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Flip page fa n 12 2016

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Anno 47 | N°12 del 06.09.2016 | quindicinale | € 5,50 | www.fashionmagazine.it

E H I S SI D GL IN EN ION RS VE

Il magazine di news, business e trend

ROBERTO COLOMBO

«Anche nell’alto di gamma l’integrazione verticale crea valore »

SOSTENIBILITÀ Nuove generazioni di consumatori premiano chi punta sulla produzione virtuosa

Quest for New Frontiers The

Come tra Wearables e 3D Printing l’innovazione tecnologica sta trasformando l’industria tessile

Nella foto: Giorgio Armani Made to Measure


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N° 12 06 SETTEMBRE 2016

SOMMARIO

www.fashionmagazine.it

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L’EDITORIALE

PROTAGONISTI

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ROBERTO COLOMBO LANIFICIO LUIGI COLOMBO

«Anche nell’alto di gamma l’integrazione verticale crea valore»

BUSINESS

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13 SUSTAINABLE TEXTILE Per molti un dato di fatto ma il consumatore non lo sa 22 SUSTAINABLE DENIM È sempre più green il futuro delle tele blu In copertina

Giorgio Armani Made to Measure (Courtesy Giorgio Armani)

25 WEARABLE TECHNOLOGY Quando il tessile si fa smart 28 DESIGN & MANUFACTURING Sedotti dal 3D printing 30 MADE TO MEASURE 3.0 A misura di millennial

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N° 12 06 SETTEMBRE 2016

SOMMARIO

www.fashionmagazine.it

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33 TEXTILE FAIRS Milano Unica e le altre: the new beginning

53 HAUTE COUTURE

38 DESIGNER & TEXTILE I segreti (nuovi) del mestiere

TREND

45 FABRICS FALL-WINTER 2017/2018 Trame d’autore 50 YARNS FALL-WINTER 2017/2018 Soul sense

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FALL-WINTER 2016/2017

True style meets dream elegance

56 BRAND TO WATCH 58 OPENING

PEOPLE

60 PORTRAITS/ANINA Da modella a guru del fashion tech 62 CAREERS 65 FASHION PEOPLE 66 RED CARPET

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Il cambiamento tecnologico in atto sta rapidamente estendendo la portata del proprio impatto ben oltre i comparti “a valle” della filiera del made in Italy, veicolando il proprio esplosivo mix di opportunità e pericoli anche nei distretti produttivi situati più “a monte”. Da un lato, si aprono nuovi orizzonti. Dall’altro, modi consolidati di posizionarsi sul mercato possono divenire dall’oggi al domani obsoleti. Procediamo con ordine. Il nuovo universo senza frontiere posto in essere da Internet permette anche a chi tradizionalmente produceva materie prime, o prodotti semilavorati, di confrontarsi con immediatezza con il cliente finale. Questo rappresenta un’enorme chance per tutti coloro che, in particolar modo nell’alto di gamma, hanno fatto della qualità intrinseca il proprio grido di battaglia. Certo, bisogna imparare a pensare in nuovi modi, sfidare vecchi tabù. Ma la diffidenza del consumatore, ormai abituato a mettere in discussione anche marchi di primissimo piano quando non si mostrano più all’altezza del proprio heritage, permette di fare breccia spiegando con autenticità le finezze del proprio processo produttivo. Le opportunità vanno, però, oltre. In realtà, la nuova realtà mediatica basata sul cardine dell’interazione, fa sì che chi ha in mano le chiavi della produzione ha anche in mano le leve per soddisfare il cliente in modo più personalizzato che mai. Non a caso, l’epoca degli scaffali infiniti raggiungibili con un click è anche quella della rinascita del sartoriale, del made-to-measure, del bespoke. Due trend che sembrano in apparenza essere agli antipodi sono null’altro che due lati della stessa medaglia. Proprio perché tutto è visibile, in tempo reale, a prezzo di listino, a tutte le latitudini, il cliente evoluto esige ciò che va più in là. Inoltre, la tecnologia permette di coglierne i dediderata e anche, tramite tecniche a distanza come il 3D Printing, di plasmare il prodotto di conseguenza. Per chi fino a oggi ha vissuto degli ordini delle maison, come tessitori, filatori e terzisti, si tratta certamente di uno stravolgimento del proprio modo di vedere il mondo. Le soluzioni non sono ovvie, vanno sperimentate, con un mix di cautela e decisione. Ma il caveat è, nella sua semplicità, devastante. Chi non imparerà per tempo a surfare sulla nuova onda ne sarà senza dubbio travolto.

L’EDITORIALE

Un mondo di opportunità

The speed of technological change is finally moving up the supply chains of the textile and apparel industries. Customers can be listened to better than ever, and their wishes catered to more effectively than previously thought possible. Among other things, this trend empowers producers all over the world to seek direct contact with the end consumer. In one way or another, vertical integration is bound to happen, even in the luxury space. Failure to adapt most definitely is not an option.

Marc Sondermann

Direttore/Editor-in-Chief

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INTERVIEW

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ROBERTO COLOMBO/LANIFICIO LUIGI COLOMBO

«ANCHE NELL’ALTO DI GAMMA L’INTEGRAZIONE VERTICALE CREA VALORE» Neo Cavaliere del Lavoro, l’imprenditore - a capo di una delle pochissime realtà verticalizzate del lusso made in Italy - spiega a Fashion le sfide per un 2017 che si prospetta complesso. Vince chi, pur mantenendosi saldo al proprio heritage, investe in innovazione ed eccellenza, con un occhio di riguardo per l’e-commerce e la sostenibilità DI ELISABETTA CAMPANA

One of the (rare) Italian players of the whole textile chain in the luxury segment, newly appointed Cavaliere del Lavoro, tells Fashion the new challenges for 2017, focusing on heritage, innovation and excellence, but also e-commerce and sustainability.

«A

ziende nell’alto di gamma completamente verticalizzate come la nostra si contano sulla metà delle dita di una mano. Un’integrazione che crea valore» premette Roberto Colombo, alla guida del Lanificio Luigi Colombo di Borgosesia (Vc), con circa 350 dipendenti, orgoglioso di essere «il maggiore tessitore di cashmere e fibre nobili al mondo». Intervistare il neo Cavaliere del Lavoro vuol dire immergersi nel meglio del made in Italy e della ricer-

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ca dell’eccellenza, declinata tra lavorazioni artigianali e innovative tecnologie produttive. Con un occhio attento all’evoluzione del mercato, anche virtuale: l’e-commerce aziendale cresce a doppia, se non tripla, cifra. Colombo conta di archiviare «un anno non facile come il 2016 con un prudenziale +3%, ben oltre gli 80 milioni di euro». E, per affrontare le sfide del 2017, avverte: «In un mondo che cambia così velocemente da rendere difficile stare al passo, la parola

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d’ordine è coerenza. Lasciando però da parte i vecchi dogmi per aprirsi al nuovo, alle ultimissime generazioni». Con i chiaroscuri internazionali, come sta evolvendo il business del Lanificio Luigi Colombo? Abbiamo chiuso l’autunno-inverno 2016/2017 con un +5%. Per la primavera-estate 2017 stiamo mantenendo gli stessi livelli di incremento, anche se temiamo un rallentamento del business a fine stagione, a causa di una prevedibile, generale, contrazione delle vendite. La verità è che dobbiamo confrontarci con un periodo di crescita contenuta. Garantire un ottimo rapporto qualità, prezzo e servizio continua comunque a premiare. Quando sei in giro per il mondo e le persone dicono che i tuoi prodotti sono bellissimi, di grande qualità, confermano che la tua strada è ancora quella giusta. Per garantire sempre il meglio non smettiamo di investire: entro fine anno inaugureremo l’ampliamento di 3.500 metri quadri della nostra tintoria, per un costo di circa 6-7 milioni di euro.


1. Roberto Colombo 2. Le preziose materie prime utilizzate dal Lanificio Lugi Colombo 3. Due esemplari di vicuña 4.5. Look uomo e donna per l’autunno-inverno 2016/2017 6. Un’immagine della lavorazione negli stabilimenti 7. Il Camelhair, tra i must dell’offerta di tessuti 8. Nuove proposte per l’autunnoinverno 2017/2018 9. Il Thermo Eco Hydro Tech 4

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Parliamo di fibre e tessuti, ma anche di abbigliamento: può entrare nello specifico? Trasformiamo circa più di mezzo milione di chilogrammi tra cashmere, cammello, vicuña, guanaco, oltre a visone, cincillà, ermellino e produciamo un milione e 600mila metri di tessuto l’anno: in quest’ambito, nel 2016, non si sono verificati sostanziali cambiamenti, anche se la polarizzazione dei consumi aumenta e dobbiamo rapportarci con un cliente finale sempre più consapevole e informato di quanto pensiamo. In tema di abbigliamento, che rappresenta il 25% del nostro giro d’affari, la donna ha mantenuto le posizioni mentre l’uomo, in linea con il trend generale, è rimasto al palo. Sul fronte mercati, chi sale e chi scende? Esportiamo circa il 40% in Europa, altrettanto tra Russia, Europa dell’Est e Far East e il restante 20% in America: quest’anno tutti i mercati hanno complessivamente tenuto. Siamo risaliti un po’ anche in Cina, dopo la frenata di due anni fa. Non a caso, abbiamo aperto i primi due negozi nella Repubblica Popolare, a Pechino, all’interno dello Shin Kong Place, in partnership con il mall. Adesso stiamo valutando una location a Shanghai, ma al momento - con una quindicina di boutique attive - non intendiamo andare oltre.

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Siete stati all’avanguardia nel lanciare l’e-commerce: come sta andando? Nell’e-commerce, il 2% del nostro fatturato, i volumi stanno crescendo a due o tre numeri. È un canale che diventa sempre più importante e non solo per gli accessori: a volte ci stupiamo di vendite di 3-4 mila euro al pezzo. Se però stacchi la spina degli investimenti, il mercato ti dimentica nel giro di quattro mesi. Certo, si tratta soprattutto di costi variabili, e non fissi come in un negozio, ma l’impegno deve essere costante. Fondamentale nella gestione dell’online è dialogare con la clientela, lasciando da parte i pregiudizi, per cogliere al meglio le esigenze delle nuove generazioni. L’ecosostenibilità è un argomento a cui i consumatori, soprattutto giovani, sono sempre più sensibili: come lo affrontate? Sono molti gli aspetti che riguardano il nostro impegno ecologico e sostenibile. Per esempio tingiamo alcuni articoli a freddo con colori naturali. In questo caso i prodotti però perdono in uniformità cromatica e devono essere corredati da un libretto che spieghi caratteristiche e manutenzione. D’altra parte, più si punta al naturale, più si devono rivedere i paradigmi acquisiti. In generale utilizziamo sistemi di tintura sempre meno invasivi dal punto di vista chimico. Inoltre usiamo materie prime che non arrecano danni agli animali da cui deriva-

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no. In questo ambito si inserisce il progetto della pelliccia etica, che riguarda i filati speciali realizzati con cincillà, ermellino e visone: il pelo viene raccolto quando l’animale fa la muta primaverile e lo perde naturalmente. Dopo il “Thermo”, quali altri innovazioni proponete a Milano Unica? Al salone portiamo una variazione del “Thermo”, realizzata con fili tecnici aggiunti alle fibre nobili, affinché questo tessuto speciale non solo protegga dall’umidità, ma garantisca anche il confort adatto a un abbigliamento upper casual, decisamente performante. Abbiamo lavorato molto pure sui fili cavi, in modo che i tessuti appaiano gonfi ma leggeri, e sui tessuti doppi o tripli, tali che i due lati si intreccino, dando vita a maculature ed effetti di colori nuovi. Adesso, una delle scommesse maggiori, è creare volume e tridimensionalità per permettere agli “architetti” della moda di realizzare capi con pesi leggeri, che però mantengano la forma. A chi dedica la recente onorificenza di Cavaliere del Lavoro? Alle circa 1.800 persone che sono passate nella nostra azienda in 50 anni: senza di loro tutto questo non sarebbe potuto esistere. La dedico anche ai miei genitori, che hanno avuto il coraggio di fondarla. ■

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NEWS A CURA DI ALESSANDRA BIGOTTA ED ELISABETTA FABBRI

ANCHE CHANEL FA I CONTI CON UNA FASE DI IMPASSE After years of constant growth, during 2015 fiscal year the operative margin of Chanel International BV holding fell by 22%. Dopo anni in positivo, sembra che anche Chanel International BV, la holding che controlla la maison francese del lusso, debba fare i conti con un’importante impasse delle vendite. In base ai documenti depositati alla Camera di Commercio di Amsterdam, il 2015 si sarebbe chiuso con un calo dei profitti operativi del 22% a circa 1,4 miliardi di euro, dopo che i ricavi sono diminuiti del 16%, a quasi 5,6 miliardi. Per frenare l’emorragia di fatturato delle fragranze (-21%), la casa di moda punta su una nuova versione del celebre Chanel N° 5, N° 5 L’Eau.

VF: I BRAND CONTEMPORARY VANNO A DELTA GALIL The sale of Vf Corporation’s contemporary brands (among which 7 For All Mankind) to the Israeli company Delta Galil has been completed.

GRUPPO PRADA

BRUNELLO CUCINELLI

SEMESTRE IN FRENATA «MA SVOLTA NEL 2017»

L’AUMENTO DEGLI UTILI ALIMENTA L’OTTIMISMO

Revenues and profits slump in first half, but Prada group predicts a return to growth. Focus on digital and retail rationalization.

In first half Brunello Cucinelli reported a normalized net profit of 17,9 million euro (+15,7%). Good start for spring-summer ‘17.

Il Gruppo Prada chiude i primi sei mesi dell’esercizio con ricavi per 1,6 miliardi di euro (-11% e -13% a cambi costanti). Il retail registra un -16% a cambi costanti, mentre il wholesale è stabile, «grazie alle partnership con e-tailer internazionali». Trainate dalle nuove fragranze, le licenze generano un fatturato di 25 milioni (+8%). Nel semestre il gruppo accusa un -25% dell’ebitda, a 330 milioni e un -27% dell’ebit, a 214 milioni. L’utile scende a 142 milioni (-24,7%). Come spiegano dalla società, la contrazione dei margini è stata contenuta per effetto del piano di revisione dei processi aziendali in atto, durante un 2016 considerato dal ceo Patrizio Bertelli «un punto di svolta». Focus sulla piattaforma online che, dando priorità a Cina, Hong Kong e Singapore, «punta a una copertura globale nel giro di due anni». Ma anche su nuovi criteri di composizione dell’offerta e su una comunicazione estesa al digitale. In revisione il network retail: a fronte di aperture selettive (dovrebbero essere una ventina in nel 2016), chiuderanno entro fine anno probabilmente 25 negozi, tra cui di sicuro quello di corso Venezia 3 a Milano. Il presidente Carlo Mazzi prospetta dal 2017 un rialzo di vendite e profitti, oltre a un miglioramento degli utili già nella seconda parte dell’esercizio 2016. Ma sul titolo Prada, che in un anno ha perso oltre il 20% del suo valore, prevalgono attualmente raccomandazioni tra “underperform” e “hold”.

Brunello Cucinelli ancora in crescita. Il brand ha archiviato il primo semestre con un utile netto normalizzato (al netto degli oneri non ricorrenti e normalizzando il tax rate) in crescita del 15,7%, a 17,9 milioni di euro. L’ebitda è salito a 36,8 milioni (+10,2%), sostenuto dall’aumento delle vendite. Includendo i costi non ricorrenti (legati all’uscita co-direttore commerciale, Fabio Gnocchi), i profitti hanno totalizzato 16 milioni di euro (in aumento del 3,3%) e l’ebitda si è posizionato sui 35,5 milioni. Come già annunciato lo scorso luglio, il fatturato si è attestato a 219,8 milioni di euro, in rialzo del 9,7% rispetto al 30 giugno 2015, per effetto del +10,4% messo a segno all’estero e del +6,9% in Italia. «Essendo ormai giunti ai due terzi dell’anno, con tutta serenità possiamo immaginare un 2016 con un bell’incremento di ricavi e di redditività», ha commentato il presidente e amministratore delegato Brunello Cucinelli. L’imprenditore umbro si è detto soddisfatto della campagna vendite primaveraestate 2017, «che porta a immaginare questo come un altro anno importante per la costante crescita dell’impresa». Dopo la pubblicazione della semestrale, gli analisti di Kepler Cheuvreux hanno abbassato il rating sul titolo della società umbra da “buy” a “hold”. Equita Sim ha invece confermato la raccomandazione “hold”, alzando il prezzo obiettivo da 17,7 a 18,2 euro.

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Dopo l’accordo siglato lo scorso giugno per la cessione a Delta Galil dei suoi marchi contemporary (tra cui 7 For All Mankind), Vf Corporation ha completato la vendita al gruppo israeliano, fondato nel 1975. Oltre al noto brand di jeanswear, passano di mano Splendid ed Ella Moss. Vf Corporation si concentrerà dunque sulle label rimaste in scuderia: per citare alcuni nomi, The North Face, Vans, Timberland, Nautica e Lee. Si stima che l’acquisizione porterà nelle casse di Delta Galil, società con quartier generale a Tel Aviv, una somma superiore ai 300 milioni di dollari.

VACCARELLO: «STOP ALLA MIA LINEA, MI CONCENTRO SU YSL» Anthony Vaccarello puts his brand on hold, to focus on Yves Saint Laurent: he will make his debut as creative director on 27 September. Anthony Vaccarello non farà sfilare la collezione che porta il suo nome durante la prossima settimana della moda donna di Parigi, dedicata al ready-to-wear della primavera-estate 2017. Come già si prevedeva, lo stilista sospenderà questa etichetta per concentrarsi sul ruolo di direttore creativo di Yves Saint Laurent, griffe che aprirà gli show parigini martedì 27 settembre alle 20, ufficializzando l’inizio dell’era Vaccarello, dopo il lungo sodalizio della griffe con Hedi Slimane. «L’avventura Anthony Vaccarello - ha affermato lo stilista, di origini italiane ma nato 32 anni fa in Belgio - è stata straordinaria, ma ora sento la necessità di focalizzarmi totalmente sul nuovo progetto».

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Illustration by Sandra Suy


SUSTAINABLE TEXTILE

Un’immagine della campagna “Who made my clothes?” del movimento per una moda sostenibile Fashion Revolution

MODA RESPONSABILE

PER MOLTI UN DATO DI FATTO MA IL CONSUMATORE NON LO SA La sostenibilità è ormai parte integrante delle strategie di business dei marchi della moda e dei loro fornitori, che però faticano a comunicare il loro percorso virtuoso al consumatore. E i Millennial chiedono più impegno DI ELISABETTA FABBRI E ANGELA TOVAZZI

Sustainability is now an integral part of the fashion brands’ and their suppliers’ business strategies. However, a recent survey shows that Millennials believe that companies do not pay enough attention to sustainable aspects.

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l tessile-moda italiano dovrebbe archiviare il 2016 con un magro bottino: SmiSistema Moda Italia stima una crescita dei ricavi dell’1% e un aumento dell’export dell’1,9%. Ragionando su come mantenere salda la filiera, alla scorsa assemblea annuale dell’associazione si è parlato di sostenibilità. «Non va vista come una strategia di marketing e va provata nei fatti» ha premesso il presidente di Smi, Claudio Marenzi. «Siamo l’unico Paese al mondo - ha aggiunto - in grado di fare sul serio su questo

tema, che ci può rendere più competitivi nel mondo. Se ne deve rendere conto soprattutto il valle della filiera, che deve collaborare con il monte». Una maggiore cooperazione si rende ancora più necessaria alla luce dei risultati di una recente ricerca, curata dalla società di revisione e consulenza PwC, da cui emerge che i Millennial riconoscono la sostenibilità come un valore, ma credono che le aziende non prestino sufficiente attenzione all’aspetto sostenibile (vedi box a pag.16). E dire che tra il 2015 e il 2016 ben 80 imprese

del tessile-moda italiano sono state premiate perché da 20 anni vantano il marchio OekoTex Standard 100, la certificazione di prodotto green più affermata nel mondo. Non basta: dal 1994 al 2015 Centrocot (unico istituto autorizzato, in Italia, al rilascio del marchio Oeko-Tex Standard 100) ha emesso oltre 12mila certificati. Nel mondo ne sono stati rilasciati più di 150mila. Un problema a livello di comunicazione è evidente e un primo passo per una collaborazione intrafiliera è cominciato con la stesura delle Li-

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SUSTAINABLE TEXTILE

nee guida in materia di eco-tossicologicità, curate da Camera Nazionale della Moda Italiana (Cnmi) con Smi, Altagamma, Federchimica, Associazione Tessile e Salute e Unic (vedi box a pag.20). NEL FOOD CI SI INTERROGA SULL’ORIGINE, NELLA MODA MENO «Di certo la sostenibilità non è più soltanto un trend ma una nuova dimensione del mercato: è ormai un dato di fatto ma c’è ancora molto da fare - dice Giusy Bettoni, fondatrice della piattaforma C.L.A.S.S.-Creativity Lifestyle And Sustainable Sinergy, per la consulenza e la promozione degli eco-materiali -. Nel food è normale farsi domande sulla provenienza, nella moda un po’ meno e solo di recente si sta andando oltre all’attenzione per la composizione dei materiali. Il fatto è che il fashion si nutre di mistero e di magia e c’è chi pensa che entrare nei dettagli comprometta questa allure». «In realtà - prosegue - credo basti semplicemente essere trasparenti, senza dover rivelare i “segreti” della produzione. Trovo assurdo vedere maison come Chanel ed Hermès agli ultimi posti del Fashion Transparency Index (compilato dalla britannica Ethical Consumer con Fashion Revolution, movimento per una moda sicura e green, ndr), mentre risultano primi per trasparenza H&M, Inditex e Levi Strauss & Co.». H&M e Inditex vantano un altro primato, insieme all’italiana Benetton: sono considerati “all’avanguardia” in una classifica di Greenpeace - la Sfilata Detox che ogni anno valuta i progressi di 19 grandi marchi della moda nell’eliminazione delle sostanze tossiche (la scadenza ultima per adeguarsi è il 2020). «In tutti i settori dell’abbigliamento, dallo sportswear al lusso, c’è attenzione alla sostenibilità - osserva Elena Salvaneschi, socia della milanese IafilIndustria Ambrosiana Filati, che realizza filati di alta gamma -. I nostri clienti, però, esigono anche prezzi bassi e i due aspetti insieme sono difficili da conciliare. Gli europei chiedono soprattutto il rispetto del Reach (il regolamento europeo sulle sostanze chimiche, ndr), qualcuno l’Oeko-Tex, qualcun’altro il Detox, a cui stiamo mirando ma che a oggi è quasi impossibile da garantire. L’industria stessa non sembra pronta, basti pensare ai coloranti e alla solidità dei colori». «Il fenomeno si sta sviluppando a macchia di leopardo e varia molto anche all’interno di uno stesso segmento» ribatte Elena Banci, del lanificio pratese Pontetorto, elencando tra le

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certificazioni più richieste anche lo standard svizzero Bluesign. «Il nostro lavoro sulla sostenibilità - dichiara Andrea Crespi, direttore di Eurojersey e delegato alla Sostenibilità in Smi - riguarda tutto il ciclo produttivo dei tessuti Sensitive Fabrics, attraverso il metodo LCA-Life Cycle Assesment. Inoltre siamo stati pionieri, nel 2009, con la certificazione ambientale EPD-Environmental Product Declaration». Recentemente l’azienda ha avviato un progetto con il fornitore di filo Radici e il cliente Herno per una valutazione completa sull’impronta ambientale di una giacca maschile, secondo la metodologia PEF-Product Environmental Footprint. «In passato - ricorda Crespi - la sostenibilità era vista come un valore aggiunto, oggi è parte integrante di un cammino che ogni azienda tessile dovrebbe percorrere, anche per un obbligo morale verso il nostro Paese. Il marketing è necessario per comunicare il percorso virtuoso intrapreso, ma non c’è marketing senza impegno reale. Il cosiddetto “ greenwashing” è controproducente, perché genera solo confusione nel consumatore finale». «Quando abbiamo deciso di abbracciare la filosofia della sostenibilità - racconta

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Alfonso Saibene, consigliere e responsabile supply chain alla tessitura serica Canepa - i nostri fornitori erano reticenti, anche perché presenta aspetti oggettivamente complessi da gestire. Ora cominciano a capire che queste tematiche non erano solo un nostro “capriccio”». «Canepa - aggiunge - è stata la prima impresa tessile al mondo ad aderire alla campagna Detox. Oggi i brand richiedono in primis un portafoglio chimico con prodotti approvati dal programma ZDHCZero Discharge of Hazardous Chemicals, di avvicinamento progressivo al protocollo Detox». Con l’approccio green, ci guadagna anche il bilancio. Grazie al progetto SAVEtheWATER - che consente un minore consumo di acqua ed energia e la riduzione di sostanze chimiche dannose - nel 2015 Canepa ha ridotto i costi di 350mila euro. Uno dei primi approcci alla sostenibilità di Tollegno 1900, anni fa, è stato costruire un sistema interno per l’approvvigionamento di energia. Nell’ultimo biennio invece ha sostituito i macchinari per la filatura e il lanificio con modelli tecnologicamente avanzati, ad alto risparmio energetico. Ora l’azienda tessile scommette sulle recenti iniziative di Cnmi


EVA KRUSE

«SE LE AZIENDE CI CREDONO, SIAMO A METÀ DELL’OPERA»

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1. Il processo Re.Verso, tracciabile e trasparente per la moda che ricilca le materie prime 2. Il marchio Oeko-Tex Standard 100 3. Uno scatto alla Iafil 4. “Visible change”, il canale ufficiale di Benetton sulla sostenibilità

in materia. «Abbiamo aderito con profonda convinzione alle linee guida - dice il ceo Lincoln Germanetti -. Il progetto ci consente di fornire ai clienti un certificato di Tessile e Salute, che attesta la sostenibilità dei nostri processi: un documento che fa conoscere al mondo come operano l’azienda e la moda italiana. Vogliamo diffondere il più possibile l’iniziativa, perché siamo convinti che l’Italia faccia la miglior moda al mondo a livello non solo di creatività e stile, ma anche di trasparenza e sostenibilità». LA RESPONSABILITÀ SOCIALE È STRATEGICA NEL LUSSO Alla guida del tavolo di lavoro di Cnmi per la sostenibilità c’è il marchio Gucci, controllato da Kering, uno dei gruppi più sostenibili al mondo, come riconosciuto dall’indice Corporate Knights’ Global 100, e anche tra i leader del Dow Jones Sustainability Indices, nel tessile-moda. «La sostenibilità è ormai da anni parte integrante della nostra trategia di business - dicono dalla maison fiorentina -. Nell’approvvigionamento delle materie prime abbiamo adottato politiche che garantiscono, oltre al massimo

livello di qualità e artigianalità, il rispetto di standard riconosciuti a livello internazionale, per la responsabilità sociale e ambientale, lungo tutta la catena di fornitura». Un altro aspetto che conta è la tracciabilità, cioè la piena trasparenza sull’origine dei materiali utilizzati, «fino all’allevamento o azienda agricola». Strategici sono pure il territorio e la cultura dell’artigianalità: «Gucci - precisano dal gruppo - contribuisce a preservare e sviluppare una filiera in salute che, a sua volta, è un fattore critico di successo del marchio nel mondo». I fornitori devono accettare di rispettare un documento che detta i “Principi di sostenibilità”, secondo i quali il partner deve agire in modo etico, seguendo le normative, le linee guida, le convenzioni internazionali e le dichiarazioni in materia di diritti umani e dei lavoratori, di conservazione dell’ambiente e delle biodiversità. Vanno inoltre rispettate le regole in fatto di benessere degli animali accettate su scala internazionale, come quelle della World Organization for Animal Health. «Nel massimizzare la sostenibilità ecologica specificano - privilegiamo tessuti organici certificati e metodi di produzione e lavorazione responsabili verso le persone, in particolare riguardo l’uso di sostanze chimiche pericolose». Ogni vendor riceve un rating e verifiche periodiche in merito all’effettiva adesione ai principi di sostenibilità. Principi e controlli sono applicati anche ai sub-fornitori. Eventuali certificazioni rappresentano un plus per Gucci, che cita tra gli standard SA8000, OHSAS 18001, ISO 14001, RJC, GOTS e Fair Trade. I fornitori dell’azienda del menswear Corneliani devono invece sottoscrivere un “Contratto etico”. «Ci attiviamo - spiegano dall’azienda mantovana - affinché ogni nostro prodotto sia sicuro in termini di materie prime, ma anche di interazione con le persone e l’ambiente, lo smaltimento e il riutilizzo». «Non solo precisano - ricerchiamo la sostenibilità nei

Eva Kruse founded the Copenhagen Fashion Summit in 2009: «It is up to the companies to push consumers towards sustainable practices». Lei è la fondatrice del Copenhagen Fashion Summit, lanciato nel 2009: cosa è cambiato in questi ultimi sette anni nell’approccio delle aziende alla sostenibilità? Quando abbiamo ospitato il primo Summit nel 2009, davvero poche aziende potevano permettersi di salire sul palco e raccontare che cosa stavano facendo in termini di sostenibilità. Oggi esistono tante realtà che hanno abbracciato questa filosofia ed emerge molta più trasparenza riguardo al tema. Soprattutto, non c’è più paura a parlare delle difficoltà di confrontarsi con la sfida della sostenibilità. Proprio questa scommessa è stata al centro dell’ultima edizione del Copenhagen Fashion Summit 2016. Quanto influiscono i Milllennial sulle scelte eco-sostenibili delle aziende? Credo innanzitutto che la responsabilità di spingere i consumatori verso atteggiamenti eco-sostenibili spetti alle aziende. Il loro compito è offrire capi che siano al tempo stesso eco-friendly e desiderabili, quanto quelli dei competitor. Il pubblico non compra un abito solo perché è sostenibile, ma arriva all’acquisto spinto da più ragioni, guidate in primis dalla sua carica emozionale. Un capo deve essere bello, avere il giusto fit, una buona qualità. E se in più è sostenibile, questo è un valore aggiunto. Qualora i designer e i brand decidono di produrre pezzi appealing e rispettosi dell’ambiente, questo costituirà un plus per i consumatori e sarà apprezzato anche dai Millennial. Se ai clienti finali vengono date più opzioni eco-friendly, loro le sceglieranno. Dal momento in cui l’industria ha iniziato a prendere posizione in maniera seria in fatto di sostenibilità, l’interesse verso questi temi è cresciuto anche nei clienti finali, sebbene ci voglia tempo perché tale cambiamento di mentalità attecchisca. In ogni caso, da quando l’agenda della sostenibilità ha messo in discussione l’atteggiamento consumistico, questo ha aperto nuove strade di pensiero, sia alle aziende che ai consumatori. (a.t.)

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1. Un depuratore fumi alla Eurojersey. Al centro si nota il simbolo di SensitivEcoSystem, che identifica un programma di sviluppo eco-compatibile, focalizzato sui tessuti Sensitive Fabrics 2 . Una veduta della Tollegno 1900, dotata di un sistema interno per l’approvvigionamentio di energia, idroelettrica e fotovoltaica

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materiali e nei prodotti, ma facciamo analisi e ricerche per ottimizzare la produzione con una visione ecologica. Con il progetto Road to Excellence, ad esempio, abbiamo sviluppato con un fornitore privilegiato una serie di tessuti, dal Flawless nanotecnologico, al Savor dall’elevata elasticità naturale, fino al FiveSkills, natural stretch ecosostenibile, resistente a macchie, acqua e raggi solari». Corneliani ha inoltre un rapporto preferenziale con i fornitori che, in fase di produzione, usano lavare i tessuti esclusivamente con sapone neutro, senza agenti chimici (processo che consente anche una

riduzione dell’acqua per il lavaggio). A Ponzano Veneto Benetton non si è limitato ad accettare la sfida di Greenpeace. «Usiamo un cotone organico con certificazione Gots e materiali riciclati certificati da enti come il GRS-Global Recycled Standard - dice il chief operations officer Lorenzo Dovesi -. In più non utilizziamo pellicce naturali, né lana d’angora e stiamo ragionando sul tema delle piume, con l’obiettivo di certificare il prodotto e il rispetto dei principi di animal welfare». Quanto ai fornitori sono valutati attraverso audit che li certificano dal punto di vista etico, sociale ed ambientale. Tra le

credenziali richieste, l’attuazione di Sistemi di Gestione Ambientale (SGA) e il Report di sostenibilità, «che solo aziende qualificate possono proporre». POLICY RESPONSABILE: UN VALORE CHE VA PORTATO ALLA LUCE Ad aver sposato la causa ambientalista e riorganizzato i propri processi in chiave ecosostenibile sono dunque sempre più aziende, eppure questo impegno resta spesso un “sommerso”, senza trovare canali di comunicazione adeguati per arrivare al consumatore finale. «Il passo avanti da compiere

UNA RICERCA DI PWC

MILLENNIAL: DISPOSTI A PAGARE DI PIÙ SE IL PRODOTTO È GREEN A PwC research shows that Millennials would accept to pay between 10% and 20% more, in order to buy eco-friendly clothes. I Millennial sono sempre più preparati sul tema sostenibilità: questo il risultato della ricerca “Think Sustainability. The Millennials view”, condotta da PwC e presentata in occasione di “Crafting the future of fashion” di Cnmi. Il 72% di loro la associa al riciclo, mentre il 55% al concetto green. Circa il 3439% pensa invece abbia a che fare con parole-chiave come innovazione, durabilità, trasparenza. Guarda caso, ben l’81% dei giovani interpellati sarebbe disposto a spendere di più per portarsi a casa un prodotto eco-friendly, con il 65% dei quali pronto a pagare un sovrapprezzo del 10-20%. Eppure il 58% di loro pensa che le aziende non prestino sufficiente attenzione all’aspetto sostenibile, con l’88% convinto che i brand dovrebbero rafforzare l’impegno sul fronte della comunicazione. Una garanzia che secondo i Millennial (il 66%) dovrebbe essere veicolata attraverso l’etichetta dei capi e, successivamente, mediante la comunicazione aziendale, i social, il website e in misura minore le celebrity. Questa la domanda

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da parte dei Millennial. Ma qual è la risposta dei player della moda? La maggior parte degli imprenditori è dell’idea che la sostenibilità crei valore per le aziende, tanto che il 55% del totale ha dichiarato che l’impegno futuro su questo tema «aumenterà», con il 45% convinto addirittura che «aumenterà significativamente». A fronte di maggiori investimenti per ridurre l’impatto ambientale e creare prodotti sostenibili, resta però un gap da colmare: quello relativo alla comunicazione dei propri plus. È questo dunque il prossimo step per i brand del fashion, che devono agire a più livelli e in maniera trasversale: con maggiori dettagli sulla tracciabilità dei prodotti riportati sull’etichetta, con più trasparenza sulle sostanze e sui procedimenti utilizzati, che dovrebbero essere non solo informazioni presenti nei data base aziendali ma anche sul sito, con campagne realizzate ad hoc, ma anche utilizzando in modo strategico i social e la forza del passaparola, canali di riferimento per la net generation. (a.t.)


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- dice Giusy Bettoni di C.L.A.S.S. - è capire che un comportamento responsabile, attestato da certificazioni molto restrittive, ha un valore immenso e va portato alla luce, perché le ricerche dimostrano che un giovane consumatore è disposto a pagare anche il 15% in più per un prodotto sostenibile». Le motivazioni sottese a questa lacuna, che impedisce di premiare le imprese più virtuose e al cliente finale di operare delle scelte in base al “merito”, sono a più livelli, come evidenziano gli addetti ai lavori. «Nella struttura tessile italiana regna ancora un po’ troppa riservatezza - commenta Andrea Crespi in qualità di delegato Smi alla sostenibilità - mentre le fabbriche dovrebbero esporsi con un messaggio chiaro e trasparente sul proprio programma eco-sostenibile, soprattutto in virtù del fatto che la nostra filiera è formata da eccellenze, con un grande vantaggio competitivo sul resto del mercato. Bisogna fare sistema e proprio in quest’ottica si inserisce la guida “Sustainable Fashion”, stilata in accordo con Cnmi». Ma accanto alla ritrosia delle imprese made in Italy a svelare gli ingranaggi del proprio business, a fare da ostacolo a una comunicazione efficace sono spesso cause strutturali, come evidenzia Alberto Gregotti, presidente di Antia-Associazione Nazionale Tecnici Professionisti Sistema Moda: «Messaggi inerenti la sostenibilità - spiega - possono venire soltanto dalle aziende a monte, perché tante imprese a valle commercializzano prodotti di cui difficilmente hanno la tracciabilità completa». Un problema che si è acuito con l’outsourcing: «È vero che c’è anche un tipo di delocalizzazione controllata - puntualizza Gregotti - in base al quale un’azienda determina uno spostamento di know how produttivo da una sua fabbrica all’altra,

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1. La sede di Gucci a Scandicci (Firenze) 2. Una foto tratta da una brochure informativa sulla certificazione Oeko-Tex Standard 100, in Italia rilasciata unicamente da Centrocot 3. L’artigianalità nei capi Corneliani

rendendo così più facile il presidio della filiera e la possibilità di applicare processi etici e sostenibili. Ma la maggior parte delle imprese che delocalizzano non sono in grado di sapere esattamente da dove arrivano le materie prime e le produzioni, dove avviene la logistica e tutto questo per mera speculazione sul prezzo, che deve essere sempre basso e pertanto difficilmente sostenibile. La debolezza della comunicazione deriva da qui: dal fatto che il messaggio non può essere “coerente”». CERTIFICAZIONE DI FILIERA: SIAMO SOLO AGLI ALBORI «Di fatto non abbiamo relazioni con il consumatore finale - conferma Elena Salvaneschi di Iafil -. Spesso i brand non vogliono si sappia chi sono i loro fornitori, che non devono comparire sul capo finito, in quanto ritengono che il marchio stesso sia di per sé

garanzia del rispetto di determinate regole. Al tavolo della moda voluto da Carlo Calenda si sta lavorando a un progetto di certificazione di filiera, ma è ancora acerbo, forse un’utopia». Una prassi confermata da un marchio green-committed come Corneliani, che volutamente non comunica al pubblico che la materia prima è realizzata da aziende sostenibili «perché noi stessi siamo i garanti dei nostri prodotti e della nostra qualità» e per il fatto che «ci distinguiamo da altri, che magari fanno del semplice greenwashing, puntando fortemente sulll’“experience” che il cliente sa riconoscere». Fare sinergia resta però per molti un atout, anche se non facile da realizzare: «Noi - informa Alfonso Saibene di Canepa - abbiamo un programma di comunicazione mirato per il mondo B2B. Lo abbiamo ideato circa tre anni fa ed è specifico per le nostre aziende clienti, che a loro volta hanno l’opportunità di trasferire il messaggio ai clienti finali. Nell’ambito invece B2C riusciamo a comunicare direttamente attraverso i marchi di proprietà Fiorio, La Rana, Gallieni e TinoCosma». «Certo - precisa - la collaborazione tra i vari attori della filiera talvolta richiede pazienza e persistenza. La complessità nasce dal fatto che i vari parametri da rispettare nei processi industriali sono molto rigidi. Pertanto bisogna essere sicuri che tutti si attengano alle regole per ottenere prodotti davvero sostenibili, con un beneficio comune e una comunicazione corretta».


The platform for creative knitwear

13-15 sept. 2016

Ph. Shutterstock

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1. Una proposta H&M Conscious «a vantaggio delle persone, del pianeta... e del portafoglio» 2. Un pizzo realizzato con Roica Eco-Smart by Asahi Kasei, a oggi l’unico elastane eco-stretch certificato GRS-Global Recycle Standard 3. Un cashmere Canepa, ottenuto con il processo SAVEtheWATER

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LE SFIDE: JOINT COMMUNICATION E STORYTELLING Eppure questa sembra essere la strada maestra per sortire risultati: «Realizzare un’etichetta che riveli la catena di fornitura - dice Giusy Bettoni - potrebbe essere una soluzione smart. Con una joint communication che coinvolga brand e fornitori si arriverebbe a realizzare un capo che racconta una storia». Detto altrimenti, si dovrebbe fare storytelling. «Il nostro obiettivo è comunicare non solo dove è fatto un prodotto, ma anche come è stato lavorato - interviene Lincoln Germanetti di Tollegno 1900 -. Spesso il cliente finale non ha idea della complessità dei processi di lavorazione. Così portiamo avanti progetti come quello di etichette dedicate che raccontano il percorso del prodotto, dal filato al capo finito, sottolineando la nostra vocazione all’eccellenza e l’impegno etico». Da Eurojersey vige la stessa filosofia: «L’utilizzo del cartellino con il marchio SensitivEcoSystem sui capi dei clienti-partner - sottolinea Andrea Crespi - comunica anche al grande pubblico l’impegno della nostra azienda in fatto di sostenibilità. Da ormai più di anno siamo anche attivi sulle piattaforme social con un account Facebook e Linkedin, dove la nostra Sensitive Community di fornitori, clienti e consumatori finali riceve aggiornamenti costanti».Qualcosa però si sta muovendo anche a valle, come si evince da Gucci, che «ha realizzato delle capsule collection in cui

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i prodotti erano accompagnati da cartellini dedicati, in cui veniva descritta la tipologia di materiale e il processo di realizzazione» e che presenta solo articoli «accompagnati da un’etichetta in cui si menziona il rispetto di elevati standard internazionali di responsabilità sociale e ambientale». I capi realizzati con i tessuti Pontetorto recano etichettature che associano il nome dell’azienda a certificazioni e procedure ecosostenibili,

«ma la soluzione per rendere il consumatore più consapevole dovrebbe essere trovata a livello di politica fiscale Ue - conclude Elena Banci -. Se i prezzi dei materiali non ecosostenibili fossero tassati in modo molto superiore rispetto a quelli a minore impatto ambientale, il mercato renderebbe possibile in tempi relativamente brevi un cambio di rotta, sia nella tipologia degli acquisti che nella consapevolezza degli acquirenti». ■

CAMERA NAZIONALE DELLA MODA ITALIANA

«LE LINEE GUIDA SONO SOLO L’INIZIO» The Italian Fashion Chamber (Cnmi) has recently introduced a protocol for the reduction or, if possible, elimination of chemicals in the fashion supply chain. Dopo il “Manifesto per la Sostenibilità”, pubblicato nel 2012 e contenente, in dieci punti, il percorso per una moda responsabile e sostenibile, Camera Moda ha introdotto recentemente le “Linee guida sui requisiti ecotossicologici per gli articoli di abbigliamento, pelletteria, calzature e accessori”. Si tratta, dopo un periodo di ricerca di quasi due anni, di un primo risultato concreto delle attività svolte dal “Tavolo di Lavoro per la Sostenibilità” presieduto dal presidente Carlo Capasa e al quale partecipano numerose aziende italiane, tra cui Ermenegildo Zegna, Gianni Versace, Giorgio Armani, Gucci, Loro Piana, Otb, Prada, Salvatore Ferragamo e Valentino. Nel documento - realizzato con le più importanti associazioni del settore e a disposizione di tutte le imprese associate a Cnmi, Smi, Altagamma, Federchimica, Associazione Tessile e Salute e Unic sono definite le linee guida utili alla progressiva riduzione, e dove possibile all’eliminazione, dell’utilizzo di gruppi di sostanze chimiche nella filiera, a beneficio dell’ambiente e dei consumatori. Come sottolineano i vertici di Cnmi, il documento rappresenta solo l’inizio di un percorso «per il raggiungimento dei più alti standard di sostenibilità, attraverso una stretta collaborazione con tutta la filiera». (a.t.) Carlo Capasa


La Fondazione Fashion Research Italy valorizza creatività, talento, innovazione tracciando le traiettorie del cambiamento. Master in Fashion, Design & Technology con l’Università di Bologna e corsi di alta formazione sulle più moderne tecnologie per la comunicazione del Made in Italy. Archiviazione scientifica e digitale del patrimonio fotografico delle eccellenze fashion, di un Fondo di 20.000 disegni dipinti a mano e 5.000 volumi per gli uffici studi.

www.fashionresearchitaly.org

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sede legale

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LE SFIDE DEL DENIM

È sempre più green il futuro delLE TELE blu Sostenibilità in primo piano fra gli asset dei produttori di denim. Un impegno imprescindibile verso un consumatore che esige capi rispettosi dell’ambiente e dei diritti umani. Concetti che vanno spiegati, perché le certificazioni da sole non bastano di CARLA MERCURIO

Sustainability in the foreground among the assets of denim mills. An unavoidable step in respect of the needs of a consumer who is clamoring environmentally friendly and ethically produced items. Concepts that need to be explained, because certifications are not enough.

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ostenibilità sempre più in pole position fra gli asset dei produttori di denim. Un impegno imprescindibile nei confronti di un consumatore attento e consapevole, che chiede a gran voce capi rispettosi dell’ambiente e trasparenza a livello di responsabilità sociale delle imprese. Una mission tanto più importante, in un settore che notoriamente ha un forte impatto sull’ambiente. «I Millennial, informati e attenti, vogliono un prodotto pulito, quindi l’ecosostenibilità e tutta la corporate social responsibility rappresentano una leva di marketing e un modo di fare business che nell’arco di pochi anni diventerà imprescindibile - spiega Marco Lucietti, global marketing director di Sanko/Isko Division, colosso del denim turco -. Se l’industria non capisce il concetto, significa che è cieca». Basilare, avverte Lucietti, è passare dal concetto di stadio a quello di filiera, perché un jeans è davvero sostenibile se si parte dalla scelta del cotone per proseguire con il filato, il tessuto, la produzione del capo e le

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lavanderie. L’impegno di Isko su questo fronte è molteplice. «Siamo stati fra i main partner del Copenhagen Fashion Summit, il più importante evento mondiale dedicato alla sostenibilità nel fashion - prosegue Lucietti -. E siamo la prima denim mill ad aver ricevuto la Nordic Swan Ecolabel, importante certificazione che pone enfasi su aspetti come le coltivazioni organiche, il basso consumo di acqua, l’uso di sostanze chimiche non dannose e buone condizioni di lavoro per i dipendenti». Tra i progetti più recenti c’è la piattaforma Earth Fit, concentrata sul consumo di acqua: partendo dal presupposto assodato che nel ciclo vitale di un capo se ne consuma tantissima, il 47% serve per coltivare il cotone, il 6% è impiegato nei processi produttivi del tessuto e del jeans e un consistente 47% viene impiegato per lavare il capo, una volta acquistato. «È il momento di focalizzarci su quest’ultima fase - spiega Lucietti -. Presto arriveranno in negozio i primi jeans realizzati con tessuti speciali, resistenti

alle macchie e all’usura, che hanno bisogno di essere lavati meno spesso, con risparmio di acqua, energia e detergenti». Non solo certificazioni: i concetti vanno comunicati «Quando parliamo di sostenibilità, da una parte ci sono le punte di diamante a livello di prodotto e ingredienti, dall’altra il concetto del «come e dove sono fatte le cose»», sottolinea Simon Giuliani, responsabile marketing di Candiani, azienda a pochi passi dall’aeroporto di Malpensa, con oltre 75 anni di esperienza nel settore. «Tutta la produzione - racconta Giuliani - è realizzata a 30 chilometri da Milano, con forza lavoro del posto, nella nostra struttura immersa nel Parco del Ticino: una riserva naturale che sottostà a normative molto rigide dettate da L’Aja». «Non tutti sanno per esempio - puntualizza - che quando si parla di certificazioni come le Iso, le regole diventano più o meno restrittive, a seconda del luogo dove si

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degli stilisti, che continuano a proporre jeans usurati e strappati. «Un punto di vista miope - aggiunge Girbaud - che non tiene conto dei rischi gravissimi che il nostro pianeta corre e del danno che si arreca alla gente: non possiamo mandare le persone all’ospedale per fare un jeans destroyed. Manca una label che informi il cliente sul percorso seguito dal produttore. Un aspetto su cui si sta lavorando».

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1. Il nuovo stabilimento produttivo di Berto Industria Tessile 2. Fasi di lavorazione del denim da Candiani 3. Alcune proposte di Italdenim 3

tessuto giusto si riesce a raggiungere il proprio trova l’azienda, a parità di attestazione». Oltre scopo con il minore sforzo». Un esempio? Se alle certificazioni legate ai processi produttivi, il cliente vuole realizzare un capo vintage può Candiani può vantare anche la SA8000, che scegliere i tessuti tinti con tecnologia «Indigo conferma la responsabilità sociale, ossia l’atJuice», che mantiene l’indaco in superficie sul tenzione nei confronti dei lavoratori, le ore di filato e permette in fase di lavanderia un basso formazione, la percentuale di contratti a tempo consumo di acqua per la scoloritura. Se al conindeterminato. «Aspetti importanti nel nostro trario si vuole produrre capi deep blue, l’ideale bilancio di sostenibilità - sottolinea Giuliani sono quelli della linea «N-Denim» tinti sotto che puntiamo a tradurre in maniera comprenazoto, che accelera la penetrazione dell’indaco sibile e a rendere noti tramite infografiche innel filato con il risultato di un colore intenso e dirizzate ai clienti. Perché le certificazioni da ben fissato. «Opzioni che cerchiamo di spiegasole non bastano e ce ne sono anche troppe: c’è re ai clienti nel nostro development center e nel bisogno di comunicare i concetti a più ampio design center di Los Angeles: poi raggio, anche attraverso i social sta a loro scegliere». Interessante come Instagram». A proposia questo proposito il punto di vista to di prodotto, oltre il 35% del del guru delle tele indigo François cotone impiegato da Candiani è Girbaud: «Le tessiture hanno caBCI, Better Cotton Initiative, pito l’importanza della sostenibiliassociazione nata per rendere la tà, ma i confezionisti non sono al produzione di cotone mondiale passo, anche se la tecnologia c’è più sostenibile per le persone che François Girbaud e ci sono i macchinari. Purtroplo producono, per l’ambiente e il po le aziende cercano profitto e futuro del settore. Il range di matessiture sempre i margini si stanno schiacciando, terie prime comprende inoltre co- più sostenibili, vista la concorrenza delle catene toni realizzati con tessuti organici ma i confezionisti a basso prezzo: ecco perché molti e proposte in fibra riciclata dagli non sono ancora scelgono di risparmiare, andando scarti di lavorazione. «Il nostro al passo. Manca a produrre in Paesi con basso comotto - chiarisce Giuliani - è “less una label sto di manodopera». E non aiuta is more”, ossia vogliamo far capire che informi sul la mancanza di creatività di parte ai confezionisti che scegliendo il percorso del Capo

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essere eco-friendly significa anche rispettare i lavoratori Intanto i tessitori si danno da fare per rendere le proprie aziende sempre più rispettose dell’ambiente e della salute dei propri addetti. Nata nel 1887, Berto Industria Tessile realizza tessuti pregiati made in Italy, tenendo conto di aspetti come sicurezza, tutela dell’ambiente e dei lavoratori ed ecosostenibilità. Di recente la realtà di Bovolenta, in provincia di Padova, ha inaugurato un nuovo stabilimento, che ha generato una radicale trasformazione del processo produttivo. L’installazione di una centrale di condizionamento ad alta efficienza ha portato a dimezzare i consumi di energia elettrica e acqua, la sostituzione di tutti i corpi luminosi a led ha comportato un minore consumo energetico e una significativa riduzione di CO2. Strategica è stata anche l’acquisizione di ben 29 nuovi telai ad alta efficienza energetica. L’innovazione sostenibile di Berto è fatta di tante altre cose: dalla scelta di prodotti chimici speciali all’eliminazione di sostanze come la tintura rossa, potenzialmente tossica per i lavoratori, dall’acquisto dei filati dai migliori filatori italiani, fino alla decisione di mantenere tutta la produzione in Italia, garantendo i posti di lavoro. Importanti le partnership: recente quella con Aquafil, produttore di Econyl, nylon ottenuto dalla rigenerazione dei rifiuti preconsumer e post consumer e quelli della produzione industriale. Analogo il punto di vista di Italdenim, realtà di Inveruno, in provincia di Milano, fondata nel 1974. Un imperativo che si è tradotto in un impegno assiduo in difesa dell’ambiente: dalla costruzione di un impianto di cogenerazione per ridurre drasticamente le emissioni di CO2, alla messa a punto di sistemi di tintura e finissaggio in grado di ridimensionare il consumo di acqua e di energia e di abbattere l’uso di detergenti, sbiancanti e altri agenti chimici. La novità recente si chiama Smart Indigo: un processo che consente di produrre autonomamente l’indaco in maniera eco-compatibile, senza l’impiego di sostanze chimiche nocive. «Perché fare un bel prodotto significa anche conservare la bellezza del mondo in cui viviamo», è il commento di Luigi Caccia, presidente dell’azienda. ■

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wearable technology

materiali intelligenti

quando il tessile si fa smart Filati, tessuti e componenti elettronici miniaturizzati: benevenuti nel mondo del tessile intelligente, che tenta di diventare fashion di Elisabetta fabbri

Research in smart textiles is going on, but in the wearables sector there are still many aspects to test.

Karolina Kurkova allo scorso Met Gala ha indossato un “cognitive dress”: un abito connesso ai social network realizzato dal brand americano Marchesa con le tecnologie IBM Watson

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er centinaia di anni il tessile ci ha coperti e protetti e poi ci ha dato modo di esprimere un concetto estetico. Oggi da fibre e tessuti si chiede di più. A Cambridge, Massachusets, hanno creato un nuovo istituto focalizzato sul tessile innovativo. Tra pubblico e privato sono stati investiti 317 milioni di dollari, per sviluppare ricerca e lavoro nei tessili che abbiano la capacità di «vedere, sentire, comunicare, immagazzinare e convertire energia, monitorare lo stato di salute, controllare la temperatura e cambiare colore». L’Affoa-Advanced Functional Fabrics of America Institute è il frutto di un consorzio guidato dal MIT di Boston, che coinvolge

università, aziende (Nike e DuPont, per citarne un paio) e start up statunitensi con un piano ambizioso: diventare leader nell’innovazione tessile, con applicazioni nelle tecnologie militari, nel medicale, nel fashion e nella wearable tecnology. Dagli Usa però arrivano segnali contrastanti. Da un lato le deludenti performance degli smartwatch, le cui vendite, nel secondo trimestre 2016, sono calate del 32% rispetto allo stesso periodo del 2015 (principalmente a causa del -55% delle proposte di Apple, come emerge da un’analisi della società di ricerche IDC). Dall’altro lato, è sempre da oltreoceano che arrivano le proposte più avveniristiche in fatto di moda

tecnologica. Allo scorso Met Gala di New York (il fashion event più importante negli Usa, quest’anno dal tema “Fashion in Age of Technology”) la più paparazzata è stata la supermodel Karolina Kurkova, vestita dal brand Marchesa con il partner tecnologico Ibm Watson. Cos’aveva di speciale? Indossava un abito “cognitivo”, decorato da fiori contenenti led, che cambiavano colore a seconda del sentiment prevalente tra i suoi follower su Twitter: rosso per allegria, corallo per passione, verde acqua per eccitazione, lavanda per curiosità. Di questo passo dove si arriverà? Dovremo abituarci a tessili sempre più smart?

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wearable technology

L’innovazione parte dalle ricerche militari «L’input ai tessili innovativi è partito nel secolo passato soprattutto in ambito militare, negli Usa, in Russia, in Francia e Inghilterra - racconta Stefano Dotti, docente di Tecnologie industriali tessili del Dipartimento di Ingegneria gestionale, dell’informazione e della produzione dell’Università di Bergamo -. Si è arrivati a tessuti funzionali applicati alla moda grazie alle ricerche in ambito di sicurezza, comfort e protezione, che hanno coinvolto competenze diversificate, dalla chimica alla meccanica, dall’elettronica al design». Quando si parla di smart textile la componente tessile di fatto è il supporto di una tecnologia, che prevede un’innovazione a livello di filati, struttura tessile oppure di finissaggi. «Nella prima generazione di tessili intelligenti - spiega Dotti - troviamo quelli passivi, come i tessuti per la protezione dai raggi UV, in grado solamente di sentire le condizioni ambientali. Fanno parte della seconda generazione, invece, i tessili attivi: quelli con sensori capaci, per esempio, di attivare un processo o che reagiscono se sottoposti a un fenomeno. Rientrano nel gruppo i tessuti a memoria di forma, camaleontici, idrofobi, resistenti all’acqua e permeabili al vapore». «La terza generazione - prosegue - è invece quella dei tessili interattivi, in grado di sentire, reagire e adattarsi da soli alle condizioni ambientali o a uno stimolo, come nel caso dei computer indossabili o dei tessili elettronici usati in ambito medicale, che misurano determinati stimoli e danno risposte». Come ricorda Dotti, uno dei brand più sperimentali è Levi’s, che in passato ha realizzato un jeans dotato di Ipod: toccando una tastiera flessibile in materiali tessili inserita nei jeans, si producevano delle note musicali. C’è anche chi ha creato una giacca con inserito nella stoffa uno smartphone. Tuttavia, viene da interrogarsi sulla compatibilità di queste innovazioni con le modalità d’uso tipiche di un capo d’abbigliamento, come il lavaggio o la stiratura, e sulla possibilità di uno sviluppo industriale dei prototipi e quindi di un’effettiva affermazione sul mercato. In quest’ottica, sembrano più interessanti i tessuti che inseriscono etichette “parlanti” grazie alle tecnologie Rfid (Radio Frequency Identification): ideate per l’antitaccheggio e l’anticontraffazione nel retail, ora possono includere molti contenuti

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e raccontare una storia, dalla coltivazione del seme di una fibra naturale o dal processo di filatura chimica, alla messa in vendita del capo finito. Altri studi riguardano il finissaggio: strati metallici conduttivi depositati su un supporto tessile permettono la schermatura dai campi elettromagnetici e dai raggi infrarossi. Possono inoltre accumulare energia e generare calore se accoppiati a una batteria, come nel caso degli abiti riscaldanti, per condizioni invernali estreme, o delle tute da immersione, per resistere all’acqua fredda. Per quanto riguarda l’abbigliamento, nell’autunno-inverno 2017/2018 sarà presentato il prototipo di un giubbotto con una fodera che protegge dai campi elettromagnetici e genera calore

1. e 2. Cotone, fili conduttori e microcircuiti: il progetto Jacquard di Google con Levi’s per un denim connesso e interattivo. Forse presto sarà possibile rispondere al telefono sfiorando i propri jeans 3. La Mirror Handbag di CuteCircuit, con led “animati” dallo smartphone via Bluetooth 4. Il guanto intelligente Goldfinger, messo a punto dal Politecnico di Torino in collaborazione con il MIT di Boston

(quindi non necessita di imbottiture), frutto degli studi di giovani ingegneri tessili dell’Università di Bergamo. In campo medico, per la protezione dai campi magnetici, sono allo studio tessuti speciali, indicati per i tecnici delle risonanze magnetiche e per chi ha impiantato un pacemaker, sempre più a rischio con la diffusione dei dispositivi mobile. dal politecnico di torino un guanto molto speciale Nasce, invece, da una collaborazione fra il Politecnico di Torino e il MIT di Boston un guanto, Goldfinger, che permette di comandare a distanza una macchina con il solo movimento di una mano e,


perdita di isolamento termico e all’acqua, oltre che a livello di conducibilità elettrica». La ricerca si occupa anche del look nei viaggi interstellari: Matteo Stoppa, una laurea in Ingegneria biomedica e dottorato in Dispositivi elettronici al Politecnico di Torino, ha collaborato con i medici del King’s College di Londra per sensorizzare una tuta, che permette di monitorare gli astronauti nella stazione spaziale. Altri smart textile possono trovare applicazione in ambito tecnico e sportivo e nell’arredo casa (vedi i tessuti che si illuminano), ma che chance hanno nel fashion? Forse sono di scarsa utilità, se si valuta la mera funzione, ma di certo sono originali e pare piacciano al mondo dello spettacolo. «Bono, Laura Pausini e Katy Perry - spiega Ada Ferri, docente del Dipartimento di Scienza Applicata e Tecnologia del Politecnico - hanno indossato le invenzioni luminose di CuteCircuit, brand pioniere della wearable technology in Europa, in capo alla designer italiana Francesca Rosella». 3

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per di più, è in grado di autoalimentarsi, mediante generazione di energia elettrica dal movimento delle dita. Il progetto, che punta a trovare applicazioni in ambito industriale, medico o legato alla realtà virtuale, è stato sviluppato da Giorgio De Pasquale, professore del Dipartimento di Ingegneria Meccanica e Aerospaziale del Politecnico. «Si va sempre di più verso l’integrazione dell’interfaccia sul corpo umano - spiega De Pasquale - con l’intento di annullare la percezione di un corpo estraneo. I tessuti intelligenti fanno al caso perché flessibili, adatti alle esigenze di vestibilità e all’integrazione di nuove prestazioni. Ora si studiano le loro performance nel tempo in termini di usura, abrasione,

A TRACCIARE LA STRADA SONO ACTIVE E JEANSWEAR Sugli ulteriori sviluppi l’esperta del Politecnico è positiva. «Gli smartphone - dice - hanno rivoluzionato l’interconnettività e, nonostante le delusioni sul fronte smartwatch e la battuta d’arresto negli smart glass, il passo successivo è l’interconnettività di un capo di abbigliamento». «Nello sportswear - prosegue - i wearable stanno avendo successo perché permettono di monitorare la performance sportiva. Nella moda c’è ancora della strada da fare: al momento funzionano soprattutto i capi con dispositivi rimovibili, come il cappotto con striscia a led, che dà visibilità ai ciclisti che lo indossano». Per passare a un livello di integrazione superiore bisognerà proseguire la ricerca. «La materia prima tessile - osserva Ferri - va abbinata a fili conduttivi per creare un circuito, ma questi fili metallici sono conduttori di calore e non devono stare a contatto diretto della pelle. Il metallo, inoltre, può dare la sensazione di freddo». Tra chi ha colto la scommessa c’è Google, con il progetto Jacquard: in partnership con Levi’s sta studiando un denim connesso e interattivo. Per aggiornamenti sulle tecnologie indossabili l’appuntamento è al Lingotto Fiere di Torino con la seconda edizione di Wearable Tech ■ Torino, il 18 e 19 novembre.

Intel

il partner intelligente DELLA MODA With new collaborations between Intel and Luxottica, New Balance, Tag Heuer, it seemsthat the fashion industry is getting serious about the wearable tech market. È da qualche stagione che Intel punta sulla wearable technology. Da quando nel 2014 sono state annunciate le prime collaborazioni fashion con Barneys, il Cfda e Opening Ceremony, il gigante della Silicon Valley ha proseguito gli investimenti nelle tecnologie indossabili, con l’obiettivo di portare i suoi processori su occhiali, orologi e abiti. A parte qualche intoppo (ad agosto ha dovuto ritirare dal mercato gli smartwatch Basic Peak, a causa di problemi di surriscaldamento), il cheapmaker ha messo a segno una serie di partnership con le aziende del lusso e dello sportswear. I primo smartwatch realizzato con Tag Heuer, battezzato Connected, è già realtà mentre restano nei piani gli orologi e le sneaker intelligenti firmate New Balance. A inizio anno, durante il Ces di Las Vegas (la fiera dedicata all’innovazione) è stato presentato il prototipo degli occhiali ”smart”, frutto dell’accordo con Luxottica, capaci di fare da coach virtuale ed essere comandati a voce. Ma la scommessa di Intel è quella di dimostrare che la wearable technology è pronta per sfilare in passerella. E per provare che i progettisti delle aziende hi-tech possono lavorare nelle stesse stanze degli uffici stile delle maison, il gruppo Usa ha messo a punto il Butterfly Dress, ideato dalle stiliste turche Ezra e Tuba Çetin. L’abito, realizzato in jacquard intessuto con fibre in Lurex, è decorato con 40 farfalle ed è dotato di un sensore di prossimità integrato, che consente alle farfalle di prendere il volo. (an.bi)

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DESIGN & MANUFACTuRING

NUOVE FRONTIERE

Sedotti dal 3D printing

Bracciali e anello Bijouets creati dalla designer Selvaggia Armani

Non più stilisti ma matematici-creativi. Niente bozzetti ma algoritmi. Via le stoffe, spazio alle polveri di nylon: è la moda creata con le stampanti 3D, che promette di inebriare i consumatori con il suo profumo di futuro di Elisabetta FABBRI

3D Printing gains ground within the fashion industry, beginning from yarns. Italian specialists explain why it can’t be a mass production and why it is so appealing.

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più lungimiranti immaginano che, prima o poi, le stampanti 3D entreranno in tutte le case e diventeranno un elettrodomestico familiare come la lavatrice. Permetteranno di fabbricarsi da sé diversi oggetti di uso comune compresi scarpe, borse e vestiti. Nella moda, per ora, si tratta di un fenomeno di nicchia ma c’è fermento nel settore e la sensazione che influenzerà il modo di produrre, lavorare e vestire, specie se si pensa alle potenzialità in termini di personalizzazione. Da qualche stagione la stilista Iris van Herpen ci ha abituati ai suoi scenografici modelli realizzati con la stampa tridimensionale, entrati persino nei musei (non ultimo il Met di New York). Tra i pionieri ci sono Jessica Rosenkrantz e Jesse Rosenberg, alias i Nervous System. Dopo la laurea al Mit di Boston, nel 2007, a Somerville (Massachusetts) hanno fondato il loro studio scommettendo sul 3D printing e, a differenza della designer olandese, sono riusciti a realizzare abiti in materiali flessibili e fluidi. Grazie al loro software Kinematics, si possono inoltre acquistare online capi e accessori customfit. Tuttavia il vero “papà” pare sia l’artista e designer Janne Kyttänen, che si sarebbe cimentato con le stampanti 3D per abiti e calzature già nel 2000. In tempi molto più re-

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centi si sono lasciati sedurre dalla tecnologia creativi come Alexis Walsh, Danit Peleg, Francis Bitonti e Maartje Dijkstra. Anche in Italia c’è chi ha da dire la sua. Maison 203 produce gioielli con le stampanti 3D da circa cinque anni. «Abbiamo venduto i primi modelli nel nostro negozio di interior design a Treviso - dice Orlando Fernandez, fondatore del marchio con la moglie Lucia De Conti -. Funzionavano bene e oggi sono la nostra unica attività». Un business non programmato ma nemmeno improvvisato. «Abbiamo studiato design all’università - spiega Fernandez - dove sono previsti corsi di prototipazione. In più ho fatto esperienza alla Foscarini, dove creavano prototipi di lampade con la stampa 3D». Il break even è arrivato nel primo anno di attività. Nel 2015 il fatturato è cresciuto di oltre il 50% a 170mila euro e nel 2016 dovrebbe più che raddoppiare. Oggi Maison 203 ha un monomarca a Venezia, un corner in Rinascente, a Milano, un web sto-

re e diversi wholesaler, fra concept store e shop in musei come il Moma di New York, Il Perz Art Museum di Miami e il Museum of Contemporary Art di Chicago. Dopo i monili sono arrivate le borse e adesso i Fernandez stanno studiando per incorporare la tecnologia del vetro veneziano ma in futuro sperano di vendere, «più del prodotto, i file per la sua realizzazione». Infatti, per questo nuovo business si può anche partire da uno schizzo fatto a mano, ma poi occorre passare agli algoritmi. I creativi con cui collabora Maison 203 vengono dal design industriale. «Sviluppano i modelli matematici e ci forniscono un file - racconta Fernandez -. La trasformazione in speciali codici permetterà poi di dialogare con la stampante, per definire il percorso del laser nei diversi strati». L’oggetto nasce dall’unione di più conoscenze, tramite diversi passaggi. «Occorrono mediamente sei mesi di prove dal disegno al file tridimensionale, nonché una


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1. Una delle proposte nate dal progetto NeTTA di Lineapiù Italia 2. Iris van Herpen, fino ai primi di settembre al Met di New York per la mostra “Manus ex Machina” 3. Un collier Maison 203 ideato dal desigenr Omri Revesz, che debutta al prossimo Maison et Objet 4. Un look Alexis Walsh Fall-Winter 2016/2017, presentato alla New York Fashion Week 5. Dita Von Teese indossa un modello sexy di Francis Bitonti

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la post-produzione, che include la sabbiatura, il lavaggio e la tintura, è complessa e necessita di figure a metà fra l’artigiano e il tecnico, a cui sono concessi pochissimi errori.

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serie di test per la stampa - spiega Fernandez -. Considerato lo stato attuale delle tecnologie, vedo difficile una produzione in serie “fast”, come pure il fai da te». Anche i gioielli Bijouets nascono non proprio per caso. Lanciati nel 2013, hanno nelle loro radici le tecnologie e il know-how dell’azienda Hsl di Trento, tra le prime a portare le stampanti 3D in Italia ed Europa. «L’inizio vero - precisa Stefania Favaro, responsabile sales & marketing - è stato nel 2010, con lampade e oggetti d’arredo, poi sono arrivati i bijoux e gli occhiali. I ricavi raddoppiano di anno in anno, grazie all’espansione in Italia e all’estero, in boutique multimarca, concept store e bookshop come quello della Tate Gallery di Londra». «Da subito - prosegue - si è deciso di affidare la parte creativa a noti architetti e designer. Qualcuno, già autonomo, ci manda direttamente i file, altri si avvalgono di un modellatore: un tecnico proveniente dal design o dall’architettura, che funge da

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intermediario con la produzione». «Uno dei vantaggi del 3D printing - osserva Favaro è l’assenza di magazzino e la possibilità di arrivare dall’idea al negozio in una settimana». Insomma il vero fast fashion, anche se i prezzi non sono proprio da fast fashion: gli anelli nell’entry level hanno un prezzo retail intorno ai 30 euro, ma per le collane si sale a 100 e una pochette può costare 600 euro, un abito anche 3mila. I fattori che spiegano queste cifre sono molteplici. Di solito le stampanti sono modelli professionali, di estrema precisione, il cui prezzo può arrivare fino al mezzo milione di euro. Le dimensioni crescono con quelle dell’oggetto che si vuole produrre e, più è grande, più richiede tempo (circa un giorno per una clutch). I costi lievitano anche per via della materia prima: in genere polvere di nylon, PLA (una bioplastica derivata dal mais) o poliammide, il cui mercato, in Europa, è fatto essenzialmente dalla Germania. In più

UNA TECNOLOGIA CHE PUò rivoluzionare anche la maglia Dall’accessorio al tessile. In Toscana, Alessandro Bastagli, presidente di Lineapiù Italia, vuole «portare i filati nella terza dimensione» con il progetto NeTTA-New technology for textile application, sviluppato in collaborazione con il maglificio Miles e, per la parte progettuale, con lo studio PS Architettura. Due anni di ricerche e investimenti «non da poco» stanno portando a una tecnologia 3D che intende rivoluzionare il modo di progettare la maglieria. «Dopo una prima fase sperimentale - racconta Bastagli - nella seconda ci siamo occupati di aspetti come la tenuta e l’elasticità del filo, oltre alla compatibilità dei materiali. Ora il focus è il colore, per arrivare a un prodotto fruibile su scala industriale, che potrebbe essere presentato già per la fine di settembre». «Non credo che permetterà risparmi di costo - conclude - a meno che non si arrivi a una produzione per grandi volumi. I veri plus di questo tipo di prodotto sono la novità e le emozioni che suscita, facendo pensare alle avanzate tecnologie che incorpora». Fanno tuttavia riflettere le dichiarazioni della designer olandese Maartjie Dijkstra, che in una recente intervista sul web ha detto: «Non userò mai la stampa 3D per un intero vestito, ma solo per dei dettagli o elementi che non posso creare altrimenti. È frustrante vedere ■ la stampante fare il mio lavoro».

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made to measure

SARTORIALE 3.0

A misura di Millennial Sartorie digitali, dress maker “b2r” (business to retailer), menswear door-to-door. Il su misura sperimenta nuove formule per centrare il target dei Millennial che chiedono capi ben fatti, look aggiornati, prezzi convenienti e soprattutto, tessuti rigorosamente made in Biella di Carla Mercurio

Digital tailors, “b2r” (business to retailers) dress makers, door-to-door menswear: made to measure is launching new formulas, in order to meet the needs of Millennials, who ask for well-made items, updated looks and affordable prices.But, above all, strictly made in Biella fabrics.

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l made to measure scende a patti con le esigenze dei Millennial e scopre formule inedite, per assecondare le richieste di un consumatore che vuole capi ben fatti e dal look aggiornato, ma punta al risparmio in termini di costi e tempi di realizzazione. È l’epoca delle sartorie digitali, dei dress maker “b2r” (business to retailer) e del menswear door-to-door. Dagli Stati Uniti all’Olanda, dalla Spagna all’Italia, gli esempi sono tanti, tutti rispondenti a un diktat: sul tessuto non si bada a spese. Vitale Barberis Canonico, Zegna, Reda, Loro Piana, Ferla, Lanificio Colombo: sono i biglietti da visita esibiti dalle “sartorie 3.0”, a sottolineare il fatto che, se la confezione può essere delocalizzata in Paesi lontani, la qualità della materia prima non può che essere italiana. E, per la precisione, made in Biella. «Sono produttori che utilizzano tessuti made in Italy per abiti a costo contenuto, di qualità accettabile: il cosiddetto “good enough” - spiega Bruno Landi, direttore commerciale di Vitale Barberis Canonico -. Un fenomeno che ha aiutato a rilanciare il formale, catalizzando l’attenzione

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delle nuove generazioni, finalmente attente a un modo di vestire più elegante. Basti pensare che oggi l’unica area in crescita nell’universo maschile dell’abito è il su misura». Proprio a Biella Simone Maggi e Riccardo Schiavotto hanno fondato Lanieri: una realtà nata nel 2013 come una web company pura, basata su un servizio fatto di tutorial sartoriali che accompagnano alla scelta dell’abito, confezionato in Italia e consegnato gratuitamente in quattro settimane sulla base di tre vestibilità, con la possibilità di scegliere tessuti, fodere, bottoni, colore dell’asola dei revers e quant’altro. Una formula perfezionata con l’apertura, nel marzo 2014, del primo Atelier a Milano, cui hanno fatto seguito quelli di Roma, Torino e Bologna. Un modo per dare slancio all’online, tramite la garanzia e il supporto dell’offline. Tanto che oggi i primi ordini vengono effettuati fifty-fifty tra e-commerce e retail, con l’estero che rappresenta la metà delle vendite tramite Internet: parliamo anche di aree lontane come America, Hong Kong e Singapore. E dal secondo capo in poi le cose diventano

più facili, perché le misure vengono salvate sul profilo del cliente. Ora per Lanieri è tempo di spiccare il volo verso l’estero, con la recente apertura dell’atelier di Monaco di Baviera, cui faranno seguito quelli di Parigi e Bruxelles, tra settembre e ottobre. «Il nostro plus - chiarisce Maggi - sono i prezzi, se rapportati a una qualità che fa leva sull’impiego dei tessuti di Zegna, Loro Piana, Vitale Barberis Canonico e Reda (quest’ultima è entrata nel nostro capitale sociale)». «I clienti, con un target di età intorno ai 40 anni, possono avere abiti a partire dai 590 fino ai 1.040 euro - conclude -. È facile fare il confronto con quelli in vendita già confezionati nei negozi». La formula funziona: con un giro di affari di un milione di euro, di cui il 30% rappresentato dall’export, Lanieri si avvia a chiudere il 2016 al raddoppio. Online e offline: con il gioco di sponda si vince Gioco di sponda tra online e offline anche per Suitsupply, macchina da guerra olandese nata nel 2000 dall’intuizione di Fokke de


1. Riccardo Schiavotto e Simone Maggi, fondatori di Lanieri 2. Un outfit di Suitsupply 3. Il camper del Fit Tour di J.Hilburn, che gira gli Stati Uniti fino al prossimo novembre, facendo tappa in 30 città

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Jong, partito con un obiettivo preciso: svecchiare l’immagine dell’abito da uomo, scommettendo su tessuti di qualità, un’immagine accattivante e prezzi vantaggiosi. Una realtà cui fanno capo un network di oltre 70 negozi nel mondo e un sito di e-commerce efficientissimo. «Abbiamo conquistato l’apprezzamento di giornali come il Wall Street Journal - sottolinea il vp Nish de Gruiter - che attraverso un test alla cieca ha assegnato a un nostro abito da 600 dollari il primo posto in classifica, al pari di uno di Armani da 3.600 dollari». E prosegue: «Insieme a un’offerta di abiti provenienti delle tessiture di Vitale Barberis Canonico, Ferla e Thomas Mason, offriamo una gamma completa di abbigliamento e accessori, personal tailoring made to measure e un sarto presente in ogni store, per assicurare un fit perfetto». La proposta di made to measure si divide in due etichette, entrambe made in China: la Blue e la Red Line. La prima consente la scelta tra circa 60 tessuti e sette vestibilità, con poche modifiche apportabili (non più di 12), consegna in quat-

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tro settimane a prezzi dai 399 ai 499 euro e possibilità di acquisto anche online. La Red Line garantisce la scelta tra 70 possibili modifiche e oltre 600 tessuti, dai Super 110 ai Super 160, con prezzi dai 469 fino anche ai 3mila euro, e consegne in cinque settimane. B2c, b2r, door-to-door: i nuovi codici del made to order Si affida esclusivamente all’online Tailor4less, un altro player del settore con sede in Spagna, ufficio legale a Zurigo e polo logistico a Shanghai, che porta avanti una politica “very aggressive”. Completi, giacche e pantaloni made to order sono realizzati a mano con oltre 150 tessuti di qualità, tra cui quelli di Vitale Barberis Canonico. Basta scegliere la propria “composizione”, selezionando stile, taglio, tipo di tasche, bottoni, fodera, eccetera, prendere le misure e fare l’ordine. I dati raccolti vegono mandati a Shanghai, verificati e inviati ai sarti che tagliano i tessuti e confezionano l’abito. Una volta pronto, il capo torna al centro logistico per il test

di qualità, viene confezionato in sacchetti di plastica per bloccare l’umidità durante il viaggio e spedito. Il tutto alla velocità supersonica di due settimane, assicura il sito Internet, con consegna gratuita se la spesa supera i 100 euro. Convenientissimo il prezzo: da 189 euro a salire. E se il capo non soddisfa, Tailor4less rimborsa il costo della sarta in loco o, nella peggiore delle ipotesi, realizza un nuovo abito. Altra case history interessante è quella del sartoriale “b2r” (business to retailer) dell’olandese Munro Tailoring, che realizza abiti private label esclusivamente su misura per il wholesale e che il digital lo usa per rapportarsi con i negozianti, tramite una app che consente un interscambio di informazioni relative alle misure e alle specifiche dei capi. Anche in questo caso è il tessuto la punta di diamante, con fornitori del calibro di Vitale Barberis Canonico, Loro Piana, Lanificio Carlo Barbera e Ferla, mentre la produzione è delocalizzata principalmente in Cina, con alcune proposte realizzate in Italia. A proposito di formule innovative, emblematico è il menswear doorto-door di J. Hilburn, dedicato a quegli uomini, e sono tanti, che non amano andare a fare shopping. Partendo da questo presupposto nel 2007 Veeral Rathod e Hil Davis (quest’ultimo nel frattempo è uscito dalla società), hanno fondato a Dallas un marchio divenuto sinonimo di abiti maschili confezionati con tessuti italiani, a prezzi che vanno dai 750 ai 1.850 dollari (975 dollari in media), commercializzati attraverso un network di 2.500 venditrici che raggiungono i clienti in ufficio o a casa, per scegliere insieme l’abito. Proposte realizzate in Portogallo dal 2009 e pronte nel giro di tre o al massimo quattro settimane. Anche in questo caso i fornitori sono quasi esclusivamente realtà italiane come Vitale Barberis Canonico, Reda, il Gruppo Albini, Tessitura Monti e Loro Piana, a cui si sono aggiunti da poco Zegna, Colombo e David&Jon Anderson. «Di recente - spiega Larry Hagenbuch, coo e cfo di J. Hilburn - abbiamo arricchito il range con una linea dedicata alle taglie forti, una serie di cravatte customizzate fatte in Italia, proposte di outerwear made to measure con cashmere italiano, scarpe made to order realizzate da Allen Edmonds e un’offerta di smart casual più vasta». Ora J.Hilburn è pronto a “scendere in strada”: «Il prossimo ottobre apriremo il primo store a Dallas. Inoltre, fino a novembre siamo attivi con il nostro Fit Tour: un camper che gira per gli Stati Uniti, facendo ■ tappa in 30 città».

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TEXTILE FAIRS

milano unica e le altre

The new beginning Milano Unica cambia pelle con il trasferimento nei padiglioni di Rho, nel segno dell’esclusività, della valorizzazione delle differenze e delle sinergie. Su Première Vision e Texworld pesano le incognite rappresentate dall’effetto attentati. Monaco di Baviera si conferma un polo dinamico di Elena Azzola

Milano Unica turns the page with the transfer in Rho pavilions, in the name of exclusivity, appreciation of differences and new synergies. The fear of terroristic attacks is a question point for Première Vision and Texworld. Munich Fabric Start confirms itself as a dynamic pole.

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Uno scatto a cxvx c xc xc xc x xcxcx cx cx cx cx xc xc xcx lla Iafil 2

P i prossimi appuntamenti 3

1. Presentazione delle tendenze di Milano Unica 2. Première Vision Accessories 3. Compratori al salone parigino

Milano Unica Milano 6-8 settembre Texworld Parigi 12-15 settembre Première Vision Parigi 13-15 settembre Intertextile Shanghai 11-13 ottobre Maroc in Mode - Maroc Sourcing Marrakech 19-20 ottobre International Apparel & Textile Fair Dubai 14-15 novembre Performance Days Monaco di Baviera 15-16 novembre

er il salone dei tessuti e degli accessori tessili Milano Unica l’edizione in scena nel capoluogo lombardo dal 6 all’8 settembre (con le collezioni per l’autunnoinverno 2017/2018) rappresenta un nuovo inizio. L’esposizione si trasferisce dalla sede storica del Portello ai padiglioni 8, 12, 16 e 20 della nuova fiera di Rho. Un cambio di location che si accompagna a mutamenti di rilievo nella formula e nelle sinergie, come spiega Ercole Botto Poala, presidente della manifestazione. «Con il New Beginning, Milano Unica si trasforma e si rivolge a un pubblico ancor più selezionato e di importanza strategica per gli espositori, anch’essi attentamente vagliati e dunque di

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TEXTILE FAIRS

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1. Uno scatto da Texworld 2. Un particolare allestimento visto alla scorsa edizione di Milano Unica

sogno di fare innanzitutto sistema». Mentre sul tema cruciale delle date afferma: «Dopo l’attuale edizione di settembre, prenderemo una decisione sul timing della rassegna, con l’intento di far sì che Milano Unica diventi unica in tutti i sensi, anche nelle date». Quello che è certo ormai è che dare risposte nuove alle aziende del tessile, ma anche a quelle dell’abbigliamento, sia imprescindibile nell’attuale congiuntura. In questo senso si deve leggere anche la formula, ancora in fase sperimentale, scelta per affrontare il mercato americano: non una fiera a New York, ma una mappa che già lo scorso luglio, durante la locale settimana del tessile, ha segnalato ai clienti i riferimenti per visitare i migliori marchi italiani, di stanza nelle showroom di Manhattan. Sulla scena europea Première ph. by Erdna

alto livello - afferma -. Tutto nell’ambito dell’accessorio MERCATI è stato modificato. Anche i moda, che dopo due edizioni Export tessuti made in Italy criteri di invito dei clienti e a Vicenza si trasferisce nel Primo trimestre 2016 di selezione delle aziende. capoluogo lombardo. Il saloQuesta è un’edizione zero ne tessile diventa infine anche Germania -5,7% sotto il profilo dei numeri e la sede della fase finale (lavoCina +17,3% non solo». Il principio fondari della giuria, sfilata e prementale che ha ispirato Botto miazioni) di Mittelmoda, lo Hong Kong -12% Poala e il suo team nel lungo storico concorso internazioUSA -5,4% lavoro che ha preceduto l’apnale per aspiranti stilisti delprodo a Rho è che il salone le scuole di moda, sostenuto Fonte: Milano Unica rappresentativo del tessile dal main sponsor Lectra, da made in Italy, nato circa dieci Benetton Group e dal nuovo anni fa dall’unione delle preesistenti fiere partner The Woolmark Company. L’elegate ai principali distretti italiani, sia fatto vento conclusivo, con la sfilata delle 24 e pensato dagli espositori stessi. «Milano collezioni selezionate, si tiene mercoledì 7 Unica non è una società che deve generasettembre alle 17 nel padiglione 12. Alle 11 re profitti, ma dare un servizio a tutti noi: della prima giornata, martedì 6 settembre, quello che interessa è l’utile delle aziende è attesa la cerimonia inaugurale di Milano che vi partecipano. Qui sta la grande diffeUnica, mentre la sera dello stesso giorno renza rispetto ad altre manifestazioni - afgli organizzatori mettono in calendario ferma il presidente e imprenditore tessile -. un incontro, in cui si cercherà di spiegaNon dobbiamo avere un numero infinito di re a visitatori e stampa da dove nasce il espositori, ma offrire solo il meglio che c’è. Non siamo alla ricerca di clienti nuovi a tutti i costi, anche perché ormai siamo presenti in tutti i mercati del mondo e in una situazione macroeconomica come l’attuale i clienti che nascono sono meno di quelli che spariscono, per cui è necessario fare scelte assolutamente qualitative». Nello specifico, la nuova Milano Unica cerca di non appiattire e omologare l’offerta ma, al contrario, di far emergere le specificità dei vari distretti tessili e delle singole aziende. Gli espositori sono 382, made in Italy. «Un percorso di di cui 79 esteri, a cui si devoPRODOTTI storytelling che dovrebbe esno aggiungere i 39 dell’OsExport tessuti made in Italy sere l’inizio di un lungo camservatorio Giappone e i 21 Primo trimestre 2016 mino - precisa Botto Poala -. dell’Osservatorio Corea. Lino +28,9% Per la prima volta, inoltre, A disposizione degli ospiti ci Milano Unica ospita al suo sono anche un’area tendenze, Cardati +8,6% interno Origin Passion and a cui abbiamo riservato anPettinati lana +3,1% Beliefs, il format concepito cora maggiore impegno, e un da Fiera di Vicenza per dare ristorante tre stelle Michelin: Cotone -0,4% risalto al saper fare italiano progetti studiati con Camera Seta -2,2% e alla creatività di giovani della Moda e Pitti Uomo. Il designer internazionali (seA maglia in catena -13,1% presidente è infatti fermamenlezionati dalla piattaforma di te convinto che «l’industria Fonte: Milano Unica scouting Not Just A Label) italiana della moda abbia bi-


Vision di Parigi, in calendaagosto al primo settembre CONSUMI DI TESSILE si è già svolto a Monaco rio dal 13 al 15 settembre, ABBIGLIAMENTo dà continuità alla sua strutdi Baviera Munich Fabric tura espositiva, basata su sei Start con due inedite aree: Germania stabili saloni complementari, che Keyhouse, nella hall 5, speprimi 5 mesi del 2016 presentano le nuove collecificamente dedicata alla zioni di tessuti, ma anche di creatività e all’innovazione Italia -1,6% primi 3 mesi del 2016 fibre e filati, pelli e pelliccia, nel tessile e Catalyzer, che design tessile, accessori e nella hall 6 ha completato Spagna +2,4% manifattura. In leggero calo l’offerta della Bluezone con primi 4 mesi del 2016 (-1,3%), rispetto all’edizioun approfondimento sugli ne di settembre 2015, gli esiti più all’avangardia nel Francia -1,6% espositori del grande hub denim. La convinzione deprimi 5 mesi del 2016 internazionale della moda, gli organizzatori è che le che si attestano complessi- Fonte: Première Vision Paris aziende del settore stiano vamente a quota 1.898. Su cercando nuove strade, proPremière Vision e Texworld - l’altro salone fili diversi e inedite forme di comunicazione parigino dei tessuti (prevalentemente extrae che compito dei saloni sia anche orientarle europei), che si tiene dal 12 al 15 settemin questo percorso di rinnovamento. Combre - potrebbero ripercuotersi, tra l’altro, in plessivamente a Monaco di Baviera sono termini di affluenza, le conseguenze degli state presentate circa 1.700 collezioni da attentati terroristici che hanno colpito duraparte di circa mille realtà, attive anche negli ■ mente la Francia negli ultimi mesi. Dal 30 accessori e nei servizi.

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Okinawa

smart ma anche sostenibili, una sfida possible Smart Materials for Okinawa is the latest division of Okinawa, ready with new products in materials and finishing processes. «Investimento è la nostra parola chiave»: Michele Ruffin, fondatore e numero uno di Okinawa, risponde così a chi gli chiede quali sono i progetti di questa realtà con sede nel padovano, da 30 anni in prima linea nel fornire materiali e processi tecnologici di nobilitazione, esclusivi, creativi e 100% made in Italy. In occasione di Munich Fabric Start - dove Ruffin ha tenuto una relazione all’interno del “Sustainability Panel” -, Milano Unica e Lineapelle, Okinawa punta in particolare sulle innovazioni nate in seno a Smart Materials for Okinawa, divisione focalizzata sul mondo della pelle di ultima generazione, che al traguardo del suo primo anno presenta Jacroki (un materiale di origine quasi totalmente vegetale certificato Ecolabel UE, sinonimo di elevati standard green in tutto il ciclo di vita), Microki («L’unica alternativa di qualità alla pelle», precisa Ruffin, soffermandosi anche sulla inedita finitura a impatto ambientale zero Filmoki), Washoki (la pelle di ultima generazione, lavabile fino a 60° e in linea con i parametri Reach), Hydroki (l’unica pelle al mondo certificata Classe 1 Oeko Tex Standard 200, caratterizzata dalla concia wet white chrome & metal-free di aspetto “vegetalizzato”) e Denim Leather by Smart Materials, una “super-trendy skin”, in grado di richiamare il look vintage di un jeans invecchiato, lavato e schiarito. «Questo materiale - precisa Ruffin - è stato scelto anche per realizzare un porta-badge in occasione di Munich Fabric Start». L’imprenditore elenca alcuni dati su Smart Materials for Okinawa: «Un progetto incredibile, che ha richiesto un investimento di 1,2 milioni di euro nell’ultimo triennio e ha portato a un riscontro positivo nei confronti di circa 200 aziende di rilievo, oltre che a una ventina di progetti in sinergia con i designer». «Il domani per noi - conclude - è proiettarci verso ulteriori materiali, certficazioni e brevetti, sul filo conduttore di una cultura delle materie prime che fonde l’artigianalità con il nuovo sapere tecnologico, lavorando sempre e solo in Italia». (a.b.)

UN LIBRO E UNA MOSTRA durante milano unica

FULGAR

un nuovo sito user-friendly A new website for Fulgar, specialized in the production of nylon yarns. L’immagine di Giovanni Gastel per definire l’identità aziendale fa da fil rouge al nuovo sito di Fulgar, realtà attiva nella produzione di filati in nylon. Il portale, oggetto di un restyling, si avvale ora di una navigazione intuitiva e user-friendly e di contenuti inediti. Come spiega Alan Garosi, marketing manager, il presupposto dell’upgrading è stato il desiderio di dialogare non solo con i clienti diretti ma anche con brand e retailer, presentando i prodotti più all’avanguardia in base ai tipi di applicazione e alle funzionalità, le collaborazioni con i marchi del tessilemoda in una sezione “tabloid” e molte altre informazioni. Un modo di valorizzare tutti (a.b.) gli attori della filiera.

ITV DENIM

se il caos è ordinato

Watch your wash

“Caosordinato”: a book and an exhibition (with an opening event at Milano Unica) explore the Stefano Chiassai archives.

From“Winetex”, made with wine, to “Booster NCS”, new finishings for jeanswear at the center of a seminar organized by ITV Denim in L.A.

Il fashion designer Stefano Chiassai ha costruito nel corso della sua lunga attività un archivio di circa 15mila pezzi, datati dal 1800 a oggi, tra abbigliamento e accessori maschili. Ora ha deciso di condividerli con gli addetti ai lavori e gli appassionati, dando vita al progetto Caosordinato, realizzato insieme alla figlia Corinna (a sua volta stilista), a cui viene dedicata una mostra con vernissage la sera del 6 settembre in via Durini 24 a Milano. Qui ha sede Bonottoeditions, contenitore di cultura, innovazione e artigianalità che fa capo alla famiglia Bonotto e a Cristiano Seganfreddo. Caosordinato è anche sinonimo di un volume edito da (a.b.) Nuova Libra Editrice.

Novità in primo piano al seminario-laboratorio “Watch your wash”, organizzato da ITV Denim a Los Angeles con otto brand del jeanswear (Paige, Frame, Guess, Rta, Red Engine, Hidden Jean, Robin Jeans e Citizen of Humanity) e lo staff di Kingpins Show come ospite. Al centro dell’evento - realizzato da ITV in sinergia con Nearchimica, società italiana specializzata nella chimica per il trattamento del tessuto, distribuita in America da Durachem - sono stati i finissaggi più all’avanguardia. Tra quelli al laser spicca “Booster NCS”, che con due passaggi in lavanderia ed eliminando l’uso successivo del permanganato garantisce risultati eccellenti, mentre “Winetex” a base di vino reagisce al lavaggio variando unicamente il ph e la temperatura dell’acqua, senza ricorrere a prodotti man made. È così possibile (a.b.) realizzare per la prima volta un pantalone 100% organico.

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ZEGNA BARUFFA LANE BORGOSESIA

Cashwool 1978: unico e inimitabile da 40 anni A showpiece by Zegna Baruffa Lane Borgosesia, Cashwool, becomes Cashwool 1978, to stress its uniqueness and heritage of almost 40 years. Meanwhile, the Italian company invests on a revolutionary finishing, H2Dry. Zegna Baruffa Lane Borgosesia aggiunge al nome del suo cavallo di battaglia, Cashwool, la data in cui è stato lanciato sul mercato. Cashwool 1978 non intende essere un nuovo marchio, ma l’emblema di un percorso all’insegna della qualità partito quasi 40 anni fa, quando questo filato di pregio dalla mano dolce e setosa, che ha rivoluzionato il modo di lavorare la lana pettinata anche grazie alla capacità di uscire indenne dai lavaggi e dall’utilizzo, è stato lanciato sul mercato dopo lunghe ricerche. «Da quando è stato ideato, Cashwool ha visto uno sviluppo tale, da affermarsi come sinonimo di una categoria di filati pettinati in lana con caratteristiche irripetibili» ribadiscono dall’azienda, lasciando intendere che i tentativi di imitazione sono stati tanti, ma che nessuno è riuscito a eguagliare l’originale. Dagli inizi ai giorni nostri più di 200

milioni di chili di Cashwool hanno portato il made in Italy nel mondo, vestendo oltre 500 milioni di persone e contribuendo a mantenere nel nostro Paese centinaia di posti di lavoro. Su questo patrimonio di tradizione, l’azienda fondata nel 1850, a cui fanno capo tre linee (Baruffa, Botto Poala e Chiavazza) e che conta su un fatturato di 113,5 milioni di euro, innesta un’ulteriore innovazione non solo nei prodotti, ma anche nei trattamenti. Tra questi H2Dry, che consente di applicare ai filati in pura lana prestazioni mai ottenute finora: traspirabilità, elasticità, ingualcibilità e velocità di asciugatura, che si esprimono in articoli come Re-Active H2Dry e K-Wool H2Dry. A fine giugno Zegna Baruffa Lane Borgosesia è stata infine premiata insieme ad altre aziende, per aver raggiunto i 20 anni di certificazione Oeko-Tex Standard 100. (a.b.)

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POINT OF VIEW

designer & tessuti

I segreti (nuovi) del mestiere Sviluppare una collezione significa trovare un punto di incontro tra industria creativa e manifatturiera. La qualità del prodotto resta protagonista: ne sono certi i 12 attori del made in Italy che abbiamo incontrato e che, quando si tratta di scegliere le materie prime, fanno sempre più attenzione a sostenibilità e high tech, ma anche ai social media e alle tempistiche di andrea bigozzi

12 fashion designers explain their point of view about fabrics and their rule in the construction of a ready-to-wear collection. Quality is still the key word, but also on the textiles side a more strong approach to ethics, technology and also social networks is necessary.

Laura Lusuardi

Fashion director Max Mara Tra gli addetti ai lavori si dice che lei non si perda mai un appuntamento con i saloni tessili. È vero? Forse. Certo è che quando vado a una fiera guardo davvero un po’ tutto. Potremmo far venire i fornitori in azienda, ma poi dovrei rinunciare all’idea di fare ricerca sul campo. E non mi va. Il tessuto per noi di Max Mara è importantissimo e rinnovarlo è indispensabile. In questi giorni sarò a Milano Unica, ma sono felice di aver visitato anche l’appuntamento di luglio. Quindi anche la nuova formula focalizzata sulle pre-collezioni le piace... Certo. A Prima MU ho visto almeno una dozzina di collezioni nuove e molto interessanti. Trovo utilissima la scelta degli organizzatori di anticipare i tempi del salone. È a luglio che noi iniziamo a fare ricerca, poi a settembre tutto rischia di essere in ritardo. Con questa formula possiamo ordinare i tagli e a settembre avere già le prove tessuti pronte e così, fatte le scelte, si comincia a lavorare sulla nuova collezione. Perché chi lavora in Max Mara deve diventare un vero esperto in tema di materie prime? Non puoi pensare di fare moda se non sei capace di “parlare” con i tessuti. E non mi riferisco solo ai designer o a chi sviluppa le collezioni, ma anche agli addetti alla vendita dei nostri negozi, che devono saper raccontare alle clienti, qualora lo chiedano, tutto del capo che indossano. Per noi portare fino in fondo la conoscenza del tessuto è una vera missione. E lo sarà sempre.

Simone Rizzo e Loris Messina Founder and owners of Sunnei

Non avete una formazione da designer: come vi siete costruiti un know how nei tessuti? Abbiamo fatto tutto da autodidatti, magari sbagliando. Ci hanno aiutato anche alcuni amici che fanno i product manager per marchi di moda, portandoci con sé a Milano Unica e Pitti Filati. Le prime volte entravamo negli stand dei possibili fornitori e restavamo in silenzio, ascoltavamo e basta. Ora ci siamo fatti una certa cultura, anche se c’è ancora da imparare. La vostra generazione (entrambi sono under 30, ndr) è figlia della tecnologia e dell’innovazione. Che futuro vedete per la wearable technology? Siamo attentissimi a tutte le novità in questo campo. L’importante è che la tecnologia applicata alla moda offra qualcosa di concreto e non sia solo un manifesto fine a se stesso per far parlare di un marchio. In un momento in cui tutti si chiedono cosa sia oggi il vero lusso, pensiamo che la risposta sia proprio la performance di un capo.

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Lorena Antoniazzi Fashion designer

La nuove tecnologie hanno rivoluzionato la moda. Come si possono preservare le specificità dei Paesi con una forte tradizione tessile come l’Italia? Non bisogna abbandonare la ricerca. E poi occorre essere sempre curiosi e motivati a sperimentare, per cercare soluzioni innovative e alternative. Con questo spirito affronto ad ogni stagione le fiere e vado in cerca dei fornitori che hanno investito nella ricerca dell’originalità, mantenendo alta la qualità. A cosa ha portato questa attività di scouting? Nella nuova collezione primavera-estate 2017, ad esempio, abbiamo sviluppato il progetto Wellness to Wear, che utilizza tessuti e filati “intelligenti”, con effetti anti-age e idratanti. Capi che non solo si indossano, ma grazie alla scelta delle materie prime fanno bene al corpo. È questo il futuro della moda? Direi di sì. Per quanto riguarda la nostra azienda, la realizzazione di questa collezione non è altro che un nuovo passo compiuto nella ricerca verso l’eco-sostenibilità di tutti i suoi prodotti. Ma vale la pena essere sostenibili? Assolutamente, per tenere alto il valore percepito di un capo e di un marchio. Molti dei prodotti provenienti dall’estero non sono controllati qualitativamente, specie per quanto riguarda le tinture e i trattamenti, che risultano essere in gran parte nocivi alla salute. Tutti i nostri capi hanno la certificazione Tessile e Salute, oltre all’etichetta made in Italy.

erika cavallini Fashion designer

Molti stilisti si proclamano “ fabric addicted”. Anche lei? Direi proprio di sì. Mi piace moltissimo la scelta dei tessuti. Devo vedere di tutto e di più. E poi quando si tratta di iniziare a lavorare su di unacollezione io parto sempre dalle stoffe, dal loro contatto “fisico”. Il consumatore finale è sempre più consapevole ed ecosostenibile. Vero o falso? Su questo punto potremmo aprire una lunga discussione. Io sono sempre stata molto attenta a concetti come la purezza, la qualità e la sostenibilità, ma non sono pienamente d’accordo sul fatto che oggi il cliente finale sia altrettanto sensibile a questo punto. Credo comunque che sia difficile comunicare e recepire tale genere di messaggio. Si parla tanto di prezzo etico, ovvero prezzo giustificato dal valore del capo. Dove possono trovare un punto d’incontro stilisti e fornitori di materie prime? Difficilissimo. I meccanismi di mercato hanno portato oggi la competizione a livelli che non si possono che definire esasperati. Oggi molte aziende hanno come primo obiettivo il margine economico e non la qualità in sé. Io continuo a pensare che ci debba essere un collegamento tra qualità e prezzo e questo credo si veda (e si tocchi) nelle mie collezioni.

Manuela Arcari

Direttore creativo di Hache e Ter et Bantine Con il doppio impegno di Hache e Ter et Bantine, settembre è un mese cruciale per lei. Riuscirà a fare un salto a Milano Unica? Purtroppo no. Non vado alle fiere. Quando sente parlare di wearable technologies, che cosa pensa? Non credo che la tecnologia sia sinonimo di innovazione. Le nuove frontiere di tessuti e filati possono anche essere un guardarsi indietro e riproporre materie che le nuove generazioni non hanno conosciuto. A proposito, anche lei pensa che per i colleghi più giovani l’aspetto comunicazione abbia preso il sopravvento sul prodotto? Questo è uno dei grandi dibattitti del momento e non mi sento di criticare i giovani stilisti, che culturalmente sono cresciuti in un mondo diverso e per questo sono da osservare con molta attenzione.

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POINT OF VIEW

Rossella Jardini Fashion designer

Dove nasce una tendenza: tra gli stand delle fiere tessili o nella testa dello stilista? Le tendenze non le fanno le fiere ma i creativi, a seconda delle loro intuizioni. La scelta delle materie prime resta però un momento centrale della collezione. La cosa migliore è visionare tutti i tessuti in ufficio, per poterli analizzare con cura e calma, uno a uno. Abbigliamento e materie prime ecologiche al 100%: per molti è una contraddizione... Diversi anni fa in Moschino, quando era ancora vivo Franco e io lavoravo in azienda al suo fianco, facemmo una collezione completamente ecologica. Poteva essere su per giù il 1990, e l’impresa si rivelò molto difficile, perché di tessuti davvero ecologici, a parte il cotone organico e la lana grezza, che non potevano nemmeno essere lavati in quanto il lavaggio inquinava, non c’era granché. Anche perché, al contrario di tanti altri, non considero “eco” il poliestere. Quindi la moda non può avere un cuore “green”? Al contrario! Anche se non possiamo parlare ancora di tessuti ecologici, i laboratori e le fabbriche con cui io collaboro cercano comunque di rispettare l’ambiente per quanto riguarda i lavaggi e tintorie. Un consiglio per le nuove generazioni di designer, più esperti di social che di materie prime? Che la materia viene prima di tutto e che dovrebbero occuparsi molto di più di questi aspetti, anche se per imparare a conoscere filati e tessuti ci vogliono tempo e pazienza. Non a caso la più brava di tutti in questo è sempre stata Jil Sander, laureata in ingegneria tessile.

Lucio Vanotti Fashion designer

Le parole “fiera” e “tessuti” cosa le fanno venire in mente? Uno spunto in più per la collezione a cui sto lavorando. Non nomina un’altra parola, “tendenze”... Non cerco le tendenze in fiera, credo che non esistano quasi più. Come molti designer seguo il mio personale mood d’ispirazione. Nella corsa ad anticipare l’uscita delle collezioni, sarebbe d’aiuto se i saloni tecnici anticipassero? Certo che sì. L’edizione di Milano Unica a luglio l’ho trovata giusta, mentre per l’inverno la farei a fine gennaio. È difficile per un designer indipendente conquistare la fiducia dei fornitori? Dipende. Ho incontrato realtà curiose ed elastiche con cui ho trovato soluzioni in linea con le mie necessità, altre si sono dimostrate snob e non abbiamo più collaborato. Credo molto nel capitale umano di un’azienda.

Vivetta Massimo Piombo

Founder and owner of MP Massimo Piombo Con la nuova collezione in lavorazione, quanto le servirà vedere le novità di Milano Unica? Molto, ci vado sempre. Le fiere rimangono importanti per fare ricerca sui tessuti, ma l’istinto è alla base del processo creativo. Si può trovare ispirazione da un quadro, un ricordo, un paesaggio: la natura stessa è fonte inesauribile di suggestioni. Si può dire che i fornitori facciano parte del suo team di lavoro? Direi proprio di sì. Cerco sempre un confronto diretto con loro. Per me è davvero fondamentale avere un rapporto diretto in tutti i Paesi dove riesco a trovare i materiali unici che ispirano le mie collezioni. Nell’era dei new media, lei rinuncerebbe al suo know how sulla materia prima per una strategia social? Perché pensare che una cosa escluda l’altra? Comunque, il prodotto prima di tutto.

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Fashion designer Molti colleghi stilisti disertano le fiere e scelgono i tessuti in ufficio. Anche lei? Incontrare i fornitori fuori dai padiglioni di un salone non è difficile, ma io ricerco il contatto con la fiera, dove scopro sempre quello che non sapevo di desiderare per la mia nuova collezione. Si è fatta conoscere per i suoi ricami surreali, a forma di mani e cigni, e per gli abiti un po’ vintage. C’è spazio per l’hi-tech nella moda di Vivetta? La tecnologia è fondamentale nella sperimentazione materica, ma le wearable technologies invece non sono una priorità per chiunque faccia moda. A me, ad esempio, non interessano affatto. Col mio marchio realizzo un prodotto molto ricamato e prezioso: pensare di arricchirlo ulteriormente con un contenuto tecnologico sarebbe eccessivo. L’apporto di certi strumenti high tech serve di più a chi sviluppa collezioni più basiche e commerciali. Tessuto o design: cosa conta di più nel successo commerciale di un capo? Sono entrambi aspetti importanti. Ma una cosa l’ho imparata sulla mia pelle: il tessuto è davvero la prima cosa. Un abito fatto con il materiale sbagliato può andar bene in sflilata, indossato da una modella, ma poi diventa invendibile in negozio.


POINT OF VIEW

Pierre Louis Mascia

Fashion designer e illustratore

Massimo Nicosia Direttore creativo uomo di Pringle of Scotland

Lo strapotere dei social media condiziona anche le scelte dei designer in termini di materia prima? In un certo senso direi di sì. Ormai le collezioni nascono “Instagram friendly” e quando uno stilista concepisce un capo, deve interrogarsi da subito su quale resa avrà sullo schermo retroilluminato di uno smartphone. Non a caso, in queste stagioni c’è grande richiesta di tessuti color block e ricamati. Perché sono più fotogenici. Il tessuto intelligente è pronto a sfilare sulle passerelle delle fashion week? Le innovazioni più spinte nella moda, quelle che portano alla ribalta il tema della wearabale technology, per ora sono quasi completamente in mano al segmento dell’activewear, che però sta sviluppando temi interessanti anche per il ready to wear. Per chi, come me, lavora per un marchio che fa lusso, le novità in fatto di tecnologia che davvero ci interessano sono quelle che ti permettono di cambiare il modo di confezionare un prodotto o di sviluppare nuove silhoutte. Anticipare i tempi della moda. Conviene anche alle fiere? Tra rivoluzioni social e “see now buy now”, il fashion system si sta davvero ripensando e anche i saloni di filati e tessuti, di cui non si potrà mai fare a meno, non possono che evolversi. A cominciare dalle tempistiche. Ormai i capi che restano per il maggior tempo in negozio sono le pre-collezioni e i saloni devono adeguarsi a questa realtà. L’attuale timing non serve alle pre-collezioni: certo, ci sono gli appuntamenti di preview, ma spesso le aziende espositrici arrivano negli stand con una parte troppo piccola dei loro campionari. Non ha senso.

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Nell’epoca della digitalizzazione e della moda 4.0, ha senso (e futuro) visitare i saloni? Seguo le rassegne di settore, soprattutto Premiére Vision, non per ispirarmi, ma per avere una conferma che la strada intrapresa sia giusta. Le idee vengono da altro. Che cosa intende? Voglio dire che le tendenze sono ovunque e dipende da cosa si sta cercando. Se sai cosa cerchi sai anche dove trovarlo: potrebbe essere una fiera, la strada, un mercato dell’antiquariato, una biblioteca, una galleria d’arte. È famoso per l’utilizzo della stampa digitale. Una scelta di stile, ma anche etica... L’azienda che produce la mia collezione, Achille Pinto, è molto attenta alla sostenibilità in genere. Le stampe sono realizzate in digitale su plotter, con notevole risparmio di acqua e risorse energetiche. È davvero possibile fondere tradizione e tecnologia? Chi ci è riuscito veramente tra gli stilisti? Certo che è possibile. Penso a Issey Miyake. Per me lui è già negli anni Ottanta è stato tra i primi creativi che ha iniziato a lavorare in questo modo, combinando i tessuti artigianali con la tecnologia. Ha segnato una strada.

Daniele carlotta Fashion designer

Nel suo metodo di lavoro, quanta creatività occupa la scelta dei materiali? Nello sviluppo di una collezione il tessuto è fondamentale e la sua scelta è la parte più stimolante. Certo non è tutto: penso che l’ideale è partire dalla ricerca tessile, sviluppare la creatività e veicolare il risultato sui social. Nel successo commerciale di una collezione oggi conta di più la scelta di un tessuto oppure una buona strategia social media? Una buona strategia social aiuta, ma credo che alla fine sia sempre la qualità del prodotto a fare la differenza per il sell out. Si occupa personalmente di gestire il rapporto con il fornitore? Il mio percorso è stato per diversi anni di autoproduzione, dunque conosco personalmente i fornitori e ho sempre un rapporto diretto con loro...mi danno anche un grande supporto in fase creativa, perché con la loro artigianalità trasformano in realtà quelle che all’inizio possono sembrare cose infattibili.


THE SENSITIVE® COUTURE EUROJERSEY dedica la nuova collezione Ready to Wear dei tessuti Sensitive® Fabrics A/I 2017-18 ad una donna cosmopolita che, attraverso la passione per i viaggi, il lavoro e il tempo libero è in perfetta armonia con se stessa. Nota espressione nel settore dei tessuti indemagliabili Made in Italy, perfetto equilibrio tra eleganza e funzionalità, i tessuti Sensitive® Fabrics offrono vestibilità impeccabile per un intero guardaroba, grazie al loro look esclusivo e alle straordinarie performance. Incentrato sulla versatilità dei tessuti Sensitive® Fabrics,

FANCY 3D, intrecci e texture dall’effetto tridimensionale, geometrie e motivi cravatteria richiamano la struttura rigorosa ma al tempo stesso creativa del rombo, per un look mascolino. In GLAMOUR DECO, effetti lamè, ricami dorati e jacquard luminosi. Grazie alla tecnologia di stampa 3D i tessuti Sensitive® Fabrics

in grado di vestire ogni donna in ogni momento della giornata, THE SENSITIVE® COUTURE è il nuovo concetto alla base della collezione Ready to Wear per l’autunno-inverno 2017-18: da un look maschile in versione business per il giorno, a quello rigorosamente femminile per la sera, passando per un casual-wear confortevole. Outfit diversi per ogni occasione d’uso. I tessuti Sensitive® Fabrics assicurano eleganza e praticità per un comfort superiore ed una eccezionale traspirabilità per tutto il giorno. L’universo femminile è esplorato e interpretato dai mood di tendenza elaborati dall’Ufficio Stile di EUROJERSEY. Una raccolta di immagini e di intuizioni che si interfacciano con gli abbinamenti della tinta unita e con le tecniche di stampa più avanzate, calibrate in funzione di tre mondi di riferimento. In NEW HERITAGE sono protagoniste le stampe texture, tuxedo e melange. Superfici piatte e ultrasottili contemporanee ma dal look Heritage Classic, grazie alla stampa digitale che riproduce fedelmente effetti lana, mohaier e texture morbide. In

assumono l’aspetto di broccati e matelassè. L’innovativa tecnologia di stampa digitale consente infatti la riproduzione reale di effetti texture ed embossed dalla resa tridimensionale che sorprendono al tatto per la loro tecnicità ed elasticità. Un effetto ancor più enfatizzato sui nuovi tessuti Sensitive® Bonded Bicolor stampati, che uniscono l’alta definizione del disegno con la tecnicità di un tessuto accoppiato, perfetto per i capospalla e abiti più strutturati.

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TRAME D’AUTORE Le tematiche della cultura tessile, unite alla contaminazione con le arti visive: è questo ciò che caratterizza il ritmo stilistico della prossima stagione. di ALBERTO CORRADO

The strong themes of the textile culture join the contamination with visual arts: this is what characterizes the stylistic rhythm of the next season. VITALE BARBERIS CANONICO

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fabrics fall-winter 2017/2018

PSycho BeaT Un mondo psichedelico, colorato, allegro, libero: colori forti come un blu caldo, un fiammeggiante giallo o un rosso scarlatto. Stampe in bianco e nero, geometriche, cangianti. Fusione e sovrapposizione di strati di colore inneggiano alla vita, rappresentata come in una tela dove pittura e fotografia si fondono.

TOLLEGNO 1900 Uno sguardo al futuro viene garantito dalle trame classiche, rivalutate in chiave contemporanea. Le giacche assumono aspetti sempre più tridimensionali, che completano la proposta di uniti e falsi uniti, declinati in vari pesi e strutture.

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A psychedelic, cheerful and free world, dominated by strong colors like hot blue, flaming yellow, scarlet. Geometric, iridescent and black and white prints. Merging and overlapping layers of color. A canvas where painting and photography merge.

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Creatività allo stato puro, frutto di un grande impianto industriale dove da sempre si coltivano l’arte e il design. Un lavoro sul pensiero laterale e non convenzionale, tradotto in tessuti apprezzati da maison di moda del calibro di Hermès, Prada, Chanel, Louis Vuitton, Armani e Saint Laurent, che li acquistano per valorizzare al meglio le proprie creazioni.

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REDA ECOTEC® COLLECTION

LANFRANCHI

Tessuti&Tessuti, azienda di Carpi che produce collezioni ad alto contenuto di ricerca, scommette su un range esclusivo di tessuti in cotone di nuova generazione, Ecotec® by Marchi &Fidi, ottenuti con un processo produttivo esclusivo, tracciabile e certificato.

La tecnica pied-de-poule viene proposta in esclusiva per le chiusure lampo, conferendo matericità e un effetto vintage, grazie all’abbinamento con materiali naturali. Pezzi unici, senza compromessi in termini di qualità e inalterabilità.

Nella loro corposità autunnale, i nuovi tessuti Reda si contraddistinguono grazie a una scelta cromatica naturale, che lascia trasparire le ragioni di un guardaroba maschile composto da capi frutto di scelte precise: prima fra tutte, quella di declinare le tipologie più classiche del vestire attraverso uno spirito più sportivo.


HI-TECH COUTURE COLLECTION FABRICS

URBAN LIFE REINVENTED

“Hi-Tech Couture Collection” is the new universal wardrobe, where shapes sensations and colours are intertwined and created with Carvico and Jersey Lomellina fabrics. Beyond trends, beyond the outfits, beyond fashion. From the experience, the quality and the fabrics uniqueness that made us famous worldwide, we created new ideas to be worn and lived each day. Whoever you wish to be, wherever you will be. carvico.com

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fabrics fall-winter 2017/2018

into the deep Tutto fluttua. Fantasia, poesia, abisso come condizione umana. Il blu nelle sue innumerevoli sfumature, e poi le tonalità del grigio iridescente e luminoso. Disegni ed effetti, realizzati da un lato con antiche lavorazioni artigianali, dall’altro con le più ricercate tecnologie. Uno sguardo al passato, per non dimenticare i canoni del bello assoluto, reinterpretato in chiave contemporanea.

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Everything floats. Fantasy, poetry, the abyss as symbols of the human condition. Blue in its many nuances, and then shades of iridescent and bright gray. Designs and effects are produced on the one hand with ancient craftsmanship, on the other with the most sophisticated technologies. A look at the past to not forget absolute beauty, reinterpreted in a contemporary way.

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Un'arte antica si proietta nella creazione di tessuti ecologici, che individuano nei toni del blu e del grigio nuovi aspetti tridimensionali. Per rendere moderne anche le tipologie più “classiche”.

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LORO PIANA

GUABELLO Idee esclusive, in vari disegni e colori, si concretizzano in tessuti pettinati Super 120’S, Super 130’S, Super 150’S, lana/seta, pensati in base a differenti codici di stile: dal contemporary al sartoriale, sul filo conduttore di un'eleganza discreta e ricercata.

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BERTO Dai trattamenti e finissaggi più all’avanguardia, orientati alla sperimentazione di nuove tecnologie, all’anima naturale ed etica dei tessuti: questo è il nuovo percorso, tracciato nel rispetto dell’ambiente.

LANIFICIO COLOMBO La passione di una famiglia e la missione di un'impresa, tramutata in arte della lavorazione, che consiste in 94 processi produttivi e 18 controlli intermedi. Forte il legame con il mondo dei designer, in sintonia con le loro esigenze e le nuove forme e linguaggi del tessuto nel mondo.

Loro Piana ha fatto propria la straordinaria storia dei tessuti Pecora Nera®, ottenuti esclusivamente dal vello di pecore merino di colore scuro, che si riflette in una lana brillante nelle nuance del marrone, fino ad arrivare al nero.


TESSITURA MONTI for

Nella camiceria arriva una nuova Brezza Con l’autunno-inverno 2017/2018 Tessitura Monti lancia il progetto Brezza: una nuova gamma di tessuti nati per rispondere alle più attuali richieste del mercato in termini di raffinatezza e comfort In un’era in cui nell’abbigliamento maschile esprimere la propria personalità è d’obbligo e molto spesso le scelte prediligono il mood décontracté, nella camiceria si delineano due macro tendenze di lungo periodo, come spiega Luca Belenghi, a.d. del Gruppo Tessile Monti, di cui fa parte Tessitura Monti. «Prevale una forte caratterizzazione estetica del capo, in primis attraverso la stampa, e l’esigenza del comfort, che si traduce in tessuti leggeri, piacevoli al tatto e traspiranti», spiega il manager, a capo di un polo fra i principali produttori europei di tessuti per camiceria, con il 75% del fatturato realizzato all’estero e, dunque, una conoscenza enciclopedica del mondo della camicia. Per rispondere al meglio alle attuali richieste del consumatore, Tessitura Monti lancia con l’autunno-inverno 2017/2018 la linea Brezza: una gamma di articoli sviluppata su basi tessili diverse, dai semplici popeline agli strutturati più complessi, tutte realizzate con filato Ne 80/1, garanzia di leggerezza e raffinatezza, e caratterizzate da una mano estremamente gradevole, densa e compatta, e nel contempo da grande traspirabilità (indice doppio rispetto ad analoghi prodotti). Le stesse caratteristiche emergono anche sulla nuova base Leicester, creata con ordito in Ne 120/2, filato ritorto fra i più pregiati, a elevatissimo numero di fili e trama in Ne 80/1, che permette la realizzazio-

ne di righe dalla straordinaria definizione e brillantezza. Brezza si colloca nella fascia premium di mercato con un rapporto qualità/prezzo competitivo e può coprire tutta lo spettro delle proposte: dal classico-formale (popeline e twill) fino all’urban, passando per il business-casual. Brezza si rivolge in particolare ai brand con contenuto moda superiore. È stata presentata in anteprima a Prima MU ottenendo un’ottima accoglienza, anche se le risposte concrete da parte della clientela si attendono a Milano Unica. Brezza entrerà a far parte della nuova gamma di offerta Pronto Monti di Tessitura Monti, un servizio che rende questi tessuti sempre disponibili in magazzino e che l’azienda di Maserada sul Piave si appresta a lanciare sul mercato con un formato e una livrea interamente rinnovati. Completano la gamma delle novità presentate da Tessitura Monti a Milano Unica, la collezione Stampa, dal look dinamico e di tendenza, caratterizzata da piccoli effetti puliti, strutturati e geometrici, realizzati su basi mosse da armature di derivazioni classica, da disegnature ampie dal sapore asiatico e da raffinate stampe Flock, e la nuova proposta di prodotti in Maglia, sviluppata sia in peso camiceria che giacca, in colori facili e classici, con caratteristiche di struttura e finissaggi innovativi, per un look dinamico e di grande comfort.

Tessitura Monti Spa - Via Saltore 10 - 31052 Maserada sul Piave (TV) - Italia - Ph. +39 0422 7291 - www.monti.it - montispa@monti.it


yarns fall-winter 2017/2018

SOUL SENSE Assaporare la bellezza del tempo in una dimensione di pace e lentezza, attraverso la fantasia dei colori, all’interno di un giardino: questo è da considerarsi il vero lusso dei nostri giorni. Una filosofia “slow” che abbraccia anche il mondo dei filati, privilegiando fibre preziose. di ALBERTO CORRADO

To savor the beauty of time in a peaceful and slow mood, through the imagination of color, wandering in a garden: this can be considered the true luxury of our days. A "slow" philosophy that embraces also the world of yarns, choosing precious fibres.

FILPUCCI

Photo by Carjhclh

Verde lichene è il colore simbolo di una lavorazione dai punti elaborati. Filo delicato e dolce. Tatto indescrivibile. Squisite proprietà naturali. Sofisticate nuance. Parole d'ordine dell'inverno futuro.

CARIAGGI La morbidezza e l’eleganza del cashmere rimandano ad altri concetti: preziosità e purezza. Una semplicità raffinata, in grado di spaziare tra i colori più tenui, che richiamano la natura, il cielo e la campagna.

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IAFIL Fili intelligenti per comfort e performance. Stretch e high-tech delineano un nuovo benessere. Estrema leggerezza per accarezzare il corpo, seguendo i movimenti. Colore, peso e tridimensionalità.

LINEAPIù ITALIA

Photo by Carjhclh

La fantasia si scatena nella creatività del colore presa in prestito dalla natura, diventando metafora del mohair nei suoi diversi aspetti. Una collezione pulita e lineare, dove fibra e materia catturano tutta l’attenzione.

ZEGNA BARUFFA LANE BORGOSESIA Cashwool nasce dalla tradizione della più alta maglieria al mondo ed è fatto completamente in Italia. Lucente come la seta, morbido come il cashmere e unico, come solo le cose autentiche sanno essere.

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@imaxtree.com

HAUTE COUTURE fall-WINTER 2016/2017

True style meets dream elegance di ALBERTO CORRADO

atelier versace

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HAUTE COUTURE fall-WINTER 2016/2017

Valentino

loris azzaro

armani privé

PAR I

S-R OME

alexis mabille

La d iffer sul t enza tr a il p avol vest o della l rêt-à-po je a eis n pa ogni ongevità rter e l’h ul , def a e gau u d te c o el ca inis ltie u c r r e mo ture atter The e è m . diffe s I e o l n tt p ti pe and rence rson rêt-à-po ile ma fo betw is p r a t l i l ed e er so d ndame nee ayed at een rea p o ca n d ds w the d y-to li e d isfa i bi tale e si c h o i s l u ura e g and w n nel t ogni, l’h io ca epo haute c ter of l ear an a o c e d o u h m n u te c o a h g p losi t o. utur ng i l mome ure dre evity an aute co ts tr nts utu d ch e sse ra lp h& ss ru

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zuhair murad


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giambattista valli

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stephane rolland

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TREND

BRAND TO watch Sono marchi al debutto o con poche stagioni alle spalle, ma che stanno conquistando posizioni sul mercato. I plus? Un concept originale e una storia da raccontare DI ANGELA TOVAZZI

They are ready to debut or have a few seasons, but are gaining positions on the market. Their added value? An original concept and a story to tell.

paola brunazzi milano Paola Brunazzi launches her first collection of colorful and playful bags. Linee morbide e avvolgenti, colori accesi, un design fresco e ludico, contrassegnato da uno schizzo distintivo: due volti che si incontrano in un gioco simmetrico, fil rouge di tutta la collezione. Paola Brunazzi, nata a Casablanca e con studi alla Domus Academy di Milano, dopo aver militato in brand internazionali (da Trussardi a Dolce&Gabbana, da Tod’s a Samsonite, dove ha ricoperto il ruolo di vicepresidente ricerca e sviluppo), si lancia en solitaire con la sua prima collezione, 100% made in Italy: Paola Brunazzi Milano. Il debutto è previsto a settembre, durante le fashion week di New York e Milano (presso la galleria Entrata Libera). Compresi fra i 300 e gli 800 euro i prezzi al pubblico.

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sosud Elegant, refined, 100% made in Italy: Sosud is ready to make its debut on the market, produced by All In One Fashion. Dietro Sosud ci sono due sorelle salentine, Roberta e Alessandra Carrozzo, con alle spalle un’esperienza pluridecennale nel campo della produzione di abbigliamento di alta gamma. La loro idea è semplice, ma precisa: mettere a punto «modelli in grado di esaltare la sensualità del corpo, sottolineandone i punti di forza, o di celarne le forme per chi volesse gelosamente tenerle segrete». A tradurre il sogno in realtà è l’intesa con All In One Fashion, realtà con base legale a Londra e sede operativa in Italia, nel cuore della penisola salentina, che ne acquisisce la licenza. Il risultato è una collezione sofisticata e charmant, dove materiali pregiati, tagli sartoriali, pulizia delle forme, estrema cura dei dettagli sono gli ingredienti di pezzi dallo stile contemporary-vintage, con il sigillo del made in Italy. Pronta al via con l’autunno-inverno 2016/2017, la prima collezione Sosud presenta prezzi medi sell out intorno ai 300 euro e punta a conquistare i migliori multimarca e concept store italiani ed esteri.


Destin Destin is a scarves collection, made with high profile and precious materials.

ecoalf Javier Goyeneche presented at Pitti the first collection made with recycled marine litter. Lo spagnolo Javier Goyeneche ha lanciato Ecoalf nel 2009, sintetizzando nel nome della collezione le due cose a cui tiene di più: l’impegno ecosostenibile e suo figlio Alfredo. È pensando a lui e al futuro del pianeta che il brand ha dato il via al progetto “Upcycling the Oceans”: capi realizzati con un filo prodotto con i rifiuti di plastica recuperati nel Mar Mediterraneo. Un’avventura portata avanti attraverso la Fundación Ecoalf e partita con la collaborazione dei pescatori della costa spagnola di Levante, ma che mira a riprodursi in altre regioni del mondo. La linea, presentata a Pitti Uomo, è venduta in top shop come Harvey Nichols a Londra, Galeries Lafayette a Pechino e Isetan in Giappone.

È il 2008 quando Giuseppe Garbaccio mette a punto la sua idea di sciarpe made in Italy dalle trame preziose e leggere, di grandi dimensioni, strapazzate da un lavaggio e un finissaggio estremi: un concept originale che piace a Yashiki Hideharu, amico e distributore nel campo della moda in Giappone, a cui Beppe aveva mandato i primi prototipi. Da quel momento una semplice intuizione si trasforma in marchio, Destin, oggi sinonimo di una collezione presente in 350 store worldwide, tra cui Antonia, Antonioli, Excelsior, Brian&Berry, Sugar e Le Bon Marché. Il prezzo retail è di circa 200 euro.

SEMPACH Sempach jackets are inspired by the Swiss military equipment and made with exclusive fabrics. Con tre stagioni alle spalle, la ricetta di Sempach punta su pochi ingredienti: l’ispirazione proveniente dall’equipaggiamento militare elvetico (in primis il paracadute e la tenda da campo), la funzionalità come imperativo, tre tessuti esclusivi realizzati dal team creativo in house e declinati in altrettanti colori, che per la prossima spring summer scelgono il blu, il beige e il verde militare (con la versione camouflage). Prodotta dalla milanese Blackboard, la collezione è distribuita in 350 punti vendita su scala globale, tra cui United Arrows e Isetan in Giappone, 10 Corso Como Seoul in Corea, Excelsior, Antonioli e Penelope in Italia. I prezzi medi sell in sono compresi tra i 75 e i 105 euro.

Love stORIes Born in 2013, it’s an underwear collection “to show”, with individual pieces that can be mixed and matched. Un intimo con la stessa dignità dell’outerwear, capace di raccontare lo stile della persona che lo indossa: Love Stories, fondato ad Amsterdam nel 2013 dalla fashion e interior designer Marloes Hoedeman, nasce da questo concept. Un’idea vincente: in poche stagioni il brand è riuscito a conquistare 450 retailer di 28 Paesi - tra cui l’Italia, dove è commercializzato da In Style Showroom - e ad aprire due monomarca, ad Amsterdam e ad Anversa. I punti di forza? Praticità, qualità e una forte connotazione fashion, per pezzi di underwear “da mostrare” e da personalizzare a piacimento, con il plus di un prezzi appealing, tra i 40 e i 60 euro al retail. Forte dei buoni riscontri di pubblico, ora Love Stories apre un nuovo capitolo e lancia il beachwear: la collezione si chiamerà Swimclub e debutterà con la primavera-estate 2017.

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OPENING di ELISABETTA CAMPANA

CÉline: nuovo concept in Montenapo

Brioni riparte da Parigi

Céline reopens its flagship in via Montenapoleone 25/2, Milan. The 320 sqm store now includes the building’s second floor and features the concept which is already on show in Paris and London.

Brioni opens a new store, 590 sqm, in rue Saint-Honoré 370, Paris, designed by David Chipperfield Architects.

Céline riapre il flagship di via Montenapoleone 25/2, a Milano, con il nuovo concept store, giocato su artigianalità, ricerca e innovazione, già proposto in altre capitali della moda come Parigi e Londra. Il monomarca di 320 metri quadri, raddoppiato nella superficie, adesso si sviluppa anche al primo piano e presenta una facciata con 11 vetrine.

Inaugurato al 370 di rue Saint-Honoré, lo store Brioni di 590 metri quadri esprime la nuova visione del marchio sotto la direzione creativa di Justin O’Shea ed è firmato da David Chipperfield Architects.

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The kors Edit, inedito pop-up store

HOMMe PlissÉ Issey Miyake A TOkyo

Michael Kors transforms the brand’s lifestyle store at 384 Bleecker street, New York, into a serialized pop-up store titled The Kors Edit.

The new Homme Plissé Issey Miyake store in Daikanyama area, Tokyo, is dedicated to the Japanese designer’s new pleated menswear collection.

Michael Kors reinventa il suo lifestyle store newyorchese al 384 di Bleecker street, trasformandolo in un pop-up store a rotazione mensile, dal nome The Kors Edit. In vendita le proposte, anche uniche, scelte dal designer personalmente, che variano a seconda delle occasioni e degli eventi.

La nuova collezione di Issey Miyake per l’uomo contemporaneo, nata dallo sviluppo dalla tecnica di plissettatura ideata dal designer giapponese, debutta con il suo primo store nel quartiere di Daikanyama a Tokyo. Lo spazio Homme Plissé Issey Miyake è stato progettato da Naoto Fukasawa.

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Chanel raddoppia a venezia

prada si rinnova, iniziando da shanghai

Over 380 sqm on three levels for the new Venetian boutique of Chanel, the second in the city, located in calle Larga XXII, 2070/a.

Prada unveils its new concept store - to embrace an intimate shopping experience starting from its long-established Shanghai boutique, 1.400 sqm at Plaza 66 mall.

Chanel apre il secondo store veneziano al 2070/a di calle Larga XXII Marzo. Lo spazio - di oltre 380 metri quadri su tre livelli, disegnato da Peter Marino - coniuga lo charme parigino con l’eleganza senza tempo, ispirandosi all’appartamento di Mademoiselle.

Prada scommette su una shopping experience più intima, privata e personalizzata. Il nuovo concept - firmato dal team Prada e non più da Roberto Baciocchi - ha debuttato nel Plaza 66 di Shanghai, nello storico store del brand di 1.400 metri quadri, su tre livelli. New look anche a Hong Kong, Zurigo e Mosca.

valentino: Moda e Arte a Omotesando

N.21 scommette sulla cina

Valentino opens its new Omotesando flagship store in Aoyama, Tokyo. The 360 sqm boutique is designed by Pierpaolo Piccioli and David Chipperfield.

N.21 lands in China. The new 100 sqm store is in the Hangzhou Tower mall, Hangzhou. Next opening, Hong Kong.

360 metri quadri a Omotesando, Aoyama, nel cuore di Tokyo per il nuovo monomarca Valentino del dopo Chiuri, con un’immagine creata da Pierpaolo Piccioli insieme all’architetto David Chipperfield. Per l’opening il direttore creativo della maison ha puntato su un’installazione frutto della collaborazione con l’artista Maripol.

Dopo l’apertura di cinque shop in shop in Corea del Sud, N.21 sbarca in Cina, inaugurando uno store di 100 metri quadri all’interno del mall Hangzhou Tower di Hangzhou. Prossimo step Hong Kong, entro fine 2016.

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portraits

ANINA

Da modella a guru del fashion tech Americana, dopo una carriera di modella e blogger, che l’ha resa celebre soprattutto in Cina, ha fondato la società 360Fashion Network, con cui sviluppa una serie di progetti per avvicinare la moda alle nuove tecnologie. Ultimo in ordine di tempo, 360Fash Tech Kits

• Anina, meglio conosciuta come Anina.net, non rivela la sua data di nascita • Nel 2004 è una delle prime modelle e blogger • Nel 2005 inizia a specializzarsi in fashion e technology

di Elena Azzola

• Nel 2010 organizza 360Fashion & Tech International Brand Building Conference a Pechino

Following a career as a model and blogger that made her especially famous in China, Anina founded the 360Fashion Network company, with which she is developing a series of projects to bring fashion into closer contact with new technology. The most recent of these is 360Fash Tech Kits.

A

#Fashiontech Berlin (la conferenza sul futuro della moda, promossa dal salone Premium di Berlino) dello scorso luglio ha incantato la platea raccontando, con fare disinvolto e accattivante, cos’è la sua “creatura” 360Fash Tech Kits e come gli stilisti possano facilmente creare abiti e accessori smart, ossia dotati al loro interno di tecnologie utili al consumatore finale. Bellissima, come solo una ex modella può essere, Anina, che si fa chiamare anche Anina.net, è perfettamente a suo agio nel ruolo di innovatrice tecnologica e ponte tra la moda e il tech. Del resto, sono più di dieci anni che lavora con primarie aziende del settore come Intel, Ibm, Microsoft e Samsung, per applicare le loro ultime novità all’industria del fashion. Americana, basata tra Pechino e San Francisco, Anina ha iniziato a lavorare come modella, ottenendo un grande seguito, soprattutto nella Repubblica Popolare: la China Central Television l’ha nominata “China’s top foreign model” nel

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• Negli anni successivi si occupa della rassegna Chic 360Fashion & Tech Expo in occasione del salone Chic di Pechino, che nel 2015 diventa Chic 360Fashion & Tech Smart Fashion Expo con il trasferimento a Shanghai della fiera della moda cinese

2009. Suo anche un altro primato: è stata tra le prime modelle blogger, avendo iniziato a scrivere un diario online nel 2004. Lei stessa spiega così la sua innata passione per le nuove tecnologie e forme di comunicazione: «Vengo da una famiglia di ingegneri e, quasi per caso, mi sono ritrovata sulle passerelle di Parigi. Durante la mia carriera di modella, la tecnologia mi ha aiutata ad accelerare il business e ad avere successo e da allora ho sempre cercato di portare soluzioni innovative nella moda». Con la sua società 360Fashion Network Anina lavora nell’ambito del virtual reality shopping, della realtà aumentata e interattiva nel retail e nelle app per il mobile, insieme a fashion brand come Vero Moda, Eley Kishimoto, Feizi, WeWe, Guo Pei e altri. Da più di cinque anni collabora con la China National Garment Association alla realizzazione di grandi eventi, tavole rotonde e sfilate sui temi della wearable technology, della stampa in 3D e dell’Internet of Things.

• Nel novembre 2015 organizza Ibm 360Fashion & Tech Startup Runway & Innovation Awards a San Francisco

Ha progettato e seguito la creazione di numerosi capi di abbigliamento e accessori di ultima generazione, come Robotic Dress, Motion Dress, Laser Clothing, Wifi Connected Clothing e gioielli con Misfit Shine, activity tracker da portare al polso o al collo. L’ultima sua fatica è 360Fash Tech Kits, una serie di IOT (Internet of Things) maker kit plug-and-play per i fashion brand, che permette di creare sofisticati capi di abbigliamento e accessori high tech, senza bisogno di codifica o saldatura. «Sono un’autodidatta - chiarisce -. Le piattaforme e le app che ho sviluppato sono tutte basate su conoscenze ■ che mi sono creata da sola».


MANIFATTURA 1887 FRATELLI BERTO for

Oltre i confini dell’indaco “Manifattura 1887” è la punta di diamante di Berto Industria Tessile. Tessuti frutto di sperimentazione attenta e di rispetto per una tradizione ultracentenaria, alla ricerca di una concezione inedita del denim. Blue Selvedge, Mazzini 11 e Le Mani: tre le anime della nuova label. Andare oltre i limiti del denim, guardando indietro alle tradizioni artigianali o, viceversa, proiettandosi verso un futuro di innovazione e sperimentazione. Con Manifattura 1887-Fratelli Berto, Berto Industria Tessile lancia una nuova etichetta, la quintessenza del suo percorso: oltre un secolo di esperienza nell’universo dei tessuti. Il nome rimanda all’anno di fondazione dell’azienda di Bovolenta, in provincia di Padova, e la dicitura Fratelli Berto suggella il legame con la sua storia. Una linea di tessuti al top con tre anime distinte, ciascuna con una precisa fisionomia. Blue Selvedge identifica un’offerta di tessuti in denim realizzati su antichi telai meccanici a navetta, originali degli anni Cinquanta, appositamente restaurati. Macchinari in ferro, ghisa, legno e cuoio che hanno il sapore delle cose vissute, in grado di funzionare solo se azionati da mani esperte. Tessuti dall’aspetto unico e vissuto, in cui anche le eventuali irregolarità sono l’ulteriore prova del pregio del prodot-

to. Con Mazzini 11 ci troviamo nel terreno della sperimentazione più avanzata: un viaggio oltre i confini dell’indaco, alla scoperta di inediti punti di vista e percorsi di stile per il denim. Il nome vuole ricordare il luogo da cui tutto ha avuto inizio, l’indirizzo della sede di Berto Industria Tessile, e in cui tutto continua ed evolve. In cui il cotone si mescola per la prima volta con la lana, il cashmere e la seta, dando vita non solo a capispalla ma anche a borse e tessuti di arredo. Soluzioni pensate per moderni gentelmen, raffinati e sofisticati, in grado di riconoscere il bello e di valorizzarlo. Ma c’è spazio per spingersi oltre: ecco la serie Le Mani, il punto in cui passato, presente e futuro si incontrano, per dare vita a progetti su misura a elevata personalizzazione, che amano avventurarsi anche in territori al di fuori dell’abbigliamento. Tessuti realizzati interamente a mano, che grazie ai gesti ripetuti, alla grande pazienza e attenzione creano un prodotto dal valore inestimabile.

Berto E.G. Industria Tessile S.r.l. - 35024 Bovolenta (Padova) Italia - Ph. +39 049 95.99.711- Fax +39 049 95.99.702 - www.berto.it - www.manifattura1887.it 14_03_2016

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CAREERS a cura di ANDREA BIGOZZI

La Perla: via Pedro Lourenço, promossa Julia Haart Pedro Lourenço is out and Julia Haart is the new creative director at La Perla. Haart already worked on La Perla’s spring and fall collections.

Calvin Klein: con Simons obiettivo 10 miliardi

Julia Haart è il nuovo direttore creativo di La Perla. Prende il posto dopo soli sei mesi di Pedro Lourenço, il cui contratto è scaduto a fine luglio. Per la designer americana, che debutterà con la collezione primavera-estate 2017, si tratta di una promozione, visto che era già operativa nell’ufficio stile del brand da due stagioni. Julia Haart, che ha lanciato da qualche stagione anche un marchio di calzature con il suo nome, in veste di direttore creativo de La Perla avrà la supervisione delle collezioni di lingerie, nightwear, beachwear, menswear, degli accessori e della nuova linea di ready-to-wear.

Calvin Klein has confirmed Raf Simons as chief creative officer. This marks a new era in American fashion brand, whose goal is to reach 10 billion dollar turnover. I rumors si rincorrevano da mesi, ma la conferma ufficiale è arrivata in piena estate: Raf Simons, ex direttore creativo di Dior, è stato nominato chief creative officer di Clavin Klein, si occuperà di creatività, marketing, comunicazione e avrà il compito di portare il brand Usa a raggiungere i 10 miliardi di dollari di fatturato. Il debutto avverrà con la collezione autunno-inverno 2017/18, ma ancora non è chiaro se la griffe continuerà a sfilare a Milano con la collezione uomo come in passato. La nomina di Simons arriva a quattro mesi dall’uscita di Francisco Costa e Italo Zucchelli, rispettivamente direttori creativi della linea maschile e femminile di Calvin Klein Collection, mentre Kevin Carrigan, responsabile delle collezioni Ck e Jeans, ha atteso due giorni dalla new entry di Simons per rassegnare le dimissioni. Lo stilista belga sarà affiancato dal suo braccio destro di sempre Pieter Mulier in qualità di direttore creativo.

Iceberg sceglie James Long come direttore creativo unico Arthur Arbesser exits Iceberg. James Long becomes the only creative director of the Italian brand. Dopo appena un anno di collaborazione, Iceberg dice addio al direttore creativo della collezione donna, Arthur Arbesser. A partire dall’autunnoinverno 2017/2018 James Long, che già disegna l’uomo, diventerà unico direttore creativo del brand di casa Gilmar. La prima conseguenza di questo avvicendamento è che Iceberg ha deciso di non sfilare durante la fashion week di settembre, mentre le collezioni primavera-estate 2017 restano comunque oggetto di una regolare campagna vendita. Long, che vive e lavora a Londra, ha lanciato una sua linea maschile nel 2011, che sfila nella capitale inglese.

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Paolo Roviera passa da Pal Zileri a Corneliani Corneliani has appointed Paolo Roviera as new CEO. Before he was at the helm of Pal Zileri and head of Emea at Ermenegildo Zegna. Paolo Roviera è il nuovo amministratore delegato di Corneliani. La nomina arriva a breve distanza dall’annuncio dell’accordo con gli arabi di Investcorp, che si sono aggiudicati la maggioranza dell’azienda del menswear. Per salire alla guida di Corneliani, il top executive ha lasciato la poltrona di ceo di Pal Zileri. Roviera, in passato anche responsabile Emea di Ermenegildo Zegna, avrà il compito di guidare il nuovo corso di Corneliani ed è operativo dal 5 settembre. Nelle fila della realtà mantovana entrerà inoltre Stefano Gaudioso, anche lui ex Pal Zileri ed Ermenegildo Zegna, con il ruolo di general merchandising manager.


Gian Giacomo Ferraris alla guida di Cavalli Roberto Cavalli announced Gian Giacomo Ferraris as its new ceo. He comes from Versace, where he was ceo from 2009 until this years. Gian Giacomo Ferraris è il nuovo amministratore delegato di Roberto Cavalli. Il manager, artefice del rilancio di Versace, ha ora il compito di ridare smalto alla maison fiorentina, controllata dal fondo Clessidra. Prende il posto di Renato Semerari, che lascia la carica per divergenze sulle strategie di sviluppo della società. Fuori anche il presidente Francesco Trapani. Il fondo Clessidra si attende i “miracoli” della cura Ferraris, che ha fatto raddoppiare le vendite di Versace in cinque anni, anche per la Roberto Cavalli, il cui rilancio stenta a decollare. Nel 2015 i ricavi del gruppo fiorentino sono diminuiti del 14% a 179,7 milioni di euro.

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Kiton amplia il team con Pirone (ex Vuitton)

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Marco Pirone becomes executive vice president of Kiton. He joins from LV Italy, where he was managing director. Marco Pirone ha lasciato la guida di Louis Vuitton Italia dopo quattro anni per assumere il ruolo di executive vice-president di Kiton. Il manager ha fatto il suo ingresso nell’azienda napoletana, specializzata nell’abbigliamento maschile, dal 1° settembre, con la responsabilità dello sviluppo del canale retail, marketing, comunicazione e licenze. Pirone, al suo ingresso in aizenda, si occuperà della rinegoziazione della partnership dei profumi con Estée Lauder, in scadenza a fine 2017.

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Dell’Oglio presidente dei buyer fino al 2018 Mario Dell’Oglio was confirmed as chairman of Camera Italiana Buyer Moda until 2018. Mario Dell’Oglio resterà presidente della Camera Italiana Buyer Moda fino all’estate 2018. I rappresentanti dei migliori multimarca della Penisola, oltre a confermare la fiducia al negoziante di Palermo, hanno anche rinominato Beppe Angiolini di Sugar presidente onorario. Entrano nel consiglio direttivo Jacopo Tonelli di L’Inde Le Palais e Maurizio Coltorti di Coltorti. Tra le novità di queste elezioni di metà mandato la decisione del presidente arruolare un project manager esterno.

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Come to CHIC and develop new distribution channels.

03 / 15-17 / 2017 China International Fashion Fair (Spring) National Exhibition and Convention Center (Shanghai)

CHIC Spring for collections of autumn/winter 2017

CHIC in Italy

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PEOPLE DI CARLA MERCURIO

CRISTINA MUSACCHIO

«IL BELL’ASPETTO NON BASTA, SE NON C’È LA CULTURA» Culture is important, because beauty is not enough. Cristina Musacchio, 22 years old, is sure about it and aims to graduate in law, besides being a successful blogger and influcencer. «La cultura è importante, perché il bell'aspetto non basta». Ne è convinta Cristina Musacchio, 22 anni di Termoli, che all’attività di blogger-influencer affianca gli studi in giurisprudenza. Una ragazza con una scala di valori ben precisi che, tiene a sottolineare, i 770mila follower su Instagram, i 155mila like su Facebook e i 92mila su Twitter non sono riusciti a scardinare: «La notorietà non mi ha fatto montare la testa, né tantomeno ho saltato sessioni di esami. Non è detto che farò l’avvocato ma gli studi sono un valore aggiunto non da poco». «E non parlatemi di pose osé - aggiunge -. Odio gli scatti provocanti e sto attenta a essere sempre ben coperta e composta». Partita con il suo blog (cristinamusacchio.com) un paio di anni fa, Cristina, che oggi vive a Milano, è appassionata di moda fin da bambina: «Mi divertivo a disegnare abiti ispirandomi alle immagini delle riviste. Poi sono stata attratta dalle prime influencer statunitensi e ho deciso di mettermi in gioco, scaricando Instagram. Postavo fotografie e il seguito di follower cresceva, fin quando le aziende hanno cominciato a contattarmi». «Curo con molta attenzione le immagini e i testi e nelle scelte strategiche ho il prezioso aiuto del mio fidanzato, che mi affianca in questa avventura - prosegue -. Non ho mai comprato un follower:

scelta inutile, perché sono le interazioni che contano. Per fortuna Instagram sta eliminando tutti gli account inattivi». Cristina è una delle Maybelline girl in Italia, è divenuta brand ambassador di Magnum insieme a Nina Zilli e della linea beachwear di Fay ed è stata scelta da SonyMusicItalia per rappresentare l’Italia negli eventi musicali del Nord Europa. Fra le collaborazioni digital annovera, tra le altre, realtà come Golden Point, 20th Century Fox, Raspini, Narciso Rodriguez, Primark e Bikkembergs. «Amo il mio lavoro perché mi dà la possibilità di viaggiare, conoscere persone e luoghi e coltivare la passione per la moda - spiega -. Sono una fan di Alessandro Michele, che ha saputo dare un nuovo punto di vista a Gucci. Ma indosso volentieri anche i jeans, lunghi o short non fa differenza. I miei preferiti? Quelli di Levi’s, con cui ho fatto anche una collaborazione».

CHIARA LOSH

«INFLUENCER SÌ, MA PRIMA DI TUTTO SONO UN’ARTISTA» Dancer, singer and actress, Chiara Losh does not go unnoticed, with her pink hair and her agile and tonic body. Her goal? To keep on working in the entertainment world. Con i suoi lunghi capelli rosa, Chiara Losh non passa inosservata. Ma anche il suo fisico, tonico e scattante, si fa subito notare: il risultato di oltre 20 anni di danza. «Ho iniziato a due anni e non ho mai smesso - spiega -. Nel frattempo mi sono appassionata anche allo studio del canto e della batteria. Più che un’influencer, in effetti, mi considero un’artista e il mio obiettivo è rimanere nel mondo dello spettacolo, dove vanto esperienze di corista per Paolo Meneguzzi, di ballerina per gli show di Angelo Pintus e di conduttrice per progammi come Sportcam e Music Fail su Sky». Fra le passioni di Chiara, nata a Casale Monferrato nel 1991 e il cui vero cognome è Lo Sciuto, ci sono anche la moda («Mamma e nonna sono sarte e da bambina passavo ore nel loro laboratorio») e la fotografia («Ho due zii e un cugino fotografi»). Grazie al blog losh.it e ai social media, Chiara ha potuto "cucire" le sue passioni e dare visibilità alle proprie doti artistiche, conquistando 31mila follower su Instagram e oltre 12mila like su Facebook e catalizzando l’attenzione dei brand di beauty e moda con cui collabora: da Puma a Terranova, da Fiat 500 a Nivea, Guam e Nuxe. «Fra i miei seguaci ci sono molte coetanee che apprezzano le foto e i video in cui canto, la mia naturalezza e lo stile boho chic. E che di sicuro non si perderanno la nuova sezione Fitness sul blog».

06_09_2016

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RED CARPET

MTV VIDEO MUSIC AWARDS

BEYONCÉ VESTE ITALIANO

Beyoncé pigliatutto: è stata lei la trionfatrice della serata degli Mtv Video Music Awards, al Madison Square Garden di New York il 28 agosto. “Queen B” ha portato a casa sette premi, tra cui quello di miglior video dell’anno per “Formation” e di miglior video femminile per “Hold Up”. Raggiante sotto i riflettori, ha indossato un modello couture in tulle, piume e diamanti di Maison Francesco Scognamiglio. Non da meno la figlia Blue Ivy, che ha optato per un insieme di Mischka Aoki, con ricami dorati, lungo strascico in tulle e applicazioni in 3D, in vendita da Bergdorf Goodman a quasi 11mila dollari. La più procace? Nicki Minaj, con un abito Bao Tranchi.

Courtesy Mtv - Photo Getty Images

A CURA DI ALESSANDRA BIGOTTA

Beyoncé trionfatrice agli Mtv Video Music Awards con un abito Maison Francesco Scognamiglio

Rihanna durante una delle sue esibizioni al Madison Square Garden di New York: indossa una creazione di Alexandre Vauthier

Blue Ivy, figlia di Beyoncé e Jay-Z, vestita Mischka Aoki

Le forme di Nicki Minaj esaltate dalla mise di Bao Tranchi

UN EVENTO A MILANO

ALLA TRIENNALE

PUGLIA CHIAMA BIELLA

SHENGZE STYLE

Il meglio della tradizione sartoriale pugliese ha incontrato i più pregiati tessuti made in Biella durante un evento nella showroom milanese di Vitale Barberis Canonico, storica tessitura di quest’area del Piemonte. Un modo per celebrare l’uscita del numero di Fashion con un approfondito dossier sul “made in Puglia”.

Tutto esaurito da Vitale Barberis Canonico per l’evento sul made in Puglia

Salvatore Toma, co-titolare della G.S.T. di Sava (Taranto)

Tessuti Vitale Barberis Canonico esposti in showroom

Ariana Grande ha scelto un insieme all black firmato Alexander Wang

Lo show di Xiuxiu by Yang Jie, fashion designer proveniente dalla Cina, al Salone d’Onore della Triennale di Milano il 30 agosto, è il primo passo di un progetto più ambizioso: la nascita nel 2017 dello Shengze Milan Fashion Design Centre, istituto di ricerca volto a favorire sinergie tra il mondo tessile italiano e cinese.

Foto di gruppo con lo stilista Yang Jie e Mario Boselli, presidente onorario Cnmi

Alicia Keys senza trucco ma griffata Just Cavalli

Linee semplici per il cocktail dress femminile

Echi della tradizione orientale sulla passerella milanese

The Mtv Video Music Awards (VMA) event at Madison Square Garden (New York) was the first red carpet after summer holidays. Under the spotlight Beyoncé, who won seven awards and wore a precious dress of an Italian brand, Maison Francesco Scognamiglio, the new couture collection of the eponymous fashion designer. For her daughter, Blue Ivy, Mischka Aoki created a princess-like model. On this side of the ocean, a cocktail in the Vitale Barberis Canonico showroom in Milan was the occasion to celebrate the link between made in Biella textile and made in Puglia formalwear, after the publication of our issue dedicated to the most significant menswear manufacturer of this region of South Italy. Last but not least, a fashion show in the main room of Triennale museum in Milan: on stage ready-to-wear signed by the Chinese designer Yang Jie, in order to start a cooperation between Italy and the textile Shengze district.

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AUTHENTIC CONTEMPORARY MENSWEAR FABRIC

www.lanificiobottoli.com


Mary Katrantzou Designer

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