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La Filarmonica è... Nr 64 - Novembre 2019 - Est|Ovest

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Novembre 2019

N° 64

LA FILARMONICA È... Informatore musicale del COMPLESSO BANDISTICO

LaFilarmonica Abbiategrasso|1846 LA FILARMONICA

Bentornati al Concerto di Novembre de La Filarmonica! Se l’anno scorso ci siamo confrontati con un programma dedicato all’immagine sonora dello spazio profondo, questa volta ci dedicheremo a un problema decisamente più terrestre. Nello spazio il concetto di punto cardinale è un vezzo, i riferimenti sono altri, ed è affascinante pensare che quelle che per noi sono misere certezze (banalmente il concetto di su e giù, di destra e sinistra) siano del tutto ininfluenti. Per non dire privi di significato e di oggettività. Sono passati solo trent’anni (giorno più, giorno meno) da quel 9 novembre 1989 in cui il muro di Berlino ha, almeno apparentemente, cessato di svolgere la sua funzione. Un muro, in fin dei conti, serve a questo: a creare un di là, a separare in modo visibile, pratico e simbolico al tempo stesso due parti di una superficie, con tutta la vita che ci sta sopra. Non che senza muro non ci sarebbero un est e un ovest, ma sicuramente un elemento separatore fatto di mattoni e filo spinato, di checkpoint e guardie armate serve egregiamente a rendere tangibile, dolorosamente tangibile, una divisione che la natura non aveva concepito. Questione di punti di vista, di osservazione, uno di qua, uno di là. Il programma di questo concerto è un dialogo ricercato tra compositori di gran livello che hanno, ciascuno col proprio linguaggio, incarnato (o forse contribuito a creare?) l’immagine sonora che ci siamo fatti di quei due universi umani di cui il muro di Berlino (e la Storia) hanno ratificato la divisione. Distano anni luce il mondo trafficato del linguaggio di Bernstein e la sottile ironia che percorre il linguaggio di Prokof’ev, sembrano non avere niente in comune il meraviglioso Concerto n.2 per pianoforte di Šostakóvič e il linguaggio quasi cinematografico di Copland. Per non parlare del conflitto culturale che incarna la American Suite di Dvorak: musica di un compositore boemo (est) che scrive in America (ovest) musica boema (est) a suo dire ispirata al mondo americano (ovest), riletta con la cultura di un boemo (est) impegnato a dirigere il conservatorio di New York (ovest)! In omaggio a una ricorrenza così attuale abbiamo pensato a un programma in grado di dare sostanza musicale a un’immagine tutta novecentesca di Est e di Ovest come mondi comunicanti, eppure (sempre apparentemente) a tenuta stagna. Come se quell’intercapedine di qualche metro fosse la cicatrice tangibile, ancora oggi, di due zolle tettoniche e culturali cresciute separate, senza mai (o mai più) potersi rendere conto di quanto fossero intimamente vicine. Dario Garegnani, Direttore de La Filarmonica

CONCERTO DI NOVEMBRE Abbiategrasso - Teatro Fiera - Via Ticino, 72 Sabato 16 novembre 2019 - ore 21

Ov Est Berlino 1989-2019 11-11-1989 - Il grande violoncellista Mstislav Leopol'dovič Rostropovič suona davanti al Muro di Berlino che crolla


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Il gusto di fare musica insieme Editoriale - Alessandro Bagnaschi Eccoci giunti al consueto appuntamento col Concerto di Novembre, occasione nella quale ricorderemo anche la figura del Maestro Corrado Abriani, nell’anniversario della morte, che tanto ha saputo rappresentare nella crescita del nostro gruppo bandistico. Anche quest’anno il Maestro Dario Garegnani e i nostri musicisti proporranno un programma che mi auguro sappia appassionare il pubblico presente e contribuisca a rinsaldare ulteriormente il legame tra la città di Abbiategrasso e la nostra Associazione, presente e attiva in città da oltre centosettanta anni. Nel corso di quest’anno abbiamo continuato nel percorso da tempo intrapreso con l’obiettivo di diventare sempre più un punto di riferimento a livello cittadino per tutti coloro che vogliono ritrovarsi per conoscere, approfondire e, perché no, anche divertirsi, partendo dal piacere di eseguire musica insieme. A fianco della formazione maggiore, continua la crescita della Junior Band, che sotto la guida del Maestro Luca Ragona si sta guadagnando sempre maggiori spazi, diventando il naturale canale di sbocco anche per gli allievi della scuola musicale Corrado Abriani, indipendentemente dallo strumento suonato. Le esibizioni recenti, a partire dalla serata al Teatro Dal Verme di Milano, hanno evidenziato i consistenti e costanti progressi sia a livello individuale che a livello di gruppo. Anche la nostra scuola è stata interessata da alcuni interventi di carattere organizzativo con l’obiettivo di privilegiare, all’interno del percorso formativo dei singoli allievi, la ricerca del gusto di suonare insieme.

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Continua anche l’attività della formazione della Big Band, che è diventata ormai una realtà conosciuta e apprezzata anche al di fuori dei confini cittadini. La costante di tutte queste attività, insieme alla passione per la musica, è sicuramente rappresentata dal piacere di suonare insieme, ricercando sempre lo sviluppo delle capacità personali e di gruppo. Ci piacerebbe riuscire a trasmettere l’immagine di un gruppo aperto al contributo di tutti e, in questo senso, ci farebbe piacere diventare punto di incontro per tutti coloro che amano la musica e sanno apprezzare il linguaggio musicale che, come noto, abbatte le barriere sia di carattere sociale che culturale. Alessandro Bagnaschi Presidente del Complesso Bandistico “La Filarmonica” di Abbiategrasso

LA FILARMONICA è un’Associazione di Promozione Sociale

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Concerto di Novembre 2019 Il programma Con il patrocinio della Città di Abbiategrasso

Ov Est

Concerto sinfonico per i 30 anni dalla caduta del Muro di Berlino Simphonic Overture Charles Carter

Athletic Festival March

Marcia per una Spartachiade op. 69 n. 1 Sergej Sergeevič Prokof’ev - Arr. Jan W. Singerling

American Suite in la maggiore Op. 98a Antonín Dvořák - Arr. Johan de Meij

A Musical Toast

Leonard Bernstein - Trascr. Clare Grundman

Concerto per pianoforte e orchestra n.2 Dmitrij Šostakovič - Trascr. Marco Pontini Piano solista: Paolo Wolfango Cremonte

An Outdoor Overture Aaron Copland

In chiusura, saranno eseguiti

Inno alla gioia - Inno ufficiale dell'Unione Europea Ludwig van Beethoven - Trascr. Michele Mangani

Inno di Mameli - Inno nazionale italiano Michele Novaro

La Filarmonica ringrazia quanti hanno collaborato alla realizzazione del Concerto di Novembre 2019

LA FILARMONICA È... Informatore musicale del Complesso Bandistico La Filarmonica REDAZIONE

Chiara Magistrelli, Paola Magnaghi, Paolo Bassi, Andrea Capelli, Giuseppe Comincini, Edoardo Grittini, Damiano Lazzarin, Gianni Milanese, Gianni Rainoldi

HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO Alessandro Bagnaschi, Dario Garegnani

CONTATTI REDAZIONE E PUBBLICITÀ

Per suggerimenti, contributi o per pubblicare la vostra inserzione pubblicitaria a sostegno de La Filarmonica, scrivete a:

filarmonica.informatore@gmail.com

Direttore: Dario Garegnani

NUOVA SEDE - VIGEVANO (PV) CORSO MILANO, 168 TEL: 0381 988981 www.stavauto.it -3-


Concerto di Novembre 2019 - Guida all’ascolto A cura di Paola Magnaghi (con interventi “rubati” di Dario Garegnani) Symphonic Overture Charles Carter

OVEST

La Filarmonica esegue questo brano in affettuoso ricordo del Maestro Corrado Abriani, scomparso 25 anni fa, che lo diresse nel novembre 1992 in occasione del suo ultimo Concerto di Novembre (articolo a pag. 7). Nato nel 1926, Charles Carter ha composto e riarrangiato musica per banda per più di quarantacinque anni; molti e di alta levatura sono i suoi contributi alla letteratura musicale e per compagini di fiati. OriConcerto di Novembre 1990 ginario dell’Oklahoma, condusse i suoi studi in Ohio, dove cominciò a riarrangiare per la Ohio Marching Band. In quel periodo gli venne chiesto di comporre e nel 1952 nacquero i suoi primi lavori. La Symphonic Overture, del 1963, è un pezzo strumentato in modo da poter essere eseguito, con uguale risultato, da organici più o meno numerosi; composto secondo il consueto schema tripartito (A-B-A), presenta una sezione di apertura dal carattere e dalla ritmica particolarmente incisivi. Il secondo tema, lento ed espressivo, riprende l’idea di apertura introdotta dal flauto. La terza sezione, che riprende più strettamente quella di apertura, è trattata come una fuga, caratterizzata da una tessitura contrappuntistica, mentre la coda riutilizza il materiale del primo tema.

Athletic Festival March

EST

Marcia per una Spartachiade op. 69 n. 1 Sergej Sergeevič Prokof’ev - Arr. Jan W. Singerling

Le Spartachiadi dei Popoli dell’Unione Sovietica rappresentarono, dal 1928 al 1956 (prima come evento internazionale, poi come competizione limitata all’URSS), la risposta del blocco dell’Est alle classiche Olimpiadi, che tuttora ogni quattro anni vedono confrontarsi gli atleti di tutto il mondo. Dedicate, quantomeno nel nome, a Spartaco, l’eroe venuto dalla Tracia per liberare gli schiavi diventato anche nel mondo comunista un simbolo del proletariato vittorioso, si svolsero per la prima volta a Mosca nel 1928, e videro la partecipazione di settemila atleti, di cui solo seicento provenienti da paesi esteri. Quando poi, nel 1952, l’URSS scelse di partecipare alle Olimpiadi di Helsinki

La partita Uruguay-Finlandia alle Spartachiadi di Mosca 1928

(per distendere le tensioni della guerra fredda), divennero un evento esclusivamente interno. Alle Spartachiadi Sergej Prokof’ev, rientrato in Unione Sovietica negli anni Trenta, dedicò una delle quattro marce composte tra il 1935 e il 1937, tutte composte per un organico di banda militare (oltre alla già citata Marcia per una Spartachiade, Canzone di marcia, Marcia per la gara dei Muzgiz, Attraverso un piccolo ponte). L’operazione era volta anche a riconquistare il favore degli esigentissimi ministri culturali dell’URSS, con musiche di un nazionalismo enfatico e di facile presa sul pubblico. La Marcia per la Spartachiade è probabilmente il brano più conosciuto dei quattro: leggero e dal tema principale accattivante, la sua energia lascia trasparire la natura sportiva dei giochi, grazie anche al colore strumentale energico.

American Suite in la maggiore Op. 98a Antonín Dvořák - Arr. Johan de Meij

EST OVEST

Nel 1893 la Sinfonia n.9 Dal nuovo mondo, eseguita a New York alla Carnegie Hall, ottiene un grande successo facendo l’occhiolino, pur senza citare espressamente o variare melodie autoctone (d’altra parte Dvořák non era un etnomusicologo), da una parte a motivi tratti dalla tradizione dei nativi americani, dall’altra a temi provenienti dalla boema terra madre (articolo a pag. 18). Nel marzo 1894 Antonin Dvořák si dedica a un nuovo lavoro che esprime sì il legame indissolubile con la patria, ma al tempo stesso omaggia il paese che lo ha accolto tributandogli il successo, attingendo a melodie americane. La Suite americana nasce come brano per pianoforte solo, e questa è la versione con cui il pubblico la conosce nell’immediato; Dvořák ne trae però un’ampia versione per orchestra che viene eseguita in pubblico per la prima volta, postuma, solo nel 1910. Formata da cinque movimenti, che secondo le regole del contrasto ritmico ed espressivo alternano momenti animati ad altri più meditativi (banalmente: tempi veloci e tempi lenti), come molti lavori ricava unitarietà nella composizione dalla ripresa, nel movimento finale, del tema principale del movimento introduttivo. Il primo movimento, Andante con moto, ha un’atmosfera festosa; una decisa sincope alla terza battuta fa risaltare il carattere yankee del lavoro. Questo tema potrebbe derivare da una melodia popolare americana o più semplicemente dalla musica degli emigranti cechi ascoltata spesso da Dvořák durante il suo soggiorno negli Stati Uniti. Il secondo movimento, Allegro, è uno scherzo in io di o esemp ia im t forma-sonata caratterizzat o n èu ograf Dvorák tra storia, ge utto to da terzine molto mobili. ione uono è t ca ibridaz Il terzo movimento, MoIl suo s . ia terse f a r rafia in ttore e biog g derato (alla Polacca), è io b a su dire a Est, la o americano ( scritto come un rondò; il York). d n o il m di New io r o tema principale ricorda la t a v er sercizio del cons n Suite è un e a da sousedská, danza boema ic America icato all'Amer t... in tempo di tre quarti. d e ves d di stile he scrive ad O Il quarto movimento, Anst! c uomo ica dell'E s n u u m dante, è un tipico esem. Dario G pio del lirismo di Dvořák; è basato su una singola idea

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melodica che, man mano che si sviluppa, è sottoposta a continue variazioni. Il quinto movimento, Allegro, presenta un tema energico e affermativo che ricorda il movimento finale della Sinfonia n.9 Dal nuovo mondo; nella sezione centrale l’oboe e il flauto suonano all’unisono. La conclusione finale è affidata alla ripresa del tema del primo movimento. La Filarmonica esegue il primo, il terzo e il quinto movimento, nella versione con arrangiamento dell'olandese Johan de Meij.

A Musical Toast

Leonard Bernstein - Trascr. Clare Grundman André Kostelanetz, nato in Russia da dove partì nel 1922 per sfuggire al regime bolscevico-comunista, approdò negli USA ove fu un apprezzato artista attivo sia come arrangiatore e direttore, sia come esecutore. Per anni diresse la New York Philharmonic, ma è noto anche e soprattutto per essere un pioniere della musica easy listening, trasponendo in versioni strumentali canzoni di successo (lunghissima fu la collaborazione con la Columbia Records).

OVEST

Commissionò anche numerosi lavori, tra i quali A Lincoln Portrait di Aaron Copland. Il suo ultimo concerto fu a San Francisco alla fine del 1979; trasferitosi ad Haiti, vi morì all’inizio dell’anno successivo. Nel rispetto delle sue ultime volontà, Leonard Bernstein (articolo a pag. 14) compose questo musical toast in uno stile, anziché elegiaco e commemorativo, giocoso e brillante. Sfruttando il tempo di sette ottavi, brevemente intervallato da battute di sei ottavi, tutti gli strumenti sono coinvolti in questo breve “brindisi” musicale che vede anche verso la fine la declamazione del nome del Maestro Kostelanetz.

arte prima p uti a ll e d in ura A chius d'artificio, 3 m re. o p c o m u ese la a un f n uomo u i d i r resent esempla tein, che rapp vest, dell'O Berns stetica irigere il e l' o n ie d in p mato a thoven fu chia ee B i d la IX n o c hestre o t alle orc bito d concer e m ie t su a ins eseguit lino est e oves zione. r e B if di riun ica dopo la . Dario G

Concerto per pianoforte e orchestra n.2 EST

Dmitrij Šostakovič - Trascr. Marco Pontini Piano solista: Paolo Wolfango Cremonte

infatti nel 1953), sotto la quale Dmítrij Dmítrievič Šostakóvič aveva trascorso tutta la vita, subendone, nel proprio percorso artistico, la censura (un esempio clamoroso è l’ostracismo di cui fu vittima Lady Macbeth del distretto di Mcensk, attaccata per essere piena di “formalismo piccolo borghese” – Articoli a pagg. 16 e 17). Il secondo concerto per pianoforte segue nella forma le regole classiche: è suddiviso in tre movimenti in cui tra il solista e l'orchestra viene favorito un dialogo tematico interessato da variazioni. Nell’incipit, un Allegro, la melodia è leggera e luminosa e il tema ironicamente marziale (alla fine del secolo scorso la Disney scelse questo concerto per accompagnare, nel film Fantasia 2000, la favola del soldatino di stagno, della quale però modificò il finale, dal momento che quello originale mai sarebbe stato idoneo a essere accompagnato da questa pagina di musica). Nell’Andante seguente (secondo movimento), la versione originale prevede un’orchestrazione ridottissima, con gli archi, il pianoforte ed il corno che eseguono una melodia nostalgica. Il terzo movimento, ancora un Allegro, riprende le atmosfere iniziali, con un tema saltellante che si intreccia con scale e arpeggi che sono citazioni di un noto metodo per pianoforte, inseriti in modo che (come il compositore stesso ammise) il giovane Maxim vi si applicasse. La tensione ritmica è poi accresciuta dalla presenza del ritmo in sette ottavi, mentre il finale prevede l’orchestra schierata in un climax ascendente e trascinante.

An Outdoor Overture Aaron Copland

OVEST

Nel 1938 Alexander Richter, direttore della High School of Music and Art di New York, lanciò una campagna per promuovere la scrittura di “musica americana per la gioventù americana”. Il compositore newyorkese Aaron Copland, che stava attraversando un cambiamento stilistico (che ritroviamo in lavori come Appalachian Spring e la Sinfonia n.3 del 1946), trovò questo invito irresistibile, e il suo lavoro venne eseguito per la prima volta nel dicembre 1938. A dispetto del titolo, la prima esecuzione avvenne al chiuso: “outdoor” non si riferisce infatti al significato letterale di “all’aperto”, ma semplicemente allo stile di scrittura, che implica la presenza di sonorità completamente in antitesi tra loro. Lo stesso Copland, anni più tardi, ne curò la trascrizione per banda.

Composto nel 1957 come “dono” erata. e della s tica t per il diciannovesimo compleanno r o f o Il pezz ntrato di este e del figlio Maxim, e dallo stesso raconce tente Un vero , godibile diver trale gazzo poi eseguito per l’esame di o cen “Est” diploma al conservatorio, il Conoviment so. con un m vero strepito certo per pianoforte n.2 è quanto v a d ile cantab di più distante si possa immaginaguire e sfida se lista a re da altri celebri lavori del maer e v Una timo so ... stro (giusto per fare un esempio la re un ot sostene rdere la busso noto a tutti, dal regolare e discreto e p a senz . Dario G Valzer n.2). In esso le note “zampillano” fin dall’inizio in una sequenza felice ed energica che lascia trasparire, al di là della naturale e giusta vena celebrativa per il compleanno del figlio, anche la gioia per la fine dell’era staliniana (Stalin era morto -5-

L’overture ha un inizio ampio e grandioso; il tema coinvolge subito la tromba in un assolo accompagnato da un pizzicato. Il primo tema, allegro con note ripetute, sfocia nel secondo, più marziale. Dopo un’improvvisa pausa il terzo tema, più lirico, viene esposto prima dal flauto e poi dal clarinetto. Dopo un “tentativo” di tornare all’allegro di apertura, erompe invece il quarto e ultimo tema, ancora di marcia, ma meno articolato. Si torna quindi all’introduzione, con la melodia eseguita dalla tromba, e dopo un breve passaggio si arriva al finale, in cui dapprima i temi vengono combinati assieme, mentre la breve coda rievoca l’atmosfera iniziale.


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(piccolo o soprano)

Flicorno

Flauto traverso

(tenore o baritono)

(batteria, rullante, piatti, grancassa)

(soprano, contralto, tenore o baritono)

Saxofono

Tromba

Trombone a coulisse

Basso elettrico

Canto solistico

Chitarra

Fisarmonica

Percussioni

Corno

Percussioni

(non bandistiche)

Pianoforte

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Ukulele

(classica o elettrica)

Violino


Ricordo del Maestro Corrado Abriani Giuseppe Comincini Ci sono persone che durante il cammino della propria vita lasciano, col trascorrere degli anni, un ricordo indimenticabile. Anzi, più il tempo passa, più questi ricordi affiorano nella mente di chi ha avuto la fortuna di conoscerle e di frequentarle. Sono trascorsi venticinque anni dalla scomparsa di Corrado Abriani, direttore de La Filarmonica: la sua presenza nella nostra banda è stata significativa, avendola diretta per quattordici anni e avendola portata musicalmente ai più alti traguardi. Ancora oggi Abriani viene spesso ricordato nell’àmbito della nostra associazione: a lui è stata dedicata la nostra Scuola Allievi e, di tanto in tanto, i più “anziani” ricordano avvenimenti e aneddoti legati alla sua permanenza in banda. Orchestrale del Teatro alla Scala prima, responsabile dell’archivio musicale dello stesso teatro poi, Abriani ha infuso tutta la sua esperienza al servizio della Filarmonica. In questi venticinque anni la signora Maria Teresa, moglie del maestro Abriani, ha sempre dimostrato il suo affetto nei confronti della nostra banda, partecipando in modo attivo alle iniziative e seguendo con molto interesse i nostri concerti. Mi piace concludere citando una frase del maestro Abriani apparsa sull’Informatore della nostra banda “La Filarmonica è…” del mese di giugno 1991: “Prima, fra tutte le cose, è quella di conservare un atteggiamento mentale di umiltà, non di remissività, di grande volontà di crescere e di prefigurarsi traguardi sempre più ambiziosi”.

Prima, fra tutte le cose, è quella di conservare un atteggiamento mentale di umiltà, non di remissività, di grande volontà di crescere e di prefigurarsi traguardi sempre più ambiziosi

1992 - L'ultimo Concerto di Novembre del M° Corrado Abriani, che celebra il suo 70° concerto con La Filarmonica

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Le canzoni che raccontano il Muro di Berlino Gianni Milanese Per ventotto anni il Muro di Berlino divise in due non solo una città, ma l’intero ordine geopolitico mondiale. Il 9 novembre 1989 il governo della Germania Est diede il via libera alle visite verso Berlino Ovest e vennero aperti i posti di blocco; migliaia di persone riuscirono ad abbracciarsi dopo quasi trent’anni. Il musicista russo Mstislav Leopol'dovič Rostropovič, uno dei più grandi violoncellisti dei nostri tempi, improvvisò un concerto il 10 Novembre del 1989 seduto davanti al Muro di Berlino (foto di copertina). Eseguì alcune suite di Johann Sebastian Bach, tutte in tonalità maggiori, perchè dopo ventotto anni finalmente era giunto il momento di gioia per i tedeschi. La musica di Bach rappresentò la musica assoluta, una musica che abbatte qualunque barriera e unisce i popoli. Nei giorni a seguire i picconi portarono via il simbolo dei sistemi totalitari orientali, ma il loro rumore già dalle prime ore fu coperto dalla musica. Vi sono alcune canzoni che hanno accompagnato quei momenti; altre canzoni, invece, ricordano la Germania di quel difficile periodo storico attraverso le musiche e i testi.

David Bowie, “Heroes” – 1977

Composta da David Bowie insieme a Brian Eno proprio quando viveva nell'odierna capitale tedesca, la canzone “Heroes” racconta la storia d’amore di due amanti divisi dal Muro di Berlino. I can remember Standing, by the Wall And the guns shot above our heads And we kissed, as though nothing could fall And the shame was on the other side Oh, we can beat them, forever and ever Then we could be heroes, just for one day

Lucio Dalla, Futura – 1980

Tratto da un’intervista a Lucio Dalla: «Il testo di Futura nacque come una sceneggiatura, poi divenuta canzone. La scrissi una volta che andai a Berlino. Non avevo mai visto il Muro e mi feci portare da un taxi al Checkpoint Charlie, punto di passaggio tra Berlino Est e Berlino Ovest. Chiesi al tassista di aspettare qualche minuto. Mi sedetti su una panchina e mi accesi una sigaretta. Poco dopo si fermò un altro taxi. Ne discese Phil Collins che si sedette nella panchina accanto alla mia e anche lui si mise a fumare una sigaretta. In quei giorni a Berlino c’era un concerto dei Genesis, che erano un mio mito. Tanto che mi venne la tentazione di avvicinarmi a Collins per conoscerlo, per dirgli che anch’io ero un musicista. Ma non volli spezzare la magia di quel momento. Rimanemmo mezz’ora in silenzio, ognuno per gli affari suoi. In quella mezz’ora scrissi il testo di Futura, la storia di questi due amanti, uno di Berlino Est, l’altro di Berlino Ovest, che progettano di fare una figlia che si chiamerà Futura.» I russi, i russi, gli americani No lacrime Non fermarti fino a domani Sarà stato forse un tuono Non mi meraviglio È una notte di fuoco Dove sono le tue mani Nascerà e non avrà paura nostro figlio

Garbo, A Berlino… Va bene – 1981

Io posso ricordare In piedi accanto al Muro E i fucili spararono sopra le nostre teste E ci baciammo, come se niente potesse accadere E la vergogna era dall'altra parte Oh, possiamo batterli, ancora e per sempre Allora potremmo essere eroi, anche solo per un giorno

Pink Floyd, Another Brick in the Wall – 1979

Il brano del cantautore milanese, che apre l'omonimo album, descrive una città d’inverno con il freddo che sembra spaventare tutti, tranne il Muro. Una birra, fumo, musica E dopo tu Soltanto questo muro Non ha freddo qui, qui. A Berlino che giorno è?

Neil Young, After Berlin – 1982

Neil Young cantò per la prima volta questa canzone in uno storico concerto tenuto proprio a Berlino. Won't you help me take my way on home Help me make my way on home After Berlin Mi aiuterai a tornare a casa? Aiutami a tornare a casa Dopo Berlino

Scritta da Roger Waters, la canzone in realtà è una metafora di tutte le guerre, storiche, psicologiche ed esistenziali, per arrivare fino al Muro di Berlino. La canzone è contenuta nell’album The Wall, che meglio riassume la musicalità dei Pink Floyd. È suddivisa in tre parti musicalmente simili; ognuna di queste però assume toni più forti e rabbiosi di quella che la precede, dalla tristezza della prima parte, al messaggio di protesta della seconda, fino alla rabbia e alla disperazione della terza. -8-


Milva, Alexander Platz – 1982

Alexander Platz è un frammento di vita quotidiana vissuta nella Berlino prima dell’unificazione: la solitudine e il gelo del mese di febbraio si percepiscono attraverso le strofe, sussurrate da Milva con studiata emozione. Il ritmo cadenzato e ossessivo ci fa quasi vedere i passi della donna che percorre nella neve gli sconfinati viali di Berlino, o che “aspetta all’angolo come Marlene”. La voce esplode poi nel refrain e dissolve la tensione nel finale del brano, terminando a bruciapelo con un’inaspettata domanda sull’assolo di piano: “Ti piace Schubert?”. Qualche anno dopo, Franco Battiato, autore della canzone assieme a Milva, ne fece una sua personale interpretazione contenuta nell’album Giubbe rosse.

Pooh, Lettera da Berlino Est – 1983

Il brano della storica band italiana, firmato dal batterista Stefano D'Orazio, è la lettera di un giovane che vive nella parte orientale del Muro ma sogna i divertimenti, la musica e le novità disponibili solo per i ragazzi di Berlino Ovest. Sabato notte speciale a Berlino Est Se vai di sopra ad un tetto a guardare in là si accende una città fatta apposta per noi che restiamo di qua

Little Steven, Checkpoint Charlie – 1984

Steven Van Zandt, in arte Little Steven, fu uno dei primi collaboratori e musicisti di Bruce Springsteen. Checkpoint Charlie, titolo della canzone, era il nome di un importante punto di frontiera tra Berlino Est e Berlino Ovest, presidiato da soldati statunitensi e sovietici, aperto al passaggio di militari, diplomatici e visitatori stranieri.

Scorpions, Wind of Change – 1990

Nel 1990 Wind of Change, il vento del cambiamento, scritta da Klaus Maine, cantante degli Scorpions, divenne la canzone simbolo della caduta del Muro e della riunificazione germanica. Wind of change vinse il World Music Award come miglior canzone scritta da un gruppo tedesco, dominando le hit parade di ben undici nazioni.

Pink Floyd, A Great Day for Freedom – 1994

Dall’album Division Bell del 1994, Una grande giornata per la libertà è la canzone che i Pink Floyd dedicarono alla caduta del Muro di Berlino.

Yann Tiersen, Summer 78 – 2002

Yann Tiersen compose la splendida e struggente colonna sonora del film Good Bye Lenin!, diretto da Wolfgang Becker. Il film racconta le vicende di un giovane della Germania dell’Est che cerca di nascondere alla madre malata, fan del comunismo, la caduta del Muro di Berlino.

Arcade Fire, Surf City Eastern Block – 2007

Surf City Eastern Block degli Arcade Fire è un B-side del singolo No Cars Go tratto dal secondo album Neon Bible. Racconta la vicenda di un giovane in fuga da Berlino Est che sta per varcare il posto di blocco che lo separa da Berlino Ovest e dalla libertà: la paura di essere scoperto e arrestato si contrappone alla spensieratezza di un giovane che già si immagina il sole e una tavola da surf. Fonti: radioliberatutti.it/blog/cultura/item/252-le-7-canzoni-che-raccontano-il-muro-di-berlino musikelios.altervista.org/musiche-muro-di-berlino

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Perché un muro?

Chiara Magistrelli

Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale alla riunificazione della Germania L’Europa che, nel maggio del 1945, si svegliò dalle macerie del secondo conflitto mondiale era molto diversa dall’insieme di Stati che, nel 1939, ne era rimasto coinvolto. La Germania era divisa in due zone d’occupazione, una controllata dai sovietici, l’altra tripartita e sotto il controllo degli Alleati occidentali; le sue strutture industriali e civili erano letteralmente rase al suolo e, in generale, tutti gli altri paesi, seppur alcuni di essi contassero danni relativamente lievi, erano rimasti gravemente colpiti dalle tragiche vicende della guerra civile interna.

l’Armata Rossa occupasse i territori nei quali non era ancora giunta. Ebbe così inizio la “guerra fredda” che si fondava sul paradigma geopolitico della contrapposizione fra le due massime potenze vincitrici: USA e URSS. La posta in gioco era, naturalmente, il controllo dell’Europa o, almeno, il tentativo di evitare che essa cadesse sotto l’influenza rivale. La collisione tra gli interessi sovietici e americani nel vecchio continente produsse, di fatto, la spartizione dell’Europa in due blocchi: l’Est e l’Ovest. Le quattro potenze che avevano vinto la guerra (USA, URSS, Regno Unito, Francia) istituirono in Germania un regime di occupazione fondato sulla spartizione di ciò che restava del Reich in quattro zone di influenza, e fecero lo stesso per Berlino. Nel 1949, tale spartizione venne sancita dalla nascita della Repubblica Federale di Germania (quella comunemente definita Germania Ovest), che riuniva le tre zone di occupazione occidentali, e della Repubblica Democratica Tedesca (nota come Germania Est o D.D.R.), al cui interno si trovava Berlino. La parte orientale della città venne poi eretta a capitale del nuovo stato satellite di Mosca, mentre i settori occidentali restarono sotto il controllo di USA, Gran Bretagna e Francia. Berlino Ovest era, in pratica, un piccolo avamposto occidentale in piena zona sovietica e quando le potenze occidentali tentarono di liberalizzare le economie delle rispettive zone di influenza in Germania, i sovietici risposero con il blocco di Berlino (1948-1949): tutti

Se già dal termine della Grande Guerra l’Europa faceva fatica ad atteggiarsi come protagonista della scena mondiale, era ormai evidente che dopo questo devastante conflitto aveva smesso di essere il centro del mondo e si presentava come un insieme di Stati devastati e incapaci di risollevarsi autonomamente dalla gravosa situazione. Era necessario l’intervento di un attore esterno che fungesse da pacificatore e l’occasione venne prontamente colta dagli Stati Uniti d’America, grazie ai quali la guerra era stata vinta dagli Alleati. Essi si posero alla guida di un vasto schieramento di stati europei per cercare al tempo stesso di sostenere la loro ricostruzione e di impedire che

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La spartizione della Germania del dopoguerra con le aree di influenza delle quattro potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale: spicca la situazione di Berlino (nell'ingrandimento), circondata dalla D.D.R. sotto il controllo della Unione Sovietica.


gli accessi a Berlino vennero bloccati, nel tentativo di spingere le potenze occidentali ad abbandonare la città. Gli americani reagirono utilizzando un “ponte aereo” per trasportare merci e persone, riuscendo a conquistare “cuori e menti dei tedeschi” e dimostrando a Stalin di essere pronti a tutto pur di impedire che Berlino Ovest cadesse nelle sue mani. L’epicentro della guerra fredda restava la Germania e, quando nel 1958 scoppiò l’ennesima crisi a Berlino a seguito di un ultimatum lanciato da Mosca agli occidentali perché sgomberassero le zone di occupazione della città, il mondo temette che la precaria pace europea fosse in pericolo. Moltissimi erano i cittadini tedeschi che dalla Germania Est continuavano a migrare in quella Ovest passando per Berlino: si trattava di cittadini preziosi per la comunità, spesso laureati, intellettuali, professionisti e lavoratori qualificati, stanchi di una situazione economica difficile e delle restrizioni che il regime comunista della Repubblica Democratica Tedesca imponeva alle libertà individuali. Inoltre, gli investimenti occidentali avevano tramutato Berlino in una vera e propria vetrina del capitalismo, dove gli abitanti della Germania Est, abituati ad un’esistenza sobria, potevano osservare le comodità, i lussi, e le libertà del modello capitalista occidentale. Per fermare questo esodo i sovietici presero la brutale decisione di erigere, nel 1961, il Muro di Berlino che costituiva una barriera fisica, costantemente sorvegliata, per impedire completamente l’accesso a Berlino Ovest. Simbolo della cortina di ferro per tutta la durata della guerra fredda, il Muro si sviluppava per più di 100 km e circondava completamente Berlino Ovest, tagliandola fuori dalla Germania Est. Oltrepassare il Muro era praticamente impossibile: numerose erano le guardie che sorvegliavano gli accessi e che

sparavano contro chiunque provasse a valicarlo, oltre al fatto che filo spinato, fossati, cani da guardia e mine erano utilizzati per scoraggiare qualsiasi tentativo di fuga. Era possibile passare da una parte all’altra della città soltanto se in possesso di un permesso (concesso solo in specifiche circostanze) e tramite dei posti di blocco, il più famoso dei quali era il Checkpoint Charlie. Qualcosa però era destinato a cambiare: mai nessun impero nella storia universale crollò così rapidamente e senza aver perso una guerra come l’Unione Sovietica. Negli anni Ottanta il nuovo leader del Partito Comunista Sovietico divenne Michail Gorbačëv che, tentando di rendere più libero e democratico il blocco sovietico dall’interno, rese il Muro sempre più inattuale e imbarazzante agli occhi della comunità internazionale. Gorbačëv perse il sostegno politico dei suoi colleghi e, noncurante della situazione, stringeva relazioni sempre più floride con leader del campo avversario. Tra la primavera e l’autunno del 1989 scoppiò la crisi finale del blocco dell’Est: il regime della Repubblica Democratica tedesca era in agonia e Gorbačëv non mosse un dito per aiutarlo. Questo condusse alla caduta del Muro di Berlino: il 9 novembre 1989, una massa convulsa di cittadini di Berlino Est si diresse verso i checkpoint di confine spingendo infine i poliziotti, lasciati senza ordini, ad aprire i cancelli. Ne seguì una memorabile esplosione di gioia e di fraternizzazione fra i berlinesi e gli altri tedeschi delle due sponde. Il crollo del Muro venne universalmente interpretato come un segno del fatto che la divisione in due blocchi dell’Europa stava definitivamente terminando, così come la stessa brutale separazione della Germania che, in soli 11 mesi, venne ufficialmente riunificata sotto il nome di Bundesrepublik Deutschland (Repubblica Federale di Germania).

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I concerti che fecero cadere il Muro di Berlino Gianni Rainoldi “La musica come un mezzo per trascendere le complessità e le differenze culturali tra popoli”, ci dice Francesca Dego nel suo libro (vedi articolo a pag. 26). La musica è in grado di scavalcare qualsiasi differenza: di cultura, religione e politica. Addirittura di abbattere qualsiasi barriera o muro! La storia recente ci insegna che questa non è solo una metafora, e non serve andare alle letture bibliche per richiamare le trombe di Giosuè che con il loro suono fecero crollare le mura di Gerico. Un Muro era stato voluto e costruito nella Berlino del dopoguerra, per dividere e tenere separati cittadini della stessa nazione, della stessa città. Un Muro che, prima ancora di essere fatto di mattoni e cemento, era simbolo di divisione e ottusa contrapposizione, simbolo di esasperata ostilità e incomprensione. Eretto nel 1961, nel novembre del 1989 il Muro di Berlino fu abbattuto, crollò come crollarono le insensate e anacronistiche differenze politiche che lo avevano eretto. Ma prima e più ancora dei picconi, fu la musica a minare e indebolire le basi ideologiche del Muro. Furono alcuni concerti, tenutosi da una parte e dall’altra del Muro, nella Berlino divisa in due, che dimostrarono quanto fosse assurda l’idea di tenere divisi gli abitanti di Berlino, quasi fossero stranieri gli uni per gli altri. Per chi non ha vissuto gli anni della guerra fredda risulta difficile capire o anche solo immaginare quale clima di controllo e oppressione subivano i cittadini della allora Repubblica Democratica Tedesca, dove la musica occidentale era vietata, i dischi dei Rolling Stones e dei Beatles vengono contrabbandati di nascosto ed essere capelloni e rockettari era già un segno di disobbedienza. In questo clima, anche un semplice concerto di musica rock era considerato un attentato alla sicurezza del regime. Per questi motivi il concerto che fece forse più paura alla dittatura fu… Un concerto che non c’è mai stato!

I Rolling Stones a Hyde Park nel 1969

Nell’autunno del 1969, gli uomini delle forze armate si stavano preparando ai pomposi festeggiamenti per i vent’anni della Germania Est, previsti per il 7 ottobre. Ma una voce

mandò in paranoia la dittatura: una voce che si sparse alla velocità della luce tra i ragazzi di Berlino Est. Lo stesso giorno dell’anniversario, i Rolling Stones avrebbero dovuto suonare a ridosso del Muro, nella parte Ovest, ma sul tetto dell’edificio di Axel Springer – l’editore della Bild. Le canzoni della più famosa rock band del mondo si sarebbero sentite per chilometri di là del Muro. Una voce, solo un’indiscrezione nata chissà dove, una notizia mai confermata. Tanto bastò a far tremare per un giorno il regime della Germania Est. E costò a centinaia di ragazzi oppressi dalla dittatura della DDR un pomeriggio di botte, persecuzioni, persino il carcere; qualcuno ci rimase per due lunghissimi anni e venne persino espulso dal Paese. Purtroppo, mentre l’indiscrezione si propagava anche fuori dalla capitale, e tantissimi ragazzi preparavano zaini e sacchi a pelo per andare a Berlino, la falsa notizia venne intercettata anche dai paranoici servizi segreti della Stasi, che subito preparò il contrattacco, e impartì ordini che ora farebbero sorridere ma che allora suonavano come una condanna. “Giovani dall’aspetto decadente”, recitava l’ordine, “devono essere fermati a tutti costi dall’andare a Berlino”. I primi ragazzi con i capelli lunghi o con una giacca di pelle o un parka o che indossavano semplicemente un paio di jeans vennero fermati dalla polizia. Nonostante duecentotrentotto giovani siano stati prelevati direttamente alla stazione di Berlino e rispediti a casa, molti altri riuscirono ad arrivare comunque a Leipziger Strasse, a qualche decina di metri dal grattacielo Springer. Alcuni vennero arrestati lì, ma a partire dalle due di pomeriggio a ridosso del Muro cominciarono ad accalcarsi centinaia di giovani. Sembravano inarrestabili, erano felici, avevano dribblato tutti i controlli. Erano pacifici, arrivati fin lì per sentire i Rolling Stones, ma l’ottusità e la violenza del regime li fecero pian piano inferocire. I Vopos, i poliziotti di confine, cominciarono brutalmente a manganellarli, aizzarono i cani contro di loro. La folla indietreggiava ma non mollava. I fan iniziarono a urlare “Rolling Stones”, “Dubcek, Dubcek”, il nome del riformatore cecoslovacco, un simbolo della libertà. La polizia li caricò sui camion, continuò a picchiarli, in 430 finirono agli arresti, alcuni rimasero in carcere per anni. Ma la rivolta sotto il Muro, intanto, rovinò la festa dei vent’anni della DDR, e il mondo non avrebbe mai dimenticato il concerto immaginario dei Rolling Stones. Da allora è difficile dire che la musica non sposti montagne: il concerto dei Rolling Stones che nell’autunno nel 1969 agitò terribilmente la DDR non si tenne mai, ma diede una prima, possente picconata al Muro. - 12 -

Il concerto di David Bowie a Berlino Ovest nel 1987

Il Duca Bianco davanti al Muro di Berlino nel 1987

Due anni e mezzo prima della caduta del Muro, l’esibizione di David Bowie a Berlino Ovest, di fronte al palazzo del Reichstag, aprì una serie di concerti all’aperto che nei giorni successivi videro la partecipazione di molte altre band. In quell’occasione non furono soltanto i diecimila spettatori del settore occidentale ad ascoltare la voce di Bowie. Centinaia di berlinesi dell’Est si riunirono accanto al Muro, per ascoltare ciò che non potevano vedere, cercando di avvicinarsi quanto più possibile al luogo da cui avrebbero potuto meglio cogliere un qualche sprazzo di libertà, incarnatosi per l’occasione nelle note di una canzone. Grazie agli altoparlanti rivolti verso Oriente, anche i cittadini della DDR poterono così ascoltare Heroes, celebre canzone scritta da Bowie nel suo periodo berlinese e contenente allusioni a una storia d’amore ambientata ai tempi della divisione: “I can remember, standing, by the wall. And the guns shot above our heads. And we kissed, as though nothing could fall” (vedi articolo a pag. 8).

Il pubblico di Bowie al concerto davanti al Reichstag

Qualcuno iniziò a gridare: “Giù quel muro!” Si accese qualcosa nella mente e nel cuore di molti, proprio ciò che le autorità di Berlino Est avevano temuto e che non riuscirono a controllare. Ci furono manganellate, volarono bottiglie e altri oggetti verso gli agenti, qualche ragazzo venne trascinato via dalla polizia. Possiamo immaginare come reagì la folla oltre il Muro quando sentì la voce di Bowie


dire in tedesco qualcosa come: “Inviamo i nostri migliori auguri a tutti gli amici che si trovano dall’altra parte!” Questo specifico concerto a Berlino è diventato leggendario per ciò che ha poi rappresentato: un punto di non ritorno, l’inizio di un’accelerazione che vedrà un’altra folla di persone attraversare il Bösebrücke solo due anni più tardi.

tutto si sarebbe attuato da lì a pochi mesi. Il concerto divenne l’evento con più spettatori mai organizzato sul suolo di Berlino Est e fu considerato l’artefice del crollo del Muro. Mstislav Rostropovič suona al Checkpoint Charlie mentre viene abbattuto il Muro

Il concerto di Bruce Springsteen a Berlino Est nel 1988

La folla al concerto di Springsteen a Berlino Est

Quello di Bruce Springsteen a Berlino Est nel 1988 è forse il concerto più famoso in assoluto nella storia della capitale tedesca. È indubbio che l’esibizione del Boss abbia contribuito parzialmente alla caduta del Muro, avvenuta sedici mesi dopo. Quando Springsteen si esibì nel velodromo di Weißensee era il 19 luglio 1988. In quel momento le autorità erano consapevoli che i giovani berlinesi erano stanchi dell’oppressione e desiderosi di libertà. La DDR iniziava così ad aprirsi al rock occidentale, precedentemente bandito perché definito come “decadente”. La FDJ, Gioventù comunista della DDR, era riuscita a far autorizzare l’esibizione spacciando il concerto di Bruce Springsteen (a insaputa dell’artista e mentendo alla Stasi) per un evento di solidarietà in favore del Nicaragua. Springsteen, però, non si lasciò strumentalizzare. Salito sul palco, cantò per quattro ore di fronte a una platea infinita di trecentomila persone e, prima di cantare Born in the USA e Chimes of Freedom, in un tedesco stentato pronunciò una frase destinata a smuovere le coscienze dei cittadini della DDR e ad alimentare il loro desiderio di libertà: “Non sono venuto qui per cantare a favore o contro alcun governo, ma soltanto a suonarvi rock’n’roll, nella speranza che un giorno tutte le barriere possano essere abbattute”. Nessuno prima aveva mai osato lanciare un messaggio simile da un palcoscenico della DDR. Con la parola “barriere”, Springsteen si riferiva chiaramente al Muro di Berlino, ma l’organizzazione gli impedì di usare la parola “muro”: una critica così diretta non sarebbe stata accettata. Le parole pronunciate da Springsteen fecero andare la folla in delirio e diedero sia al pubblico che agli spettatori che seguivano il concerto dalla TV una nuova prospettiva di vita e di intendere la realtà. Si diffuse un vero e proprio volere di cambiamento e di libertà. Fu un evento quasi profetico, visto che il

Il concerto di Roger Waters a Potsdamer Platz nel 1990

Dopo tanti concerti, tanti artisti e band, folle di giovani da entrambe le parti, l’immagine secondo me più toccante è quella di un piccolo anziano, un singolo uomo con un vecchio strumento e una sedia, solo davanti al Muro (vedi foto in copertina). Il grande pubblico conosce Mstislav Rostropovič come l’artista che suonò il violoncello davanti al muro di Berlino che crollava per festeggiare la fine della guerra fredda. Gli appassionati di musica, che frequentano i concerti, lo conoscevano invece per la sua straordinaria maestria di violoncellista (il più grande del nostro tempo), applaudito nei cinque continenti, dove ha suonato instancabilmente per anni. Rostropovič era a Parigi, squillò il telefono. “Accendi la televisione”, gli disse un amico. Il violoncellista vide centinaia di tedeschi che prendevano a picconate il Muro di Berlino. “Come un pazzo la mattina successiva ho preso il violoncello, sono salito su un aereo”. Era la mattina dell’11 novembre 1989: il maestro aprì la custodia ed estrasse il suo piccone. L’inseparabile Duport Stradivari del 1711 che diceva di abbracciare “come una bella donna”. Scelse una suite di Bach. “Chiusi gli occhi e piansi”. Più che un atto politico, fu una forma di preghiera. “Sono a Berlino per ringraziare Dio”. ‘‘Quel maledetto muro – disse Rostropovich – ha diviso la mia vita, è stata una lacerazione per il mio cuore. Nel 1974 l’Unione Sovietica mi ha buttato via come uno straccio, prima di allora non potevo suonare a Berlino Ovest, dopo non potevo andare a Berlino Est. Quando il muro è crollato la mia vita si è riunita. Non volevo suonare per la gente, ma per ringraziare Dio di quello che era accaduto. Quando sono arrivato lì ho dovuto chiedere in prestito una sedia a un abitante di Berlino. Ho suonato arie con accordi maggiori perché ero felice, la mia vita si era riunita. Poi ho visto un giovane e ho pensato che per quel Muro erano morte molte persone. Allora ho suonato un’aria in re minore. Alla fine quel giovane si è messo a piangere’’. - 13 -

Nel luglio del 1989 Roger Waters, compositore e cantautore britannico co-fondatore dei Pink Floyd, dichiarò che l’esecuzione dal vivo di The Wall si sarebbe verificata soltanto in seguito alla caduta del Muro. Qualche mese dopo il Muro venne abbattuto. Per celebrare l’evento, il 21 luglio 1990 The Wall venne effettivamente eseguito dal vivo nella capitale tedesca, più precisamente nell’area compresa tra Potsdamer Platz e la Porta di Brandeburgo, che all’epoca della divisione aveva rappresentato una sorta di “terra di nessuno”. Trecentocinquantamila spettatori assistettero allo spettacolo. Di fatto il grande, immenso palco di The Wall era stato gettato come un ponte tra Berlino Ovest e Berlino Est. Potsdamer Platz era uno spazio vuoto, immenso, dove si era combattuta l’ultima battaglia, l’assalto al bunker di Hitler. Qui sorgeva nel nulla il Checkpoint Charlie, il posto di controllo “C”, reso famoso da un’infinità di romanzi e film di spionaggio. Per consentire allo spettacolo di andare in scena, fu necessario sminare l’area da ordigni inesplosi della guerra mondiale e mine della guerra fredda. Per la prima volta dopo quasi trent’anni i confini di Berlino erano aperti, le famiglie si erano ritrovate, gli amici pure, i giovani erano potuti andare liberamente a vedere cosa c’era dall’altra parte della striscia di cemento armato. Il 21 luglio 1990 Postdamer Platz si riempì fino all’inverosimile. Per molti giovani dell’Est quella fu la prima volta che poterono vedere finalmente un concerto del genere stando davanti al palco e non cercando di cogliere suoni e luci alla porta di Brandeburgo, dove i Pink Floyd e molti altri avevano suonato in passato, dall’altra parte del Muro di cemento che avrebbe impiegato lustri a crollare. Roger Waters cambiò il finale, sostituendo l’originale canzoncina degli artisti e dei cuori infranti con The Tide is Turning, la marea sta cambiando, più emblematica, ma nulla fu più emblematico del gigantesco muro di polistirolo che si abbatté su Berlino all’urlo della folla “Tear Down The Wall!” (Abbattete il muro!). Fonti: - “Il concerto di Springsteen che fece cadere il Muro” di Laura Lucchini - “Lo storico concerto di Rostropovich” - “Il finto concerto dei Rolling Stones che fece tremare il Muro di Berlino” di Tonia Mastrobuoni - “Berlino, 6 Giugno 1987: quando la musica superò il muro” di Pauline Pilot - “5 concerti leggendari che hanno fatto la storia di Berlino” di Gloria Reményi - “Berlino, quella sera sotto al Muro del rock” di Giò Alajmo


Leonard Bernstein - La classica si fa popolare

Paolo Bassi

Ritratto di un rivoluzionario, da West Side Story alle grandi direzioni Leonard Bernstein fu forse la più influente figura di musicista della seconda metà del Novecento. Il suo lavoro come compositore, in particolare nelle sue partiture per i musical prodotti da Broadway come West Side Story e On the Town, ha creato un ponte fra la musica cosiddetta “classica” e quella “popolare”. Nato nel 1918 a Lawrence nel Massachussets, da una famiglia ebrea proveniente da Rovno in Ucraina, a causa delle insistenze di una nonna molto tradizionalista fu chiamato Louis, ma l’abitudine presto arrivò a sostituirsi all’ufficialità e il suo nome, all’età di 16 anni, fu definitivamente cambiato in Leonard. Figlio di un uomo d’affari, nonostante il poco entusiasmo dei genitori “Lenny” si dimostrò uno studente modello. Cominciò a studiare pianoforte a dieci anni e, laureatosi ad Harvard a ventun’anni, andò al Curtis Institute di Filadelfia per studiare pianoforte con Isabella Vengerova, orchestrazione con Randall Thompson e direzione d’orchestra con il severo Fritz Reiner, al quale riuscì a strappare il massimo dei voti. Secondo una sua testimonianza diretta, è proprio allora che cominciò a considerare le partiture dal punto di vista della direzione orchestrale, mentre fino a quel momento, da perfetto studente di Harvard orientato più che altro all’analisi particolareggiata, le aveva osservate o dal punto di vista del pianista o da quello del compositore. Insomma, prima di allora non aveva mai guardato un testo con l’idea di dirigerlo. A partire dagli studi con Reiner, invece, Lenny (come viene chiamato dai suoi fan) ha sempre avuto l’obiettivo, si potrebbe dire il chiodo fisso, di “identificarsi” con il compositore, ossia di sforzarsi di arrivare a un grado di conoscenza dell’opera talmente elevato da avere la sensazione di esserne quasi diventato l’autore. Il suo leggendario debutto avvenne il 14 novembre 1943, in sostituzione di un mostro sacro come Bruno Walter, celeberrimo musicista, pupillo fra l’altro di Gustav Mahler. Walter doveva tenere un concerto alla Carnegie Hall ma all’improvviso accusò dei malori, motivo per il quale dovette essere sostituito

all’ultimo minuto. Sul podio venne chiamato lo sconosciuto Bernstein, allora appena venticinquenne, a dirigere. Era in programma il Don Chisciotte di Strauss. L’esecuzione (trasmessa oltretutto via radio) sbalordì i presenti e ricevette critiche entusiastiche, tanto da lanciare Bernstein nell’empireo delle giovani promesse da seguire. Nel 1951 sposò l’attrice e pianista cilena Felicia Montealegre, la stessa che compare ritratta nella copertina del celebre disco del Requiem di Mozart, inciso proprio in ricordo della scomparsa di Felicia (evento che gettò Bernstein nella più cupa disperazione). Dal 1958 al 1969 Bernstein ricoprì la carica di direttore stabile della Filarmonica di New York (più di qualsiasi altro direttore), periodo a cui si devono esecuzioni memorabili, molte delle quali documentate dalle tantissime incisioni

realizzate. Al contrario di altri artisti sommi, infatti, Bernstein non fu mai ostile all’incisione; anzi, si può dire che egli fu uno dei più assidui frequentatori delle sale di registrazione, non tralasciando nemmeno, quando le nuove tecnologie stavano prendendo piede, le riprese video o le dirette televisive. In questo era molto simile al suo collega d’oltreoceano Herbert Von Karajan. Professore di musica alla Brandeis University dal ‘51 al ‘56, fu anche il primo direttore americano invitato alla Scala per dirigere opere italiane: Medea (1953), con protagonista la Callas, Bohème e Sonnambula (1955). Dimessosi dalla carica di direttore stabile a New York, si dedicò soprattutto alla composizione anche se, con il tempo, riprese a dirigere senza però legarsi a un’orchestra in particolare. Questo periodo di “libertà” è famoso - 14 -

per le esecuzioni effettuate con le più blasonate compagini mondiali, fra cui spiccano, in particolare, i Wiener Philarmoniker. On the Town segnò l’inizio della sua proficua attività sulle scene di Broadway, che culminò, poco più di dieci anni dopo, nei capolavori Candide (1956), tagliente parodia del maccartismo, e soprattutto West Side Story (1957), il suo musical più celebre in assoluto, creato in collaborazione con Jerome Robbins, Stephen Sondheim e Arthur Laurents. Un’opera che, dopo le settecentotrentadue repliche a Broadway e una tournée fortunatissima, divenne popolare in tutto il mondo grazie alla versione cinematografica del 1961. Mai un film musicale aveva ottenuto prima tanti premi e riconoscimenti (sono ben dieci i Grammy Awards vinti). Il motivo del successo di West Side Story, in un’epoca in cui il musical si era già imposto come genere codificato alla ricerca di nuovi linguaggi, è da attribuire a un approccio molto particolare degli autori, a partire dalla scelta del soggetto, tratto da un classico della letteratura inglese, Romeo and Juliet di William Shakespeare. I toni drammatici, a volte tragici, della storia, in netto contrasto con i temi leggeri scelti per la maggior parte dei musical fino ad allora rappresentati; una musica sofisticata, raffinata, colta eppure “popular”, l’ambientazione legata a situazioni reali e molto scottanti (come l’immigrazione portoricana negli U.S.A. e la novità della guerra fra bande), conferirono nuova linfa e freschezza a un genere che ancora oggi appare vivo e vegeto. Certo, l’ottima versione cinematografica ebbe un ruolo di primo piano nella diffusione mondiale della storia d’amore di Maria e Tony, due giovani appartenenti a fazioni in lotta (proprio come Romeo e Giulietta), ma è soprattutto la musica ad aver tenuto viva la forza comunicativa di West Side Story. Canzoni come Maria e America sono rimaste materia viva per decenni. La doppia personalità di Bernstein accompagnò la sua attività di musicista anche in quegli anni. Al successo di West Side Story corrispose, infatti, la fortunata collaborazione con


le istituzioni israeliane e, in particolare, con l’orchestra di Tel Aviv, che sarebbe durata per tutta la vita. Bernstein rimase sempre molto sensibile alle nuove prospettive della musica contemporanea. Ne è testimonianza il legame artistico con il suo amico Aaron Copland, del quale non smise mai di eseguire opere (dalle Piano Variations al catalogo orchestrale), ma anche la sua propensione a mettersi alla prova dirigendo musiche mai eseguite prima (come nel caso della mastodontica Turangalila Symphony di Messiaen). Tuttavia, non furono questi i motivi principali del suo successo popolare, bensì i suoi Young People’s Concerts, una serie di cinquantatre puntate televisive per la CBS dedicate all’educazione musicale dei giovani, ricche di approfondimenti ed esecuzioni, andate in onda tra il 1958 e il 1972 e che lo imposero come personaggio originalissimo, preparato, sensibile e fortemente comunicativo. Un personaggio fortemente progressista, avanguardista e controverso che anche nella vita privata non mancava di creare interesse. Risaputamente schierato a sinistra all’epoca del maccartismo (sovvenzionò anche il movimento estremista dei Black Panthers), appena gli fu possibile dichiarò apertamente la sua bisessualità e lasciò la moglie, l’attrice e musicista Felicia Montalegre, per vivere in libertà con il suo amante Tom Cothran. Nonostante ciò riuscì a vivere una vita tranquilla. Anzi, fu addirittura capace, nel periodo di massima avversione degli americani verso qualsiasi cosa fosse “rossa”, di organizzare un tour europeo con la NY Philarmonic toccando perfino l’Unione Sovietica, dove eseguì la Sinfonia n.5 di Šostakovič alla presenza del compositore. “Era animato da forte passione, brillante, affascinante, talvolta anche in modo eccessivo, pieno di vita in un modo quasi esagerato”. Chi lo ha conosciuto lo ricorda così. Leonard Bernstein aveva una tremenda sete di conoscenza che abbracciava i soggetti più disparati, un bisogno di assorbire informazioni sulle cose che lo interessavano: la musica, naturalmente, ma anche Shakespeare e Lewis Carroll, il Rinascimento e la letteratu-

ra russa, le religioni del mondo, la biologia e l’astrofisica, le due guerre mondiali, il dramma francese, per non parlare di situazioni o luoghi dove questi argomenti coincidevano o si sovrapponevano. Per usare le parole del figlio Jamie, “Il suo cervello era infervorato dalla curiosità, praticamente sempre in fiamme”. Questa sua brama di conoscere, unita al suo amore per lo humour e la satira, si traduceva in un geniale eclettismo, che lo portò a scrivere musica jazz per la sala concerti e musica sinfonica per il palcoscenico di Broadway. “Lenny adorava comunicare agli altri la sua continua eccitazione” racconta Jamie Bernstein. “Non resisteva, doveva trasmettere la magia. Il modo più semplice per lui era di coinvolgere il pubblico dal vivo, e aveva idee meravigliose per farlo partecipare”. Dal far cantare l’allegra canzone popolare francese Frère Jacques (il nostro Fra’ Martino Campanaro) in contrappunto, a quattro voci, al modulare diversi intervalli sulle sillabe “New York”; dal prendere parte a un quiz musicale in televisione al mettere in musica delle ricette culinarie. Il suo modo di dirigere e di orchestrare, brillante, limpido, sostenuto, diventò un vero e proprio sigillo che rese memorabili alcune sue esecuzioni. Significativo, da questo punto di vista, il ciclo completo delle sinfonie di Mahler, che Bernstein registrò negli anni ‘60. Nelle sue mani, le pagine del compositore tedesco trovano nuova luce, vengono allo scoperto in una veste sgargiante, quasi fiabesca in alcuni tratti. Il compositore colorato, appariscente, autore di musical, penetra nella fitta rete dell’intimismo mahleriano con spettacolare verve e lo trasforma dall’interno, aggiungendo senza sottrarre, risaltando senza nascondere. Non a caso le sue interpretazioni divennero presto dei punti fermi nelle esecuzioni della musica di Mahler per tutta la seconda metà del

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Novecento. Il 25 dicembre 1989, dieci mesi prima di morire, nell’ambito delle manifestazioni per festeggiare la caduta del Muro di Berlino, Bernstein diresse la Nona Sinfonia di Beethoven. Per l’occasione, nel testo del famosissimo Inno Alla Gioia di Schiller, la parola “gioia” fu sostituita da “libertà” (Freiheit, in tedesco). È Beethoven ad accompagnarlo simbolicamente negli ultimi mesi della sua vita. La sua ultima volta sul podio, nell’agosto del 1990, alla guida della Boston Symphony Orchestra, chiude il cerchio della carriera di un grande americano, nel segno della tradizione. In programma la Settima Sinfonia di Beethoven, la cui esecuzione, per problemi di salute, fu interrotta anzitempo, come fosse una sorta di opera incompiuta. Al Maestro restavano due soli mesi di vita per combattere contro il suo enfisema polmonare. Morì il 14 ottobre nella “sua” New York, città che lo ha adottato e della quale lui stesso è diventato uno dei simboli. Fonti: biografieonline.it dancehallnews.it sentireascoltare.com


Musica e arte al tempo del regime sovietico Paola Magnaghi Con la rivoluzione bolscevica quello della libertà di espressione divenne uno dei punti cruciali della politica. Nel novembre 1917 il governo firmò il Decreto sulla Stampa, che di fatto vietava la pubblicazione di qualsiasi articolo “borghese” che criticasse le autorità. Durante l’epoca di Stalin la censura raggiunse il suo apice, allentandosi poi piano piano fino alla glasnost dei tempi, ben più recenti, di Gorbačëv. Sebbene ufficialmente l’unico obiettivo della censura fosse difendere gli interessi della classe operaia, era di fatto un enorme strumento di potere tramite il quale eliminare oppositori e nemici. E l’arte? In quanto forma espressiva che necessita di libertà, e al tempo stesso veicolo di idee e strumento di affermazione dell’individuo sulla massa, non poteva non essere vista con sospetto. Durante il regime di Iosif Stalin furono più le creazioni intellettuali e artistiche censurate rispetto a quelle che ebbero effettivamente una divulgazione. Pare che Stalin, che si concentrò inizialmente sui nomi più noti, avesse un rituale per decretare quali opere fossero idonee alla divulgazione e quali no: si dice che assistesse in incognito alle rapresentazioni, e che a fine spettacolo le opzioni fossero due: se chiamava a rapporto l’autore per bere vodka, l’esito era positivo, se invece il compositore non sentiva la chiamata era il momento di preoccuparsi. A Šostakóvič questo accadde nel 1936, quando Stalin assistette a Lady Macbeth del Distretto di Mcensk: le repliche furono interrotte e il giorno dopo la Pravda (l'organo di stampa ufficiale del Partito Comunista) intitolò la recensione dell’opera “Caos al posto di musica”, proseguendo con una disamina che la bollava come un manifesto borghese pieno di accuse velate al partito. L’autore cominciò a ricevere visite regolari della polizia, e non pubblicò più nulla per due anni, quando uscì la sua Quinta Sinfonia. Che ovviamente fu censurata.

I periodi più duri furono sostanzialmente due: quello delle grandi purghe staliniane (19361938), a cui seguì l’era di Ždanov, il segretario del comitato centrale che sferrò un pesante attacco anti-occidentale all’intero fronte culturale russo (1946-1948). Il 10 novembre 1948 una risoluzione del partito etichettò come “formalisti” alcuni fra i più importanti compositori sovietici, fra cui Šostakovič e Prokof’ev, che pure furono tra i fortunati che ebbero solo ammonimenti. Di fatto venne sancita la dipendenza della musica dalla politica. L’invito era a comporre musica il più “normale” possibile, senza lasciarsi tentare dalle avanguardie occidentali, ma seguendo le armonie tipiche della musica tradizionale russa e l’estetica del XIX secolo. Così come dall’Italia fascista e dalla Germania nazista, molti artisti migrarono verso occidente; tra questi lo stesso Prokof’ev o, in anni più recenti, il danzatore Nureyev (1961)

o il violoncellista Rostropovič (1974), ritratto sulla copertina di questo numero del nostro informatore musicale. Nel 1953 Stalin morì, ma le cose non cambiarono di molto, anzi, il giorno stesso del decesso il documento censorio venne rinnovato. Nei decenni successivi, durante il disgelo voluto da Nikita Chruščëv (culminante con la visita dell’esule Stravinskij del 1962) i leader sovietici dovettero rapportarsi alla nascita e alla diffusione del rock and roll e del jazz. E siccome la musica non ha confini, nel pur complesso commercio di vinili in URSS si cominciò a contrabbandare la musica di Elvis e di Louis Armstrong (giusto per fare due nomi) stampandoli nelle radiografie. La “musica delle ossa” diventò un problema al quale si tentò di porre rimedio adottando le stesse armi: copie taroccate di disco-radiografie che, dopo i primi secondi di musica, iniziavano a diffondere un messaggio politico.

Le regole della censura stalinista Per rendere completa la strumentalizzazione non solo della musica ma più generalmente dell’arte al servizio della missione staliniana, fu necessario stabilire delle regole. Per questo, un evento fondamentale nella vita culturale sovietica degli anni a venire fu il I Congresso panrusso dell’Unione degli scrittori, convocato a Mosca nell’agosto del 1934, che decretò il principio del realismo socialista come unico canone estetico da seguire. Una breve schematizzazione potrebbe essere la seguente: - Condanna del pessimismo (tipico dell’ideologia borghese): le opere dovevano infondere un nuovo ottimismo rivoluzionario; - Soggetti di estrazione quotidiana: le conquiste proletarie dovevano servire come bacino in cui pescare i soggetti delle nuove creazioni; - Servire all’edificazione socialista: scrittori sovietici etichettati come ingegneri di anime - Esaltazione nazionalista: l’opera d’arte deve ispirarsi ad un nuovo tipo di idealità romantica, definita “romanticismo rivoluzionario”. Qualsiasi opera presentasse elementi contrari al principio del “realismo socialista” era etichettata come “formalista”, emarginata e velocemente ritirata dalla sua diffusione. In ambito musicale le regole possono essere trasposte come segue: - Predilezione per i generi scenici: opera, balletto e musica per film; - Predilezione per i generi celebrativi: sinfonia; - Predilezione per la musica a programma: idonea a trasmettere un contenuto ideologico; - Rifiuto delle influenze borghesi: no al modernismo e in particolare della dodecafonia considerata diabolus in musica.

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Šostakóvič, uno sguardo alla sua vita Paola Magnaghi Di seguito riportiamo alcune curiosità sulla vita di Dmitrij Dmitrievič Šostakovič, compositore, musicista ma soprattutto uomo del XIX secolo:

Šostakóvič nacque a San Pietroburgo il 25 settembre 1906 e morì a Mosca il 9 agosto 1975. Nella sua vita ebbe quindi modo di conoscere la rivoluzione d’ottobre, la guerra civile e due guerre mondiali. L’uomo di oggi (quanto meno l’uomo che vive in Occidente) fatica a calarsi nei panni di chi doveva davvero misurare ogni singola parola per timore di essere accusato e processato, ma lo stalinismo influenzò largamente la sua vita e la sua produzione artistica, così come tarpò le ali a molti che avevano creduto in un vero cambiamento. Artisticamente, il compositore si formò nel clima acceso della rivoluzione, diplomandosi al conservatorio della sua città natale in pianoforte (1923) e composizione (1925). Il suo linguaggio musicale da un lato ha origine nella tradizione e cultura russa, dall’altro risente dell’atmosfera innovativa creata da intellettuali quali Majakovskij, Gor'kij, Ėjzenštejn, Pudovkin e Mejerchol'd, atmosfera presto tarpata dalle ferree regole dello stalinismo. La sua vasta produzione è stata classificata dalla critica in tre grandi periodi: un primo di formazione sino alla Sinfonia n.4 del 1935 (accusata di formalismo da parte della critica sovietica più intransigente), un secondo normalizzato ai canoni estetici del realismo socialista, infine un terzo iniziato nel 1948 e proseguito con la morte di Stalin (1953) sino alla sua stessa morte, in cui si apre cautamente alle istanze della musica occidentale. Di notevole interesse sono anche le sue opere teatrali, Il naso e Lady Macbeth del Distretto di Mcensk (quest’ultima clamorosamente osteggiata). Fu membro del comitato direttivo dell’Unione dei Compositori Sovietici, del Comitato Slavo dell’Unione Sovietica e di quello per la difesa della pace, e dal 1956 (tre anni dopo la morte di Stalin) i suoi scritti, pubblicati sulla Pravda, fecero continuo riferimento alla necessità da parte dei giovani musicisti sovietici di impegnarsi in una ricerca più coraggiosa e vicina alle loro aspirazioni. La sua musica, spesso caratterizzata da un lirismo acceso e tragico, esprime tutte le sofferenze della sua terra natale; questo si nota particolarmente nelle sue ultime tre sinfonie, scritte verso la fine della sua vita. Ciononostante non è il pessimismo a prevalere, ma una consapevolezza umanistica e tragica.

1. Pianista accompagnatore Nel 1923, studente di conservatorio, superò un esame per ottenere il posto di pianista accompagnatore per le proiezioni dei film muti. Il suo compito era quello di suonare, improvvisando, per tutta la durata della pellicola. Alcune parti venivano poi sviluppate e ripetute, in modo che ogni personaggio della storia avesse una melodia propria. 2. Il sogno di diventare pianista Oltre a comporre, Šostakóvič (come fece anche un altro grande russo, Sergej Rachmaninov), volle cimentarsi nell’attività concertistica. Nel 1927 partecipò al Primo concorso internazionale di pianoforte “Chopin”. A Varsavia interpretò diversi suoi componimenti, ma ottenne solo una menzione d’onore. 3. Una Prima Sinfonia interpretata in tutto il mondo Dmitrij Šostakóvič si laureò al conservatorio all’età di 19 anni e la tesi finale fu la sua Prima Sinfonia. La composizione venne ascoltata dal direttore e compositore tedesco Bruno Walter, direttore dell’Opera di Berlino. Al termine dell’esame Walter chiese che gli venisse inviata la partitura e nel novembre del 1927 si tenne la prima interpretazione della sinfonia all’estero. Successivamente la composizione di Šostakóvič venne diretta anche da Leopold Stokowski e Arturo Toscanini. 4. Leningrado sotto assedio Il compositore iniziò a comporre la sua Settima Sinfonia nel settembre del 1941. Nell’agosto del 1942 la sinfonia venne eseguita dalla Filarmonica di Leningrado, durante la Grande guerra patriottica. Nonostante il tempo di guerra e le dure condizioni di vita, i musicisti si sforzarono di non mancare alle prove prima di esibirsi davanti al pubblico, e in sala si registrò il sold out. Con i bombardamenti in atto, che non si placarono mai durante la serata, la luce dell’edificio non venne spenta e l’intera Leningrado ascoltò la sinfonia. 5. L’inno dei cosmonauti sovietici Un frammento della canzone La patria ascolta, la patria sa, con musica di Šostakóvič, divenne il jingle della radio dell’Unione: nella registrazione musicale si sentivano i segnali di chiamata del primo satellite artificiale della Terra. Questa canzone venne cantata da Yurij Gagarin durante il suo atterraggio e presto si convertì nel tema musicale dell’industria spaziale sovietica. - 17 -


1892: alla scoperta dell’America Un nuovo orizzonte per la musica classica “Non sono venuto in America per interpretare Beethoven o Wagner per il pubblico. Non è il mio lavoro e non ci perderei tempo. Sono venuto a scoprire ciò che i giovani americani hanno in loro e ad aiutarli ad esprimerlo”. Antonín Dvořák è stato molto chiaro sulla sua missione nel Nuovo Mondo. Non ha mai voluto essere un ambasciatore europeo, ma piuttosto uno scopritore di ciò che il Nuovo aveva da offrire. Lo spirito di un vero e proprio esploratore quello del compositore di origine ceca, un campione della musica classica che, insieme a Smetana, delinea attraverso le proprie opere quella che viene definita la scuola boema, una delle scuole nazionali europee, orgoglio del vecchio continente. Dall’altra parte dell’oceano Atlantico gli USA stavano vivendo un processo di emancipazione culturale, sfociato nella ricerca di una propria identità. Proprio a questo fine, verso il crepuscolo del XIX secolo, ha inizio un’emigrazione degli intellettuali europei di ogni campo verso il nuovo continente, fenomeno acuito successivamente durante le guerre mondiali. Tra questi, uno dei primi fu proprio Dvořák, un musicista di umili origini, fattosi strada sino ai livelli più alti della scena classico-musicale grazie al proprio talento e al sostengo della famiglia. Tra le sue esperienze nel vecchio continente possiamo annoverare l’amicizia con Brahms, Titano della musica mitteleuropea, che lo aiutò ad affermarsi come compositore, e la sua esperienza come prima viola sotto la bacchetta di Smetana, celebre ai più per l’aria La Moldava e primo esponente della scuola boema. Nelle composizioni giovanili di

Edoardo Grittini

Dvořák possiamo trovare influenze dalle ope- La volontà di incontrare e formare un comre di Wagner, il quale stava incidendo un pro- positore afroamericano degno di tale nome fondo solco nella storia della musica; remi- sarà destinata a rimanere solo un sogno, ma niscenze scomparse in età matura, quando l’ideale progressista, fuori tempo, di Antonin prevalse un linguaggio strutturale più vicino Dvořák rimase saldo. Questo è evidente ana quello dell’amico Brahms e a Beethoven, che nelle sue pagine di musica americana: compositore che sentiva vicino e al quale si è l’auspicio del compositore ci racconta qualspesso ispirato. cosa di lui non solo come uomo, ma anche In America, nel 1892, esat- come artista. L’amicizia con Harry Burleigh, tamente quattrocento anni compositore di colore, permise a Dvořák di dopo lo sbarco di Cristofo- conoscere i canti tradizionali denominati spiro Colombo, iniziò la ricer- ritual(1). Fu un importante tassello della ricerca del compositore boemo ca melodica e stilistica che stava compiendo de “il nuovo Beethoven per poter creare una musica dall’essenza nero”. A seguito dell’invito americana, frutto di una comprensione e di di Jeannette Thurber, ricca una rielaborazione della musica folkloristiesponente dell’alta società, ca autoctona (tra tutte è importante citare quella indiana). ottenne la Il meticoloso lavoro direzione del o fr canti a o l: a u it di Dvořák portò a conservato) ir s (1 Sp gio mpo reli ola a t s i composizioni, prima rio nazionale d s ni america Canto con una tti fra tutte la Sinfonia di New York . tu no e cristia a intonata da ato n.9 “Dal nuovo mone instaurò gn elodic ccompa sivi a linea m e i t do” eseguita in priuna conn cus cipa i parte a elementi per i uso ma assoluta presso venzione d d ggetti o a d a i ic t la Carnegie Hall(2), grazie alla t genera essione artis e r i p r dal carattere tutto quale gios olo .E comune er sfogare i d ù e europeo, nelle quavani talentuosi appartenenti p it ta iav utilizza enze della sch blues. li sono certamente anche a minoranze etniche r le soffe e della musica presenti gli elementi (indiani d’America e afroaor s r u c pre mericani) potevano avere accesso gratuitamente alle lezioni, nel caso di dimostrate gie Hall (2) Carne ristrettezze economiche. Con questa presa di posizione indicò chiaramente agli americani la via per trasformarsi da vaga eco della realtà europea in un popolo capace di fare delle proprie differenze intrinseche la propria forza. L’arte in genere e nello specifico quella musicale, come espressione di un’identità comunitaria, può essere catalizzatore e portavoce di un simile cambiamento. È ciò che sottinerto da conc tendeva il termine Beethoven nero, un’assoLa sala ciazione forte, in un periodo storico caratterizzato dal reciproco odio tra diverse etnie.

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(3)

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Gamela

origini stra di e h c r ’o ende È un e compr llo, h c e n ia indones menti di meta e gong. e, stru campan mburi, xilofoni ta e un musicali rso le a c s a dive Utilizz azione n o t in i d perato sistema sistema tem ale. l da occident

Tutto il contrario di quanto auspicato inizialmente: la scuola e le risorse compositive della tradizione europea dovevano essere strumenti al servizio dell’identità americana. Un risultato innocente, che vede il proprio peccato originale nelle premesse, in quanto per fare una musica autenticamente americana è necessario un americano. Lo dimostreranno successivamente figure di spicco come George Gershwin e Aaron

Manoscritto - Concerto n.2 per violoncello

sopra citati, ma risultano assimilati all’interno di un linguaggio di chiaro lignaggio boemo. Nello stesso periodo scrisse anche il Concerto n.2 per violoncello ed orchestra Op.104, uno tra i più eseguiti ancora oggi, e diverse altre composizioni, tra le quali il Quartetto d’archi in fa soprannominato “l’Americano” e American Suite (in programma nel nostro concerto). In qualche modo il risultato stilistico ottenuto da Dvořák è paragonabile a quello di Debussy, il quale, conquistato dagli stilemi orientali e dall’orchestra gamelan(3), introdusse nelle proprie composizioni questi elementi, creando un proprio stile personale ma certo non ottenendo musica asiatica; allo stesso modo Dvořák, grazie all’incontro con la cultura statunitense, elaborò partiture nelle quali è evidente l’influenza della musica gitana e boema, strutturata secondo lo stile dei compositori che tanto stimava (Beethoven e Brahms) e arricchita da nuovi elementi strappati via dal contesto americano e inseriti in uno stile tutto personale.

Copland, due compositori dal diverso stile, ma che esprimono un’estetica frutto di una dimensione tutta statunitense. Il primo con opere quali Rhapsody in Blue o An American in Paris, composizioni frenetiche e calate in una dimensione metropolitana; il secondo con capolavori come Appalachian Springs, suite per orchestra grazie alla quale è possibile percepire la vastità e la magnificenza della geografia americana. Il ruolo di Antonin Dvořák nella creazione di una scuola americana rimane senza dubbio significativo, in quanto è protagonista di una fase di transizione nella quale, insieme ad altri compositori come Max Steiner o Korngold, legati alla dimensione della musica per film, fornisce le basi e gli elementi formali che hanno trasformato negli anni la realtà musicale americana nel principale riferimento mondiale. Un risultato ottenuto anche a seguito del successo cinematografico hollywoodiano e della conseguente diffusione delle colonne sonore al di fuori dell’America, nelle quali diversi studiosi hanno identificato una traccia dell’armonia utilizzata da Dvořák, un’impronta impressa su pellicola che testimonia il contributo del compositore ceco. Fonti: Il resto è rumore. Ascoltando il XX secolo di Alex Ross www.wikipedia.org www.knowledgeistheway.altervista.org www.sapere.it www.musicacolta.eu www.nytimes.com www.genova.repubblica.it www.britannica.com www.americanheritage.com

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Concerto del Quadriportico, tra tradizioni e traduzioni Chiara Magistrelli

Nello splendido e suggestivo quadriportico della Basilica di Santa Maria Nuova, la sera di sabato 8 giugno si è svolto il Concerto di Giugno della banda La Filarmonica, uno degli appuntamenti più attesi della stagione concertistica primaverile ed estiva. Gli oltre settanta musicanti, sotto la vigile e precisa direzione del Maestro Dario Garegnani, hanno aperto la serata con l’esecuzione del meditativo Hymne à la musique di Serge Lancen, seguito dalla breve introduzione alla serata offerta dal presentatore Giuseppe Comincini. Motivo ispiratore del concerto è stato il concetto di tradizione e i modi attraverso i quali questo può essere studiato e rielaborato nel corso del tempo. Nel cuore stesso della parola tradizione, infatti, è racchiusa anche una traduzione proprio perché, ogni volta che si tramanda una tradizione, immancabilmente, ne viene operata una traduzione di lingue, di parole e di suoni. La voce brillante di Chiara Maganza ha accompagnato i molti presenti nell’arco della serata introducendo con poesie e note biografiche i vari brani dei compositori previsti in programma, così da offrire un concreto terreno di confronto e la possibilità comprendere quanto sia rimasto dello spirito di musiche

scritte in tempi e contesti tanto diversi da quelli odierni. L’atmosfera festiva del brano Music for a Solemnity, del compositore contemporaneo Jan De Haan, ha aperto il programma, proseguito poi con English Folk Song Suite di Ralph Vaughan Williams, composta da tre movimenti tutti ispirati al clima allegro e spensierato della musica popolare. Come terzo brano, la Filarmonica ha eseguito la brillante e frizzante Danza della gioventù tratta dalla Folk Suite di Šostakovič, che ha

saputo infondere agli spettatori lo spirito giocoso ed esuberante della popolazione russa. L’atmosfera, in seguito, è nettamente cambiata non appena è stato annunciato l’ultimo pezzo: la Suite tratta dai Carmina Burana di Carl Orff. I Carmina Burana, prima ancora di essere una composizione musicale, sono un fondamentale documento poetico del Medioevo i cui testi sono inframezzati da note morali e didattiche, caratterizzate dalla varietà di lingue adottate e di argomenti trattati. Orff ha

scelto di rivestire ex novo di note i testi scritti secoli prima e ha unito alla chiarezza tonale, al ritmo incisivo e al suggestivo aspetto timbrico, un rimpianto del tempo antico declinato in una personale modernità di accenti. Tra i pezzi più suggestivi e più noti che sono stati eseguiti, meritano di essere nominati O fortuna e Fortunae plango vulnera che, insieme a tanti altri, hanno regalato un continuum di colori e ritmi differenti in alternanza con la voce introduttiva di Chiara Maganza. Al termine del concerto sono intervenuti il presidente della Filarmonica, Alessandro Bagnaschi, e il sindaco, Cesare Nai, che si sono profusi in complimenti per l’alto livello dell’esecuzione, frutto di una associazione che da 173 anni si dedica con passione allo studio della musica e alla ricerca di programmi accattivanti e innovativi. Nella consapevolezza di voler portare avanti i valori fondanti e tradizionali dell’associazione, i bandisti e il direttore ne operano, consapevolmente e inconsapevolmente, una traduzione che consente loro di declinarli secondo la sensibilità del momento. Un passaggio, quello da tradizione a traduzione, che, da filo conduttore del concerto, si scopre essere il punto di riferimento costante e linfa vitale dell’attività della Filarmonica.

ONORANZE FUNEBRI ALBINI I. & C. s.r.l. Abbiategrasso Viale Papa Giovanni XXIII, 10 Tel: 02 94967683 - 20 -


Concerto di San Pietro

La Filarmonica alla Cislianerbande

Chiara Magistrelli

Chiara Magistrelli La stagione del complesso bandistico La Filarmonica si è aperta con una serie di servizi religiosi, civili e, soprattutto, con il raduno e il concerto di domenica 8 settembre in occasione della Cislianerfest, l’evento musicale organizzato dal comune di Cisliano per festeggiare la musica in tutti i suoi generi. Il corpo musicale Pietro Mascagni di Cisliano ha allora pensato di dare vita alla prima edizione del raduno bandistico e concertistico, il Cislianerbande, coinvolgendo altre due bande: La Filarmonica di Abbiategrasso e il corpo musicale A. Rucano di Solaro. Al mattino le tre bande, partendo da punti diversi della città, hanno sfilato suonando marce da parata e rallegrando la cittadina fino a incontrarsi in piazza San Giovanni, dove hanno eseguito tutte insieme la briosa Cisliano allegra. La sfilata è poi proseguita sulle note della marcia Viviana fino alla Libera Masseria, dove l’Amministrazione Comunale ha gentilmente offerto un pranzo ai bandisti. Nel pomeriggio hanno avuto luogo i concerti delle tre formazioni: il corpo musicale A. Rucano di Solaro si è esibito per primo e, diretto dal giovane Pietro Martinoli (neodirettore anche della banda di Cisliano), ha eseguito la celeberrima colonna sonora dal cartone animato La bella e la bestia, un medley degli 883 e Jesus Christ Superstar. Sono poi saliti sul palco i bandisti della Filarmonica che, sotto la sapiente guida del direttore Dario Garegnani, hanno allietato i presenti con il melodico Inno alla musica, Four Winds Overture e infine la frizzante Florentiner March. A chiusura del pomeriggio musicale, si sono esibiti i protagonisti e gli organizzatori del Cislianerbande, i bandisti del corpo musicale Pietro Mascagni di Cisliano, che hanno suonato pezzi noti sia a grandi che a piccini, tra i quali, la colonna sonora dal film La vita è bella e la famosa canzone degli anni ‘80 The Final Countdown. La parola è poi passata al sindaco di Cisliano, nonché musicante nella banda, Luca Durè, che ha ringraziato i presenti, gli organizzatori e le bande protagoniste della giornata, affermando che “con il Cislianerbande si è voluto valorizzare la musica più tradizionale, quella che sta più nel cuore di una comunità come è quella di Cisliano: quando c’è una festa, c’è anche sempre la banda a scandire con la musica i ritmi della manifestazione”. A margine dell'evento, un'esposizione di auto storiche dell’Alfa Romeo gtv di Milano, sponsor e partner ufficiale della manifestazione.

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Foto: Gianni Milanese

Il Concerto di San Pietro de La Filarmonica è un appuntamento consolidato negli anni da talmente tanto tempo che non si conosce la data precisa di quando abbia avuto inizio questa tradizione. Così, come ogni volta, in conclusione dei festeggiamenti dei santi patroni Pietro e Paolo, domenica 30 giugno si è svolta la consueta processione a cui è seguita l’esibizione del corpo bandistico. Poco prima delle 21 ha avuto inizio la processione che, a partire dalla chiesa di San Pietro e accompagnata dalle marce religiose dei bandisti, è passata per le vie circostanti per poi fare ritorno in chiesa. Al termine della funzione religiosa, presso l’ex oratorio femminile di via Curioni, i presenti hanno potuto assistere al concerto che ha chiuso la stagione estiva della Filarmonica. Il primo brano in programma, introdotto dalla voce del presentatore Giuseppe Comincini, è stato Four Winds Overture di Robert Sheldon, nel quale il compositore ha saputo squadernare tutta la sua distesa classe. A seguire due brani di compositori inglesi, rispettivamente English Folk Song Suite, in tre movimenti e di grande fascino, dell’artista Ralph Vaughan Williams, e la Prima Suite in Mib per banda militare di Gustav Holst, sempre in tre movimenti, il cui cantabile è stato immediatamente un’immersione in un suono intimo. Gli applausi del pubblico hanno accompagnato gli ultimi due brani della serata, l’epico Centuria di Swearingen e le brillanti e travolgenti Danze popolari di Dmitrij Šostakovič che il direttore Dario Garegnani ha voluto dedicare a don Leandro, in occasione del compleanno festeggiato pochi giorni prima. Nonostante l’afa e il caldo torrido, tipiche quanto sgradevoli componenti che contraddistinguono le estive serate abbiatensi, il pubblico non ha fatto mancare il sostegno e ha applaudito con ancora più enfasi dopo l’esecuzione del bis. Per l’organizzazione della serata dovuti ringraziamenti vanno rivolti a don Giuseppe, che ha messo a disposizione la location, a don Leandro per l’interesse e la partecipazione e al caloroso pubblico.


Junior Band: sempre meglio! Chiara Magistrelli La formazione della Junior Band de La Filarmonica, costituita dai ragazzi che già suonano nell’organico principale e dagli allievi della Scuola di Musica Corrado Abriani che a breve entreranno a farne parte, domenica 22 settembre ha tenuto un concerto presso la sede del corpo bandistico. L’esibizione, in realtà, avrebbe dovuto svolgersi presso Palazzo Stampa a Castelletto, all’interno della manifestazione Fiori&Colori, che è stata però annullata a causa del maltempo. Per non vanificare l’impegno dei giovani musicanti, i dirigenti della Filarmonica hanno così pensato di approfittare dell’occasione per far svolgere il concerto presso il salone della sede, aperto a tutti coloro che avrebbero voluto assistervi.

Dopo il successo ottenuto al Teatro Dal Verme di Milano lo scorso marzo, la formazione della Junior Band e il suo direttore, il giovane Luca Ragona, peraltro studente di direzione d’orchestra presso il Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, hanno pensato di riproporre alcuni dei brani già ascoltati in precedenti occasioni e di presentarne altri inediti. Il pubblico presente ha applaudito con grande vigore dopo ogni brano, visibilmente colpiti dall’alta qualità musicale e dall’affiatamento intercorrente tra i musicanti e il maestro stesso. Al termine del concerto, conclusosi con un bis richiesto a gran voce, parenti, amici e musicanti hanno salutato il piacevole pomeriggio con un gustoso rinfresco.

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Una Band davvero Big al Castello Visconteo Paola Magnaghi

Una frizzante sera di fine primavera, e la cornice del Castello Visconteo di Abbiategrasso, gentilmente messo a disposizione dall’amministrazione comunale. Sono questi due elementi che hanno reso ancor più bella e speciale l’ottima performance della Big Band della Filarmonica di Abbiategrasso, che proprio all’interno del cortile del Castello si è esibita, nella serata di giovedì 20 giugno, davanti a un folto pubblico che diventava

via via più numeroso man mano che i passanti, incuriositi dalla musica che si diffondeva per le vie del centro, entravano e prendevano posto. Il travolgente repertorio jazz e swing della Big Bande l’abilità dei musicisti, hanno fatto il resto, regalando un’altra bella serata di musica targata Filarmonica. La folta scaletta prevedeva infatti alcuni dei pezzi più noti del panorama musicale dei primi decenni del ‘900: da Tuxedo Junction a Blue Moon, dalla “sigla” Satin Doll a Hello Dolly! e Sway. La Big Band non si è però limitata a pezzi esclusivamente strumentali: a dar letteralmente voce a brani come Spain, la passione e la vocalità di Silvia Orlandi, che da più di un anno rappresenta la parte vocale femminile della Big Band, garantendo, assieme a Stefano Borghi, purtroppo assente per l’occasione, maggiori possibilità di esplorazione del repertorio jazz e swing da parte della Big Band; una compagine nata proprio dalla passione di alcuni “Filarmonici” per questo genere musicale, ed esibitasi per la prima volta nel luglio 2013, che continua a ricevere forti consensi. Al suo interno, come peraltro nella formazione maggiore de La Filarmonica, musicisti di ogni età, dai 17 anni di Miu Ezaki, al sax contralto. agli 82 di Gianni Colombo, contrabbassista sprint non solo della Big Band ma anche della Filarmonica. A presentare la serata, Chiara Maganza, che con eleganza e ironia ha condotto il pubblico durante questo percorso musicale.

Una MELA al giorno... una FESTA ogni anno! Chiara Magistrelli Anche quest’anno La Filarmonica ha celebrato la Festa della Mela, che si è svolta domenica 6 ottobre, una tradizione ormai consolidata da più di un quarto di secolo. Nei due punti vendita predisposti, uno in Piazza San Pietro e uno in Piazza Guglielmo Marconi, è stato possibile acquistare sacchetti e casse di mele provenienti direttamente dai produttori del Trentino, sia gialle che rosse, composizioni floreali e, novità di quest’anno, anche delle zucche. A soddisfare il palato dei più golosi era presente anche una gran varietà di torte di mele, tra cui le deliziose crostate gentilmente preparate dal Complesso Bandistico Panificio Zuffetti e squisiti torte e LA FILARMONICA strudel casalinghi preparati dalle ABBIATEGRASSO bandiste e dalle mamme dei muFondata nel 1846 sicanti. Nel pomeriggio, alle ore 16, i musicanti del Complesso Bandistico La Filarmonica si sono esibiti in Piazza Marconi allietando i presenti e portando allegria nel centro cittadino con briose marce da parata. Un doveroso ringraziamento va DOMENICA 6 OTTOBRE 2019 rivolto a tutti i bandisti e a tutti i Piazza G. Marconi e Piazza S. Pietro collaboratori che hanno dedicato ABBIATEGRASSO il loro prezioso tempo nell’organizzazione della Festa della Mela PROGRAMMA e nella preparazione di dolci per Ore 8,00 - Apertura Stands: vendita mele e torte la vendita, a coloro che si sono Ore 16,00 - Esibizione in Piazza Marconi Ore 18,00 - Chiusura stands occupati di montare e smontare gli stand e a tutti coloro che hanno contribuito con la loro presenza costante all’ottima riuscita dell’iniziativa. - 23 Con il Patrocinio del Comune di Abbiategrasso

25 FESTA DELLA MELA


L'arghilofono

Gianni Milanese

Una nuova rubrica dedicata agli antichi strumenti musicali Con questa nuova rubrica iniziamo un viaggio nel passato, e più precisamente nella storia degli strumenti antichi e delle relative tradizioni musicali. Prima di presentare lo strumento di questa puntata, però, credo sia interessante e in tema riportare questa notizia del 2009.

Uno xun cinese, variante dell'arghilofono

È il flauto il primo strumento musicale mai costruito. La squadra dell’archeologo Nicholas Conard ne ha trovati quattro nella grotta di Fels (Hohle Fels), nella Germania sudoccidentale, nello stesso strato di sedimento dov’era stata scoperta la prima scultura umana conosciuta, la Venere di Hohle Fels.

Autore: Badagnoni - CC BY-SA 3.0

Il flauto di Hohle Fels

Uno dei flauti è stato creato con ossa d’ala di avvoltoio; misura 22 centimetri, ha cinque buchi e un’incisione alla fine. Gli altri sono di zanna di mammut, un materiale che permette una qualità migliore del suono, ma è molto più difficile da lavorare. La datazione oscilla fra i 35.000 e i 40.000 anni fa. Veniamo ora allo strumento oggetto di questa rubrica. L’arghilofono è uno strumento musicale aerofono labiale. È un flauto globulare – ovvero non ha una struttura a tubo aperto, ma a cassa chiusa – in argilla, affine alla più nota ocarina. Flauti e strumenti a fiato globulari di diverse forme sono nati e si sono sviluppati in numerose civiltà antiche. Vi sono evidenze che strumenti di tale genere, dalle origini molto antiche, fossero già noti intorno al XII millennio avanti Cristo.

Alcuni arghilofoni sembrano aver avuto un certo utilizzo nelle culture cinesi e mesoamericane: lo xun, per esempio, è un arghilofono cinese molto antico a forma di uovo, ma privo di labium, cioè ha un’imboccatura analoga al flauto traverso, diversa invece da quella “a fischietto” del flauto dolce. Contiene almeno tre fori per le dita nella parte anteriore e due fori per i pollici nella parte posteriore. Ha un foro nella parte superiore e può avere fino a dieci fori per le dita più piccoli, uno per ogni dito. Strumento equivalente è lo hun coreano; ha una forma globosa, con un foro nella parte superiore e diversi fori per le dita. Era usato principalmente negli ensemTsichibue giapponesi BATTERY CONTROLLER

ble di musica di corte, sebbene alla fine del XX secolo alcuni compositori coreani contemporanei iniziarono a usarlo nelle loro composizioni e colonne sonore. Un’ulteriore variazione, sempre asiatica, è lo tsuchibue giapponese (letteralmente flauto di terra). Secondo alcune fonti, strumenti in terracotta potrebbero essersi diffusi in Europa dalla Mesoamerica dopo le prime spedizioni di Hernán Cortés. Altri strumenti analoghi all’arghilofono erano noti in Europa: un flauto globulare risalente al XV secolo e diffuso in Italia e Germania, costruito con corno di mucca, capra o camoscio e noto come Gemshorn o Corno di camoscio, fu descritto da Sebastian Virdung (nella foto l’illustrazione dal suo Musica Getutscht, 1511) e poi da Praetorius. Tuttavia, le ocarine in terracotta diffuse in Occidente furono considerate fino al XIX secolo poco più che giocattoli, piccoli oggetti artistici o semplici fischietti che potevano modulare pochi suoni. Per citare alcuni esempi vicini a noi, nella tradizione pugliese sono ancora oggi diffusi i fischietti salentini, in Veneto vi sono i cuchi e analoghe produzioni artigianali sono diffuse un po’ in tutta Italia e anche nel resto del mondo.

Fischietti salentini in terracotta Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Categoria:Strumenti_musicali_dell%27antichit%C3%A0 https://en.wikipedia.org/wiki/Xun_(instrument) https://en.wikipedia.org/wiki/Hun_(instrument)

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Victory Vertical Il pianoforte dei soldati americani in guerra 20/10/2019

1989: si abbatte il Muro di Berlino, uno degli Esplora ultimi dolorosi retaggi della Seconda Guerra Mondiale. Pochi sanno invece che almeno nel corso della guerra la musica ha avuto una parte importante, dando il suo piccolo contributo alla vittoria alleata. Anzi, potremmo dire che si vince la guerra anche se si possiede la colonna sonora giusta. L’esercito americano, infatti, per rinfrancare l’umore delle truppe mandate sul fronte europeo, aveva chiesto al governo una fornitura di strumenti musicali (meglio se pianoforti) per far cantare i soldati. La richiesta fu girata alla celebre Steinway and Sons, che da decenni si distingueva per la qualità dei suoi pianoforti. Inizialmente a Steinway era stato proibito di costruire pianoforti, a causa delle restrizioni governative su ferro, rame, ottone e altre materie prime, necessarie per l'industria bellica. La fabbrica aveva passato il tempo a produrre bare e parti per alianti per il trasporto di truppe, fino a quando non gli fu concesso un contratto per inviare pianoforti, appositamente progettati, ai soldati di guerra. Era necessario, però, un cambiamento totale: il pianoforte di guerra doveva essere molto resistente, perché sarebbe stato paracadutato. Al tempo stesso, doveva essere anche leggero, perché i soldati avrebbero dovuto anche trasportarlo in spalla, se si fosse reso necessario. Economico, che occupasse

Steinway and Sons Photo Collection | Demonstration by Specia… | Flickr

poco spazio, Passa che sapesse però mantenere le Crea Accedi a Pro intrinseche. sue qualità Foto, persone o gruppi La sfida fu accolta e, dopo non poche difficoltà, nacquero i pianoforti Victory Vertical. Come dice il nome, si trattava di pianoforti verticali. Non avevano gambe per sorreggerli, dato che non avrebbero resistito alla caduta con il paracadute. Colla contro l’acqua, solventi contro gli insetti (presenti ovunque, figuriamoci in trincea), corde coperte con fer-

ro sottile e non con il rame. Utilizzavano un decimo del metallo impiegato di solito per un pianoforte normale, mentre i tasti non erano in avorio – ci mancherebbe – ma in celluloide. Ai lati c’erano due maniglie per facilitarne il trasporto. Il risultato era interessante anche dal punto di vista estetico: “Non erano neri, come è di regola. Ma verde oliva, o blu o grigi”. Uno strumento di una semplicità elegan-

https://www.flickr.com/photos/sdasmarchives/7212073888/in/photostream

Gianni Milanese te, che si accompagnava “a un’ottima qualità Registrati delle sue funzionalità” (cit. Jonathan Piper, manager delle mostre presso il Museum of Making Music a Carlsbad, in California). In poche parole, suonavano bene. Steinway ha prodotto oltre tremila Victory Vertical progettati per le truppe in battaglia tra il 1941 e il 1953. Nel 1941, il primo Victory Vertical fu fatto cadere con il paracadute, fornito con spartiti musicali, istruzioni e strumenti per messa a punto e riparazioni. Per le truppe americane, in un paese lontano durante la Seconda Guerra Mondiale, la musica era un modo eccellente per acquisire una pace della mente e ricordare perché stavano combattendo. Un soldato scrisse alla sua famiglia a casa: “Due notti passate abbiamo ricevuto il benvenuto quando è arrivata una jeep che tirava un piccolo carro. Il carro conteneva un sistema di illuminazione e un pianoforte Steinway. È più piccolo e dipinto di verde oliva, proprio come la jeep. Ci siamo divertiti tutti e sicuramente ci siamo divertiti dopo i pasti quando ci siamo riuniti intorno al piano per cantare... Ho dormito sorridendo e anche oggi sto canticchiando alcune delle canzoni che abbiamo cantato”. Fonti: www.linkiesta.it/it/article/2019/09/16/pianoforti-seconda-guerra-mondiale/43545/ www.steinway.com/news/features/steinway-sons-victory-vertical www.victoryvertical.com

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Attenti a queste due! Gianni Rainoldi

Beatrice Venezi e Francesca Dego Segni particolari: sono giovani, italiane, belle, brave e famose. Sono top model? No. Cantanti pop? No. Star del cinema? Nemmeno! Sono semplicemente musiciste! Giovani musiciste che, ognuna nel suo campo, si sono già fatte conoscere e apprezzare in tutto il mondo. Ve le presento brevemente. La prima, Beatrice Venezi, è direttore d’orchestra, pianista e compositrice; nata a Lucca nel 1990, attualmente dirige la Nuova Orchestra Scarlatti di Napoli, è Assistant Conductor della Prima Orchestra Nazionale in Armenia e Direttore Ospite Principale del Festival Puccini, ma ha già girato il mondo dirigendo in Giappone, Argentina, Bielorussia, Georgia, Armenia e Libano. Pucciniana per passione e origine (“Sono cresciuta a pane e Puccini”, afferma), Beatrice, che porta il nome di Puccini nel mondo, fa anche sua la forte tematica femminile delle opere di tutto il repertorio pucciniano, di cui è un’esperta conoscitrice. Quello di Beatrice è stato un percorso fulminante che l’ha condotta nei teatri di tutto il mondo, guadagnando così riconoscimenti e visibilità internazionale, che l’hanno già resa un’ambasciatrice del Made in Italy di altissimo valore. Forbes l’ha nominata fra i cento under 30 più influenti d’Italia. Le seconda, Francesca Dego, nata a Lecco nel 1989 da genitori italiani e americani, è uno dei giovani violinisti più ricercati sulla scena internazionale, considerata dal pubblico e dalla critica fra le migliori giovani interpreti italiane della nuova generazione. La sua carriera in rapida ascesa l’ha portata negli ultimi anni a esibirsi da solista e in formazioni cameristiche in numerosi concerti sia in Italia che all’estero (Stati Uniti, Messico, Argentina, Uruguay, Israele, Inghilterra, Irlanda, Germania, Svizzera). Francesca è vincitrice di numerosi concorsi nazionali e internazionali e nel 2008 ha attirato l’attenzione per essere stata la prima vincitrice femminile italiana dal 1961 del famoso “Concorso Paganini” di Genova. Inoltre ha vinto il premio “Enrico

Costa”, per il quale è stata la più giovane finalista. L’elenco delle orchestre e dei direttori con cui ha collaborato è vastissimo e include i nomi più prestigiosi. La ragione per cui vi parlo di loro, però, è che queste due star della musica hanno deposto bacchetta e archetto per impugnare la penna e hanno scritto un libro… anzi due! Nel suo primo libro, Allegro con fuoco, Beatrice Venezi ha messo in scena un’altra bellezza: quella che si scatena dalle sue mani a colpi di inchiostro e di immagini metaforiche, per raccontare la sua passione per la musica e per coinvolgere quante più persone possibile riavvicinandole alla musica classica. Lo scopo del libro è appunto diffondere l’idea che la musica classica, per troppo tempo considerata noiosa e adatta a un pubblico di vecchi e ricchi intellettuali, è di tutti senza vin-

coli di classe e di età. Beatrice Venezi, nemmeno trentenne, l’ha capito non lasciandosi offuscare da cliché e pregiudizi e dedicando la sua intera esistenza alla bellezza istintiva di quella musica che, attraverso di lei, giunge al pubblico. “Il libro ha un intento divulgativo della musica e della divulgazione musicale, abbiamo un panorama musicale che tutto il mondo ci invidia e la non conoscenza diffusa non permette di apprezzare le nostre radici. L’allegro con fuoco è proprio questo: il fuoco della passione che è scoppiato in me da bambina e che spero di poter riaccendere in un ampio pubblico”. Un libro capace di passare dalla matematica alla musica fino alla poesia in un attimo, regalando immagini che, per quanto semplici, sono in grado di trasmettere al lettore la sensazione di quel brivido vissuto dal direttore d’orchestra nel dare

La direttrice d'orchestra Beatrice Venezi

La violinista Francesca Dego

STAGIONATURA E COMMERCIO FORMAGGI

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il primo colpo di bacchetta, e del peso di un pubblico coinvolto avvertito sulle spalle di chi guida e armonizza gli strumenti. Beatrice non ha dubbi: chiunque, anche oggi, può innamorarsi della musica classica, proprio come ha fatto lei. Tra le note. Classica: 24 chiavi di lettura, di Francesca Dego, è un libro pensato soprattutto per avvicinare al mondo della grande musica chi poco la conosce e la frequenta. Offre gli strumenti per strappare il velo polveroso che trasforma in massa informe, intrappolata nella definizione di musica “classica”, quello che per l’autrice è invece un mondo vivo, colorato e pieno di passioni. La classica per Francesca Dego è vita, è viva, è contemporaneità. Niente di astruso, polveroso e noioso. L’autrice lo dimostra prendendo per mano il lettore lungo ventiquattro capitoli (ognuno con un tema, dall’armonia alla dodecafonia, a Stradivari) facendo diventare la musica classica un’appassionante scoperta. Ventiquattro capitoli che nel titolo contengono tutti un’arguta allusione musicale per raccontare di una passione, ma soprattutto

per avvicinare al mondo della grande musica chi ci si è imbattuto in modo superficiale o vuole approfondire una conoscenza da autodidatta. Ventiquattro chiavi di lettura per altrettante tonalità, colori, sfumature, note su scale discendenti e ascendenti e poi armonia. “La musica è infinitamente più grande dei nostri pregiudizi e dei nostri limiti, e dovrebbe rientrare nell’educazione di tutti, in quanto ha la capacità di arricchire il pensiero, e concorrere in un percorso cognitivo estetico e morale di portata unica. Invece, almeno nel sistema scolastico nostrano, la musica è assente, o fa da comparsa casuale, in cui ci si imbatte in modo superficiale e riduttivo, quasi come se non si volesse dar credito allo studente affidandogli una materia così complessa, che invece potrebbe influenzarlo quanto la lettura dei grandi classici o lo studio delle arti visive”. La forza di questo testo è insita negli argomenti che non si esauriscono nella musica, già universale, ma che coinvolgono anche il diritto alla diversità. “La musica come un mezzo per trascendere le complessità e le differenze culturali tra popoli”.

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La Luna in musica Paolo Bassi

A cinquant'anni dallo sbarco sulla Luna Che fai tu, Luna, in ciel? dimmi, che fai, Silenziosa Luna? Così verseggiava Leopardi nel suo Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, rinnovando la domanda che il genere umano si è posto dalla notte dei tempi nel buio della notte. È passato mezzo secolo dal fatidico sbarco dell’uomo sulla Luna, evento salutato dai media di tutto il globo con grandi celebrazioni, alle quali nel nostro piccolo ci vogliamo associare. Unico satellite del nostro pianeta, accompagna le notti rischiarandole con la sua luce riflessa. Se ne sta lì a guardarci da almeno 4,5 miliardi di anni, quando si formò, pare, a seguito di uno scontro fra la neonata Terra ed un pianeta delle dimensioni di Marte. L’impatto liberò nell’orbita enormi quantità di detriti che si aggregarono fino a creare la bianca sfera. Miti e credenze si sono formati nei millenni intorno alla Luna. Paladina delle nascite, padrona dei raccolti e del vino buono, ma anche pazza e capricciosa, capace di fare riaffiorare i nostri istinti più oscuri. Da sempre intorno alla Luna nascono leggende e bizzarre superstizioni: c’è chi la ritiene responsabile di terremoti e crisi epilettiche e chi la crede implicata in terribili fatti di cronaca. Per non parlare di chi è convinto che sul suo suolo l’uomo non abbia mai messo piede. Nei tempi antichi non erano rare le culture, prevalentemente nomadi, che ritenevano che la Luna morisse ogni notte scendendo nel mondo delle ombre; altre culture pensavano che la Luna inseguisse il Sole, o viceversa, in un’eterna gara senza vincitori e vinti. Nelle religioni dell’antica Grecia, la Luna era personificata da Selene. Figlia di Iperione e di Teia, sorella di Elio (il Sole) ed Eos (l’Aurora), fu poi identificata con Artemide ed era rappresentata su un carro d’argento tirato da buoi bianchi (o cavalli o cervi). Analogamente nell’antica Roma era presente la dea Luna, venerata nel tempio a lei dedicato che si trovava sull’Aventino.

E la musica? Indiscussa fonte di ispirazione, la Luna è onnipresente nelle produzioni musicali di tutti i tempi, dal classico al moderno. In Casta Diva, celebre brano della Norma di Vincenzo Bellini, la sacerdotessa e veggente gallica eleva una preghiera alla Luna. Davanti al desiderio dei Galli di ribellarsi al giogo romano, la sacerdotessa Norma cerca di placare gli animi dato che è scritto nel cielo che Roma dovrà cadere, ma non al momento e né per mano dei Galli. È l’aria più celebre composta dal Bellini, aria della quale ricordiamo le interpretazioni della grande Maria Callas. Clair de lune è Il terzo e più famoso movimento della Suite bergamasque, opera per pianoforte di Claude Debussy. Critico, compositore e musicista, Debussy presenta uno stile che affianca all’impressionismo pittorico l’impressionismo musicale, in contatto con la poesia simbolista. Il brano, dall’atmosfera rarefatta e suggestiva, porta il titolo della poesia di Paul Verlaine Claire de lune che apre la raccolta intitolata Fêtes galantes. Brano fra i più celebri di tutti i tempi, è stato adottato anche come colonna sonora di molti film (uno fra tutti: Ocean’s Eleven). La Luna è poi un elemento ricorrente in tutta la Turandot di Puccini. Nell’aria Perché tarda la Luna? è evocata soprattutto come immagine di morte: pallida, esangue, testa mozza, amante dei morti... così la chiama la folla; sta per avere luogo l’esecuzione del principe di Persia, e la Luna deve illuminare questo spettacolo di sangue. In tempi più recenti (e in contesti meno tristi), Luna rossa è stato un brano interpretato da generazioni di cantanti che l’hanno reso famoso in tutto il mondo, fra i quali citiamo Renato Carosone e Renzo Arbore. Scritta - 28 -

nel 1950 da Vincenzo de Crescenzo e su musica di Antonio Vian, Luna rossa racconta della tristezza di un uomo che alle tre di notte, vagando per strada, spera che la sua amata si affacci dal balcone, ma ella non si presenta. Nella vana speranza di vederla chiede l’intercessione della Luna, che però gli risponde “cca nun ce sta nisciuna” (qua non c’è nessuna). E mentre la Luna rossa deludeva il povero innamorato, anche Fred Buscaglione in Guarda che Luna (1958), disperandosi in una serata di solitudine, contemplava il meraviglioso spettacolo della candida sfera riflessa sul mare: “Guarda che Luna, guarda che mare / Da questa notte senza te dovrò restare / Folle d’amore / Vorrei morire / Mentre la Luna da lassù mi sta a guardare”. Ma i raggi di Luna pare che facciano bene anche alla pelle, tanto che, nell’Italia del boom economico, mentre tutti cercavano l’abbronzatura perfetta al sole delle nostre spiagge, c’era invece chi, come Mina, preferiva uscire la notte per una Tintarella di Luna (1960). Grande successo di qualche anno più tardi fu poi E la Luna bussò, interpretata da Loredana Bertè. Composta da Mario Lavezzi con testo di Oscar Avogadro e Daniele Pace, fu un tormentone dell’estate del 1979. Qui l’oggetto è l’emarginazione metropolitana, il cui protagonista è lo sballato, il dimenticato, assurto al rango di nuovo eroe positivo. Per finire, arrivando ai giorni nostri, non possiamo non citare il mitico Lorenzo Cherubini, alias Jovanotti, che nella sua Al chiaro di Luna ricorda che “quando ci sarà il blackout, gli innamorati potranno sempre contare su questa canzone e sulla luce della Luna”. Potremmo scrivere centinaia di pagine dedicate alla nostra Luna. Ci fermiamo qui, salutando questa bianca sfera che, pur esplorata e fotografata in lungo e in largo, continuerà senza dubbio ad alimentare i nostri sogni e a ispirare le future generazioni. Fonti: karahidden.blogspot.com galleriadellacanzone.it clairdelune.it semprelibera.altervista.org wikipedia.it


La Giocarmonica Soluzioni a pag. 30

Andrea Capelli Se conosci bene la nostra Filarmonica e i suoi musicanti, lasciati aiutare dalle definizioni in blu tra parentesi!

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ORIZZONTALI 1. Con il risotto in una ricetta milanese - 7. Strumento della famiglia degli ottoni (lo suonano Nadine e Chicco) - 11. Sigla di Taranto - 12. Prefisso per orecchio - 14. Il nome del jazzista King Cole - 15. Vi si leggono le note 19. Gli attori di un film - 20. Le iniziali dell’attore Redford (e del trombettista Ramaioli) - 21. Antenato - 22. Contrario di sempre - 24. Finale di nota - 25. Si fa per respirare meglio - 28. Animale a strisce bianconere - 29. Consonanti in riva - 30. La prima nota - 31. In Filarmonica la facciamo insieme - 33. Ideale irrealizzabile - 35. Strumento a doppia ancia (lo suonano Anna e Luca) - 36. Tracciare solchi in un campo - 38. Strumento della famiglia dei legni (lo suonano Fabiana e Lorenzo) - 40. La fuma Sherlock Holmes (e il nostro Presidente Sandro) - 43. Cresce in grappoli - 44. Il contrario di off - 45. Nota da un ottavo.

SOL-LA-SIDOKU

Questo sudoku musicale funziona proprio come un normale sudoku: ogni riga, colonna e riquadro deve contenere le note dal DO al SI e i simboli diesis e bemolle (riquadro d'esempio a destra).

VERTICALI 2. Impianto per l’ascolto di musica - 3. Precede Pietro nel nostro concerto di fine stagione - 4. Galleggiante o serpente - 5. Inni religiosi o gruppi di cantori - 6. Nome dei cantanti Walker e Waits - 7. La fine del fonico - 8. Acido ribonucleico - 9. Su quelli magnetici si registrava la musica - 10. Intervallo di otto note - 13. Strumento a percussione (quello rullante lo suona Enrico) 15. Museo di Madrid - 16. Strumento con tre pistoni (la suonano Giulia e Roberto) - 17. Audio Video - 18. Compose Il flauto magico - 19. Lo dice il partigiano alla bella - 23. La musica è la terza - 25. Cantano e ballano in Sister Act - 27. Con la polenta in un piatto veneto - 32. Città della Normandia 34. Può essere di scarpe o di guanti - 35. La fanno i tifosi allo stadio - 37. Associazione Tennisti Professionisti - 38. Curriculum Vitae - 39. Fine dell'ottavino - 40. La provincia di Verdi - 41. Iniziali di Mascagni - 42. Le vocali di arpa.

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Difficoltà: MEDIA

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La Giocarmonica Soluzioni dei giochi a pag. 29

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SI-DO-REBUS: Trombone o sassofono O S T P E R R A E D O O C U V

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I PROSSIMI APPUNTAMENTI CON LA FILARMONICA

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NOVEMBRE Domenica 3

Castagnata e sede aperta

Abbiategrasso, sede di Via Alfieri

Sabato 16

Concerto di Novembre Ov|Est

Abbiategrasso, Teatro Fiera, Via Ticino 72

10-12 Prove aperte Filarmonica 14-18 Note in libertà degli allievi

DICEMBRE Domenica 1

Musica nei quartieri “Natale in piazza”

Abbiategrasso

Domenica 8

Concerto per la Associazione 3 A

Mortara, Auditorium, Viale Dante 1

Domenica 15

Musica nei quartieri “Natale in piazza”

Abbiategrasso

Sabato 21

Concerto di Natale

Abbiategrasso, Chiesa di San Pietro

Domenica 22

Musica nei quartieri “Natale in piazza”

Abbiategrasso

GENNAIO 2020

FARMACIA MILANO

Mercoledì 1

Musica nei quartieri “Capodanno in piazza”

Abbiategrasso

Venerdì 17

Falò di Sant'Antonio

Abbiategrasso

MEDICINA E SALUTE

Corso Giacomo Matteotti, 44 Abbiategrasso

APRILE 2020 Sabato 25

Concerto per la Liberazione

Tel: 02 9496 7313

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Abbiategrasso, Piazza Marconi


LA FILARMONICA Presidenti onorari Maria Teresa Abriani

Pietro Galbiati

Consiglio Direttivo Alessandro Bagnaschi - Presidente Paolo Bassi e Giuseppe Comincini - Vice Presidenti Ornella Zattin - Segretaria Mauro Bianchi - Economo e Vice Maestro Ivan Silvio Bassini

NEW ENTRIES Dai musicanti de La Filarmonica un gioioso benvenuto a Vittoria Mocchi, Pietro Street ed Eros Vecchi, che dopo l’esperienza allo scorso Concerto di Novembre quest’anno fanno l’ingresso ufficiale in organico, rinforzando la sezione delle percussioni! Un caloroso benvenuto anche a Marco Di Giacinto, new entry tra i tromboni! Per questo concerto, è un piacere avere con noi Valentina Medici al violoncello e Martina Baroni al clarinetto.

NOTIZIE IN BREVE

Francesco Bellati

BENVENUTO FRANCESCO!

Luigi Belloni

Congratulazioni a mamma Chiara, papà Marco e allo zio Andrea, secondo clarinetto della nostra banda, per la nascita del piccolo Francesco!

Giorgio Borghi Andrea Capelli Annamaria Cittadinetti

LUTTO

Livio Mor Mauro Pizi Francesco Ragona Emanuele Rainoldi

Responsabili Scuola di Musica “Corrado Abriani” Paola Andreoni Galasso Annamaria Cittadinetti Ornella Del Pero Pina Paladino Marnati

Indirizzo e contatti: Abbiategrasso - Via V. Alfieri, 1 Tel. 02 24167614 filarmonica@alice.it - www.bandafilarmonica.org filarmonicaabbiategrasso

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La Filarmonica porge le sue condoglianza a Mario Brezigia per la perdita della cara mamma, la Sig.ra Alda Borsani, e dello zio Piergiorgio Brezigia. Le nostre condoglianze per la scomparsa dello zio Luigi “Gigi” Dell’Acqua al figlio Antonio, musicista nella nostra Big Band, e alla nipote Valeria, clarinettista della Filarmonica. La Filarmonica ricorda con affetto tre sostenitori e amici della banda che ci hanno lasciato in questi mesi: condoglianze alle famiglie di Alfonso Latino, Mario Bianchi e Vincenzo Marino per la loro perdita.

CASTAGNATA 2019!!!


LA FILARMONICA È... Porta di Brandeburgo

ALL'INTERNO: CONCERTO DI NOVEMBRE 3 4

Programma del concerto Guida all'ascolto

DENTRO LA FILARMONICA 6 7

La Scuola di Musica C. Abriani Ricordo del Maestro Corrado Abriani

IL TEMA DEL CONCERTO 8 10 12 14 16

C'era un Muro tra i mondi... ma questa è già Storia! East Side Gallery (il Muro di Berlino oggi)

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Le canzoni che raccontano il Muro di Berlino Perché un muro? I concerti che fecero cadere il Muro di Berlino Leonard Bernstein: la classica si fa popolare Musica e arte al tempo del regime sovietico Šostakóvič, uno sguardo alla sua vita 1892: alla scoperta dell'America

CRONACHE DALLA BANDA 20 21 21 22 23 23

Concerto del Quadriportico, tra tradizioni e traduzioni Concerto di San Pietro La Filarmonica alla Cislianerbande Junior Band: sempre meglio! Una Band davvero Big al Castello Visconteo Una MELA al giorno... una FESTA ogni anno!

RUBRICHE E APPROFONDIMENTI cosa Hai e no signifi impara n dim ca L to enti ibert à carl om ai

Checkpoint Charlie

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... MURI CHE CADONO

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L'arghilofono - Antichi strumenti Victory Vertical - Il pianoforte dei soldati americani in guerra Attenti a queste due Beatrice Venezi e Francesca Dego La Luna in musica - A cinquanta anni dallo sbarco sulla Luna La Giocarmonica Prossimi appuntamenti New Entries Notizie in breve

LA FILARMONICA è un’Associazione di Promozione Sociale - Sostienila con il tuo contributo del 5‰ dell’IRPEF - Codice fiscale: 82004210157


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La Filarmonica è... Nr 64 - Novembre 2019 - Est|Ovest by Complesso Bandistico "La Filarmonica" - Issuu