Novembre 2011
n. 48
LA FILARMONICA È… Informatore musicale del COMPLESSO BANDISTICO LA FILARMONICA
La Filarmonica all’Opera Opera, Opera in musica, Melodramma: sono tutti termini che definiscono un genere teatrale-musicale, nato in Italia agli albori del ‘600 e diffusosi presto in tutto il mondo. Fenomeno artistico tra i più rilevanti della cultura musicale occidentale, ma anche sociale e di costume, a distanza di oltre quattro secoli l’opera continua a commuoverci, a darci emozioni, a regalarci momenti magici. Per questo concerto, che intitolerei “La Filarmonica all’Opera”, presenteremo i tre atti di “La Traviata” di Giuseppe Verdi: con la partecipazione di tre cantanti e di una voce narrante che ci guiderà nella trama di questa tragica storia, ascolteremo le pagine più belle e significative di questo capolavoro, che l’autore scrisse per il Teatro “La Fenice” di Venezia nel 1853. Ad oggi, “La Traviata” è tra le opere più conosciute e apprezzate nel mondo. Carlo Zappa
Locandina della prima del 1853
Sabato 19 novembre 2011 - ore 21
CONCERTO di NOVEMBRE Teatro Fiera - Via Ticino, 72 - Abbiategrasso (MI)
34° Concerto di Novembre IL COMPLESSO BANDISTICO LA FILARMONICA presenta
LA T RAVIA TA Opera in tre atti di Giuseppe Verdi Libretto di Francesco Maria Piave Violetta Valéry Alfredo Germont Giorgio Germont Voce narrante
Direttore
Bora Kwak Jeong Jinhwan Eun Yong Park Giuseppe Comincini
CARLO ZAPPA
In collaborazione con la Scuola Musicale di Milano
Col patrocinio della La Filarmonica ringrazia quanti hanno collaborato alla realizzazione della 34a edizione del Concerto di Novembre
Città di Abbiategrasso
Via Monsignor Gilardelli, 10 Palazzo Leone da Perego 20025 Legnano (MI)
Tradizione e novità Eccoci giunti all’appuntamento con il tradizionale Concerto di Novembre, uno dei principali impegni della Filarmonica, che condiziona e caratterizza gran parte dei lavori nella prima parte dell’anno sociale. Anche quest’anno siamo sicuri di aver lavorato al meglio delle nostre possibilità per proporre un prodotto di qualità che possa essere apprezzato dal pubblico e che testimoni il costante lavoro di affinamento delle qualità del nostro complesso. Come sempre il Concerto di Novembre sarà da un lato l’occasione per presentare alcuni nuovi musicanti che, provenienti dalla nostra scuola, fanno il loro ingresso nell’organico effettivo della Banda e dall’altro quella di salutare e ringraziare alcuni altri componenti che da più anni dedicano con passione tempo e capacità alla buona riuscita delle varie iniziative. Penso che proprio questo costante incontro tra i nuovi entrati ed i più esperti, con i rispettivi bagagli di attese ed esperienze, sia uno dei punti di forza della Filarmonica che ci permette di trovare sempre nuovi stimoli per affrontare situazioni nuove e nuove prove. Quest’anno poi giungerà a naturale scadenza anche il Consiglio Direttivo che ho avuto l’onore di presiedere in questi due anni. Sarà questa l’occasione per un approfondimento critico sulle iniziative e le attività svolte, con particolare riguardo a quelle che potrebbero essere ulteriormente sviluppate per migliorare l’immagine della Banda. Mi auguro che sia anche l’occasione per avvicinare nuove persone che possano portare nuovo entusiasmo e nuove idee per la crescita della nostra Banda. Mi piace cogliere questa occasione per ringraziare tutti coloro che hanno contribuito in varia misura alla realizzazione di questo concerto e all’attività tutta della Filarmonica, a cominciare dal Maestro Zappa, tutti i musicanti e tutti i componenti del Consiglio Direttivo, che hanno sopportato anche le mie lacune e le mie inefficienze, tutti i simpatizzanti che a vario titolo hanno collaborato e tutti coloro che guardano con simpatia alle iniziative della nostra Banda e che sempre ci seguono con affetto. Il Presidente, Alessandro Bagnaschi
GUIDA ALL’ASCOLTO LA TRAVIATA BREVE TRAMA Melodramma in tre atti di Giuseppe Verdi su libretto di Francesco Maria Piave tratto dal romanzo La dame aux camélias di Alexandre Dumas figlio. Prima rappresentazione: 6 Marzo 1853, Teatro “La Fenice” di Venezia. L’azione si svolge a Parigi a metà dell’’800.
Atto primo Festa a casa di Violetta; sono presenti molti personaggi della borghesia e dell’aristocrazia parigina. Un giovane, Alfredo Germont, si è fatto presentare dall’amico Gastone alla padrona di casa, della quale è segretamente innamorato. La giovane un po’ si lascia lusingare e un po’ si prende gioco degli ammiratori, e propone un brindisi (“Libiam ne’ lieti calici”). Iniziano le danze e tutti gli invitati partecipano, ma un attacco di tosse assale Violetta, che si trattiene in una sala ove viene assistita da Alfredo, che esprime il proprio sentimento (“Un dì, felice, eterea”); Violetta risponde con ironia (“Ah, se ciò è ver, fuggitemi...”), ma alla fine della festa gli dà appuntamento per l’indomani. Rimasta sola, Violetta medita sul turbamento causatole dalle parole di Alfredo e si chiede se egli non possa rappresentare per lei un vero amore (“Ah, fors’è lui”), e soprattutto se può essere concesso a lei, una mantenuta, di vivere un vero sentimento; ma subito, quasi per scacciare l’idea stessa (“Follie! Follie! Delirio vano è questo”), canta con frenesia un inno alla vita mondana e riafferma la propria libertà (“Sempre libera degg’io folleg-
giare di gioia in gioia”).
Atto secondo La scena si apre in una residenza di campagna fuori Parigi. Alfredo esprime la propria gioia per la nuova vita con Violetta (“De’ miei bollenti spiriti”). E’ solo una breve parentesi felice: Annina, la cameriera, gli rivela di essere stata a Parigi a vendere i beni di Violetta per far fronte alle spese. Alfredo, colpito nell’orgoglio, corre in città in cerca di una soluzione (“Oh, mio rimorso, o infamia!”). Violetta, rientrata, riceve un invito degli amici di un tempo: non lo accetterà, la sua vita ora è cambiata. Giunge Giorgio Germont, padre di Alfredo, per chiederle di troncare la relazione, che compromette la rispettabilità della famiglia tanto che il futuro genero potrebbe rifiutare il matrimonio con la sorella di Alfredo (“Pura siccome un angelo”). Violetta contrappone l’autenticità del proprio sentimento all’ipocrisia dei contratti dell’alta società, ma Germont cinicamente la invita a tornare alla vita di un tempo prima che la sua bellezza svanisca e Alfredo la lasci. Violetta si rassegna (“Dite alla giovine”); fattasi promettere da Germont di rivelare al figlio la verità una volta defunta, sta scrivendo la lettera di addio quando viene sorpresa da Alfredo (“Amami Alfredo”). Violetta torna a Parigi e la lettera viene recapitata all’amato, che cade disperato tra le braccia del padre che coglie l’occasione per un altro cinico colpo (“Di Provenza il mar, il suol”). Ma Alfredo si tormenta cercando la causa dell’abbandono di Violetta ed ipotizzando il tradimento, mentre Germont insiste nell’azione moralistica (“No, non udrai rimproveri”). La scena muta: a casa di Flora; la festa si svolge tra canti e danze festose con zingarelle e toreri; Violetta giunge con il barone Douphol; Alfredo lo sfida a carte e la tensione cala solo con l’annuncio della cena. Alfredo e Violetta hanno un colloquio e la donna, mentendo, dice di amare Douphol. Alfredo, chiamati tutti a raccolta, le getta del denaro in segno di pagamento. Douphol lo sfida a duello mentre giunge Giorgio Germont che condanna il figlio per l’ignobile gesto (“Di sprezzo degno se stesso rende
chi pur nell’ira la donna offende”), ma non gli svela la verità.
Atto terzo Violetta è ormai morente, assistita da Annina e dal medico. È carnevale e l’allegria festosa fa da contrasto con la sua sofferenza. Ella rilegge una lettera di Giorgio Germont che la informa dell’esito del duello, in cui il barone è rimasto ferito, e le annuncia che Alfredo, da lui finalmente informato sulle cause della separazione, la sta raggiungendo per chiederle perdono. Ormai è tardi (“Addio del passato”): Alfredo arriva e corre ad abbracciare Violetta (“Colpevol sono...”). Alla riappacificazione segue l’utopia (“Parigi, o cara”); Violetta vorrebbe andare in chiesa a rendere grazie, ma non ne ha la forza (“Gran Dio, morir sì giovine”). Germont, finalmente pentito, giunge per l’ultimo conforto. Violetta si accomiata dal suo amato e dalla vita (“Prendi; quest’è l’immagine”). Un breve benessere precede la morte; Violetta cade esanime. La Traviata è forse l’opera italiana che più è entrata nel cuore del pubblico e nell’immaginario collettivo, suscitando palpiti di commozione nel pubblico di ogni luogo e di ogni epoca. Giuseppe Verdi
Maria Callas nel ruolo di Violetta
In molti hanno voluto vedere nella scelta di questo soggetto un richiamo al rapporto di Verdi con la cantante Giuseppina Strepponi, sposata solo nel 1859; per sfuggire al giudizio sulla loro unione, i due si recarono a Parigi, ove assistettero alla rappresentazione de La dame aux camélias, dramma teatrale in tre atti di Alexandre Dumas figlio, andato in scena il 2 febbraio 1852. La Traviata offre innumerevoli spunti di approfondimento.
COME NASCE “LA TRAVIATA”? Dopo il successo di Rigoletto, Verdi è pronto a scrivere due nuove opere: Il Trovatore per il Teatro Apollo di Roma e un’altra opera per il Teatro “La Fenice” di Venezia. Il compositore non trova però il soggetto dell’opera veneziana finché, a Parigi, assiste alla prima della pièce La dame aux camélias, tratta dal romanzo di Dumas figlio scritto nel 1848, autobiografico e dal contenuto altamente scandalistico. È da notare come - segno forse dei tempi che stavano cambiando - i protagonisti delle tre opere della trilogia popolare, Il Trovatore, Rigoletto e La Traviata, siano personaggi ai margini: un buffone, una zingara e, appunto, una mantenuta. Una parola va spesa anche sulla protagonista: Violetta Valéry è la controfigura artistica di una donna realmente esistita, Marguerite Gautier, e conosciuta anche da Alexandre Dumas. Il suo vero nome era Alphonsine Plessis; lei stessa lo mutò nel più aristocratico Marie Duplessis una volta giunta a Parigi. Amante di molti uomini eminenti e di artisti (si parla di Franz Listz), Marie/ Alphonsine morì a soli 23 anni; la sua tom-
ba è visitata ancora oggi. La scabrosità del soggetto non sfuggì a Verdi: “Un altro forse non l’avrebbe fatto per i costumi, pei tempi [l’epoca contemporanea] e per altri mille goffi scrupoli. Io lo faccio con tutto il piacere”; ma il cigno di Busseto, sanguigno e testardo da buon emiliano, non si arrese. La censura veneziana inoltre, più tollerante, diede il suo assenso (aveva accettato anche Ernani e Rigoletto, i cui “originali” erano banditi dalle scene in Francia). Rifiutò il titolo Amore e morte proposto da Verdi, accettando inspiegabilmente quello ben più forte di La Traviata (appellativo che Violetta si attribuisce nel terzo atto), e impose la retrodatazione della vicenda al XVIII secolo. Verdi riuscì ad impedire l’uso di parrucche, ma non poté evitare l’effetto di straniamento che si creava fra la musica, improntata alla danza del momento (il valzer voluttuoso e peccaminoso che stava conquistando l’Europa) e la lontananza dell’immagine scenica. Gli spettatori non poterono inoltre riconoscere, oltre all’ambientazione, anche le ipocrisie della società cui appartenevano. Tolta la provocazione, il pubblico percepiva solo il cliché melodrammatico - come diceva George Bernard Shaw - del “tenore che intende portarsi a letto il soprano, ma il baritono non vuole”. Anche la compagnia si rivelò inadatta: il soprano Fanny Salvini Donatelli, troppo florida per interpretare una tisica, il tenore Ludovico Graziani e il celebrato ma ormai logoro baritono Felice Varesi: “La traviata, ieri sera, fiasco. La colpa è mia o dei cantanti? Il tempo giudicherà”, commentò il compositore, che non riprese l’opera fino a che non trovò una compagnia all’altezza, e la trovò proprio a Venezia, nel Teatro di San Benedetto. Dopo aver adattato la parte ai nuovi cantanti Maria Spezia, Francesco Landi e Filippo Coletti, riaffrontò il pubblico il 6 maggio 1854: “Sappiate addunque che La Traviata che si eseguisce ora al S. Benedetto è la stessa, stessissima che si eseguì l’anno passato alla Fenice… Allora fece fiasco; ora fa furore. Concludete voi!!”. Anche se in realtà qualche cambiamento più consistente ci fu, in entrambi i casi l’azione segue il decorso e soprattutto lo spirito del dramma (in cui c’era una sorta di nobilitazione dei personaggi) di Dumas (con l’omissione del secondo atto), più che del romanzo, decisamente più realistico e crudo.
famiglia, il finale tragico, sono topoi che si ritrovano in lavori artistici di diverso genere; eppure La Traviata è una delle opere più rappresentate, e nessuno rimane insensibile di fronte alle vicende di Violetta, che Francesco Maria Piave, e soprattutto Giuseppe Verdi, hanno rivestito con una musica che esplicita quanto avviene in scena e anche ciò che non si vede. Le scelte di Verdi sono perfette, e l’opera intera risponde a quanti ritengono il cigno di Busseto un compositore mediocre. Egli adotta una tecnica narrativa insolita per il melodramma dell’epoca: oggi lo chiamiamo flashback, o, meglio, narrazione a ritroso, condotta tramite le note del preludio che apre l’opera (che già non lascia dubbi sull’esito): è un ritratto musicale della protagonista nel momento del declino fisico (i salti di semitono secondo alcuni rappresentano i colpi di tosse di Violetta, minata dalla tisi), mentre la mente corre ai tempi della relazione amorosa (è il passionale “Amami, Alfredo” del secondo atto) e agli spensierati giorni in cui la passione si era accesa (figurazioni brillanti mentre gli strumenti gravi ripetono il tema amoroso). La scena si apre in modo diametralmente opposto: rapide scale ascendenti ci introducono alla festa in casa di Violetta. La musica, in tempo di danza, racconta la vita frivola e mondana condotta dalla protagonista e dai suoi ospiti. Alfredo, una volta presentato, porta con sé un nuovo tema musicale, legato al vero sentimento e non più solo alla dissipatezza. Quando intona “Libiam ne’ lieti calici”, viene seguito istantaneamente da tutti i convenuti, ma il canto di Alfredo non è solo un inno alla gioia. È la battaglia d’apertura tra lui e
L’OPERA La trama di La Traviata corre il grosso rischio di essere definita “banale”: la mantenuta di buon cuore, l’ostacolo posto dalla
Giuseppe Filianoti e Renato Bruson, rispettivamente Alfredo e Giorgio Germont
Violetta, o meglio, tra lui, idealista, e quella parte forse solo pragmatica di Violetta arroccata nel proprio mondo di piaceri dissoluti. La “tenzone” prosegue: Violetta si sente male e, mentre gli altri si allontanano per danzare, Alfredo la assiste e ne approfitta per ribadirle il suo amore (ce lo immaginiamo con l’aria sognante) nell’aria “Un dì felice, eterea” (aggettivo, “eterea”, che potrebbe sembrare stridente, riferito ad una mantenuta). Il tema musicale che accompagna le sue parole (“Di quell’amor ch’è palpito”) ritornerà più volte nel resto dell’atto e in tutta l’opera. Violetta, pur colpita, rifiuta il suo amore ma non la sua amicizia, e lo invita a tornare quando il fiore che lei gli dona sarà appassito. Il primo atto si chiude con una sequenza meravigliosa in cui è in scena solo Violetta (a parte un breve momento in cui alla sua voce si intreccia quella di Alfredo, a mo’ di reminiscenza). La festa è finita e la ragazza riflette sulle parole del giovane: si stupisce che le siano rimaste impresse (“È strano! È strano! In cor scolpiti ho quegli accenti!”), e l’hanno commossa. La sequenza, fondamentale per caratterizzare il personaggio, è un susseguirsi di brani toccanti e vivaci, diversissimi fra loro come sono diversi gli stati d’animo della protagonista: stupore, speranza, illusione, tenerezza, rifiuto. Abbandonati i panni della mondana senza debolezze fisiche o sentimentali, ora che è sola svela la propria inquietudine e ammette di sentirsi “sola, abbandonata, in questo popoloso deserto che appellano Parigi”, dove l’ossimoro “popoloso deserto” esprime meravigliosamente la contrapposizione tra il mondo frivolo di feste e di “facili” amicizie ed il vuoto interiore che Alfredo, che pare sincero, così diverso dal Barone o dagli altri suoi amanti, è forse in grado di riempire. Per quanto in genere nell’opera il libretto passi in secondo piano, dobbiamo notare come Piave, in poche parole, definisca Vio-
letta: “È strano”, ripete; lo dirà anche nel terzo atto, quando l’arrivo improvviso di Alfredo sembrerà darle nuovo vigore. Inoltre la sequenza letizia, voluttà, piacere, gioia, diletto, festa è un climax che porta ai tripudi e al gaudio dell’amore che è però fugace e rapido; mentre c’è una vera tragedia nella contrapposizione tra quel sempre libera ed il contrastante degg’io e in quel folleggiare che riprende follia per esprimere il piacere che, si intuisce, è più offerto che goduto. Il secondo atto ci porta nella casa di Violetta e di Alfredo. Nell’aria introduttiva il giovane si abbandona alla gioia come un bambino: una melodia di ampio respiro descrive la sua spensieratezza, mentre l’incalzante scansione ritmica dell’accompagnamento ci allontana musicalmente dalla frivola Parigi dei valzer salottieri. È in vista un’esistenza serena? No, e per due motivi. Il primo, forse di semplice soluzione, è essenzialmente economico: Alfredo è talmente innamorato da non essersi accorto del fatto che è Violetta, con la vendita di tutto ciò che possiede, ad assicurare un’esistenza agiata. Come destato da un sonno colpevole, parte per Parigi, lasciando la scena al vero ostacolo: la morale borghese, impersonata dal padre, Giorgio Germont, che trova Violetta intenta nei suoi affari. Ne scaturisce un duetto meraviglioso, che da solo occupa quasi tutto l’atto. La contrapposizione è totale, e si dipana su più livelli. La linea vocale di Germont incarna i pregiudizi ed il conformismo. Il suo canto è paziente, persuasivo, inquadrato ritmicamente e melodicamente. Violetta, che intravedeva un po’ di felicità, è sconvolta: il suo “Il previdi… v’attesi… era felice troppo…” è il grido disperato di chi sente sfuggire l’unica cosa che dava un senso alla sua esistenza. La sua linea vocale è frammentata, il suo canto procede quasi a singhiozzi, e tutto rivela il suo grande tormento. Violetta si acquieta, vinta dalla rigida logica di Germont, solo quando decide di lasciare Alfredo per permettere alla sorella di lui di perfezionare il matrimonio con un giovane che altrimenti l’avrebbe respinta. Nell’aria “Dite alla giovine”, sembra adeguarsi anche musicalmente al suo interlocutore, chinarsi anche psicologicamente di fronte alle convenzioni, ed accettare il triste destino di morire da sola. Il suo addio ad Alfredo, che la trova intenta a scrivere una lettera (la tecnica del parlato rende molto realistica la scena), è coronato dall’esplosione d’amore e dolore “Amami, Alfredo”; musicalmente viene ripreso il motivo di salti di semicroma già presente nel
preludio, che ci racconta il sentimento di Violetta, consapevole di aver poco da vivere (nemmeno questo ha scosso l’inflessibile Germont), e soprattutto di aver perso “l’unico raggio di bene”. Violetta appare un personaggio eroico: la sua fine è il necessario sacrificio da cui scaturirà un nuovo modello di società (un’altra interpretazione, meno idealizzante, vede Violetta come lucidamente artefice della sua “beatificazione” post-mortem: è lei a chiedere a Germont di rivelare ad Alfredo l’accaduto, una volta morta. Consapevole di aver comunque poco da vivere, Violetta sceglierebbe l’immortalità del ricordo. Per tranquillizzare i romantici ad oltranza, il da parte della fine del secondo atto “Alfredo, Alfredo, di questo core non puoi comprendere tutto l’amore” sembrerebbe contestare questa ipotesi). Il prosieguo dell’atto ci riporta alle atmosfere dell’inizio dell’opera, ma i toni sono molto più drammatici, e la tensione è evidente. Qui Verdi introduce due numeri per il corpo di ballo: il Coro di Zingarelle ed il Coro di Mattadori Spagnuoli. Inserire la danza nell’opera era uno stilema ereditato dall’opera francese e Verdi, che già aveva trascorso dei periodi in Francia, con questi incisi volle conferire ulteriore aria di festa a questa parte dell’atto, e forse delineare ancora meglio la distanza tra i gioiosi conviti tra “gente di mondo” e la tragedia che si sta consumando. L’atto si conclude infatti con la bugia di Violetta, che a fatica dice ad Alfredo di amare il barone, e con Alfredo che si scaglia contro la donna gettandole poi addosso dei soldi (gesto ripreso, ad esempio, nel musical “Moulin Rouge”). I convitati si indignano, ed anche il padre (giunto con strano tempismo…) lo condanna per il gesto (omettendo ancora la verità). Il terzo atto, come il primo, si apre con un preludio straziante. Più breve rispetto a quello del primo atto, ci comunica un senso di fine e di tragedia imminente. Violetta, ormai costretta a letto, non è sola: Annina ed il dottore sono con lei. È una differenza significativa rispetto alla versione di Dumas, nella quale Marguerite muore sola ed oppressa da medici e avvoltoi. Anche la scelta di farle donare ai poveri il poco che ha è funzionale a rappresentarci un personaggio che è stato in grado di risollevarsi moralmente. Appena è sola, si appresta a leggere una missiva di Giorgio Germont. Anche qui Verdi utilizza la tecnica del parlato, sul quale l’esclamazione “È tardi!” suona tremendamente disperata. Con l’aria “Addio del passato”, caratterizzata da un ritmo che evoca
la morte ormai imminente, Violetta si congeda simbolicamente dai bei sogni ridenti e dalla vita. Intanto, da fuori giungono suoni di festa: è Carnevale, e per le strade di Parigi si inoltra il Corteo del bue grasso. La scelta dell’evento non è casuale: si trattava di un’antica tradizione, non da tutti apprezzata: Berlioz ne parlava come di uno di quegli spettacoli “che fanno dell’uomo soi-disant civilisé il più vile e il più atroce degli animali malvagi”. Nuova dimostrazione che Verdi non era uno sprovveduto né musicalmente e né culturalmente, nello scegliere una manifestazione nella quale, come nella vicenda di Violetta, si “celebra” la sopraffazione del più forte sul più debole. Annina rientra di corsa. Sa che Alfredo sta tornando, e vuole preservare Violetta da un’emozione improvvisa. Il duetto tra i due amanti attraversa tutte le fasi di un incontro disperato: Alfredo si dichiara colpevole, poi per una breve sezione vivono come in un sogno, progettando un futuro sereno insieme, lontano da Parigi. È solo un illusione. Violetta, resasi conto che non c’è più nulla da fare, prorompe in un’aria quasi marziale (“Gran Dio! Morir sì giovine”), ma la battaglia contro la malattia è ormai persa. Ad assistere Violetta negli ultimi istanti, oltre ad Alfredo, Annina ed il dottore (i veri amici, distanti dai gaudenti compagni di feste), giunge anche Giorgio Germont. Egli è forse il personaggio che subisce il mutamento più profondo: nel secondo atto è irremovibile anche se colpito positivamente dal comportamento di Violetta, e sempre nel secondo atto rimprovera Alfredo per il suo comportamento; eppure accorre al capezzale di Violetta, esce dall’atteggiamento convenzionale e compie una scelta individuale, chiamandola figlia. Violetta spira serenamente dopo un breve delirio (“È strano”, dice ancora, come nel primo atto). Come dice Fabrizio della Seta, musicologo e curatore dell’edizione critica della partitura di La Traviata, “Violetta muore perché è protagonista di una tragedia, ma non ci appare affatto redenta, perché non ha nulla da cui redimersi”.
La “solita forma”: una chiave per comprendere il linguaggio dell’opera Quello di Abramo Basevi (1818-1885) è un nome oggi quasi sconosciuto. In realtà egli fu un personaggio di spicco nell’Ottocento italiano, in particolare per i suoi studi di musicologia, disciplina allora agli albori. Autore di alcuni studi critici, di lui si ricorda in parti-
colare quella “solita forma”, riscontrabile (a mo’ di “configurazione standard”) nei duetti (ma anche con poche varianti, nelle arie e nei finali) dell’800 italiano. In tale struttura, sezioni drammaturgicamente statiche, in cui l’azione si arresta, si alternano a sezioni cinetiche, in cui l’azione procede. Lo schema è di aiuto per trovare i nessi tra la situazione drammatica e la morfologia del libretto e della partitura. Di Basevi e della “solita forma” si sono occupati in molti: interessante è l’articolo di Harold Powers, “‘La solita forma’ and The Uses of Convention”, un punto di vista non italocentrico sull’opera lirica. In un duetto la “solita forma” prevede di norma cinque fasi: dopo una breve Scena introduttiva in recitativo, nel Tempo d’attacco
con Alfredo. 1. Tempo d’attacco - Cinetica (da “Pura siccome un angelo” a “Così alla misera”) Violetta apprende che, a causa della condotta del giovane, il promesso sposo della figlia si nega alle nozze. Germont chiede a Violetta di lasciare per sempre l’amato. La donna rifiuta: al mondo non ha altri che Alfredo. Germont tenta di persuaderla sollecitando la sua generosità e adombrando la volubilità maschile. Violetta cede… 2. Cantabile - Statica (“Dite alla giovine”) … e invita Germont a dare la buona nuova alla figlia. 3. Tempo di mezzo - Cinetica (da “Imponete” a “Tra breve”) Violetta stabilisce poi come indurre Alfredo a separarsi da lei, invitando Germont a confortarlo… 4. Cabaletta - Statica (“Morrò!... La mia memoria”) … nonché a svelare al giovane, dopo la propria morte, la verità, affinché egli non maledica la sua memoria. Paola Magnaghi
Violetta interpretata da Ermonela Jaho
i personaggi illustrano le proprie posizioni, stabilendo i termini del confronto o del conflitto che li coinvolge. Tale presentazione sfocia nel Cantabile, una sosta dell’azione in cui essi possono esprimere il proprio stato d’animo. Nel Tempo di mezzo ha luogo di solito un colpo di scena (ad esempio giunge una visita o una notizia inattesa, o un personaggio prende una decisione). La tensione si scioglie nella Cabaletta, spesso in andamento vivace, eseguita da entrambi i personaggi. Qui il tempo dell’azione si arresta ancora per sancire la nuova situazione, l’esito drammaturgico del duetto. La “solita forma” non solo scandisce la vicenda, ma segue anche l’evoluzione psicologica dei personaggi. Se ne trova traccia nel duetto Violetta - Germont nel secondo atto di La Traviata. 0. Scena (recitativo) Violetta confida a Germont di aver disposto la rinuncia a ogni suo avere pur di rimanere
Concerto di Giugno Applausi per la Filarmonica e per i suoi solisti Cos’hanno in comune un ricercatore universitario, un bancario, un informatico ed un commerciante? In questo caso, la passione per la musica e la capacità di suonare da solisti davanti ad un pubblico foltissimo senza tradire alcuna emozione. Sabato 4 giugno la Filarmonica ha offerto alla città un bellissimo concerto, grazie a loro e a tutti gli altri elementi del complesso, tutti musicisti non per professione ma per passione. Il concerto, che si è tenuto all’interno della Basilica di S. Maria Nuova a causa del rischio di pioggia, si è aperto con le note del brioso Valzer in fa maggiore di Giuseppe Verdi; a seguire, Beauty Horn di Flavio Bar, compositore piemontese contemporaneo. Una sorta di “concerto” in tre movimenti, il primo dei quali molto brillante, con echi di caccia; il secondo più cantabile e il terzo allegro e festoso. Al corno Federico Abbiati, bravissimo ad interpretare il carattere peculiare di ogni movimento. La sinfonia dall’opera Nabucco, con stacchi di tempo e cambi di tonalità da non sottovalutare, ha richiesto molta concentrazione ai musicanti; è stato un brano particolarmente difficile, ha sottolineato anche l’ospite della Filarmonica, monsignor Paolo Masperi, che ha esaltato la performance dei bandisti e del direttore Carlo Zappa. È stato poi il momento del secondo pezzo per strumento solista: Trumpet Galop di Derek Bourgeois, compositore inglese che in questo pezzo, decisamente brioso, ha
voluto sfruttare una in particolare delle caratteristiche della tromba, il suono chiaro e brillante, che ha dialogato trovando il giusto equilibrio con il resto dell’organico interpretando con ironia gli interventi più giocosi. Il solista Giorgio Borghi, passando con duttilità dai registri più bassi a quelli più acuti, ha trascinato i suoi colleghi, che hanno ripreso il tema proposto dalla voce della sua tromba. La seconda parte si è aperta con la suite da Lo Schiaccianoci; un pezzo molto noto di cui la Filarmonica ha saputo rendere l’atmosfera fiabesca, così come, nell’ultimo pezzo in programma, ovvero la suite Shéhérazade di Rimsky-Korsakov, si è intrapreso un viaggio nell’Oriente fantastico, teatro della raccolta Le mille e una notte a cui il compositore si è ispirato. Questi due brani si sono alternati agli altri due pezzi con strumento solista: il primo, Introduction and Modern Beat, composto da Dizzy Stratford (ovvero Jacob De Haan, uno dei più apprezzati compositori di pezzi origi-
nali per banda, qui sotto pseudonimo) per essere eseguito dal sassofono o dalla tromba, ha visto Leonardo Castello dialogare col suo sassofono contralto. Diviso in due parti contrastanti tra di loro, il brano presenta nella prima un tema molto cantabile e quasi nostalgico, mentre la seconda ricorda quasi una composizione per big band. L’ultimo pezzo con strumento solista, Concert for Clarinet di Artie Shaw, è stato interpretato da Giorgio Magistrelli: con i suoi ritmi swing, le peculiari sonorità della musica della prima metà del XX secolo e il dialogo stretto tra clarinetto e batteria, ha dato l’ennesima prova del livello raggiunto dalla Filarmonica che, giunta al suo 165° anno dalla fondazione, dimostra sempre entusiasmo, duttilità e voglia di proporre ad ogni concerto qualcosa di nuovo. Paola Magnaghi
Non solo Verdi Jacopo Peri
(1561 – 1633) Jacopo Peri, detto “Zazzerino”, nei panni di Arione nel quinto intermezzo della “Pellegrina”, Firenze, 1589. Disegno di Bernardo Buontalenti, scenografo-apparatore dello spettacolo allestito in occasione delle nozze di Ferdinando De’ Medici con Cristina di Lorena.
Il sipario è chiuso. L’orchestra intona il preludio. Poi il sipario si apre sulla scena del primo atto… ed inizia la magia! Per gli appassionati dell’Opera (ovvero del Teatro Musicale) questo è un momento magico. Una magia che, nella tradizione del melodramma italiano, si perpetua da secoli: per fissarne una data di nascita dobbiamo risalire all’ottobre del 1600 quando, a Firenze, gli invitati delle feste per le nozze tra Maria De’ Medici ed Enrico IV di Francia ascoltano un nuovo tipo di musica e assistono per la prima volta a spettacoli interamente cantati. A Palazzo Pitti si rappresenta l’Euridice, con musica di Jacopo Peri su versi di Ottavio Rinuccini. Jacopo Peri, del quale ricordiamo il 450° anniversario della nascita, nato probabilmente a Roma da una famiglia fiorentina, studiò a Firenze; fu compositore e cantante, e dal 1589 diventò il musicista di maggior prestigio nella corte medicea. Membro della Camerata Fiorentina, nel 1597 scrisse le musiche per Dafne di Rinuccini e nel 1600, insieme a Giulio Caccini, compose le musiche per Euridice. “Cantore e compositore eruditissimo è stato il sig. Jacopo Peri, detto il Zazzerino, d’ottimi costumi e ben noto nella nostra città di Firenze, il quale cantando le sue opere composte con sommo artifizio, essendo di concetto lacrimevole proprio al suo talento, avrebbe mosso e disposto al pianto ogni impetrito cuore”. (Severo Bovini, Discorsi e regole sovra la Musica, Firenze, inizio del XVII secolo). Due sono le grandi novità introdotte da Peri e da Caccini: il nuovo stile musicale ed il fatto che per la prima volta un dramma sia interamente cantato, dando origine ad una nuova forma di rappresentazione teatrale, il “recitar cantando”. Lo stile musicale, il monodico fiorentino, si contrappone alla polifonia di impronta fiamminga e prevede che il canto sia ad una sola voce, sempre accompagnato dagli strumenti, dando libertà agli interpreti di accompagnare il canto con i movimenti. Il successo di
Euridice determina un impulso alle strutture musicali dell’epoca e fa diffondere in Italia la passione per questo nuovo teatro musicale, la cui genesi si completa poi soprattutto grazie a Claudio Monteverdi, che scrive nel 1607 la prima vera opera lirica della storia così come la intendiamo oggi, l’Orfeo, in cui un cantante solo, su un palco, grazie a scena, costumi, azione e con il sostegno della musica, accentra in modo “esclusivo” su di sé l’attenzione di chi ascolta.
Nino Rota
(1911 - 1979)
Vi sono scene ed immagini nella cinemato-
“Non credo a differenze di ceti e di livelli nella musica: il termine “musica leggera” si riferisce solo alla leggerezza di chi l’ascolta, non di chi l’ha scritta”.
grafia italiana che sono rimaste nella memoria collettiva, suscitando emozioni profonde. Una di queste è quella di Anita Ekberg che danza nella Fontana di Trevi, in La Dolce Vita di Fellini, indiscusso maestro nell’arte del raccontare per immagini; e queste immagini sono indissolubilmente legate alle musiche indimenticabili composte da Nino Rota. Nino Rota nacque a Milano cento anni fa da una famiglia di musicisti. Studiò pianoforte con la madre, la pianista Ernesta Rinaldi, ed iniziò a comporre a soli 8 anni. Nel 1922, a 11 anni, scrisse L’infanzia di S. Giovanni Battista, che eseguì nello stesso anno a Milano e l’anno successivo a Turcoing, in Francia. Entrò al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano nel 1923; in seguito studiò privatamente con Alfredo Casella a Roma, conseguendo il diploma in composizione musicale al Conservatorio di S. Cecilia nel 1930. In questo stesso anno si recò negli Stati Uniti per alcuni corsi di perfezionamento, vincendo una borsa di studio a Filadelfia. Tornò in patria per laurearsi in lettere all’Università degli studi di Milano. Nel 1937 insegnò teoria e solfeggio al Liceo Musicale di Taranto, e due anni dopo passò al Conservatorio Niccolò Piccinni di Bari, dove insegnò armonia e composizione, e di cui diventò direttore nel 1950. Il sodalizio tra Rota ed il cinema, che ha pro-
dotto circa 140 colonne sonore, è iniziato nel 1933 con Treno popolare di Raffaello Matarazzo. Nel dopoguerra “inventò” la musica per i film di Totò e di altri comici lavorando con Mattoli, Monicelli, Steno, Zampa, Castellani. Per Eduardo De Filippo musicò Napoli milionaria e Filomena Marturano. Lavorò con i registi stranieri a Roma: King Vidor, René Clément, Edward Dmytryk. Da ricordare le musiche dei film Rocco e i suoi fratelli, Il Gattopardo di Luchino Visconti, La bisbetica domata e Giulietta e Romeo di Franco Zeffirelli. Il sodalizio artistico più importante iniziò nel 1952 con Fellini, con Lo sceicco bianco per arrivare al 1979 con Prova d’orchestra, passando attraverso La strada, La dolce vita, Otto 1/2, Roma, Amarcord. Ed infine raggiunse il più alto riconoscimento per le musiche di Il Padrino – Parte II con l’Oscar nel 1974. Sarebbe però riduttivo considerare Rota solo per le musiche da film. Egli è stato un geniale musicista con una creatività versatile affiancata ad una unitarietà stilistica. Ha creato circa 150 composizioni tra opere liriche, balletti, ballate, musica da camera, musica vocale, sinfonie, concerti per pianoforte, per violoncello ed altra musica per orchestra. Il Rota che componeva le memorabili colonne sonore era lo stesso Rota autore delle pagine sinfoniche. Teneva insieme fortemente le due anime, la musica di consumo e la musica d’arte, sempre rigoroso in entrambe. Era solito anche trasporre i suoi materiali tematici dall’una all’altra produzione senza altri problemi che il loro adeguamento ad una bellezza universale. Aveva una fertilità inventiva di motivi, con relazioni tonali sempre esplicite, melodiche, simmetriche, fondate sulle canoniche otto battute. Suggestivo, magico, rievocativo. Era timido, discreto, impassibile: di lui sono rimaste poche immagini, pochi filmati, qualche registrazione da direttore d’orchestra; nelle interviste si copriva con una mano o improvvisava una fuga camuffandosi. Nascondeva con frasi banali anche la sua grande professionalità: diceva sempre di scrivere la musica sentendo la radio. Morì a Roma il 10 aprile 1979, poco dopo la fine delle registrazioni della sua ultima colonna sonora per Fellini, Prova d’orchestra. A cura di Gianni Rainoldi
31° SAGGIO MUSICALE - Bravi ragazzi! Grazie anche a... La trentunesima edizione del saggio musicale della Filarmonica si è svolta quest’anno nelle serate del 25 e 26 maggio, che si sono riempite dell’entusiasmo, dell’allegria e della voglia di fare bene da parte degli allievi della Scuola Musicale “Corrado Abriani” che ormai da anni sono così numerosi che si rende necessario dividere le loro esibizioni in due serate, a seconda del corso strumentale frequentato. I corsi, così come i saggi, sono organizzati non solo per strumenti prettamente bandistici, ma anche per pianoforte, chitarra e violino. La Filarmonica è una realtà musicale importante per Abbiategrasso; ricordiamo colui che ha dato il “la” per lo sviluppo musicale della nostra banda: il maestro Corrado Abriani, il quale ebbe una grande intuizione nei primi anni ‘80, cioè quella di far respirare a poco a poco, discretamente e umilmente, un clima più professionale di quello che non fosse già presente all’epoca, recepito da chi era in organico ma soprattutto dai giovani che stavano per entrare a farne parte, con i quali Abriani aveva un’intesa particolare. Anche la scuola allievi, quindi, negli ultimi due decenni ha rafforzato la propria identità attraverso un percorso di crescente qualità nell’offerta formativa, fino a diventare una scuola musicale ad alto livello; questo è stato possibile grazie sia all’esperienza di presidenti e consiglieri che alla competenza di insegnanti e direttori che si sono susseguiti negli anni. Si è trattato di personalità dotate di talenti incredibilmente a disposizione della banda. I ragazzi di allora e i ragazzi di oggi, che ne fanno parte, rappresentano i frutti del lavoro svolto per anni da tutte queste persone laboriose e colme di idee intraprendenti. Da quasi due decenni il direttore Carlo Zappa riunisce tutte queste “generazioni musicali” in un’unica grande banda. La vita in banda comincia con quella che si può definire la prima prova per gli allievi, cioè il saggio. I consigli che venivano elargiti alla vigilia dei primi saggi sono gli stessi che gli insegnanti di oggi ripetono ai loro allievi, cioè di stare tranquilli, di non emozionarsi troppo, di pensare a ciò che si fa e soprattutto di ascoltare. È questa la parola d’ordine che i ragazzi devono imparare fin dalle prime lezioni: ascoltare. Al che, molti di loro controbattono: “E se sono troppo emozionato e non riesco a sentire?”. Oppure: “Se vado in confusione e non
capisco più niente?”. La risposta pronta dell’insegnante, che a questo punto è più agitato dell’allievo, è quella di non preoccuparsi, perché una volta iniziato il brano la concentrazione arriva automaticamente. I ragazzi, non proprio soddisfatti di questa risposta, capiscono che non esiste una pozione magica per affrontare serenamente una prova; il segreto è seguire i consigli degli insegnanti e impegnarsi per “cavarsela” da soli. Che la concentrazione arrivi oppure no, ogni allievo riesce ad offrire al pubblico, durante le esibizioni, un’impronta unica e personalissima ad ogni brano. Ciò che accomuna i ragazzi è la voglia di fare del proprio meglio, e lo hanno dimostrato anche nel saggio di quest’anno. BRAVI ai ragazzi che hanno affrontato la loro prova e l’hanno superata. Gli insegnanti, che seguono con impegno i loro “pupilli” e che conoscono il carattere e le capacità musicali di ognuno, fanno un gran lavoro per scegliere i brani adatti a mettere in luce le qualità più spiccate dei loro allievi. Assegnano i brani a seconda che l’allievo sia più portato per la tecnica o per la melodia; c’è chi si emoziona di più e chi invece è più spavaldo… Non è facile far “indossare” il brano giusto ad ognuno, ma ogni anno, grazie all’esperienza degli insegnanti, gli allievi sono in grado di superare il saggio egregiamente. Tanti sono gli insegnanti che hanno preparato questi allievi al saggio: il prof. Giorgio Magistrelli per gli strumenti ad ancia (clarinetti e sax), la prof.ssa Mery Tosello per i flauti, il prof. Emanuele Dal Secco per gli ottoni; il prof. Primo Bianchi per i violini, il prof. Paolo Wolfango Cremonte e la prof.ssa Valeria Tonna per il pianoforte, il prof. Daniele Cortese per la chitarra. Gli allievi sfidano le loro paure e la loro timidezza, mettendo alla prova le loro capacità. Si emoziona anche chi li ascolta, sapendo che alcuni di loro affrontano tutto questo per la prima volta. A loro vogliamo dire che l’emozione è compresa e condivisa dalla maggior parte del pubblico presente, il quale ha passato questi momenti qualche anno prima e sa bene quale sia lo stato d’animo del pre-
esibizione, soprattutto solistica. Ogni anno il pubblico è sempre più numeroso: genitori, bandisti, organizzatori, insegnanti, e persone che vengono solo per il piacere di ascoltare la musica. Come non dare coraggio a questi ragazzi che impegnano parte del loro tempo per un’educazione così nobile? A chi dire grazie per permettere questa continuità di generazioni bandistiche se non ai genitori, che sono i primi sostenitori dei loro figli? Li seguono con dedizione e danno un esempio di costanza per il raggiungimento di un obiettivo. Ogni traguardo raggiunto in musica aiuta i ragazzi a perseguire nuovi obiettivi; impegno costante e voglia di conoscere sono gli ingredienti principali. Alcuni genitori, poi, entrano a far parte dell’organico organizzativo della banda o iniziano ad imparare a suonare a loro volta: da ciò si intuisce che la musica è un’influenza positiva, con il vantaggio di lasciare effetti collaterali per sempre! Genitori che si organizzano, accompagnano i figli, li vengono a prendere, si dividono i compiti, interagiscono e collaborano tra loro ottimamente… Vere e proprie “manovre” che farebbero impallidire organizzazioni internazionali! Lo fanno per i loro ragazzi, anche quando per una volta non hanno voglia di andare a lezione (chi ci è passato sa che non sempre si brama dalla voglia di andare a lezione, soprattutto quando non si è studiato a dovere…). All’educazione musicale pensano gli insegnanti, ma la prima educazione arriva da questi genitori. Grazie anche a loro, anche quest’anno la trentunesima edizione del saggio musicale della Filarmonica si è trasformata in un momento di sana aggregazione per piccoli e grandi; i ragazzi sono stati esempio di capacità, leggerezza, semplicità e impegno, qualità che contraddistinguono la nostra banda. Un doveroso ringraziamento a tutti coloro che hanno collaborato e organizzato le due serate, zelanti come sempre nel lavoro, chi dietro le quinte e chi sotto le luci dei riflettori. Anna Galbiati
Tradizione ed ecletticità per il Concerto di San Pietro
L’applauditissimo concerto presso l’ex Oratorio Femminile di San Pietro ha chiuso domenica 26 Giugno la stagione concertistica “primavera-estate” della Filarmonica. Il bandòn ha infatti partecipato dapprima alla Processione che ha portato la statua di San Pietro per le vie del quartiere, per recarsi poi, al termine della funzione, nella struttura di via Curioni. Un pubblico molto numeroso ha assistito ad un piacevolissimo concerto; il programma, come sempre all’insegna dell’ecletticità, ha accostato tre differenti generi: trascrizioni di musica classica (Valzer in fa maggiore di Giuseppe Verdi, suite da Lo Schiaccianoci di Piotr Il’ic Tchaikovsky, Marcia Persiana di Johann Strauss jr.), colonne sonore (I Pirati dei Caraibi e Moment for Morricone) e originali per banda (The Hungarian Spirit di Roland Kernen).
Tutto il programma è stato eseguito in maniera impeccabile nonostante il gran caldo; in particolare, è da segnalare la leggerezza nel rendere le atmosfere evocative della suite da Lo Schiaccianoci, alla quale ha fatto da contraltare la potenza espressa dall’insieme strumentale nelle colonne sonore. È poi sempre piacevole vedere, in pezzi più “leggeri” come Marcia Persiana, la sintonia e la complicità tra i bandisti ed il loro direttore Carlo Zappa, il quale oramai riesce a dare indicazioni anche solo con il movimento di un sopracciglio. Durante la serata si è colta l’occasione anche per ringraziare pubblicamente il Cav. Pietro Galbiati, autore e promotore di una vera e propria rinascita della Filarmonica negli anni ’70 grazie alla scuola allievi “Corrado Abriani” che, oggi floridissima, conta più di 70 iscritti. Un sentito ringraziamento va al Parroco di San Pietro, Don Giuseppe Colombo, per la sua sempre squisita ospitalità. Paola Magnaghi
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La Filarmonica a Friburgo: due giorni di emozioni Lo scorso maggio la Filarmonica è tornata a varcare i confini nazionali dopo qualche anno per una splendida “gita-concerto” a Friburgo e dintorni. Oltre a portare la nostra musica al pubblico locale, l’occasione è stata propizia per scoprire le bellezze della Foresta Nera e per godere delle attrazioni di uno dei parchi di divertimenti più grandi del mondo. Facciamo un piccolo passo indietro: la notte di venerdì 20 maggio, a poche ore dal termine delle prove del venerdì sera, quando le ultime note riecheggiavano ancora nell’aria, una Filarmonica assonnata ma carica di entusiasmo partiva per un’avventura nel Paese di Beethoven e Schumann, di Wagner e Bach. Il programma prevedeva per il sabato un programma differenziato: una parte del gruppo avrebbe esplorato alcuni dei borghi più caratteristici della Schwarzwald, mentre gli altri si sarebbero apprestati a sfidare le montagne russe più alte e più veloci del nostro continente all’Europa Park di Rust, quasi al confine con la Francia. Io facevo parte di questo secondo gruppo di avventurosi, sulla scia dell’esperienza della
gita a Mirabilandia, dove però avevamo avuto anche il piacere di sfilare suonando per i visitatori del parco. L’arrivo all’Europa Park è stato subito spettacolare: il parcheggio è sormontato dai saliscendi del Silver Star, il rollercoaster più alto d’Europa, che raggiunge i 73 metri e una velocità massima di 130 Km/h. Ci siamo subito fiondati all’interno del parco, diviso in aree tematiche dedicate ai diversi Paesi europei: il sole ci ha accompagnato nel nostro allegro percorso tra montagne russe al coperto, giochi acquatici, avvitamenti e giri della morte. Per riposare un po’ tra un’attrazione e l’altra, non sono mancate esperienze più rilassanti, come la parata di figuranti in costume, con carri allegorici ispirati ai monumenti e alle leggende dei diversi Stati, la salita sulla torre panoramica e il cinema in 4D, con effetti speciali olfattivi e tattili. Come ultimo brivido, siamo saliti sul Blue Fire, un ottovolante con una partenza mozzafiato: si sale sul vagone, si appoggiano le mani ai sostegni dotati di cardiofrequenzimetro e prima di rendersene conto ci si lancia in un’accelerazione da 0 a 100 Km/h in soli 2,5 secondi!
Al termine di questa memorabile e movimentata esperienza, ci siamo ritrovati con il resto della compagnia in un paese nei dintorni di Friburgo, dove i nostri magnifici organizzatori avevano previsto una cena di gruppo che è stata l’occasione di scambiarci i racconti e le impressioni sulla giornata passata. La domenica mattina, tutti a Friburgo per una visita della città, una delle più grandi della regione del Baden-Württemberg, con la sua splendida cattedrale, gli edifici così tipicamente tedeschi e le porte che un tempo facevano parte della cinta muraria. Dopo essere saliti su una collina che sormonta la città per godere del panorama della città e della foresta, è stato il momento del pranzo in un classico Biergarten, immancabilmente a base di würstel e di una buona birra. Il giusto antipasto per un pomeriggio di musica! Dopo pranzo ci siamo infatti trasferiti allo Stadtgarten, dove è allestito un palco con un piccolo anfiteatro per spettacoli e concerti all’aperto. Su invito del console Filippo Romano in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, la Filarmonica si è esibita eseguendo un programma vario con brani di Giuseppe Verdi, Ennio Morricone, Johann Strauss e Nino Rota. Il pubblico, numeroso e crescente di brano in brano, ha mostrato tutto il suo gradimento per i pezzi proposti e per l’interpretazione “all’italiana”. È stata una due giorni all’insegna del divertimento e della buona compagnia, che rimarrà impressa nella memoria di noi musicanti e degli amici che ci hanno seguito in questo viaggio e che speriamo possa ripetersi presto! Andrea Capelli
La "Schwarzwälder Kirschtorte" (torta di ciliege), fatta soprattutto con panna, cioccolata e ciliege
L’orologio a cucù più grande del mondo a Schonach
Le tipiche case con il tetto di paglia della Foresta Nera, qui a Gutach
Le cascate a Triberg (alte 160 metri)
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Festa della Birra 2011 Anche quest’anno noi bandisti ci siamo impegnati nell’organizzazione dell’ormai tradizionale Festa della Birra che, diversamente rispetto agli altri anni, si è svolta in un’unica serata, quella di sabato 16 luglio. Come al solito cibo, birra, musica e divertimento non sono mancati. Già dalla ore 19 erano presenti non solo i soliti frequentatori della Cappelletta ma anche parenti, amici dei bandisti che hanno voluto passare una bella serata e ascoltare un genere di musica diverso dal solito. Questo grazie al complesso Rhythm and Blues degli FBL che sono riusciti a coinvolgere e ad intrattenere tutti i presenti con la loro trascinante musica. Dopo essere stati impegnati per buona parte della serata a servire ai tavoli e a spillare birre, alcuni di noi giovani si sono lanciati in pista a ballare e a coinvolgere il pubblico; il
tutto è stato ripreso dal nostro bravo Stafano Ramezzana che ha potuto farci rivivere le emozioni di quella serata pubblicando un video su Facebook. La Festa della Birra ha riscosso un grande successo grazie all’impegno di tutti i bandisti e del bravissimo cuoco Matteo Lazzarin che ha cucinato un’enorme quantità di pasta e riso. A fine serata, stanchi ma soddisfatti, ci siamo resi conto di quanto sia importante lo stare insieme e di come i Filarmonici siano stati versatili tanto da “trasformarsi” per l’occasione in perfetti cuochi, camerieri e baristi. Un grazie ancora agli amici della Cappelletta e un arrivederci all’anno prossimo! Chiara Magistrelli
Mele maggiorenni e mele da millenni Ormai da secoli, o forse è meglio dire da millenni, il frutto della mela è stato al centro dell’attenzione dell’uomo. Si pensi semplicemente al frutto della perdizione, al giudizio di Paride, all’affascinante leggenda di
Guglielmo Tell oppure alla famosissima fiaba di Biancaneve e i sette nani: tutte queste vicende sono accomunate da una normalissima mela. E come poteva la Banda Filarmonica non prendere in considerazione un frutto tanto ambìto da secoli e secoli? Infatti anche quest’anno la Banda ha organizzato la Festa della mela, giunta ormai alla 18^ edizione: domenica 9 ottobre chiunque passasse per piazza San Pietro o per piazza Marconi si sarebbe imbattuto nei due banchetti che per tutto il giorno hanno venduto ai passanti squisite mele rosse e gialle, oltre a torte di
mele, strudel, crostate. La Filarmonica ha sottolineato questo evento in mattinata, accogliendo in piazza San Pietro chi usciva dalla Messa, invitando a comprare le mele con le note delle sue allegre marce. Poi la banda ha sfilato per le vie del centro raggiungendo infine piazza Marconi, dove, già dopo la seconda marcia, ha attratto a sé un nutrito gruppo di ascoltatori, grandi e piccini, che si sono trattenuti volentieri ad ascoltare. Questa è una delle attività svolte dalla Banda che, in questo modo, riesce a farsi conoscere da altre persone, riuscendo spesso ad avvicinare nuovi membri e ad appassionare sempre più persone alla musica… magari sgranocchiando una deliziosa mela rossa (sicuramente non avvelenata!).
Un pomeriggio particolare: la Filarmonica a Novara Quest’anno sono state molte le attività svolte dalla banda un po’ “insolite”. Tra queste è da ricordare il pomeriggio passato a Novara in occasione del Palio, organizzato dalla locale comunità istriana, che ha anche preparato delle deliziose specialità tipiche di Istria. Appena arrivati, i bandisti si sono subito disposti in corteo e, suonando, si sono recati verso il campo dove si sarebbe tenuta la tipica “gara con le carriole”. Dopo una presentazione della giornata, la Banda ha accompagnato in giro per i quartieri di Novara i coloratissimi e rumorosissimi partecipanti al palio; “coloratissimi” per il loro abbigliamento (ogni quartiere è caratterizzato da costumi di colori diversi), e “rumorosissimi” per i pentolini e gli altri arnesi di cui si servivano per far rumore a tempo
di musica per le strade della città. Arrivati al campo, si è svolto il tipico Palio Novarese, una corsa non a cavallo, bensì con le carriole. Questa esperienza è stata un’occasione preziosa per rinsaldare l’unione tra i bandisti, che hanno passato una giornata diversa passando un piacevole pomeriggio insieme suonando e non solo. Inoltre questo è stato un modo per la Filarmonica di farsi conoscere e di dimostrare la propria bravura al di fuori del circuito abbiatense. Eleonora Bagnaschi
Un weekend di paura Oggi vi raccontiamo la storia di weekend particolare… Parliamo dello scorso settembre, quando, nei giorni di sabato 10 e domenica 11, noi Filarmonici abbiamo avuto modo di vederci molto, molto a lungo… Il tutto è cominciato sabato sera, quando, invitati come tutti gli anni dagli amici del Gruppo La Cappelletta, abbiamo dato il via alle tre serate di festeggiamenti per la chiusura del periodo estivo di attività. Dopo aver sfilato da piazza San Francesco lungo via Stignani, abbiamo intrattenuto i molti convenuti con alcune marce brillanti. Al termine, un lauto rinfresco a base di patatine fritte (testato personalmente: quelle “della Cappelletta” sono tra le migliori, garantito!). L’indomani mattina ci siamo ritrovati ancora per partecipare al corteo per i festeggiamenti del 75° anno di fondazione della sezione locale del gruppo AVIS; un‘occasione importante per apprezzare il valore di questa associazione e per ringraziarla del suo importante ruolo nella società. Ma non finisce qui: abbiamo avuto giusto il tempo di tornare a casa, lavare velocemente le
camicie che, stese al sole ancora molto caldo per fortuna si asciugano in fretta, indossare di nuovo la divisa e ripartire… Per dove? Destinazione Moncucco, dove alle 17.00 si è svolta la processione per la festa del paese. Abbiamo quindi sfilato per le vie della frazione (molto carina, in verità) sotto un sole che ricordava più il mese di agosto che la metà di settembre tanto che, finito il servizio, anche gli irriducibili amanti del vino si sono ritrovati a chiedere: “Non c’è un po’ d’acqua, per favore?”. Per fortuna il rinfresco è stato ottimo ed abbondante. Gli organizzatori quasi si sono stupiti nel vedere come nulla sia rimasto nei piatti e nei vassoi. La cosa avrebbe potuto essere normale già di per sé, considerato l’ampio numero di cavallette travestite da innocui adolescenti (beh, anche non più adolescenti…), ma è stata ancor più giustificata se si pensa che la meta successiva per noi non è stata casa (con annessa doccia!!!), ma la frazione di Fallavecchia dove, giu-
sto dopo cena, si è svolta la tradizionale processione. La fredda cronaca sembra parlare di un terribile weekend di paura… In realtà, come sempre, c’è qualcosa che spinge i volontari della Filarmonica che va oltre la fatica fisica, oltre l’impegno: è un sentimento misto, che comprende il piacere di stare e suonare insieme, e il fatto di essere consapevoli di fare qualcosa di bello per la comunità. Al prossimo “weekend di paura”, ragazzi! Paola Magnaghi
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La scuola allievi: solide basi per il futuro della banda Base e fondamento della Filarmonica, la scuola allievi “Corrado Abriani” garantisce da anni un elevato livello di insegnamento e la possibilità di entrare a far parte di un ambiente accogliente e sano. Andrea Bartsch, genitore di una allieva al suo debutto in questo concerto, vuole illustrare i diversi aspetti di questa istituzione, di cui lui stesso è neoallievo. A partire da questo numero dell’Informatore “La Filarmonica è…” sentiremo le voci di chi la scuola “la fa” o l’ha frequentata. Per cominciare, sentiamo cosa ha da dirci Carlo Marnati, che gestisce e coordina la scuola allievi ed i rapporti con le scuole elementari, nelle quali gli insegnanti della Filarmonica sviluppano progetti di educazione musicale.
La scuola allievi “Corrado Abriani” – Una mission La missione (o scopo) di un’organizzazione o impresa (la sua “dichiarazione di intenti”), è il suo scopo ultimo, la giustificazione stessa della sua esistenza, e al tempo stesso ciò che la contraddistingue da tutte le altre (Wikipedia). Quando penso alla nostra scuola di musica, “missione” e “Corrado Abriani” sono i primi pensieri che mi vengono in mente. Comincio da “Corrado Abriani” perché è stato il Maestro che tutti i bandisti anziani ricordano e amano per il periodo particolare da loro vissuto con lui e per quanto ha fatto per dare alla banda un’impronta che ancora oggi la differenzia dalle altre bande che costellano la nostra zona; e ancora per quanto la moglie Maria Teresa continua a fare come sostegno e come sprone a migliorare continuamente; ed inoltre per il grande merito di averci consigliato come
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suo successore l’attuale nostro maestro Carlo Zappa. La nostra scuola porta con orgoglio il suo nome e lo porta in tutte le scuole elementari dell’abbiatense nelle quali da parecchi anni abbiamo il piacere di contribuire a diffondere la musica. Perché “missione”: riesco a spiegarlo usando semplicemente un esempio legato alla realtà produttiva più grande del nostro paese, la FIAT: missione di FIAT è la “mobilità” e quindi costruisce automobili, camion, treni, aerei. Missione di Filarmonica è diffondere la cultura musicale e quindi sfilate, concerti, rappresentazioni, mostre, e il perno di ogni civiltà, che è l’insegnamento. In Filarmonica Da più di trent’anni (forse anche prima, ma non ho titoli per parlarne) al suo interno la scuola prepara bandisti eccellenti grazie ai suoi superbi insegnanti: essi hanno saputo anticipare i cambiamenti sociali e passare dal bandista che faceva crescere l’allievo al ricambio generazionale che oggi vede insegnanti diplomati e particolarmente adatti all’insegnamento perché hanno l’estrema capacità di vivere con gli allievi ogni fase dell’apprendimento investendosi loro stessi delle criticità emergenti degli allievi. Nelle scuole Dalla fine del secolo scorso a oggi le regole che i comuni e i circoli didattici hanno deciso di applicare hanno permesso di recepire e introdurre nelle scuole dei progetti musicali che, a seguito di un programma proposto dalla banda Filarmonica, viene introdotto nelle scuole elementari nelle classi terze, quarte, quinte e che fino a tre anni fa era implementato dai circoli didattici fino a raggiungere le 20 ore di insegnamento per classe con saggio finale.
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Attualmente la Filarmonica è presente in tutte le scuole elementari pubbliche e paritarie di Abbiategrasso e di Morimondo per un totale di 36 classi con richieste da altri plessi in città limitrofe. Da queste esperienze precoci tanti alunni vengono incuriositi dal mondo della musica e spesso decidono di proseguire con la scuola interna alla banda che può offrire corsi di solfeggio, di ottoni (tromba, trombone, corno, flicorno, bassotuba) e di legni (flauto, clarinetto, saxofono), oltre ad altri strumenti: pianoforte, chitarra, violino, percussioni.
Molti degli attuali giovani componenti della Filarmonica hanno percorso positivamente questo cammino di apprendimento ed ora partecipano con successo anche ai concerti più impegnativi. A cura di Andrea Bartsch
Musica per le mie orecchie Sotto con quel violino! La pratica intensiva della musica alimenta abilità che vanno ben al di là del saper suonare uno strumento. La concentrazione del musicista sulle sottigliezze del suono aiuta nella comprensione del linguaggio e promuove le abilità cognitive: attenzione, memoria di lavoro e controllo di sé.
Più bravi ad ascoltare
I musicisti percepiscono i suoni in modo più chiaro dei non musicisti perché la pratica di uno strumento allena tutto il cervello. Il suono di uno strumento viaggia dalla coclea dell’orecchio al tronco encefalico primitivo per poi passare alla corteccia, dove sono situate le funzioni cerebrali superiori, e tornare infine al tronco encefalico e alla coclea. Questo anello di retroazione consente ai musicisti di mobilitare diverse aree cerebrali quan-
do devono per esempio produrre la nota giusta. Il monitoraggio dei segnali elettrici a livello del tronco encefalico rivela la squisita sensibilità tonale di un musicista. Il musicista segue la traccia di un’onda sonora in ingresso assai più accuratamente di un non musicista. (da Le Scienze, n.118 – Ottobre 2011)
A DOPPIA BANDA - INTERVISTA DOPPIA … Ma questa volta sono in tre! - Il triangolo no, non l’avevo considerato Quando ci si prepara a scrivere l’Informatore musicale, è normale che chi se ne occupa passi parecchio tempo in sede a consultare il materiale più disparato. Sfogliando degli album “dell’altro ieri” ci siamo imbattute nella foto che vedete qui sotto: Roberto Spinoni, Emanuele Parma e Federico Abbiati alla
fine del Concerto di Novembre 1996, che indugiano con diplomatica indifferenza di fronte alla torta celebrativa del 150° di fondazione della Filarmonica per poter un giorno dire: “C’ero anch’io”…
È sempre fonte di ispirazione guardare le immagini di qualche anno fa: dal semplice “com’era - com’è” fino a considerazioni più profonde. E così, guardando questa foto abbiamo pensato di apportare una piccola modifica alla classica “intervista doppia”: tre saranno i protagonisti della nostra intervista. Molte sarebbero state le domande che avremmo voluto porre loro (e molte sono le domande che loro avrebbero voluto sentirsi porre, ma che, per mantenere un certo decoro, abbiamo scelto di evitare…). I nostri eroi sono comunque disponibili a rispondere a chiunque abbia ulteriori curiosità. Nome: E – Emanuele Parma. F – Federico Abbiati. R – Roberto. Età: E – Domanda di riserva? … 33. F – A dicembre festeggio il nono anniversario dei 21. R – 19. …29! Professione: E – Ingegnere. F – Precario… Magari sarò un cervello in fuga; attualmente sono un ricercatore universitario. R – Manovale.
Che strumento suoni? E – Un po’ di tutto: il sassofono contralto, il sassofono baritono, il bassotuba… Ufficialmente sono questi. Il principale è il sax baritono. F – Corno. L’unico per cui valga la pena suonare. R – Tromba. Di che marca è? E – Yanagisawa. F – Kalison. R – B&S. Come hai scelto lo strumento che suoni? E – L’ho provato da Ullo, altro bandista che c’è qui; mi ha convinto a fare la follia; quando ero piccolo ho scelto il sassofono contralto perché… era il primo sul tavolo! … Era il più facile, anche. F – Me l’han piantato in mano :-) . R – Ce l’avevo a casa... :-) Quali altri strumenti suoni o hai suonato? E – Sassofono contralto, sassofono baritono, bassotuba. F – Tromba, citofono, clacson… e una batteria di pentole. R – Il flicorno tenore. Quali strumenti suonano gli altri due? E – Il Roberto trombetta; il Chicco suona il genis :-P . F – Uno suona la tromba dietro le mie orecchie; l’altro suonava il sax, poi si è dato al petofono. R – Uno suona la testa di gnu :-) . Con le tre monete da 100 lire attaccate, tra l’altro (una per ogni tasto, n.d.r.); e l’altro rubinetteria varia, non so, ogni volta è diverso! Quale altro strumento ti piacerebbe suonare? E – Il pianoforte. F – Il violoncello, la viola… Comunque uno strumento a corda: con i legni non mi sporco le mani… R – Suono il meglio: ho altre cose da suonare? Perché hai scelto di entrare in banda? / Chi è il colpevole del tuo ingresso in banda? E – Ho scelto di entrare in banda perché mi piaceva la musica e ho cominciato quando mia sorella ha iniziato a fare lezioni di piano (suonavo quasi più io di lei); quindi, quando il Felice (che è il colpevole, nonché mio zio) ha chiesto a mia sorella di iscriversi, i miei hanno iscritto anche me e da lì è partito il tutto. F – Io, solo io. Mio nonno mi ha accompagnato la prima volta: c’erano Pugno, Rocca, il Felice. Mi chiesero: “Quanti ann ta ghé?”. Mio nonno rispose: “Vündess”. E loro: “L’è un pu grand…”.
R – Il mio vicino – il Dario – e mio fratello. Quando hai iniziato a suonare e quanti anni avevi? E – Lezione di strumento… nel 1989, a 11 anni. F – Nel 1992. R – Avevo 10 anni; 9 o 10 anni. Quando hai suonato per la prima volta in banda? E – Il primo servizio è stato il giro delle cascine nel 1991 e il primo concerto nel novembre dello stesso anno. F – Ho suonato al mio primo concerto di Novembre quando avevo 14 anni. R – Nel ‘92. Ti ricordi che brano hai suonato alla prima prova e come ti sentivi? E – Le nozze di Figaro e Lo schiaccianoci. Avevo una bella sensazione di panico perché chiaramente suonare da solo è una cosa totalmente diversa. Anche il saggio con il pianoforte ti aiuta molto, però suonare assieme a tutti gli altri è un’altra cosa: è molto più bello, ma almeno le prime volte c’è un po’ di panico. Avevo di fianco il Lazzarin, il Checchini, l’Andrea Ramezzana e la Paola Amodeo, che adesso non suona più. F – Come mi sentivo è facile descriverlo: solo e abbandonato in mezzo a gente capace. Ricordo Le maschere, un pezzo molto difficile. R – Al primo concerto, quello del 150°, ho suonato la Rapsodia in blu di Gershwin, il finale dal Guglielmo Tell di Rossini e Prelude for band di Carlo Zappa. Ti ricordi un momento che per te ha significato molto nella tua vita bandistica? (una gita, un concerto, un servizio…) E – Nel 2001, quando abbiamo fatto il primo saggio come gruppo giovani senza nessun supervisore, quindi: solo con le nostre gambe. Abbiamo suonato Les Majorettes di Alfonso Matrella e Prelude for band di Carlo Zappa. F – In realtà ricordo tutta la vita bandistica con piacere, non c’è qualcosa in particolare. È per questo suono da un sacco di anni… R – Quando siamo andati al concorso a Cascina. Chi è il tuo insegnante? E – Ho cominciato con la Barbara Piana per il solfeggio; per lo strumento ho cominciato con il Giorgio Magistrelli; per il bassotuba ho fatto un anno e mezzo col Paolo Mella; e adesso sto studiando per il secondo anno il sassofono baritono con il Massimo Maltese. F – Dario “big bass”. R – Il Dario. Qual è la frase che ti ripeteva più spesso il
tuo insegnante? E – Il Giorgio Magistrelli non mi diceva molte cose; mi picchiava la matita sulle nocche perché tenevo le mani nella posizione sbagliata. Dopo vent’anni tengo ancora le mani nella posizione sbagliata… :-) No, adesso mi sto togliendo il vizio. Massimo Maltese, ogni volta che un esercizio non mi riesce correttamente fa una tacca di fianco al numero dell’esercizio mentre canta: “La tacca della vergogna!”. “5 tacche” vuol dire “giro della sede”; non sono mai arrivato alle 5 tacche! F – Studia! Mai ascoltato. R – Studia! Dai un voto al tuo periodo da allievo: E – Dipende: se devo considerare il bello dello studiare, direi 8; se devo considerare l’impegno… 6? F – 6 ½. R – 4! Secondo te perché ti tengono ancora in banda? E – Sono un caso umano… Hanno provato, penso, a cacciarmi via cambiando le chiavi degli armadi, :-P . F – Perché sono l’unico corno! Ma poi, perché dovrebbero cacciarmi? R – Per simpatia… Cosa ti piace della nostra banda? E – Il livello artistico che abbiamo. Avendo suonato - e suonando tuttora - in diverse bande e con un’orchestra di fiati, devo dire che, sia per l’impegno che ci prendiamo – e che sosteniamo – di fare due prove alla settimana, che sono tante, sia per il direttore che abbiamo (non è un direttore di banda, ma è un direttore d’orchestra, e vuol dire tanto), il nostro livello artistico è nettamente superiore a molte bande del circondario; tant’è che mi è capitato di parlare con bandisti di bande che non sono proprio della nostra zona (del varesotto, del comasco e del pavese), e il nostro nome è noto anche da quelle parti, sebbene noi in quelle zone a suonare non ci andiamo; qualcosa vorrà di-
re. F – Eh: la banda! La musica e il fatto che siamo in gamba. È un posto in cui la gente si impegna per suonare, in cui non si lavora “un tant al toc”. R – La birra al venerdì sera! :-P È un bell’ambiente. Dacci un messaggio: perché una persona (di qualsiasi età) dovrebbe imparare la musica, e perché in una banda? E – È un’ottima occasione per mettersi in gioco, per imparare a fare qualcosa assieme agli altri che, se anche non dovesse andare troppo lontano, perché dopo un po’ di tempo uno sceglie di smettere per i motivi più disparati, comunque arricchisce la persona. E poi, a differenza di molte altre attività che una persona può fare, qui veramente ognuno è importante e il gioco di squadra si fa sul serio, nel senso che se manca una persona tutti ne risentono: non ci sono rimpiazzi o riserve. È impegnativo, ma sicuramente di grande soddisfazione. F – Imparare musica è cultura. Conoscerla te la fa apprezzare; io noto la differenza con chi non ne capisce nulla. “Perché in una banda?”. Perché la banda può diventare un’altra famiglia, come è successo a me. R – È un ottimo antistress. Hai dei parenti che suonano in banda? E – Beh, più o meno mezza banda! Sì, perché se guardiamo alla lontana, la parentela si estende rapidamente: siamo tutti una grande famiglia! Comunque c’è Felice, che è mio zio, per esattezza prozio; poi c’è mia sorella, con relativo marito, che è parente acquisito; e poi c’è mia moglie, e scusate se è poco! F – No. Magari in futuro… Lo instraderò. O “la” instraderò. R – Teoricamente sì… però… Dopo tanti anni di militanza c’è un bandista (del presente o del passato) che ti ha lasciato il segno o al quale ti ispiri? E – Il Giorgio ha lasciato il segno… sulle mani! Direi il maestro Abriani: ho avuto la fortuna di
fare due anni con lui. Una direzione – pensando a Carlo che c’è adesso – molto più austera, ma è riuscito a darmi un’enorme passione per la musica, sia quella che conoscevo sia quella che non conoscevo. E poi ho apprezzato la sua grandissima capacità, data la sua enorme esperienza, nel far suonare tanto anche persone che erano appena entrate in banda. F – A cui mi ispiro, no… Ma Felice mi ha lasciato il segno. È il “mio capitano”, con cui sono cresciuto: “Quand ta sé no se fà, tì fa’ al do!”. E tanti amici… R – Il segno fisico… Ho ancora l’impronta della mano del Mauro sulla mia spalla! Quando hai conosciuto gli altri due? E – Quando sono entrati in banda, perché entrambi sono entrati 4 o 5 anni dopo di me. F – Il Parma l’ho conosciuto mentre tornavamo da un concerto che abbiamo fatto sul lago: o sul lago d’Orta o a Baveno. Lui era seduto vicino a me e abbiamo cominciato lì a scambiare qualche parola. L’altro praticamente è entrato in banda con me, quindi essendo tutti e due nella stessa barca abbiamo dovuto fare comunella, perché eravamo piccolini. R – Federico l’ho conosciuto mentre imparavamo a suonare; Emanuele al mio primo giro delle cascine. Tre parole per descrivere gli altri due: E – Completamente pazzi, ma questa è una delle prerogative dei bandisti; biondi, soprattutto Roberto :-P ; grandi, grandissimi, perché comunque, al di là del fatto che facciamo sempre i “deficienti” quando siamo assieme, sia che si stia suonando (perché spesso e volentieri basta uno sguardo di intesa per scoppiare a ridere mentre si suona) sia che sia stia parlando, dal punto di vista umano al minimo segnale sai che sono lì. F – Poche idee ma ben confuse. Però bravi… R – Federico è un cartone animato; Emanuele è l’ispettore Gadget, perché ogni volta tira fuori cose di qualsiasi tipo… Suoni in altre bande o complessi?
E – La prima volta che ho fatto l’esterno avevo forse 15 anni: andavamo con la banda di Pontevecchio a suonare a Casterno; poi la banda di Robecco, la banda di Cassinetta per un po’ di anni; la banda di Sedriano, di Cisliano; adesso sto suonando con le bande di Binasco, di Buscate, di Marcignago. Ho anche suonato un anno con un’orchestra di fiati, la Vox Aurae di Arese, che comprende i migliori elementi di tutte le bande del circondario: dal pavese, alla Brianza, al varesotto; lì il livello è nettamente superiore. F – Sì: il complesso di inferiorità :-P . Ogni tanto a Rosate, a Binasco… Suonerei con gli E20 Rari (che ormai sono unici); ho suonato con i Figli di Madre Ignota. R – Sì, ogni tanto suono nella banda di Santo Stefano Ticino. Quale brano ti è piaciuto di più suonare in Filarmonica? E – Molti; direi, a pari merito l’ouverture del Guglielmo Tell e l’Aida – III atto (la nostra trascrizione). F – Eh, tanti… Mi piace tutta la musica. R – Le colonne sonore dei film. Qual è stato il brano più difficile che hai suonato in Filarmonica? E – L’ouverture da Il flauto magico di Mozart. F – Psicologicamente quello in cui ho fatto il solista, Beauty Horn, all’ultimo concerto di Giu-
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gno. R – Pageant… Pageant: allucinante! Qual è il brano che vorresti suonare? E – Sinfonia n. 3 per organo e orchestra di Saint-Saëns. F – Vorrei tanto suonare una bella trascrizione di Star Wars, con una bella parte per i corni. Poi mi piace tanto l’Adagio di Barber, la Toccata e fuga in re minore di Bach… Tantissimi. R – Il gioca jouer! Un pregio e un difetto di Carlo Zappa: E – Il pregio è la sua grandissima capacità di dirigere e tirare fuori il meglio da ognuno di noi, ben al di là di quelle che sono le capacità che ognuno di noi pensa di avere. Il difetto… Beh, quello molto inflazionato è quello che parla troppo… Difetti è difficile trovarne in Carlo, dai! F – Un pregio di Carlo Zappa… Ce ne sono tanti, ma il suo pregio migliore è l’amicizia. Il suo difetto… Ogni tanto bigia in birreria! R – Il pregio è che non mi ha ancora ucciso… :-P Difetto: ha il vizio di fermarti quando stai entrando! (quando è il momento di iniziare a suonare, n.d.r.) Meglio ottoni o legni? E – Ecco, io suono entrambi… Meglio legni. F – Ottoni! Tutta la vita! Non c’è paragone. R – Esistono i legni? Cosa vuoi fare da grande? E – Quando divento grande voglio diventare un suonatore professionista di oficleide contrabbassa. :-P F – Prendere un sacco di soldi… :-P R – Suonare. Qual è l’ultimo libro che hai letto? E – Sviluppare un suono personale sul sassofono di David Liebman. F – Anansie Boys di Neil Gaiman. R – Appunti di un venditore di donne di Faletti. Qual è l’ultimo film che hai visto? E – Il Signore degli Anelli - Le Due Torri, nell’attesa che mia moglie finisca di leggere Il Ritorno del Re, così possiamo vedere il terzo film... :-P F – Boh… Non ricordo. R – Kung Fu Panda 2. Qual è il tuo genere musicale preferito? E – La musica classica. F – Tutti! R – Rock. Qual è il tuo cantante/gruppo preferito? E – Cantante: Giorgia Lepore. Gruppo: I Cavalieri del Re. :-) E i Saxophone Quintessence. F – Tanti… Non ce n’è uno in particolare: i Muse, i Queen, i Radiohead… Poi c’è gente come Wagner, Brahms, John Williams, Hans Zimmer (il compositore della colonna sonora del film Il Principe d’Egitto). R – Elio e le Storie Tese. Qual è stato l’ultimo concerto a cui hai assistito?
E – Il concerto della banda di Cassinetta. F – Eh, il nostro… Ah, no: quello della banda di Binasco. R – Il nostro! Qual è il tuo stato d’animo attuale? E – Son contento! F – Tranquillo. R – C’ho paura di voi due! Sei felice che sia finita questa intervista? E – Son contento! F – No, non particolarmente. R – Q. b. Saluta gli altri due: E – Ci vediamo dopo… Smack! F – Ciao, amori! Smack! R – Ciaaaaao! Smack! A cura di Serena Comincini e Paola Magnaghi
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I cantori di Trecate Il viaggio nella storia della Filarmonica attraverso le poesie di Carlo Mereghetti ci riporta alla sera del 28 luglio 1946, quando la banda ha tenuto un concerto vocale - strumentale con la Schola Cantorum di Trecate, diretta dal Maestro Don Gregorio Gambino.
El gran concert coral stromental Del vintott lui in del noster Biegrass L’è staa on success verament trionfal. El Don Gregori el peu propi ciamass - Insèma ai numeros e bravi cantor Verament soddisfaa del grand onor. Perché tucc hann plaudii indistintament E con calor dal principi a la fin La bacchetta addestraa e ‘l gran talent Del Maester e i voos di Trecatin D’on armonia grandiosa e celestial Che l’ha faa viv in d’on mond ideal. Oh mi de musica m’intendi nient Ma subissi de lee i gran suggestion Che tocchen in fond i bei sentiment. E pensi che num sarem pusee bon El dì che men politica farem E pussee musica coltivarem. Ma perchè inveci de fann scioperà Per protestà contra l’ingiusta paas, E i noster nemis inscì fa irrità, Emm no capìi che l’era inveci el caas De mandà, messagger de simpatia, In gir per l’ester la nostra poesia? Perché emm minga inviaa i cantor de trecà A Paris, a Londra e a Mosca a fa sì Ch’el concert di not l’avess de toccà I Coeur dur e la reson fagh capì? Se ne diis illustrissim Don Gregori, Al post di scioperi, hin no mèi i cori?
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Il grande concerto corale - strumentale Del 28 luglio in Abbiategrasso È stato veramente un successo trionfale. E don Gregorio può proprio chiamarsi - insieme ai numerosi e bravi cantanti Veramente soddisfatto del grande onore. Perché tutti hanno applaudito indistintamente E con calore dall’inizio alla fine La bacchetta addestrata e il grande talento Del Maestro e le voci dei Trecatesi Di una armonia grandiosa e celestiale Che ha fatto vivere in un mondo ideale. Oh, io di musica non me ne intendo Ma subisco da lei grandi suggestioni Che toccano in fondo sentimenti belli. E penso che saremo più buoni Il giorno che meno politica faremo E più musica coltiveremo. Ma perché invece di farci scioperare Per protestare contro l’ingiusta pace, E far così irritare i nostri nemici, Non abbiamo capito che era invece il caso Di mandare, messaggera di simpatia, In giro per l’estero la nostra poesia? Perché non abbiamo inviato i cantori di Trecate A Parigi, a Londra e a Mosca a far sì Che un concerto di note avesse a toccare I cuori duri e far loro capire la ragione? Che ne dice, illustrissimo don Gregorio, Invece degli scioperi non sono meglio i cori?
NOTIZIE IN BREVE Fiocco azzurro Il 15 ottobre è nato Riccardo Mella, figlio del nostro amico e musicante Paolo. Felicitazioni a lui e alla mamma Manuela, con tanti auguri di un futuro sereno. Anniversari Congratulazioni al nostro percussionista Enrico Bianchi, che quest’anno festeggia i suoi 60 anni da bandista. Compiono 20 anni in Filarmonica i due sassofonisti Emanuele Parma e Fabio Cardullo: la Filarmonica augura loro di triplicare, come è successo ad Enrico e a tante altre colonne portanti della nostra banda! Lutto La Filarmonica ricorda con affetto Pietro Percivaldi, musicante dal 1948 al 1987.
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Questo concerto di Novembre rappresenta il debutto per sei giovani musicanti: Ilaria Bartsch e Ludovico Pareti al sax contralto, Daniele Cavallotti al sax tenore, Tanita Lafirenze al clarinetto, Simone Ramezzana alla tromba e Giuliano Valli al bassotuba. In bocca al lupo a tutti e auguri di una lunga permanenza in Filarmonica!
PROSSIMI APPUNTAMENTI NOVEMBRE Sabato 19
GENNAIO Concerto di Novembre
DICEMBRE Domenica 4, 11, 18
Domenica 1, venerdì 6
Giri degli auguri natalizi
Lunedì 17
Falò di S.Antonio presso La Cappelletta
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LA FILARMONICA È… Informatore musicale del COMPLESSO BANDISTICO LA FILARMONICA
PIAZZA MARCONI, 59 TELEFONO (02) 94.96.64.79
Abbiategrasso - Via V. Alfieri, 1 Tel. 02 94.08.74.42 Tel./Fax 02 946.29.73 f il arm on ic a @a l ic e. it ww w. ba n daf i larm o nic a .i t
Hanno collaborato: Eleonora Bagnaschi, Andrea Bartsch, Andrea Capelli, Gabriella Colombo, Serena Comincini, Anna Galbiati, Damiano Lazzarin, Felice Locatelli, Chiara Magistrelli, Paola Magnaghi, Gianni Rainoldi
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