NUMERO 3 IX 2009 giornalino educativo
COME MIGLIORARE LA PROPRIA PATERNITÀ pagina 13
COME COMUNICARE CON I PROPRI FIGLI 4 SEGNI DI UN ASCOLTO EFFICACE
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L’ASCOLTO ATTIVO
Definire con parole proprie ciò che l’altra persona ci sta dicendo. Precisare le questioni ponendo domande. L’informazione “di ritorno”: condividere subito, sinceramente ed aiutando – le sensazioni e le esperienze senza giudicare. L’ASCOLTO EMPATICO
Ascoltare con l’intenzione di comprendere le emozioni del nostro interlocutore. L’ASCOLTO APERTO
Non giudicare, affinché i giudizi non nascondano davanti a noi il nostro interlocutore.
4. L’ASCOLTO CONSAPEVOLE -
Porre l’attenzione sulla concordanza tra le parole e le emozioni. acendo attenzione ai sentimenti del bambino o del ragazzo, e realizzando le condizioni dell’ascolto efficace, il genitore, durante le conversazioni con suo figlio, dovrebbe impiegare espressioni quali: “io”: “io sento che…”, “Sono triste, quando…”, “Mi dispiace, perché…”,
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“Non mi piace quando…”. - Mezzi di comunicazione di questo genere aiutano ad ascoltare bene l’altra persona. E’ importante esprimere le proprie esigenze, le proprie aspettative e i propri sentimenti, anche per essere ben compresi. Parlando con il proprio figlio, dobbiamo ricordare che lui e/o lei sono osservatori molto attenti, e che reagiscono facilmente a qualsiasi barriera comunicativa che spesso noi utilizziamo. In particolare queste barriere possono essere costituite da un nostro scarso interesse nei riguardi di ciò che i nostri figli ci dicono. s
CARI LETTORI! Durante le vacanze molti giovani vengono a contatto con sostanze ad azione stimolante, come: l’alcool, la droga, le sigarette. E’ molto importante protegge-
• La maturità nella sfera del corpo (parte 2) 2 CONTENUTI
re i ragazzini e i giovani dall’influsso, pericoloso e che rende dipendenti, causato da queste sostanze sui giovani organismi. Quindi in questo numero continuiamo le riflessioni a proposito della sfera del corpo e riguardo ai pericoli
provocati
dalle
dipendenze,
appunto, da queste sostanze stimolanti, e indicheremo come si possono preve-
• Le mie vacanze . . . . . . . • Insegnate ai figli come superare le difficolta’ . . . . . . . . • Come proteggere dalle dipendenze?.
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nire. Molto importante, nell’educazione dei Vostri figli, è la qualità della Vostra paternità e maternità. Perciò continuiamo a pubblicare i cicli a proposito della paternità e della maternità, e Vi proponiamo nuove interessanti riflessioni a proposito della “disciplina pratica”, estratte dall’allegro libro di
• Il sistema di educazione migliore . • 7 principi della disciplina pratica . • La paternita’ - il ciclo
. 8 . 10
Come migliorare la propria paternità? 12
Leman Kelvin “Come educare e non impazzire?”. Vi invitiamo anche a mandarci le testimonianze sulla vita delle Vostre famiglie e sulle Vostre scoperte nell’ambito di un’efficace educazione dei bambini e dei giovani. I vostri scritti più interessanti saranno pubblicati all’interno del nostro giornalino. Vi auguriamo buona lettura!
• La maternita’ - il ciclo La maternita’ come avventura . . . 14 • Il controllo dell’aggressivita’ dei ragazzi16 BRICIOLE EDUCATIVE Un e-giornalino per i genitori. Edito dalla Casa Editrice MIMEP-DOCETE, via Papa Giovanni XXIII, 4; 20060 Pessano con Bornago (MI). Preparato dal gruppo redazionale.
Briciole educative
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LA
MATURITA’
In che cosa consiste l’odio verso il proprio corpo? Da dove deriva?
PARTE 2
NON DOVETE ESSERE I NEMICI DEL VOSTRO CORPO
Un’altra minaccia nella sfera della corporeità è rappresentata dall’essere nemici del proprio corpo, dall’odiare il corpo, dal temere il proprio corpo, dalla voglia di disfarsi del proprio corpo. Qualcuno dirà che questo fatto è terribile ma anche è raro oppure non avviene. Invece, purtroppo, avviene. E di solito è più visibile presso le ragazze che presso i ragazzi. Questa non e’ una questione di complessi. I complessi sono il problema minore. C’è anche un problema più grande, che è il rifiuto del proprio corpo, il timore del proprio corpo, per le ragazze questo si mostra sotto forma dell’anoressia, ossia un’ostilità mortale verso il proprio corpo. Si vuole uccidere il proprio corpo: non si vuole ammazzare se stesso, ma si vuole cancellare il proprio corpo. Per i ragazzi questo fenomeno è più mascherato, nessun ragazzo o quasi nessuno dirà: “Sono nemico del mio corpo”, mentre tale ostilità verso il proprio
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Briciole educative
NELLA
corpo si mette in evidenza indirettamente, c’è chi fuma le sigarette, prende droghe, o beve alcolici nell’età dello sviluppo, oppure beve super-alcolici quando è adulto, oppure ha un modo di vivere irresponsabile o si nutre in modo malsano. Ho sentito che alcuni giovani scommettevano che avrebbero usato la macchina per entrare da una via laterale in una principale, sulla base del motto: “Ce la farò o non ce la farò”. Questa è un’ostilità enorme verso se stesso e verso la propria corporeità, perché si sa che un tale divertimento può concludersi con un’invalidità o con la morte, quindi queste sono forme nascoste, nascoste nei propri riguardi. Qual e’ la causa di questa inimicizia? Quando si tratta dell’essere schiavo del corpo è una cosa spontanea, da neonati facciamo ciò che vuole il nostro corpo, e molti uomini che non si sviluppano rimangono tali fino alla loro morte. Parlando così con il sorriso, ma con un sorriso amaro, se uno non si sviluppa, rimane al livello di un neonato, ossia fa ciò che il suo corpo desidera, così come faceva quando era neonato.
SFERA
DEL
La prima posizione sbagliata, ossia il sottomettersi alla propria corporeità, risulta dal fatto che semplicemente non ci si sviluppa, che non si esige da sé, che si rimane al livello di un neonato almeno sotto questo aspetto. Invece la seconda posizione di ostilità verso il proprio corpo è acquisita, non è spontanea ogni neonato sa prendersi cura del proprio corpo, quando vuole mangiare piange, quando vuole dormire si addormenta in qualsiasi posto, e quindi già da neonati siamo “amici” del nostro corpo, ed è innato il fatto di prendersi cura del proprio corpo, di difendere il proprio corpo... LA CAUSA DELL’INIMICIZIA VERSO IL CORPO
Da dove può derivare l’ostilità verso il proprio corpo? Deve essere acquisita. Quindi o per il fatto che qualcuno tratta male il mio corpo – per esempio, i genitori picchiano il bambino, o qualcuno all’asilo ride di me, o mi umilia per delle mie debolezze; ognuno di noi possiede dei punti deboli nel proprio corpo, perfino le ragazze più belle non sono contente di qualcosa, e, se qualcuno ci dà fastidio, provoca dei complessi riguardanti il corpo. Oppure succede che qualcuno mi fa molto male nella sfera corporea fino al punto di abusi sessuali, allora colui che soffre nella sfera del corpo per colpa di un qualche malintenzionato, pensa: “Se non avessi questo corpo, non avrei questi problemi, non mi farebbero soffrire, non mi umilierebbero, non mi sfrutterebbero, non mi picchierebbero, non mi deriderebbero”. Quindi al posto di ribellarci a chi ci fa del male, di solito ci ribelliamo al nostro corpo, che però è innocente: non è colpa del nostro corpo che qualcuno ci picchia, o ci sfrutta, o ci umilia. Una fonte dell’ostilità verso il proprio corpo risulta dal fatto che qualcuno ci tormenta corporalmente, soprattutto nell’in-
CORPO
fanzia, quando non siamo in grado di difenderci. Invece la seconda fonte è costituita dalla reazione al fatto che qualcuno si sottomette al suo corpo, è per un paio di anni schiavo del corpo, inizia ad avere forti problemi, dipendenze, diventa criminale, non è in grado di amare, perché è schiavo del corpo - mentre l’amore non appartiene soltanto alla sfera della corporeità. Ed allora non se ne può più del proprio corpo, e ci si ribella, e si può odiare il proprio corpo, come per esempio può succedere ad un erotomane, ad un individuo molto pigro, o a qualcun altro che ha notevoli problemi nel corpo, e che allora può odiare il proprio corpo ed affermare: “Se non avessi il corpo, non avrei questi problemi”. Anche il timore del proprio corpo oppure l’ostilità verso il corpo possono risultare o da torti subiti o da torti che si è fatti contro se stessi, e questo è l’effetto di un atteggiamento così estremo. Ed ecco queste due minacce: essere schiavi del corpo, ovviamente di solito inconsapevolmente, oppure essere nemici del proprio corpo. Queste sono situazioni molto dolorose nella vita di un uomo o di una donna. s
Briciole educative
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Come proteggere I ragazzini,
gli adolescenti
e i giovani attualmente
sono continuamente in pericolo di entrare in contatto
con sostanze ad azione stimolante, come l’alcool,
dalle dipendenze? la droga e le sigarette. La prevenzione,
ossia il contrastare il problema,
è molto più efficace della cura delle conseguenze.
IL DIALOGO
Un atteggiamento di reazione al problema è costituito dal colloquio – bisogna trasmettere le informazioni-chiave a proposito dei pericoli e dei tranelli collegati all’uso di sostanze stimolanti. Parlate con Vostro figlio a proposito dell’alcool, della droga e delle sigarette. Senza fare i moralisti e senza spaventare, dite in che modo agiscono e quali sono le conseguenze principali delle concrete sostanze stimolanti. Se Vostro figlio è più grande, parlate delle conseguenze psicologiche che derivano dal consumo di alcool o di droga. Il colloquio, ma anche l’ascolto attivo, possono aiutare all’emergere dei problemi che l’adolescente sta attraversando in quel periodo. IL BUON ESEMPIO
Per comprovare il Vostro messaggio, siate un buon esempio per i Vostri figli – essi notano perfettamente e conoscono esattamente il Vostro atteggiamento verso le sostanze stimolanti di cui state parlando. Se volete proteggere i Vostri cari dalle conseguenze negative dell’assunzione di queste sostanze, innanzitutto
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la cosa migliore è che cambiate il Vostro atteggiamento. I PRINCIPI CHIARI
Stabilite dei principi chiari riguardo ad ogni genere di sostanze stimolanti. I confini fanno sì che i ragazzini e i giovani riconoscano e distinguano tra che cosa è male e che cosa è bene ed accettabile. Dite chiaramente che è vietato bere l’alcool, fumare le sigarette e drogarsi. E’ bene sottolineare che avete stabilito questa regola per amore verso di loro e preoccupati per il loro bene. Siate amici, e non avversari, dei Vostri figli. Divieti troppo severi e non motivati possono condurre ad un atteggiamento di ribellione. Ricordatevi che quando Vostro figlio infrange una regola stabilita, dovete sempre agire secondo quanto avevate precedentemente deciso. E’ importante che le punizioni siano adeguate all’età di Vostro figlio. IL SISTEMA DI VALORI
Aiutate Vostro figlio a formarsi il suo proprio sistema di valori. Siate per lui un sostegno ed un appoggio. Per gli adolescenti che sba-
gliano, i valori sono una base molto importante e danno a loro la percezione che stanno entrando nel mondo adulto. Aiutano anche a rafforzare la sicurezza di sé. Senza la scelta di priorità e di obiettivi è molto facile farsi ammaliare dal fascino delle sostanze stimolanti. Inoltre la consapevolezza di ciò che è bene e ciò che è male fornisce il coraggio nel prendere le decisioni e nella eventuale difesa della propria opinione. Il ruolo dell’adulto consiste non solamente nell’essere un esempio, ma anche nell’essere come un indicatore stradale nel ritrovamento degli aspetti più importanti della vita. IL TEMPO ORGANIZZATO BENE
Organizzate il tempo a Vostro figlio. Il periodo delle vacanze purtroppo è il migliore per la sperimentazione di sostanze stimolanti. Perché? Poiché in quel periodo i ragazzini e i giovani hanno più tempo libero e contemporaneamente sono meno controllati dagli adulti. I ragazzini e i giovani il più delle volte prendono l’alcool, le sigarette o la droga per noia ma anche perché vogliono fare varie esperienze. Quindi è importante che abbiano degli impegni attraenti, creativi e sani, i quali diventino terreni d’esplorazione delle novità e che uccidano la noia delle vacanze (in particolare per i ragazzini e i giovani che trascorrono le vacanze in città). Saranno anche fonte di esperienze interessanti, che sicuramente produrranno frutti nel futuro.
stessi. L’accettazione, l’approvazione aperta nei confronti degli atteggiamenti e dei comportamenti indicati, e la fiducia concorrono nella formazione, nel ragazzino, della fiducia in se stesso. Il periodo della gioventù consiste anche nell’insegnamento dell’auto-affermazione e della capacità di gestire la pressione del gruppo dei coetanei. L’abilità nel saper affrontare i coetanei quando invogliano ad assumere sostanze stimolanti sarà molto preziosa in questo periodo. Allora aiutate Vostro figlio ad imparare a rifiutare in accordo con i suoi sentimenti e con le sue aspettative. TROVATE LE SOLUZIONI INSIEME
Parlate con i genitori degli altri ragazzi. Un sostegno reciproco e lo scambio di informazioni sono importanti ed aiutano molto. Insieme è sempre più facile trovare le soluzioni. A volte gli adulti purtroppo non hanno influenza sul fatto se il loro figlio verrà in contatto con sostanze stimolanti. Tuttavia possono fare molto per ritardare questo momento di primo contatto, e quindi a prevenire la dipendenza da queste sostanze. I valori insegnati dovrebbero rendere impossibile il contatto pericoloso con l’alcool o la droga. Una fiducia in se stessi rafforzata diventerà il fondamento necessario affinché essi non cerchino mai di aumentare la pros pria autostima con sostanze dannose.
ALTA CONCEZIONE DI SE STESSI
Aiutateli a formarsi un’alta concezione di se stessi. I ragazzini, gli adolescenti e i giovani che si trovano nell’età più incline alle sperimentazioni con le sostanze stimolanti, contemporaneamente vivono nel periodo della formazione della concezione di sé e delle attitudini sociali. L’aiuto da parte dei genitori o dei pedagoghi è molto indicato in questo tempo. Il loro ruolo consiste nel sostenere e nell’aiutare gli adolescenti, affinché si sentano bene con se
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LE MIE VACANZE
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La mia avventura con la droga ha avuto inizio quando avevo 15 anni. Già allora non riuscivo ad immaginarmi il divertimento senza sostanze ad azione stimolante.
l termine del terzo anno di liceo mi misi d’accordo con i compagni di classe per trascorrere le vacanze insieme. Avevamo abbondanti dosi di alcool e di droga. Un eterno divertimento senza stress – così lo consideravamo allora. Accadeva che i miei genitori non sapevano nemmeno che ero partito. Dicevo che avrei trascorso la notte presso degli amici, il giorno seguente telefonavo nuovamente e ripetevo la stessa cosa. E così per alcuni giorni. Stavo presso degli amici, ma a 300 km. da casa. I soldi li rubavo ai miei genitori o li “guadagnavo” vendendo la merce ai miei coetanei o ai ragazzi più grandi di me di quattro anni. Era con loro che trascorrevo le vacanze. Per sette giorni ci divertivamo, bevevamo, ci drogavamo, e gli intervalli erano soltanto per fare il barbecue. Allora mi sembrava che era il periodo migliore della mia vita. Adesso, quando ci penso, quando vedo quanta salute, quanto tempo e quanti soldi ho perso, inorridisco. Nell’anno seguente le vacanze si preannunciavano simili. Eravamo passati da una settimana, secondo quanto pianificato, ad un mese. Un amico contrabbandava la droga, quindi ne avevo in abbondanza. Insieme ci facevamo di cocaina e di marijuana. Mi ribellavo contro i litigi dei miei genitori. Scappavo da casa, e i viaggi con i miei amici esprimevano il mio malcontento.
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Briciole educative
Per me le vacanze con la droga erano motivo di allegria e di orgoglio. Ero contento che potevo “riposare” proprio in questo modo. Mi sbagliavo molto. Quasi non ricordo le vacanze successive. Non ero partito per un periodo più lungo, ma avevo trascorso tutti i giorni al campo da calcio giocando a palla o vendendo la merce, mentre di sera bevevo e mi drogavo. Così ogni giorno, fino allo sfinimento. I soldi che spendevo per divertirmi li ottenevo per mezzo del “commercio”. Durante le mie ultime vacanze prima di iniziare la cura, i miei genitori mi hanno ordinato di andare a lavorare. Non ero stato ammesso alla maturità, dovevo aspettare gli esami seguenti. Diventai un distributore di pizza. Mi piaceva guidare lo scooter, conoscere nuove persone con cui entrare in contatto – persone che avrebbero comprato la droga. Un giorno mi ha telefonato un amico proponendomi una gita insieme al mare. Partii, senza dire niente né ai miei genitori né al mio datore di lavoro. I miei familiari erano molto arrabbiati, e venni licenziato dalla pizzeria. Tuttavia questo fatto non mi dava fastidio, per me erano importanti soltanto il divertimento, la droga, l’alcool, i soldi e le ragazze. Ben presto i miei genitori mi fecero il test alla presenza di droghe e mi portarono in un centro dove si curano i tossicodipendenti. Mi trovo qui già da 19 mesi, durante i quali sono s riuscito ad essere lucido.
Insegnate ai figli come superare le difficolta’ I
Come consolare i Vostri figli quando sono preoccupati perché corrono più lentamente dei loro coeta-
nei oppure disegnano peggio degli altri? Che cosa bisogna fare affinché gli insuccessi non scoraggino i Vostri figli e non impediscano a loro di agire?
nnanzitutto i genitori dovrebbero ricordarsi di apprezzare non solamente l’effetto finale ma anche lo sforzo impiegato nel lavoro. Se il bambino ha fatto qualcosa velocemente, e noi lo lodiamo eccessivamente, egli in questo modo riceve il segnale che non deve fare molti sforzi ma che otterrà il premio ugualmente. Ma questa non è la verità. Bisogna, fin dai primi anni, notare l’interezza, lo sforzo che il bambino pone nel costruire con i cubi o nel disegnare, e lodare gli sforzi del bambino e non soltanto l’effetto. Se il bambino non è riuscito a fare bene un disegno su cui ha lavorato a lungo e con impegno, è bene che i suoi genitori non dicano che “questo disegno davvero non è molto bello”. La reazione solamente a quello che è il risultato finale conduce alla demotivazione del bambino e alla mancanza di fiducia nelle proprie possibilità. Il bambino dovrebbe ricevere i compiti e i giocattoli sulla base delle sue capacità attuali e un po’ più difficili, ma il genitore allora dovrebbe partecipare nel gioco, per, per esempio, guidare la manina di un bimbo di un anno
affinché ponga un cubo su un altro cubo e possa così fare delle costruzioni. Questo principio riguarda anche i bambini più grandi. E’ un buon consiglio proporre al bambino - il quale non riesce a fare qualcosa e quindi si abbatte - di farlo insieme. Il successo raggiunto dal bambino con il nostro aiuto è tanto importante quanto il successo ottenuto da lui stesso. Esso invoglia il bambino ad altri tentativi. Inoltre, si può sempre fare riferimento a questo successo in altre situazioni, quando qualcosa gli creerà una difficoltà eccessiva. Se al bambino un disegno non è riuscito bene, ditegli che vedete che si è sforzato molto, anche se comprendete che adesso è arrabbiato e triste. Se il bambino, giocando, perde contro di Voi, ditegli che sapete che gli dispiace, ma anche che nella vita accade così, che alcuni perdono mentre altri vincono. Tuttavia, la volta seguente non agevolatelo, perché le bugie non vanno mai bene nei contatti con i bambini. Se il bambino perde la voglia di eseguire un compito, poiché continua a non riuscirgli, dategli l’idea di impegnarsi in qualcosa di più facile, in cui può avere successo. Se perdete in un gioco con il Vostro bambino, ditegli: oggi ho perso io, ma sono contento che hai vinto tu. Non mettete a confronto i successi dei fratelli e delle sorelle, poiché ciò causerebbe tristezza e costruirebbe un muro di inimicizia tra i bambini. Se un bambino, nel campo-giochi, corre più lentamente di un suo coetaneo, ditegli che non è importante chi corre più velocemente, ma è importante il correre in sé, perché è un gioco s piacevole.
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IL SISTEMA EDUCATIVO MIGLIORE San Giovanni Bosco conosceva i sistemi educativi esistenti nel XIX secolo - quello liberale, quello repressivo e quello preventivo -, e riteneva che il migliore e il più efficace fosse il sistema preventivo, ossia il prevenire, il reagire, il rassicurare.
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iovanni Bosco accolse nel suo sistema d’azione tre principi principali: la ragione, l’educazione religiosa e l’amore familiare. 1. La ragione che sviluppa il senso critico, l’autonomia nel prendere le decisioni e la capacità di guidare le proprie inclinazioni e i propri impulsi avendo come principio il rispetto per la persona e in accordo con la gerarchia di valori universale e non in base alla logica del proprio piacere. 2. La religione intesa come vivere secondo i valori cristiani ed avere un atteggiamento di venerazione dell’Assoluto, dal quale derivano questi valori. 3. L’amore che si conquista la simpatia e la comprensione dei giovani verso gli educatori, i quali mettono in guardia i ragazzi che sono a loro affidati quando questi stanno per prendere decisioni sbagliate, e i quali desiderano formarli ad essere persone buone e dall’animo nobile. Il sistema preventivo in pratica consiste nel far conoscere all’educando le norme e le regole della vita comune, poi nella sorveglianza piena di cura, nell’avvertire ed incoraggiare a prendere tali decisioni che non gli diano la possibilità di compiere una infrazione. Compito dell’educatore è insegnare a compiere scelte critiche e a motivare le proprie decisioni. La capacità nel servirsi della propria ragione deve fare sì che il giovane cresce, matura e diventa libero e consapevole delle proprie scelte. Secondo Don Bosco, la ragione è sinonimo di ragionevolezza e buonsenso, ed è il contrario della violenza e delle imposizioni. La razionalità del sistema preventivo risulta essere indispensabile particolarmente
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Briciole educative
quando vengono applicate delle punizioni. Nel metodo pedagogico di Don Bosco si esclude di praticare qualsiasi genere di punizioni severe e violente. Le punizioni più leggere sono permesse soltanto come ultimo mezzo educativo, quando si esaurisce tutte le altre possibilità. Le punizioni fisiche sono assolutamente vietate, perché umiliano sia l’educando che l’educatore. Don Bosco ha impiegato il sistema preventivo come l’unico che assicura un autentico e pieno sviluppo della personalità umana, della società e della religione. Da quel tempo nella pedagogia cristiana si nota un approccio, diverso dal precedente, verso l’educando ed il processo dell’educazione. Il fondamento del sistema preventivo è la creazione, tra l’educatore e l’educando, di una relazione positiva, il cui modello è l’amore familiare. Lo stile educativo di Don Bosco si esprime nella tendenza a formare uno spirito familiare nei contatti con i giovani. L’espressione dell’amore educativo è la comprensione, la misericordia, la simpatia e la cordialità. Un amore così espresso, definito dal termine di affetto pedagogico, costituisce l’anima, la forma e il metodo del sistema pre-
ventivo di Don Bosco. Nel servizio quotidiano, questo sistema si concretizza vegliando sul comportamento dei giovani, consigliando a loro, e, se risulta necessario, rimproverandoli. Il modello della relazione dell’educatore nei confronti dell’educando è l’atteggiamento paterno. L’amore dell’educando acquista la forma dell’amicizia, della fiducia completa e della prontezza alla collaborazione. La pedagogia di Don Bosco è stata indirizzata verso un’educazione versatile del giovane, anche se il suo obiettivo principale è l’educazione religiosa, perché la religione costituisce il fondamento e il punto culminante dell’azione educativa in questo sistema. La religione intesa non tanto come le pratiche pie, ma come un atteggiamento completo dell’uomo, che si caratterizza con la predilezione per la virtù e il disgusto per il peccato, percepito come un grande male per l’uomo. Avviene così in conseguenza della formazione della coscienza umana secondo lo spirito dei principi cristiani del Vangelo. In questo sistema educativo, la religiosità è strettamente collegata alla ragione, che deve mettere in guardia dalla devozione superficiale e sentimentale. San Giovanni Bosco cercava di proteggere i suoi educandi dalla religiosità ingenua e troppo emotiva. Egli puntava alla formazione, nei giovani, di un atteggiamento di religiosità naturale, sana e consapevole. Il fatto di poggiare il sistema su questi pilastri, quali sono la religione e la ragione, indica che Don Bosco era convinto che l’obiettivo più importante dell’educazione è la formazione di una personalità religioso-morale nobile. Sul piano religioso, l’accento principale era posto sulla vita sacramentale del cristiano. Il sacramento che aveva la priorità per Don Giovanni Bosco era l’Eucaristia; essa forniva il senso e costituiva il centro della sua esistenza. Don Bosco spesso mostrava agli educandi i vantaggi che sgorgano dall’incontro eucaristico con Cristo. Oltre alla pratica consigliata
della Comunione sacramentale, raccomandava anche l’approfondimento dell’unione con Cristo per mezzo della Comunione spirituale e dell’Adorazione del Santissimo Sacramento. La “pedagogia eucaristica” si esprime non soltanto nella frequente assunzione della Santa Comunione, ma anche nella partecipazione quotidiana alla Santa Messa. La pedagogia sacramentale di San Giovanni Bosco attinge i valori dall’Eucaristia, tanto quanto dal Sacramento della Penitenza. Giovanni Bosco sottolineava: “una frequente confessione e una Santa Comunione frequente sono i pilastri su cui dovrebbe poggiare l’edificio educativo, dal quale bisogna tenere lontane le minacce e le frustate”. Il Sacramento della Penitenza, d’aiuto nella pedagogia, serve nel rafforzamento dei doveri morali, nella vincita sulle proprie debolezze e nel controllo del proprio comportamento, mentre l’incontro con Gesù Eucaristico e una degna assunzione della Santa Comunione è una medicina contro le tentazioni del male. La catechesi a proposito dell’escatologia è unica tra i sistemi educativi: venne applicata innanzitutto da Don Bosco. Il suo compito è di sostenere la consapevolezza del fine ultimo dell’esistenza umana, e per mezzo di ciò spingere i giovani ad uno sforzo intenso nel lavoro sul proprio carattere, avendo come obiettivo il s raggiungimento del premio eterno.
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7 principi
DELLA DISCIPLINA PRATICA Sono in dubbio se fornire l’esatto numero dei principi della disciplina pratica, poiché ciò non è tanto semplice. Spesso bisogna utilizzare il metodo dei tentativi e degli errori. Ma permettete che Vi presento 7 principi, sui quali poggia la disciplina pratica.
1. STABILITE UNA SANA AUTORITA’ SUI VOSTRI FIGLI
La famiglia non è come la democrazia. I genitori devono avere l’autorità. Nel sesto capitolo della Lettera agli Efesini, San Paolo scrive che Dio ha dato ai genitori il potere sui figli. Quindi non è un’autorità che abbiamo usurpato, ma è un potere affidatoci da Dio. Se trattiamo i nostri figli come se fossero al centro di tutta la famiglia, insegniamo a loro che si trovano al centro dell’universo e che la loro felicità è una questione di enorme importanza. Non c’è nulla di più sbagliato. Ci sono troppi bambini viziati che, cominciando la vita tra la gente, sono shockati che il mondo non gira intorno a loro. Coloro che in casa sono trattati da principini e da principessine, nella vita reale sono soltanto delle pedine, e per loro è difficile accettare tale situazione. La migliore preparazione alla vita è la casa in cui i figli sono membri della famiglia stimati, ma non sono l’inizio e la fine di tutto. I bambini hanno bisogno e vogliono che i genitori facciano i genitori. Il mostrare la propria forza e la ribellione sono un test della vostra prontezza ad essere veri genitori. Se Voi stessi non stabilirete la vostra autorità di genitori, nessuno lo farà al posto Vostro. Né la scuola, né i media, né tanto meno i loro coetanei. Non abbiate paura di governare la Vostra casa. Ciò che dite è sacro. Ma la Vostra autorità deve essere sana. Alla luce di quanto scritto nella Lettera agli Efesini, non potete “far adirare i Vostri figli”. La Vostra autorità deve agire col sostegno dell’amore piuttosto che della forza.
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2. FATE SI’ CHE I VOSTRI FIGLI SIANO RESPONSABILI DEI LORO ATTI
Tutti impariamo nella nostra casa d’origine come essere genitori. Dovremmo quotidianamente mostrare ai nostri figli che i loro atti portano con sé certe conseguenze, a volte positive e a volte negative. Questo sarà uno degli insegnamenti fondamentali che apprenderà. - Sono in ritardo, scrivimi una giustificazione – dice Vostra figlia andando verso la macchina. - Che cosa devo scrivere? – chiedete ingenuamente – Che Elena oggi è arrivata in ritardo a scuola, perché…? - Devo avere la giustificazione – chiede Vostra figlia ed incomincia a preoccuparsi che questa volta non la aiuterete.
- Beh, e io devo dire la verità – rispondete – . Quindi posso scrivere soltanto: “Elena è arrivata in ritardo perché ha parlato al telefono con un’amica per venti minuti, invece di prepararsi per la scuola. Prego di trattarla così come si tratta i ragazzini che arrivano in ritardo senza avere un motivo importante”. E’ così? - Mamma! - . Elena ritiene che siete cattiva, ma in verità le fate un regalo buono e prezioso. Le dimostrate che il suo comportamento ha un significato. Rifiutate di aiutarla ad uscire dai problemi che si è creata lei stessa. Se incominciaste a giustificarla, le permettereste di continuare a comportarsi in modo irresponsabile. Ma Voi rispettate le sue scelte a tal punto che le permettete di affrontarne le conseguenze. La obbligate ad essere responsabile delle sue azioni. 3. PERMETTETE CHE LA REALTA’ SIA PER LORO UN INSEGNANTE
Se un gatto attraversa una strada su cui sta viaggiando un’automobile, viene schiacciato. A causa di questo incidente tutti sono tristi, ma è un fatto che se si fosse fermato e avesse guardato a destra e a sinistra, vivrebbe ancora. Questa è una lezione preziosa per i ragazzini, i quali ne possono osservare e sperimentare le conseguenze. Perciò il mio animale domestico preferito è il pesciolino rosso. Se non gli date da mangiare, muore. I bambini imparano che devono prendersi c u r a degli anima-
letti e delle cose che vengono affidate a loro; in caso contrario li perdono. La respirazione artificiale non ridarà la vita ad un pesciolino morto. Non si può riportare indietro il processo della morte, anche se desiderate molto ritornare alla situazione precedente. I bambini possono rattristarsi molto, ma è proprio così che imparano. (E’ un fatto che, anche se Vi prendete molta cura del pesciolino, prima o poi muore). Può essere anche un’occasione per avvicinare i Vostri figli alle questioni legate alla vita e alla morte. Cercate tali momenti dai quali si può trarre un insegnamento. A volte la vita stessa ci fornisce dei perfetti materiali per le lezioni dimostrative. Forse permetterete che i Vostri figli vadano a dormire davvero tardi, affinché essi stessi constatino che il giorno seguente saranno molto stanchi (poi però spetta a Voi stabilire un orario adeguato in cui vadano a dormire). Non temete di permettere ai Vostri figli di affrontare gli insuccessi. Troppi genitori temono che la sconfitta ferirà l’amor proprio dei loro figli. Di conseguenza, i genitori imbrogliano, cambiano i principi, fanno finta che il loro figlio non ha perso, oppure gli impediscono di sperimentare qualcosa di nuovo. Si auto-colpevolizzano per non aver protetto i loro figli dalle sconfitte, e tale senso di colpa li conduce a decisioni sbagliate di vario genere. La Vostra casa dovrebbe essere un luogo in cui Vostro figlio può subire una sconfitta – ed imparare dai propri insuccessi. Circondate i Vostri figli con l’amore, mostrate che hanno molta importanza per voi, ma non cercate di correggere Voi stessi i loro errori. Il nostro compito come genitori non consiste nel “chiudere un occhio” davanti alle malefatte dei nostri figli – noi dobbiamo avere gli occhi spalancati, vigili. La realtà è un perfetto insegnante, e se istruirete i Vostri figli ad apprendere proprio da essa, allora tali lezioni porteranno molti frutti in tutto il corso della loro esistenza. s segue nel prossimo numero
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LA PATERNITAʼ
Come migliorare la propria paternità? La maggior parte dei padri non sono cattivi, soltanto che percepiscono delle difficoltà nell’esprimere i
propri sentimenti, non sono in grado di trovare un modo per costruire un contatto affettivo con i propri
figli e, come ogni persona in una situazione poco chiara, fuggono da essa. Ma vale la pena di trovare il tempo per ravvivare il contatto dei padri con i propri figli e con i loro problemi.
L’AMORE NEI CONFRONTI DELLA MOGLIE
Non si può essere un buon padre in famiglia senza un buon rapporto con la propria moglie. L’esempio di un bellissimo amore tra i genitori è l’elemento più importante nell’educazione dei figli all’amore. Infatti l’obiettivo della vita dell’uomo e contemporaneamente la fonte della sua felicità è Dio-Amore. Così, dunque, un bambino privato dell’amore dei genitori, ha più difficoltà nel percorrere la strada verso la propria felicità. La fedeltà coniugale fino al termine della vita è il messaggio più importante a proposito dell’amore coniugale che si può trasmettere ai propri figli. Qualsiasi genere di riflessioni a proposito di divorzi “onesti” e “educati”, e perfino a proposito dei vantaggi che può trarre da essi il figlio (avrà due madri e due padri) sono una volgare manipolazione ed una offesa alla ragione dei giovani. L’AMORE PIENO DI CURE
L’amore per i figli è un’attenzione per il loro bene, il loro sviluppo, la loro salvezza – fino alla santità. Mostriamo l’amore quando dedichiamo ai figli il nostro tempo. Ogni papà affermerà che la sua professione rappresenta appunto questo tempo trascorso per i figli. E’ vero, ma basta? C’è ancora il cosiddetto tempo libero. L’importante è che non sia “libero” dai figli. So che non è facile (lo conosco per esperienza personale) a gioire nel momento in cui
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tre bambini piccoli insieme si siedono sulle ginocchia del papà che, stanchissimo, si è appena seduto sul divano dopo essere stato tutto il tempo al lavoro. So anche che molti padri stanno a casa quasi esclusivamente mentre i loro figli dormono – di mattina presto e di sera tardi. Allora vi invito a riflettere: un lavoro così intenso è necessario per l’esistenza della famiglia, o forse è diventato un’”attrazione” in sé e per sé, ed una fuga dalle difficoltà della vita familiare? Che almeno il desiderio di ogni padre diventi il volere trascorrere il più possibile del tempo con i propri figli! Il tempo vissuto bene con i figli è un investimento che porta i frutti durante tutta la vita dei nostri ragazzi. All’inverso, quando i momenti disponibili sono pochi, può accadere che il figlio si perda o perfino venga sviato, e magari compia
degli errori esistenziali irreversibili. In quei casi, la disperazione dei genitori è ritardata… Che cosa fare, quando il tempo da dedicare ai propri figli è davvero troppo poco, anche per cause oggettive, spesso senza colpa? Bisogna imparare ad usufruire nel miglior modo possibile del tempo, anche minimo, che ci rimane.
UN BUON UTILIZZO DEL TEMPO
Per “non perdere tempo” – ecco un consiglio concreto per tutti i padri: già oggi, adesso, subito, cerchiamo di imparare a trascorrere momenti intensi, e con buon senso, insieme ai nostri figli. Un tale tempo trascorso insieme a lui serve affinché nostro figlio sia appagato dal contatto con noi. Se il padre conosce i bisogni del figlio, sa come soddisfarli, anche nel corso di alcuni minuti e perfino di alcuni secondi, ogni giorno, in modo efficace, con buon senso, e quindi riesce a soddisfarlo per mezzo di questa relazione con sé. Spesso si parla della necessità di riempire costantemente il cosiddetto “serbatoio affettivo” dei nostri figli. Quando il serbatoio è pieno, i nostri figli funzionano bene nella sfera emotiva, mentre quando è vuoto nascono i problemi. Ci sono dei metodi per riempire intensamente questo serbatoio. Si tratta del contatto visivo, tattile, e di indirizzare la propria attenzione sui nostri figli.
LO SGUARDO DEL PADRE
Ognuno di noi conosce la forza dello sguardo diretto verso gli occhi. Purtroppo lo utilizziamo di solito nelle situazioni negative, per esempio dopo che nostro figlio ha commesso una qualche colpa. Ecco che conoscendo l’enorme forza dello sguardo diretto verso gli occhi, al posto di utilizzarlo come fa la polizia durante un interrogatorio, sfruttiamolo per il bene dei nostri figli. Fissiamo uno sguardo pieno di amore su nostro figlio, come per dirgli: “Ti amo così come sei, e, senza tenere in considerazione eccessiva quello che farai, ti amerò sempre, e sono orgoglioso di te”; ciò appagherà il bisogno di vostro figlio di un contatto con il proprio padre e così diventerà un aiuto alla sua maturazione. Notiamo che per fissare con lo sguardo gli occhi di una persona, bastano alcuni secondi, o forse, in situazioni eccezionali, alcune decine di secondi. Forse nessun padre, anche se fosse il più impegnato nel suo lavoro, dirà di non potere dedicare al proprio figlio questo minimo tempo al giorno! (Se mettiamo a confronto questo tempo con le oltre 4 ore che trascorre giornalmente un uomo comune davanti alla televisione, ci renderemo conto facilmente che in verità non si tratta di mancanza di tempo). Segue nel prossimo numero s
LA MATERNITAʼ
La maternita’ come avventura
L
Non è facile essere madre. La maternità è innanzitutto un’enorme responsabilità e un sacrificio attivo della propria vita per il figlio. Significa anche vegliare, organizzare, indicare i principi, controllare, ed essere continuamente pronti a soccorrere. Ma la maternità consiste anche in una fonte inesauribile di gioia, di commozione, e di avvenimenti straordinari.
’essere madre – questo ruolo esistenziale speciale – viene accolto dalla donna a vita. Perché la maternità è irreversibile. Non si può interromperla per un po’ di tempo o ritornare alla situazione precedente. Non si può nemmeno fare un intervallo – anche se temporaneamente qualcun altro si occupa dei suoi figli, la madre continua ad essere vicina a loro spiritualmente. Una delle madri afferma che non si sentiva preparata alla maternità. Oggi non riesce ad immaginarsi la sua vita senza il suo figlioletto. – Proprio adesso è a passeggio con mio marito, e io continuo a pensare a lui – afferma emozionata – Senza di lui la casa mi sembra vuota. UNA NUOVA DIMENSIONE DELL’AMORE
Molte donne riflettono sulla domanda: “Sarò in grado di assumere il ruolo di madre?”, particolarmente quando nel passato avevano rari contatti con i bambini piccoli. Accade che alcune donne, rimanendo da sole con un neonato (per esempio il figlioletto di un’amica), non sanno molto come intrattenersi con lui, e quando il piccolo inizia a piangere, entrano in panico e si sentono impotenti. Ma l’amore materno sconfigge tutte le barriere. Indipendentemente dall’età della donna e dalla sua esperienza di vita, e dal fatto se è preparata all’essere madre o se si trova in una situazione difficile ed è terro-
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rizzata dall’idea della venuta al mondo del bimbo – comunque sia, la comparsa del bebé cambia il suo mondo in un modo inaspettato. Da quel momento lei ha altre priorità, e tutti i pensieri e le preoccupazioni girano intorno al suo figlioletto. Inoltre, all’improvviso scopre che la maggior parte dei timori che la preoccupavano sparisce, e che alcune soluzioni si presentano da sole. ESSERE AL POSTO DI GUARDIA
Ovviamente, la maternità è anche uno sforzo, che cambia gradualmente insieme all’età del figlio. Inizialmente è più uno sforzo fisico (l’allattamento, il cambio dei pannolini, i bagnetti, l’alzarsi di notte). Con il passare del tempo, tuttavia, lo sforzo fisico lascia il posto a quello psichico – infatti finisce la fase delle cure, ed inizia il processo dell’educazione. Ma anche allora, la madre non riesce a liberarsi da
una continua sorveglianza, come se si trovasse su un posto di guardia. L’essere madre non finisce mai. Nel primo periodo dell’esistenza del bimbo, ogni madre desidera innanzitutto che il piccolo sia sano. Ma col tempo si aggiungono altri desideri – che si ambienti bene all’asilo e poi a scuola, che raggiunga dei successi nei vari ambiti (discipline scolastiche, sport, ecc…), successivamente che trovi un buon lavoro, ecc… Questo processo non ha termine. Lo sforzo impiegato per l’educazione del proprio figlio, e poi nel suo acquisto dell’indipendenza e nell’introduzione nell’età adulta, la accompagna fino alla fine della sua vita. Poiché una madre vuole sempre trasmettere al figlio il meglio, ed insegnargli ciò che è di maggiore importanza. E soprattutto desidera sempre il suo bene. ALLA SCUOLA DELLA MATERNITÀ
La maternità è una perfetta scuola di vita – insegna la pazienza, l’organizzazione dell’esistenza, l’indipendenza. La maternità rende immune alle difficoltà quotidiane, e libera strati di energia nascosti. Aiuta a scendere dal piedestallo dell’età adulta e ad osservare il mondo per mezzo degli occhi del bambino. La maternità fa ringiovanire, aggiunge vitalità e mette le ali ai piedi. Grazie alla maternità, la donna ogni giorno ricarica le sue batterie interiori. - La maternità, secondo me, è un certo processo e certamente durante tutta la mia vita imparerò dai miei figli – afferma Beatrice. – Fino ad ora, la maternità mi ha insegnato che vale la pena gioire di ogni momento, mi ha insegnato la pazienza e l’empatia. La maternità cambia le priorità, guarisce dall’egoismo, obbliga ad organizzare bene le proprie giornate, ma insegna anche ad essere elastici nei propri progetti, perché i figli spesso sono imprevedibili. La maternità mi ha insegnato a non giudicare gli altri, mi ha trasmesso la tolleranza e l’umiltà. L’essere madre influisce positivamente sulle relazioni con mio marito e mi induce a lavorare su me stessa – aggiunge.
- Imparo la maternità ogni giorno, da quando ho saputo che in me batte il piccolo cuoricino del nostro figlioletto – afferma Anna. – La maternità innanzitutto mi insegna a “dare il mio io”, dare il tempo, l’affettività, la sensibilità, rivolgere la mia attenzione sul piccolo, e prendermi cura ininterrottamente di lui. Mi insegna a dimenticarmi di me stessa, della mia sonnolenza, della mia stanchezza, della mia debolezza. E ad affidarmi a Maria, Colei che è la Migliore delle Madri, a chiederLe, dal momento del concepimento del bimbo, di prendersi cura di lui e di educarlo in modo tale da piacere a Dio. L’essere madre è un’esperienza che cambia in modo irreversibile tutta l’esistenza della donna. Ma non cambia la sua personalità. La donna continua a rimanere se stessa – le piacciono le stesse cose, si impegna negli stessi ambiti della vita. E’ vero che durante alcune fasi dello sviluppo del bimbo la madre deve riorganizzare la propria vita, ma non deve rinunciare a tutto. Per l’autonomia del figlioletto è bene che a volte la mamma non si trovi nelle vicinanze e che quindi egli debba cavarsela da solo. Perché la maternità non è una limitazione. E’ il dono più prezioso, e contemporaneamente una stupenda s avventura, che non ha fine…
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IL CONTROLLO DELL’AGGRESSIVITA’
Si può insegnare ai ragazzi come controllare le sen-
sazioni di rabbia e di aggressività con l’aiuto del basket o con le arti marziali – ecco che cosa dimo-
strano le sperimentazioni degli studiosi negli Stati Uniti.
L’AIUTO EFFICACE
Il Professor Howard Stevenson della Graduate School of Education, nell’Università dello Stato della Pennsylvania, in questo modo ha aiutato nel corso di tre anni più di 150 ragazzi del quartiere occidentale di Filadelfia. Tutti i ragazzi erano d’età tra i 10 e i 19 anni ed avevano un passato da criminali. Come sottolinea il Professor Stevenson, questi ragazzi erano convinti che la violenza è un mezzo per dimostrare agli altri la propria forza e la propria mascolinità, e non si rendevano conto delle conseguenze e dell’influenza negativa che la violenza poteva imprimere sulla loro psiche. I CAMBIAMENTI POSITIVI
Per mezzo dell’allenamento al basket, per mezzo delle arti marziali e della terapia di gruppo, in cui i partecipanti ricevettero le basi di un’educazione culturale, i ragazzi imparavano un altro metodo per gestire le proprie emozioni. Come sottolinea il Professor Stevenson,
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DEI RAGAZZI
l’obiettivo del programma quinquennale denominato PLAAY (Preventing Long-term Anger and Aggression in Youth – Prevenzione della rabbia a lungo termine e dell’aggressività nei ragazzi) consisteva nell’unificare i metodi d’intervento e i metodi di ricerca, per introdurre dei cambiamenti positivi nell’esistenza dei ragazzi. Risultò che grazie a questo programma la frequenza con cui emergevano i comportamenti aggressivi tra questi ragazzi diminuì considerevolmente. IL CONTROLLO DELLE EMOZIONI
“I ragazzi che mostravano gli atteggiamenti più aggressivi trassero i benefici maggiori – erano in grado di controllare meglio i sentimenti di rabbia e di aggressività e la paura del rifiuto da parte dei coetanei” dice il Professor Stevenson. Gli studiosi si sono presi cura anche di un’adeguata preparazione e del sostegno psichico per i genitori dei ragazzi che partecipavano al programma. I ragazzi che avevano iniziato l’esperimento precedentemente, tornavano a raccontare la propria esperienza ai partecipanti successivi. Il programma fu finanziato tra l’altro dall’Istituto Nazionale della Salute Psichica (National Institute of s Mental Health) negli Stati Uniti.
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i racconto della mia famiglia. Essa è composta da nove persone. Mio papà si chiama Adamo, mia mamma – Monica. Io sono il più grande e mi chiamo Matteo. Dopo di me è nato Giacomo, poi Maria. Infine Pietro, Tommaso, Wojtek, e il piccolo Andrea. Vi ho detto i nomi e la successione dei miei fratelli in ordine consecutivo, adesso vi racconterò di ciascuno di loro in modo interessante. Giacomo frequenta la quarta elementare. A lui piace molto giocare con me, andare in bicicletta, sui pattini a rotelle; si trova sempre vicino a me. Io mi confido con lui raccontandogli tutti i miei segreti, e, a proposito, c’è un segreto che sappiamo noi due ma che non dirò a nessun altro! Il più spesso, Giacomo trascorre il tempo libero insieme a me. A volte avviene che litighiamo, ma per poco tempo, e subito dopo ricominciamo a giocare insieme. Voglio molto bene a Giacomo, forse anche perché ha un’età simile alla mia. Dopo Giacomo è nata la mia unica (almeno finora) sorella – Maria. Anche se a volte litighiamo con lei, tuttavia ci vogliamo molto bene. Lei spesso mi offre vari dolci, ed anche io, se ho qualcosa di buono, gliene do un po’. Lei per noi è una “seconda mamma”. A volte fa delle mansioni al nostro posto, perché a casa da noi ognuno ha i suoi compiti! Dopo Maria ci sono quelli che noi chiamiamo “i piccoli”. Il più grande tra loro è Pietro. Egli è fortunato perché ha le orecchie a sventola, gli occhi azzurri e parla ad alta voce, come attraverso un megafono – perciò ha un tale soprannome. Ho detto che Pietro è fortu-
nato perché tutti gli danno qualcosa, “perché è un bambino così carino”. Lui riceve le cicche e le patatine, ma le condivide sempre con noi, perché ci vuole bene. Quando andiamo da qualche parte in vacanza, soltanto Pietro rimane nella memoria delle persone che incontriamo, e quando li rincontriamo, come prima domanda chiedono: “Dov’è Pietro?”. Dopo Pietro è nato Tommaso. Egli è molto agile fisicamente, e quando corre con Pietro, il più delle volte vince lui. Tommaso ha i capelli chiari, quasi “bianchi”, la carnagione scura e gli occhi marroni molto scuri. Tommaso spesso si vergogna – quando dice qualcosa, lo ripete molte volte non riuscendo a finire ciò che sta dicendo. Ma noi lo capiamo e non lo deridiamo. Wojtek è uno dei bambini più cicciottello. E’ come l’orsetto grizzly. Wojtek ha questo soprannome, perché è pesante e grassottello come un cuccido d’orso, ma è molto simpatico. Chi lo vede sorridere deve sorridere insieme a lui. Andrea ha un anno d’età, e sta appena iniziando a parlare. Sa ripetere “mamma”. Ha imparato a camminare e bisogna continuare a sorvegliarlo, perché è molto vivace. A volte devo intrattenerlo, così che la mamma può preparare il pranzo o la cena. Da noi in famiglia ogni tanto si litiga, ma tali momenti passano molto velocemente. Sbaglia chi pensa che non si riesce a resistere in casa nostra. Da noi si sta molto bene. Sono davvero felice che sono nato in una tale famiglia e che ho tanti fratelli! Matteo s
VI RACCONTO DELLA MIA FAMIGLIA...
Il cuore dellʼuomo
deve essere educato
a partire
dallʼinfanzia stessa.
Lʼeducazione del cuore esige capacitaʼ
e continua laboriositaʼ. dalle parole del beato don Ignazio Klopotowski