sembrava impossibile abbandonare questo mondo, prima di avere creato tutte quelle opere che sentivo l’imperioso bisogno di comporre; e così ho trascinato avanti questa misera esistenza – davvero misera, dal momento che il mio fisico tanto sensibile può, da un istante all’altro, precipitarmi dalle migliori condizioni di spirito nella più angosciosa disperazione – Pazienza – mi dicono che questa è la virtù che adesso debbo scegliermi come guida; e adesso io la posseggo. Duratura deve essere, io spero, la mia risoluzione di resistere fino alla fine, finché alle Parche inesorabili piacerà spezzare il filo; forse il mio stato migliorerà, forse no, ad ogni modo io,

ora sono rassegnato – Dio Onnipotente, che mi guardi fino in fondo all’anima, che vedi nel mio cuore e sai che esso è colmo di amore per l’umanità e del desiderio di bene operare. O uomini, se un giorno leggerete queste mie parole, ricordate che mi avete fatto torto; e l’infelice tragga conforto dal pensiero di aver trovato un altro infelice che, nonostante tutti gli ostacoli imposti dalla natura, ha fatto quanto era in suo potere per elevarsi al rango degli artisti nobili e degli uomini degni. – E voi fratelli miei, Carl e [Johann], dopo la mia morte, se il Prof. Schmidt sarà ancora in vita, pregatelo a mio nome di fare una descrizione della mia infermità e allegate al suo documento questo mio scritto, in modo che, almeno dopo la mia morte, il mondo e io possiamo riconciliarci, per quanto è possibile – Nello stesso tempo vi dichiaro qui tutti e due eredi del mio piccolo patrimonio (se posso chiamarlo così) – Dividetelo giustamente, andate d’accordo e aiutatevi reciprocamente. Il male che mi avete fatto, voi lo sapete, è stato perdonato da lungo tempo. Ringrazio ancora in maniera particolare te, fratello Carl, per l’affetto che mi hai dimostrato in questi ultimi anni. Il mio augurio è che la vostra vita sia più serena e più scevra da preoccupazioni della mia. Raccomandate ai vostri figli di essere virtuosi; perché soltanto la virtù può rendere felici, non certo il denaro. Parlo per esperienza. E’ stata la virtù che mi ha sostenuto nella sofferenza. Io debbo ad essa, oltre che alla mia arte, se non ho messo fine alla mia vita con un suicidio – State bene e amatevi – Ringrazio tutti i miei amici, in particolare il principe Lichnowsky e il professor Schmidt. Vorrei che gli strumenti del principe L[ichnowsky] venissero custoditi da uno di voi, purché ciò non conduca ad un litigio fra voi. Qualora essi possano servire ad uno scopo più proficuo, vendeteli pure; quanto sarò lieto se potrò esservi utile anche nella tomba – Ebbene questo è tutto – Con gioia vado incontro alla Morte – se essa venisse prima che io abbia avuto la possibilità di sviluppare tutte le mie qualità artistiche, allora, malgrado la durezza del mio destino, giungerebbe troppo presto; e indubbiamente mi piacerebbe ritardarne la venuta – Sarei però contento anche così; non mi libererebbe essa da uno stato di sofferenza senza fine? Vieni dunque Morte, quando tu vuoi, io ti verrò incontro coraggiosamente – Addio, non dimenticatemi del tutto, dopo la mia morte. Io merito di essere ricordato da voi, perché nella mia vita ho spesso pensato a voi, e ho cercato di rendervi felici – Siate felici – Ludwig van Beethoven

Per i miei fratelli Carl e [Johann] Da leggere dopo la mia morte – Heiligenstadt. 10 ottobre 1802 Così prendo commiato da te – e per di più con tanta tristezza – sì, la speranza che ho nutrito – la speranza che ho portato con me qui, di guarire almeno in parte – quella speranza ormai la devo completamente abbandonare. Come d’autunno le foglie cadono ed appassiscono – così quella speranza è ormai per me del tutto inaridita. Parto da qui – quasi nelle stesse condizioni in cui ero arrivato – Anche il grande coraggio – che spesso mi animava nelle belle giornate d’estate – è ormai svanito – O provvidenza concedimi ancora un giorno di pura gioia – Da tanto tempo ormai non conosco più l’intima eco della vera gioia – Oh quando – quando, Dio Onnipotente – potrò di nuovo sentire questa eco nel tempio della Natura e nel contatto con l’umanità. – Mai? – No! – Oh questo sarebbe troppo crudele.

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Teplitz, 7 luglio 1812

All’amata immortale Buongiorno a letto i miei pensieri sono già rivolti a te, mia amata immortale, ora lieti, ora di nuovi tristi, nell’attesa che il destino esaudisca i nostri desideri… posso vivere soltanto unito strettamente a te, non altrimenti. Sì, ho deciso di errare lontano finché non potrò volare nelle tue braccia e sentirmi perfettamente a casa accanto a te e lasciando che la mia anima, circondata dal tuo essere, entri nel regno degli spiriti – purtroppo così deve essere – ti rassegnerai, tanto più conoscendo la mia fedeltà verso di te, nessuna altra donna potrà mai possedere il mio cuore, mai – mai… O Dio perché dovresti allontanarmi dall’oggetto di tanto amore? La mia vita a Vienna è ora miserevole… il tuo amore ha fatto di me il più felice e nello stesso tempo il più infelice degli uomini; alla mia età avrei bisogno di vivere in modo uniforme senza scosse ma è ciò possibile nella nostra situazione? Angelo mio, mi dicono ora che la posta funziona tutti i giorni quindi chiudo affinché tu possa ricevere la lettera al più presto… sii calma, solo contemplando con serenità la nostra esistenza potremo raggiungere il nostro scopo di vivere insieme… sii calma amami oggi, amami ieri. Quanta nostalgia, quanto rimpianto di te, di te mia vita, mio tutto… addio… ti prego continua ad amarmi, non smentire mai il cuore fedelissimo del tuo amato Eternamente tuo Eternamente mia Eternamente nostri L. Ora vediamo come gli altri, contemporanei o no, lo vedevano; partiamo da uno dei suoi più grandi ammiratori in vita, Franz Schubert: Egli può fare tutto ma noi non possiamo ancora comprendere ogni cosa, e molta acqua dovrà scorrere sotto il ponte del Danubio prima che sia compreso appieno ciò che quest’uomo ha scritto. Così invece Giuseppe Vannicola, primo violino del Teatro alla Scala ai tempi di Toscanini, poi giornalista, poeta e traduttore: Il dolore è come il sinonimo del nome di Beethoven. Il dolore ch’egli esprime e il nome che esprime la sua individualità sono inseparabili. Il dolore beethoveniano è d’una solennità smisurata, una profusione di lagrime che somiglia all’oceano: il mare e il cielo si toccano all’orizzonte senza confondersi. Come l’oceano, il dolore beethoveniano riempie gli sguardi senza stancarsi e sfugge alla monotonia per la sua stessa grandiosità. Quel che nasce dal dolore beethoveniano è l’Inno alla gioia della Nona sinfonia. Il dolore beethoveniano è edificante, è un dolore che costruisce.

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Gianni Milanese


Beethoven e la settima arte Paola Magnaghi Secondo l’IMBD, il più completo catalogo di film online, il nome di Beethoven tra gli autori delle colonne sonore ricorre nei crediti 1.540 volte, seguito da un altro gigante, Johann Sebastian Bach, con 1.521. Chopin è citato in “appena” 1.103 casi. Giuseppe Verdi ha “solo” 762 crediti, Ennio Morricone 521 e Nino Rota 180. Per amor di cronaca, a battere Beethoven c’è solo Mozart con 1.627 titoli. Insomma, la settima arte non può fare a meno della sua parente prossima, l’antica arte governata da Euterpe, e Beethoven è uno dei suoi favoriti, per la capacità comunicativa che singoli nuclei musicali tratti dalle sue opere sanno infondere a qualsiasi scena. Proprio per questo a volte ciò che conta non è la quantità, ma l’entità del valore aggiunto dato dalla musica: ne è esempio, nel film Il discorso del re del 2010, il momento epico e toccante in cui il re

IL DISCORSO DEL RE Sinfonia No 7 - II movimento

MISERY - IL PIANISTA Sonata al chiaro di luna

Giorgio VI deve parlare alla radio per comunicare al popolo inglese che è il momento di accettare la guerra e di tenere duro. Il re ha lavorato sulla sua balbuzie per evitare che il popolo lo consideri troppo debole e insicuro; il suo difficile e alla fine trascinante discorso, che contiene la famosa frase “Se tutti noi rimarremo risolutamente fedeli a questo, allora con l’aiuto del Signore riusciremo a prevalere”, è accompagnato dalla struggente melodia del secondo movimento della Settima sinfonia. Dalla storia al thriller, nel film di Rob Reiner Misery non deve morire (dal romanzo Misery di Stephen King), la scena in cui la fan carceriera interpretata da Kathy Bates spezza le gambe del povero scrittore suo prigioniero è accompagnata, in pieno contrasto, dal brano Al chiaro di

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luna, cioè la Sonata per pianoforte n. 14 in Do diesis minore. La dolcezza della musica, che da sempre ispira immagini di serenità e pace, fa da terribile contrappunto alla violenza dell’azione. La stessa sonata compare nel film Il pianista, capolavoro di Roman Polanski. La pellicola racconta del dramma del pianista polacco Władysław Szpilman. Quando le truppe tedesche invadono il suo Paese e gli ebrei di Varsavia vengono chiusi nel ghetto, sono le note di Beethoven a evocare quel chiaro di luna che sembra cancellare ogni orrore. Anche quella ad Arancia meccanica di Stanley Kubrick è una citazione obbligata: il film, del 1971, descrive la vicenda di Alex, “un giovane i cui principali interessi sono lo stupro, l’ultra violenza e Beethoven”. Non contento di utilizzare la Nona sinfonia per illustrare alcune scene del film, Kubrick compie un’operazione di

ARANCIA MECCANICA Sinfonia No 9


raffinata sintesi tra la sua estetica, quel- è stravolta in una versione disco dance la del romanzo e l’opera musicale. Se è (parliamo ancora della Quinta Sinfonia) vero che la società è completamente di- e non è certo un momento altissimo, ma sumanizzata, tanto che alla violenza tep- rende ancora una volta l’idea di quanto pistica del giovane Alex si contrappone questa musica sia entrata nella memoria il tentativo di tracomune. sformarlo in una Ci sono poi i sorta di automa giovani allievi di senza istinti, alloWhoopi Goldra diventa quasi berg in Sister Act naturale che nel 2 a dare la loro film sia inseriversione, libera ta non solo una e liberatoria, del versione accecoro della Nona lerata del quarto sinfonia, l’Inno movimento della gioia divenLA FEBBRE DEL SABATO SERA alla Nona, ma antato anche inno Sinfonia No 5 dell’Unione Euroche una del tutto elettronica e strapea. volta, realizzata al Moog synthesizer da La gioia della Sesta sinfonia, conosciuta Wendy Carlos. Un’altra presenza del come Pastorale, dà anima a Big Fish genio di Bonn in questo film la troviamo Le storie di una vita incredibile, il film del quando la banda dei teppisti capitanati 2003 diretto da Tim Burton. Molti anni prida Alex suona alla porta della casa dove ma, nel 1940, era stato Walt Disney con stanno per compiere la loro atroce scorri- il film di animazione Fantasia a usare la banda: il campanello risuona infatti con le musica di Beethoven per le sue immagini. note del famoso E sempre la Seinizio della Quinsta (e non poteva ta sinfonia, quelle che essere così) note che, seconsottolinea il risvedo una definizioglio della natura ne attribuita al dopo il temporale segretario di Becon le danze dei ethoven, se non piccoli fauni, i voli al musicista stesdell’ippogrifo, le so, sarebbero sgroppate dell’ul’immagine sonicorno: basta il SISTER ACT 2 nora del “destino primo movimenInno alla gioia che bussa alla to, l’Allegro, a deporta”. scrivere una giorCambiando totalmente ambientazione, nata, dall’alba al tramonto. In Fantasia troviamo uno dei film che hanno segnato 2000 è invece il primo movimento della la giovinezza di un’intera generazione: La Quinta Sinfonia a evocare l’eterna lotta febbre del sabato sera, di John Badham, tra il bene e il male. del 1977. In esso la musica di Beethoven

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La buona novella

Gianni Rainoldi

Cinquant’anni fa l’album più estremo di Fabrizio de André Mezzo secolo fa, lo squarcio. La spada nella roccia friabile del pentagramma italiano. Un’ascia di parole e poesia, declinate in musica e voce. L’obiettivo? Semplice: raccontare la rivoluzione del primo, grande “sovversivo contestatore” dell’umanità: Gesù di Nazareth. Un personaggio che è sempre stato simbolo di riscatto per i poveri e gli oppressi, ribelle e rivoluzionario verso le istituzioni imperiali, modello di purezza e di rigore morale per i giusti che aborrono la corruzione della società. Un simbolo, insomma, di rivolta all’autorità costituita. Ma il Gesù che De André canta non è quello che la Chiesa ci ha fatto conoscere: “il figlio di Dio fattosi carne per espiare le nostre colpe”, che vuole essere adorato. È invece l’Uomo che col suo esempio vuole insegnarci a vivere con la serenità e la coscienza tranquilla di chi non si è fatto corrompere dal male. L’intento del cantautore è quello di smitizzare la figura di Gesù passato alla storia come Dio, quello di fargli perdere un po’ di sacralità a vantaggio di una migliore e maggiore umanizzazione. … Non intendo cantare la gloria né invocare la grazia o il perdono di chi penso non fu altri che un uomo come Dio passato alla storia ma inumano è pur sempre l’amore di chi rantola senza rancore perdonando con l’ultima voce chi lo uccide fra le braccia d’una croce… Così De André cantava già nel 1967 in Si chiamava Gesù. Ma nell’album La buona novella il concetto è ripreso e allargato attraverso la figura di personaggi come Maria, Giuseppe, le madri dei ladroni, Tito, il ladro buono del Vangelo arabo

dell’infanzia. De André prende spunto non dai Vangeli canonici, che riservano pochissimo spazio a questi personaggi, ma dai Vangeli apocrifi (in particolare il Protovangelo di Giacomo, scritto da uno dei figli di Giuseppe e quindi fratellastro di Maria, e il Vangelo arabo dell’infanzia), cioè quelli indicati dalla Chiesa come “non autentici”, “erronei”, “eretici”, proprio in contrapposizione a canonico, che significherebbe “autentico”, “ispirato”. Molte arti, come la pittura, la poesia, la

prosa, hanno trovato in questi Vangeli motivo di ispirazione ed elementi storici utilissimi nel corso dei secoli. De André sceglie gli apocrifi perché sono una testimonianza viva del cristianesimo primitivo, ricchi di un ingenuo bisogno di conoscenza dei credenti verso Maria, Giuseppe e Gesù. Qui tutto ciò che riguarda la vita, i prodigi della nascita e i misteri della sua esistenza è tramandato attraverso un’elaborazione di tutta la tradizione orientale ed ellenistica.

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De André introduce i personaggi e le vicende che ruotano intorno alla crocifissione, per umanizzare ulteriormente il personaggio principale, Gesù, ma anche per trattare della grande umanità degli altri. Parla della Madonna come di una tenera fanciulla privata della sua adolescenza e spensieratezza e costretta a passare i primi dieci anni della propria vita al tempio; poi, senza che lei lo desideri, da ragazzina a moglie, da vergine a madre, oltretutto data a un uomo che lei non ha scelto, che potrebbe essere suo padre e che non potrà darle l’umano e terreno piacere dell’amore e le tenerezze degli amanti. È impossibile capire La buona novella, uscita nel 1970, senza calarsi nella situazione storica sia Italiana che mondiale di quegli anni. Ricordiamo che nel 1968 uccisero Martin Luther King, che eravamo in piena guerra del Vietnam, che venne assassinato Robert Kennedy, che i russi invasero la Cecoslovacchia e che dopo qualche mese Jan Palach, ventunenne studente di filosofia, si cosparse di benzina e si diede fuoco in piazza Venceslao per attirare l’attenzione del mondo sul suo Paese. Anni tranquilli, insomma... Sono le parole dello stesso De André a spiegarne il contesto: «Quando scrissi La buona novella era il 1969. Si era quindi in piena rivolta studentesca; e le persone meno attente consideravano quel disco come anacronistico. Non avevano capito – almeno la parte meno attenta di loro, la maggioranza – che La buona novella è un’allegoria. Paragonavo le istanze migliori e più ragionevoli del movimento sessantottino, cui io stesso ho partecipato, con quelle, molto più vaste spiritual-


mente, di un uomo di 1968 anni prima, che proprio per contrastare gli abusi del potere, i soprusi dell’autorità si era fatto inchiodare su una croce, in nome di una fratellanza e di un egualitarismo universali.» Da un autore ormai affermato come Fabrizio De André, probabilmente nessuno si sarebbe aspettato un disco come questo. In effetti, al momento della sua uscita, non furono poche le critiche rivolte a La buona novella, le più benevole delle quali parlarono di un disco fuori dal tempo e non contestualizzato rispetto alla realtà in evoluzione di quegli anni. L’accusa rivolta a De André, insomma, fu quella di aver composto una “novellina morale” anche piacevole e, al solito, poeticamente elevata ma assolutamente avulsa dal contesto sociale e politico di rivolta che caratterizzava i movimenti giovanili. Da un autore che si era sempre caratterizzato per l’impegno politico, ci si aspettava qualcosa di più diretto e penetrante di una parabola ispirata al Vangelo. Una critica che il cantautore soffrì moltissimo, e alla quale cominciò da subito a ribattere sottolineando innanzitutto che La buona novella è, e vuole essere, un omaggio al più grande rivoluzionario di tutti i tempi. Il percorso lirico del disco si configura come una progressiva spoliazione del carattere mistico e religioso che avvolge la figura di Gesù, fino a riportarlo alla sua dimensione di Uomo. Un percorso particolarmente evidente sin dalla scaletta dei brani: dall’iniziale Laudate Dominum al finale Laudate Hominem, si tratta palesemente di una progressiva umanizzazione del personaggio, tale da sottrarlo alla sua dimensione di Figlio di Dio per restituirlo alla sua realtà di Figlio dell’Uomo: Non voglio pensarti Figlio di Dio ma Figlio dell’Uomo, Fratello anche mio.

Il disco si apre con i venti secondi di coro dai tratti apocalittici di Laudate Dominum, proseguendo la prima parte dell’album con le vicende di Maria, elaborate da alcuni tratti del Protovangelo di Giacomo. Comincia con L’infanzia di Maria in cui sono narrate le vicende di Maria, consegnata al tempio alla tenera età di tre anni per adempiere a un voto, successivamente ritenuta impura all’arrivo delle prime mestruazioni e, per questo, “sorteggiata” attraverso un segno divino, tra gli anziani del paese: Non più il seno di Anna, fra le mura discrete, a consolare il pianto, a calmarti la sete; dicono fosse un angelo a raccontarti le ore, a misurarti il tempo fra cibo e Signore.

GUARDA LA VERSIONE ANIMATA È la solitudine della piccola Maria che si vuole raccontare, e la sua emarginazione quando il suo corpo comincia a sanguinare come accade alle ragazze che crescono: E quando i sacerdoti ti rifiutarono alloggio, avevi dodici anni e nessuna colpa addosso: ma per i sacerdoti fu colpa il tuo maggio, la tua verginità che si tingeva di rosso.

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Gli uomini di Dio, simbolo del potere maschile, la mettono in palio tra gli uomini del luogo, «popolo senza moglie» e così «del corpo di una vergine si fa lotteria»: Guardala, guardala, scioglie i capelli, sono più lunghi dei nostri mantelli. Guarda la carne, guardale il collo, sembra venuta dal suo sorriso, guardale gli occhi, guarda la neve, guarda la carne del Paradiso. Ed ecco che la fanciulla viene assegnata a Giuseppe. Giuseppe si rassegna, triste e «stanco d’essere stanco», mortificato dalle sue stesse «dita troppo secche per chiudersi su una rosa». La prende, la conduce alla sua casa e parte, rimanendo via per quattro anni. Da un destino sgarbato una figlia di più senza alcuna ragione, una bimba su cui non avevi intenzione. Il ritorno di Giuseppe si apre su una trama musicale orientaleggiante, che accompagna Giuseppe lungo le insidie e la solitudine del suo ritorno a casa. Qui, per la prima volta, c’è il vero ritorno all’umanità dell’album, un richiamo diretto e preciso: Giuseppe porta a Maria una bambola (consideriamo che, secondo gli apocrifi, Maria aveva circa tredici anni), cercando di farla ritornare «a quei giochi lasciati quando i tuoi anni erano così pochi», e cercando di fare giustizia a quella gioventù mancata. «E lei volo fra le tue braccia / come una rondine, / e le sue dita come lacrime» suggerivano a Giuseppe «la tenerezza d’un sorriso, / un affetto quasi implorato». Nell’abbraccio che segue, Giuseppe si accorge che Maria è rimasta incinta. Maria, confusa ed in lacrime, racconta cosa è successo, in quello che forse è il


brano più riuscito di tutto l’album. Il sogno di Maria è un brano enorme, per potenza poetica e per atmosfera: è misterioso, rarefatto e onirico, esattamente come il titolo suggerisce. Ed è nel testo, talmente immaginifico da risultare commovente: L’angelo scese come ogni sera, ad insegnarmi una nuova preghiera: poi, d’improvviso, mi sciolse le mani e le mie braccia divennero ali. Cosi la sposa bambina, circondata dal filo spinato della malignità e della malvagità delle istituzioni, sperduta nella sua innocenza, ripensa all’incontro con quell’angelo e alla sua… … strana preghiera dove forse era sogno ma sonno non era. «Lo chiameranno figlio di Dio» parole confuse nella mia mente, svanite in un sogno, ma impresse nel ventre. Ma quando la sposa bambina ha finito di raccontare, sogno, miracolo o illusione che sia, a consolare il pianto di Maria resta solo la bontà di un uomo, la generosità gratuita di Giuseppe, la sua stanchezza stupita che non sa che trasformarsi in tenerezza e compassione infinita, in un gesto che solo un poeta poteva trasfigurare con questa delicatezza: E tu, piano, posasti le dita all’orlo della sua fronte: i vecchi quando accarezzano hanno il timore di far troppo forte. Segue Ave Maria, preghiera per una donna che affronta una siepe di sguardi che non fanno male nella stagione di essere madre, ed è una delle più alte “preghiere laiche” mai rivolte a una donna e a una madre, anche qui di una potenza emotiva incredibile. Il miracolo è la maternità in quanto tale, il mistero che trasforma una femmina in una madre, e non è necessa-

rio pensarla mamma di Dio, per pregarla così: Ave Maria, adesso che sei donna, ave alle donne come te, Maria. Femmine un giorno per un nuovo amore povero o ricco, umile o Messia. Femmine un giorno e poi madri per sempre nella stagione che stagioni non sente. C’è poi Maria nella bottega del falegname, il dialogo tra Maria e il falegname che sta preparando le croci, non solo quella per il Messia, ma anche per i due ladroni, mentre fuori il popolo comincia a predisporsi per seguire l’esecuzione. Il dolore presago di Maria abbraccia tutti e tre i morituri, non solo il figlio suo, perché la compassione non conosce steccati: Alle piaghe, alle ferite che sul legno fai, falegname, su quei tagli manca il sangue, ormai, perché spieghino da soli, con le loro voci, quali volti sbiancheranno sopra le tue croci. Dalla letizia che traspare in Ave Maria a Maria nella bottega d’un falegname il passaggio è drastico. Il ritmo dato dalla pialla e dal martello scandiscono il dolore straziante del falegname che costruisce «tre croci, due per chi disertò per rubare, la più grande per chi guerra insegnò a disertare», con le quali il figlio di Maria e i due ladroni verranno crocifissi. Il disco prosegue con Via della Croce, l’unico pezzo dell’album in cui la figura di Gesù è centrale, nel senso che è il destinatario del pezzo, ma il vero protagonista del racconto è il contorno, il popolo che lo accompagna al calvario. Ci sono i padri dei bambini uccisi durante la strage degli innocenti, che trovano finalmente vendetta per il lutto subito; ci

sono le vedove smarrite per l’imminente perdita del loro ormai unico difensore; ci sono gli apostoli, che, per paura di far la stessa fine del loro Maestro, sono più impegnati nel non farsi riconoscere che nel piangerlo. C’è «il potere vestito d’umana sembianza ormai ti considera morto abbastanza», che tira un sospiro di sollievo nel vedere Cristo «incapace di nuocere ancora». E ci sono i due ladroni, Tito e Dimaco, compagni, loro malgrado, nel dividere il destino di morte con Gesù, soli e pianti solamente dalle madri. Non appena i tre condannati vengono crocifissi, le loro rispettive Tre madri stanno adagiate sotto le croci per confortarli. Le due donne dicono a Maria che non ha alcuna ragione di piangere così forte, dal momento che sa che il figlio di Dio è destinato a risorgere, al contrario dei loro: Con troppe lacrime piangi, Maria solo l’immagine di un’agonia: sai che alla vita, nel terzo giorno, il figlio tuo farà ritorno. Lascia a noi piangere, un po’ più forte, chi non risorgerà più dalla morte. Ma l’invidia delle altre due madri non scalfisce la sofferenza di Maria, donna e madre esattamente come le altre due, che non vuole lasciarsi espropriare il diritto al pianto: Piango di lui ciò che mi è tolto, le braccia magre, la fronte, il volto, ogni sua vita che vive ancora, che vedo spegnersi ora per ora. Anzi, il pianto scoppia nella recriminazione finale, che capovolge il fiat voluntas tua dell’Annunciazione evangelica in una dolce, sconsolata accusa (qualcuno potrebbe definirla perfino bestemmia) nei confronti del Padre che per quella morte l’ha mandato sulla terra. Così, il pianto di Maria è esemplare e universale: è il pian-

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to di ogni donna per ogni figlio perduto.

La “teologia” deandreiana tocca qui uno dei suoi punti più alti. De André riesce Non fossi stato figlio di Dio a pennellare alla perfezione quella che t’avrei ancor per figlio mio. è l’essenza della figura di Cristo in due La potenza civile dell’album, che pure si versi: «nella pietà che non cede al rantrova anche nel resto del lavoro, esplode core, madre, ho imparato l’amore». Non in tutta la sua grandezza in Il Testamento c’è la promessa del paradiso, per il buon di Tito. Un ladro, un ultimo, uno scarto ladrone che esprime umana solidarietà della società, per di più moribondo, che al suo compagno di crocifissione, ma c’è con una lettura provocatoria smonta, uno una straordinaria lezione d’amore. per uno, i dieci comandamenti, smasche- Ecco, quindi, il messaggio de La buona rando l’ipocrita convenienza di chi li ave- novella: da un lato, l’amore, la compasva dettati. È pura disobbedienza civile, sione e il perdono come valori universali quella di Tito, che e imprescindibili; non prova rimordall’altro, la rivolso per quello che ta contro le parole ha fatto, ma prova vuote e ipocrite di dolore per un innoun mondo che ha cente, condannato trasformato il mesalla sua stessa saggio rivoluziofine. nario di un uomo Ma se la rabbia, in un’istituzione l’imprecazione, il religiosa invariabirimpianto, l’invidia le, che ne ha svuohanno dominato tato di significato la declinazione del gli atti concreti, testamento di Tito, trasformandoli in l’ultima strofa è ritualità immutabili una densa e poee dotate di un sentica espressione di proprio e alieno ASCOLTA L'ALBUM DELLA PFM PER I so rassegnazione e rispetto all’origina40 ANNI DE LA BUONA NOVELLA di abbandono alla rio. legge dell’amore: Non male, per una non alla volontà divina, come il ladrone “novellina morale” sganciata dalla realtà, dei Vangeli canonici, ma al contagio del vero? messaggio dell’uomo di Nazareth: Ma adesso che viene la sera ed il buio mi toglie il dolore dagli occhi e scivola il sole al di là delle dune a violentare altre notti: io, nel vedere quest’uomo che muore, madre, io provo dolore. Nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l’amore.

Fonti: Paolo Ghezzi, Il Vangelo secondo De André B. Salvarani, O. Semellini, De André. La buona novella. La vera storia di un capolavoro Andrea Felici, Fabrizio De André: La buona novella e la rivoluzione di Gesù Cristo Marco Matta, Fabrizio De André: La buona novella Giuseppe Provenzano, La buona novella compie 50 anni

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Bordone e falso bordone Gianni Milanese Il bordone è quella parte di uno strumento musicale che pro- compositori della scuola di Borgogna. Guillaume Dufay fu il duce note sostenute, generalmente senza una particolare at- più grande compositore a usare questa tecnica di composiziotenzione dell’esecutore. ne e probabilmente anche il suo inventore. Il tanpura, il sitar e il sargam indiani sono strumenti (a corda Il primo esempio di falso bordone può considerarsi quello del pizzicata i primi, ad arco l’ultimo) capaci di eseguire bordoni. manoscritto di Bologna I-BC Q15 (Bologna, Museo internaLe cornamuse, le launeddas e le ghironde sono anch’esse zionale e biblioteca della musica), compilato intorno al 1440, strumenti atti a eseguire bordoni, producendo suoni bassi di che contiene diversi esempi, compreso uno di Dufay datato ataccompagnamento, che donano allo strumento il loro suono torno al 1430. Poiché molte composizioni dei primi anni del XV così caratteristico. La quinta corda del banjo è anch’essa atta secolo sono anonime, e la datazione è spesso problematica, a produrre bordoni. In alcuni strumenti, come l’arciliuto o la lira non è possibile attribuire a qualche compositore l’introduzione da gamba, è rappresentato dalle corde di accompagnamento della tecnica del falso bordone. Il contributo di Dufay all’uso che suonano a vuoto poste fuori dalla tastiera di questo termine è riferibile alla sua Missa Sancti Jacobi. È In musica, il bordone è un effetto armonico o monofonico di possibile che il suo uso del termine bordone fosse inteso come accompagnamento, in cui una nota o un accordo sono suonati un gioco di parole che lo stesso Dufay o il copista segnarono in in modo continuo per buona parte o per l’intera composizione, miniatura sotto la musica. sostenuti o ripetuti, e spesso determinano la tonalità della com- I primi esempi databili di falso bordone sono riscontrabili in un posizione stessa. L’uso sistematico del bordone ha origine nel- mottetto2 di Dufay, Supremum est mortalibus, che fu scritto la musica antica per il trattato di dell’Asia Sudocriconciliazione fra cidentale, per poi Papa Eugenio IV diffondersi nell’Ine Sigismondo di dia dell’Est, nel Lussemburgo, Nord e nell’Ovest dopo che lo stesdell’Europa e nel so fu incoronato Sud dell’Africa. come imperatore I compositori eudel Sacro Romaropei di musica no Impero il 31 maggio del 1433. classica hanno usato occasionalIn questo mottetto, quando il tenor mente il bordone Esempio di falso bordone - Inizio dell’inno mariano Ave Maris Stella di Guillaume Dufay, (la voce più basper evocare attrascritto in notazione musicale moderna sa) tace, le voci mosfere arcaisuperiori procedono in falso bordone (a tre, con sdoppiamento che, rustiche o musiche medioevali: • Haydn, Sinfonia n. 104 “London”, apertura del finale ac- della voce acuta). Nonostante il suo primo uso sembra sia avvenuto in Italia, il compagnante una melodia popolare; • Beethoven, Sinfonia n. 6 “Pastorale”, apertura e sezione falso bordone divenne una caratteristica peculiare della scuola del trio nello scherzo; di Borgogna che fiorì nei Paesi Bassi intorno alla metà del XV • Berlioz, Aroldo in Italia, accompagnamento dell’oboe a imi- secolo. Compositori come Gilles Binchois, Antoine Busnois tazione dei pifferi montanari; e Johannes Brassart usarono frequentemente tale tecnica, • Bartók, nel suo adattamento per piano di musiche popolari adattandola al loro stile personale. Uno sviluppo relazionale, ma comunque separato, si realizzò ungheresi. Il bordone più noto nel repertorio classico è il preludio de L’oro in Inghilterra nel XV secolo e venne detto faburden. Esso era del Reno di Richard Wagner: gli strumenti bassi sostengono superficialmente simile ed era un metodo schematico di armoun Mi bemolle lungo tutto il movimento. Bordoni successivi si nizzazione di un canto esistente; nel caso del faburden il canto trovano nell’album The Velvet Underground & Nico realizza- era nella voce centrale. to nel 1967 dagli artisti omonimi e prodotto da Andy Warhol, Fonti: in Was?? di Folke Rabe (1968), Down at Piraeus di Robert https://it.wikipedia.org/wiki/Bordone_(musica) Erickson (1970), Hard Music di Loren Rush (1970). La musi- https://it.wikipedia.org/wiki/Falso_bordone ca del compositore italiano Giacinto Scelsi1 è essenzialmente https://www.sapere.it/enciclopedia/bord%C3%B3ne%C2%B2.html basata su bordoni. Brevi bordoni sono usati anche da diversi 1 Giacinto Francesco Maria Scelsi (Pitelli, 8 gennaio 1905 – altri compositori. Il bordone differisce dal pedale per la sua durata: mentre il pe- Roma, 8 agosto 1988) è stato un compositore italiano. È noto dale ha una durata limitata, il bordone può durare anche per per i suoi lavori di musica microtonale. 2 Mottetto: forma di composizione musicale a due o tre voci, tutta la durata del pezzo. Il falso bordone è una tecnica di armonizzazione usata nel ideata dai discantisti e dai trovatori dell’Ars antiqua del XII setardo Medioevo e nel primo Rinascimento particolarmente dai colo e variamente evolutasi. - 34 -


LA FILARMONICA Presidenti onorari Maria Teresa Abriani

Pietro Galbiati

Consiglio Direttivo Alessandro Bagnaschi - Presidente

NOTIZIE IN BREVE CONGRATULAZIONI!

Felicitazioni da tutti i musicanti e dallo staff della Filarmonica al nostro trombettista Mario Brezigia per il matrimonio del figlio Michele con Giulia!

FESTA DEL 4 NOVEMBRE

Paolo Bassi e Giuseppe Comincini - Vice Presidenti Ornella Zattin - Segretaria Mauro Bianchi - Economo e Vice Maestro Ivan Silvio Bassini

Non potendo presenziare con l’intero organico per le note limitazioni, il Vice Maestro Mauro Bianchi ha rappresentato La Filarmonica in occasione delle celebrazioni per la Giornata dell’Unità nazionale e la Festa delle Forze armate.

Luigi Belloni Giorgio Borghi Francesco Broglio Andrea Capelli

BENVENUTO GIACOMO!

Annamaria Cittadinetti

Auguri al Presidente Alessandro Bagnaschi e alla nostra clarinettista Eleonora, nonno e zia del piccolo Giacomo Uboldi! Congratulazioni a mamma Chiara e papà Paolo!

Alessandro Miragoli Lidio Mor Francesco Ragona

LUTTI

Emanuele Rainoldi

Responsabili Scuola di Musica “Corrado Abriani” Annamaria Cittadinetti Ornella Del Pero Pina Paladino Marnati

Indirizzo e contatti: Abbiategrasso - Via V. Alfieri, 1 Tel. 02 24167614 filarmonica@alice.it - www.bandafilarmonica.org filarmonicaabbiategrasso

La Filarmonica ricorda con affetto il musicante e amico Felice Locatelli ed esprime sentite condoglianze alla famiglia (articolo alla pagina precedente). Le nostre condoglianze per la scomparsa di Elena Annovazzi, adorata mamma dei musicanti Elisa ed Emanuele Parma e nonna di Giorgio Ramezzana. I musicanti, i dirigenti e gli amici della Filarmonica si uniscono affettuosamente al cordoglio per la scomparsa di Luigia Zocchi, moglie di Ettore Borghi e mamma di Giorgio e Stefano. La Filarmonica desidera ricordare con gratitudine e affetto i benefattori, amici e sostenitori della banda Anna e Giosué Citelli, Bruno Cassani e Giacomo Manzoni, che ci hanno lasciato in questi mesi. Ci uniamo al dolore dei famigliari per la loro perdita.

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Natale in musica Classica o popolare... è sempre musica! Il mestiere del compositore: ieri e oggi Antichi strumenti musicali: la loure La danza della loure Bordone e falso bordone

RICORRENZE E ANNIVERSARI 22 24 28 30

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La Filarmonica è... Nr 66 - Novembre 2020 - Concerto d'Autunno by Complesso Bandistico "La Filarmonica" - Issuu