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La Filarmonica è... Nr 69 - Giugno 2022 - Un viaggio al ritmo delle Americhe

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N° 69 Bentornati al Concerto di Giugno de La Filarmonica!

Giugno 2022

LA FILARMONICA È... Informatore musicale del COMPLESSO BANDISTICO

LaFilarmonica Abbiategrasso|1846 LA FILARMONICA

In un programma di qualche anno fa, appena prima che la pandemia intervenisse a cambiare la nostra prospettiva sulle cose, avevamo avuto il piacere di ragionare sui rapporti Est-Ovest all’interno di un contesto storico preciso e particolare, come quello della caduta del muro di Berlino. Questa volta, per ragionare su un certo tipo di rapporti Nord-Sud cogliamo uno spunto decisamente diverso. Qualche mese fa una nuova versione cinematografica di buon successo e grande qualità ha riportato nel nostro mondo musicale West Side Story di Leonard Bernstein. Complice una ispirazione shakespeariana, il lavoro di Bernstein, per comodità da sempre considerato un musical per la sua genesi a Broadway, ma dalle qualità e dalle strutture molto più operistiche, è un ottimo spunto per un viaggio musicale nel suono delle Americhe. West Side Story è lo spunto perfetto: ambientata nel mondo latino del West Side di New York, permette a Bernstein di portare in scena un mondo musicale sud-americano visto attraverso la lente di un compositore perfettamente nord-americano. Così abbiamo voluto approfittarne, e creare un percorso pan-americano. La direzione geografica sarà senza dubbio NordSud, ma quella biografica dei compositori e quella intrinseca di ispirazioni e rimandi sono molto più trasversali e interessanti. Buon ascolto! Dario Garegnani, Direttore de La Filarmonica >> Articolo completo a pag. 8

CONCERTO DI GIUGNO Abbiategrasso - Quadriportico Basilica di Santa Maria Nuova Sabato 11 giugno 2022 - ore 21 s��������

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Ingresso libero

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Dal 1846 musica, insieme. www.bandafilarmonica.org


2022 - Anno della ripartenza reale Editoriale - Alessandro Bagnaschi Lo scorso mese di novembre chiudevo l’editoriale augurandomi che quel concerto potesse rappresentare una sorta di ripartenza dopo un periodo problematico come quello vissuto negli ultimi anni a causa della situazione sanitaria. Ebbene, a distanza di qualche mese, avvicinandoci al tradizionale appuntamento con i concerti di giugno, penso si possa constatare che la ripartenza per La Filarmonica è effettivamente avvenuta, abbiamo finalmente potuto riappropriarci dei nostri spazi sia per quanto riguarda la ripresa delle prove a organico completo come momento di studio e di perfezionamento, sia per quanto riguarda l’attività istituzionale della banda (partecipazione a manifestazioni civili e religiose), sia per quanto concerne l’attività concertistica dal vivo, sia per quanto attiene alle attività della scuola di musica con le lezioni in presenza e con i tradizionali saggi di fine anno.

Ora si apre una nuova sfida basata sulla necessità mettere queste nostre caratteristiche a disposizione di tutti coloro che ci seguono con affetto e attenzione. Anche in occasione del concerto dello scorso 25 aprile abbiamo avuto modo di constatare quanto la nostra voglia di suonare abbia incontrato la voglia di ascoltarci di un pubblico particolarmente numeroso e partecipe. Da qualche tempo ripetiamo, quasi fosse uno slogan, che “La Filarmonica c’è e vuole esserci da protagonista”, penso che questo sia davvero il momento per trasformare uno slogan in una realtà. Vorremmo contribuire alla ripresa della vita sociale della nostra città facendo al meglio quello che sappiamo e ci piace fare: “fare musica insieme e proporla a tutti coloro che vogliono ascoltarci” anche al di fuori dei momenti tradizionalmente dedicati a questo, è un impegno che siamo ben disposti ad assumerci mettendo in campo le nostre potenzialità per essere veramente protagonisti, consapevoli dei nostri limiti e delle difficoltà che potranno presentarsi strada facendo.

Vorremmo contribuire alla ripresa della vita sociale della nostra città facendo al meglio quello che sappiamo e ci piace fare: “fare musica insieme e proporla a tutti coloro che vogliono ascoltarci”

Questo naturalmente ci riempie di soddisfazione e orgoglio per aver saputo trovare all’interno del nostro gruppo e dei valori che lo caratterizzano e contraddistinguono la forza e la determinazione per non lasciarci sopraffare da una serie di difficoltà impreviste e sicuramente non prevedibili.

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Alessandro Bagnaschi Presidente del Complesso Bandistico “La Filarmonica” di Abbiategrasso APS


Il programma Con il patrocinio del Comune di Abbiategrasso

LaFilarmonica Abbiategrasso|1846

Concerto di Giugno 2022

Concerto di Giugno Sabato 11 giugno 2022 - Ore 21.00 Abbiategrasso, Quadriportico di Santa Maria Nuova

Un viaggio al ritmo delle Americhe

è un’Associazione di Promozione Sociale

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LA FILARMONICA È... Informatore musicale del Complesso Bandistico La Filarmonica

An American Elegy Frank Ticheli

REDAZIONE

Suite of Old American Dances

Chiara Magistrelli, Paola Magnaghi, Paolo Bassi, Andrea Capelli, Sara Carnaghi, Giuseppe Comincini, Edoardo Grittini, Damiano Lazzarin, Gianni Milanese, Gianni Rainoldi

Robert Russell Bennett

Danza Caribe Alfred Reed

El Camino Real

HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO

Alfred Reed

West Side Story

Alessandro Bagnaschi, Dario Garegnani, Carla Manzolini Capelli

Somewhere e Mambo Leonard Bernstein

CONTATTI REDAZIONE E PUBBLICITÀ

LaFilarmonica

Direttore: Dario Garegnani

Ingresso libero

LA FILARMONICA

Dal 1846 musica, insieme. www.bandafilarmonica.org

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Per suggerimenti, contributi o per pubblicare la vostra inserzione pubblicitaria a sostegno de La Filarmonica, scrivete a:

filarmonica.informatore@gmail.com


Concerto di Giugno 2022 - Guida all’ascolto A cura di Paola Magnaghi An American Elegy Frank Ticheli

In molti ricorderanno la strage della Columbine High School, nell’aprile del 1999. Un tragico episodio che scosse le coscienze di molti, lasciando interrogativi pesanti e profondi sulla società e sull’educazione. Un anno dopo, sul palco del Macky Auditorium di Boulder, Colorado, il compositore americano Frank Ticheli salì sul podio per dirigere An American Elegy, pezzo scritto ad hoc per aiutare a confortare una comunità in lutto.

La decisione, dopo un momento di incertezza – «chi sono io per fingere il tipo di dolore che questa comunità sta attraversando?» – fu quella di scrivere un pezzo che ispirasse solo speranza, attraverso una musica colma di simbolismi in cui l’idea di fondo è quella dell’elevazione dal basso verso l’alto, un pezzo in cui la musica deve abbracciare il pubblico e l’ambiente. Il pezzo inizia dai registri bassi delle varie voci strumentali; il tema principale che segue, presentato dai corni, ha un’impostazione lirica, mentre il secondo tema, basato su un semplice motivo armonico ripetuto, è decisamente più struggente. Tre stati d’animo – speranza, serenità, tristezza – si intrecciano per tutto il lavoro. Un successivo canone a quattro voci cita esplicitamente la Columbine Alma Mater, l’inno della scuola composto dallo stesso Ticheli, che decise poi di inserirlo come citazione all’interno dell’elegia. L’apice del brano arriva nella sua parte centrale, quando (nell’esecuzione originale) una tromba risuona da fuori dal palco distante ed eterea, rappresentando una voce celeste. gli schiavi afroamericani; i ballerini eseguivano movimenti molto acrobatici, spesso elegantemente vestiti e dovendo tenere qualcosa sulla testa senza farlo cadere. Una fetta di torta (da

Suite of Old American Dances

Cakewalk - Schottische - Western One Step Wallflower Waltz - Rag

Robert Russell Bennett

Robert Russell Bennett (1894 – 1981) è stato, per gran parte della sua vita, orchestratore e arrangiatore di Broadway, lavorando con artisti del calibro di Irving e Gershwin. Come compositore è stato abbastanza prolifico, con circa duecento pezzi originali, tra i quali spiccano Symphonic Songs for Band e Suite of Old American Dances. Composta tra il 1948 e il 1949, la Suite of Old American Dances riveste per il compositore il ruolo di “catalizzatore di ricordi”. Lui stesso, infatti, ne traccia la genesi in un luogo preciso della nativa Kansas City, un parco definito «un luogo magico per noi bambini. (…) Fontane illuminate, i concerti della big band (…) si sentivano nella sala da ballo tutto il pomeriggio e la sera i brani su cui ballava la folla…». In effetti il materiale originale è tutto proveniente da pezzi che all’epoca costituivano la base per la danza popolare, e ciascun movimento presenta un proprio carattere peculiare: il Cakewalk nasce nelle piantagioni del Sud come una sorta di gioco per

Il Cakewalk in una locandina di un minstrel show, una forma di spettacolo razzista dei primi dell’Ottocento in cui si esibivano principalmente bianchi truccati da neri

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qui il nome della danza) era spesso l’ambito premio per il vincitore. La Schottische era invece una danza tedesca legata alla polka in versione “signorile”. Il Western One Step è basato su un ballo dei bassifondi chiamato Texas Tommy, mentre, a contrasto, Wallflower Waltz è una versione più moderna del classico valzer viennese. In Rag, infine, il tempo di due quarti si spinge fino a creare sincopi e schemi concitati, in pieno spirito ragtime.

Danza Caribe Alfred Reed

Danza Caribe riflette l’influenza cubana e caraibica all’interno della cultura americana, presentando un morbido e oscillante sfondo ritmico sul quale una lunga linea melodica si sviluppa prima in assolo, poi in strutture parallele, impreziosite dai toni calmi dell’accompagnamento. Il suono degli ottoni è morbido, mentre la linea melodica ha uno sfondo ritmico che incarna alla perfezione lo stile musicale della regione caraibica.

El Camino Real Alfred Reed

El Camino Real (anche noto come The Royal Road o The King’s Highway) venne commissionato nel 1984 ad Alfred Reed dalla 584st Air force Band, alla quale è dedicato. La musica di

West Side Story Leonard Bernstein

Somewhere

Somewhere è un brano musicale composto da Leonard Bernstein (musica) e Stephen Sondheim (testo) nel 1957 per il musical West Side Story, cantato per la prima volta da Reri Grist e successivamente nel 1961 da Jim Bryant e Marni Nixon per il film omonimo. Eseguita a metà secondo atto e ripresa nel finale, è una canzone dall’indole tenera e malinconica entrata nel repertorio di tanti grandi La locandina del film cantanti della scena internazionale. West Side Story del 1961 Drammaturgicamente, dopo l’uccisione di Bernardo la situazione precipita e l’unione fra Tony e Maria sembra ormai impossibile. Ciononostante, i due amanti non perdono le speranze e sognano un futuro migliore e soprattutto un luogo, da qualche parte (somewhere), in cui sentirsi liberi. Scenografia e musica concorrono nel rappresentare un luogo ideale ove realizzare questo sogno. La musica accompagna i cambi di scena e i movimenti dei ballerini fino a che, all’improvviso, lo struggente tema Somewhere esprime il dolore e la contraddizione vissuta dai due innamorati, che hanno intravisto una promessa di felicità che le circostanze sembrano ostacolare e impedire. Il sogno dei due amanti si trasforma infatti in un incubo: riemerge la città, e la situazione di conflitto tra le due gang rivali. L’apice della tragicità si consuma nella scena finale, quando Tony viene ucciso da Chino, un membro degli Sharks. Maria soccorre il suo amato, lo prende fra le braccia e insieme cantano di nuovo un breve estratto di Somewhere. Poco dopo Tony

questo pezzo è basata su progressioni tipiche e utilizzate da generazioni dagli esecutori di flamenco, che danno quindi vita a un pezzo che può fregiarsi della definizione di musica “tipicamente spagnola” (il suo sottotitolo è A Latin Fantasy), ricca di campi di indicazione del tempo, i cui accordi sorreggono melodie ricche di ritmo e brillanti virtuosismi. La prima parte è basaRappresentazione della danza jota nel quadro ta su una danza nota Aragón di Joaquín Sorolla y Bastida come jota, mentre la seconda, a contrasto, è derivata dal fandango. Il brano è realizzato secondo il classico schema veloce – lento – veloce; nella parte lenta il tema si fa avvolgente e rassicurante. Il finale è basato sulla struttura fugale della jota, in cui si combinano le melodie della parte precedente. esala il suo ultimo respiro. Anche alla fine, davanti alla morte, Tony e Maria gridano: “Ci deve essere un posto per noi, tienimi la mano e io ti ci porterò, un giorno, in qualche modo.” “C’è un posto per noi, da qualche parte un posto per noi. Pace, serenità e aria fresca ci aspettano da qualche parte. C’è un tempo per noi. Un giorno ci sarà un tempo per noi. Tempo da passare insieme, un tempo libero. Da qualche parte noi troveremo un nuovo modo di vivere, un modo per perdonare, da qualche parte”.

Mambo

Il mambo è una danza che ha le sue origini a Cuba, e affonda le sue radici già nel diciottesimo secolo, prendendo spunti e influenze da danze popolari inglesi, spagnole, francesi e africane; ha poi subito ulteriori modifiche ad opera dei musicisti di Porto Rico; le caratteristiche musicali sono l’uso degli ottoni e dei fiati in generale, e l’accompagnamento ritmico spesso accompagnato da interventi vocali. Quando Bernstein decise di scrivere la storia delle due bande rivali Jets e Sharks – attualizzando di fatto la tragedia di Romeo e Giulietta – trovò l’escamotage di farle incontrare in una scuola di ballo, a un evento organizzato per promuovere l’integrazione sociale dei due gruppi etnici (bianchi e immigrati portoricani). Il più tranquillo ballo organizzato lascia gradualmente il posto a un selvaggio, aggressivo e provocatorio mambo, vissuto con uno spirito competitivo che consente ai ballerini in scena di sfidarsi con passi sempre più complicati e stravaganti. È questo il set del primo incontro La locandina del remake di tra Tony e Maria. Steven Spielberg del 2021

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West Side Story

Gianni Rainoldi

Il capolavoro di Bernstein è la Great American Opera Le composizioni di Bernstein sfuggono a re ricordato nei secoli più per i suoi lavori Già nel 1949 Bernstein, Jerome Robbins facili definizioni o etichette: grande am- sinfonici che per una commedia musica- e lo scrittore Arthur Laurents avevano miratore di certi lavori orchestrali di Ger- le; non casualmente, delle varie edizioni considerato l’idea di creare un lavoro di shwin, egli ne prosegue ed estende le in- discografiche del lavoro, proprio quella teatro musicale che trasportasse Romeo tuizioni con un talento musicale che può diretta da Bernstein nel 1984 è la meno e Giulietta fra le rivalità e le tensioni delle solo definirsi geniale, una formidabile credibile, sia per la ponderosa e letargi- gang giovanili di New York. Inizialmente capacità di scrittura, un’insaziabile curio- ca opulenza orchestrale sia per un cast intitolato East Side Story, avrebbe portasità, una penetrante comprensione della vocale, “stellare” e operistico (Kiri Te Ka- to in scena l’amore fra una ragazza ebrea mobilità espressiva vernacolare america- nawa, Jessye Norman, José Carreras, e un giovane cattolico del Lower East na, una sensibilità culturale fuori del co- Tatiana Troyanos), del tutto inadeguato Side, una relazione contrastata da diffemune, un’inarrivabile capacità renze religiose e dalle appartedi comunicare senza sacrificare nenze a diverse street gangs. alcunché della propria integrità Il progetto venne abbandonato intellettuale. per poi essere ripreso alla fine Caratteristiche tutte riscontrabili del 1955, dopo un casuale inal massimo grado in un peculiacontro fra Bernstein e Laurents. re capolavoro come West Side Alla fine, Bernstein, Robbins e Story, pagina di teatro musicale Laurents decisero che l’azione che per molti versi rimane uniavrebbe avuto luogo in un ghetca, espressione del desiderio to nell’Upper West Side: una di comporre un musical da una contrastata storia d’amore tra prospettiva macroscopica, con un giovane polacco-americatutte le giustificate ambizioni e no e una ragazza portoricana. il respiro di un’opera ma con un Nuovo titolo: West Side Story. linguaggio musicale dall’elettriOgnuno dei tre autori aveva alloca fisicità che ottiene i più nobili ra un carnet fitto d’impegni. Nel Il premio Oscar Ariana DeBose e David Alvarez nei panni di Anita e Bernardo risultati senza essere aristocra1956, per esempio, Bernstein nella versione di West Side Story di Steven Spielberg del 2021 tico, carico degli odori, inflessioera preso dalla prima del suo ni, accenti della poli-etnicità vernacolare e ai limiti del ridicolo nel dare vita a una Candide. A novembre veniva nominato statunitense. poetica rilettura di Romeo e Giulietta am- Direttore principale aggiunto della New West Side Story è il Fidelio americano, bientata fra le gang giovanili di New York. York Philharmonic Orchestra affiancando è Shakespeare riletto attraverso Tocque- Il criterio con il quale Bernstein si poneva il leggendario Dimitri Mitropoulos. Tra il ville, è l’America alla spasmodica ricer- di fronte a una pagina da dirigere era, no- dicembre del 1956 e il gennaio del 1957 ca del sublime, è il dramma giocoso nel toriamente, domandarsi: «Saprà procu- Bernstein si trovò ad avere più di ventun Nuovo Mondo, incrocio vertiginoso tra rarmi un orgasmo?» Fu forse per questo impegni con l’orchestra, in aggiunta alle dramma e balletto, tra opera e teatro mu- che gli ci vollero quasi trent’anni prima di cinque incisioni discografiche ancora a sicale, tra accademia e cultura popolare, poter dirigere – in modo non casualmen- realizzare per la Columbia, con la quale tra tragedia shakespeariana e commedia te distorto e persino perverso – il lavoro aveva firmato un contratto nell’aprile del musicale, tra Broadway e le periferie di in cui forse egli meno s’identificava ma 1956. Considerando anche una serie di New York. Capolavoro amato e odiato con il quale tutti lo identificavano: West imminenti impegni concertistici in Israele dal suo autore, che avrebbe voluto esse- Side Story. e in Sudamerica, la realizzazione di un

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intero lavoro teatrale pareva pressoché impossibile. La genesi di West Side Story fu infatti caotica. La vicenda che lo spettacolo intendeva narrare faticò a trovare produttori, poco attratti dalla sua dimensione tragica. Solo un prestito elargito da Roger Stevens, noto organizzatore di Broadway, salvò il progetto che inizialmente si era trovato senza autori: lo stesso Bernstein provò inizialmente a scrivere dei versi per le musiche, senza risultati di rilievo. Laurents aveva sentito commenti positivi su un giovane autore e compositore, Stephen Sondheim, ma i primi incontri si risolsero in un nulla di fatto. Fu il mentore di Sondheim, Oscar Hammerstein II, a spingerlo ad accettare: a suo dire, lo show aveva un’idea fondante di grande interesse, oltre a offrire la possibilità di lavorare con tre dei più esperti musicisti e uomini di spettacolo in circolazione. E fu proprio Sondheim a convincere Harold Prince e il suo socio Robert Griffith a produrre lo spettacolo, a sua volta diretto e coreografato da Jerome Robbins (che in West Side Story realizzò il proprio capolavoro, inaugurando non solo un nuovo, atletico, vitale e vibrante approccio alla danza ma facendo di un musical una vera e proprio Gesamtkunstwerk, un’opera d’arte totale). Laurents ricorda la forte impressione ricevuta sin dal primo ascolto della musica scritta per West Side Story: «Ciò che rende originale la musica americana per il teatro sono il vitalismo e la complessità ritmica, tutte qualità che si trovano in Bernstein, e a mio avviso tali qualità raggiungono l’apice in West Side Story, la miglior musica per il teatro mai scritta». Tutta la drammaturgia di West Side Story è fuori del comune: i suoi quattro autori (che condividevano comuni radici culturali ebraiche, una stessa visione politi-

ca fortemente progressista, un’identica volontà di portare una ventata d’innovazione all’interno della macchina culturale americana) riuscirono a integrare in un unico lavoro teatral-musicale il canto, la recitazione e la danza. Il 19 agosto 1957 West Side Story (con scenografie create da Oliver Smith e luci curate da Irene Sharaff) intraprese il suo tryout a Washington per poi andare in scena brevemente a Filadelfia ma con un successo trionfale. A New York lo spettacolo (con un cast comprendente tra gli altri Larry Kert, Carol Lawrence, Chita Rivera, Reri Grist e Max Goberman a dirigere l’orchestra) ebbe settecentotrentadue repliche al Winter Garden Theater, dove debuttò il 26 settembre 1957, prima di intraprendere un tour nazionale di due anni e di accumulare nel 1960 (all’Alvin Theatre e di nuovo al Winter Garden Theater) altre duecentocinquantatre repliche. Nel 1961 West Side Story divenne un film diretto da Jerome Robbins e Robert Wise, con Natalie Wood, Rita Moreno e George Chakiris (più un giovanissimo Eliot Feld). Premiato con dieci Oscar, fu il vero motore del successo dello spettacolo (che in patria non era stato particolarmente incoraggiato o premiato dalla critica: il Tony Award del 1957 andò a The Music Man di Meredith Willson), ormai applaudito in tutto il mondo, tanto che a Parigi rimarrà in cartellone per duecentoquarantanove settimane. Da allora esso è entrato di diritto a far parte della storia della cultura americana. Di questo ibrido straordinario fondato sul tritono si potrebbe parlare e scrivere a lungo: dallo schioccar di dita con cui l’opera ha inizio sino alla sua tragica conclusione, West Side Story è un impressionante ritratto musicale dell’America urbana con i suoi linguaggi, i suoi vernacoli, i suoi suoni e ritmi, i suoi movimenti,

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la sua vitalità, il suo dinamismo, le sue nevrosi, le sue ossessioni: il diatonismo, l’incomparabile vena melodica di Tonight, Somewhere o Maria, l’estrema sofisticazione armonica applicata a materiali vernacolari, jazz, blues, il travolgente e virtuosistico mambo di The Dance at the Gym, cha-cha, ambiguità tonali, dissonanze (si pensi a Cool, pagina “abbigliata” jazzisticamente in cui dissonanza, denso cromatismo e atonalità vengono utilizzati con rara efficacia espressiva), il seis e lo huapango di America, il vaudeville parodistico di Gee Officer Krupke… Bernstein si esprime quasi cinematograficamente attraverso un caleidoscopio di materiali estratti dall’inconscio americano. Forse proprio questa sua fagocitante inclusività ha spinto non pochi esponenti del jazz a rileggere alla loro maniera West Side Story, come Cal Tjader, André Previn, Dave Brubeck, Buddy Rich, Stan Kenton, Dave Grusin. Lavoro iconico, West Side Story ha aperto la strada al nuovo teatro musicale americano e a pagine di vasto respiro come Gypsy, Sunday in the Park with George e Into the Woods di Stephen Sondheim. E non ha mancato di esercitare la sua influenza su molta produzione operistica americana degli ultimi decenni, oscillante verso il cosiddetto crossover nella speranza di scrivere “The Great American Opera” e di indurre il pubblico statunitense ad amarla. Ma forse non si sbaglierebbe se si affermasse che “The Great American Opera” è stata già scritta, ed è West Side Story, inimitabile come inimitabile è stato il suo autore, una delle più importanti figure musicali di tutti i tempi. Perché, come scriveva Ned Rorem: «Gli artisti non sono diversi da chiunque altro, anzi; quindi Bernstein non è diverso dagli altri artisti. Il fatto è che nessun artista è uguale a lui».


Bentornati al Concerto di Giugno Editoriale - Dario Garegnani

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In un programma di qualche anno fa, appena prima che la pandemia intervenisse a cambiare la nostra prospettiva sulle cose, avevamo avuto il piacere di ragionare sui rapporti Est-Ovest all’interno di un contesto storico preciso e particolare, come quello della caduta del muro di Berlino. Questa volta, per ragionare su un certo tipo di rapporti Nord-Sud cogliamo uno spunto decisamente diverso. Qualche mese fa una nuova versione cinematografica di buon successo e grande qualità ha riportato nel nostro mondo musicale West Side Story di Leonard Bernstein. Complice una ispirazione shakespeariana, il lavoro di Bernstein, per comodità da sempre considerato un musical per la sua genesi a Broadway, ma dalle qualità e dalle strutture molto più operistiche, è un ottimo spunto per un viaggio musicale nel suono delle Americhe. West Side Story è lo spunto perfetto: ambientata nel mondo latino del West Side di New York, permette a Bernstein di portare in scena un mondo musicale sud-americano visto attraverso la lente di un compositore perfettamente nord-americano. Così abbiamo voluto approfittarne, e creare un percorso pan-americano. La direzione geografica sarà senza dubbio Nord-Sud, ma quella biografica dei compositori e quella intrinseca di ispirazioni e rimandi sono molto più trasversali e interessanti. La American Elegy di Ticheli è un magnifico pezzo dal suono tutto statunitense (se ne esiste poi uno…), un cantabile stupendo nato per ricordare la strage della High School di Columbine, distretto di Denver.

Dall’elegia alla danza, eseguiremo la magnifica, complessa e poco conosciuta Suite di Robert Russell Bennett. Nel suono complesso messo su carta niente meno che da qualcuno che scriveva per la Hollywood del suo periodo d’oro, risuonano i ritmi sincopati dell’America del proibizionismo, degli albori dello swing: sono queste le Old American Dances – tanto “antiche” dovevano sembrare nel 1947 all’autore musiche di qualche decennio prima. Un compositore del Nord, Alfred Reed, molto spesso presente nei nostri programmi, occupa interamente la transizione Nord-Sud. La sua Danza Caribe è un affresco delicato, quanto El Camino Real, della sua visione della musica centro-americana. In particolare, quest’ultimo è un pezzo mitico nel repertorio per orchestre di fiati: difficile, infuocato, tecnicamente impervio, sarà una gioia – siamo certi – poterlo inserire finalmente anche nel nostro repertorio. La dedica a West Side Story, che ha ispirato la nostra ricerca, non può mancare, in un doppio scambio. Nati entrambi dalla mente di un compositore del Nord America, come abbiamo detto, Somewhere e Mambo! sono due volti della stessa medaglia, un cantabile quasi operistico e la più classica delle danze popolari latine che in mano a Bernstein sono diventate due grandi classici. Buon ascolto! Dario Garegnani Direttore del Complesso Bandistico “La Filarmonica” di Abbiategrasso APS

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Il Tanztheater di Pina Bausch Sara Carnaghi In Europa, dopo gli anni Sessanta, il flus- continuare la sua carriera di danzatriso di idee compromesso dalla catastro- ce nella sua terra natia. fe bellica venne arricchito dal recupero Il suo percorso creativo iniziò ufficialdell’eredità delle Avanguardie. In Ger- mente negli anni Settanta, quando la mania questo risveglio culturale trovò danza era nel pieno della rivoluzione: realizzazione soprattutto nella danza-co- vennero messe in dubbio le potenziareografia, la quale lità espressive riprese le caratdel corpo, si Certe cose teristiche dell’Eripensò al rapsi possono dire con le parole, spressionismo, porto con la altre con i movimenti. aggiungendo una musica e con Sopra, una recente esibizione del Tanztheater Wuppertal. buona dose di lo spazio e si Sotto, una rappresentazione di Café Müller di Pina Bausch Ci sono anche dei momenti sperimentazione. decise di dare in cui si rimane senza parole, Da tale esperipiù libertà al del tutto perduti e disorientati, mento nacque movimento, il fenomeno del scrivendo nuonon si sa più che cosa fare. Tanztheater, che vi codici geA questo punto comincia la danza. vide come masstuali. Pina, nel simo esponente 1973, fondanPina Bausch Pina Bausch. do il TanztheaPhilippine Bausch, nota come Pina Bau- ter Wuppertal, diede vita a un nuovo sch, fu una delle più grandi artiste della progetto grandioso: il teatro danza. storia recente, tanto da essere tuttora Questo filone della danza contempoconsiderata come figura cardine e fonda- ranea si proponeva di fondere il teatro mentale per il mondo della danza e quel- con la potenza espressiva e la corpolo del teatro. Pina nacque nel 1940 nella reità della danza. Sul palco i balleriRenania tede- ni erano spinti a contribuire attivamente di là di ogni definizione maturata fino ad sca e, dopo nella creazione della coreografia, dando allora. La scena rappresenta una sorta aver studiato una lettura personale ai loro movimenti, di bar-fantasma popolato da sedie e a New York rendendoli spontanei e sinceri. attraversato da persone tristi e sfuggenti e dopo esse- Per Pina la figura del ballerino non do- che non riescono a comunicare. Sulle re stata scrit- veva più essere vista solamente come musiche di Henry Purcell, compositoturata come un mezzo per diffondere il messaggio re inglese di età barocca, una donna, ballerina per del coreografo, bensì egli stesso era interpretata dalla Bausch, si muove da il New Ame- chiamato a esprimere la sua sensibilità sonnambula e incontra gli altri avventori rican Ballet e attraverso la sua corporeità. che spostano le sedie al suo passaggio. per la Metro- Una delle opere più importanti della Bau- Nonostante non ci sia una narrazione ripolitan Opera sch è Cafè Müller del 1978, la quale se- conoscibile, lo spettacolo incarna ansie House, decise gnò una vera e propria svolta nello stile e evidenti, come il disagio esistenziale, di tornare in nei contenuti. Quest’opera inaugurò una che accompagneranno ogni lavoro della Germania e di modalità di intendere la danza che va al Bausch. Pina Bausch

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La Filarmonica al 44° Concerto di Novembre, “un’orchestra di fiati”

Fotografie di Stephen Street

Chiara Magistrelli

La sera di sabato 20 novembre, al Teatro Fiera di Abbiategrasso si è tenuto il 44° Concerto di Novembre del Complesso Bandistico “La Filarmonica” che ha voluto celebrare i 175 anni dalla fondazione con un programma degno della sua storia: Robert Sheldon, Šostakovič, Cesarini, van Delft e Stravinskij sono stati gli autori protagonisti della serata. Dopo l’Inno di Mameli, i musicanti diretti

dal Maestro Dario Garegnani hanno eseguito A Choral for a Solemn Occasion di Marc van Delft dedicando a tutte le vittime del Covid il brano particolarmente delicato e che ha coinvolto tutte le classi di strumenti fino a un canto intenso, drammatico e quasi sinfonico. È poi stata la volta di Commemoration Overture di Robert Sheldon, un pezzo dai toni tipicamente bandistici, alternando momenti commemorativi a momenti di lirismo intenso. Dopo questo “inizio con il botto”, sono state consegnate targhe di riconoscimento a tre bandisti che hanno deciso di mettere da parte il proprio strumento per continuare a far parte della famiglia della Filarmonica dalle fila del pubblico, ovvero Enrico Bianchi (che ha militato in banda per settant’anni), Damiano Lazzarin (per sessantadue) e Nevio Masiero (per sedici, esempio lampante che a qualsiasi età si può iniziare a studiare musica). La consegna di un premio a Matteo Marnati per i suoi vent’anni in banda ha poi condotto verso il cuore pulsante del concerto con le cupe quanto brillanti Folk Dances di Šostakovič; Ouverture Festiva, Op. 96 sempre dello stesso autore; Cossack Folk Dances del compositore contemporaneo Franco Cesarini. A seguire, dal balletto L’uccello di fuoco, primo successo di Stravinskij e ispirato a - 10 -

una fiaba russa, sono state eseguite due tra le pagine più belle della partitura: Berceuse e Finale, incalzante e grandioso. Il Direttore Garegnani, dopo essere salito sul podio, ha voluto rivolgersi al pubblico con queste parole: «Affinché questo brano possa essere un regalo per tutti quanti, perché toccare una partitura di questo livello è un privilegio. La musica può evocare e trasportare in situazioni

Sopra, la consegna delle targhe a Enrico Bianchi, Damiano Lazzarin e Nevio Masiero. Sotto, Matteo Marnati viene premiato per i venti anni in banda.


Sopra, Annamaria consegna i diplomi ai nuovi bandisti in organico: Noemi, Jacopo, Sofia, Demetrio e Ilenia. Sotto, Noemi Zacchetti riceve il Premio Marnati.

lontane dal presente. Berceuse è quasi una ninna nanna che ha qualcosa di magico che viene da lontano e l’augurio è che, per i prossimi sei minuti di esecuzione, tutti possiamo andare da un’altra parte.» E così è stato: il silenzio e la concentrazione tanto dei musicanti quanto

del pubblico hanno creato un’atmosfera onirica e di trasporto generale. Gli applausi hanno condotto verso la fine della serata, occasione nella quale sono stati consegnati i diplomi ai nuovi bandisti divenuti parte ufficiale dell’organico: Sofia Brambilla al flauto traverso, Jacopo Fasani e Demetrio Pisi al clarinetto, Ilenia Ranú al sax contralto e Noemi Zacchetti alla tromba. Ha poi preso la parola il Presidente de La Filarmonica, Alessandro Bagnaschi, per consegnare il Premio Marnati, «istituito 5 anni fa in ricordo di Carlo Marnati, storico responsabile della Scuola Allevi Corrado Abriani della Filarmonica e consistente in un premio in denaro spendibile nell’acquisto di strumenti o corsi di perfezionamento, viene dato a uno solo tra gli allievi neo entrati nel complesso e che quest’anno una commissione valutatrice ha deciso di consegnare a Noemi Zacchetti». A seguire, anche il primo cittadino Cesare Nai è brevemente intervenuto sottolineando quanto sia bello vedere tanti giovani nel complesso bandistico, che hanno preso il testimone di chi, invece, per motivi di età, ha deciso di smettere: «La Filarmonica è una realtà con tanto passato alle spalle e anche un grande

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futuro davanti a sé». In chiusura, sono stati eseguiti i brillanti e coinvolgenti Marcia e Valzer n. 2 dalla Suite per orchestra di varietà di Šostakovič, seguiti da grandi applausi del pubblico e dalla richiesta di un bis. La serata ha avuto termine con la consegna di una targa di riconoscimento per il costante impegno al Presidente Bagnaschi da parte del Presidente Onorario della Filarmonica Pietro Galbiati, che ha posto l’accento sulla complessità e difficoltà dei brani proposti «che fanno della Filarmonica di Abbiategrasso un’orchestra di fiati».

Pietro Galbiati, Presidente Onorario de La Filarmonica, consegna una targa di ringraziamento al Presidente Alessandro Bagnaschi


La Filarmonica e i suoi 175 anni di storia Chiara Magistrelli 175 anni sono passati da quel lontano 1846: in un momento in cui la città di Abbiategrasso e tutta la Regione erano sotto l’Impero Asburgico, veniva fondato il Complesso Bandistico “La Filarmonica”. Per celebrare e mostrare le tappe che hanno condotto a questo traguardo è stata allestita nel mese di dicembre una mostra nei locali siti in Corso XX Settembre angolo piazza Cavour (ex negozio ottica Rocchitelli). Inaugurata l’8 dicembre e rimasta aperta fino alla fine dell’anno, è stata una grande occasione per dare vi-

a proseguire l’attualizzazione di un repertorio sempre più eclettico e variegato. Dal 2018 con l’arrivo dell’attuale direttore Dario Garegnani è stata inaugurata una nuova fase di crescita della Filarmonica sempre più orientata alla poliedricità dei programmi e dei brani proposti. L’attività della Filarmonica comprende concerti, raduni, manifestazioni pubbliche e il suo repertorio musicale è in grado di spaziare dalla musica classica a quella originale per banda, passando attraverso una decisa pluralità di generi.

decenni di musica e di trasformazioni: sono state esposte alcune vecchie divise, alcuni antichi strumenti, i manifesti dei concerti più importanti, estratti dall’Informatore, il giornale semestrale della Filarmonica che racconta gli eventi, le novità e le iniziative del complesso bandistico che continua ad accogliere sempre più musicanti anche grazie alla Scuola di Musica Corrado Abriani. Nella scuola vi sono corsi di strumenti sia bandistici che non, i corsi sono tenuti da docenti diplomati che mettono in campo passione e

sibilità e per promuovere le molteplici attività e iniziative della Filarmonica e della sua scuola di musica Corrado Abriani. La mostra ha accompagnato i visitatori in quasi due secoli di storia, dai festeggiamenti del periodo risorgimentale per la vittoria franco-piemontese contro gli austriaci nella famosa Battaglia di Magenta (1859) vivendo e partecipando con intensità agli anni della grande trasformazione civile e sociale dell’Italia della fine dell’Ottocento, fino ai primi successi musicali ai Concorsi Bandistici di Milano tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento. Dopo aver affrontato e superato le instabilità e le difficoltà dei due conflitti mondiali, alla fine degli anni ‘70 grazie al Presidente Pietro Galbiati e al Direttore M° Corrado Abriani (Musicista dell’Orchestra del Teatro alla Scala di Milano), si è attuata una profonda metamorfosi di repertorio e si è sviluppata in modo innovativo la Scuola di Musica, che oggi conta oltre cento allievi ogni anno ed è intitolata proprio al Maestro Abriani. Sul podio da Direttore, fino alla fine del 2017 vi è stato un suo allievo, il Maestro Carlo Zappa,

In effetti, già da qualche anno, pur mantenendo la propria vocazione bandistica, declinata in Orchestra di Fiati nelle esecuzioni concertistiche, La Filarmonica ha dato vita a due nuove realtà organizzando una Junior Band e una Big Band, la prima sotto la direzione del Maestro Luca Ragona (diplomato in Direzione d’orchestra presso il Conservatorio G. Verdi di Milano e oboista in organico). La Junior Band è nata con l’intento di permettere ai giovani allievi di avvicinarsi alla musica d’insieme e di preparare il loro ingresso in organico già con un buon livello di preparazione, come anche di proseguire un proprio percorso musicale magari iniziato nelle aule scolastiche. La Big Band, invece, intende offrire un repertorio diverso rispetto a quello concertistico tradizionale, proponendone uno dai ritmi Swing e Jazz sul modello delle Big Band d’oltre oceano degli anni ‘40 e ‘50. In questo gruppo danno il loro contributo anche musicisti che non appartengono all’organico bandistico, ma che volentieri collaborano a questo nuovo e stimolante progetto. Alla mostra è stato possibile assaporare

competenze al servizio degli allievi per trasmettere loro l’amore per la musica. È infatti un orgoglio anche ricordare che ad oggi alcuni giovani musicanti della Filarmonica stanno proseguendo il percorso musicale iniziato in banda (dove peraltro continuano ad essere presenti), frequentando i corsi di istituti musicali prestigiosi. Tutti poco più che ventenni, hanno la possibilità di studiare presso il Conservatorio G. Verdi di Milano, Il Conservatorio A. Cantelli di Novara e la Civica Scuola di Musica di Milano e la loro attività arricchisce ancor più l’organico bandistico. Non basterebbe un intero libro per raccontare 175 anni di musica, 175 anni di partecipazione ai cambiamenti di Abbiategrasso grazie a una costante collaborazione con le realtà religiose e civili della città, ma la mostra ne ha permesso un gustoso assaggio. La Filarmonica è musica ma soprattutto persone, musicanti, dirigenti e collaboratori che offrono il loro tempo e la loro passione a favore di una realtà di spessore culturale che ha segnato e continua a segnare la storia della stessa Abbiategrasso.

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Tanti auguri! La Filarmonica in mostra per i suoi primi 175 anni

Carla Manzolini Capelli

Nel mese di dicembre, nei locali concessi generosamente dall’Ottica Rocchitelli, La Filarmonica ha coronato i festeggiamenti dei suoi 175 anni di vita con una mostra che ha incuriosito anche chi era preso dagli acquisti di Natale. Forse non sono stati in tanti a entrare per vedere da vicino i vari cimeli storici, le antiche divise, i labari e le fotografie che ripercorrevano questi centosettantacinque anni, ma certo molti hanno sostato davanti alla vetrina per ammirare e commentare i vari cappelli e gli strumenti più antichi che vi

scomparsi, o difficilmente riconoscibili. I cartelloni con le foto degli ultimi anni davano un tocco di colore dopo le immagini in bianco e nero dei precedenti e le austere foto ricordo “istituzionali” dopo i concerti di novembre, e permettevano a mamme, nonne e bandisti più o meno giovani di ritrovarsi nei diversi saggi e nei momenti salienti presentati. Si variava dalle occasioni solenni come l’accoglienza della Madonna di Fatima, le partecipazioni a concorsi musicali e la presenza all’inaugurazione dei nuovi au-

ticolari (come l’Orobian Pipe Band con gonnellini e cornamuse) o di chiara fama (il tenore Di Stefano nel 1986). Dai volti sorridenti dei bandisti traspare la gioia e la passione con cui si ritrovano a fare musica, del resto “La musica è come la vita: si può fare in un solo modo, insieme”, diceva Ezio Bosso, e insieme si costruiscono anche legami di amicizia e momenti condivisi che fanno da colonna sonora quotidiana. È stato emozionante scegliere le fotografie selezionate e archiviate con cura dagli

erano esposti, e sbirciare le colorate locandine che richiamavano i molti concerti degli ultimi anni. Molte le testimonianze storiche particolari, dal cappello e la mazza del primo capobanda, che gli conferivano un aspetto marziale, come ben visibile dalle immagini dell’epoca, alle tante fotografie antiche che rappresentavano l’evoluzione della banda ma anche riportavano alla memoria di chi aveva vissuto gli anni del dopoguerra angoli di Abbiategrasso ormai

tomezzi della Croce Azzurra e dei Vigili del Fuoco, all’applauditissima esibizione all’Auditorium a Milano e a Friburgo, ma anche a momenti di svago come le visite a Gardaland e Mirabilandia. C’erano poi spazi dedicati all’inaugurazione della sede, agli ultimi direttori, ai presidenti, corredati da stralci dell’Informatore e articoli della Libertà (che anche in questa occasione ha voluto sostenere La Filarmonica con un inserto speciale), ad alcuni concerti con temi o ospiti par-

“archivisti” della Filarmonica, ultimi il signor Rocca e il signor Pugno. Gli album composti con paziente diligenza raccontano il loro amore per la Filarmonica, e la voglia di trasmettere alle nuove generazioni la linfa vitale che la banda ha tratto dalla città e che ha ripagato con la sua presenza a ogni avvenimento significativo. La vivacità dell’organico e la vitalità della scuola di musica dipendono anche da queste radici profonde che il “bandon” ha.

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25 aprile per la Filarmonica: corteo e Concerto della Liberazione

Fotografie di Cosma Ambrogio Maranti

Chiara Magistrelli

In occasione dell’anniversario per la liberazione d’Italia, lunedì 25 aprile La Filarmonica è stata protagonista della giornata commemorativa fin dal mattino quando, da piazza Marconi, ha accompagnato il corteo organizzato dall’Amministrazione Comunale unitamente con l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia e le Associazioni Combattentistiche e d’Arma riunite in Assoarma. I bandisti, per la prima volta dalla pandemia, hanno potuto suonare e marciare per le vie del centro città, facendo sosta in piazza XXV Aprile al Monumento della Resistenza e in piazza Castello al Monumento dei caduti, intonando oltre alle marce da parata anche l’Inno Nazionale e Bella Ciao. Degno di nota l’intervento del primo cittadino Cesare Nai, ricco di trasporto ed emotivamente carico di significato concretizzatosi in un appello, un’invocazione alla pace per tutti gli esseri umani e alla fine di ogni conflitto. Il corteo si è poi spostato alla Basilica di Santa Maria Nuova per la celebrazione della Santa

preparando a diventare parte effettiva dell’organico. La Filarmonica, aprendo il concerto con l’esecuzione dell’Inno di Mameli e di quello ucraino, ha presentato un programma costituito da brani originali per banda, ovvero composti appositamente per orchestra di fiati, tra i quali una classica overture quale Fields Overture di Takahashi, un pezzo caratterizzato dallo stile pulito ed elegante come Toccata for Band di Erickson, la particolarissima March of the Royal Trumpets di John Philip Sousa, in cui risuonano mille ispirazioni in una scrittura davvero insolita e un’ouverture sinfonica di grandi sonorità ed espressività quale To Fly Without Wings di James Curnow. Il Direttore Dario Garegnani, ormai da quattro anni sul podio della Filarmonica, si è alternato sul palco con il Maestro Luca Ragona, direttore della Junior Band, che ha eseguito brani di colonne sonore tratte da Jurassic Park e Harry Potter ma anche classici esempi di brani per junior band costruiti per valorizzare

le diverse sezioni, migliorando le abilità in diversi stili come Tatum Square Festival e Fighting Falcon March. Il pomeriggio, fortunatamente soleggiato a dispetto delle previsioni dei giorni precedenti, è piacevolmente volto al termine accompagnato dagli applausi del numeroso pubblico. Una partecipazione così nutrita e sincera da parte dei presenti è stata chiaramente simbolo del desiderio di ritorno alla normalità, alla socialità e manifestazione del piacere di seguire l’attività concertistica, e non solo, della Filarmonica.

Messa, durante la quale il complesso bandistico ha eseguito il Signore delle Cime, e si è concluso in piazza Marconi. Nel pomeriggio si è svolto il tradizionale “Concerto della Liberazione” stavolta in Piazza Castello, una nuova ubicazione rispetto agli anni precedenti e particolarmente scenografica. Il brillante e disinvolto Stefano Borghi ha presentato i brani eseguiti dal complesso bandistico e dalla Junior Band, formazione satellite composta dai musicanti più giovani e dagli allievi che si stanno - 14 -


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(tenore o baritono)

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(soprano, contralto, tenore o baritono)

Saxofono

Tromba

Trombone a coulisse

Basso elettrico

Canto solistico

Chitarra

Fisarmonica

Percussioni

Corno

Percussioni

(non bandistiche)

Pianoforte

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Ukulele

(classica o elettrica)

Violino


Emozioni in musica per i giovani allievi di MusichEmozioni Chiara Magistrelli La Scuola di Musica Corrado Abriani del- occuparsi di MusichEmozioni, coltivan- l’impulso di portare, anziché la musica la Filarmonica si avvale di insegnanti di- do con i giovanissimi allievi un rapporto dai bambini, i bambini alla musica, ovveplomati e formati per insegnare musica giocoso e stimolante ai fini di introdurli ro i bambini dentro la sede della banda». ad allievi di tutte le età, dagli otto anni in al mondo della musica. «Nel nostro ter- Di fatto, questo percorso didattico è il su, attraverso corsi di teoria e solfeggio, ritorio gli insegnanti di musica si recano punto di partenza per l’avvicinamento di di strumento (sia bandistici che non) e alle elementari e alle medie per far cono- bimbi in età prescolare alla musica così canto. Una decina di che possano poi, se anni fa, se non di più, lo vorranno, proseLaFilarmonica ci si è chiesti come guire gli studi e imAbbiategrasso|1846 poter avvicinare alla parare a studiare uno musica quella fascia strumento, diventadi età ancora più re parte della Junior giovane e, proprio Band (formazione GIOCA E IMPARA a partire da questa che unisce i musiCON I SUONI, LA MUSICA domanda, che era canti più giovani che E GLI STRUMENTI MUSICALI anche un bisogno, è suonano in banda e nato “MusichEmozioquelli che stanno per ni” ossia un progetto entrare a farne parte) di propedeutica mue infine dell’organico sicale per bambini bandistico. «È imdai quattro ai sette portante – ci tiene a A PARTIRE DA OTTOBRE anni con l’intento di sottolineare Franceessere qualcosa di sca – mettere in luce innovativo sul territoquesta interazione PER INFORMAZIONI: rio abbiatense e del tra i vari passaggi. segreteria@bandafilarmonica.org circondario. Il corso non è fine a Tel: 334 1176537 «Nessuna realtà se stesso ma intende (lun-ven dalle 15 alle 19.30) bandistica limitrofa alimentare un baci(ad esclusione del no per la scuola di monzese, forse permusica, per la Junior ché la maggior lonBand e per la stessa tananza da Milano Filarmonica» e un ha dato vita a realtà esempio lampante territoriali diverse) di questo legame è ha mai presentato rappresentato dalla un progetto simile», testimonianza di tre afferma Francesca allievi della ProfesCremaschi, diplomata in corno e Profes- scere a bambini e ragazzi il mondo della soressa Cremaschi che all’età di quatsoressa di teoria, solfeggio e strumento musica e della banda, ma spesso queste tro anni si sono iscritti, quasi per caso, presso la scuola di musica della Filarmo- attività rimangono isolate e fini a se stes- al corso di MusichEmozioni, crescendo nica. Da poco più di dieci anni è lei ad se. Non era mai arrivato in questa zona hanno deciso di intraprendere gli studi di

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teoria e solfeggio e, infine, hanno scelto di imparare a suonare uno strumento. Uno di questi, ora dodicenne, è entrato a far parte della Junior Band e si è esibito con la formazione giovanile il 25 aprile scorso; gli altri due hanno partecipato per la prima volta al Saggio di fine anno della Scuola di Musica della Filarmonica, dimostrando così che MusichEmozioni, nato quasi come una sfida e in cui forse solo pochissimi credevano veramente, è lo strumento per far conoscere la musica ai bambini di età prescolare e introdurli nella famiglia della banda. Non si può non fare una breve riflessione anche sugli ultimi due anni di pandemia e su quanto i diversi ritmi di vita possano aver influito tanto sulle presenze ai corsi quanto sui rapporti umani tra gli stessi bambini. Francesca, infatti, racconta che «prima del Covid avevamo due gruppi suddivisi per fasce di età (4-5 e 6-7 anni) per un totale di circa dieci-dodici allievi. Post Covid, invece, abbiamo registrato un fisiologico calo nelle presenze tanto che a oggi vi sono solo cinque bimbi allievi. Tuttavia, mi sento in dovere di far notare che l’attività di MusichEmozioni – così come quella della scuola di musica – non si è mai fermata. Da un lato, per quanto vengano rispettate le norme e garantire le distanze, i bimbi in così tenera età non hanno l’obbligo di mascherina né di green pass e qualche genitore comprensibilmente, soprattutto nei primi mesi di ripresa, non se la sentiva di far interagire in gruppo i figli quando già a scuola trascorrevano molte ore in compagnia (una flessione nella partecipazione che tutte le attività extrascolastiche post Covid hanno registrato)». Negli ultimi tempi, fortunatamente, tutte le attività stanno riprendendo con maggiore serenità e c’è un visibile aumento nelle presenze. I bimbi che oggi hanno quattro o cinque anni, nel 2020 ne ave-

vano appena due o tre quindi non hanno memoria di quello che era il periodo pre Covid, loro ricordano solo il periodo della ripartenza. «Fortunatamente in questi bambini non vedo ansie e preoccupazioni che hanno afflitto e affliggono gli adulti, loro hanno solo una gran voglia di divertirsi e di condividere momenti di gioco e attività di gruppo». Nella loro pura e candida incoscienza ma anche grande spontaneità «i bambini sono più duttili, flessibili e meno rigidi degli adulti (ormai plasmati dagli schemi abitudinari e dalla quotidianità) e se le informazioni rispetto a quello che abbiamo affrontato in questi ultimi due anni sono state loro trasmesse correttamente e senza ansia, hanno vissuto meglio di noi questo periodo». Infatti, il lavoro della Professoressa Cremaschi con questi bambini non è cambiato e l’approccio è rimasto il medesimo. «Per i bimbi in età prescolare fare musica significa fare tante e diverse attività che alla fine diventano parte della loro quotidianità, a questa età “fare musica” significare “fare dei giochi musicali”. Durante la lezione, che si svolge una volta a settimana e ha una durata di 45-50 minuti, organizzo circa tre tipi di attività che consentono ai giovani allievi di conoscere la musica attraverso giochi e attività stimolanti». L’intento di Francesca Cremaschi e della Filarmonica è quello di proseguire nella promozione e pubblicizzazione di questo progetto tanto innovativo quanto raro. MusichEmozioni è un fiore all’occhiello non solo per la banda ma per la stessa città di Abbiategrasso e il territorio circostante. Noi insegnanti di musica – afferma Francesca - siamo sul territorio per dare cultura: la scuola Corrado Abriani e i professori della banda, grazie ai loro studi e alla loro esperienza, offrono tutti gli strumenti per una corretta formazione dei loro allievi».

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Photogallery dai nostri social A cura di Andrea Capelli 31 ottobre 2021

4 novembre 2021

Prova aperta e Festa della Castagna

Festa dell'Unità Nazionale e delle Forze Armate

13-14 novembre 2021 Masterclass di tromba

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Dicembre 2021 - Gennaio 2022 Natale in piazza - Giri degli auguri


27 febbraio 2022

Aprile - Maggio 2022

1 maggio 2022

Commemorazione dei defunti della Filarmonica

Giri delle cascine

25 aprile 2022 Corteo per la Liberazione

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Il tempo perduto

Gianni Rainoldi

La band nata per caso che in sei giorni creò il best seller della musica cubana Ci sono luoghi geograficamente piccoli piccoli, almeno in scala planetaria, ma che diventano grandi per la cultura che producono. Da questo punto di vista il caso più clamoroso è Cuba, produttrice di suoni, musiche travolgenti e spettacolari, come la Giamaica. Cuba È musica, che si chiami son, o salsa, o come volete, che racconta della vita, che celebra il ritmo del corpo. È una musica strutturata per raccogliere energia, per comunicarla, per dividerla e restituirla collettiva attraverso la danza. È una musica che non separa mai il divertimento e l’impegno, anche quando è apparentemente priva di significati. Di più possiamo dire che Cuba riesce da sola a rappresentare bene l’intero universo musicale latino-americano, proprio perché all’interno delle sue contraddizioni, delle sue passioni, dei suoi sogni si sono incontrati e scontrati tutti i problemi, le ansie i desideri di un continente intero. Buena Vista Social Club del 1997 è il capolavoro (non cercato) di una pattuglia di artisti improvvisamente riportati in auge sul finire della loro carriera. I testi sono fatti di quella semplicità rurale e sentimentale che il mondo moderno ha ormai smarrito. Per amarlo, bisogna lasciarsi trasportare dalla purezza stagionata di questi interpreti. Questa è una storia che si identifica pienamente con il motto di John Lennon: «la vita è quello che ti succede mentre sei impegnato a fare altri piani». Perché questo album, otto milioni di copie vendute in tutto il mondo, best seller di musica cubana di tutti i tempi, rifiutato da ogni etichetta e uscito per una sussidiaria colta della Elektra americana, la Nonesuch (che si occupa soprattutto di musica classica), inizio di una incredibile popolarità per un gruppo di artisti cubani in buona parte vicini agli ottant’anni, nasce per puro caso. Quando il produttore Nick Gold chiama il chitarrista Ry Cooder nel 1996, ha in mente un’altra cosa. Sono gli anni del boom della world music, non è ancora di moda quella connection fra la musica africana del deserto e il blues a Nord, in quel momento storico si pensa più a quella con la musica cubana più a Sud, ai suoi legami con il hi-life dell’Africa occidentale e con la rumba congolese. Cooder è un misto tra una rock star anomala

e un etnomusicologo: in proprio ha già pubblicato album che vanno dal country al jazz alla musica hawaiana, ha suonato con gli Stones e Captain Beefheart, scritto colonne sonore (clamorosa quella di Paris, Texas) con una capacità di dipingere suggestivi paesaggi sonori da grandi spazi, ha duettato con Vasni Bhatt in India e con Ali Farka Tourè in Mali. Non sopporta lo show business di Los Angeles, la sua città, ed è passato a Cuba già una ventina d’anni prima, ripromettendosi di tornare, un giorno. A Gold e Ry Cooder, che ha accettato con entusiasmo la chiamata e nel frattempo è arrivato a Santiago de Cuba attraverso il Messico (per via dell’embargo USA) con la moglie e il figlio percussionista Joachim, non ri-

mane che far buon viso a cattivo gioco, e presentarsi comunque il mattino dopo nello storico studio Egrem, studio di Stato una volta di proprietà della RCA, dove è stata incisa buona parte della musica cubana fin dai tempi pre-rivoluzionari. Lì trovano un gruppo variamente assortito di musicisti, storici anch’essi, molti dei quali hanno avuto il loro momento d’oro fra gli anni Quaranta e Cinquanta. Li ha radunati quello che sarà il direttore musicale del progetto, Juan de Marco Gonzalez, leader della band Sierra Maestra. Ci sono Eliades Ochoa, cantante ed eccellente chitarrista, leader del suo Quarteto Patria, al contrabbasso Orlando “Cachaito” Lopez (nipote di Cachao, colui che ha inventato il mambo), alla tromba Manuel “El Guajiro” Mirabal, poi una nutrita sezione di fiati e percussioni. Ci sono anche strumentisti - 20 -

straordinari, come Barbarito Torres, che suona uno strumento a corde simile al liuto europeo, il laùd, e Manuel Galvan, chitarrista per il gruppo di doo-wop degli anni Sessanta Los Zefiros. Al piano c’è Rubèn Gonzalez, che non suona più da anni, ma riconosce subito il vecchio pianoforte della Egrem: nel giro di pochissimo spolvera via la ruggine dell’artrite dalle dita e la trasforma in polvere di stelle, diventando «il miglior pianista che io abbia mai sentito, un incrocio fra Thelonius Monk e Felix the Cat», certifica Cooder. Ha suonato quarant’anni prima con uno dei padri della patria della musica cubana, Arsenio Rodriguez: insieme hanno creato i pattern di piano che lasceranno il segno su tutta la futura musica dell’isola. Vive l’esperienza con un entusiasmo da ragazzino: Nigel Williamson sulla Rough Guide to World Music (libro fondamentale per tutti gli appassionati del genere) ricorda come la mattina fosse il primo a presentarsi allo studio ancora chiuso, e nel tempo che gli altri avevano bevuto il loro caffè aveva già suonato una ventina di brani (Cooder gli aveva dato un registratore a cassette per poi scegliere quali risuonare in gruppo). Si unisce poi alla truppa anche Compay Segundo, classe 1907, nomen omen perché è stato una leggendaria seconda voce baritonale nei famosi gruppi vocali cubani di tres. È l’anziano del gruppo, un po’ diffidente, ma si accorge che l’atmosfera è buona, e porta al progetto quella conoscenza antica dei ritmi e delle melodie tradizionali ormai perduta. Cooder ricorda: «Appena è entrato in studio, siamo decollati, lui come un pivot al centro. Conosceva le canzoni migliori e come farle, perché le cantava dai tempi della Prima Guerra Mondiale». Compay è il nipote di Ma Regina, una schiava liberata che aveva vissuto fino a centoquindici anni. Da giovane raccoglieva il tabacco nei campi di giorno e suonava nei bar la notte; si era inventato una variazione sulla chitarra tipica cubana, la tres, così chiamata perché è con tre coppie di corde, aggiungendo una settima in Sol, che le dava una risonanza unica. Il son di sapore campagnolo che apre l’album e ne rappresenta il brano-simbolo, l’ideale sintesi, Francisco Repilado (il suo vero


nome) lo ha scritto in tempi recenti, e come sempre offre la sua seconda voce come armonia a quella di Eliades Ochoa. Il son è lo stile dominante dell’album, e per certi versi anche la radice da cui parte tutta la musica cubana, sintesi fra le influenze europee e africane. Si è sviluppato in tante forme, da band rustiche e semplici fino ai suoni jazzati delle orchestre newyorkesi di salsa e della sua versione più dura, la timba. Sulla Rough Guide viene tracciato il suo percorso: non si sa esattamente come nasca, ma lo fa nella regione orientale dell’isola, dove basta una tres per comporre canzoni, spesso solo su poche parole ripetute all’infinito, sorte di jam session che possono durare ben più di una canzone. La zona orientale di Cuba ha anche delle influenze francofone, quelle che gli immigranti haitiani (Haiti è appena a poche miglia marine ad Est) aggiungono alla mescla fra le radici africane e spagnole. La sua struttura, sempre condotta dal ritmo di clave, quei due bastoncini di legno che sono la colonna ritmica di tutta la musica dell’isola con il loro ritmo su tre battute brevi, spazio doppio e altre due in sequenza rapida, si è modificata nel tempo. Ai primi versi si è poi aggiunta una sezione, il montuno, nella quale il sonero – la voce solista – improvvisa in un momento di chiamata e risposta del coro. La musica afro-cubana, apparentemente semplice e fluida, ha in realtà una struttura piuttosto complessa: il clave (spesso suonato dal cantante, o dal metronomo umano del gruppo) setta il ritmo, altre percussioni (come i bongos, le maracas, il guiro, cilindro di ferro “grattato”) rispondono in contrappunto e creano il poliritmo, il basso anticipa la battuta e le tres creano sopra le armonie. Uno degli ultimi ad aggregarsi alla band è Ibrahim Ferrer. In una bella intervista su Uncut, Cooder ricorda come nella ricerca di una voce tenorile che possa interpretare i vecchi bolero, i lenti romantici della scuola latina, qualcuno lo menziona: «lustra scarpe e vende i biglietti della lotteria giù al porto». Lo invitano, si presenta timido e un po’ imbarazzato, e dice che non canta più da anni. «Sì, ma quando cantavi, cosa cantavi?». Intona Dos gardenias para ti e Cooder pensa: «Oggesù, abbiamo trovato qualcosa di vero. Una voce microfonica come quella non la fabbricano più». Ferrer, classe 1927, è un altro depositario della tradizione dei soneros, i cantanti di

son, e la sua presenza sarà uno dei fattori del successo del progetto: ha cantato negli anni Quaranta con il re della canzone cubana, Beny Morè, prima che il suo stile di canto, morbido e soave, andasse fuori moda. Cooder lo descrive come «il Nat King Cole cubano» e parla del suo ritrovamento come di una cosa che «capita forse una volta nella vita». Arriva poi anche la sua partner femminile, Omara Portuondo, classe 1930, una delle grandi cantanti di bolero: è il genere – diffuso in tutta l’America latina – più romantico e sentimentale, con testi che parlano di promesse di amore eterno, di desiderio e bramosia amorosa, della perdizione degli amanti infedeli. Ha nella sua struttura musicale sempre tracce di ritmo afro-cubano, ma la discendenza diretta è dal bel canto all’italiana. L’album e i concerti del Buena Vista Social Club, formazione che negli anni

è continuamente mutata, anche per la scomparsa di alcuni dei suoi primattori, sono una capsula del tempo nella quale entrare e farsi riportare indietro. Rappresenta la tradizione, non la musica cubana moderna, va ricordato, che da quei tempi è mutata assai e ancor oggi continua a mutare, seguendo gusti e tendenze più moderne, più giovanili. Così come i testi, fatti di quella semplicità rurale o sentimentale che il mondo moderno ha ormai smarrito, questo album, ampliato poi nella versione uscita a venticinque anni dalla prima edizione, affiancato da un album di outtakes, Lost and Found, dal Live at Carnegie Hall del loro tour nel 1998 e dagli album solisti che Ferrer, la Portuondo, Torres, Cachaito, Gonzalez e Ochoa hanno inciso sulla scia di un successo inaspettato e di proporzioni inimmaginabili, è qualcosa che - 21 -

riporta a un’epoca lontana. Per amarlo, devi lasciarti trasportare dalla purezza stagionata di questi interpreti, dalla finesse di musicisti eccellenti, da quel senso di musica delle radici che è all’origine di tutto il resto. C’è tantissima melodia, sentimenti a volte struggenti e a volte pieni di doppi sensi, come tutte le musiche etniche, quelle di derivazione africana in particolare. C’è ritmo, accidenti se ce n’è, ma le danze a cui invitano non sono quelle delle scuole di ballo di adesso, ci si ferma un attimo prima del mambo, del cha cha cha, della salsa. Sono danzòn, bolero, musica che si suona ancora, ma non per i turisti né per le discoteche. Le incisioni e il suono sono di adesso, lo spirito e gli interpreti quelli di un tempo perduto. Ma il mondo lo ha abbracciato con il calore e l’affetto che si ha nei confronti di una nonna o di un vecchio zio ritrovato di cui si erano perse le tracce. L’omonimo e pluripremiato film di Wim Wenders mostra, allo stesso tempo, la meraviglia degli europei di Amsterdam e degli espatriati del New Jersey e New York che rincontrano i parenti dati per dispersi, e lo stupore negli occhi di persone che per la maggior parte non avevano mai lasciato l’isola, né avevano certamente mai pensato a sé stessi come star dell’era moderna. Il simbolo perfetto di tutto questo è il nome stesso scelto per etichettare il progetto, divenuto poi un brand mondiale che resiste nelle decadi, esattamente come le Orchestre Typique cubane, che nel tempo rimangono gestite magari dal figlio, e poi dal nipote del titolare: cambiano gli interpreti, lo spirito rimane. Un giorno Compay e Cachaito menzionano a Gold e Cooder questo Buena Vista Social Club, uno di quei ritrovi members only per bianchi e neri segregati, questo per soli neri, in cui prima della rivoluzione di Castro del ‘59 i musicisti si ritrovavano per suonare, bere, chiacchierare e più in generale per vivere. Lo cercano, qualcuno gli dice estaba aqui, qualcun altro estaba allà, sulle colline di Habana de l’Este. La verità è che non si sapeva con certezza dove fosse. Era un ricordo, un miraggio, un’essenza, qualcosa che non c’è più, ma che esiste nel cuore di tutti i cubani. Ecco, questi album sono esattamente questo: viaggi nel tempo, ad accoglierti i migliori interpreti di due, tre, quattro generazioni fa, in un luogo mitologico.


John Williams, il re delle colonne sonore

Paolo Bassi

Auguri per i novant’anni del compositore cinque volte premio Oscar Definire John Williams con una parola non è semplice. Si potrebbe dire genio della musica. Compositore, arrangiatore e direttore d’orchestra, al pari di Ennio Morricone ha legato la sua fama alle più belle colonne sonore della storia del cinema. Forse in Italia il suo nome non è conosciuto come quello di Morricone, ma la sua musica è nelle orecchie e nel cuore di diverse generazioni. Basti pensare a Star Wars: chi non ha sentito almeno uno dei brani che hanno accompagnato la saga? Oppure Indiana Jones, altra saga memorabile, o Lo squalo? Al suo attivo ha la vittoria di cinque premi Oscar (e cinquantadue candidature), venticinque Grammy, quattro Golden Globe, tre Emmy e sette premi BAFTA. Nato a Floral Park nello stato di New York l’8 febbraio del 1932, John Towner Williams fu da subito un bambino prodigio: a sette anni cominciò a studiare musica e a cimentarsi nello studio di vari strumenti, fra i quali il pianoforte, il trombone, la tromba e il clarinetto. Si fece subito notare per il marcato talento, tanto che cominciò a comporre musica per le bande della scuola e in seguito per l’aviazione degli Stati Uniti, nella quale venne arruolato durante il servizio militare. Evento cruciale fu l’iscrizione alla prestigiosa Juilliard School of Music di New York, fucina di talenti e dei più affermati compositori soprattutto di colonne sonore cinematografiche. Fu nella famosa scuola che, come collaboratore pianistico di Bernard Herrmann e Henry Mancini, iniziò a prendere gli importanti contatti

che lo porteranno a specializzarsi nella musica da film. Terminati gli studi si trasferì a Los Angeles dove iniziò a lavorare come orchestratore in vari studios dapprima come pianista – collaborando per serie TV e film come Peter Gunn, South Pacific, A qualcuno piace caldo e Il buio oltre la siepe – e in seguito, a soli ventiquattro anni, come arrangiatore nello staff della 20th Century Fox orchestrando partiture. In quell’occasione ebbe anche il tempo di iniziare delle collaborazioni con alcune star della musica pop, come Vic Damone, Mahalia Jackson e Doris Day.

La grande notorietà arrivò negli anni Settanta, quando fu definito dalla critica “il re delle colonne sonore per film catastrofici”. Terremoto, L’inferno di cristallo e L’avventura del Poseidon gli valsero le nomination a due Golden Globe e due premi Oscar per la migliore colonna sonora, attirando l’attenzione di Steven Spielberg che lo chiamò a comporre le musiche del film che stava sviluppando: Sugarland Express. Spielberg e Williams intraprenderanno, in quegli anni, anche una importante amicizia oltre che

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una proficua collaborazione. Dopo Lo squalo, con cui Williams vinse per la seconda volta un Academy Award, il grande successo planetario arrivò con la colonna sonora di Guerre stellari (1977), per la quale vinse il terzo premio Oscar. Guerre Stellari rappresentò anche un punto di svolta per le colonne sonore, ridando grande impulso e slancio all’utilizzo della musica sinfonica nei film. In effetti, all’inizio della produzione di Star Wars Episodio IV: Una nuova speranza, il papà di Guerre stellari George Lucas aveva già in mente l’idea di una musica che completasse il suo mondo, una grande e spaziale melodia. Il creatore della saga amava i grandi suoni orchestrali del cinema della Golden Age degli anni Quaranta e voleva una colonna sonora simile per il primo film della trilogia originale. All’incontro con il compositore John Williams, Lucas aveva idee molto precise su quali brani potessero far parte della musica di Star Wars e non è difficile scorgervi in effetti le suggestioni che sono poi diventate i temi centrali della saga. Lucas e Williams hanno infatti usato pesantemente e platealmente come ispirazione le opere di grandi compositori classici come Prokof’ev, Strauss, Holst e Korngold. Per questi richiami Williams si è spesso guadagnato una reputazione, in ambito musicale, di compositore poco originale e di second’ordine. Ma l’ispirazione delle melodie è sempre stata chiara e intenzionale e, colonna sonora dopo colonna sonora, successo dopo


successo, si è sicuramente guadagnato la fama di autore di musiche per il grande schermo per eccellenza. Dopo Guerre stellari, Williams dimostrò ancora una volta il suo talento nelle musiche di Superman e I predatori dell’arca perduta. Il suo quarto Oscar arrivò nel 1982 con la colonna sonora di E.T. l’extra-terrestre. Negli anni Novanta seguirono altre composizioni di grande successo per Jurassic Park, Schindler’s List, Mamma, ho perso l’aereo e Mamma, ho riperso l’aereo: mi sono smarrito a New York, Sette anni in Tibet e Salvate il soldato Ryan. Nel 1999 iniziò l’avvio della trilogia prequel di Guerre stellari con Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma, con cui Williams riaccese la creatività che lo aveva illuminato negli anni Settanta con la vecchia trilogia e che si porterà dietro nel film Harry Potter e la pietra filosofale di Chris Columbus, a cui seguirono le musiche dei successivi due capitoli. Nel 2002 e nel 2005 compose la musica degli ultimi due capitoli della trilogia prequel di Guerre stellari e de La guerra dei mondi, di Munich e dell’ultimo capitolo della saga di Indiana Jones: Il regno del teschio di cristallo. Nel 2002, in onore dei vent’anni dalla realizzazione di E.T. l’extra-terrestre, Williams ha stabilito un primato: durante la proiezione del film rimasterizzato e restaurato ha condotto un’orchestra dal vivo, suonando l’intera colonna sonora in sincrono col film. Dal 2010 al 2015, Williams ha composto le musiche dei film War Horse, Lincoln e Storia di una ladra di libri, aggiudicandosi per ognuno la nomination all’Oscar. Nel dicembre 2015 tornò sugli schermi la saga di Guerre stellari con il film Star Wars: Il risveglio della Forza, a cui seguì la musica anche per i successivi capitoli, ovvero Star Wars: Gli ultimi

Jedi e Star Wars: L’ascesa di Skywalker. Lo stile di John Williams viene definito da molti critici musicali come una sorta di neo-romanticismo. Gioca a favore il fatto che da sempre componga colonne sonore avvalendosi di gigantesche orchestre sinfoniche, tra le quali la Boston Pop Orchestra di cui è stato direttore dal 1980 al 1993. L’utilizzo dell’orchestra rende Williams incredibilmente versatile e gli consente di dimostrare il suo incredibile talento scrivendo partiture praticamente per qualsiasi tipo di film – thriller, commedia, horror, drammatico – uscendone ogni volta pienamente vincitore. Particolarmente avvezzo all’uso di campane e campanelli di ogni tipo, alcune sue partiture risultano incredibilmente efficaci nell’ambito delle festività natalizie, ma da sempre tende a sperimentare nuovi stili come accaduto con Prova a prendermi e The Terminal che, pur essendo contraddistinte dal suo stile inconfondibile, hanno uno schema musicale completamente diverso dalle altre colonne sonore. Le opere menzionate, pur numerosissime, rappresentano un elenco non esaustivo della produzione di Williams, compositore estremamente prolifico le cui melodie, nate semplicemente per accompagnare un film, ora vivono di vita propria ispirando diverse generazioni. E non è finita qui, perché John Williams con i suoi novant’anni è ancora in piena attività per riservarci altre nuove sorprese ed emozioni musicali. Auguri John! Fonti: https://accademiamusicale.eu/john-williams-le-colonne-sonore-del-compositore-statunitense/ https://www.wired.it/play/musica/2019/12/20/musicastar-wars-john-williams/ https://tecnologiamusicale.wordpress. com/2013/04/18/i-grandi-compositori-della-musica-da-film-john-williams/ https://cinema.icrewplay.com

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Jazz e contaminazione

Gianni Rainoldi

La magia della Bossa Nova nel matrimonio tra jazz e samba Che il jazz sia il prodotto di uno dei meticciati culturali più articolati e sincretici mai verificatisi è un dato di fatto acquisito. Già la matrice africana è contaminata, in quanto costituita dalla riproposizione dei canti di lavoro e magico-sacrali della terra d’origine in un contesto ben diverso, in cui il lavoro era imposto in modo coatto dai padroni bianchi e la spiritualità animista era dovuta confluire nelle diverse professioni della religione cristiana. La capacità del jazz di assorbire e rielaborare impulsi provenienti dalle più diverse culture (si pensi alla ricerca sulle radici africane del Free Jazz, fino alla fusione col Pop-rock e alla world music degli ultimi decenni) ha fatto la fortuna del genere, consentendogli una durata più che secolare e una vitalità che non accenna a spegnersi. Il 13 febbraio 1962 Charlie Byrd, allievo di Django Reinhardt e di Andrés Segovia, pubblica l’album Jazz Samba insieme a un altro famoso jazzista, Stan Getz. Quel disco segna la definitiva affermazione di un genere, la Bossa Nova, frutto della

contaminazione tra il jazz nordamericano e i ritmi del samba brasiliano. Ma… non c’è mai una sola primogenitura! Charlie Byrd e Stan Getz vengono salutati come gli inventori di un genere innovativo che rompe il muro della divisione artificiale tra musica “colta” e “popola-

Gilberto

prima cui stanno dando un grande contributo moltissimi musicisti, primi fra tutti i brasiliani. Lo stesso nome Bossa Nova (che in brasiliano significa “cosa nuova” o “moda nuova”) è preso in prestito da uno dei brani riconosciuti ancora oggi come fondativi dello stile omonimo. Si tratta di Desafinado, composto da Antonio Carlos Jobim in collaborazione con il poeta Vinicius De Moraes, e inserito da João Gilberto nell’album Chega de saudade, pubblicato nel 1959 per la Odeon e definito dalla critica “uno strano brano d’atmosfera che lega jazz e samba”. La canzone di Jobim è una sorta di manifesto stilistico in cui compare per la prima volta il termine Bossa Nova: «se você insiste em classificar / meu comportamento de antimusical / eu mesmo mentido devo argumentar / que isto è bossa nova / que isto è muito natural». Il brano entrerà nel repertorio di un gran numero di gruppi jazz con il titolo di No more blues. L’album di Stan Getz e del chitarrista Charlie Byrd rappresenta dunque la consacra-

Jobim

Getz

Byrd re”. Nonostante l’entusiasmo entrambi i musicisti sono consapevoli di non poter rivendicare alcuna primogenitura. La loro opera, pur preziosa e originale, si inserisce nella scia di un grande rinnovamento musicale iniziato qualche anno

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zione ufficiale del mondo jazzistico statunitense di questo stile. Da quel momento la Bossa Nova diviene una vera e propria moda, coinvolgendo musicisti di grande valore come Coleman Hawkins, Sonny Rollins, Cannonball Adderley, Quincy Jones e, soprattutto, Dizzy Gillespie che non l’abbandonerà più. Nessuno, però, tenterà di appropriarsi della primogenitura né metterà in discussione i meriti dei veri creatori. Ascoltate O Grande Amor (dall’alb u m G e t z / Gilberto, del 1964, due anni dopo quel magistrale Jazz Samba). È tutto semplice, fluido, perfettissimo. Un magico equilibrio di suoni in cui la chitarra e la voce androgina, sorda, discreta di João Gilberto si sciolgono come un’aspirina effervescente nella soluzione liquida creata dal sassofono di Stan Getz col piano di Antonio Carlos Jobim, la batteria di Milton Banana e il contrabbasso di Sebastião Neto. È stato amore al primo ascolto, tra Mister Jazz e Senhorita Bossa Nova. Un matrimonio tra cugini che s’incontravano nell’immensità delle Americhe. In Brasile, il jazz era diventato il contenitore in cui shakerare

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forró e samba; negli USA la Bossa Nova fu la primavera che portò ristoro alla torrida ed estenuante stagione del Free Jazz. Non furono nozze combinate, erano musiche che si appartenevano, affinità ancestrali. Così, mentre in patria musicisti e intellettuali si sfinivano nel dibattito sulla legittimità della contaminazione con rock ’n roll e musica afroamericana, negli USA bossa e cool familiarizzavano felicemente: nei primissimi anni Sessanta João e Astrud Gilberto, insieme a Jobim, furono accolti a New York (e alla Carnegie Hall) con lo stesso entusiasmo di quelle notti frenetiche al Palladium, quando la metropoli (insieme a jazzisti del calibro di Charlie Parker) si era fatta travolgere dai ritmi afrocubani. Qui non c’è la frenesia del ballo, né carnevale né quaresima, né felicità né disperazione, è bandita qualsiasi ridondanza in favore di un equilibrio sottile e misterioso. Proprio come l’immagine di copertina della pittrice portoricana Olga Albizu, in cui i colori caldi si combinano a creare un’illusione confortevolmente astratta. Jazz-bossa: l’incorporeo paradiso della musica.

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Musica nella preistoria Gianni Milanese Come tutte le componenti della nostra di ammissione alle leggi della tribù, ecc. Arrivano così i primi strumenti musicali: civiltà e della nostra cultura, anche la Le arti primitive, come la pittura e la scul- i cacciatori ad esempio (come indicano musica ha iniziato il suo percorso nella tura, la danza, il canto e la musica, non molti rinvenimenti archeologici) usavano preistoria, circa quarantamila anni fa. avevano fini estetici, ma lo scopo preciso sonagli legati, piccoli oggetti come noci, Ma se abbiamo tracce degli uomini pri- di influenzare la realtà: propiziare appun- nocciole, denti di animali legati tra di loro mitivi attraverso la pittura e la scultura e to una buona caccia o un buon raccolto, da una cordicella; oppure sonagli di manufatti vari, la stessa cosa non si può sconfiggere un nemico. Per tutti questi zucca, zucche vuote riempite di sassolidire della musica, dato che è una cosa motivi diventarono poi una prerogativa ni, o tamburi a fessura, tronchi d’albero astratta e impossibile da raffigurare (allo- dello stregone o dello stesso sciamano, il con una cavità interna. ra), per cui sono arrivate a noi pochissi- solo conoscitore di melodie, ritmi, di stru- Sono stati rinvenuti anche strumenti chiame informazioni. Perciò il piccolo viaggio menti come di ingredienti magici che, in- mati raschiatori, cioè strumenti dentellache iniziamo si basa molto su ipotesi, ma seriti in un rituale appropriato, potessero ti a raschiamento: conchiglie, ossa, bacredo molto verosimili. ottenere lo scopo desiderato. Per esem- stoni e gusci che venivano raschiati con Iniziamo a dire che il primo strumento pio, il tuono preannuncia la tempesta ed un oggetto rigido. Non potevano naturalumano fu sicuramente la voce, insieme è motivo di profondo terrore; lo scrosciare mente mancare anche i primi strumenti a al battito di mani e piedi, usati probabil- delle onde rispecchia la voce delle divini- fiato quali flauti a tacca, flauti in osso a mente per imitare fessura, trombe i suoni della natuottenute con rami ra, come l’acqua e scavati o usando il vento, per posossa di animali. sederla e controlAltri interessanti larla, per vincere strumenti preistole paure dell’ignorici furono l’arpa to. Serviva inoldi terra, o cetra tre per esprimere Da sinistra: la raffigurazione di un uomo preistorico che sperimenta i suoni; un sonaglio di conchiglie; un corno in osso di terra, e l’arco speranze, gioie, musicale. L’arpa dolori. A volte la musica accompagnava tà degli abissi; l’eco segna la presenza di terra consisteva in una buca scavata delle cerimonie propiziatorie, cioè ceri- soprannaturale degli spiriti. Come nelle nel terreno e ricoperta con corteccia d’almonie che potessero aiutare a fare una credenze religiose, la musica si diffuse bero. Su di essa si tendeva una corda buona caccia, oppure veniva utilizzata così anche nella mitologia. legandola a un bastone infisso a terra e per celebrare riti magico-religiosi finaliz- Ma torniamo alla preistoria: in seguito percuotendola o pizzicandola si otteneva zati al controllo di forze o entità sovranna- l’uomo scoprì la possibilità di produrre una strana risonanza. L’arco musicale, turali (divinazione, riti di fecondazione), rumori sbattendo tra di loro ossa e pietre invece, era formato da un ramo flessibile riti di terapia e anti-terapia (guarigione, (tra le poche cose di cui disponeva) tra- curvato mediante una corda tesa tra le stregoneria), riti di controllo sociale (riti sformando pian piano il rumore in suono due estremità e recante un risuonatore di passaggio, investitura, solidarietà), riti e ideando meccanismi sempre più com- a zucca destinato ad ampliare il suono di salvezza (confessione di colpe, espia- plessi, accostando pietre e ossa di diver- della corda pizzicata. zione, possessione, riti misterici), riti di se dimensioni e iniziando a percuoterle Fonti: rivitalizzazione (riti di purificazione, pel- con un bastone, dando vita a quelle che https://it.wikipedia.org/wiki/Musica_preistorica legrinaggi) e incantesimi per la cura dei potremmo definire “melodie primordiali”: http://stec-174802.blogspot.com/2011/04/musica-preimalati, per i funerali, per la pioggia, canti nasceva così il primo barlume di musica. storica.html

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LA FILARMONICA

NOTIZIE IN BREVE LUTTO

Presidenti onorari Maria Teresa Abriani

La Filarmonica esprime il proprio cordoglio per la scomparsa della signora Roberta, suocera di Stefano Pareti e nonna di Ludovico. Sentite condoglianze da tutta La Filarmonica al nostro ex musicante Roberto Ardagna per la perdita del papà Salvatore. La Filarmonica desidera ricordare la signora Luciana Tiboni vedova Montanara e il signor Aldo Ferrari, due sostenitori a lungo vicini alla nostra banda. Le nostre condoglianze ai loro cari.

Pietro Galbiati

Consiglio Direttivo Alessandro Bagnaschi - Presidente Paolo Bassi e Giuseppe Comincini - Vice Presidenti Ornella Zattin - Segretaria Mauro Bianchi - Economo e Vice Maestro Ivan Silvio Bassini

Lidio Mor

Luigi Belloni

UN COMPLEANNO SPECIALE

Francesco Ragona

Andrea Capelli

Lo scorso 5 maggio la nostra sede, ha compiuto i suoi primi vent'anni: una porzione di tempo piccola rispetto alla lunga storia della banda, ma molto significativa per tutti noi, che abbiamo trovato in lei una seconda casa!

Emanuele Rainoldi

Sara Carnaghi Annamaria Cittadinetti Merica Masserini

Roberto Ramaioli Raffaele Zanada

Responsabili Scuola di Musica “Corrado Abriani” Annamaria Cittadinetti Ornella Del Pero Pina Paladino Marnati

Indirizzo e contatti:

LA FILARMONICA C’È

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LaFilarmonica Abbiategrasso|1846

WEB

I PROSSIMI APPUNTAMENTI CON LA FILARMONICA GIUGNO Giovedì 2

Sfilata per la Festa della Repubblica

Abbiategrasso

Sabato 11

Concerto di Giugno

Abbiategrasso, Quadriportico S. Maria Nuova

Lunedì 20

Concerto Big Band - Festa europea della musica

Abbiategrasso, Castello Visconteo

Domenica 26

Concerto di San Pietro

Abbiategrasso, oratorio di Via Curioni

OTTOBRE Domenica 2

Festa della Mela

Abbiategrasso, Piazza Marconi e Piazza S. Pietro

Domenica 30

Festa della Castagna

Abbiategrasso, sede Filarmonica, Via Alfieri 1

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LA FILARMONICA È... INDICE: CONCERTO DI GIUGNO

festa europea della musica lunedi' 20 giugno ore 21.00 Abbiategrasso, castello visconteo LaFilarmonica Abbiategrasso|1846

1

Bentornati al Concerto di Giugno de La Filarmonica (editoriale del Maestro Garegnani segue a pag. 8)

2

2022 - Anno della ripartenza reale

3

Programma del Concerto di Giugno Guida all’ascolto West Side Story

4 6

(editoriale del Presidente Bagnaschi)

Il capolavoro di Bernstein è la Great American Opera

CRONACHE DALLA BANDA 10 La Filarmonica al 44° Concerto di Novembre, “un’orchestra di fiati” 12 La Filarmonica e i suoi 175 anni di storia 13 Tanti auguri!

Concerto di san pietro domenica 26 giugno ore 21.00

La Filarmonica in mostra per i suoi primi 175 anni

14 25 aprile per la Filarmonica: corteo e Concerto della Liberazione 18 Photogallery dai nostri social

Abbiategrasso, oratorio di via curioni

DENTRO LA FILARMONICA 15 Scuola di Musica “Corrado Abriani” 16 Emozioni in musica per i giovani allievi di MusichEmozioni

RUBRICHE E APPROFONDIMENTI • Articoli tecnici • Passatoie • Zerbini su misura con posa in opera • Stivali casalinghi • Articoli per giardino e piscine e inoltre lavorazione personalizzata di gomma e spugna ORARI: Lunedì 15.00 - 19.30 Martedì - Sabato 8.30 - 12.30 / 15.00 - 19.30

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9 Il Tanztheater di Pina Bausch 20 Il tempo perduto

La band nata per caso che in sei giorni creò il best seller della musica cubana

22 John Williams, il re delle colonne sonore

Auguri per i novant’anni del compositore cinque volte premio Oscar

24 Jazz e contaminazione

La magia della Bossa Nova nel matrimonio tra jazz e samba

26 Musica nella preistoria

... VI DÀ APPUNTAMENTO AL PROSSIMO NUMERO LA FILARMONICA è un’Associazione di Promozione Sociale - Sostienila con il tuo contributo del 5‰ dell’IRPEF - Codice fiscale: 82004210157


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La Filarmonica è... Nr 69 - Giugno 2022 - Un viaggio al ritmo delle Americhe by Complesso Bandistico "La Filarmonica" - Issuu