MAGAZINE DI TECNOLOGIA, INNOVAZIONE, RICERCA E IMPRESA CULTURA Una lingua sempre più povera
INNOVAZIONE Grano sotto stress, ora c’è una app
Culture An increasingly poorest language
Innovation Wheat under stress, now there is an app
Technology, Innovation, Research and Business Magazine
Aprile 2022 | Anno III | n. 1 | Rivista quadrimestrale | Registr. Tribunale di Pisa n. 6/2020 del 4.11.20 SF: € 6, Abb: € 10 | Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento postale - Aut. n. 2453/2020 del 01.11.2020 - Periodico R.O.C.
Di generazione in (ri)generazioni IL RINNOVAMENTO È NELLE RADICI: STORIE D’IMPRESE E DI CITTÀ CHE CAMBIANO
From generation to (re)generations Renewal is in roots: stories of changing businesses and cities
UNA INIZIATIVA DI CAMERA DI COMMERCIO DI PISA E UNIONE INDUSTRIALE PISANA Editore: Pacini Editore Srl, via Gherardesca 1, 56121 Pisa | Direttore Responsabile: Eleonora Mancini Indirizzo della redazione: via Gherardesca 1, 56121 Pisa | Registrato Tribunale di Pisa n. 6/2020 del 4.11.20 Tipografia: Industrie Grafiche Pacini, via Gherardesca 1, 56121 Pisa
Editoriale
Ispirati dalle radici Inspired by the roots
Andrea Madonna direttore editoriale eXL
“C
’è sempre una luce anche nella burrasca più buia”. Prendo in prestito questo messaggio dalle parole di una imprenditrice, tenace e coraggiosa, che, assieme ad altri colleghi, in questo numero di eXL ci fa esplorare un aspetto del mondo industriale assai di rado percepito all’esterno. Se è comune associare al concetto di impresa quelli di fatturato, tecnologie, crisi, vertenze sindacali, è invece inconsueto pensare a essa come a un luogo voluto, ideato, costruito, “allevato” dalle persone e, nel nostro caso, da generazioni di famiglie. Ecco, abbiamo voluto aprire queste pagine raccontando la nostra industria, potremmo dire, da dietro le quinte perché il nostro omaggio ai 100 anni dell’Unione Industriale Pisana possa muovere delle riflessioni: la luce di cui parliamo è, sì, una idea illuminante che ne genera di nuove, ma anche l’appartenenza, la responsabilità, le radici. Essa è insomma la motivazione, ciò che ci fa guardare avanti o voltarci all’indietro per ricordarci chi siamo. Questo è in fondo il senso del numero di eXL che avete tra le mani. Siamo gli eredi di chi ci ha preceduto e l’eredità di chi verrà dopo, in un continuo processo di rigenerazione tra generazioni di persone e di idee. Leggerete appunto di come alcune imprese storiche della nostra Provincia sono state più forti del tempo e delle sue prove, o di come scienziati, ricercatori, medici o amministratori pubblici, ciascuno di
essi nei propri campi e con i mezzi a disposizione, danno nuova vita o nuove prospettive, rigenerandolo, all’esistente. Se guardiamo agli ultimi cento anni della nostra storia, il primo elemento che cogliamo è certamente la velocità del progresso che ha migliorato in modo sensibile la qualità della nostra vita e contribuito a diffondere il benessere. I ritmi del progresso devono però essere governati dalla ragione, da visioni manageriali non limitate al qui e ora, ma ampliate su orizzonti decennali. La capacità, insomma, di guardare oltre il momento e, sì, anche di rischiare con l’umiltà e le nostre radici come faro. È una bella lezione concreta quella che, da queste pagine, ci lasciano industriali, ricercatori, amministratori di ieri e di oggi e su cui ci piace riflettere anche ora, tra una pandemia e una guerra. We are heirs of those who preceded us and, at the same time, legacy for those who will come later, in a continuous process of regeneration between different generations of people and ideas. You will here read about historical enterprises of our province which have been stronger than time and its challenges; or how scientists, researchers, doctors or public administrators, each of them in their own fields and with their own available means, give new life or new perspectives to the existing, at the same time regenerating it.
| aprile 2022
In questo numero RICERCA
Editoriale
Ispirati dalle radici
Inspired by the roots . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
1
L’era del Quantum
The era of Quantum . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Menti matematiche
Mathematical minds . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
primo piano A century of UNIONS . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 6
Quale futuro per la lirica?
What future for opera? . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Imprese di famiglia
Povera lingua!
IT2PAO, il laboratorio intelligente
Street art, un curioso destino
Family businesses. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 7 IT2PAO, the intelligent laboratory . . . . . . . . . . . . . . . . 18 Fossabanda, room for merit . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
20
Children give grades . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Paralisi cerebrale, nuove speranze
Cerebral palsy, new hopes . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
L’Ospedale è virtuale
Street art, a curious destiny . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
24
The virtual Hospital . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 26
40
INNOVAZIONE
Wheat, an app against stress . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
22
35
Poor language! . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 38
Grano, una app contro lo stress
SANITÀ
I bambini danno i voti
32
ARTE E CULTURA
L’INTERVENTO Un secolo di UNIONI
Fossabanda, spazio al merito
29
43
ECONOMIA
Nuove leve in azienda, una guida
A guide to new recruits in companies. . . . . . . . . . . .
Transizione digitale
45
Digital transition. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 47
Una iniziativa di Camera di Commercio di Pisa e Unione Industriale Pisana UNIONE INDUSTRIALE PISANA Logo 100° anniversario
Con il contributo di PANTONE 280 C
PANTONE 284 C
primo piano
Le firme eXL
Editoriale
MODERNI per TRADIZIONE Preparare il futuro (r)innovando la memoria
Andrea Madonna direttore editoriale eXL
Michele Emdin
Michele Loporcaro
Francesco Marcelloni
Stefano Pitti
Stefano Renzoni
Giuseppina Sgandurra
Modern by tradition Preparing the future by (re)innovating memory
| aprile 2022
Edizione digitale, aggiornamenti e notizie su:
www.exlmagazine.it
Ha collaborato a questo numero: Franco Farina Redazione Eleonora Mancini, Luca Biagiotti, Francesco Ceccarelli, Federica Fontini, Luca Fracassi, Chiara Lazzaroni, Silvia Maculan, Nicola Maggi, Laura Magli, Andrea Pantani, Alberto Susini, Domenico Trombi, Carlo Venturini
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Comitato scientifico Luigi Doveri, Paolo Ferragina, Manrico Ferrucci, Leonida Gizzi, Andrea Madonna, Stefano Marmi, Patrizia Alma Pacini, Michela Passalacqua, Andrea Piccaluga, Valter Tamburini, Patrizia Paoletti Tangheroni, Riccardo Toncelli
In collaborazione con
Progettazione grafica e impaginazione Margherita Cianchi Comune di Pisa
Realizzazione editoriale e stampa Pacini Editore Srl, Pisa
Partner
Questa rivista utilizza vernice e plastificazione antibatteriche
primo piano
Editoriale
MODERNI per TRADIZIONE Preparare il futuro (r)innovando la memoria
Andrea Madonna direttore editoriale eXL
Modern by tradition Preparing the future by (re)innovating memory
| aprile 2022
L’INTERVENTO
Un secolo di UNIONI A century of UNIONS
N PATRIZIA ALMA PACINI presidente Unione Industriale Pisana
ei cento anni di UIP è compreso un secolo di rapporti, di “unioni”, appunto, con il territorio di cui le nostre imprese sono allo stesso tempo emanazione e linfa. Una di queste unioni si sostanzia con il sistema universitario e della ricerca rappresentato dall’Ateneo, dal Cnr, dalle scuole di eccellenza, centri di irraggiamento di sapere e di ingegno. Lo scambio tra impresa e Università di Pisa ha spinto e sostenuto la nascita di molte nostre industrie e lo sviluppo di alcuni settori che continuano a essere in un certo modo connotanti e identitari del nostro territorio, come la farmaceutica o l’informatica. Cento anni di Unione, cento anni di scambi, quindi, tra un sistema industriale, portatore di ingegno, capacità imprenditoriali e mezzi economici, e un territorio come quello della provincia di Pisa vocato all’impresa e favorito da condizioni naturali e infrastrutturali come pochi altri in Toscana e in Italia. In questo senso, il dialogo e l’intesa con le istituzioni si rivelano fondamentali, essendo le imprese un cardine centrale nel sistema sociale di piccoli e grandi Comuni, se pensiamo ai livelli di occupazione o all’indotto che da sole esse sviluppano. Tra i molti elementi che creano unione con le nostre imprese, ce ne sono infine due che mi piace rilevare in modo particolare: essere unici ed essere garanti di qualità. Mentre a livello globale la competitività è elevata, l’industria pisana, anche nei momenti più critici, non ha mai rinnegato se stessa e i propri valori. E ancora oggi rappresenta un patrimonio italiano di cui andare orgogliosi.
The hundred years history of UIP is made of relationships, of “unions”, in fact, with the territory of which our companies are emanation and lymph at the same time. A territory represented by University and research system as well as by industries: in the last hundred years that same territory has created models of exchange and mutual enrichment. The province of Pisa represents, in short, a territory suited to business, favored by nature and infrastructures, a mix very difficult to find in other areas. Finally, there is another union, that between our industry and our nation: we are the real “Made in Italy”, i.e., quality assurance, excellence, know-how. We are value and heritage.
| primo piano
TESORI DI FAMIGLIA Quando un’impresa entra nel sangue: l’industria pisana e le sue generazioni Family businesses
DI ELEONORA MANCINI
Come una sinfonia, tra allegri e adagi, potremmo immaginare la storia dell’industria pisana degli ultimi cento anni. Accelerazioni, sulla spinta delle nuove tecnologie e della globalizzazione, o rallentamenti, residui della Grande Guerra o effetti di quella successiva, di crisi economiche o della recente pandemia, sono assieme cornice e fotografia delle fasi vissute dalle aziende più longeve del nostro territorio, tutte accomunate dalla stessa attitudine: tenere il tempo e sapersi rigenerare. Un ulteriore tratto, la famiglia, collega in qualche modo queste imprese, quasi tutte nate dall’intuizione dei loro fondatori prima della guerra del ’39-’45. Industrie familiari, quindi, che hanno saputo usare chiavi e risorse interne per proseguire e superare decenni anche critici. Se le risorse sono le generazioni, le chiavi sono in fondo ciò che connota, in
generale, l’intero tessuto industriale pisano: l’unicità, la qualità e l’eccellenza, sorrette da un forte legame con il territorio, le sue università, i suoi centri di ricerca. Con queste premesse, può adesso cominciare il nostro viaggio tra le generazioni e
le rigenerazioni di alcune delle più longeve imprese familiari.
1917
N
el 1917 il commendatore Alfredo Gentili fonda l’Istituto Galenico. In questo momento, a Pisa, è un fiorire di piccoli laboratori che lavorano con l’università per creare preparati galenici. Dopo un inizio come informatore scientifico della Baldacci, Gentili intuisce che il settore farmaceutico ha un grande potenziale e in breve tempo, dopo averlo fondato assieme ad alcuni soci, acquisisce tutte le quote di quello che sarà rinominato Istituto Gentili. La guerra ne minaccia le ambizioni, i bombardamenti distruggono i labo| primo piano
Dal centro ricerche dell’Istituto Gentili inizia l’avventura di Abiogen ratori di via Sant’Antonio, l’azienda però resiste e avrà una nuova vita quando Alfredo Gentili jr sceglie come responsabile scientifico Gabriele Monasterio, il fondatore della Nefrologia e della Medicina Nucleare a Pisa. “Monasterio aveva sposato mia zia Clara – racconta Massimo Di Martino, pronipote di Alfredo Gentili e oggi presidente e fondatore di Abiogen Pharma, l’azienda nata nel 1997 da una costola dell’Istituto Gentili – con lui si apre una nuova fase. Ma prima di arrivare alla nascita di Abiogen, la prospettiva dell’Istituto Gentili già nel Dopoguerra aveva superato i confini nazionali imponendosi, negli anni ’70, con il sulfamidico Marespin. In quegli anni, Alfredo Gentili jr capisce che è il momento di innovare e crea il centro ricerche ed elaborazione dati, investendo in un calcolatore per dare una marcia in più all’azienda rispetto alle altre”. Si arriva così alla fine degli anni ’90 quando inizia la stagione di Massimo Di Martino: “La fase è di cambiamenti radicali in tempi molto brevi; l’Istituto e il suo patrimonio di molecole, in particolare l’Alendronato, attirano l’interesse di grandi aziende al punto che si sceglie di cedere l’attività”; l’istituto Gentili
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Da sn., Prisca, Massimo, Carlotta e Edoardo Di Martino
passa di mano ma Di Martino intuisce che nel settore del metabolismo osseo c’è un grande spazio e, racconta, “era mia convinzione che il centro di ricerca dell’Istituto Gentili potesse esprimere un grande potenziale”: così nasce Abiogen Pharma. “Riacquisiamo il centro di ricerca, la parte industriale e il listino con i farmaci per il metabolismo osseo e i Bifosfonati”. Da questo momento, Abiogen cresce e si afferma tra le prime trenta aziende farmaceutiche d’Italia. Primo investimento: la nuova sede di Ospedaletto di Pisa, inaugurata nel luglio 2001; seguono il potenziamento del sistema di qualità industriale e un corposo processo di internazionalizzazione che porta i prodotti di Abio-
gen in nuovi mercati. I numeri della produzione sono significativi: “Dai 23-25 milioni di euro di fatturato del 2009 abbiamo chiuso il 2021 con 197 milioni di euro”. Risultati che sono frutto di strategie di squadra condivise da Massimo Di Martino prima di tutto in famiglia, con la moglie Carlotta e adesso con i figli Prisca ed Edoardo, rappresentanti della quinta generazione di imprenditori. Mentre Edoardo, oggi amministratore delegato di Gensan srl, controllata del gruppo, investe in marketing e ricerca nel campo degli integratori per lo sport, l’area in cui lavora Prisca in Abiogen è il futuro dell’azienda nel processo di internazionalizzazione. Nel 2021, infatti, la farmaceutica crea una nuova Business Unit internazionale, di cui Prisca è Business Unit Head: “Ci siamo estesi in Centro America, Giordania, Egitto e presto apriremo nuove filiali in Europa”. Estero, ma non solo: con Prisca Abiogen Pharma apre nuovi fronti ed entra nelle sale operatorie: “L’obiettivo? Diversificare il rischio e innovare”. Così è arrivato anche b.Bone, prodotto rivoluzionario, sviluppato da GreenBone Ortho, di cui Abiogen Pharma ha di recente acquisito i diritti per la distribuzione esclusiva per l’Italia: “Si tratta di un sostituto osseo, derivato dal legno di rattan – spiega Prisca – che i chirurghi ortopedici potranno utilizzare per evitare le complicanze chirurgiche e postoperatorie nel trattamento di difetti ossei causati da lesioni”.
1918
N
el 1918 inizia la storia della Paolino Bacci srl, l’azienda metalmeccanica tra i leader mondiali nella produzione di macchine speciali per la lavorazione del legno. La quarta generazione, rappresentata da Giuseppe, Paolo, Nino, figli dell’ingegner Agostino Bacci, ha raccolto il testimone dell’azienda familiare. È Paolo a raccontarne la storia: “Nel 1918, subito dopo la Grande Guerra, il mio bisnonno Paolino intravede l’opportunità di produrre in un piccolo capannone seghe a nastro per il taglio del tavolame, usato dalle aziende mobiliere cascinesi, a quel tempo, in forte crescita. Le sue macchine prodotte con criteri di
grande robustezza e affidabilità riscuotono un gran successo e ben presto ogni ‘bottega’ e mobilificio del territorio si dota di macchinari Bacci”. Nel 1922 Paolino si aggiudica la medaglia d’oro alla Mostra Nazionale di Cascina. Alla fine della seconda guerra mondiale a Paolino subentra il figlio Giuseppe Bacci, uno dei più geniali produttori italiani ed europei nel settore: con lui, dalle macchine convenzionali sempre più esposte alla crescente concorrenza si passa a macchine speciali per un settore di nicchia, quello della produzione delle sedie. Siamo negli anni ’50, “Giuseppe vede nascere in Friuli una grande concentrazione produttiva – spiega Paolo Bacci –: l’80% di tutte le sedie prodotte in Italia è pari al 50% di quelle prodotte in Europa, equivalente al 30% delle sedie prodotte nel mondo! Questa intuizione di mio nonno assicura alla Bacci una leadership in Italia con quote di mercato dell’80%”. Alla morte di Giuseppe, il testimone viene raccolto dal figlio Agostino, non ancora 21enne, tutt’ora presidente dell’azienda, che nei primi anni ’90 firma una nuova rivoluzione: “nostro padre – racconta Paolo – riesce a sviluppare il primo centro di lavoro CNC a 5 assi che cambia il modo di produrre tutto ciò che è legno massiccio. La riduzione della manodopera,
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Negli anni ’50 i macchinari Bacci conquistano la leadership in Italia
Da sn., Giuseppe, Giulio, Agostino, Paolo e Nino Bacci
| primo piano
la flessibilità e la produttività rendono unico questo macchinario e consacrano la Bacci a leader mondiale della produzione di centri di lavoro a controllo numerico per la lavorazione del legno massiccio e di altri materiali compositi. Per le sue caratteristiche di elevata tecnologia, la Bacci ha una forte presenza di ingegneri meccanici, elettronici, specializzati in automazione , software, robotica: “il bacino privilegiato è senza dubbio l’Università di Pisa – commenta Paolo –; investire nella ricerca, progettare soluzioni innovative ci rende esclusivi, mentre i brevetti, più di 70, ci proteggono dalla concorrenza. Ricerca dell’eccellenza e della qualità sono la nostra filosofia”. Con la quarta generazione di Bacci l’azienda continua a crescere: 2 nuove filiali tecnico-commerciali in Cina e negli USA, una rete di vendita e assistenza mondiale ampliata, a breve una filiale tecnico-commerciale nel sud-est asiatico e un progetto per la sostenibilità energetica delle fabbriche. E non è finita: “La recente acquisizione nel 2018 a Udine di una azienda specializzata in automazione robotica (la Bacci Automation) ci ha consentito di allargare la nostra offerta e integrare i nostri macchinari in linee di automazione più articolate, la recente costruzione di nuovi stabilimenti nella sede di Cascina ci ha permesso di espandere la nostra capacità produttiva assieme all’utilizzo di tecniche produttive “lean”. | primo piano
1872
T
ecnologia, macchinari e sviluppo digitale accompagnano anche storia e tappe di Pacini Editore nei suoi 150 anni di impresa familiare: mantenendo l’originaria vocazione per la stampa e la tipografia, Pacini Editore si trasforma in moderna industria grafica e diventa una affermata casa editrice. L’inizio è segnato dal cavalier Francesco Mariotti che nel 1872 acquista la Tipografia del Folchetto in piazza dei Cavalieri, in una posizione nodale perché in connessione con le vicine sedi degli Istituti universitari. Sarà questa connessione con il mondo accademico, sempre mantenuta, a caratterizzare l’azienda e a permetterle di affrontare nuove sfide, come quella della diffusione che, dai canali tradizionali, approda negli anni recenti al marketing digitale. La Mariotti si distingue sin dall’inizio del suo nuovo corso con il Cavalier Francesco per prodotti e lavorazioni di alta qualità finché con Emilio Pacini, nipote di Mariotti e imprenditore illuminato, non inizia la prima rivoluzione tecnologica. L’impresa, che nel frattempo aveva unito i nomi di Pacini e Mariotti, è tra le prime in Toscana a dotarsi della macchina da composizione a piombo Linotype che le consente di affermarsi nel panorama nazionale come tra le più innovative e moderne.
Con le nuove tecnologie Pacini Editore rivoluziona il mondo dell’editoria Tra la Guerra e il Dopoguerra, la conduzione passa a Francesco Pacini, figlio di Emilio, fino al 1968; in questa data subentra Pierfrancesco, figlio di Emilio, in quel momento assistente universitario di Diritto Finanziario. Con lui, nel 1981, l’azienda diventa Pacini Editore srl e intraprende una seconda rivoluzione industriale. Nel 1982 Pierfrancesco Pacini decide che è il momento di ampliare gli spazi dell’azienda e, dal centro storico di Pisa, trasferisce lo stabilimento nell’area industriale di Ospedaletto. Una premessa, in pratica, per dare avvio al processo di trasformazione digitale ancora oggi in continuo sviluppo: Pierfrancesco intuisce che la tipografia sta cedendo il passo alle nuove tecnologie e prepara la sua azienda ad affrontare i cambiamenti. Si passa così dai residui del piombo (utilizzati per esempio nelle prestigiose pubblicazioni della Scuola Normale Superiore di Pisa) alla fotocomposizione e al pre-press su computer. Gli investimenti in nuove tecnologie sempre all’avanguardia sono consistenti e nell’idea di Pacini devono andare di pari passo con una trasformazione interna a livello organizzativo. Mentre le por-
Pierfrancesco Pacini
te dell’azienda si aprono per le figlie Patrizia Alma e Francesca, Pacini imprime una nuova svolta, adesso in campo manageriale: investe nelle risorse umane per creare una rete commerciale che utilizza gli strumenti tradizionali e quelli digitali, e potenzia il comparto industriale per coprire tutta la catena produttiva. In meno di un secolo, Pacini Editore compie passaggi ed evoluzioni: dal lavoro artigiano della tipografia vira su quello di industria grafica sviluppando la propria vocazione all’editoria. Un impulso ancora maggiore in questo senso è segnato dall’ingresso in azienda della quinta generazione, rappresentata da Patrizia Alma e Francesca. Con loro prendono corpo diverse Business Unit e si imprime una spinta maggiore a due settori strategici e spe-
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1918
O
ffrire servizi e prodotti unici e di estrema specializzazione, ma anche diversificare e cogliere le occasioni sono in fondo scelte e strategie che hanno permesso alle imprese di famiglia più antiche di proseguire in un costante rinnovamento fra le generazioni. Tutto questo è evidente anche nel caso dell’impresa Forti che, nel giro di pochi decenni, diventa una holding grazie al fiuto di Franco, che allarga l’orizzonte tracciato dal padre Umberto. “Rientrato dalla guerra del ’15-’18 – racconta Franco – mio padre si laurea in ingegneria e inizia a costruire villette nel quartiere di Porta a Lucca a Pisa. Tutto sembra andar bene ma la
© Irene Taddei
cialistici: l’editoria medica e giuridica. Si rafforza e si amplia la collaborazione con le principali società scientifiche italiane, mentre la linea editoriale caratterizzata da pubblicazioni e riviste in questi due settori si arricchisce e compone un catalogo sempre in crescita e di grande prestigio internazionale.
Da sn., Sabina e Jacopo Forti Danielli, Franco Forti e Luigi Doveri
Da strade e acquedotti ai rifiuti, le molte anime del Gruppo Forti
© Irene Taddei
seconda guerra mondiale irrompe e i cantieri si fermano. Subito dopo, mio padre riparte da zero: prima a Torino, dove si dedica alla costruzione di strade, e poi a Porto Santo Stefano, mette insieme un tesoro di esperienze”. Il suo particolare talento viene riconosciuto e valorizzato, tanto che, dopo essere diventato direttore dell’azienda dove aveva iniziato da impiegato, torna a Pisa e riprende il progetto
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di una impresa tutta sua. In poco tempo, alcuni dei più importanti cantieri pubblici della Provincia porteranno la sua firma. Arrivano gli anni ’60 e il boom. Franco, intanto, si è laureato in ingegneria e Umberto lo manda sui cantieri a “farsi le ossa”. Con la guida di Franco l’Impresa Forti esplora un nuovo campo di azione: “La mia laurea in idraulica ci consentì di dedicarci alla costruzione degli acquedotti: in quel momento non c’era nessuno che li sapesse fare. Questa fu una delle ragioni del nostro sviluppo”. In anni recenti, il colossale progetto del canale Incile che collega Pisa e Livorno porta la firma dell’impresa Forti. Una nuova intuizione arriva poco più tardi. Siamo alla fine degli anni ’80. “A Pontedera vincemmo un appalto per una discarica e poi per un'altra ancora – racconta Franco –; mi venne così l’idea di proporre al sindaco di allora, Enrico Rossi, di creare una società mista, pubblico-privata, per gestire gli ampliamenti delle discariche attraverso i loro stessi utili. Così nacque Ecofor. All’inizio nessuno ci credeva, ma quando si resero conto che la gestione dei rifiuti poteva essere una risorsa positiva anche altri Comuni vollero associarsi”. “Questa non è la sola attività che ho iniziato grazie al fatto di aver visto prima di altri ciò che poi è successo”, commenta l’ingegner Forti riferendosi a un’altra operazione della quale in molti prevedevano esiti disastrosi: Montacchiello. “Ebbi la possibilità di acquisire quei terreni che già si trovavano in un’area vocata all’industria. Mi resi conto che c’era un grande potenziale da sviluppare e da lì prese corpo la nostra attività nel settore immobiliare”. La crescita di Montacchiello dimostrerà quanto l’idea fosse brillante e dalla prospettiva allungata. Con l’ingresso di Sabina e di Jacopo Danielli, nipoti di Franco Forti, e di Luigi Doveri, attuale amministratore delegato della Forti Holding, Montacchiello diventa un’area industriale capace di moltiplicare imprese e posti di lavoro orientati anche nel campo dei servizi alle aziende, valore apprezzato da multinazionali come Amazon. In parallelo, a Montacchiello sorge il Centro Direzionale Umberto Forti, uno dei pochissimi edifici direzionali ad essere stato insignito della certificazione LEED Gold per la sostenibilità ambientale.
1927
I
l mercato del lusso è la specialità dell’azienda Augusta, il calzaturificio di San Lorenzo alle Corti che, dal 1927, contribuisce a diffondere nel mondo l’eccellenza del Made in Italy. Innovazione e creatività sono la cifra di questa azienda oggi guidata da Elena e Alessandro, la quarta generazione dei Del Carratore, assieme al padre Ranieri e alla zia Osanna. “Alla fine dell’800, il nostro bisnonno Ranieri creò una produzione di zoccoli di legno – racconta Elena, mente creativa e trend forecaster del Calzaturificio –, ma fu suo figlio Giuseppe, nel 1927, a intraprendere l’avventura del calzaturificio con il primo stabilimento a San Lorenzo alle Corti”. Scarpe da uomo e da donna, ma anche una linea di produzione per bambini e una prima innovazione che segna, in pratica, una doppia rivoluzione nel mondo delle calzature. Giuseppe propone di portare all’esterno la “pantofola”, una scarpa passepartout elegante e comoda che diventerà l’odierna ballerina, e fa viaggiare oltre oceano il prototipo dei moderni anfibi, con suola in gomma, quella prodotta per le ruote delle auto da Pirelli. “Nei diari di nonno Giuseppe – racconta Elena – leggiamo come in quegli anni, siamo
Da 95 anni, Augusta scrive le regole delle calzature di lusso
Elena e Alessandro Del Carratore
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nel Dopoguerra, l’uso della scarpa muti. Le calzature con costruzioni pesanti e molto strutturate tramontano con il diffondersi del benessere: si cammina meno e si usa di più l’auto”. L’azienda, che anticipando il processo di internazionalizzazione si chiamava Alaska, ora al proprio nome unisce quello di Augusta, per abbracciare, con questo forte accento di italianità, i mercati americani. Negli anni ’70, la crisi del mercato USA fa sentire i suoi effetti, così Augusta, con Ranieri e Osanna, il figli di Giuseppe, guarda all’Europa e si specializza nelle calzature di alta qualità per donna. Il marchio si afferma tra i più richiesti e contesi dai distributori internazionali. Fra gli anni ’90 e i primi dei 2000, mentre la quarta generazione si affaccia in Augusta, il mercato della scarpa evolve in modo vorticoso. Elena e Alessandro, assieme al padre Ranieri, fanno una scelta decisa e, lasciando il loro marchio, spingono sul valore portante dell’azienda: la capacità di progettare e produrre calzature. La grande esperienza e le altissime competenze nella lavorazione artigianale associate alle nuove tecnologie facilitano il Calzaturificio Augusta che, in modo naturale, diventa attraente per i grandi marchi dell’alta moda. Per Armani, Saint-Laurent, Dior, Fendi, Gucci, le scarpe progettate a San Lorenzo alle Corti sono una garanzia di qualità. “La nostra non è una produzione per conto terzi – sottolinea Alessandro Del Carratore –, perché noi collaboriamo direttamente alla creazione dei campionari”. | primo piano
L’intuizione è vincente: offrire ai clienti del lusso servizi che in un mondo sempre più globalizzato e orientato sulla produzione di massa poche imprese possono permettersi. “Assieme agli stilisti e ai tecnici progettiamo e ingegnerizziamo ogni articolo e componente della calzatura, manteniamo l’artigianalità fine e specializzata camminando sui binari dell’innovazione – spiega Elena –. Nostro padre ha creato tutte le condizioni per puntare su ricerca e sviluppo e consentirci di specializzarci”. “Selezione dei materiali e caratteristiche tecniche sono fondamentali. Il mondo della scarpa è in continua evoluzione – commenta Alessandro –. Se la calzatura medio-economica è una specialità di altre nazioni, per esempio Nord-Africa o Cina, per quella di qualità l’Italia resta la patria indiscussa”.
1933
S
e il marchio italiano nell’industria della moda è una granitica certezza, lo è pure nel settore dell’accoglienza turistica. In questo campo, da alcuni decenni, ha aperto un nuovo orizzonte il Gruppo Madonna, la cui avventura industriale prende inizio, nel 1933, in parallelo con il processo di elettrificazione della rete ferroviaria italiana. Raffaele Madon-
na è uno dei sette figli di Salvatore, il patriarca di una dinastia di imprenditori che da Sapri mette radici a Pisa e da qui in modo assai acuto allunga lo sguardo sui mutamenti sociali e sulle nuove opportunità che essi schiudono: “Mio padre era il tredicesimo figlio di una famiglia umile e dovette affrancarsi dall’indigenza – racconta Raffaele –. Siamo negli anni tra le due guerre. Aveva iniziato con una ditta di elettricista; la sua fortuna fu saper cogliere il momento giusto. Al Sud era iniziata la transizione dalle linee ferroviarie a carbone a quelle elettriche. Nel 1955 vinse un appalto a Firenze ma scelse Pisa per stabilire la famiglia e far studiare le mie sorelle. Nel frattempo, oltre alla elettrificazione le ferrovie ebbero la necessità di eseguire molti lavori anche edilizi”. Cemes coglie questa nuova opportunità mentre piano piano Salvatore passa il testimone ai figli. Raffaele è l’ultimo dei fratelli a entrare in azienda: “Mio padre – ricorda – mi chiamò e mi disse che dovevo rientrare. A quel tempo lavoravo a Frascati ed essendo laureato in chimica industriale temevo di non poter offrire il necessario supporto ai miei fratelli. Invece andò diversamente, perché insieme riuscimmo a portare avanti molti progetti e a capire, nel momento giusto, che dovevamo essere ancora più versatili”. Diversificare, diventa questo l’obiettivo della nuova generazione alla guida di Cemes
Da sn., Raffaele, Roberto e Antonio Madonna
Il Gruppo Madonna ha cambiato il passo al turismo che da ora in poi struttura i propri cantieri anche per costruzione di ponti, strade e persino della metropolitana di Milano. L’azienda è florida, ma “diversificare” continua a essere un pallino per Raffaele Madonna: “mi domandai: cosa non morirà mai in Italia? La risposta era facile: l’accoglienza turistica. Non c’era ancora nessuno che gestisse questo settore in maniera imprenditoriale”. I Madonna sono i primi a credere nell’area di Calambrone, sul litorale pisano, a cui cambiano il volto dopo in-
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vestimenti milionari che a chiunque sarebbero sembrati rischiosi. Con il Gruppo Gabbiano, il settore d’azienda dedicato all’accoglienza turistica, la famiglia Madonna porta a termine importanti acquisizioni di hotel tra Pisa, Viareggio e Forte dei Marmi, mentre a Pisa prosegue il sogno imprenditoriale di cambiare il passo al turismo attraverso l’acquisto e i lavori al complesso dei Trovatelli e alla recente apertura di Palazzo Feroci. Un’altra occasione per “diversificare” viene colta alla fine degli anni 2000 con l’acquisto della rinomata Casa di Cura San Rossore, gioiello della sanità privata. “Quando ci fu proposto l’acquisto della clinica – ricorda Raffaele –, un settore nuovo per noi, ci riflettemmo e pensammo che, se si agisce con umiltà e affiancandosi gli uomini giusti, è possibile portare avanti qualunque cosa. Così accettammo, realizzando prima di tutto grandi investimenti in nuove tecnologie. Volevamo che la Clinica fosse complementare e non competitiva rispetto alla sanità pubblica che, come sappiamo, a Pisa è di altissimo livello. Ci dicevamo: se la sanità pubblica, per mille ragioni, non ha la possibilità di investire, ci siamo noi che possiamo farlo e possiamo lavorare in sinergia con questa eccellenza”. Oggi il Gruppo Madonna occupa circa 400 persone: “sono tutte famiglie delle quali siamo orgogliosi – commenta Raffaele –, perché con il loro lavoro ci hanno consentito di raggiungere tanti obiettivi e di ottenere i risultati che vediamo oggi. Da soli, insomma, non si arriva da nessuna parte”.
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a soli, tuttavia, si può sempre ricominciare. Così è stato per Elda Ferrucci che, a 75 anni, salva l’azienda di famiglia da un momento di crisi che corre quasi parallelo con la morte del marito Arnaldo Agostini (nel 2004) e (nel 2011) del figlio Nicola, entrambi alla guida di Asso Werke. Dopo il diploma da maestra e un periodo in azienda come segretaria del padre Silvano, fondatore nel 1949 della Pistoni Asso a Fornacette, Elda sceglie di dedicarsi alla famiglia. Per la signora Ferrucci la famiglia è insepara| primo piano
Elda Ferrucci
Con Nicola Agostini l’azienda Asso Werke entra in Ferrari e McLaren bile dall’azienda, tanto che, quando nel 2011, Asso Werke naviga in cattive acque, alla strada più facile, cioè una eventuale cessione, preferisce l’impegno personale: Elda inizia un percorso di risanamento dell’azienda, versando progressivamente diversi milioni di euro dal proprio patrimonio personale, e ne assume la guida. Oggi Asso Werke dà lavoro a 441 persone, è guidata da manager professionali, produce ogni anno due milioni di pistoni, tre milioni di fasce elastiche, un milione di spinotti e, di recente, anche blocchi motore. Con un fatturato stabile intorno ai 40milioni di euro (47 nel 2021), l’impresa deve il suo consolidamento al grande senso di responsabilità di Elda Ferrucci e, prima di lei, a suo figlio Nicola Agostini. Agli inizi degli anni 2000, Nicola aveva intuito che bisognava puntare sulle competenze e sulla capacità di progettare. Con lui, Asso Werke assume un ruolo da protagonista nella produzione e nella progettazione di pistoni per le più grandi industrie automobilistiche, come Ferrari e McLaren. La storia dell’azienda inizia con Silvano: “Mio padre – racconta Elda Ferrucci – era nato nel 1909 e a 9 anni rimase orfano di padre. Aveva la sesta elementare quando iniziò a darsi da fare riciclando bossoli di ottone dei proiettili americani: li fondeva per ricavare utensili da
Nicola Agostini
cucina. Da qui l’idea di creare una fonderia. Il suo grande talento nel campo della meccanica, sviluppato anche grazie al lavoro in Piaggio, che a quel tempo produceva aeromobili, gli fece capire che, nel mondo, esisteva una forte richiesta di pistoni. Iniziò così a produrre componenti per motori; in breve la Pistoni Asso da Fornacette si apre al mercato internazionale, grazie alle relazioni che Silvano crea inizialmente con la Germania, diversifica la propria offerta e consolida la propria identità. Nel 1985 Ferrucci viene nominato Cavaliere del Lavoro. I prodotti di Asso Werke oggi trovano applicazione nel mondo delle supercar, ma anche nelle moto e negli scooter di alta gamma, nelle motoslitte, nei veicoli a quattro ruote per il tempo libero, mentre nel campo dei go-kart l’azienda di Fornacette detiene il monopolio globale. Una fonderia, una forgia, cinque officine di lavorazione, Asso Werke ha ‘in casa’ tutto ciò che occorre alla sua filiera produttiva, comprese le competenze tecnologiche dei suoi ingegneri. Oggi è una azienda altamente specializzata e certificata come sistema di qualità e sistema ambienta-
le. “Iniziammo con cinque operai – rammenta Elda -; negli anni 70-80 arrivammo quasi a mille persone. L’80% dei nostri collaboratori ha una altissima specializzazione, bisogna saper parlare con mondi sofisticati come sono quelli di Ferrari, McLaren, BMW”. Il rapporto con i colossi delle supercar inizia grazie a Nicola Agostini, l’erede destinato alla guida di Asso Werke: “Dopo l'esperienza di alcuni anni alla Ferrari, poté sviluppare una nuova visione per la nostra azienda. Pensò – racconta Elda –, che di lì a poco ci sarebbero stati importanti cambiamenti nel nostro settore e che per rimanere competitivi avremmo dovuto transitare a un tipo di mercato che ci vedeva in campo, assieme ai nostri clienti, nella progettazione”. Un esempio: il motore 6500 Ferrari, il famoso 12 cilindri, in tutte le sue componenti termiche è stato progettato a Fornacette. Cosa spinge una donna che a 75 anni inizia una simile impresa? “La famiglia – commenta Elda –; volevo mantenere ciò che con tanto sacrificio mio padre e i nostri collaboratori avevano costruito. Chiudere mi sembrava un affronto verso di loro. È vero, ho passato tante tempeste, ma c’è sempre una lucina anche nel buio più profondo”.
One hundred years of industry in Pisa told by the heirs of the family ownership tradition of some of the eldest companies. One hundred years of change, acceleration and sudden braking for these companies, born from the intuition of their founders: they have been withstanding time and crises resting on solid basis such as quality, research, excellence. Family is a common tract, transmitting its va-
lues to the entire territory which, on its side, shows an osmotic exchange relationship with the company itself. Seven family stories have been selected in this long portrait which tells about some among the pioneers in various industrial sectors: pharmaceutical, construction, publishing, tourism, health care, engineering, fashion and luxury. Stories that begin in black and white and continue in colour.
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IL LABORATORIO INTELLIGENTE Con IT2PAO nasce un nuovo modo di collaborare tra università e imprese IT2PAO, the intelligent laboratory
DI FRANCESCO MARCELLONI*
Nato ufficialmente il 7 febbraio di quest’anno, il laboratorio congiunto di ricerca e sviluppo IT2PAO (Intelligent Techniques for Process Automation and Optimization), gestito dal Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Pisa e dalla società LogObject AG, propone una nuova idea di collaborazione tra azienda e università.
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a proposta intende creare una sinergia che porti vantaggio a entrambe e nasce da una semplice, quanto strategica considerazione: da un lato, le risorse umane impiegate nell’azienda sono spesso occupate nel lavoro giornaliero e non riescono a dedicare sufficiente tempo alla ricerca, che è invece necessaria per produrre innovazione, fattore vitale per ogni azienda e soprattutto per quelle del settore ICT; dall’altro, l’università, specialmente nell’area dell’Ingegneria, ha bisogno di confrontarsi costantemente con le sfere applicative per indirizzare la propria ricerca in modo che sia immediata la ricaduta industriale e che i laureati possano essere subito operativi nel mondo del lavoro e stimolo per l’innovazione. IT2PAO costituisce, così, il punto di incontro che unisce e integra ricerca universitaria ed esperienza aziendale, dando vita a un modello di collaborazione nuovo tra mondo accademico e azienda in cui, seguendo strategie condivise, il primo si affianca alla seconda nell’ideare prodotti e soluzioni capaci di dare valore aggiunto alle applicazioni basate su tecniche intelligenti per l’automazione e l’ottimizzazione di processi; l’impresa, al contempo, sostiene l’università finanziando giovani ricercatori in modo da creare quel know-how sempre più ricercato dalle realtà imprenditoriali maggiormente attente all’innovazione.
Un comitato scientifico, presieduto da un docente universitario e costituito da tre docenti dell’Ateneo e tre dipendenti di LogObject AG, fissa le strategie annualmente, pianificando le attività, il budget richiesto e le risorse da coinvolgere. Le attività vengono supervisionate da un project leader aziendale e da uno accademico e attuate da referenti operativi. IT2PAO coinvolgerà tesisti e dottorandi che lavoreranno presso gli spazi ricavati nella sede di Ponsacco di LogObject e saranno chiamati a sperimentare sia la ricerca accademica che l'attività operativa. L’azienda potrà acquisire queste risorse già formate sulle tematiche approfondite nel laboratorio IT2PAO, le quali avranno l’opportunità di continuare a lavorare nel laboratorio non disperdendo così le esperienze e le conoscenze accumulate. Il risultato sarà un circolo virtuoso con ricadute positive per l’azienda, l’università e il territorio. Il laboratorio è stato inaugurato il 7 febbraio nella Sala del Consiglio Comunale di Ponsacco alla presenza di Francesca Brogi, sindaco di Ponsacco, Alessandra Nardini, assessore all’Istruzione, Università, Ricerca e Innovazione della Regione Toscana, Antonio Mazzeo, presidente del Consiglio Regionale e Andrea Caiti, direttore del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione, uno dei due dipartimenti di eccellenza dell’Università di Pisa. Il luogo
dell’inaugurazione e il coinvolgimento delle autorità comunali e regionali testimoniano
Per produrre innovazione si finanziano le idee dei giovani ricercatori uno degli aspetti più rilevanti di IT2PAO: il suo radicamento nel territorio voluto fortemente sia da LogObject, che da anni investe e amplia la sede operativa di Ponsacco, grazie ai fratelli Roberto e Renato Rossi, rispettivamente amministratore delegato e direttore tecnico, sia dall’Università di Pisa che da secoli è punto di riferimento per l’innovazione sul territorio. * Professore di Sistemi di Elaborazione delle Informazioni all’Università di Pisa e coordinatore del laboratorio IT2PAO
On February 7, IT2PAO, a joint laboratory between LogObject AG and the Information Engineering Department of the University of Pisa was inaugurated in the Hall of the Municipal Council of Ponsacco. IT2PAO has been proposed as a new virtuous model of collaboration between companies and university, in which a mixed scientific committee annually establishes the strategies and the budget necessary to implement them through resources funded by the company itself, under the guidance and contribution of university researchers.
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SPAZIO AL MERITO
Lo storico complesso di Santa Croce in Fossabanda al centro di un progetto di rigenerazione urbana Fossabanda, room for merit
DI LUCA FRACASSI
Le pareti del chiostro che assorbivano le preghiere delle monache domenicane nel XIII secolo saranno custodi di sogni e progetti. Rinasce a nuova vita il complesso immobiliare di Santa Croce in Fossabanda, di proprietà comunale, che è stato assegnato alla
Scuola Superiore Sant’Anna
di Pisa dopo un lungo e trasparente iter amministrativo. La scuola di eccellenza, che lo riceverà dal Comune per un periodo di 28 anni, ne farà un campus per
giovani studenti e studentesse meritevoli provenienti da tutto il mondo.
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I complesso di pregio, edificato per le monache domenicane nel 1325 sulle fondamenta di un precedente convento, nel 1426 fu ceduto ai Minori Francescani che lo ristrutturarono e ampliarono, dotandolo del chiostro. Soppresso il convento nel 1866, il complesso fu ceduto nel 1876 dal Demanio al Comune di Pisa. Restaurato in occasione del Giubileo del 2000, il convento è stato utilizzato per attività ricettiva e convegnistica fino al 2012: una struttura alberghiera composta da 56 camere dotate di servizi igienici, 12 camere con servizi a comune. Da allora, rimasto inutilizzato, il bene era inserito nel piano delle valorizzazioni e alienazioni del Comune. La sua conformazione lo rende idoneo alla riconversione a struttura collegiale. Da qui l’interesse della Scuola Superiore Sant’Anna con l’obiettivo di potenziare le proprie strutture di ospitalità e rafforzare il ruolo di Pisa come punto di riferimento nazionale e internazionale dei giovani talenti. Nel maggio 2021 il primo passo: la Giunta delibera un atto d’indirizzo per la concessione alla Scuola. Un anno dopo, il via definitivo del Consiglio comunale. “Abbiamo fatto questa scelta nell’interesse della città – spiega il sindaco Michele Conti – valorizzando un immobile abbandonato e degradato da anni. Dopo la ristrutturazione a carico della Scuola Sant’Anna, potrà essere recuperato alla funzione di collegio universitario. Il passaggio di Santa Croce in
© Irene Taddei
Fossabanda dal Comune di Pisa alla Scuola Sant’Anna – continua – è l’atto conclusivo di un percorso in cui ho creduto fortemente in prima persona. Si tratta di un’operazione di rigenerazione urbana di un pezzo importante della nostra città e un investimento sul futuro di Pisa, che amplia attraverso il Sant’Anna il proprio sistema di accoglienza di studenti meritevoli”. “Restituire alla città il complesso di Santa Croce in Fossabanda – sottolinea la rettrice della Scuola Superiore Sant'Anna Sabina Nuti – popolarlo di giovani capaci, provenienti da tutto il mondo, per rafforzare il ruolo di accoglienza del talento e dei talenti di Pisa, è un obiettivo strategico per la Sant'Anna. Abbiamo lavorato a lungo per arrivare a questo risultato. Adesso ci troviamo nella condizione di poter partecipare a un bando del Ministero dell’Università e Ricerca per ottenere finanziamenti, anche per l’acquisto della struttura. A tal fine – prosegue Sabina Nuti – la Scuola ha risposto alla richiesta di manifestazione di interesse da parte del Comune di Pisa, per un prezzo di vendita dell’immobile dichiarato congruo dal Demanio, valutazione senza la quale un ente pubblico come la Scuola non può acquistare un immobile. Al termine di questo percorso sarà restituito alla città di Pisa un immobile
aperto non soltanto ai talenti che arriveranno in città per proseguire la loro formazione, ma anche e soprattutto alla cittadinanza, con manifestazioni e iniziative che – conclude Sabina Nuti – contribuiranno a restituire vita e vitalità a una parte importante del tessuto urbano”.
The same cloister which used to absorb the prayers of Dominican nuns in the thirteenth century will, nowadays, become a college structure hosting deserving young students from worldwide. The Santa Croce in Fossabanda architectural complex is thus reborn to a new life: formerly the property of the Municipality of Pisa, it was then assigned to the Scuola Superiore Sant’Anna after a long and transparent administrative process.
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Sanità
di Francesco Ceccarelli
AL CENTRO GIÀ DA PICCOLI
Le “voci“ di bambini e adolescenti per migliorare l'assistenza sanitaria. Al via il progetto di ascolto negli ospedali pediatrici Children give grades
Per promuovere il coinvolgimento di bambini e adolescenti nel miglioramento dell’assistenza sanitaria, quattro ospedali pediatrici europei (Children’s University Hospital in Lettonia, Azienda Ospedaliero-Universitaria Meyer in Ita-
lia, New Children’s Hospital in Finlandia, Erasmus MC Sophia Children’s Hospital nei Paesi Bassi) con la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, che fa da coordinatore, Unicef Italia, European Children’s Hospital Organization (ECHO) e con la collaborazione di altri partner hanno lanciato VoiCEs (Value Of Including the Children Experience for improving their rightS during hospitalization), progetto unico al mondo co-finanziato dalla Commissione Europea.
N
el progetto sono coinvolti anche l’European Children’s Hospital Organization, l’Associazione Italiana degli Ospedali Pediatrici e il Picker Institute di Oxford. Da agosto 2022 sarà chiesto a bambini e adolescenti di fornire un riscontro sui servizi ricevuti e sulla loro esperienza in ospedale, dal ricovero alle dimissioni. Bambine, bambini e adolescenti di età compresa tra 0 e 17 anni sono il target degli strumenti di partecipazione al centro del progetto, da adattare alle diverse fasce di età. Ad esempio, i genitori saranno chiamati a compilare un questionario per chi non può ancora leggere, mentre chi ha già imparato a leggere e gli adolescenti potranno rispondere alle domande in maniera diretta, anche con l’uso di strumenti di coinvolgimento innovativi. I risultati saranno resi disponibili in tempo reale per il personale ospedaliero. Durante il ricovero nell’ospedale pediatrico, il paziente e i suoi familiari saranno informati e coinvolti nell’indagine e sarà loro inviato un link via e-mail o sms. Il questionario web potrà essere aperto e compilato utilizzando computer, tablet o smartphone e resterà disponibile per 30 giorni. Il progetto vuole rafforzare il diritto delle bambine, dei bambini e degli adolescenti a essere ascoltati, promuovendo il loro coinvolgimento nella valutazione e nel miglioramento della qualità dell’assistenza sanitaria negli ospedali pediatrici. Per raggiungere questo obiettivo, la Scuola Superiore Sant’Anna, in particolare il Laboratorio MeS Management e Sanità dell’Istituto di Management, coordinerà le attività per realizzare un’indagine sull’esperienza dei pazienti pediatrici in ospedale e per rendere disponibile una piattaforma di dati per confrontare i risultati delle esperienze di alme-
no 16mila bambine, bambini e adolescenti, raccolte nei quattro ospedali pediatrici. Come dimostra l’esperienza mondiale con gli adulti, il coinvolgimento dei pazienti nell’esperienza ospedaliera significa anche ottenere migliori risultati nei trattamenti. Il progetto prevede inoltre uno strumento innovativo per raccogliere il punto di vista dei pazienti pediatrici in
Milena Vainieri: “Esperienza maturata con indagini PREMs“ modo ludico e originale, per un coinvolgimento diretto nell’esprimere il loro punto di vista in maniera adeguata rispetto all’età. “La Scuola Superiore Sant’Anna è lieta di mettere la sua esperienza, maturata a livello internazionale nelle indagini ‘PREMs’ (Patient-Reported Experience Measures) per pazienti adulti, al servizio delle bambine, dei bambini e degli adolescenti, per identificare strumenti innovativi che permettano il loro coinvolgimento nel migliorare l’esperienza nella struttura sanitaria”, commenta Milena Vainieri, docente che coordina il Laboratorio MeS Management e Sanità dell’Istituto di Management della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Four European pediatric hospitals (Children’s University Hospital, Meyer University Hospital, New Children’s Hospital, Erasmus MC Sophia Children’s Hospital) in collaboration with Scuola Superiore Sant’Anna, as a coordinator, Unicef Italy, the European Children’s Hospital Organization (ECHO) and other partners have launched “VoiCEs”, a unique project in the world carried out in collaboration with the European Community, to promote the involvement of girls, boys and adolescents in the improvement of health care.
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Sanità
di Giuseppina Sgandurra*
SUPERARE LA DISABILITÀ
Dall’intelligenza artificiale nuove speranze contro la paralisi cerebrale infantile Cerebral palsy, new hopes
È la forma più comune di disabilità motoria dell’età evolutiva nei nati a termine: la Paralisi Cerebrale Infantile Unilaterale (emiplegia), ossia l’interessamento di un emilato del corpo, che colpisce, solo in Italia, circa 1.000 bambini ogni anno con una prevalenza di circa 20 mila soggetti in età evolutiva (0-18 anni).
L’
emiplegia del bambino è sempre stata il mio argomento di interesse, sin dalla tesi di laurea in Medicina e Chirurgia che ho conseguito nella mia terra natìa, la Sicilia. Ha continuato a costituire il centro delle mie ricerche quando sono approdata in Toscana per la specializzazione in Neuropsichiatria Infantile all’Università di Pisa e all’IRCCS Fondazione Stella Maris di Calambrone, unita all’uso della tecnologia in modo imperscrutabile ed ecologico per misurare l’effettivo funzionamento motorio dei bambini durante la vita quotidiana e per effettuare la riabilitazione a domicilio. Le parole dei genitori dei bambini che ho avuto il privilegio di curare sono state l’assioma: “A casa e durante la vita quotidiana mio/a figlio/a si comporta in modo completamente diverso rispetto a quando viene valutato durante le visite al centro clinico, usa molto meno l’arto superiore e vorrei che lo utilizzasse molto di più a casa, con i suoi amici, a scuola e, soprattutto, vorrei che facesse gli esercizi direttamente a casa in modo ludico, quando più disponibile, senza sentirne il peso e senza la necessità di spostarsi continuamente e di dover rinunciare ai suoi amici e alla sua quotidianità”. Da qui e dall’incontro con chi ha fatto della Neuropsichiatria Infantile e dell’intelligenza artificiale il proprio lavoro quotidiano (in particolare il professor Giovanni Cioni, direttore scientifico di IRCCS Fondazione Stella Maris, mio mentore, che ha supportato le mie proposte pionieristiche nell’uso della tecnologia in età evolutiva; il professor Paolo Ferragina, prorettore all’Informatica dell’Università di Pisa e membro del gruppo di ricercatori del Dipartimento di Informatica, e il professor Giuseppe Prencipe del Dipartimento di Informatica e coPI di AInCP, i quali pur non conoscendomi personalmente hanno subito creduto nel connubio delle nostre professioni) è nato il sogno di AInCP, un progetto quinquennale che permettesse ai medici, ai riabilitatori, ma soprattutto ai bambini e alle loro famiglie (coinvolgendo in particolare Francesca Fedeli di Fight the Stroke) di co-disegnare e co-sviluppare nuove soluzioni tecnologiche capaci, grazie ad algoritmi di intelligenza artificiale, di consentire una valutazione personalizzata e una diagnosi funzionale dei pazienti direttamente nel loro ambiente quoti-
diano; capaci, inoltre, di costruire sistemi di tele-riabilitazione a domicilio per un trattamento riabilitativo personalizzato e scientificamente validato di action observation, un nuovo modello di riabilitazione basato sul funzionamento dei neuroni specchio. Ma c’è di più: al fine di trovare una soluzione scientificamente e clinicamente valida è stato fondamentale avere a bordo del mio sogno nel cassetto anche fisici e neuroradiologi per la messa a punto del neuroimaging cerebrale, ingegneri biomedici per lo sviluppo di soluzioni soft da usare a domicilio e durante la vita quotidiana, economisti ed esperti di etica per sviluppare un approccio economicamente e soprattutto eticamente sostenibile e, infine, aziende disposte a creare soluzioni pronte all’uso. Tutto questo ha generato un consorzio di 11 partner dall’Europa (Italia, Spagna, Belgio, Olanda, Austria) all’Australia, che ha ottenuto un finanziamento di quasi 6 milioni di euro (5.999.942 € per l’esattezza) dall’Unione Europea nell’ambito del Programma Quadro EU Horizon. * Ricercatrice Senior in Neuropsichiatria Infantile all’Università di Pisa; Responsabile del Laboratorio INNOVATE di Tecnologie Innovative in Neuroriabilitazione
Il Laboratorio INNOVATE, IRCCS Fondazione Stella Maris
Thanks to a highly transdisciplinary consortium, made up of clinicians, data scientists, physicists, engineers, economists, ethics experts, small and medium-sized enterprises, children and parents’ association, the AInCP project aims to redesign a new decision-making process, ethically and economically sustainable, for the evaluative and rehabilitative management of children with hemiplegic infantile cerebral palsy. The project has been funded by the European Union under the EU Horizon Framework Program.
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Sanità di Michele Emdin*
L'OSPEDALE È VIRTUALE
Quando le soluzioni digitali possono migliorare la vita dei pazienti. Con app e tablet terapie ma anche relax The virtual Hospital
L’ospedale è il luogo dove molte persone trascorrono tempo della loro vita, in un ambulatorio o nella degenza, in cerca di una risposta a un problema “medico” verso il quale è in genere concentrato lo sforzo dei professionisti sanitari e della struttura, per definire una diagnosi precisa di malattia e trovare una terapia ovvero una soluzione di cura e di guarigione. Ma quale è il senso della medicina oggi? Che cosa la tecnologia e l’innovazione nel processo di diagnosi e cura hanno portato in aggiunta al modello convenzionale di relazione tra terapeuta e paziente? Una risposta viene da Scuola Superiore Sant’Anna e Fondazione Monasterio.
“
… In qualsiasi casa andrò, io vi entrerò per il sollievo dei malati...” è scritto nel giuramento che ogni medico recita usando le parole di Ippocrate, l’archiatra di Cos: questo è o dovrebbe essere il nocciolo di quello che abbiamo da dire sull’argomento. La sfida è come mantenere l’empatia alla base di ogni discorso sulla medicina con la necessità di contemperare le tematiche dell’efficienza/efficacia del processo di cura, dei suoi costi economici e sociali in una sanità universale, della modernizzazione tecnologica che, se può accelerare certamente il raggiungimen-
to di una soluzione tecnica al problema, rischia di allontanare la finalità precipua di recare sollievo alla sofferenza e al dolore della persona. L’obiettivo del progetto Ospedale Virtuale (nato congiuntamente presso la Fondazione Toscana G. Monasterio e la Scuola Superiore Sant’Anna, con il contributo di Fondazione Pisa e della Fondazione Rosa Pristina, su iniziativa mia e del professor Massimo Bergamasco, a cui hanno contribuito nella progettazione e sperimentazione Chiara Evangelista dell’Istituto di Intelligenza Meccanica del Sant’Anna, Ilaria Tono, medici e infermieri di
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Presto una app per bambini e genitori
FTGM coordinati da Roberta Poletti ed Eleonora Benelli, fortemente sostenuto da Sabina Nuti e Marco Torre, rettrice della Scuola e direttore generale FTGM, che si inscrive nelle iniziative del neonato Centro Interdisciplinare per le Scienze della Salute) è stato favorire l’umanizzazione e l’agevolazione della vita dei pazienti e del personale ospedaliero usando soluzioni tecnologiche/digitali. Le attività si sviluppano su più livelli: fornire utilità di comunicazione per pazienti e familiari, riorganizzare gli spazi ospedalieri, garantire un maggior benessere del paziente
durante l’intero percorso terapeutico, spezzando il perimetro murario dell’ospedale, ricongiungendo il tempo ospedaliero al fluire dell’esistenza individuale, fornendo strumenti per essere ad agio nella terra incognita della malattia, dello stabilimento abitata da persone prima mai conosciute. Una prima fase di sviluppo ha riguardato la creazione di una | sanità
app che riunisse informazioni precise sull’ospedale, sulle cure e sui servizi del personale a funzioni di rilassamento, cultura e condivisione. La App è stata realizzata per dispositivi Android ed è adesso in fase di testing all’interno dell’Ospedale San Cataldo della
i servizi offerti dalla app ཤ videochiamate con il domicilio ཤ gli esami e le procedure da affrontare, assieme a una presentazione degli argomenti, divisi in schede informative arricchite da video, riguardanti l’accoglienza ospedaliera, i percorsi terapeutici e gli esami, il corretto stile di vita post-dimissioni e focus sulle patologie cardiache e pneumologiche ཤ visione a 360 gradi delle strutture ospedaliere e informazioni logistiche ཤ contatto più diretto e informale col personale sanitario attraverso foto e video ཤ fruizione di musica e contenuti culturali nella forma di tour virtuali 3D curati dai maggiori musei italiani ཤ possibilità di registrare e condividere la propria esperienza durante il percorso di cura, nell’ottica della medicina narrativa
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FTGM di Pisa. Grazie al contributo della Fondazione di Pisa sono stati acquistati 50 tablet che sono stati distribuiti nel reparto, uno per ogni posto letto. Il progetto Ospedale Virtuale comprende anche attività rivolte all’Ospedale del Cuore di Massa: dall’autunno 2021 è in sviluppo un’ulteriore app orientata ai bambini e ai loro genitori. L’obiettivo è aiutarli a comprendere il percorso terapeutico e le fasi del ricovero attraverso l’accompagnamento di un avatar personalizzato, con cui è anche possibile giocare. Notifiche e promemoria in-app permetteranno un’esperienza personalizzata e allineata al percorso ospedaliero in tempo reale. Una ulteriore direzione è data dall’analisi dei benefici portati da tecnologie di distrazione durante procedure critiche, come prelievi del sangue o esami invasivi. Si studierà il feedback dei bambini che affrontano tali stress con l’ausilio di video, musica e visori in realtà virtuale. In conclusione, la Medicina deve essere Scienza, ma anche Servizio e si cura meglio con una carezza, con una parola in più, con l’attenzione alla persona oltre che al malato. * Professore Ordinario Malattie Cardiovascolari (SSSUP) e Direttore Dipartimento Cardiotoracico (Fondazione Monasterio)
Hospital is the place where many people spend much time of their life looking for an answer to a medical problem. But, what is the sense of technology and innovation in medical process today? What did diagnosis and treatment add to a conventional model of relationship between therapist and patient?
Ricerca
di Carlo Venturini
DIREZIONE QUANTUM
Dal primo “Ping” alla rete quantistica con IBM, così il Cnr punta al “teletrasporto“ The era of Quantum
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l 30 aprile del 1986 partì questo semplice comando-messaggio: “Ping”. Da Roaring Creak in Pennsylvania, si rispose con un semplicissimo “Ok”. Così l’Italia si collegò ad Arpanet, la rete antesignana di Internet. Il collegamento avvenne tra la sede del Cnuce-Cnr, in via
Santa Maria a Pisa, e quella di Telespazio, nella piana abruzzese del Fucino, rimbalzando attraverso il satellite Intelsat V, e da lì a Roaring Creek. La connessione stabilita con Arpanet fu la quarta in Europa, dopo quelle in Inghilterra, Norvegia e Germania. Un anno dopo, l’Italia avrebbe registrato il primo do-
minio ufficiale con suffisso .it: cnuce.cnr.it. L’eredità di quella esperienza dell’informatica pisana risiede oggi nell’Istituto di informatica e telematica del Cnr di Pisa dove opera il Registro.it, l’anagrafe di tutti i domini made in Italy. Questa tradizione si fa storia quotidiana per i ricercatori del Cnr-lit che guardano alle frontiere della ricerca. Infatti, il Cnr, con gli Istituti di calcolo, le reti ad alte prestazioni (Icar) e lo Iit-Cnr, è la prima istituzione italiana ad utilizzare IBM Quantum con l’obiettivo di sostenere i progetti di ricerca e le figure professionali per lo sviluppo del Paese. L’IBM Quantum è una rete globale di oltre 170 organizzazioni con accesso alle competenze e alle risorse quantistiche di IBM, al software quantistico basato su cloud e agli strumenti per sviluppatori e con accesso premium ai sistemi di calcolo quantistico di IBM. “Il Cnr è la prima istituzione italiana a partecipare al Quantum Network di IBM. Questo accordo apre alla possibilità di cooperazione con prestigiosi partner internazionali che svolgono ricerca nel settore delle quantum technologies e mette a disposizione dei nostri ricercatori e dello sviluppo del Paese uno strumento di frontiera avanzatissimo, in grado di segnare una svolta rivoluzionaria in diversi settori, a partire da quello informatico”, dichiara la presidente del Cnr Maria Chiara Carrozza. “L’accesso al Network è in questa prima fase destinato ai ricercatori di Cnr-Icar e Cnr-Iit che, attraverso queste tecnologie si propongono di favorire la formazione di nuove figure professionali e di ricerca come l’ingegnere quantistico, ma è già prevista la possibilità di estenderlo ad altri istituti del Cnr”. “La disponibilità dei calcolatori quantistici – interviene Marco Conti, direttore di Cnr-Iit – apre una nuova frontiera per la ricerca informatica, sia nel campo del calcolo che nel mondo di internet. Queste sfide sono particolarmente sentite dai ricercatori dell’Istituto di Informatica e Telematica che hanno sviluppato le loro attività di ricerca nel solco della tradizione pi| ricerca
sana: il primo calcolatore italiano, negli anni ’50, e la nascita della rete internet in Italia, negli anni ’80, cioè le pietre miliari nello sviluppo dell’informatica italiana e nella digitalizzazione del Paese. L’auspicio è quello di contribuire a una nuova fase partendo dal Quantum Computing con l’obiettivo di arrivare al Quantum Internet, cioè una rete basata sul trasferimento di qubit, ovvero di stati quantistici, invece che di semplici bit, utilizzando il teletrasporto quantistico”. “Il Quantum Computing – secondo Alessandro Curioni, direttore di IBM Research per l’Europa – è fondamentale, assieme ai computer classici, per fronteggiare alcune delle sfide più grandi che abbiamo di fronte: dai modelli per simulare accuratamente il mondo fisico, ed eventualmente progettare farmaci e materiali migliori, agli strumenti per affrontare problemi di ottimizzazione complessi come quelli legati alla modellazione del clima e della finanza. Anche gli obiettivi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza possono trovare nel Quantum Computing un valido alleato. L’ingresso del Cnr nel Quantum Network di IBM va in questa direzione permettendo, anche attraverso un partenariato pubblico-privato, di rafforzare le capacità di calcolo del Paese e, allo stesso tempo, di creare e sviluppare nuove e strategiche figure professionali”. Negli ultimi vent’anni, lo sviluppo delle tecnologie quantistiche ha posto le basi per una seconda rivoluzione tecnologica che porterà progressi trasformativi alla scienza, all’industria e alla società. In particolare, l’applicazione delle tecnologie quantistiche aiuterà una varietà di industrie e discipline, tra cui finanza, energia, chimica, scienza dei materiali, ottimizzazione e apprendimento automatico. I membri dell’IBM Quantum Network hanno attualmente accesso a più di 20 computer quantistici, compreso un sistema quantistico Eagle con l’ultimo processore a 127 qubit. IBM prevede una tabella di marcia di sviluppo che porterà a un sistema quantistico con un processore da 1.121 qubit entro il 2023, in grado di esplorare potenziali vantaggi quantistici messi a disposizione degli scienziati del Cnr con l’obiettivo di risolvere problemi che sarebbero irrisolvibili con la tecnologia di calcolo tradizionale.
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un processore da 1.121 qubit entro il 2023 Il direttore di Cnr-Icar, Giuseppe De Pietro, commenta così: “La computazione quantistica nei prossimi anni consentirà di trovare soluzioni a problemi scientifici ed applicativi ritenuti irrisolvibili con gli attuali sistemi di supercalcolo. Ciò comporterà un cambiamento radicale nel modo di pensare la progettazione di algoritmi e software, aprendo nuovi campi di ricerca”.
“Availability of quantum computers – says Marco Conti, director of Cnr-Iit – opens a new frontier for computer research, both in the field of computing and in the world of internet. These challenges are particularly felt by the Cnr-Iit researchers who have developed their research activities in the wake of Pisa tradition: the first Italian computer, in the 1950s, and the birth of the internet in Italy, in the 1980s, i.e., the milestones in the development of Italian IT”.
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di Andrea Pantani
MENTI MATEMATICHE
La grande tradizione pisana della Normale nei ricordi del professor Umberto Zannier Mathematical minds
Q
uando si parla di scuola matematica pisana si fa riferimento a una sequenza di nomi così densa che si resta disorientati. Impossibile citare tutti gli
studiosi illustri passati dalle aule della Scuola Normale Superiore e da quelle dell’Università di Pisa nelle vesti di studenti e professori, molti dei quali sono tutt’ora considerati punti di riferimento internazionale della disciplina. Da
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Vito Volterra a Luigi Bianchi, da Alessandro Faedo a Guido Stampacchia, da Leonida Tonelli ad Aldo Andreotti, e ancora Salvatore Pincherle, Federigo Enriques, Ennio De Giorgi… Gli unici due italiani che si sono aggiudicati la medaglia Fields, il massimo riconoscimento per un matematico (equivalente per certi versi al Premio Nobel, che non include la Matematica), Enrico Bombieri nel 1974, mentre era professore dell’Università di Pisa, e, nel 2018, Alessio Figalli, già allievo del corso ordinario e del corso di perfezionamento della Normale. Senza risalire al medioevo di Leonardo Fibonacci, la tradizione di una città attrattiva per le migliori menti matematiche si può dire che fosse ormai consolidata nella prima metà del Mille
Ottocento. A questa altezza temporale il novarese Ottaviano Fabrizio Mossotti, giunto a Pisa nel 1941 da Corfù, è fondamentale per l’influenza che ebbe su un giovane studente, Enrico Betti, che divenuto professore insegna a sua volta a una numerosa schiera di allievi, tra cui il più noto è Ulisse Dini, anche lui poi riferimento per successive generazioni. “Se dobbiamo iniziare con un nome, partirei proprio da Betti. Non solo i ‘numeri di Betti’ sono una espressione che fa ancora oggi parte della letteratura matematica mondiale,
When we talk about mathematical school in Pisa, we refer to a sequence of names so dense that we are confused. From Volterra to Bianchi, from Faedo to Stampacchia, from Tonelli to Andreotti, and again Pincherle, Enriques, De Giorgi… The only two Italians who have been awarded the Fields medal? Alessio Figalli, former student of the Scuola Normale Superiore, in 2018 and Enrico Bombieri, professor at the University of Pisa and then maestro at the Normale directed by Umberto Zannier, in 1974. “The mathematical school in Pisa? I would start with Enrico Betti…”.
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Umberto Zannier
ma con lui si trova già pienamente avviata quella dinamica virtuosa tipica di una scuola riconoscibile”. Umberto Zannier ben conosce quanto possano essere fertili queste traiettorie. Ordinario di Geometria alla Scuola Normale, invitato a tenere lezioni in centri di prestigio come l’Institute for Advanced Study di Princeton (in cui attualmente insegna, tra l’altro, un altro matematico passato da Pisa, Camillo De Lellis), il friulano Zannier arriva in città a metà degli anni Settanta. “Sapevo che nel campo della matematica la Scuola Normale e l’Università di Pisa rappresentavano ancora all’epoca il meglio in Italia e quindi non ebbi dubbi dopo la maturità. Ho avuto anche una grande fortuna, perché al mio ingresso in Normale trovai come professore Enrico Bombieri, giusto un anno prima che si trasferisse negli Stati Uniti. Non conoscevo i suoi lavori e nemmeno sapevo che Bombieri fosse professore alla Scuola. Quindi fu un incontro casuale, ma fondamentale per la mia formazione perché trovai in lui i miei stessi interessi scientifici, e da lui imparai a vedere i problemi in prospettiva ampia”. Secondo Zannier, dal 2012 coordinatore di una rivista scientifica edita dalla Scuola Normale che ha avuto una grande tradizione negli studi matematici, gli Annali della Classe di Scienze, c’è una certa continuità per quanto riguarda ambiti specifici: la geometria algebrica con Betti, Bianchi, Enriques, Andreotti fino a Bombieri, Arbarello; l’analisi matematica, se pensiamo ai nomi di Dini, Volterra, Pincherle, Tonelli, Stampacchia, De Giorgi, per arrivare all’attuale direttore della Normale Luigi Ambrosio. Nomi e aneddoti si inseguono nei ricordi di Zannier come studente: dalle partite a bridge con De Giorgi nella hall del Collegio d’Ancona a Edoardo Vesentini, molto pericoloso perché capacissimo di far perdere il posto dopo un esame con lui. “A 18 anni trovare qualcuno che alimenti la tua passione è decisivo, ma si tratta anche di superare certi traumi che possono capitare e che sono alla fine educativi. Ricordo che durante un seminario, Bombieri, che già avevo scelto
Con Betti inizia la stagione dei grandi, da Dini a Faedo come maestro, utilizzò un’espressione arcana, nella terminologia dell’algebra differenziale, e chiese se c’era qualcuno che non la conoscesse. Io come allievo del secondo anno ero autorizzatissimo a ignorarla, ma candidamente alzai la mano (unico tra i presenti). Bombieri mi dette dell’ignorante, davanti a tutti, e proseguì senza spiegare il significato… Confesso che, rosso in volto, ebbi la tentazione di alzarmi e andarmene… Però poche ore dopo avevo appreso quel significato. Poi nel corso degli anni siamo diventati collaboratori e amici”.
Arte e cultura
di Luca Biagiotti e Franco Farina
SIPARIO SUL FUTURO
Michele Galli (direttore Teatro Verdi): ”La lirica? Bene valorizzare la tradizione, ma diamo spazio anche alla creatività contemporanea” What future for opera?
La flessione del pubblico nelle sale, specie dopo il periodo post pandemico, il progressivo invecchiamento del pubblico e la tendenza routinaria alla ripetizione del repertorio, senza ingressi della musica classica e operistica
contemporanea, richiedono, mai come ora, una riflessione profonda sul destino della lirica. In questa prospettiva, abbiamo chiesto a Michele Galli, nuovo direttore del teatro Verdi di Pisa, come immagina la stagione lirica… da qui a dieci anni.
Michele Galli
L
a flessione del pubblico nelle sale, specie dopo il periodo post pandemico, il progressivo invecchiamento del pubblico e la tendenza routinaria alla ripetizione del repertorio, senza ingressi della musica classica e operistica contemporanea, richiedono, mai come ora, una riflessione profonda sul destino della lirica. Abbiamo provocatoriamente chiesto al direttore Michele Galli quali passi sono necessari per immaginare la stagione lirica del 2032/2033. “Il primo pericolo che vedo – dichiara – è che quasi nessuno è riuscito a intercettare il cambiamento del tessuto musicale presente nella società. Continuiamo ancora a valorizzare quella che è la grande tradizione italiana del melodramma; siamo su Bohème, su Traviata ed è giusto perché sono i titoli che hanno reso famosa la nostra identità musicale nel mondo; ma ci stiamo dimenticando che negli ultimi vent’anni la società è cambiata ed è cambiato | arte e cultura
anche il modo di fare musica. Mai come ora è quindi necessario ripartire dalla base: fare molto più di quanto sia stato fatto in passato sulla formazione dei futuri musicisti e soprattutto del futuro pubblico”.
Da dove iniziare? “Dalle scuole: ci vuole un approccio musicale serio, che includa nuovi modi della formazione e dell’ascolto. Bisogna ripartire dai giovani altrimenti rischiamo di avere intere generazioni che non pronunceranno mai la parola lirica e che mai andranno a vedere un concerto di musica classica. Nel giro di quindici o venti anni, tramontata la generazione del Dopoguerra, chi riempirà le sale dei teatri? Non possiamo evitare di interrogarci tutti su questo”.
Riproporre la tradizione, quindi, ma innovarla, giusto? “Sì, è necessario anche incentivare alla creatività contemporanea. Esiste una musica classica contemporanea e, affinché il dialogo tra tradizione ed evoluzione sia il più produttivo possibile, non si può rinunciare all’educazione delle orecchie. Ricordiamoci che, in tutti gli statuti delle fondazioni lirico-sinfoniche e dei teatri di tradizione, è dichiarata la loro vocazione all’educazione musicale della società”.
Il ruolo sociale del teatro… “Sogno un teatro aperto tutto il giorno e tutti i giorni; un teatro come luogo in grado di accogliere tutti i tentativi di espressione della creatività contemporanea presenti sul territorio.
Un teatro che sappia dialogare con le culture musicali di coloro che arrivano, formare i nuovi cittadini della nostra Nazione attraverso un dialogo che trova nella musica un primo e potente luogo d’incontro. Accogliere non significa solo ricoverare”.
Quindi? “È fondamentale dialogare con le seconde e terze generazioni ormai radicate nei nostri territori, ma con cultura, identità e tradizioni d’origine differenti dalle nostre. Questo tipo di processo non si sta sviluppando in quasi nessuna parte d’Italia; è invece necessario che questo diventi una ricerca, perché la comunione delle differenti tradizioni musicali è modo di costruzione della cittadinanza e può divenire anche un passe-partout per un dialogo con le nuove generazioni”.
Tornando alla lirica, quale rapporto con le nuove tecnologie? “Il processo di costruzione di un’opera non può prescindere da un minimo di giorni di pro-
va. Il progresso tecnologico può ridurre i tempi e i costi, ma il processo artistico di quell’espressione artistica che pretende di essere opera d’arte totale non può richiedere fisiologicamente un periodo di incubazione artistico inferiore ai 16/21 giorni di prova”.
Una serata di lirica tra dieci anni. Come la immagina? “In sala un pubblico informato: molte presenze giovanili e un teatro che mantiene il suo aspetto multigenerazionale. Quella sera diamo un’opera di un autore contemporaneo frutto di una commissione che il teatro ha fatto, e non necessariamente a livello nazionale. Tutto questo senza budget fantascientifici: fare arte e spettacolo implica competenze anche nella sostenibilità finanziaria di ciò che si crea; il rispetto dei fondi pubblici è la chiave con cui ogni mattina apro la porta del mio ufficio”. The decline of public in theaters and cinemas, especially after the post-pandemic period, together with the progressive aging of public and the routine tendency towards repetition of repertoire, without the entry of contemporary classical and opera music, require, never before, a profound reflection on the destiny of opera.
| arte e cultura
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Arte e cultura
di Michele Loporcaro*
POVERA LINGUA!
Semplificazione o decadimento? La democrazia e la ricchezza lessicale vivono in una relazione complicata Poor language!
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a scritto spiritosamente il linguista tedesco Rudi Keller a proposito della concezione diffusa (a partire dal mito babelico) del cambiamento linguistico come decadenza: “Non è strano che vari teorici della decadenza abbiano lamentato la progressiva decadenza della loro rispettiva lingua per oltre duemila anni senza mai essere in grado di additare un esempio di una lingua
effettivamente decaduta?… La decadenza linguistica è sempre decadenza della lingua altrui”. Emerge qui un motivato scetticismo riguardo al fatto che si possa parlare legittimamente del generale peggioramento, o impoverimento, di una lingua. Analogo scetticismo si registra in sede scientifica circa la semplificazione (intesa nell’accezione di “riduzione della complessità”): se si possa o meno misurare la complessità globale di una lingua è argomento
dibattuto in linguistica, disciplina che negli ultimi vent’anni ha visto esplodere gli studi sulla complessità, la sua definizione e la sua eventuale misurabilità. Che una tale misurabilità sia nel novero delle cose possibili è stato recentemente definito “una leggenda urbana” (Guy Deutcher). Ma il rimandare il lettore, in una sede giornalistica, a questo tipo di dibattito ne frustra le aspettative. Aspettative delle quali è buon testimone la rete: se infatti si immette in un motore di ricerca la sequenza “impoverimento della lingua” si arriva in pochi passaggi a titoli come Lingua italiana, lo Zingarelli 2020 segnala le ‘parole da salvare’: ora quelle a rischio estinzione sono in tour nelle piazze (Vatteroni, “Il fatto Quotidiano” 5.10.19). Il senso comune, qui, converge a ben vedere coi risultati della ricerca: è infatti possibile misurare aumento e diminuzione di complessità purché si selezionino ambiti specifici e comparabili. Così un’équipe di sociologi e linguisti (Bolasco, Giuliano e Galli de’ Paratesi) ha pubblicato nel 2006 un volumetto (Parole in libertà) che presenta un’analisi statistica di un ampio corpus (325.000 parole) di 111 interventi pubblici di Silvio Berlusconi mettendone in luce la povertà lessicale e sintattica (prevalenza della paratassi) in confronto a testi comparabili di politici italiani della prima Repubblica. Similmente, uno studio sui discorsi elettorali dei candidati alla presidenza degli Stati Uniti di cui si legge in Where have all the intellectuals gone? del sociologo britannico Frank Furedi (2004) ha indagato le capacità linguistiche presupposte nel loro lector in fabula (termine di Umberto Eco, ossia del loro destinatario programmato): nel 2000, Al Gore si rivolgeva a un destinatario ideale con la competenza linguistica di uno scolaro di seconda media (7th grade), George W. Bush a un elettore con delle competenze da prima media (6th grade) mentre nel primo, celeberrimo dibattito televisivo (1960) Richard Nixon e John Kennedy taravano i loro interventi su studenti di prima superiore (10th grade). Questa dinamica diacronica è la fotografia di un dumbing down (Furedi) e parallelamente quello di “infantilizzare il pubblico” è tra gli obiettivi che il saggio citato attribuisce alla retorica di Berlusconi. A una società democratica tali dinamiche non giovano, se si pensa quali possono esserne gli esiti: Victor Klemperer attribuisce alla lingua del Ter-
zo Reich “una povertà di principio”, un “voto di povertà”. Una democrazia sana non può fare a meno di un lessico ricco, dell’ipotassi, di strutture come il periodo ipotetico, che è la
“Discorsi elettorali da scolari di prima media“ forma linguistica stessa dell’individuazione dei nessi di causa ed effetto. Ed è appena il caso di dire che è la scuola il luogo in cui una democrazia provvede a dotare i suoi cittadini di tali competenze. Chi abbia a cuore la democrazia non può quindi guardare con distacco, nell’hic et nunc dell’Italia di oggi, ai risultati via via peggiori che gli studi periodici PISA-OSCE sul sistema dell’istruzione certificano a proposito delle competenze di lettura degli scolari italiani. *Professore Ordinario di Linguistica, Università di Zurigo e Scuola Normale Superiore
Linguistics today does not believe that languages as such decay over time (though they may, trivially, in case they cease to be spoken), and it is doubtful whether it is possible to measure their complexity globally, if considering them as systems. Another issue is the use of language in specific areas (e.g. in the language of public political debate in a given time and place): here it is legitimate to speak of impoverishment and simplification, and a link is discernible between these and a deficit of democracy.
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Murale nel quartiere di Sant’Ermete a Pisa
Arte e cultura
di Stefano Renzoni*
QUANDO L’ARTE SI FA STRADA
Il curioso destino della street art: i murales da fenomeni “fuorilegge“ a “monumenti“ sotto teca Street art, a curious destiny
Di recente una bella e molto visitata mostra di Keith Haring a Pisa, organizzata dalla Fondazione Pisa a Palazzo Blu, ha riproposto all’attenzione del pubblico la breve ma intensa esistenza di un artista che ebbe il merito di elaborare con ricchezza di proposte un linguaggio artistico fortunatissimo, specie tra le giovani generazioni.
U
n artista tra l’altro che, per una di quelle circostanze assolutamente rare e quasi inspiegabili, in qualche modo concluse la sua attività artistica proprio qui, a Pisa, sulla parete dell’ex convento di Sant’Antonio; in una città come la nostra, refrattaria come poche alle sollecitazioni dell’arte contemporanea. In una comunità che deve fare i conti con testimonianze artistiche medievali che nel brutto italiano alla moda si possono definire “iconiche”, il confronto con i linguaggi artistici contemporanei è sempre stato malagevole e comunque non particolarmente ricco di proposte. Ecco allora che l’esistenza del murale di Haring, ormai celeberrimo, ha trasformato una zona della città altrimenti priva di emergenze monumentali in un luogo assai interessante specie per i turisti, ma anche per chi non ha grande dimestichezza con i paludati recinti dei musei. La pittura di strada mantiene infatti una patina anticonvenzionale, una temperatura eccitata come di chi corre sul filo delle leggi e le infrange, specchio di una cultura borderline e crossover che piace molto alle nuove generazioni, per quel senso di rapina, di opposizione che vi si respira; quasi un afrore rivoluzionario o controcorrente, una slabbratura che interrompe le ordinate discipline dell’arte ufficiale, e delle pagine dei libri di scuola. Tuttavia chiunque si spinga ad ammirare il murale pisano di Haring ha la possibilità di rendersi conto che quell’ampia e necessaria barriera di vetro, posta in basso come difesa dalle (male)intenzioni di qualche dadaista in ritardo, è come se avesse sigillato l’opera in una identità che è l’opposto dell’originaria funzione dei dipinti su strada: la provvisorietà. Quel vetro in basso ha la funzione di monumentalizzare un’opera che, nella sua radice etimologica profonda, appartiene a una tipologia d’interventi urbani nati come di nascosto, eseguiti nottetempo, svelti che arriva la polizia, non nati per essere eterni. Questo non fu ovviamente il caso del nostro murale, concepito dal suo autore in una sorta di gagliarda continuazione degli affreschi del Camposanto, e quindi da lui pensato sin dall’inizio col corredo della stig-
ma dell’eternità dell’opera d’arte, ma l’episodio serve a ricordarci che la street art ormai ha in gran parte perso la sua originaria motivazione, come di opera trasgressiva e controcorrente, per diventare invece essa stessa arte ufficiale, e per giunta non trasgressiva, ma decorativa. Come corollario non stupisce allora se in molte città italiane, sulla scia del successo dei graffitisti, è ben possibile che si organizzino mostre di street art con quadri appesi alle pareti e addirittura incorniciati, opere beninteso assai spesso di grande qualità o almeno di dignitosa compunzione formale, ma che, appunto, sono opere da cavalletto, e che con la strada, detta in inglese o in italiano, non c’entrano nulla: anzi, sono la loro negazione. A questo proposito, sulla scia dell’opera di Haring, Pisa si è arricchita di altri murales, sparsi in varie parti della città, soprattutto nel quartiere di Porta a Mare. Al di là del giudizio di valore che si può dare su di essi (a giudizio di chi scrive di qualità mediamente modesta), l’idea che siano stati commissionati a suo tempo dalla pubblica amministrazione crea alcuni problemi di carattere generale. Mentre nel giardino di casa nostra ciascuno è più o meno libero di mettervi quello che vuole, anche una deliziosa carovana dei sette nani con Biancaneve, gli spazi sulle strade sono a tutti gli effetti spazi pubblici, se non come proprietà almeno come visibilità, e i murales entrano a tutti gli effetti a far parte dell’arredo urbano, come del resto le statue che negli ultimi anni son state messe sulle piazze, e Pisa ne ha un discutibile
Una nuova identità per Tuttomondo campionario. Il problema allora è che non è possibile accettare quell’arbitrarietà del gesto artistico (spesso velato e reso incoraggiante dalla sua gratuità), perché quello che diventa pubblico deve passare attraverso un controllo, un giudizio: non si può fare qualunque cosa ovunque. Fino agli inizi del secolo scorso per opere di carattere pubblico si bandivano concorsi con commissioni spe| arte e cultura
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zone periferiche e degradate, è come se trasformassimo un’attività artistica coraggiosa e borderline, in una sorta di accademia pittorica, che allora dovrebbe avere le sue regole. Quanto poi all’idea di tutelare indiscriminatamente i murales come opere d’arte, è perfino banale ricordare che l’artisticità di un’opera non è il risultato della volontà del suo autore o del committente. Insomma, un disegno su un muro non necessariamente è arte: a volte, nello spirito autentico della street art, non vuole neppure esserlo. La street art spesso vuole comunicare, denunciare, declamare, urlare, legando la propria esistenza a fatti coevi e perfino cursori, non congiunti ad alcun concetto di eternità. Se c’è un’epigrafe che meglio di ogni altra potrebbe involontariamente spiegare la straordinaria precarietà della street art, è la scritta che domina sul palazzo della Secessione di Vienna:
A ogni epoca la sua arte e a ogni arte la sua libertà. L’arte come specchio della sua epoca, e sua illustrazione perfino. Per questo motivo i murales che a Pisa meglio rappresentano lo spirito autentico della street art sono quelli che arricchiscono le pareti dell’insediamento di case popolari in Sant’Ermete, dal segno urticante e percussivo, estranei ai languori sentimentali delle decorazioni da strada, dove si recupera un segno che è l’espressione di una volontà politica di denuncia sociale. Questo non significa ovviamente condividerne il contenuto, ma riconoscerne il valore non decorativo, ma comunicativo e problematico. Forse bisognerebbe parlarne.
cifiche, e forse sarebbe il caso di pensarci, ma non nell’illusione che i concorsi e le giurie premino necessariamente i migliori (nel XIX secolo in Francia le commissioni ufficiali del Salon bocciavano costantemente le prepotenti innovazioni impressioniste), ma perché almeno avrebbero il merito di porre una pur flebile barriera alle improvvisazioni, alle decisioni arbitrarie. Insomma, se i murales vengono disciplinatamente distribuiti dalle autorità pubbliche sulle pareti che fiancheggiano le strade nella volontà di un presunto riscatto di | arte e cultura
*Storico dell’arte, consulente Fondazione Pisa, consulente XVII Biennale di Architettura di Venezia - Padiglione Italia
In a community like that of Pisa, that has to deal with “iconic” medieval artistic testimonies, the comparison with contemporary artistic languages has always been difficult and not particularly rich in proposals. Hence, the existence of the Haring mural, revived by an exhibition at Palazzo Blu, needs a profound reflection on the role and value of street painting and the new languages of art.
Innovazione
di Carlo Venturini
FOTOGRAFARE LO STRESS
Grazie a una semplice app realizzata da Cnr e Barilla, gli agricoltori potranno monitorare la salute del grano Wheat, an app against stress
Può l’intelligenza artificiale con il suo corredo di algoritmi essere un’alleata preziosa della nostra salute agroalimentare? Possono un tablet, uno smartphone essere strumenti utili e specifici, se non necessari all’agricoltore, coltivatore?
D
alla collaborazione tra Barilla, l'Istituto per la BioEconomia (Cnr-Ibe), l’Istituto di Scienza e Tecnologie dell’Informazione (Cnr-Isti) e Yoo-no Lab, nasce GRANOSCAN la app che, sfruttando l’intelligenza artificiale, aiuta gli agricoltori, i tecnici e gli agronomi nella individuazione di infestanti e fitopatie delle coltivazioni di frumento. GranoScan nasce dall’esigenza di realizzare uno strumento semplice e dall’uso immediato che, in base a una semplice foto scattata da smartphone o tablet, supporta l’identificazione dei principali stress del frumento e aiuta nella determinazione degli interventi. GranoScan con i suoi algoritmi di intelligenza
alizzato uno strumento – dice Davide Moroni ricercatore Cnr-Isti – che punta al trasferimento della ricerca e della tecnologia nel settore cerealicolo, e che, grazie alla semplicità di utilizzo e alla creazione di ambienti digitali, promuove una conoscenza diffusa, accessibile e gratuita per l’agricoltura 4.0”. Pietro Toscano ricercatore di Cnr-Ibe aggiunge: “GranoScan si colloca all’interno di un'attività progettuale, AgroSat+, fortemente multidisciplinare e che ha visto la piena sinergia tra settore privato piccolo e grande e mondo della ricerca pubblica, il tutto in pieno periodo pandemico dal febbraio 2020 al febbraio 2022”. “È stata una soddisfazione vedere che uno dei nostri modelli di intelligenza artificiale ha capacità di discernimento superiori all’agronomo nel caso delle infestanti giovani del grano – commenta Massimo Martinelli di Cnr-Isti – mentre gli altri modelli proposti migliorano lo stato dell’arte. Il lancio della app e il suo uso da parte degli agricoltori ci permetterà di sviluppare e testare nuove idee per migliorare ulteriormente GranoScan”.
GranoScan ha un intelligente sistema di allerta artificiale, abbinando metodi di classificazione e identificazione, riesce a riconoscere oltre 100 problematiche che possono interferire con il corretto sviluppo del frumento. Allo stato attuale, sono stati censiti 36 infestanti, 26 tipi di insetti e 20 patologie. È uno strumento di diagnosi iniziale che può aiutare l’utente a determinare se intervenire in campo o richiedere eventualmente il supporto di un esperto per misure di contrasto mirate. Inoltre, con il suo sistema di allerta abilita la possibilità di essere sempre informati sull’insorgenza di fitopatie nel proprio areale di coltivazione. GranoScan è in continua evoluzione e si basa su tecniche di autoapprendimento. Infatti, con l’aumentare degli scatti in campo, l’applicativo potrà migliorare in automatico la sua accuratezza e accrescere sempre più il numero di problematiche identificabili. Le allerte sono attive solo per le unità produttive di frumento registrate sul sistema AgroSat (piattaforma digitale open e gratuita per l’accesso rapido e preciso a dati in agricoltura, https://www.agrosat.it/it) e per le quali sono state inserite le date di semina. “Abbiamo re| innovazione
GranoScan, an app that, using artificial intelligence, helps farmers and agronomists in identifying weeds and plant diseases of wheat crop, was born thanks to the collaboration between Barilla, the Institute for BioEconomy (Cnr-Ibe), the Institute of Science and Information Technologies (Cnr-Isti), and Yoo-no Lab. In fact, GranoScan was born from the need to create a simple tool that, based on a simple photo taken from a smartphone or tablet, supports the identification of the main stresses of wheat.
Economia
di Stefano Pitti*
GENERAZIONI A CONFRONTO
Anche il ricambio in azienda richiede strategie adeguate. Ecco la visione di CRV A guide to new recruits in companies
La crisi innescata dall’emergenza sanitaria ha avuto un impatto rilevante sulle aziende, in particolare le PMI, che hanno acquisito maggiore consapevolezza dei rischi, tanto che il 32% di esse ha aumentato la propensione all’acquisto di polizze assicurative dopo la fase pandemica. Tra i rischi per le PMI dovremo tener conto anche del delicato momento del ricambio generazionale.
♦
nominare manager capaci che accompagnino la transizione con visione strategica;
♦ stipulare
delle assicurazioni a garanzia di un sostegno finanziario nel passaggio generazionale, affidarsi al consulente della proprio Banca di fiducia, salvaguardare i posti di lavoro dei dipendenti strategici.
Il nostro Paese è composto principalmente da imprese familiari i cui leader, secondo un’indagine AIDAF (Associazione Italiana delle Aziende Familiari), nel 30% dei casi hanno più di 70 anni. Quello del passaggio generazionale in azienda è quindi un tema quanto mai attuale che necessita di pianificazione. Interessa oltre il 60% degli imprenditori italiani over 60. Il 70% circa degli imprenditori desidera lasciare l’azienda a un familiare, una percentuale significativa è restia ad abbandonare il proprio ruolo, solo il 25% delle imprese sopravvive alla seconda generazione di imprenditori e solo il 15% alla terza. La pianificazione del passaggio generazionale deve essere frutto di una strategia studiata dall’azienda alla stregua di quella per il lancio di un nuovo prodotto o la pianificazione di un nuovo business. Come azienda con una storia di oltre un secolo e ben radicata nel territorio, Cassa di Risparmio di Volterra è a disposizione delle imprese per percorsi strategici nel delicato ricambio generazionale. Fondamentali sono i seguenti quattro passaggi:
♦ non
utilizzare denaro dell’azienda per eventuali liquidazioni a soci, evitando così indebitamento, frammentazione della proprietà dell’azienda stessa;
♦ costituire un Patto di Famiglia scritto che stabilisca regole legali e fiscali; | economia
Per un passaggio generazionale di successo occorre che l’imprenditore sappia distinguere la famiglia dall’azienda, nonché applicare una governance moderna separando i tavoli gestionali da quelli familiari. È importante inoltre che sappia valutare la competenza anziché l’appartenenza alla famiglia; definire in anticipo regole condivise, dando la precedenza alla competitività dell’impresa e non agli equilibri familiari; preparare patrimonialmente la famiglia al ricambio generazionale; pianificare l’obiettivo e il processo con piani flessibili; coinvolgere professionisti e consulenti per colmare i gap di conoscenza, ridurre l’area delle emozioni. Per un passaggio di testimone pianificato ed equo, l’istituto giuridico prevalente in Italia è rappresentato dai “Patti di Famiglia” previsti dal D.lgs. 55/2006: con un contratto il titolare dell’azienda anticipa il trasferimento della stessa o delle relative quote ai discendenti. In questo complesso percorso, spesso contraddistinto anche da ostacoli burocratici, legislativi e fiscali, i professionisti (commercialista, notaio ecc.) e il consulente della Banca di fiducia dell’azienda diventano figure di riferimento. Coinvolgere una figura terza e super partes può fare da connettore tra le due generazioni e fare la differenza nell’ottica della sopravvivenza sul mercato. *Direttore Generale Cassa di Risparmio di Volterra SPA Our country is mainly composed of family businesses whose leaders, according to an AIDAF (Italian Association of Family Businesses) survey, in 30% of cases are over 70. The generational change in companies is, therefore, a very important issue that needs planning.
Economia
di Alberto Susini
TRANSIZIONE DIGITALE
Mentre gli investimenti delle aziende aumentano, si fa strada il bisogno di nuove competenze Digital transition
Secondo i dati del Sistema Informativo Excelsior realizzato da Unioncamere e da ANPAL, nel 2021 il 66% delle imprese della provincia di Pisa ha di-
chiarato di avere investito in almeno uno dei tre ambiti della trasformazione digitale (tecnologie digitali, modello organizzativo aziendale e sviluppo di nuovi modelli di business) contro il 64% di quelle che lo avevano fatto nel quinquennio precedente.
N
el dettaglio, il 40% delle imprese che hanno investito in trasformazione digitale hanno puntato sulle modifiche dei modelli di business, con l’adozione di strumenti di digital marketing (il 39% delle aziende, vale a dire +13 punti percentuali rispetto al 2016-2020) o, considerando l’aspetto prettamente tecnologico, sugli strumenti software per l’acquisizione e la gestione di dati (45% +10 punti percentuali rispetto al 2016-2020), sull’acquisizione di reti ad alta velocità (44% +14 punti percentuale rispetto al 2016-2020), sulla robotica avanzata (33% + 12 punti percentuale rispetto al quinquennio precedente). Quote molto elevate, e in forte crescita rispetto al recente passato, anche per l’adozione di strumenti di lavoro agile (41%, +14 punti) e per il potenziamento dell’area amministrativa/gestionale e giuridico/normativa a seguito della trasformazione digitale (36%, +14 punti). Le competenze digitali rappresentano, non diversamente da quanto accade a livello nazionale, uno dei temi cardine entro cui si stanno muovendo gli investimenti previsti nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Affinché i benefici attesi possano essere colti dal sistema, diventa fondamentale avere le persone che, nel concreto, vadano a implementarlo. Ma questo non è affatto scontato, anzi. Se è vero che con l’allentarsi delle restrizioni legate all’emergenza sanitaria il fabbisogno occupazionale del sistema imprenditoriale è tornato a crescere, purtroppo però tale recupero è accompagnato dall’aumento delle difficoltà da parte delle imprese nel reperire i profili ricercati. Per quelli più qualificati e per i tecnici si rileva addirittura una vera e propria carenza di candidati e diviene quindi fondamentale un lavoro sull’orientamento nella scelta dei percorsi scolastici. Preso atto della criticità, la Fondazione ISI ha avviato un progetto di sperimentazione didattica gratuita per gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado e per i NEET, focalizzato sulle discipline STEM e l’uso dei | economia
Nel 2021 cresciuti gli investimenti nel digitale
robot. Nel concreto si tratta di sessioni formative non tanto “di robotica” quanto piuttosto “con la robotica”. I robot e i supporti tecnologici sono infatti al servizio di una modalità di apprendimento nuova, inconsueta e anche coinvolgente delle materie studiate a scuola. Questa modalità innovativa si propone inoltre di rafforzare alcune competenze trasversali, come la capacità di cooperare efficacemente all’interno di un gruppo di lavoro e il problem-solving. Perché sia più appetibile possibile, l’offerta formativa è pensata per essere modulata rispetto ai livelli di conoscenze e di competenza delle diverse classi e dei diversi indirizzi di studio.
In 2021, 66% of companies in the province of Pisa declared investments in at least one of the three areas of digital transformation. The issue of digital skills is one of the key issues within which the investments envisaged in the PNRR are moving. In order to reach the expected benefits, it becomes essential to have people who, in practice, can implement it.
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