Prof. Francesco Addarii, Medicina Interna e Cardiologia
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Cari Lettori,
sono trascorsi ormai quasi vent’anni dall’uscita del nostro primo numero e la nostra motivazione e impegno a portare avanti un obiettivo di informazione corretta, su prevenzione e salute, sono più che mai validi e semmai accresciuti dal gradimento sempre crescente del pubblico.
Prof. Roberto Corinaldesi, Dir. Dip. Medicina Interna e Gastroenterologia Università di Bologna
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La salute e il benessere sono temi di fondamentale importanza che rivestono un ruolo differente ma ugualmente importante nelle varie fasi della vita. Ho sempre pensato che l’attività di un medico non finisca una volta realizzata l’attività clinica e di aggiornamento ma che sia una nostra precisa responsabilità, anche e soprattutto, quella di rendere note le indicazioni e informazioni per evitare, quanto più possibile, il disequilibrio e la malattia, mantenendo invece uno stato di benessere sia fisico che mentale. Questo è ciò che abbiamo cercato e continuiamo a fare in questi anni, con l’aiuto prezioso di centinaia di Medici, Ricercatori ed esperti dei vari ambiti di cui ci occupiamo. A loro va un sentito ringraziamento perché senza la loro disponibilità e volontà di dialogo con il pubblico la nostra rivista non potrebbe esistere.
Il nostro concetto di salute è andato definendosi in modo sempre più ampio e completo nell’ottica di una visione olistica del benessere e della salute della persona. La prevenzione attraverso opportuni e periodici controlli, un’alimentazione corretta ed equilibrata, come quella mediterranea, a cui destiniamo sempre maggiore spazio, la pratica costante di un’adeguata attività fisica, ormai da ritenere vero e proprio “farmaco naturale” da “assumere” quotidianamente, l’equilibrio mentale ottenuto attraverso opportune scelte di vita e nuove discipline a cui attingere, l’attenzione all’ambiente e la limitazione dei fattori inquinanti, sono tutti aspetti ugualmente importanti.
È solo attraverso l’attenzione verso ognuno di questi elementi e comportamenti, in una parola lo “stile di vita”, che può nascere il nostro “stare bene”.
Buona lettura!
Enrico Montanari Direttore Scientifico
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n. 6 2025
novembre / dicembre
cibo & salute
8 Una radice, cento benefici
Considerata un vero e proprio “superfood”, la Barbabietola rossa vanta notevoli proprietà...
Dott.ssa Sara Simonetti
16 La merenda dei bambini
Una sana merenda costituisce solo un piccolo pasto della giornata ma permette al bambino di ricaricarsi...
Dott.ssa Perla Degli Innocenti, Dott.ssa Francesca Scazzina
per il Tuo cuore
30 Come proteggere il cuore in caso di tumore
I trattamenti antitumorali, sia tradizionali che più recenti, possono avere diversi effetti collaterali...
Prof. Michele Massimo Gulizia, Prof. Domenico Gabrielli, Dott.ssa Irma Bisceglia, Dott.ssa Maria Laura Canale, Dott. Stefano Oliva medicina
22 Infezioni delle vie urinarie, come curarle?
Si tratta di un problema rilevante a causa delle resistenze batteriche in sempre maggior aumento…
Prof. Tommaso Cai
35 Malattie respiratorie nel bambino, dai sintomi alle cure
Nella maggior parte dei casi le infezioni più ricorrenti colpiscono bambini sani che devono semplicemente fortificare le loro difese
Dott. Tiziano Dall’Osso
38 Dolore al collo, come curarlo e prevenirlo
La Cervicalgia è un disturbo che può influire significativamente sulla qualità della vita ma, con le giuste strategie, è possibile prevenirlo e curarlo efficacemente
Prof. Carlo Ruosi
44 Glaucoma, nuove prospettive di cura
Sono numerose le nuove opzioni terapeutiche tra cui una nuova classe di impianti mininvasivi diversi per invasività ed efficacia
Prof. Dott. Demetrio Spinelli
48 Parodontite, attenzione ai fattori di rischio
Si tratta di una malattia che colpisce i tessuti di supporto del dente che, se non curata, può portare ad una compromissione della salute generale
Dott. Aldo Nobili
il tuo medico di famiglia
53 Longevità sì ma in buona salute
L’età media nel nostro Paese è tra le più alte ma vivere più a lungo non determina automaticamente un miglioramento della qualità della vita
Dott. Fernando Perrone
piante medicinali
56 Angelica cinese, panacea per i disturbi femminili ma non solo...
Oltre all’azione benefica sui disturbi ginecologici, svolge un’azione immunomodulante...
Dott.ssa Maria Lombardi
62 Coenzima Q10, uno scudo contro lo stress ossidativo
La sua particolare struttura chimica gli consente di svolgere un ruolo benefico in molti ambiti...
Dott.ssa Sara Simonetti
66 Pilates, l’arte del movimento
Con il suo focus sulla coordinazione mente-corpo, il Pilates è un metodo di movimento che coinvolge tutto il corpo e sviluppa forza, controllo...
Dott.ssa Claudia Fink
psicologia
72 Empatia, la capacità di rispecchiarsi nell’altro
Questa competenza può essere allenata grazie a percorsi di alfabetizzazione...
Dott.ssa Patrizia Borrelli
estetica & salute
76 Un profilo più armonico
Grazie alle ultime innovazioni, il Rinofiller è diventato uno degli strumenti necessari...
Dott. Davide De Cicco
cosmetici & benessere
78 Peeling e Scrub, istruzioni per l’uso
Sono veri e propri trattamenti di bellezza che, se fatti con consapevolezza e prodotti naturali, regalano una pelle...
Dott.ssa Maria Elena Setti
ecologia & salute
82 Condizioni climatiche e salute della pelle
Le conseguenze del cambiamento climatico incidono negativamente sulla salute della pelle
Prof.ssa Annunziata Dattola
Longevità e qualità della vita
Nuovi orizzonti si aprono a tutte le età, per costruire o mantenere
una vita longeva e di alta qualità
La speranza di vita è aumentata negli ultimi secoli e decenni, saremo tutti centenari? La questione non riguarda solo lo stato di salute nell’anziano, bensì la sua qualità della vita. L’obiettivo non è sopravvivere a tutti i costi oltre i cento anni, bensì arrivarci al meglio in autonomia e lucidità. È una sfida al tempo e all’invecchiamento, una “gara per la salute”, arbitrata dal progresso scientifico. Ognuno ha il dovere etico di partecipare. Questa partita non si gioca solo al traguardo, ma ogni giorno, sin dalla nascita, per investire in longevità. Se un tempo si diceva “meglio prevenire che curare”, oggi dovremmo ribaltare la prospettiva in positivo: “meglio promuovere salute”. Occorre un “Medico dei sani”, a cui rivolgersi per misurare la propria salute e farsi indicare come rafforzarla. La logica della diagnosi va superata per immergersi in quella della probabilità, ossia comprendere i propri rischi e imparare a gestirli. I determinanti genetici, ambientali e soprattutto comportamentali, stanno decidendo istante dopo istante, e a qualsiasi età, il futuro di ognuno verso la soglia dei 100 anni e oltre, in condizioni di efficienza fisica e mentale. Nuovi strumenti consentono di stimare l’invecchiamento biologico del genoma, caratterizzare mutazioni geniche, controllare l’equilibrio del microbiota, le difese antiossidanti, misurare attività motoria e dieta, identificare deficit vitaminici per supplire ai limiti naturali con integratori, farmaci e azioni mirate sugli stili di vita. Questi interventi devono sempre partire dalle metodiche e conoscenze di base già consolidate, ma richiedono anche tecnologie avanzate, spesso di genetica molecolare. Le strategie per spendere risorse per la salute di persone sane, si fondano su un concetto di longevità come bene sociale a vantaggio della comunità e delle nuove generazioni, e non solo come privilegio o conquista individuale. Il successo di questi interventi si regge su due pilastri: da un lato l’innovazione nella organizzazione dei sistemi
sanitari e dall’altro la crescita culturale, ed etica, della popolazione: valutare il rischio oggi per custodire la salute domani. La Medicina predittiva valuta i “fattori di rischio” per rafforzare i “fattori di protezione”. Dopo tabagismo e alcolismo, ai primi posti vi sono la sedentarietà e l’alimentazione squilibrata; viceversa, l’attività motoria e la nutrizione, adattate all’età ed esigenze individuali, sono poderose risorse per una protezione personalizzata della salute. Nuovi orizzonti si aprono a tutte le età, per costruire o mantenere una vita longeva e di alta qualità. Tanto prima tanto meglio, perché, oggi, il carico sociale di disabilità e mortalità prevalente è legato al tempo e a malattie non-trasmissibili ma cronico-degenerative, tra cui quelle cardiovascolari, neoplastiche, metaboliche e neurocognitive. Le classiche malattie infettive, infatti, quali Tubercolosi, Peste, Tifo, Colera, Influenza, o Covid-19, restano importantissime, e non si deve abbassare la guardia, ma non sono più la maggiore causa di morte e disabilità. Paradossalmente, però, specie nei più giovani, sono ancora prevalenti i casi di “mortalità evitabile”, quali il numero di morti e disabili per incidenti stradali e domestici, ossia situazioni dovute al non rispetto di norme di sicurezza; come anche le morti bianche e gli infortuni sul lavoro, che rappresentano un inammissibile impedimento alle attese di longevità. Ma, allora, nella popolazione oltre i 45-50 anni, cosa abbatte la speranza di una salute prolungata in piena efficienza fisica e mentale? Le patologie “multi-fattoriali” come Infarto, Ictus, Cancro, Demenza, dovute alla complessa esposizione ai fattori di rischio che si accumulano nell’arco della vita, in un processo “cronico” e irreversibilmente “degenerativo”. Se non lo misuriamo e rallentiamo per tempo, comprometterà le nostre potenzialità di mantenerci più sani e più centenari.
Prof. Vincenzo Romano Spica
Seduta di Rinofiller
Recentemente mi sono sottoposta a una seduta di Rinofiller (la seconda, a distanza di un anno), e sulla punta del naso sono comparsi dei lividi. Devo preoccuparmi?
email firmata
Risponde la Dott.ssa Patrizia Sacchi
Specialista in Medicina estetica
FIME (Federazione Italiana Medici Estetici)
Nella maggior parte dei casi non bisogna preoccuparsi. Piccoli lividi o arrossamenti sono effetti collaterali comuni dopo un trattamento di Rinofiller, soprattutto sulla punta del naso, una zona molto vascolarizzata. Si tratta generalmente di reazioni transitorie, legate alla rottura di piccoli capillari durante l’iniezione: tendono a scomparire spontaneamente in pochi giorni. È bene però prestare attenzione a eventuali segnali più importanti come dolore intenso, gonfiore marcato o cambiamenti insoliti del colore della pelle (zone pallide o bluastre soprattutto sulla punta) o anche in caso di alterata sensibilità (intorpidimento o formicolio) o se la pelle assume un aspetto “a ragnatela” o marmorizzato. Importante anche notare se si verifica un progressivo peggioramento del livido e la comparsa di ulcerazioni. In questi casi è consigliabile contattare subito il Medico che ha eseguito il trattamento per escludere rare complicanze vascolari. Quindi, se si tratta solo di qualche livido localizzato, può stare tranquilla: è un effetto passeggero che può essere mascherato con un po’ di trucco leggero.
Respirazione difficile
Da diverso tempo mi capita di non riuscire a respirare bene, soprattutto dalla narice destra. Per ovviare al problema uso spesso degli spray nasali che però non risolvono il disturbo. Non fumo e non ho allergie. Quali esami di approfondimento sono consigliati? email firmata
Risponde la Dott.ssa Daria Salsi
Specialista in Otorinolaringoiatria
AOOI (Associazione Otorinolaringologi
Ospedalieri Italiani)
Per lo studio di una ostruzione nasale mono laterale occorre una visita otorinolaringoiatrica comprensiva di una endoscopia nasale con ottiche o fibroscopia. Successivamente la situazione va indagata con una
Risonanza magnetica massiccio facciale con il mezzo di contrasto e Tomografia Computerizzata massiccio facciale senza mezzo di contrasto, se si conferma essere solo monolaterale alla visita; oppure solo Tomografia Computerizzata massiccio facciale senza mezzo di contrasto, se alla visita invece è presente una ostruzione bilaterale come, ad esempio, una Poliposi nasale bilaterale o una Deviazione del setto nasale complessa.
Stagione influenzale
Con l’arrivo dell’inverno mi capita di avere forti Raffreddori, spesso accompagnati da febbre. Quali sono i possibili rimedi per curarli e prevenirli? E quanto è importante sottoporsi alla vaccinazione? email firmata
Risponde il Dott. Enrico Delfini
Federazione Italiana Medici di Medicina
Generale
Le infezioni delle alte vie aeree, come i Raffreddori, sono, ahimè, diffusissime essendo centinaia i batteri e i virus che le possono provocare. Per prevenire almeno le forme più pesanti e soprattutto le complicazioni a carico di polmoni e bronchi non esistono sistemi sicuri al 100% ma qualcosa si può fare. Innanzitutto è bene seguire un corretto stile di vita e una alimentazione sana e variata, con frutta e verdure fresche; se si è esposti ad aumentato rischio di contagio (operatori sanitari, personale di scuole e asili, operatori di sportello) può essere utile usare le mascherine. La vaccinazione anti-influenzale (da praticare in autunno) offre una buona protezione contro il virus dell’Influenza, malattia che può presentarsi anche con i sintomi del Raffreddore; si tratta di una protezione che dura al massimo 4 o 5 mesi. È decisamente consigliata alle persone anziani e fragili perché elimina il rischio delle complicanze gravi ma è utile a qualunque età. Esistono infine un gran numero di prodotti (farmaci o integratori) che vengono proposti come stimolatori del sistema immunitario e che contengono sostanze di origine naturale o “lisati batterici”. Dovrebbero agire (ma le prove non sono molto solide) rinforzando le difese naturali dell’organismo che sarebbe così più “allenato” a reagire alle infezioni. In ogni caso, è consigliato discuterne con il Medico di fiducia che può dare il consiglio più adeguato.
Avete un problema particolare? Volete un consiglio o un semplice parere? Spedite le vostre domande a Elisir di Salute, via Degli Orti, 44 - 40137 Bologna, oppure inviate una e-mail alla redazione: info@elisirdisalute.it I nostri specialisti vi risponderanno direttamente sulla rivista.
Una radice, cento
Considerata un vero e proprio
“superfood”, la Barbabietola rossa vanta notevoli proprietà nutrizionali e benefici per la salute
radice, cento benefici
Dott.ssa Sara Simonetti
Medico Chirurgo
Master in Nutrizione
ed Educazione alla Salute
Negli ultimi anni la Scienza della nutrizione ha posto crescente attenzione sugli alimenti naturali che, oltre al loro valore nutritivo, offrono benefici fisiologici specifici. Tra questi, la Barbabietola rossa (“Beta vulgaris var. rubra”) si distingue come uno degli ortaggi più promettenti per le sue proprietà antiossidanti, antinfiammatorie e vasoprotettive, supportate da numerose evidenze scientifiche. Negli ultimi anni, numerose ricerche scientifiche hanno acceso i riflettori su questo alimento, considerandolo un vero e proprio “functional food”, ossia un cibo in grado di apportare benefici specifici alla salute oltre al semplice apporto calorico. A renderla così preziosa è una combinazione di nutrienti essenziali, antiossidanti e composti bioattivi che agiscono in sinergia nel supportare diverse funzioni fisiologiche.
Pigmenti naturali unici
Coltivata da millenni nell’area del Mediterraneo, e appartenente alla stessa famiglia degli spinaci e della quinoa (Amaranthaceae), la Barbabietola si presenta come una radice tondeggiante dal colore rosso intenso, dovuto alla presenza di pigmenti naturali unici.
Oltre al suo impatto visivo, racchiude un profilo nutrizionale ricco e complesso, in grado di sostenere diverse funzioni dell’organismo.
Nella tradizione popolare europea, la Barbabietola era considerata un simbolo di fertilità e vitalità; in alcune culture, era inclusa nei rimedi per l’Anemia, per il rafforzamento del cuore e per favorire la digestione. Le sue qualità cromatiche la rendevano inoltre un ingrediente usato anche per colorare alimenti, cosmetici e tessuti.
Bassa densità calorica, alto valore nutritivo
Con circa 43 kcal per 100 grammi, la Barbabietola è un alimento a bassa densità calorica, ma ad alto valore nutritivo. È composta per circa l’88% da acqua, mentre il resto è costituito principalmente da carboidrati semplici (glucosio e fruttosio), fibre (circa 2,8 g), e una minima quota di proteine e grassi. Il contenuto vitaminico è particolarmente interessante. La Barbabietola è una delle fonti vegetali più ricche di folati (vitamina B9), fondamentali per la sintesi del DNA, la produzione di globuli rossi e il corretto sviluppo embrionale. Una carenza di folati, tuttora diffusa in alcune fasce della popolazione, è associata a rischi cardiovascolari e neurologici. La presenza di vitamina C, seppur in quantità moderate (circa 5 mg/100 g), contribuisce alla protezione antiossidante cellulare, migliora l’assorbimento del ferro non-eme e supporta la funzione immunitaria. Inoltre, la Barbabietola apporta piccole ma significative quantità di vitamina B6, coinvolta nella sintesi di neurotrasmettitori come serotonina, GABA (Acido Gamma-Amminobutirrico) e beta-carotene, precursore della vitamina A, importante per la salute visiva, cutanea e immunitaria.
Alto contenuto di minerali
Sul fronte minerale, la Barbabietola si distingue per l’elevato contenuto di potassio (circa 325 mg per 100 g), essenziale per il controllo della pressione arteriosa e la trasmissione neuromuscolare. Fornisce anche magnesio, ferro e manganese, tutti cofattori enzimatici con un ruolo chiave nei processi metabolici, nella difesa antiossidante e nella salute ossea.
Le sostanze antiossidanti e antinfiammatorie
Numerose ricerche recenti hanno ampliato il campo di applicazione clinica della Barbabietola. Oltre agli effetti cardiovascolari, uno studio pubblicato su “Hypertension” ha evidenziato che il consumo giornaliero di 250 ml di succo di Barbabietola può portare a una riduzione media della pressione sistolica di circa 8 mmHg nei soggetti ipertesi, un effetto paragonabile ad alcuni farmaci di prima linea.
Ciò che rende la Barbabietola particolarmente interessante dal punto di vista scientifico è la presenza di betalaine. Queste sostanze rappresentano una classe esclusiva di pigmenti idrosolubili presenti solo in alcune piante dell’ordine, tra cui la Barbabietola. Questi composti si suddividono in betacianine, responsabili del colore rosso-violaceo, e betaxantine, del colore giallo-aranciato. Oltre al ruolo cromatico, le betalaine possiedono attività biologiche di grande interesse per la salute umana.
Con circa 43 kcal per 100 grammi, la Barbabietola è un alimento a bassa densità calorica, ma ad alto valore nutritivo
Studi in vitro e in vivo hanno evidenziato che le betalaine agiscono come spazzini molecolari, capaci di neutralizzare radicali liberi altamente reattivi come il perossido d’idrogeno e l’anione superossido. A differenza di altri antiossidanti vegetali, come i polifenoli, le betalaine sono stabili anche in ambiente acido, il che ne favorisce l’attività nel tratto gastrointestinale umano. Le loro proprietà antinfiammatorie sono legate all’inibizione dell’espressione di geni pro-infiammatori e alla modulazione di enzimi coinvolti nell’infiammazione. Questi effetti possono contribuire alla riduzione del rischio di Malattie croniche infiammatorie, come l’Artrite reumatoide o le Patologie intestinali croniche. In ambito oncologico, la betanina ha dimostrato in modelli cellulari di colon e mammella di indurre apoptosi (morte cellulare programmata) e inibire la proliferazione cellulare. Le betalaine sembrano anche favorire l’autofagia, un meccanismo cellulare
Studi in vitro e in vivo hanno evidenziato che le betalaine agiscono come spazzini molecolari, capaci di neutralizzare radicali liberi altamente reattivi
di rimozione delle componenti danneggiate.
Sul piano epatico, le betalaine stimolano l’attività di enzimi detossificanti di fase II, come la glutatione S-transferasi, migliorando la neutralizzazione delle tossine endogene ed esogene. Questo effetto è particolarmente utile nella prevenzione della Steatosi epatica non alcolica (NAFLD), patologia in forte aumento nelle società industrializzate.
Anche la neuroprotezione è un ambito emergente di ricerca: le betalaine, attraversando la barriera ematoencefalica, possono ridurre lo stress ossidativo e l’infiammazione a livello neuronale, aprendo scenari interessanti nella prevenzione delle Malattie neurodegenerative come Alzheimer e Parkinson.
Proprietà antitumorali
In campo oncologico, piccoli trial clinici hanno iniziato a valutare l’effetto delle betalaine come coadiuvanti nelle terapie antitumorali, in virtù della loro capacità di modulare i segnali infiammatori e promuovere la morte programmata delle cellule tumorali. Sebbene i risultati siano ancora preliminari, aprono interessanti prospettive per futuri studi sull’uomo. Tuttavia, l’assorbimento intestinale delle betalaine (biodisponibilità) è ancora oggetto di studio. Attualmente si stima che circa il 3–5% venga assorbito, ma tale quantità potrebbe essere sufficiente per esercitare effetti sistemici, considerata l’elevata attività biologica di queste molecole anche a basse concentrazioni.
L’azione dei nitrati inorganici
Uno degli aspetti più studiati della Barbabietola riguarda la sua ricchezza in nitrati inorganici Una
novembre/dicembre 2025 www.elisirdisalute.it • il punto di vista di medici e ricercatori
volta ingeriti, questi composti vengono trasformati, per via enzimatica e batterica, in nitriti e successivamente in ossido nitrico, un importante regolatore della vasodilatazione endoteliale.
L’ossido nitrico è in grado di ridurre la pressione arteriosa, migliorare il flusso ematico periferico e cerebrale, e favorire la funzione endoteliale, contribuendo così alla prevenzione dell’Ipertensione e di Patologie cardiovascolari. Studi clinici hanno osservato riduzioni significative della pressione sistolica già entro 2-6 ore dall’assunzione di succo di Barbabietola, con effetti più marcati nei soggetti ipertesi o a rischio cardiovascolare.
Il meccanismo di azione dei nitrati si riflette anche sulla performance sportiva: l’aumento della biodisponibilità dell’ossido nitrico migliora l’efficienza del trasporto dell’ossigeno e l’uso dei substrati energetici, riducendo il costo metabolico dell’esercizio. Il succo di Barbabietola, assunto circa due ore prima dell’attività, è stato associato a un miglioramento della resistenza in atleti e sportivi amatoriali, in particolare negli sport di endurance.
Anche il cervello beneficia degli effetti vasodilatatori dell’ossido nitrico derivato dai nitrati alimentari. Studi di neuroimaging hanno mostrato che il consu-
Per ottenere il massimo beneficio dalla Barbabietola, è preferibile consumarla cruda o leggermente cotta al vapore
mo regolare di Barbabietola può aumentare il flusso ematico in aree cerebrali coinvolte nella funzione cognitiva, come la corteccia prefrontale. Tali effetti aprono prospettive interessanti per la prevenzione del declino cognitivo legato all’età e alle patologie neurodegenerative.
Versatile in cucina
La Barbabietola offre grande versatilità in cucina, essendo capace di trasformare piatti semplici in creazioni originali e colorate. Una delle preparazioni più amate è l’hummus di Barbabietola, una variante vivace del classico hummus mediorientale. Frullando ceci lessati con una Barbabietola cotta, tahina, succo di limone e aglio, si ottiene una crema dal colore brillante e dal sapore delicato, perfetta da servire con crostini o verdure crude.
Può essere consumata cruda in insalate, cotta al vapore, al forno o bollita, oppure trasformata in succo, spesso utilizzato in abbinamento con mela, carota o zenzero. Le foglie della Barbabietola, ricche di vitamina K, calcio e ferro, sono commestibili e possono essere cucinate come verdure a foglia verde. Per ottenere il massimo beneficio dalla Barbabietola, è preferibile consumarla cruda o leggermente cotta al vapore, modalità che preservano i nutrienti termolabili, come la vitamina C e le betalaine. L’abbinamento con fonti di vitamina C (ad esempio limone o agrumi) può ulteriormente migliorare l’assorbimento del ferro vegetale.
Per gli sportivi
Chi pratica attività sportiva può trarre beneficio da un’integrazione temporizzata: assumere succo di Barbabietola 2-3 ore prima dello sforzo fisico ottimizza i livelli plasmatici di ossido nitrico. In soggetti anziani, invece, l’assunzione regolare, anche a piccole dosi, può supportare la circolazione cerebrale e la funzione cognitiva.
Avvertenze per il consumo
Va tuttavia segnalato che, in alcune persone, il consumo di Barbabietola può causare beeturia, una colorazione rossastra delle urine dovuta alla betanina non metabolizzata, fenomeno innocuo ma talvolta allarmante. Inoltre, per via del contenuto di ossalati, il consumo eccessivo può rappresentare un rischio per soggetti predisposti alla formazione di Calcoli renali. Infine nei Pazienti con Ipotensione, l’effetto vasodilatatore dei nitrati dovrebbe essere monitorato.
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La merenda dei bambini
Una sana merenda costituisce solo un piccolo pasto della giornata ma permette al bambino di ricaricarsi di energia senza arrivare troppo affamato al pasto successivo
Dott.ssa Perla Degli Innocenti
Dott.ssa Francesca Scazzina (*)
Ibambini svolgono numerose attività nell’arco della giornata e sostenerli con una sana alimentazione è importante non solo per il loro benessere psico-fisico, ma anche per una crescita e uno sviluppo ottimali. Sin dalla prima infanzia è pertanto molto importante che si instaurino corrette abitudini alimentari. Questo al fine di consolidare un rapporto positivo e consapevole con il cibo, nonché un’alimentazione sana e bilanciata per tutta la vita. Conciliare gli impegni quotidiani con la gestione ottimale dei pasti e di una spesa intelligente non è sempre facile; senza contare che i gusti alimentari dei bambini potrebbero inficiare la nostra cura verso la preparazione di un piatto sano.
Nella giornata alimentare, la merenda in particolare potrebbe risentirne maggiormente. Snack o merendine potrebbero sembrarci i migliori alleati per gestire questo pasto “meno importante”, spesso improvvisato e consumato rapidamente dopo la scuola o lo sport, quando il bambino ha fame ed è stanco. Ciononostan-
La merenda è un’opportunità preziosa per far mangiare ai nostri bambini alcuni alimenti molto importanti per la salute per cui è raccomandato un consumo quotidiano
te, anche la merenda svolge un ruolo fondamentale nella dieta di un bambino. Scopriamo quindi assieme come possiamo gestire al meglio questo pasto con semplicità, gusto e attenzione alla salute.
Una merenda sana
La merenda costituisce solo un piccolo pasto della giornata (circa il 5-10% del fabbisogno energetico quotidiano), ma permette al bambino di ricaricarsi di energia a metà mattina/pomeriggio senza arrivare troppo affamato al pasto successivo. Consideriamo, infatti, che
Unità di Nutrizione Umana
Università di Parma
(*) Membro del Consiglio Direttivo SINU
(Società Italiana di Nutrizione Umana)
lo spuntino si inserisce sempre tra due pasti principali, nonché colazione-pranzo e pranzo-cena. La merenda è inoltre un’opportunità preziosa per far mangiare ai nostri bambini alcuni alimenti molto importanti per la salute per cui è raccomandato un consumo quotidiano. Le Linee Guida per una sana alimentazione del CREA (Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’analisi dell’Economia agraria) consigliano infatti di assumere almeno 5 porzioni al giorno tra frutta e verdura. Questi prodotti sono ricchi di fibra, vitamine, minerali e altre sostanze ad azione protettiva (molecole bioattive). Anche per latte e/o yogurt è previsto un consumo quotidiano, indicativamente 2 porzioni al giorno, a partire dai 3 anni di vita. Tali alimenti sono soprattutto fonte di proteine ad alto valore biologico e di diversi micronutrienti, tra cui in particolare il calcio. Lo spuntino permette, quindi, di raggiungere le frequenze di consumo raccomandate per questi cibi.
Alla luce di quanto descritto, dobbiamo tuttavia tenere a mente due considerazioni.
La prima: una merenda sana svolge la sua funzione se altrettanto rilevante è la qualità nutrizionale dell’alimentazione complessiva. Una giornata alimentare ideale dovrebbe infatti strutturarsi in 5 pasti: una buona colazione seguita dallo spuntino del mattino, il pranzo, la merenda del pomeriggio e infine la cena. Ogni pasto conta e contribuisce in modo differente alla dieta. Di conseguenza, la merenda non può saziare l’appetito e fornire la giusta dose di energia se il pasto principale che lo precede è assente o insufficiente.
In secondo luogo, dobbiamo considerare che la dieta, come il singolo pasto, dovrebbe essere adattata alle necessità specifiche e allo stile di vita di ciascun bambino. Ad esempio, un bimbo molto attivo e che pratica uno sport potrebbe mangiare uno spuntino più ricco rispetto a quello di un compagno sedentario.
Moderare i prodotti confezionati
Date le premesse di cui sopra, potremmo forse pensare di dover ripulire il frigo e la dispensa, eliminando tutti gli snack confezionati. Teniamo sempre a mente, tuttavia, che una dieta sana ed equilibrata non esclude alcun cibo; è la giusta dose combinata alla varietà degli alimenti che conta! Questo si applica anche allo spuntino. Quindi sì alle merendine confezionate, dolci o salate, consumate occasionalmente; l’importante è che non diventi un’abitudine frequente.
Dare ai nostri bimbi l’opportunità di consumare ogni tanto anche questi prodotti può giovare al consumo
di alimenti più sani. Sebbene infatti la regola dei “cibi proibiti” possa sembrare vantaggiosa per alcuni genitori, al contrario potrebbe incentivare la ricerca e il consumo di alimenti voluttuari (non essenziali) e compromettere l’instaurarsi di un rapporto positivo e consapevole con il cibo.
C’è molto allarmismo rispetto ai prodotti confezionati e processati. Ciononostante, questi cibi possono variare molto tra di loro in termini nutrizionali, anche all’interno dello stesso gruppo alimentare. Anche la frequenza di consumo potrebbe pertanto essere adattata in base al caso. Le etichette alimentari a tal proposito possono esserci di grande aiuto per discriminare i prodotti e scegliere una merenda sana confezionata ma salutare, il cui consumo può essere più frequente nella settimana. Nella caccia ai valori nutrizionali possiamo in particolare prestare attenzione a zuccheri, sale (per il sodio) e grassi saturi. Anche la lista degli ingredienti è molto utile.
A proposito di yogurt...
Prendiamo il caso dello yogurt, uno dei più comuni prodotti confezionati, disponibile in svariati tipi nei frigoriferi dei supermercati. Volendo pensare alla frutta e ai gusti del bambino, potremmo pensare di orientarci verso uno yogurt alla fragola. Attenzione però, leggendo attentamente l’etichetta del prodotto potremmo notare che la quantità di zuccheri aggiunti è molto superiore a quella di uno yogurt naturale e la frutta effettivamente presente all’interno è solo un 5-10% del prodotto! Un’alternativa più sana è invece lo yogurt intero naturale, non semplicemente bianco ma anche senza zuccheri aggiunti. A questo potremmo aggiungere noi della frutta fresca tagliata a pezzettini.
Nella caccia ai valori nutrizionali possiamo in particolare prestare attenzione a zuccheri, sale (per il sodio) e grassi saturi
... e di succhi di frutta
Un altro esempio interessante è dato dai succhi di frutta. Questi non sarebbero inclusi nelle 5 porzioni di frutta e verdura. Tuttavia, potrebbe ogni tanto essere conveniente ricorrere ad un comodo succo per una merenda al parco. Anche questa volta le scelte sono molteplici, ma da investigatori esperti dovremmo ormai aver compreso che la risposta sta nella confezione. Optiamo quindi saggiamente per un succo 100% frutta e lasciamo sullo scaffale il prodotto con gli zuccheri aggiunti tra gli ingredienti.
Qualche esempio di spuntino
Vediamo di seguito un elenco più completo di spuntini da proporre ai nostri bambini (di età compresa tra i 4 e i 10 anni), con qualche consiglio.
• Un frutto fresco di stagione (80-100 g, ad esempio 1 mela/pera/arancia, 2 mandarini/ susine): nella scelta della frutta, cerchiamo di variare durante la settimana, aiutandoci con differenti colori e privilegiando i prodotti locali e/o di stagione; qualche volta possiamo anche alternare la frutta con la verdura.
• Una manciata di frutta secca a guscio (20-30 g, ad es. noci, nocciole, mandorle, pistacchi): prestiamo attenzione a non confonderla con la frutta essiccata (ad es. prugne, albicocche secche), ricca di zuccheri e il cui consumo dovrebbe essere solo occasionale.
• Uno yogurt bianco intero, senza zuccheri aggiunti (125 g) abbinato alla frutta secca a guscio (20 g) o fresca (80-100 g): se all’inizio non dovesse piacere lo yogurt naturale, aggiungiamo la frutta fresca a pezzettini (o frullata) così da renderlo più dolce.
• Un frullato con latte intero (200 g) e frutta fresca (80-100 g): il latte contribuisce in modo importante al nostro fabbisogno di calcio; non eliminiamo il latte dalla dieta del bambino con il timore che possa essere intollerante al lattosio; prima di escludere questo alimento o di acquistare prodotti delattosati, l’intolleranza dovrebbe essere diagnosticata da un Medico Specialista.
• Una fetta di pane (40-50 g) con un cucchiaino di marmellata o di crema spalmabile 100% frutta secca (20 g): anche per le marmellate, esistono prodotti senza zuccheri aggiunti.
• Un panino (40-50 g) con formaggio semi-stagionato (20 g): alternare merende dolci e salate può stuzzicare più facilmente l’appetito del bambino, anche verso nuovi cibi.
Mangiamo anche noi un frutto a merenda assieme ai nostri bimbi… del resto fa bene anche alla nostra salute!
Affinché una sana merenda diventi pian piano un’abitudine, il cambiamento dovrebbe essere graduale. L’imposizione di uno spuntino salutare, non ancora affine ai gusti del bambino, potrebbe infatti suscitare rifiuto e scoraggiamento.
Un’opportunità per imparare e giocare
I bambini sono per natura curiosi esploratori, in costante apprendimento. La letteratura scientifica ci conferma che l’approccio ad una dieta sana dovrebbe pertanto avvenire attivamente attraverso l’esperienza, la conoscenza, l’esempio e la condivisione. Approfittiamo quindi della merenda per ricavare un momento educativo e di gioco. Potremmo proporre ai nostri bimbi di scegliere una merenda sana da preparare insieme. Lo spuntino potrebbe trasformarsi in un momento di laboratorio per esplorare i 5 sensi. Differenti sono le attività che possiamo proporre e molto importante è il buon esempio dato dall’adulto e dalla famiglia. Mangiamo anche noi un frutto a merenda assieme ai nostri bimbi... del resto fa bene anche alla nostra salute!
L’alleanza scuola-famiglia
Per concludere, ricordiamoci che l’unione fa la forza. I bambini trascorrono metà o poco più della loro giornata a scuola. Pertanto, anche lo scenario scolastico può supportare e avvicinare i bambini verso una dieta salutare. Diversi programmi di educazione alimentare sono già attivi nelle scuole italiane. Questi prevedono attività informative e pratiche, tra cui anche la distribuzione di frutta/verdura per lo spuntino del mattino. Un dialogo aperto tra scuola e famiglia potrebbe pertanto essere un’ulteriore opportunità per promuovere un rapporto positivo e sereno con una sana alimentazione, sin dalla prima infanzia.
Vedi che non ci vedi?
QUATTRO SEGNALI, UNA SOLA RISPOSTA: PROGRESSIVE DIVEL ITALIA.
QUEL MOMENTO IN CUI “ALLUNGHI IL BRACCIO”
Succede a tutti, improvvisamente il menu al ristorante ti sembra scritto a caratteri microscopici, il romanzo che stai leggendo lo tieni sempre più lontano, il cellulare anche. Non è magia nera: è presbiopia.
COME RICONOSCERLA? 4 PICCOLI SEGNALI
1. “Ciao chi?”
Quando ti salutano a un metro e ti serve un secondo per capire chi è.
2. Mal di testa da lettura
Dopo 20 minuti, più che di un romanzo, hai voglia di un analgesico
NON È COLPA TUA, È FISIOLOGICO
La presbiopia è democratica: non guarda in faccia nessuno. Che tu abbia passato una vita con 10/10 o che abbia già portato occhiali, prima o poi arriva per tutti. È semplicemente un segno che l’occhio sta cambiando con l’età, così come cambiano i capelli, la pelle, i gusti musicali o la quantità di notifiche che sopporti sul telefono. Non è un problema di salute, non è una malattia bensì è la normale evoluzione della vista.
Il lato positivo? I rimedi non mancano, sono comodi e anche belli da vedere (letteralmente).
LA SOLUZIONE? LE PROGRESSIVE
Addio alle due paia di occhiali da alternare come carte da gioco... uno per leggere, uno per guidare, uno dimenticato in borsa e uno sul comodino.
Le lenti progressive sono la risposta più moderna alla presbiopia: un solo paio di occhiali, tutte le distanze.
COME FUNZIONANO?
La parte inferiore della lente ti aiuta da vicino (leggere, scrollare lo smartphone, cucire), quella intermedia è perfetta per il computer e quella superiore ti permette di mettere a fuoco da lontano.
Il passaggio tra le zone è fluido e naturale, senza “scalini” né sbalzi.
Oggi le progressive non sono più un lusso né un compromesso, sono infatti lenti confortevoli, sottili e disponibili anche in versioni fashion, con trattamenti antiriflesso, fotocromatiche o specchiate. Vedi bene, ti muovi meglio senza mai rinunciare al tuo stile.
3. Zoom... manuale
Tieni il cellulare alla distanza di un selfie stick.
4. Occhi che bruciano (ma non è colpa del film) Non è commozione, è sforzo continuo.
PROGRESSIVE DIVEL ITALIA: SCEGLI LA TUA
Non esiste un solo modo di vivere la presbiopia, c’è chi lavora al pc tutto il giorno, chi guida per ore, chi vuole leggerezza e chi non rinuncia a far emergere il proprio carattere attraverso l’estetica.
Per questo Divel Italia ha creato una gamma completa di lenti progressive, ciascuna con caratteristiche precise e soprattutto su misura per ogni individuo.
Per chi cerca una lente su misura
Personalizza ogni area visiva e si adatta anche alle montature più particolari, senza compromessi.
Per chi vuole il massimo della fluidità
Visione nitida e confortevole, con riduzione delle aberrazioni per un’esperienza sempre naturale.
Per chi cerca equilibrio e affidabilità
Una lente versatile, pensata per accompagnare ogni attività quotidiana senza sforzo.
Per chi vive la strada
Stabilità e nitidezza alla guida, meno affaticamento visivo e più sicurezza al volante.
Per chi prova le progressive per la prima volta
Design bilanciato, facile da indossare e ideale per un adattamento rapido.
Per chi ha superato i 65 anni
Visione stabile da lontano e comfort naturale nelle attività da vicino, senza ondeggiamenti fastidiosi.
Per chi vuole iniziare senza complicazioni
Una lente entry-level semplice e intuitiva, perfetta per chi si avvicina al mondo delle progressive.
Con le progressive Divel Italia la presbiopia smette di essere un problema e diventa solo un dettaglio.
Ansia e intestino: quale rapporto?
Un innovativo studio condotto dall’Università di Torino e dall’Università Complutense di Madrid, pubblicato sulla rivista “Scientific Reports” (gruppo Nature), apre nuove prospettive nella comprensione della comunicazione tra microbiota intestinale e sistema nervoso. La ricerca ha dimostrato che un batterio probiotico di origine alimentare, il “Lactiplantibacillus plantarum”, attraverso segnali bioelettrici, senza necessità di attraversare barriere o mediazioni immunitarie, è in grado di modulare direttamente l’attività neuronale. Sviluppato in vitro e mettendo a contatto diretto neuroni corticali di ratto e “L. plantarum”, il modello ha dimostrato che i batteri si legano alla superficie neuronale senza penetrarne il nucleo, influenzando
in modo significativo l’attività neuronale. È la prima volta che viene dimostrata questa interazione diretta e i segnali bioelettrici coinvolti rappresentano una nuova frontiera nella ricerca biologica. I risultati fanno sperare che presto si potranno trattare i disturbi neuropsichiatrici gravi e diffusi, come ansia e Depressione, intervenendo sul microbiota intestinale con strategie dietetiche mirate. La ricerca si inserisce nel più ampio dibattito scientifico sul rapporto intestino-cervello, spostando il focus dalle vie indirette, già ampiamente studiate, a un’interazione diretta tra batteri e cellule nervose, rappresentando un cambio di paradigma nella Biologia cellulare e nelle Neuroscienze. Per approfondire: https://shorturl.at/nzU6e
La Sclerosi multipla è una malattia neurodegenerativa che interessa il sistema nervoso centrale e colpisce oltre 2,8 milioni di persone nel mondo. Uno studio pilota dell’Università degli Studi di Milano, in collaborazione con la Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, e il CNR-Istituto di Fisiologia Clinica, finanziato dalla Fondazione Italiana Sclerosi Multipla (FISM) ha evidenziato come la stimolazione elettrica spinale non invasiva (tsDCS) possa modulare i biomarcatori dello stress ossidativo e dell’infiammazione in Pazienti affetti da Sclerosi multipla. I risultati, pubblicati sulla rivista “Brain Stimulation” suggeriscono che questa tecnica possa aprire nuove prospettive terapeutiche. Lo studio ha
Neurologia e tecnologia
Frutto di una ricerca iniziata 40 anni fa, la nuova tecnologia medica sviluppata dall’Istituto di ricerche
Rinaldi Fontani e sperimentata da numerose università italiane e straniere permetterà di migliorare l’attività elettrogena ed elettrometabolica delle cellule. Il dispositivo REAC (Radio Electric Asymmetric Conveyer) è un apparecchio che utilizza campi radioelettrici a bassa intensità e convogliati in modo asimmetrico per la neuromodulazione e la biostimolazione e si può applicare nel campo della Neurologia, per curare Cefalee ed Emicranie; in quello della Psichiatria, per trattare ansia e Depressione ma anche Anoressia e Bulimia, oltre ai Disturbi dello spettro autistico. Nella riabilitazione avanzata è invece indicata per gli esiti
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coinvolto un piccolo gruppo di Pazienti con Sclerosi multipla e Spasticità che hanno ricevuto per cinque giorni consecutivi una stimolazione reale o una finta (placebo). I risultati delle analisi svolte per misurare i biomarcatori legati allo stress ossidativo e all’infiammazione, hanno mostrato, nei Pazienti sottoposti a stimolazione reale, una riduzione dei radicali liberi e un aumento della capacità antiossidante, con correlazioni significative con aspetti cognitivi e sociali della qualità della vita. Gli effetti postivi aprono la strada a promettenti possibilità di intervento sulla malattia, integrando componenti neurobiologiche, comportamentali e cliniche.
Per approfondire: https://shorturl.at/QjoZw
di fratture, distorsioni, lesioni muscolari, postumi di Ictus. Si tratta di una tecnologia, brevettata a livello mondiale, che potrebbe diventare presto patrimonio della Sanità pubblica italiana. Sarà capace di migliorare le funzioni biologiche e neurali, con una modulazione dei flussi ionici a livello cellulare, essenziali per il corretto funzionamento dell’organismo. In pratica, non somministra scosse esterne ma si limita a emettere un campo radioelettrico di bassissima potenza in grado di variare, appunto, la distribuzione dei flussi ionici, vale a dire quelle correnti di particelle cariche elettricamente che sono fondamentali per la comunicazione intercellulare.
Per approfondire: https://irf.it/tecnologia-reac/
Sclerosi multipla, una nuova terapia
Pasta Senatore Cappelli, consigliata da sette nutrizionisti su dieci
L’Italia è il primo consumatore mondiale di pasta pro capite. Una tradizione alimentare radicata che tuttavia si accompagna, a volte, a sintomi digestivi ricorrenti. Cresce pertanto l’interesse verso varie tà di grano valutate come più tollerabi li, come la Senatore varietà Cappelli.
Cosa dicono i nutrizionisti
Una recente inda gine realizzata da Nutrimi, il Forum di Nutrizione Pratica, su un campione di oltre 300 nutri zionisti italiani ha evidenziato che oltre sette professionisti su dieci consigliano la pasta a base di grano duro Senatore Cappelli a pazienti che lamentano disturbi gastrointestinali. A guidare questa scelta, la maggiore digeribilità percepita e il minor impatto sui sintomi come gonfiore, pesantezza e crampi, confermati, secondo gli stessi professionisti, da oltre la metà dei pazienti.
ti, circa il 20-25% della popolazione soffre di disturbi gastrointestinali funzionali, come la Sindrome dell’Intestino Irritabile (IBS), mentre una quota compresa tra il 6 e il 13% presenta sensibilità al glutine non celiaca (NCGS), una condizione clinica caratterizzata da sintomi digestivi legati al glutine in soggetti che non presentano marcatori diagnostici di Celiachia. In questo contesto, la Pasta Senatore Cappelli si distingue per il suo profilo nutrizionale e per l’impatto percepito sul benessere digestivo.
Fibra e composti bioattivi
In caso sensibilità al glutine non celiaca
per applicazioni speciali
Accanto a tali risultati si affiancano quelli dello
Studio clinico condotto nel 2019 dalla Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, secondo cui, nei soggetti con sensibilità al glutine non celiaca, il consumo di pasta Senatore Cappelli ha determinato una significativa riduzione dei sintomi intestinali ed extra-intestinali rispetto alla pasta standard. In Italia, secondo stime epidemiologiche recen -
“La Pasta Senatore Cappelli offre importanti benefici nutrizionali , grazie al suo quantitativo di fibre alimentari, proteine e composti bioattivi come i polifenoli. È ideale per favorire il senso di sazietà e il benessere intestinale ”, spiega il Prof. Luca Piretta, Gastroenterologo e Docente di Nutrizione, che ha partecipato anche alla 19ª edizione del congresso Nutrimi, tenutosi recentemente a Milano.
La varietà di grano duro da cui deriva la pasta Senatore Cappelli, selezionata in Italia nel primo Novecento, è infatti fonte di fibre e caratterizzata da composti bioattivi come i polifenoli, elementi che possono contribuire a migliorare il benessere intestinale e il senso di sazietà.
Visita il sito www.lestagioniditalia.it
Infezioni delle vie come
Si tratta di un problema rilevante a causa delle resistenze batteriche in sempre maggior aumento, determinate dall’uso eccessivo di antibiotici
urinarie, come curarle?
Le Infezioni delle vie urinarie rappresentano oggi un problema molto rilevante nella pratica clinica: sono le infezioni più frequenti negli ospedali e una delle cause più rilevanti di richieste di visite mediche.
Prof. Tommaso Cai
Direttore U.O. Urologia
La cura con antibiotici e l’antibioticoresistenza
Molte ricerche internazionali hanno dimostrato come queste patologie possano avere un impatto sulla qualità di vita dei Pazienti come alcune patologie croniche infiammatorie intestinali come il Morbo di Chron. Si riduce la qualità della vita di relazione,
Ospedale Santa Chiara
Università di Trento
SIU (Società Italiana di Urologia)
aumentano i giorni di assenza da lavoro, senza contare l’impatto negativo psicologico. Dall’altra parte, visti i molti Pazienti affetti da questa problematica, l’utilizzo di antibiotici è davvero rilevante. Questo ha comportato negli anni un aumento significativo delle resistenze batteriche con conseguente ridotta efficacia degli stessi antibiotici.
Per fare un esempio, basta pensare che oggi i batteri più comunemente isolati dalle urinocolture dei
Pazienti affetti da Infezioni delle vie urinarie, hanno tassi di resistenza di resistenza ai più comuni antibiotici di oltre il 50%; e questi dati sono in ulteriore peggioramento. Alcuni studi, infatti, hanno drammaticamente previsto che, se non cambia la tendenza attuale, nel 2050 potremmo avere oltre 300.000 morti in Europa per Infezioni da batteri resistenti. Inoltre, l’uso intensivo di antibiotici ha ridotto in modo significativo l’intervallo di tempo che precede il primo sviluppo di resistenze. Molto spesso succede che dopo solo un anno dall’immissione in commercio di nuovi antibiotici, si mettano in evidenza resistenze a questi stessi antibiotici.
Quale soluzione?
La situazione viene ulteriormente complicata dal fatto che il numero di nuovi antibiotici immessi in commercio è sempre più basso e non avremo a breve nuovi farmaci per contrastare questa emergenza. La soluzione a questo problema, oltre a prevedere investimenti da parte delle istituzioni deputate a far questo, parte da un concetto molto semplice: dobbiamo cambiare modo di approcciarsi alla terapia antibiotica delle Infezioni delle vie urinarie e ridurre al minimo l’utilizzo di questi farmaci
Oggi i batteri più comunemente isolati dalle urinocolture dei Pazienti hanno tassi di resistenza ai più comuni antibiotici di oltre il 50%
L’uso degli antibiotici deve essere accurato e corretto. Infatti, oltre ai rischi di resistenze batteriche legate all’uso scorretto dell’antibioticoterapia, ci sono i rischi legati agli effetti collaterali che possono sopraggiungere, come disturbi intestinali, rischi di allergie severe, alterazioni del battito cardiaco o lesioni ai muscoli e tendini.
Facciamo alcuni esempi che possono essere chiari per spiegare come un approccio corretto possa fare la differenza.
Batteri nelle urine, vanno sempre trattati?
Capita molto spesso nella pratica ambulatoriale che i Pazienti si rivolgano al Medico perché nelle urine sono stati trovati dei batteri, seppur in assenza di sintomi di alcun genere. In questi casi parliamo di batteriuria asintomatica, cioè la presenza nelle urine di batteri senza nessun sintomo da riferire alle
Infezioni delle vie urinarie. La presenza di batteri senza sintomi da Cistite (come bruciore ad urinare, frequenza elevata delle minzioni, ecc.) non deve essere trattata con antibiotici perché potrebbe risultare pericoloso per lo sviluppo di infezioni più severe e da germi resistenti.
Sono stati fatti molti studi a riguardo e ormai tutte le Linee Guida nazionali e internazionali suggeriscono di trattare la presenza di batteri nelle urine di individui senza sintomi (batteriuria asintomatica) solo in caso di gravidanza (da valutare questo con il Ginecologo, perché se la gravidanza è fisiologica non serve trattarla) oppure prima di interventi urologici chirurgici e specifici. In tutti gli altri casi non si devono usare gli antibiotici.
Dobbiamo ricordarci bene che le urine non sono sterili e, grazie agli studi sul microbioma, abbiamo visto che la presenza di alcuni batteri è utile per il benessere dell’organismo. Quindi, se ci sono dei batteri nelle urine e non abbiamo sintomi non dobbiamo utilizzare nessun tipo di antibiotici. Magari aumentiamo la quantità di liquidi che assumiamo per bocca al giorno.
È davvero una Cistite?
Questa domanda è importante e dobbiamo fare alcune riflessioni. La diagnosi di Cistite (Infezione
Per capire se è una Cistite dobbiamo avere sintomi specifici delle vie urinarie e assenza di secrezioni vaginali
della vescica) è una diagnosi clinica che nella maggior parte dei casi non richiede nessun accertamento specifico prima di iniziare la terapia antibiotica. Però, la diagnosi deve essere corretta. Perché questo? Perché spesso alcuni disturbi riferiti al basso addome, come dolore sopravescicale o vaginale, viene scambiato per Cistite e viene assunta terapia antibiotica non solo inutile ma anche dannosa e pericolosa.
Per capire se è una Cistite dobbiamo avere: sintomi specifici delle vie urinarie (come bruciore ad urinare, frequenza elevata delle minzioni, ecc.) e assenza di secrezioni vaginali . Se ci sono queste due condizioni, possiamo fare diagnosi di Cistite e iniziare il trattamento antibiotico. Il trattamento, inoltre, deve essere specifico, efficace e in grado di ridurre al minimo il rischio di recidive.
Sulla base di queste considerazioni, il trattamento più efficace e sicuro, e indicato dalle Linee Guida è la fosfomicina trometamolo, 1 bustina in monosomministrazione, preferibilmente assunta alla sera prima di coricarsi. Non servono trattamenti prolungati o con altri antibiotici che possono essere solo dannosi.
Inoltre, dobbiamo astenerci dall’utilizzo di antibiotici assunti senza prescrizione medica , ovvero dobbiamo evitare di assumere antibiotici che abbiamo in casa senza l’indicazione del Medico. Altro aspetto importante: se la sintomatologia si risolve dopo il trattamento non deve essere fatto nessun controllo clinico. Non serve nessun esame delle urine.
Le infezioni delle vie urinarie si curano solo con gli antibiotici?
Le Infezioni delle vie urinarie sono determinate dalla presenza di batteri nelle urine o nella prostata nei maschi che determina una risposta infiammatoria dell’organismo con sviluppo di sintomi specifici. Il trattamento antibiotico, nei casi di sintomatologia acuta è sicuramente necessario, però in alcune forme di Infezioni dobbiamo pensare ad una strategia preventiva alternativa. Infatti, le Infezioni ricorrenti delle vie urinarie (almeno 2 episodi sintomatici in 6 mesi o 3 in un anno) sono dovute al passaggio di batteri dall’intestino alle vie urinarie e la soluzione
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a queste deve prevedere un approccio che vada ad agire partendo proprio dall’intestino. Ad oggi ci sono varie strategie preventive che hanno trovato riscontro nelle Linee Guida internazionali. Tra questi troviamo alcuni prodotti che hanno un profilo di efficacia interessante. Alcuni prodotti a base di xiloglucano hanno la capacità di ricreare la barriera protettiva intestinale che è in grado di ridurre l’infiammazione locale e di bloccare il passaggio di batteri dall’intestino e raggiungere altri organi come la vescica. Molti studi hanno dimostrato come l’utilizzo di questi prodotti non solo sono in grado di ridurre l’incidenza dei nuovi episodi sintomatici e migliorare la qualità di vita ma anche di ridurre l’uso degli antibiotici e le correlate resistenze batteriche.
Alcuni nutraceutici naturali possono essere d’aiuto
Un altro aspetto importante da sottolineare è che, osservando il mercato degli integratori (nutraceutici o fitoterapici), abbiamo moltissimi prodotti a disposizione che possono essere utilizzati in questo ambito. Negli ultimi anni in campo scientifico è nata la consapevolezza che tali prodotti, prima di essere utilizzati nella pratica clinica con efficacia e sicurezza, debbano essere testati come veri e propri farmaci. Per questo, abbiamo a disposizione prodotti da utilizzare nella cura e prevenzione delle Infezioni delle vie urinarie ricorrenti, supportati da evidenze scientifiche serie e rilevanti. Questi prodotti devono, dunque, essere preferiti rispetto ad altri nel trattamento di tali patologie.
Il
trattamento con vaccini
Parallelamente allo sviluppo di prodotti basati su estratti naturali, abbiamo negli ultimi anni assistito all’introduzione nella farmacopea internazionale di vaccini specifici per evitare le recidive delle Infezioni ricorrenti delle basse vie urinarie. Questi sono stati valutati in studi clinici su un numero considerevole di Pazienti e hanno riportato risultati soddisfacenti in termini di efficacia e sicurezza. Tra questi troviamo l’OM-89 un prodotto a base di 18 ceppi di Escherichia coli (il principale batterio coinvolto nelle Cistiti ricorrenti) che ha l’effetto di “addestrare” il sistema immunitario contro questi batteri e ridurre il grado di infiammazione locale, causa della sintomatologia e delle recidive sintomatologiche. Questo prodotto ha raggiunto i livelli più alti dell’evidenza scientifica ed è stato inserito nelle Linee Guida internazionali per l’uso nei Pazienti con Cistiti ricor-
Osservando il mercato degli integratori (nutraceutici o fitoterapici), abbiamo moltissimi prodotti a disposizione che possono essere utilizzati in questo ambito
renti. Anche questa è un’altra frontiera importante raggiunta dalla ricerca scientifica in questo ambito.
In sintesi
Per concludere, le Infezioni delle vie urinarie rappresentano un problema rilevante e molto sfidante nella pratica clinica sia per le resistenze batteriche in sempre maggior aumento che per la difficoltà nella prevenzione delle recidive. È necessario, dunque, utilizzare gli antibiotici solo se realmente indicati e solo dietro prescrizione medica.
Da considerare, infine, la necessità di utilizzare prodotti a base di estratti di piante, raccomandati dalle Linee Guida internazionali, che possono essere utili per la prevenzione delle Infezioni ricorrenti. Tutto chiaramente sotto il controllo del Medico, poiché la gestione delle Infezioni delle vie urinarie non è sempre semplice e può determinare conseguenze di rilievo.
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L’attività di ricerca del Centro Studi Termali Veneto Pietro d’Abano ha scoperto che speciali microrganismi del territorio Euganeo, i cianobatteri, producono numerose sostanze antinfiammatorie durante la maturazione del fango in acqua termale. La fangobalneoterapia, riconosciuta dal Ministero della Sanità e convenzionata col SSN, è particolarmente indicata per la cura dei disturbi articolari quali artrite e artrosi, oppure ossei come l’osteoporosi. Questo tipo di terapia naturale non presenta effetti collaterali ed ha limitate controindicazioni.
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Come proteggere il cuore
II trattamenti antitumorali, sia tradizionali che più recenti, possono avere diversi effetti collaterali e, tra questi, il danno cardiovascolare è forse il più temuto
Prof. Michele Massimo Gulizia
U.O.C. di Cardiologia, Ospedale Garibaldi-Nesima
ARNAS “Garibaldi” - Catania
Prof. Domenico Gabrielli
U.O.C Cardiologia, Ospedale San Camillo - Roma
Dott.ssa Irma Bisceglia
UOSD Servizi cardiologici integrati
Ospedale San Camillo - Roma
Dott.ssa Maria Laura Canale
S.C. Cardiologia, Nuovo Ospedale Versilia - Camaiore
Dott. Stefano Oliva
UOSD Cardiologia a indirizzo oncologico
Istituto Tumori Giovanni Paolo II - Bari
Tumori, ancora oggi, sono tra le malattie più temibili e diffuse. Si stima infatti che ogni giorno vengano diagnosticati in Italia circa mille nuovi casi di Tumore. Nonostante ciò, la buona notizia, che i dati statistici ci riportano, è il costante e progressivo aumento del numero di Pazienti che riescono a vincere la battaglia contro il Cancro, arrivando spesso alla completa guarigione.
Questo grazie alle Campagne di Screening precoce, ai progressi della Chirurgia ma, soprattutto, grazie al fatto che la ricerca scientifica in campo oncologico, negli ultimi anni, ha prodotto molti nuovi farmaci efficaci e spesso anche facili da assumere a casa con un bicchiere d’acqua. Tuttavia, come per tutti i farmaci, i trattamenti antitumorali, sia tradizionali che più recenti, possono avere diversi effetti collaterali e, tra questi, il danno cardiovascolare è forse il più temuto.
Che cos’è la Cardioncologia?
Ancor prima di domandarci cosa sia la Cardioncologia, cerchiamo di capire perché è nata. Abbiamo già detto
La Cardioncologia è nata per cercare di studiare e contrastare gli “effetti collaterali” del Cancro e delle sue terapie
dell’aumento dell’efficacia delle cure oncologiche, ma non bisogna dimenticare che, parallelamente, negli ultimi anni si è assistito ad un aumento considerevole di Malattie cardiovascolari, non solo in corso di terapie oncologiche, ma addirittura a distanza di molti anni dalla loro sospensione, proprio in quei Pazienti sopravvissuti al Cancro. Quindi la Cardioncologia è nata per cercare di studiare meglio il fenomeno e contrastare questi veri e propri “effetti collaterali” del Cancro e delle sue terapie, occupandosi proprio di quei Pazienti, con o senza cardiopatie che, per motivi oncologici, devono iniziare un percorso di cura anche se, per i propri requisiti clinici o per pericolosità del trattamento chemioterapico, sono considerati “a rischio”.
cuore in caso di tumore
In questo processo di cura e salvaguardia sono coinvolti tutti: Cardiologi, Oncologi, Radioterapisti ed Ematologi; ciascuno per il proprio ruolo e ciascuno impegnato a garantire il miglior trattamento oncologico possibile a tutti i Pazienti, riducendo al minimo la tossicità cardiovascolare nell’intero percorso dell’assistenza oncologica, con l’obiettivo di migliorare la sopravvivenza e la qualità della vita senza rinunciare, come accadeva talvolta in passato, alle cure oncologiche.
Qual è l’approccio più corretto al Paziente affetto da Tumore?
Prima di tutto bisogna correttamente individuare i Pazienti più esposti al rischio cardioncologico. Una visita cardiologica prima di iniziare la terapia antitumorale, meglio se eseguita da un Cardiologo esperto di problematiche cardioncologiche, consentirà nella maggior parte dei casi di inquadrare il rischio potenziale del Paziente e suggerire, meglio se in stretta collaborazione con l’Oncologo o l’Oncoematologo di riferimento, la migliore strategia preventiva, senza dimenticare che prima ancora di intraprendere una terapia potenzialmente cardiotossica è importante, soprattutto per i Pazienti più esposti al rischio, accertarsi che eventuali condizioni, quali Ipertensione, Diabete o Dislipidemia, siano trattate al meglio così come suggeriscono le Linee Guida. Un monitoraggio periodico del cuore con esami strumentali (elettrocardiogramma, ecocardiogramma, ECG dinamico Holter 24 ore, ecc.) o di laboratorio, tanto più frequente quanto più alto è il rischio, è sufficiente per la maggior parte dei Pazienti. A volte, nei casi più difficili e complessi, può essere concordata l’introduzione di una terapia cardiologica di supporto o una modifica del trattamento antiblastico (che impedisce la crescita dei Tumori) per renderlo ugualmente efficace ma meno pericoloso, riducendo le dosi dei farmaci o usando farmaci diversi ma meglio tollerati. In questo modo si riesce a
Alcuni farmaci antitumorali sono decisamente e maggiormente associati a fenomeni di cardiotossicità rispetto ad altri.
garantire al Paziente la necessaria prosecuzione della cura, al riparo da spiacevoli sorprese.
Quali sono le terapie da sorvegliare più attentamente?
Potenzialmente sono pochi i farmaci antitumorali che possano considerarsi assolutamente privi di effetti collaterali cardiovascolari. Tuttavia, alcuni di questi farmaci sono decisamente e maggiormente associati a fenomeni di cardiotossicità rispetto ad altri.
Nel passato le terapie con le antracicline, le “terapie rosse”, come le definiscono i Pazienti per il colore rosso della loro soluzione, sono state la più temute e attenzionate perché capaci di produrre un danno cardiaco progressivo che poteva portare fino allo Scompenso cardiaco, talora potenziato dal contemporaneo trattamento radioterapico. Usate da oltre 50 anni per la cura di molti tumori, tra i quali il Tumore alla mammella, ma anche i Linfomi e alcune Leucemie, grazie alla riduzione dei dosaggi e alle strategie di prevenzione attualmente presentano una tossicità molto ridotta e fortunatamente, nella maggior parte dei casi, ormai sotto controllo.
Ma dall’inizio del nuovo secolo una nuova categoria di farmaci ha rivoluzionato la sopravvivenza proprio delle donne con Cancro al seno, introducendo un nuovo paradigma di cura: producendo farmaci capaci di riconoscere uno specifico bersaglio molecolare presente sulle cellule di alcuni Tumori, possiamo
aumentare l’efficacia terapeutica dei trattamenti chemioterapici tradizionali, contribuendo ad eliminare selettivamente le cellule portatrici di tale recettore. Nascono così le terapie a bersaglio o “targeted therapy”. I risultati sono stati sin da subito strabilianti: la sopravvivenza nelle donne affette da Carcinoma mammario HER2-positivo, ovvero che presentavano questo bersaglio sulla superficie delle cellule tumorali, è aumentata considerevolmente. Purtroppo però lo stesso recettore HER2 bersaglio del farmaco può essere presente anche sulle cellule cardiache. Usando, quindi, questo farmaco (il trastuzumab) si potrebbe correre il rischio di colpire non solo il Tumore ma anche il cuore, potenziando quindi il danno provocato dalle antracicline. Da allora numerosi sono i farmaci a bersaglio molecolare introdotti in Oncologia, tutti molto efficaci ma spesso cardiotossici, il che ha costretto il Paziente a numerosi controlli oncologici e cardiologici diversificati per il tipo di cardiotossicità, talvolta fortunatamente e potenzialmente reversibile alla sospensione della terapia. Nel tempo, per l’evoluzione della terapia oncologica, il pericolo di cardiotossicità non è più (o non lo è solo) per lo sviluppo di Scompenso cardiaco da antracicline, ma anche di evoluzione verso l’Ipertensione arteriosa, l’Ipertensione polmonare, le Trombosi venose e arteriose o la Fibrillazione atriale, solo per citarne alcuni.
In ultimo l’Immunoterapia: la prima terapia contro il Cancro che non attacca direttamente le cellule tumorali ma potenzia l’efficacia del sistema immunitario diretto contro il Tumore, purtroppo causando, frequentemente, Malattie autoimmuni in cui fortunatamente il cuore è solo raramente coinvolto. Molto
più subdoli e frequenti, ancora una volta, sono gli effetti cardiovascolari a distanza dell’Immunoterapia, conseguenza dell’accelerazione dei processi di Aterosclerosi che portano a una più alta incidenza di Infarto miocardico, di Ictus cerebrale e di rivascolarizzazioni coronariche nei Pazienti trattati, anche se guariti dal Tumore.
Cosa può fare il Paziente?
Il Paziente oncologico deve essere consapevole che per ridurre il rischio di cardiopatie connesse al Cancro e ai trattamenti chemioterapici, la sua stessa collaborazione è fondamentale: bisogna adottare uno stile di vita adeguato al rischio che corre. Una dieta equilibrata, povera di proteine animali, di sale e di grassi saturi, una corretta e regolare attività fisica, ma soprattutto l’astensione dal fumo sono indispensabili. Inoltre, nei cardiopatici e in tutti i Pazienti con fattori di rischio cardiovascolare come l’Ipertensione arteriosa, il Diabete o le Dislipidemie, assumere con costanza la terapia prescritta e verificare puntualmente il raggiungimento degli obiettivi terapeutici assegnati dal Cardiologo, anche grazie a quelle modifiche dietetiche o dello stile di vita, diventano fondamentali per preservare il cuore e mettersi al riparo dai danni cardiaci delle terapie oncologiche. In questo modo, arrivare alla fine della terapia senza ostacoli di sorta, sarà più facile.
Cosa può fare ancora il Cardioncologo?
Il compito del Cardioncologo non finisce con la fine dei trattamenti antitumorali. Per la maggior parte dei Pazienti neoplastici sottoposti a terapia farmacologica di contrasto e di cura delle neoplasie i controlli cardioncologici dovranno proseguire nel tempo perché sarà necessario verificare l’andamento del buon esito della terapia oncologica in assenza di sviluppo di una cardiopatia. E per tutti coloro che, invece, per la gravità della malattia sono costretti a cure oncologiche prolungate nel tempo, un periodico controllo cardiologico garantirà di andare avanti senza ostacoli di natura cardiologica.
La nuova oncologia ha cambiato per sempre la prognosi di molti tumori definiti inguaribili fino a qualche anno fa, ma ha portato con sé il peso di tossicità cardiologiche spesso inattese o pericolose. I Medici hanno combattuto da tempo per aggiungere anni di vita ai Pazienti con Cancro; adesso è arrivato il momento di riempire quegli anni di vita con una qualità duratura.
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Malattie respiratorie nel bambino, dai sintomi alle cure
Nella maggior parte dei casi le infezioni più ricorrenti colpiscono bambini sani che devono semplicemente fortificare le loro difese
Dott. Tiziano Dall’Osso Pediatra Confederazione Italiana Pediatri (CIPe)
Una volta si parlava di “malanni di stagione” per indicare le patologie, per fortuna spesso banali, che colpiscono i nostri bambini nella stagione fredda, soprattutto quelli in età prescolare, ma anche i frequentatori abituali delle scuole elementari. Oggi questa definizione non ha più senso, i momenti di socializzazione per i bambini non prevedono soste, il periodo scolastico tradizionale si alterna alle attività estive che, per quanto si svolgano prevalentemente all’esterno, favoriscono incontri ravvicinati.
I patogeni classici (virus e batteri) che una volta imperversavano con un criterio di stagionalità, adesso, anche loro, sono costretti a fare gli straordinari. È sempre più frequente allora vedere epidemie di Varicella o di Scarlattina anche in altri periodi dell’anno. Dopo questa premessa, facciamo una breve carrellata delle patologie accennate sopra, partendo da una delle più gettonate: il “mal di gola”.
Dai sintomi alla diagnosi
Nella maggior parte dei casi parliamo di virus, come i Rhinovirus o i virus influenzali e parainfluenzali, ma il “mal di gola” può avere anche un’origine batterica, quan-
Nella maggior parte dei casi parliamo di virus, come i Rhinovirus o i virus influenzali e parainfluenzali, ma il “mal di gola” può avere anche un’origine batterica
do entra in gioco il famigerato Streptococco di gruppo B. L’importante, in questi casi, è escludere che si tratti di quest’ultima ipotesi, per evitare di utilizzare antibiotici inutilmente. A tal proposito, gli ultimi lavori scientifici mettono in evidenza un aumento preoccupante della resistenza agli antibiotici che, a lungo andare, potrebbe metterci in difficoltà nel trovare la terapia più efficace. Ecco quindi che la buona pratica è quella che prevede una visita attenta basata, oltre che sullo studio dei sintomi, anche sulla raccolta della storia clinica del bambino. La presenza, oltre al “mal di gola”, di tosse, Raffreddore e occhi arrossati, fa pensare ad una virosi mentre tonsille gonfie e arrossate, febbre con brividi, “mal di testa” ed esantema (eruzione cutanea) più evidente sul tronco, ci orienta su una forma streptococcica. Lo strumento
più attendibile rimane il Test Rapido Streptococco (Antigenico) che, in pochi minuti, associato alla clinica, ci da una ragionevole certezza della diagnosi per poter decidere con serenità se utilizzare l’antibioticoterapia che, in questo caso, ci permetterà di eradicare il batterio, ma anche di evitare pericolose complicanze (Malattia reumatica o Glomerulonefrite) o trattare il bambino con sintomatici, paracetamolo o ibuprofene e lasciare che le difese immunitarie facciano il loro lavoro. È bene sapere che, in caso si debba ricorrere all’antibiotico, dopo 24/48 ore il bambino potrà riprendere la scuola.
Le Infezioni Respiratorie Ricorrenti
Il “mal di gola” rientra tra le patologie (non è l’unica) che vengono definite Infezioni Respiratorie Ricorrenti (IRR). Sono più frequenti nei bambini piccoli (1-3 anni) ed è per questo che l’inserimento al nido spesso si rivela un calvario fatto di frequenza a singhiozzo, notti passate in piedi dai genitori perseguitati da bambini con tosse e catarro nasale. Cominciano ad essere più ragionevoli in età prescolare (3-6 anni), quando il sistema immunitario del nostro fanciullo comincia a fare il suo dovere, per essere sporadiche tra i 6 e i 12 anni, quando finalmente si ricomincia a dormire!
In caso di Ototubarite
Nella prima fascia citata, non possiamo ignorare l’Ototubarite, un’infiammazione del canale che collega il naso all’orecchio; la tuba, che nei piccolini, a differenza delle età successive, è orizzontale e non obliqua e ciò, associato alla fisiologica difficoltà nel soffiare il naso, impedisce un efficace deflusso del muco che, andando a premere contro la membrana del timpano, provoca dolore e pianto. Tale patologia spesso viene confusa con un’Otite e trattata impropriamente con antibiotici, mentre sarebbe più efficace disinfettare il muco, quando si presenta giallo-verdastro, con gocce nasali, dopo aver adeguatamente fluidificato le narici, usare antidolorifici e far dormire il bambino in posizione semiseduta.
Se si tratta di Bronchiolite
Vorrei concludere questa carrellata con una patologia che è tipica del neonato o comunque nei primi due anni di vita, la Bronchiolite. È causata dal Virus Respiratorio Sinciziale (VRS), lo stesso virus che nel bambino più grande non dà preoccupazioni, nel neonato, che ha un sistema immunitario ancora precario, è causa di tosse secca, respiro sibilante e difficoltà respiratorie. In questi casi le terapie domiciliari non sono efficaci ed è necessario il ricovero ospedaliero per somministrare ossigeno
Spesso il neonato contrae il virus dal fratellino/sorellina che frequenta il nido o la scuola materna e, come accennato sopra, non ha sintomi preoccupanti, tanto da risolvere il problema con una banale terapia sintomatica; il genitore non deve sentirsi in colpa per non aver impedito il contagio, in ambiente domestico è impossibile tenere separati i bambini. Se il neonato ha difficoltà respiratorie, dopo aver sentito il Pediatra, è bene tenere presente, come detto sopra, l’ipotesi di fare un passaggio in ambiente protetto (ospedale) per evitare che la sintomatologia peggiori.
Oggi abbiamo un’arma in più che ci permette di prevenire la Bronchiolite nel neonato ed è il vaccino contro il VRS. Può essere effettuato gratuitamente al momento della nascita, è facoltativo ma è assolutamente raccomandato.
Una storia significativa
Pino e Anna, fratello e sorella, sono nati a un anno di distanza l’uno dall’altra, lui cinque anni, di aspetto florido, un vero torello, mangia tutto quello che gli viene proposto e, spesso, fa anche il bis. Annina, cosiddetta anche per l’aspetto gracile, quattro anni, vive il momento del pasto con tensione, sbocconcella il cibo, lo muove nel piatto come se fosse una scacchiera finché le viene portato via con rassegnazione! Durante la stagione scolastica, Pino non si perde una virosi, ha sempre un sottofondo di tosse e Raffreddore e le sue assenze dalla materna per febbre sono frequenti mentre Annina, nonostante il suo aspetto esile, non ha perso un giorno di scuola e, pur stando a contatto con il fratello, non ne viene mai contagiata! La storia di Pino e Anna, peraltro abituale, ha una sua morale. Dobbiamo superare il luogo comune che i nostri bambini più mangiano e meglio sapranno affrontare le malattie: il sistema immunitario che regola le nostre difese è un ingranaggio molto complicato ma che, normalmente, funziona alla perfezione. Nella maggior parte dei casi le Infezioni ricorrenti colpiscono bambini sani che devono semplicemente fortificare le loro difese e lo fanno venendo a contatto con i virus di cui mantengono memoria. Quando il bambino è spesso malato, è bene sempre escludere una patologia allergica, soprattutto se vi è una familiarità. Qualche volta (più raramente di quanto si pensi), il sistema immunitario non funziona bene e allora dobbiamo fare attenzione ad alcuni segnali, come ad esempio 4/5 Otiti (vere) in un anno, terapie antibiotiche prolungate con scarso effetto, Polmoniti (radiologicamente diagnosticate) frequenti, familiarità per immunodeficienze, in questi casi sarà il vostro Pediatra di fiducia a predisporre una serie di accertamenti.
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Dolore al collo, come curarlo
La Cervicalgia è un disturbo che può influire significativamente sulla qualità della vita ma, con le giuste strategie, è possibile prevenirlo e curarlo efficacemente
collo, curarlo e prevenirlo
Prof. Carlo Ruosi
Professore di Ortopedia e Traumatologia
Università Federico II - Napoli
Direttore Scuola di Specializzazione
Medicina Fisica e Riabilitativa
Presidente AITOG (Società Italiana
Ortopedia e Traumatologia Geriatrica)
La Cervicalgia, o più comunemente “dolore al collo”, è un problema molto comune che può colpire persone di ogni età e condizione. Si tratta di un disturbo che, nella maggior parte dei casi, non richiede interventi chirurgici ma può essere gestito e prevenuto con un approccio conservativo. Vediamo insieme le cause principali, le strategie per prevenirlo e le terapie più efficaci per alleviarne i sintomi.
Le cause più comuni
Il dolore cervicale può derivare da una molteplicità di fattori, le cause più comuni includono:
• Artrosi cervicale: è una patologia degenerativa che colpisce le articolazioni della colonna vertebra-
le; con il passare degli anni, le cartilagini si usurano, causando rigidità e dolore, specialmente nella zona del collo;
• freddo e tensioni muscolari: l’esposizione al freddo può provocare contratture muscolari dolorose; è una situazione frequente nei mesi invernali o in ambienti condizionati mal gestiti;
• posture scorrette: una delle cause più frequenti è la cattiva postura, sia nei bambini che negli adulti; nei bambini, spesso si tratta di cattive abitudini durante lo studio o l’utilizzo di dispositivi elettronici; negli adulti, invece, il problema è amplificato dai lavori sedentari e dall’uso prolungato di computer o smartphone;
• sedentarietà e mancanza di attività fisica: la carenza di movimento contribuisce alla debolezza muscolare, rendendo i muscoli del collo meno capaci di supportare la colonna vertebrale.
Quando rivolgersi al Medico
Non tutti i dolori al collo richiedono l’intervento di uno Specialista. Tuttavia, è importante consultare il Medico nei seguenti casi:
• dolore persistente che non migliora con il riposo o con i rimedi comuni;
• comparsa di sintomi neurologici, come formicolii o perdita di forza nelle braccia;
• limitazione significativa dei movimenti del collo.
La diagnosi precoce è fondamentale per individuare eventuali problematiche più serie, come l’Ernia del
disco cervicale, che può necessitare di un approccio specialistico.
Trattamenti conservativi, la prima scelta
Per la maggior parte delle Cervicalgie, il trattamento conservativo è la strategia più indicata. Questo approccio si basa su terapie non invasive e modifiche dello stile di vita.
La Riabilitazione rappresenta uno strumento essenziale per alleviare il dolore e migliorare la funzionalità del collo. Tra le tecniche più efficaci troviamo:
• Massoterapia: utile per rilassare i muscoli contratti;
• esercizi di mobilizzazione e stretching: migliorano la flessibilità e riducono la rigidità;
• rinforzo muscolare: potenziare i muscoli del collo e delle spalle è fondamentale per sostenere correttamente la colonna cervicale.
La diagnosi precoce è fondamentale per individuare eventuali problematiche più serie, come l’Ernia del disco cervicale
Attività fisica regolare
Una vita attiva è la chiave per prevenire il dolore al collo. Discipline come Nuoto, Yoga e Pilates sono particolarmente benefiche perché combinano esercizi di rinforzo muscolare e miglioramento della postura.
Eliminare
i fattori
di rischio
Alcuni piccoli cambiamenti possono fare una grande differenza:
• correggere la postura: utilizzare sedie ergonomiche e posizionare lo schermo del computer all’altezza degli occhi;
• evitare il freddo: proteggere il collo con sciarpe e indumenti adeguati;
• ridurre l’uso di smartphone: limitare il tempo con il capo chinato per evitare la cosiddetta “cervicale da smartphone”.
Manipolazioni cervicali, attenzione e prudenza
Le manipolazioni vertebrali possono essere utili in alcuni casi di “dolore al collo”, ma è fondamentale affidarsi a mani esperte.
Manipolazioni errate possono causare seri danni e rappresentano un rischio per la salute. Prima di iniziare questo tipo di trattamento, è consigliabile consulta-
La Riabilitazione rappresenta uno strumento essenziale per alleviare il dolore e migliorare la funzionalità del collo
re un Medico Specialista per valutare l’idoneità del Paziente.
La Chirurgia, un’opzione rara
Solo in casi particolari e ben selezionati si ricorre alla Chirurgia per risolvere il dolore al collo. Generalmente, l’intervento è indicato quando:
• il dolore è associato a un’Ernia del disco che causa deficit neurologici significativi;
• si osservano instabilità gravi della colonna cervicale.
Fortunatamente, si tratta di situazioni poco frequenti e la maggior parte dei Pazienti può ottenere sollievo con trattamenti non invasivi.
Prevenire è meglio che curare
Il “dolore al collo” è un disturbo che può influire significativamente sulla qualità della vita, ma con le giuste strategie è possibile prevenirlo e curarlo efficacemente. Adottare uno stile di vita attivo, correggere le posture scorrette e ricorrere a terapie conservative sono le armi più potenti a nostra disposizione. La Chirurgia rimane l’ultima risorsa, riservata a casi specifici e ben definiti.
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Glaucoma, nuove prospettive di cura
Per Glaucoma si intende un gruppo di malattie oculari che causano il progressivo deterioramento del nervo ottico nel punto in cui questo lascia l’occhio per portare le informazioni visive al cervello. Se non diagnosticato e trattato in tempo, il Glaucoma può condurre alla cecità. Il Glaucoma è la seconda causa di cecità nel mondo.
Questa patologia è caratterizzato dall’aumento del tono oculare (pressione oculare), pallore ed escavazione della testa del nervo ottico (papilla ottica), riduzione del campo visivo e del visus (acutezza visiva). Esistono diversi tipi di Glaucoma: malformativo (congenito), primario (ad angolo aperto e ad angolo stretto/chiuso) e secondario. Nel Glaucoma primario l’aumento del tono oculare è legato ad uno squilibrio tra la produzione di umore acqueo e la sua fuoriuscita per ostruzione delle vie di deflusso.
Glaucoma ad angolo aperto
Il tipo di Glaucoma più comune è il Glaucoma ad angolo aperto o Glaucoma cronico, che inizia dopo la quarta decade di vita, la cui frequenza aumenta con l’età. È una
Sono numerose
le nuove opzioni terapeutiche tra cui una nuova classe di impianti mininvasivi diversi per invasività ed efficacia
Prof. Dott. Demetrio Spinelli
Già Direttore S.C. Oculistica
Fondazione Ospedale Maggiore
Policlinico di Milano
Presidente Società Italiana di Oftalmologia Legale (SIOL)
Le ultime stime del W.H.O (“World Report on Vision”, 2019) riportano nel 2040 circa 112 milioni di Pazienti nel mondo affetti da Glaucoma
malattia multifattoriale, sempre bilaterale, in cui ad una alterazione del trabecolato sclero-corneale (la regione dell’occhio situata fra l’iride e la cornea attraverso la quale viene drenato l’umore acqueo) si associa una neuropatia ottica progressiva. Questa patologia è asintomatica: il Paziente non ha modo di avvertirne la presenza; la vista può essere eccellente, mancano disturbi irritativi, l’occhio non è arrossato. Si stima che circa il 50% dei casi di Glaucoma in Italia venga diagnosticato tardivamente. Le ultime stime del W.H.O (“World Report on Vision”, 2019) riportano nel 2040 circa 112 milioni di Pazienti nel mondo affetti da Glaucoma. In Italia, analogamente all’Europa, il 2,5% della popolazione tra i 40 e gli 80 anni è affetta da Glaucoma (WHO, 2019).
Come viene diagnosticato?
Gli strumenti utili per la diagnosi sono:
• misurazione della pressione oculare (tono oculare);
• esame della papilla ottica (nervo ottico);
• esame del campo visivo;
• tecniche di immagine (consentono misurazioni precise di tutti gli elementi del nervo ottico e dello strato delle fibre nervose).
Il tono o pressione oculare o intraoculare (IOP) è la pressione esistente all’interno del bulbo oculare. È attualmente il principale fattore di rischio per l’insorgenza del Glaucoma; il suo valore è variabile per ogni singolo soggetto e aumenta con l’avanzare dell’età. Il tono oculare viene misurato con apposita strumentazione: tonometro ad applanazione di Goldmann, il cosiddetto “gold standard”, o non a contatto (tonometro a soffio, non invasivo).
La papilla ottica (o testa del nervo ottico o disco ottico) rappresenta l’origine del nervo ottico, è normalmente ben visualizzabile all’esame del fondo oculare (tramite oftalmoscopico). Ha l’aspetto di un disco rotondeggiante o leggermente ovalare, con il massimo diametro verticale. Nel Glaucoma si verifica una perdita progressiva delle cellule ganglionari retiniche e dei loro assoni (fibre nervose retiniche) con conseguente pallore papillare e aumento dell’escavazione papillare. Per campo visivo si intende l’area visiva percepita dall’occhio, quando viene fissato un punto (occhio in posizione primaria). È più estesa verso il basso e verso le tempie. In caso di Glaucoma, il campo visivo comincia a ridursi, iniziando dalla periferia sino alla fase terminale in cui il campo visivo è ridotto ad una piccola porzione centrale.
Le tecniche di immagine consentono misurazioni precise di tutti gli elementi del nervo ottico e dello strato delle fibre nervose retiniche (RNFL), consentendo di valutarne il cambiamento nel corso degli anni.
La gestione del Glaucoma
Obiettivo della terapia del Glaucoma è quello di conservare un buon grado di funzione visiva, e conseguente qualità della vita, adeguati alle esigenze del singolo Paziente. La funzione visiva, sia centrale (visus) che periferica (campo visivo), persa al momento della diagnosi è irrecuperabile. La pressoché unica “arma” terapeutica a nostra disposizione è la riduzione del valore di pressione intraoculare; a tutt’oggi il solo fattore di rischio trattabile nel Glaucoma per raggiungere la “pressione target”, cioè il “valore pressorio che lascia integro l’equilibrio funzionale del soggetto”, è mantenerla tale nel tempo. L’efficacia del trattamento
La pressoché unica “arma” terapeutica a nostra disposizione è la riduzione del valore di pressione intraoculare
sembra essere maggiore quando il Glaucoma viene diagnosticato in una fase iniziale, minore quando il Glaucoma viene diagnosticato in una fase avanzata. In quanto malattia cronica, necessita di controlli periodici sia clinici che strumentali e di una terapia da continuarsi “ad vitam”.
Come si cura
La terapia può essere medica, parachirugica o chirurgica. La terapia medica consiste nell’instillazione di uno o più colliri ipotonizzanti, farmaci per via topica, che garantiscono un abbassamento della pressione intraoculare e l’assenza di “picchi pressori”, ovvero una regolarità di tale pressione nelle 24 ore. È molto importante che questi farmaci vengano assunti regolarmente, in modo continuativo, e non vengano sospesi senza il permesso del Medico, anche se a volte presentano effetti indesiderati che li rendono sgraditi.
Esistono 5 classi di farmaci che riducono la pressione (tono) oculare, cui recentemente se ne sono aggiunte altre due. Ricordiamo i farmaci betabloccanti (agiscono riducendo la produzione dell’umore acqueo), gli omologhi delle prostglandine (aumentano il deflusso uveo-sclerale), gli agonisti adrenergici (aumentano il deflusso uveo-sclerale e diminuiscono la produzione dell’umore acqueo), i parasimpaticomimetici (aumentano il deflusso trabecolare), i calcio inibitori (diminuiscono la produzione di umore acqueo).
Recentemente sono state approvate dalla FDA due nuovi farmaci antiglaucomatosi che diminuiscono la IOP (“Intra Ocular Pressure”).
Il primo è un Rho-kinase che agisce aumentando il deflusso trabecolare, sia diminuendo la produzione dell’umore acqueo che la pressione nelle vene episclerali, il secondo (latanoprostene bunod) agisce sia aumentando il deflusso uveo-sclerale che quello trabecolare.
In particolare i ROCK-antagonisti (inibitori della Rho-kinase-Netasurdil), sono farmaci (per via topica) che abbassano la pressione riducendo la produzione dell’umore acqueo e aumentando il deflusso trabecolare, cioè il deflusso dell’umore acqueo dal trabecolato sclero-corneale con diversi meccanismi.
Impianti a rilascio lento
Un ulteriore passo avanti è stato fatto con gli impianti a lento rilascio intracamerali, contenenti sia la forma attiva del farmaco che sostanze biodegradabili necessarie al rilascio delle sostanze attive. Purtroppo molti di questi dispositivi sono tuttora allo studio per la maggior parte di farmaci: ricordiamo le nano particelle (nanosfere, nanocapsule, microsfere, ecc.), il cui obiettivo è il rilascio del farmaco e la sua regolazione, le lenti a contatto che inglobano il farmaco in un supporto polimerico, i “punctum plug” inseriti nei puntini lacrimali superiori e inferiori, gli inserti sottocongiuntivali e gli inserti intracanalicolari
Terapia Laser
Quando l’uso dei colliri risulta poco efficace, si può pensare di rivolgersi alla Terapia Laser: la “Trabeculoplastica argon Laser Selettiva” (SLT) consente di ottenere un migliore funzionamento del tubo di scarico dell’umore acqueo, riducendo in modo considerevole la pressione endoculare.
La Chirurgia
L’intervento chirurgico viene raccomandato per evitare un danno del nervo ottico che altrimenti progredirebbe in maniera inesorabile quando la terapia Laser o la terapia farmacologica non risultassero efficaci nell’abbassare la pressione intraoculare. È importante ricordare che non esiste un valore pressorio “ideale” in senso assoluto ed ogni sforzo è sempre indirizzato ad evitare l’instaurarsi dei danni o il loro peggioramento.
La Chirurgia si propone di creare una via di scarico efficiente e alternativa a quelle “malate”, mettendo in comunicazione lo spazio compreso fra l’iride e la cornea e quello situato sotto la membrana congiuntivale che riveste il globo oculare. Un intervento di questo tipo viene detto intervento di Trabeculectomia. Tali interventi, così come anche quelli in cui viene formata una bozza (Sclerectomia profonda, Impianti drenanti), sono forieri di complicanze più o meno importanti. Si è pertanto ricorsi ad altre metodiche di nuova generazione con minori complicanze e con eguale risultato ipotonizzante. Si tratta di una nuova classe di impianti per il Glaucoma detti mininvasivi (MIGS“Mini Invasive Glaucoma Surgery” e MIBS - “Mini Invasive Bleb Surgery”), diversi per invasività ed efficacia e quindi destinati a pressioni oculari diverse, dotati di una maggiore efficacia e sicurezza, che tuttavia hanno costi elevati, non tutti sono inseriti nei DRG (“Diagnosis Related Groups”) che stanno rivoluzionando la gestione del Paziente glaucomatoso.
A metà tra la terapia medica e quella chirurgica vera e propria, con minima distruzione dei tessuti, tempo di intervento ridotto, strumentazione semplice, maggiore sicurezza, senza ricovero, oltre a soddisfazione del Paziente, essi agiscono attraverso le vie di deflusso trabecolare in massima parte o attraverso lo spazio sottocongiuntivale.
Novità sulla neuroprotezione
Sappiamo che percentuali variabili dal 14 al 45% di soggetti glaucomatosi a vari stadi della patologia continuano a peggiorare nonostante l’aggressione terapeutica, suggerendo che meccanismi diversi dallo stress iperbarico siano alla base del danno in alcune forme della patologia e cioè quello della apoptosi (suicidio cellulare). Le conseguenze dell’apoptosi di una singola cellula possono estendersi alle cellule ganglionari adiacenti. In questo contesto la ricerca scientifica si sta orientando verso nuove strategie terapeutiche da affiancare alla riduzione della IOP e, in particolare, molti sforzi sono stati fatti nel campo della neuroprotezione diretta delle cellule ganglionari, attraverso lo studio di molecole, come la brimonidina, la memantina, i calcio-antagonisti , la citidin-5-difosfocolina (citicolina), integratori del NAD assonale (nicotiamide-adenindinucleotide) ed altre, in grado di interagire direttamente con le cellule ganglionari a livello retinico, nel tentativo di alterare favorevolmente l’equilibrio tra segnali di morte e segnali di sopravvivenza cellulare.
Parodontite, attenzione
Si tratta di una malattia che colpisce i tessuti di supporto del dente che, se non curata, può portare ad una compromissione della salute generale
Dott. Aldo Nobili A.N.D.I. (Associazione Nazionale Dentisti Italiani)
La Parodontite è una malattia infiammatoria cronica multifattoriale che colpisce i tessuti di supporto del dente come la gengiva, il legamento parodontale, il cemento radicolare e l’osso alveolare.
È la conseguenza della progressione di una Gengivite non trattata ed è caratterizzata da una perdita irreversibile dell’attacco parodontale e della struttura di sostegno dentale, che può portare, nei casi più gravi, alla perdita dell’elemento dentario.
Cause e fattori di rischio
Il principale fattore scatenante della Parodontite è la placca batterica, un biofilm polimicrobico che si accumula sulle superfici dentali. In condizioni di disbiosi, ossia in presenza di uno squilibrio del microbiota orale, la composizione della flora batterica orale si altera a favore di specie patogene anaerobie
Il principale fattore scatenante della Parodontite
Gram negative. Questi microrganismi sono dotati di meccanismi di evasione immunitaria e sono in grado di innescare una risposta infiammatoria persistente e dannosa per i tessuti ospiti.
Numerosi fattori influenzano la suscettibilità e la progressione della Parodontite. Il fumo di sigaretta è uno dei principali cofattori: altera la risposta immunitaria, riduce l’ossigenazione tissutale e modifica la composizione della placca. Il Diabete mellito, soprattutto se non controllato, aumenta il rischio di Parodontite attraverso la produzione di prodotti finali della glicazione avanzata (AGE), che amplificano la risposta infiammatoria. Anche la predisposizione genetica ha un ruolo importante: alcuni polimorfismi nei geni dell’interleuchina-1, ad esempio, sono associati a una maggiore suscettibilità. A questi si aggiungono fattori comportamentali e psico-sociali come lo stress cronico, che può compromettere l’efficacia del sistema immunitario, e una scarsa igiene orale, che facilita l’accumulo di placca e tartaro e favorisce la cronicizzazione della malattia.
Come progredisce?
La progressione della malattia può essere distinta in diversi stadi. Inizialmente si manifesta come Gen-
ai fattori di rischio
givite, una condizione infiammatoria superficiale e reversibile, limitata alla gengiva marginale. Se non trattata, può evolvere in Parodontite iniziale, caratterizzata dalla formazione di tasche parodontali e da una perdita minima di attacco clinico. La Parodontite moderata comporta tasche più profonde (maggiori di 4 mm), coinvolgimento osseo evidente e possibili segni di mobilità dentale. Nelle forme gravi, la perdita di supporto osseo è estesa, le tasche sono profonde e aumenta il rischio di mobilità marcata e perdita del dente.
Connessioni con la salute generale
Numerose evidenze scientifiche dimostrano che la Parodontite è associata a diverse condizioni sistemiche, spesso attraverso meccanismi infiammatori condivisi. La relazione è spesso bidirezionale. In ambito cardiovascolare, l’infiammazione cronica sistemica e la diffusione nel sangue di batteri orali o loro prodotti possono contribuire all’aterogenesi, ossia alla formazione di placca aterosclerotica nelle arterie.
Nel Diabete di tipo 2, la Parodontite peggiora il controllo glicemico, mentre il trattamento parodontale può ridurre i livelli di emoglobina glicata. Sono state inoltre osservate correlazioni tra Parodontite e complicanze ostetriche, come il parto pretermine e il basso peso neonatale a causa dell’azione dei mediatori infiammatori. Anche patologie croniche come la Malattia renale, la Broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) e l’Artrite reumatoide mostrano una sovrapposizione di profili infiammatori con la Parodontite.
Impatto sulla qualità della vita
La Parodontite ha ripercussioni significative sulla qualità della vita, soprattutto nelle fasi avanzate. La perdita dentale e il dolore gengivale possono compromettere la funzione masticatoria, limitare la dieta e contribuire a squilibri nutrizionali. Questi problemi sono particolarmente rilevanti per le persone anziane, nelle quali una dieta carente può aggravare condizioni di fragilità fisica o cognitiva.
Anche dal punto di vista estetico e relazionale la malattia può generare insicurezza , disagio psicologico e riduzione della socialità in quanto recessioni gengivali, spazi visibili tra i denti o alitosi
La perdita dentale e il dolore gengivale possono compromettere la funzione masticatoria, limitare la dieta e contribuire a squilibri nutrizionali
influiscono sulla percezione di sé e sull’interazione con gli altri. Il trattamento tempestivo e appropriato può migliorare sensibilmente il benessere generale del Paziente, riducendo dolore, infiammazione e disagio, migliorando l’aspetto del sorriso e restituendo fiducia nelle relazioni sociali.
I costi sanitari
A livello di salute pubblica, la Parodontite rappresenta un’emergenza silenziosa. Colpisce larga parte di popolazione in tutto il mondo e genera costi sanitari diretti elevati (legati a cure odontoiatriche, trattamenti riabilitativi e protesici) e indiretti (riduzione della produttività lavorativa e impatto sulla nutrizione). Le fasce sociali più vulnerabili risultano le più colpite, sia per la maggiore esposizione ai fattori di rischio sia per le difficoltà di accesso alle cure odontoiatriche. Questo contribuisce ad ampliare le disuguaglianze in salute poiché la Parodontite non solo compromette la salute orale ma può anche ostacolare l’accesso a opportunità educative, lavorative e sociali, alimentando un circolo vizioso di svantaggio.
Un approccio integrato
La Parodontite è una patologia infiammatoria cronica complessa che coinvolge meccanismi biologici, fattori comportamentali e determinanti sociali.
Oltre a rappresentare una delle principali cause di perdita dentale nell’adulto, ha profonde implicazioni sistemiche e psico-sociali. Una gestione efficace della Parodontite richiede un approccio integrato che combini prevenzione, diagnosi precoce, trattamento clinico e promozione della salute orale all’interno di un quadro più ampio di salute pubblica. Solo così sarà possibile ridurre l’impatto complessivo della malattia e promuovere una migliore qualità della vita per tutta la popolazione.
CIP - Proteggi il tuo cuore
Le Malattie cardiovascolari sono in aumento e rappresentano la causa principale di morte e disabilità. La buona notizia è che si può fare molto per la loro prevenzione, partendo dall’eliminazione del fumo di sigaretta, passando attraverso una corretta alimentazione, praticando una costante e adeguata attività fisica, senza dimenticare di effettuare adeguati controlli periodici, che possono variare in base all’età e ai fattori di rischio, e che includono la visita cardiologica e il controllo del colesterolo, con l’obiettivo di identificare e gestire precocemente eventuali patologie.
Durante il mese di novembre, il team scientifico della rivi-
sta Elisir di Salute attraverso il Circuito Informazione e Prevenzione (CIP), propone a tutte le persone afferenti alle strutture sanitarie aderenti al progetto, alcuni temi chiave di riflessione e alcune indicazioni di base utili a costruire un’adeguata informazione su questo tema. Il punto fondamentale su cui focalizzare l’attenzione, oltre all’attivazione delle opportune correzioni al proprio stile di vita, è rappresentato dalla programmazione di adeguati controlli medici periodici, in rapporto all’età e alle caratteristiche individuali, da definire con l’aiuto dei Medici Cardiologi e degli Specialisti di Medicina dello Sport. Per approfondire: www.elisirdisalute.it
Nata come una semplice iniziativa tra amici per raccogliere fondi a favore della ricerca sul Cancro alla prostata, Movember si è presto trasformato in un movimento globale che vede ogni anno coinvolti milioni di uomini in più di 20 Paesi, rappresentando non solo un’occasione per riflettere sulla salute maschile ma anche per continuare a sensibilizzare su temi cruciali come il Cancro alla prostata, il Cancro ai testicoli e la salute mentale. Il mese di novembre, attraverso questa iniziativa, diventa quindi un momento per ricordare a tutti gli uomini di prendersi cura di sé stessi, di parlare delle proprie difficoltà e di impegnarsi per una salute migliore. Per il 2025, oltre alla raccol-
Ecomondo
Torna, dal 4 al 7 novembre alla Fiera di Rimini, Ecomondo, l’evento di riferimento in Europa e nel bacino del Mediterraneo per la “green”, “blue” and “circular economy”. L’obiettivo dell’evento è coniugare la crescita economica con la tutela ambientale e sociale attraverso l’adozione di modelli di sviluppo etici e inclusivi per favorire il dialogo tra industrie, istituzioni e mondo della Ricerca. La fiera occuperà 30 padiglioni su 166.000 mq di superficie espositiva; sono attese delegazioni da tutto il mondo in collaborazione con 80 associazioni internazionali di settore, confermandosi quindi come l’appuntamento leader in Europa sui nuovi modelli innovativi di economia circolare, grazie alla sinergia con l’Agenzia ICE e con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI).
Ecomondo affiancherà alla parte espositiva un fitto
ta fondi e alla promozione della salute maschile, gli organizzatori approfondiranno anche il tema della salute mentale specialmente nei contesti lavorativi e familiari, della prevenzione e diagnosi precoce del Cancro, sostenendo programmi che incentivino gli uomini a monitorare la loro salute, promuovendo Screening regolari e aumentando la consapevolezza sui segnali da non sottovalutare e, infine, sottolineando l’importanza dell’attività fisica regolare come strumento di prevenzione. Inoltre numerose saranno le iniziative di educazione e discussione attraverso campagne mirate, workshop e conferenze. Per approfondire: https://ex.movember.com/
calendario di conferenze, seminari e tavole rotonde organizzate dal suo Comitato Tecnico-Scientifico, con approfondimenti dedicati agli aspetti normativi, policy e regolamenti, anche alla luce del piano “Next Generation EU”, al ripristino degli ecosistemi, alla “blue economy” e all’economia rigenerativa. Non mancheranno riflessioni su: riciclo avanzato delle materie prime strategiche, ecodesign e nuove soluzioni di packaging per ridurre l’impatto lungo l’intera filiera senza compromettere le funzionalità, intelligenza artificiale e digitalizzazione per accelerare la transizione ecologica, nuove tecnologie per il monitoraggio satellitare per contrastare gli impatti del cambiamento climatico e decarbonizzazione dell’industria, con focus particolari su tessile, energia, RAEE ed edilizia. Per approfondire: www.ecomondo.com
Movember
Ricotta Nonno Nanni
Una fonte proteica genuina e cremosa, dal gusto delicato
Nata dall’esperienza casearia di Nonno Nanni, maturata in oltre 75 anni, la Ricotta Nonno Nanni viene confezionata ancora calda, appena affiorata, ed è per questo che porta in tavola un’autentica bontà, ricca di gusto.
Fonte di proteine
Le proteine, come tutti ben sanno, sono i mattoni che costituiscono i nostri muscoli, per questo è necessario che siano presenti in una dieta equilibrata. È bene ricordare che diversi gruppi alimentari sono fonte di proteine, come la carne, i legumi e i latticini, e che si differenziano per la tipologia di proteine presenti nello stesso alimento. Nella ricotta si trovano diversi tipi di proteine e le più famose sono l’albumina, le lattoglobuline e la caseina. Quest’ultima, è conosciuta per essere la proteina principale nella produzione di formaggio, ed è presente nella ricotta in piccole quantità; il suo quantitativo aumenta se, alla ricotta, vengono aggiunti latte o crema di latte (panna) durante il processo produttivo. Le albumine e le lattoglobuline invece sono proteine solubili presenti nel siero di latte che non coagulano durante la produzione dei formaggi ma rimangono nel siero, per tale motivo vengono chiamate sieroproteine. La ricotta, è chiamata così perché cotta due volte, con un procedimento che recupera il siero del latte e le sue preziose proteine.
Meno grassi rispetto ai formaggi
Nei latticini, come la Ricotta Nonno Nanni, il contenuto di grassi è limitato, rispetto ai formaggi; alcuni recenti studi scientifici indicano che questi nutrienti, nelle quantità corrette, svolgono un ruolo molto importante nella dieta alimentare.
La Ricotta Nonno Nanni è disponibile per il banco frigo del libero servizio nella comoda vaschetta con coperchio richiudibile in formato 250 g oppure nel formato Ricottine 2x100 g confezionate singolarmente.
Nell’ambito di una dieta varia ed equilibrata e di uno stile di vita sano, 100 g di Ricotta Nonno Nanni contengono 7.8 g di proteine, contribuendo a un apporto di proteine utile a sostenere il tuo benessere.
Longevità sì ma in buona salute
Per i Medici di Medicina generale sta diventando quasi normale avere Pazienti centenari in buona salute. Spesso addirittura succede che si sottopongano ad interventi chirurgici più o meno complessi e impegnativi, come la sostituzione di valvole cardiache, con esiti spesso soddisfacenti.
Risale a circa metà giugno scorso la notizia che presso la Cardiologia dell’Ospedale di Bentivoglio sono stati eseguiti, quasi in contemporanea, dall’Equipe del Dottor Gianfranco Tortorici, due interventi di impianto di pacemaker in altrettanti centenari (99 anni uno e 101 l’altro).
I Pazienti in questione erano stati colpiti da improvvisa sincope e relativa perdita di coscienza; una degenza di pochi giorni e i Pazienti sono stati restituiti agli affetti e alle cure delle loro famiglie allargate a ben quattro generazioni e quindi, come li ha rassicurati il primario, pronti a continuare a svolgere una vita “normale” ma soprattutto a poter riprendere la guida dell’automobile, loro massima preoccupazione e aspirazione.
D’altra parte, in una società in cui si registra un considerevole allungamento della vita (dopo il Giappone siamo il Paese con il più elevato tasso di longevità), dobbiamo iniziare ad abituarci a queste evenienze.
L’età media nel nostro Paese
è tra le più alte ma vivere più a lungo non determina automaticamente un miglioramento della qualità della vita…
Dott. Fernando Perrone Federazione Italiana Medici di Medicina Generale
Il Paese dei centenari
Secondo i dati ISTAT, al primo gennaio 2024 in Italia erano presenti 22.552 centenari (80% donne) con un incremento del 10% sul 2013 e del 30% rispetto al 2014; di questi, ben 21 sono i cosiddetti “supercentenari” ossia persone che superano quota 110 anni. L’esempio più emblematico di “supercentenari” in buona salute è stato quello della faentina Claudia Baccarini Baldi, anche per la forte dose di umorismo e leggerezza con cui affrontava la vita di tutti i giorni. È stata la terza persona più longeva d’Europa e tra le prime dieci più anziane al mondo e, dal 17 novembre 2023 (dopo la morte della 113enne Domenica Ercolani) sino al 24 dicembre dello scorso anno, giorno della sua scomparsa avvenuta all’età di 114 anni, anche la prima “supercentenaria” del nostro Paese. Nell’agosto 2023, invece, era mancata Maria Morera, la donna più anziana al mondo, il cui “oro-
L’età media nel nostro Paese è tra le più alte, attestandosi a 48,7 anni contro i 44,7 della media europea
novembre/dicembre 2025 www.elisirdisalute.it • il punto di vista di medici e ricercatori 53
il tuo medico di famiglia
Se la Genetica conta per un 20-25%, e quindi la longevità non è un “destino” immutabile, il resto lo dovrà fare l’Epigenetica…
logio biologico” si è fermato a 117 anni, ad un passo dai 120, fatidico e forse invalicabile obiettivo dei ricercatori di tutto il mondo.
Il più alto tasso di longevità
Secondo i dati forniti da Eurostat, sempre al primo gennaio 2024, l’età media nel nostro Paese è tra le più alte, attestandosi a circa 48,7 anni contro i 44,7 della media europea, con un incremento di 4 anni rispetto al 2014. Tuttavia, se già gli ultrasessantacinquenni sono circa 14 milioni (cioè il 23% della popolazione), il dato più straordinario su cui stanno riflettendo gli esperti dell’Istat per le forti implicazioni di politica sanitaria e assistenziale che ciò comporterà, è quel milione di novantenni, buona parte dei quali sarà destinata ad arrivare, e magari superare brillantemente, quota 100. Infatti nel 2024, lasciati alle spalle gli effetti nefasti del Covid-19, in Italia si è registrato il più alto tasso di longevità con una aspettativa di vita che ha raggiunto il massimo storico di 85 anni per le donne e 81,4 per gli uomini, come emerge dal recente Rapporto annuale ISTAT. Davvero una meraviglia, se pensiamo che la percentuale di autosufficienza arriva sino al 30% ma anche una sfida per la scienza (capire il fenomeno della longevità), la Medicina (adottare piani di prevenzione delle malattie e approntare nuove cure mirate e personalizzate, magari con l’aiuto della Intelligenza Artificiale), la politica (adeguare l’attuale e tuttora valido SSN, promuovendo la Medicina di prossimità, sfruttando la Telemedicina) e il sistema sociale (provvedendo alla gestione della non autosufficienza, adeguando e attrezzando il sistema di welfare con adeguate offerte di servizi socio-assistenziali e previdenziali).
In fondo quello che interessa maggiormente le persone è poter invecchiare in salute...
Longevità e qualità della vita
Diventa quindi spontaneo chiedersi: l’allungamento della vita si accompagna sempre anche ad una migliore qualità della stessa? Parrebbe proprio di no, purtroppo!
Secondo una ricerca dell’Istituto americano per la valutazione della salute pubblicata su la rivista scien-
tifica “Lancet”, all’aumento della longevità (“lifespan”) non corrisponde un adeguato aumento anche degli anni vissuti in buona salute (“healthspan”), perché sono in agguato le 4 temibili malattie croniche (Cardiovascolari, Neurodegenerative, Diabete e Neoplasie) che possono compromettere lo stato di benessere psico-fisico in modo definitivo e su cui occorre fare prevenzione già in giovane età. Infatti, se la Genetica conta per un 20-25%, e quindi la longevità non è un “destino” immutabile, il resto lo dovrà fare l’Epigenetica (cioè il risultato dell’influenza che ambiente e stile di vita hanno sull’attività dei geni) e cioè noi stessi, prendendo esempio dai centenari e “supercentenari” che popolano le cosiddette “Blue Zones” come Ikara (Grecia), Okinawa (Giappone), Loma Linda (California), Nicoya (Costarica), oltre alla nostra Ogliastra (Sardegna). Gli abitanti di queste isole e penisole vivono seguendo uno stile di vita salutare: esercizio fisico “naturale” e tanto movimento quotidiano; alimentazione sana ed equilibrata con consumo quotidiano di legumi, vegetali, frutta e pesce azzurro senza grassi, con alcol e sale limitati (la nostra Dieta Mediterranea in sostanza con microbiota naturale in equilibrio); tanto sonno e poco stress ma soprattutto forti e rassicuranti legami familiari e sociali e impegno costante in attività di volontariato, progetti e scopi di vita personali da realizzare giorno dopo giorno.
L’importanza degli Screening
Se a questi essenziali “precetti” di vita sana e longeva delle Blue Zones ci aggiungiamo una adesione più convinta e diffusa da Nord a Sud ai programmi di Screening messi a disposizione gratuitamente dalle ASL per una diagnosi precoce di Neoplasie e ci sottoponiamo con regolarità e con la giusta tempistica ai protocolli vaccinali, almeno contro Influenza, Pnemococco ed H. Zooster, possiamo rafforzare la nostra “resilienza immunitaria”, che pare sia la chiave di volta della longevità, e avere una fondata speranza di arrivare ai 90 anni e oltre in buona salute, grazie anche alla nostra “riserva cognitiva”. Mai come in questo caso vale il monito di non mettere limiti alla provvidenza, tanto più se il fenomeno della longevità e il continuo allungamento della vita rimangono ancora un segreto da scoprire, e a nulla serve la ricerca e l’assunzione di alcuni prodotti farmaceutici ritenuti “elisir di lunga vita”, che tanto affascinano facoltosi e fanatici americani come Bryan Johnson al motto “non invecchiare, non morire!” (“don’t die”).
In fondo non si tratta di aggiungere anni alla vita ma vita agli anni e, si spera, in buona salute! ●
Angelica cinese, panacea per femminili,
Oltre all’azione benefica sui disturbi ginecologici, svolge un’azione immunomodulante che aiuta a sostenere il sistema immunitario
cinese, i disturbi ma non solo…
ADott.ssa Maria Lombardi
Farmacista
ngelica cinese, Dong quai, Can qui o Dang gui, tanti nomi per indicare un’unica pianta: l’ “Angelica sinensis”, un’erba perenne odorosa appartenente alla famiglia delle Apiaceae e dal forte odore aromatico e pungente. Questa incredibile pianta è da secoli sfruttata come ingrediente culinario e rimedio fitoterapico nella Medicina Tradizionale Cinese per i disturbi ginecologici e non solo. Secondo la tradizione l’utilizzo dell’Angelica si estende al trattamento di stati di disidratazione, Lombalgia, disturbi legati alla
Specializzata in Fitoterapia
menopausa, ipertonia e disturbi nervosi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità riporta effetti antidolorifici nella terapia per l’Artralgia reumatica, per il dolore addominale e quello post-operatorio. L’Angelica ha inoltre rivelato un gran numero di effetti farmacologici: antiossidante, immunomodulatore, anti-infiammatorio e anche antitumorale. Questi effetti terapeutici non solo evidenziano l’importanza di A. sinensis come rimedio tradizionale, ma aprono anche nuove strade per la sua integrazione nella Medicina moderna attraverso approcci sinergici e complementari.
Un po’ di storia
L’uso medicinale dell’Angelica cinese, secondo le fonti storiche, risulta essere stato riportato per la prima volta nel “Shennong Bencao Jing”, un testo di agricoltura e piante cinesi attribuito all’imperatore Shennong e datato intorno al 200-300 a.C. Sebbene per alcune delle indicazioni tradizionali manchino studi approfonditi e su un ampio numero di soggetti, le potenzialità dell’Angelica non sono rimaste ignorate dall’Occidente. In Europa si hanno notizie dell’utilizzo di estratti di Angelica cinese già dal 1899, da una pubblicazione del Dottor Arthur Mueller che descrive l’utilizzo di un prodotto (Eumenol) con effetti emmenagoghi, capaci di stimolare le mestruazioni, contenente un estratto di questa intrigante e misteriosa erba proveniente dall’Est. E sono del 1923 i primi studi su cavie che ne dimostrano l’efficacia nei disturbi mestruali. Purtroppo, nonostante le numerose potenzialità e la tradizione d’uso soprattutto in Cina, studi clinici sull’uomo purtroppo sono ancora carenti o contano pochi partecipanti. Come spesso accade, e come riportato anche nella monografia dell’Agenzia Europea dei
Medicinali, il problema è legato anche alla difficoltà di ottenere estratti standardizzati e ben caratterizzati per poter comparare i risultati dei diversi studi.
Composizione multifunzionale
La droga utilizzata è la radice essiccata ma, in Medicina Tradizionale Cinese, viene sfruttato appieno il potenziale della pianta, utilizzando per occasioni diverse anche altre parti della pianta. Come la maggior parte degli estratti fitoterapici, il fitocomplesso dell’Angelica cinese è particolarmente ricco e variegato.
Dalla radice è possibile ricavare estratti acquosi, alcolici e un olio essenziale, caratterizzati da componenti diversi e con un diverso effetto terapeutico. L’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) riporta che gli estratti acquosi sono ricchi di composti idrofilici, in particolare l’acido ferulico, responsabili degli effetti antinfiammatori, antiaggreganti e antitrombotici. Secondo la monografia redatta dall’OMS, i componenti caratteristici dell’olio essenziale sono degli alchilftalati, di cui il L’Angelica
cinese ha rivelato un gran numero di effetti farmacologici: antiossidante, immunomodulatore, antiinfiammatorio e anche antitumorale
Gli estratti di Angelica cinese
sono utilizzati nel trattamento di mestruazioni dolorose, nell’Amenorrea e irregolarità del ciclo mestruale
più importante per l’azione terapeutica è lo Z-ligustilide, la cui concentrazione può superare anche il 5%. Non mancano furocumarine, dall’azione antiossidante, terpeni e composti benzenoici, come l’umbelliferone. Altra grande protagonista dell’effetto terapeutico è la componente polisaccaridica, con azione antiossidante, di supporto immunitario e protezione epatica.
Amica della salute femminile
I benefici dell’Angelica cinese sulla salute femminile sono ben noti fin dall’antichità e sembrano accompagnare la donna in tutta la sua vita fertile: i suoi estratti sono infatti utilizzati nel trattamento di mestruazioni dolorose, nell’Amenorrea, cioè la mancanza di mestruazioni, irregolarità del ciclo mestruale e nel contrastare i disturbi legati alla menopausa. Per quest’ultima azione, in realtà gli studi effettuati negli ultimi anni non sono conclusivi. Alcune ricerche confermano che l’Angelica possa avere effetti simili a quelli degli estrogeni nelle cavie, mentre a livello clinico non si sono ancora avute conferme. Il motivo di
queste incongruenze potrebbe anche essere correlato a differenze etniche riscontrate nei sintomi e nei livelli ormonali delle popolazioni di donne prese in considerazione, per esempio tra donne cinesi e tedesche. Sarebbe utile, pensare studi più ampi e che tengano conto delle variabili ormonali nelle diverse Pazienti. Molto più studiato e con maggiori riscontri, l’attività dell’Angelica sulle disfunzioni mestruali, come dolori e crampi. A seconda dell’estratto utilizzato, questa versatile pianta può indurre contrazione o rilassamento dei muscoli uterini. La contrazione sembra essere opera di un composto ancora non ben identificato presente negli estratti acquosi, mentre a rilassare la muscolatura uterina è il ligustilide presente nell’olio essenziale.
Benefici cardiovascolaresull’apparato
Interessante l’azione dell’Angelica sull’apparato cardiovascolare, dove, per ora solo in studi su cavie, ha mostrato di poter migliorare il flusso ematico coronarico, aumentare la capacità coronarica, ridurre le aritmie e la resistenza coronarica vascolare. Il tutto si traduce in un’attività di protezione del cuore dai danni da ischemia del miocardio e da riperfusione. A livello molecolare, questa azione sembra essere correlata all’attività antiaggregante piastrinica degli estratti di Angelica.
L’acido ferulico e la ligustilide promuovono inoltre la produzione di ossido nitrico (NO) con conseguente rilassamento delle pareti vasali e diminuzione della pressione. Riduce la produzione di fibrinogeno, diminuisce la viscosità del sangue. Inoltre ha mostrato attività ematopoietica, stimolando la produzione di nuove cellule ematiche, con interessante potenziale utilizzo nel trattamento delle Anemie
novembre/dicembre 2025 www.elisirdisalute.it
Attività antinfiammatoria, antiossidante e immunomodulante
Gli effetti dell’Angelica non si fermano però alla sola azione ematica o spasmolitica. Acido ferulico e ligustilide infatti, agiscono anche sui processi infiammatori, inibendo la produzione di molecole che aumentano l’infiammazione e riducendo la produzione di radicali liberi dell’ossigeno (ROS). Entrambe queste attività, antinfiammatoria e antiossidante, sono fondamentali complementi al trattamento di dolori non solo legati alle mestruazioni, ma anche all’infiammazione sistemica, alla base di molteplici malattie croniche.
Acido ferulico e ligustilide non sono i soli protagonisti delle attività dell’Angelica. Il ricco contenuto di polisaccaridi (APS) garantisce un’azione immunomodulante che aiuta a sostenere il sistema immunitario, stimolando tra le altre cose le risposte antitumorali, causando aumento di apoptosi (la morte cellulare programmata) e riduzione della proliferazione e migrazione delle cellule tumorali.
L’interesse per il potenziale terapeutico di “A. sinensis” si estende anche alle malattie organiche, come la Fibrosi, ossia la formazione eccessiva di tessuto connettivo fibroso in un organo o tessuto del corpo.
Tramite la regolazione dell’infiammazione infatti, vengono ridotti anche i processi fibrotici in vari organi, dai polmoni al fegato.
L’azione combinata di acido ferulico e polisaccaridi è
In commercio si trovano numerose formulazioni: dalla droga polverizzata agli estratti fluidi fino a compresse e capsule
utile anche nella riparazione dei danni al fegato. Il primo protegge i mitocondri dal danno indotto dai radicali liberi, mentre i polisaccaridi ripristinano le funzionalità del biofilm protettivo delle cellule epatiche.
Una pianta, mille sorprese
Questi sono solo alcuni dei meccanismi e delle attività più studiate, ma l’Angelica ha affascinato i ricercatori per molti altri aspetti. Innanzitutto, il rilassamento della muscolatura liscia è stato correlato anche a un’attività antiasmatica, con riduzione delle contrazioni dei muscoli della trachea.
Un’interessante scoperta riguarda anche l’attività osteogenica della ligustilide: questa molecola è in grado di stimolare la proliferazione e la differenziazione degli osteoblasti, le cellule specializzate del tessuto osseo responsabili della formazione di nuovo osso. Un’azione promettente per la prevenzione dell’Osteoporosi e le terapie rigenerative ossee
Come si assume e quali sono i rischi
In commercio si trovano numerose formulazioni: dalla droga polverizzata agli estratti fluidi fino a compresse e capsule, sia da sola ma spesso in associazione con altre piante ad azione sinergica. L’Organizzazione Mondiale di Sanità consiglia l’assunzione di 4,5-9 g di radice essiccata al giorno.
A fare da contraltare ai numerosi effetti benefici, gli effetti collaterali dell’Angelica riguardano principalmente la presenza di furocumarine e alcuni componenti dell’olio essenziale. Le furocumarine possono essere infatti responsabili di fototossicità, una reazione avversa cutanea causata dall’interazione della struttura di queste molecole con i raggi ultravioletti. Pertanto è sconsigliato esporsi al sole durante il periodo della sua assunzione.
L’olio essenziale di Angelica cinese contiene invece safrolo, incluso nel gruppo 2B dei composti considerati “possibilmente cancerogeni per l’uomo” dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC)”, per cui esistono prove limitate di cancerogenicità sull’uomo. Maggiore attenzione va posta nei Pazienti con patologie della coagulazione, Malattie emorragiche o che soffrono di diarrea: la sua attività antiaggregante piastrinica potrebbe infatti aumentare il rischio di emorragie. Per lo stesso motivo, e a seguito di un caso segnalato di interazione con Warfarin, Pazienti in terapia con anticoagulanti non dovrebbero assumere estratti di Angelica cinese.
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Coenzima Q10, uno scudo
La sua particolare struttura chimica gli consente di svolgere un ruolo benefico in molti ambiti, da quello cardiologico fino a quello riproduttivo
Dott.ssa Sara Simonetti
Il Coenzima Q10, noto anche come “ubichinone”, è una molecola lipofila scoperta negli anni cinquanta che, da allora, ha suscitato crescente interesse sia in ambito biochimico che clinico.
La sua particolare struttura chimica gli consente di inserirsi stabilmente nelle membrane biologiche, specialmente in quelle mitocondriali, dove svolge la funzione cruciale di navetta di elettroni nella catena respiratoria. Grazie a questa attività, il Coenzima Q10 permette la produzione di ATP (adenosina trifosfato) la principale molecola fonte primaria di energia per le cellule. Parallelamente, la sua forma ridotta, l’ubichinolo, agisce come antiossidante.
Si tratta dunque di una molecola che rappresenta al tempo stesso una chiave per la bioenergetica e uno scudo contro lo stress ossidativo. La distribuzione del Coenzima Q10 nei diversi organi riflette il fabbisogno energetico dei tessuti: cuore, cervello e muscoli ne sono particolarmente ricchi. Non sorprende quindi che i primi studi clinici abbiano indagato il suo ruolo in Cardiologia. Nei Pazienti con Scompenso cardiaco cronico, i livelli plasmatici e
La distribuzione del Coenzima
Q10 nei diversi organi riflette il fabbisogno energetico dei tessuti
miocardici di CoQ10 risultano ridotti, e diversi lavori hanno suggerito un’associazione tra carenza di ubichinone e peggioramento della funzione contrattile.
Gli studi scientifici in ambito cardiologico...
Tra gli studi più noti vi è il Q-SYMBIO, pubblicato nel 2014, che ha coinvolto oltre 400 Pazienti trattati con 300 mg al giorno di Coenzima Q10 per due anni. I risultati hanno mostrato una riduzione significativa della mortalità cardiovascolare e un miglioramento della capacità funzionale, aprendo la strada ad un utilizzo clinico come terapia di supporto nello Scompenso cardiaco. L’interesse cardiologico non si è fermato qui: lavori su Pazienti ipertesi hanno documentato una riduzione media della pressione arteriosa sistolica di circa 10 mmHg, mentre altri studi hanno suggerito benefici nell’Angina stabile, con una diminuzione della frequenza degli episodi anginosi. Non meno rilevante è la discussione intorno al ruolo del Coenzima Q10 nei Pazienti in terapia con statine. Dal momento che le statine riducono la sintesi endogena di Coenzima Q10, diversi ricercatori hanno ipotizzato che la supplementazione possa alleviare i disturbi muscolari correlati, con risultati promettenti ma non ancora definitivi.
Medico Chirurgo
Master in Nutrizione ed Educazione alla Salute
Ambulatorio Eubios - Bologna
contro lo stress ossidativo
... e neurologico
Se il sistema cardiocircolatorio ha rappresentato un campo privilegiato di interesse, anche il sistema nervoso ha attratto l’attenzione degli studiosi. La vulnerabilità del sistema nervoso centrale ai danni ossidativi e il ruolo cruciale dei mitocondri nella sopravvivenza neuronale hanno motivato numerosi test.
Nel Morbo di Parkinson, studi preclinici hanno dimostrato che il Coenzima Q10 protegge i neuroni dopaminergici dall’azione di tossine ossidative. Alcuni lavori clinici, con dosaggi di Coenzima Q10 piuttosto elevati fino a 1200 mg al giorno, avevano fatto sperare in un rallentamento della progressione, ma la grande indagine QE3 non ha confermato un beneficio clinico significativo. Nonostante ciò, il razionale biologico resta forte, tanto che la ricerca prosegue anche in altre Malattie neurodegenerative come l’Alzheimer, dove si è osservata una riduzione dei markers che misurano il danno ossidativo, pur senza miglioramenti consistenti delle funzioni cognitive.
Più incoraggianti i risultati in alcune Atassie mitocondriali e nelle Distrofie cerebellari, dove il Coenzima Q10 ha mostrato effetti positivi sulla coordinazione e sulla resistenza muscolare.
Benefici in ambito endocrinologico...
Gli effetti antiossidanti e bioenergetici dell’ubichinone hanno sollevato interesse anche nel metabolismo e nelle Malattie endocrine. In Pazienti con Diabete di tipo 2, studi clinici hanno evidenziato miglioramenti modesti ma significativi della sensibilità insulinica e riduzioni dell’emoglobina glicata, insieme ad un miglior profilo lipidico caratterizzato da minori trigliceridi e maggior colesterolo HDL. Una metanalisi del 2018, che ha raccolto dati da oltre 400 Pazienti, ha confermato questi risultati, suggerendo che il Coenzima Q10 possa essere considerato un complemento utile nella gestione della Sindrome metabolica e del Diabete, anche se non sostitutivo delle terapie farmacologiche tradizionali.
...e nella salute riproduttiva
Un capitolo di grande attualità riguarda la salute riproduttiva. Con l’avanzare dell’età, i livelli di Coenzima Q10 nelle cellule ovariche diminuiscono, contribuendo alla riduzione della qualità ovocitaria.
I ricercatori hanno osservato una riduzione significativa della mortalità cardiovascolare, con benefici che si mantenevano anche dopo dieci anni di follow-up
In studi condotti su donne sottoposte a fecondazione assistita, l’integrazione ha mostrato di migliorare la funzione mitocondriale e aumentare le probabilità di fecondazione e sviluppo embrionale Analogamente, negli uomini con Infertilità idiopatica, una metanalisi del 2019 ha evidenziato miglioramenti significativi della motilità e della morfologia degli spermatozoi, con un incremento delle probabilità di concepimento. Questi dati rafforzano l’idea che il Coenzima Q10 possa avere un ruolo nel sostegno della fertilità maschile e femminile, in particolare nei casi legati a stress ossidativo e invecchiamento cellulare.
Utile per prevenire gli effetti dell’invecchiamento
L’interesse verso l’ubichinone si estende inevitabilmente al tema dell’invecchiamento. È noto, infatti, che i livelli di Coenzima Q10 diminuiscono progressivamente con l’età, in parallelo con l’aumento dello stress ossidativo e la riduzione dell’efficienza mitocondriale. In un ampio studio svedese, oltre 400 anziani sono stati trattati con una combinazione di
Coenzima Q10 e selenio: dopo cinque anni, i ricercatori hanno osservato una riduzione significativa della mortalità cardiovascolare, con benefici che si mantenevano anche dopo dieci anni di follow-up. I partecipanti riportavano inoltre meno affaticamento e una migliore qualità della vita, suggerendo che l’integrazione potesse agire non solo sulla sopravvivenza ma anche sul benessere quotidiano. Altri studi hanno evidenziato un miglioramento della resistenza allo sforzo e ipotizzano un ruolo nella prevenzione della Sarcopenia, anche se servono ulteriori conferme.
Applicazioni in Dermatologia e Cosmetologia
Non mancano infine applicazioni più “leggere” ma non per questo meno significative. In Dermatologia e Cosmetologia, l’ubichinone applicato localmente ha dimostrato di ridurre le rughe sottili e migliorare l’elasticità cutanea.
Creme arricchite con Coenzima Q10 hanno mostrato in piccoli test un effetto fotoprotettivo, probabilmente legato alla diminuzione dei marker di perossidazione lipidica e al sostegno della sintesi di collagene. Non stupisce, quindi, che oggi il Coenzima Q10 sia diventato un ingrediente comune nei cosmetici anti-age.
Le formulazioni esistenti
Sotto il profilo farmacologico, il principale limite resta la bassa solubilità in acqua e quindi la biodisponibilità orale ridotta. Negli ultimi anni sono state sviluppate formulazioni innovative (softgel, nanoparticelle, liposomi) capaci di aumentare l’assorbimento e i livelli plasmatici.
Il Coenzima Q10 è disponibile in commercio in diverse formulazioni, sia come farmaco in alcuni Paesi, sia come integratore alimentare. Le capsule o softgel a base oleosa mostrano un assorbimento migliore rispetto alle compresse secche, poiché la liposolubilità del Coenzima Q10 ne favorisce la veicolazione in presenza di grassi alimentari.
Come si assume
La posologia comunemente impiegata varia in base all’indicazione: in ambito cardiovascolare e neurologico i dosaggi più studiati oscillano tra 100 e 300 mg al giorno, suddivisi in una o due somministrazioni, fino a 1200 mg al giorno in ambito neurologico, senza particolari problemi di tollerabilità. In contesti come l’Infertilità maschile o la stan-
Il Coenzima Q10 è disponibile in diverse formulazioni, sia come farmaco in alcuni Paesi, sia come integratore alimentare
chezza cronica possono essere utilizzati dosaggi compresi tra 60 e 200 mg al giorno.
In generale, è consigliabile assumere il Coenzima Q10 durante o subito dopo i pasti, preferibilmente contenenti una quota di lipidi, per ottimizzarne l’assorbimento.
Tollerabilità
La supplementazione è considerata sicura e ben tollerata, con effetti collaterali rari e generalmente lievi, per lo più disturbi gastrointestinali transitori; l’unica cautela riguarda i Pazienti in terapia anticoagulante (con warfarin), per una possibile interferenza con il meccanismo della vitamina K.
In sintesi
Il quadro complessivo suggerisce che il Coenzima Q10 sia molto più di un semplice cofattore enzimatico. È un ponte tra biochimica e clinica, tra metabolismo cellulare e salute dell’organismo, con applicazioni che spaziano dalla Cardiologia alla Neurologia, dall’Endocrinologia alla Medicina riproduttiva, fino alla Geriatria e alla Dermatologia.
Le evidenze più solide derivano dagli studi sullo Scompenso cardiaco e sugli anziani, mentre altri ambiti restano promettenti ma ancora in via di consolidamento.
Nonostante la necessità di ulteriori indagini di ampie dimensioni, il Coenzima Q10 rappresenta oggi un esempio concreto di come una molecola della bioenergetica possa tradursi in uno strumento di supporto clinico, contribuendo a migliorare qualità e durata della vita.
Meno farmaci, più equilibrio:
Adelmidrol e la via naturale per il benessere respiratorio dei bambini
Nuove risposte provengono dalla ricerca scientifica sulla possibilità di favorire e proteggere il benessere delle vie respiratorie in età pediatrica , limitando il ricorso a cure farmacologiche frequenti e prolungate.
Tale approccio permette di supportare il sistema immunitario innato dei bambini, ancora in fase di sviluppo, facilitando l’equilibrio delle mucose del tratto respiratorio, soprattutto quando sbalzi di temperatura e la frequentazione di ambienti chiusi e affollati li espongono allo sviluppo di condizioni infiammatorie ricorrenti.
Adelmidrol: una strada più “naturale”, fisiologica e sicura
Diversi studi clinici hanno evidenziato la capacità dell’Adelmidrol di regolare l’attività immunitaria, attraverso un effetto antiossidante che aiuta a ridurre lo stato irritativoinfiammatorio e a ristabilire l’equilibrio dei tessuti.
Frutto della ricerca di Epitech Group
Adelmidrol è una molecola innovativa e brevettata, appartenente alla famiglia delle ALIAmidi, studiate a partire dalla scoperta di Rita Levi Montalcini sul loro ruolo fisiologico di stabilizzazione immunitaria.
farmacologiche, quando necessarie, offrendo una valida strategia per ridurre la frequenza degli episodi e favorire una risposta immunitaria più equilibrata e protettiva.
Le sue caratteristiche chimico-fisiche ne favoriscono l’assorbimento nei tessuti mucocutanei, assicurando un’azione topica mirata, prolungata e ben tollerata anche dai più piccoli.
Vantaggi concreti, uniti a facilità d’impiego
Somministrato per via nasale in associazione ad acido ialuronico, Adelmidrol ha dimostrato efficacia nella gestione dei sintomi di riniti, rinofaringiti e rinosinusiti, contribuendo al ripristino del benessere della mucosa nasale.
Epitech Group rende disponibili al Pediatra formulazioni a base di Adelmidrol.
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Pilates, l’arte del movimento
Con il suo focus sulla coordinazione mente-corpo, il Pilates è un metodo di movimento che coinvolge tutto il corpo e sviluppa forza, controllo e flessibilità
movimento controllato
Un tempo relegato a studi piccoli e silenziosi, il Pilates oggi conquista anche i grandi spazi del Fitness. La disciplina che puntava alla precisione e all’ascolto ha trovato nuova voce nel rumore del Wellness contemporaneo, non senza qualche rischio riguardo alla perdita di qualità e sicurezza… Mi chiedo se non sia un peccato trasformarlo in una disciplina forse ultimamente un po’ snaturata nella sua filosofia, adattandolo ai grandi numeri delle palestre, a volte senza un’adeguata
Dott.ssa Claudia Fink
Osteopata, Personal Trainer, Master Instructor Trainer di Pilates
Pilates Italia - Milano
supervisione sull’esecuzione degli esercizi. Questo non significa che il metodo non possa evolversi o integrare elementi del Fitness contemporaneo, ma dovrebbe farlo restando fedele ai suoi principi: qualità, attenzione e consapevolezza al centro della pratica.
Verso una definizione
Vediamo di ridefinire in modo corretto che cos’è il Pilates, non è una disciplina “a taglia unica”, la bellezza del metodo sta proprio nella sua ampia applicabilità: quindi è naturale che anche la descrizione si adatti di conseguenza. Pertanto per un cliente che non ha mai fatto esercizio: “È gentile ma efficace, aiuta a muoversi meglio e a sentirsi più forti, ciascuno seguendo i propri ritmi.” Per un Fisioterapista: “Ripristina il movimento funzionale attraverso esercizi controllati basati sul respiro, ideale nella post-Riabilitazione e per condizioni croniche.” Per un amico sportivo: “Affina il movimento, sviluppa forza equilibrata e migliora la performance.” Per un adulto più anziano: “È modificabile per evitare danni sulle articolazioni, perfetto per restare mobili, forti e stabili.” Io dico che “Il Pilates è un metodo di movimento che coinvolge tutto il corpo e sviluppa forza, controllo e flessibilità, dedicandosi ad allineamento, respiro, concentrazione e precisione.”
Gli accessori della pratica
Nel Pilates si utilizza sia il tappetino che attrezzature e accessori specifici per migliorare il modo in cui le persone si muovono nella vita quotidiana. Con il suo focus sulla coordinazione mente-corpo, la sequenza evolutiva degli esercizi, l’uso di attrezzi a resistenza elastica e l’integrazione funzionale dell’intero corpo, il Pilates offre un percorso unico e intenzionale verso la forza, il controllo e la libertà di movimento. Mentre molti sistemi di movimento si basano solo sul peso corporeo o sull’uso di pesi liberi, il Pilates integra in modo unico la resistenza a molle tramite accessori specifici come il “circle” (anello flessibile con due impugnature) e attrezzi come il “reformer” (attrezzo dotato di una barra di supporto e alcune corde con prese per mani e piedi che aiutano a stabilizzare il corpo), la “cadillac” (macchinario caratterizzato da una struttura metallica sopraelevata con molle, barre, anelli e maniglie), la stability chair (attrezzo di forma
Nel Pilates si utilizza sia il tappetino che attrezzature e accessori specifici per migliorare il modo in cui le persone si muovono nella vita quotidiana
compatta e pedana mobile) e i barrels (attrezzi con forma semicilindrica). Questi strumenti non sono “optional”, ma parte centrale del metodo, offrendo sia assistenza che resistenza per sviluppare controllo muscolare e allineamento.
Precisione, allineamento e controllo
Il Pilates dà priorità alla precisione, all’allineamento e al controllo motorio, piuttosto che alla quantità o all’intensità. Al contrario di molti sistemi Fitness che puntano su ripetizioni elevate o sull’affaticamento muscolare, il metodo Pilates è minimalista nel dosaggio: in genere, bastano 8/10 ripetizioni per esercizio che consentono di esplorare profondità, coordinazione e finezza del movimento, invece della sola resistenza muscolare.
Progressione logica e sequenziale
A differenza di molte modalità di allenamento contemporanee, il Pilates segue un ordine progressivo e logico. Gli esercizi si costruiscono l’uno sull’al -
Gli esercizi si costruiscono l’uno sull’altro; ciascuno prepara a sfide motorie più complesse
tro; ciascuno prepara a sfide motorie più complesse. Questa struttura è evidente sia nella sequenza Matwork classica che nel repertorio sugli attrezzi, dove i movimenti più semplici sono fondamenta per quelli avanzati.
Il percorso dell’insegnante e la profondità della formazione
La formazione di un insegnante di Pilates, realizzata presso una delle scuole di lunga tradizione, nate in Nord America e oggi diffuse in tutto il mondo, assicura un percorso solido, strutturato e conforme agli standard internazionali. Un insegnante di Pilates svolge centinaia di ore tra pratica personale, osservazione, insegnamento supervisionato e valutazioni scritte/pratiche. Non basta “saper fare gli esercizi”, ma è richiesto di incarnare i principi e la logica del metodo, modificare e adattare, semplificare o aumentare le sfide, creare regressioni o progressioni, insegnare pensando a ciò che si fa per creare un effetto benefico.
Coordinazione mente-corpo
Joseph Pilates intendeva integrare “corpo, mente e spirito”, un concetto oggi molto vicino alle discipline olistiche e somatiche. Pur essendo un metodo fisico, il Pilates si basa sul movimento consapevole e intenzionale. Lo stesso Pilates definiva il suo meto-
do “contrology”, l’arte del movimento controllato, sottolineando che è la mente a guidare il corpo con intenzione focalizzata.
Integrazione funzionale del corpo intero
Il Pilates non è un sistema che allena i segmenti corporei separatamente. Gli esercizi sono concepiti per attivare il corpo come un’unità coordinata. Il ‘’core’’ è spesso un punto focale, ma sempre nel contesto globale: gli arti si muovono in relazione al tronco, inteso come ‘’core’’, il respiro si collega alla mobilità spinale, l’allineamento sostiene transizioni fluide. Dove altri metodi isolano, il Pilates integra. Questo lo rende ideale sia per la Riabilitazione che per il Fitness generale e il potenziamento sportivo.
Adattabilità e applicazioni terapeutiche
La struttura del metodo Pilates consente un adattamento sicuro anche in contesti riabilitativi. Pur non essendo un sostituto della Fisioterapia, il Pilates è da tempo conosciuto per il suo contributo nella fase post-riabilitativa, in particolare per la salute della colonna vertebrale (seppure con le dovute precauzioni ed eliminando alcuni movimenti acrobatici), la funzionalità articolare e il recupero post-operatorio. È uno dei pochi sistemi che unisce obiettivi Fitness a una sensibilità terapeutica, offrendo forza senza compressione, mobilità senza lassità, e controllo senza tensione.
Origini nella cultura fisica
Il lavoro di Joseph Pilates è stato influenzato dalla cultura fisica dei primi del ‘900, dalla ginnastica, dalla danza e dal movimento terapeutico. Il suo metodo è stato perfezionato in un’epoca che valorizzava l’atletismo e la salute naturale. Eppure, a quasi un secolo di distanza, il metodo Pilates è ancora attuale perché si basa su realtà biomeccaniche: allineamento, respiro, centro, fluidità, precisione, controllo e ritmo. Principi che trascendono le mode.
Non è un marchio
A differenza di molti franchise moderni nel settore del movimento, Pilates non è un marchio registrato. Una storica sentenza del 2000 ha stabilito che “Pilates” è un termine generico, che si riferisce a un metodo di esercizio e non a un sistema proprietario. Questa distinzione rafforza l’idea di una custodia collettiva: insegnanti di stili classici e contemporanei
Pur non essendo un sostituto della Fisioterapia, il Pilates
è da tempo conosciuto per il suo contributo nella fase postriabilitativa
mantengono viva l’eredità del metodo, evolvendolo continuamente ma sempre ancorati ai suoi principi.
Ti prepara a muoverti meglio
Il Pilates allena le persone a muoversi meglio in tutti gli aspetti della vita. Supporta la performance in sport, danza, lavori fisici e attività ricreative; migliora la postura e l’equilibrio negli anziani; e approfondisce la consapevolezza del movimento nei principianti. Come scrisse Joseph Pilates: “La forma fisica è il primo requisito della felicità”; ma non la forma fisica fine a sé stessa. Bensì, una forma fisica come porta d’accesso alla vitalità, alla grazia e a una mobilità serena per tutta la vita. In un mondo ideale, ogni insegnante di Pilates dovrebbe avere la capacità di valutare il cliente con sicurezza, di capire e adattare il movimento per servire clienti reali.
Il Pilates fa dimagrire?
Praticare movimento sicuramente stimola il metabolismo, attiva le cellule e migliora la salute generale, rassodando il corpo e rendendolo più equilibrato.
È ovvio che per ottenere un vero e proprio dimagrimento bisogna seguire un regime alimentare corretto, salutare e bilanciato.
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Empatia, la capacità di rispecchiarsi nell’altro
Naturalmente portato all’Empatia, l’essere umano inizia ad esplorare e approfondire questo concetto a partire dai primi del ‘900, periodo in cui alcuni filosofi iniziarono a riflettere sul “sentire dentro”, in particolare riferendosi alla fruizione estetica dell’opera d’arte. I padri della Teoria estetica (Vischer e Lipps) ci insegnano che l’arte è una forma di immedesimazione, per via di una corrispondenza o simpatia fra soggetto e oggetto. Secondo Lipps (1905) il piacere estetico non risiede nell’oggetto osservato, ma in chi osserva che, proprio nell’atto di osservare, proietta se stesso, riuscendo così a sentire
L’Empatia emotiva ci da la capacità di portare nel nostro mondo interiore lo stato d’animo altrui, avvertendo così l’emozione da lui provata
Questa competenza può essere allenata grazie a percorsi di alfabetizzazione emotiva sin dall’età infantile
Psicologa - Psicoterapeuta
Sistemico Relazionale di Milano
quello che l’altro sente. Una risonanza innata che il cervello umano è in grado di instaurare con l’immagine, che genera godimento estetico, confermata quasi un secolo dopo dalle Neuroscienze.
La lettura psicologica
In Psicologia l’Empatia è una competenza emotiva grazie alla quale, osservando e immaginando gli stati affettivi altrui, è possibile una condivisione e comprensione con l’osservatore. Esiste un’Empatia cognitiva che consiste nel capire concettualmente gli stati mentali dell’altro, il perché l’altro provi una certa emozione, e un’Empatia emotiva che ci da la capacità di portare nel nostro mondo interiore lo stato d’animo altrui, avvertendo così l’emozione da lui provata.
L’Empatia cognitiva fa la sua comparsa verso i quattro anni e mezzo, quando il bambino riesce a distinguere fra la propria esperienza del mondo e quella altrui. La componente emotiva, invece, emerge a partire da
Dott.ssa Patrizia Borrelli
quando il bambino ha superato la fase di egocentrismo, intorno ai sette anni. É lo strumento grazie al quale siamo in grado di stabilire relazioni autentiche, efficaci e gratificanti.
Le basi neurologiche
La scoperta dei “neuroni specchio” negli anni ’80 e ’90, ad opera di un gruppo di Ricercatori dell’Università di Parma costituisce uno spartiacque nello studio del fenomeno. Si tratta di una classe di neuroni motori della zona fronto-parietale dell’encefalo, che si attivano già nelle prime fasi di vita, sia mentre eseguiamo un’azione, sia alla vista di un compito eseguito da un altro, per cui se ad esempio osserviamo un individuo che afferra un oggetto, nel nostro cervello si attiva lo stesso insieme di neuroni che si attiva in lui.
I “neuroni specchio” si attivano in tutte le relazioni intersoggettive in cui serve capire il comportamento altrui
Un sistema di “neuroni specchio” entra in funzione anche quando comprendiamo l’emozione provata da un’altra persona. Basta ad esempio un’espressione di disgusto, vista nella foto del volto di una persona, perché si attivino nel cervello dell’osservatore un sistema di neuroni appartenenti alla stessa area cerebrale attivatasi in chi effettivamente prova l’emozione. Tutto questo ci aiuta a capire come, almeno in prima battuta e nell’immediato, l’essere umano riesca a capire le intenzioni e le emozioni altrui, riproducendole automaticamente in sé in una sorta di “simulazione incarnata” e al di fuori dell’intenzione di capire l’altro.
Siamo tutti empatici?
Attenzione agli equivoci e alle conclusioni fallaci in virtù del patrimonio biologico dei “neuroni specchio”, soprattutto là dove per Empatia si intenda un atteggiamento di benevolenza verso il prossimo, che farebbe pensare al fatto di essere tutti altruisti. Sappiamo che così non è, certo la scienza ci dice che i “neuroni specchio” si attivano in tutte le relazioni intersoggettive in cui serve capire il comportamento altrui, ma sono solamente un tassello in un mosaico di aree cerebrali, tanto più articolato quanto più sono complesse le funzioni psichiche coinvolte. I “neuroni specchio” segnalano un funzionamento automatico preterintenzionale e spiegano forme semplici e basiche di comunicazione intersoggettiva. La
capacità di comprendere lo stato d’animo altrui e/o di attribuirgli emozioni anche diverse dalle nostre comporta l’intervento di processi neuropsicologici ben più complessi, ad oggi non ancora chiari. Se una componente neuronale dell’Empatia è presente in ciascun essere umano, il suo sviluppo è il risultato di un processo di apprendimento al quale concorrono fattori bio-psico-sociali, a partire dalle relazioni primarie fin dalla nascita.
Da cosa dipende la mancanza di Empatia?
Si chiama Alessitimia, è una condizione spesso associata all’Autismo che, tuttavia, è in realtà presente anche nelle persone non autistiche e determina una ridotta capacità di comprensione delle proprie emozioni e di quelle altrui e una limitata capacità di empatizzare con i loro stati emotivi, a causa di una difficoltà nella decodifica degli stessi.
Un deficit a livello empatico poi caratterizza forme di psicopatologia come il Disturbo narcisistico di personalità, in cui la persona ha spesso difficoltà a mettersi nei panni dell’altro, il Disturbo istrionico di personalità, il Disturbo borderline di personalità in cui, secondo studi recenti, sarebbe presente una risonanza emotiva eccessiva con l’altro, generata da una dissociazione fra le componenti affettive e cognitive dell’Empatia.
Nel Disturbo antisociale di personalità è presente una mancanza di rispetto e violazione dei diritti altrui, accompagnate da una scarsa Empatia e sensibilità nei confronti dei sentimenti dell’altro. Per finire, nella Schizofrenia, anche se a livello cognitivo il soggetto riesce a comprendere lo stato d’animo dell’altro, non è in grado di attivarsi, di manifestare e accogliere i suoi sentimenti.
Conclusioni
Fortunatamente, non tutto è perduto! L’Empatia infatti può essere allenata, grazie a percorsi di alfabetizzazione emotiva sin dall’età infantile, facendo ricorso ad attività che comprendono giochi in grado di stimolare questa capacità, ma anche momenti di confronto sulle situazioni che accadono, ponendo un accento particolare sulle emozioni circolanti nel gruppo. Ricordiamo infine che anche la Psicoterapia può essere un luogo di elezione in cui lavorare allo sviluppo e al potenziamento di tale capacità, con effetti positivi sulla qualità della propria vita e delle proprie relazioni sociali.
In questo libro gli autori, Antonella Viola, scienziata esperta in Immunologia, e Alessandro Aiuti, Medico e Professore di Pediatria, ci accompagnano in un viaggio che aiuta a comprendere la portata delle ultime scoperte scientifiche in campo terapeutico mirate alla cura di malattie ritenute da sempre incurabili. La possibilità di intervenire direttamente sul materiale genetico, attraverso la tecnologia, permette di trattare molte patologie in modo diretto e, in molti casi, le tecnologie diventano già veri e propri farmaci come quelle, ad esempio, basate su virus ingegnerizzati che trasportano geni terapeutici, cellule ca-
paci di distruggere tumori o piccole “forbici” molecolari per tagliare il DNA. Questi risultati sono il frutto di anni di ricerche, intuizioni geniali e sperimentazioni ma anche di insuccessi e fallimenti, sempre tutto portato avanti con dedizione e fiducia nella scienza. “La rivoluzione della cura” ci farà scoprire come la Genomica, ossia la scienza che studia il DNA, sia riuscita a portare un radicale cambiamento nella diagnosi, nella cura e nella prevenzione di un numero crescente di malattie, con l’obiettivo di aiutare i lettori ad avvicinarsi alla Medicina del futuro.
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Il volume “Healthcare Goes Digital” raccoglie una serie di contributi accademici che illustrano come le tecnologie digitali stiano trasformando i sistemi sanitari. Questo argomento viene affrontato dal punto di vista clinico, ma anche etico su temi come privacy ed equità di accesso. I capitoli spaziano dalla Telemedicina alle applicazioni di salute digitale, dagli smartwatch per il monitoraggio cardiaco, alla realtà virtuale per la gestione del dolore, fino all’intelligenza artificiale. Si discutono anche argomenti come la teleriabilitazione o l’uso di assistenti digitali utili ad accompagnare i Pazienti nella gestione quotidiana della salute. Nel volume è presente una revisione sistematica, a firma di alcuni autori italiani dell’Università di Napoli “Parthenope” e di Roma “Sapienza” e “Foro
Italico”, che analizza l’efficacia delle tecnologie digitali per favorire la perdita di peso. App, piattaforme online e dispositivi indossabili non solo riducono il peso ma migliorano anche l’indice di massa corporea e la circonferenza vita, associati al rischio cardio-metabolico. L’efficacia dell’intervento è maggiore quando i trattamenti includono anche feedback personalizzati o consigli diretti da Specialisti. Questo capitolo, in particolare, rappresenta un eccellente esempio della più ampia discussione sviluppata nella raccolta, dedicata agli strumenti digitali che, in armonia con i trattamenti consolidati, aprono nuovi percorsi per la prevenzione.
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Tutti i genitori sono stati travolti e sopraffatti, qualche volta, da sentimenti intensi e contrastanti: gioia e paura, amore e frustrazione, tenerezza e rabbia. Si tratta di stati d’animo perfettamente normali ma spesso si teme che provare certe sensazioni sia sbagliato o che non dovremmo mostrarle ai nostri figli e, quindi, si tenta di nasconderle. Anche i bambini provano paura, rabbia, tristezza, ma spesso non hanno ancora le parole per raccontarle. Per aiutarli, dobbiamo prima imparare che le emozioni non sono ostacoli da evitare: sono invece forze preziose che ci guidano e ci insegnano. Nel libro “Il filo rosso delle emozioni” di Roberta Tassaro, Psicologa dell’età evolutiva, si affronta il tema della relazione che unisce il mondo emotivo degli adulti a quello dei più piccoli, un
filo rosso appunto, che lega questi due macrocosmi. Il libro si suddivide in tre parti: prima esplora le emozioni dei genitori, spesso represse o considerate secondarie; poi si addentra nell’universo emotivo dei bambini, aiutando a interpretare i loro segnali e bisogni profondi; infine, offre strumenti pratici per affrontare i momenti di crisi, trasformando le difficoltà in occasioni di crescita. Si tratta quindi di una guida concreta che, attraverso esercizi mirati e riflessioni profonde, aiuta ad abbracciare le emozioni, senza paura.
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Un profilo più armonico
Grazie alle ultime innovazioni, il Rinofiller è diventato uno degli strumenti necessari al percorso di armonizzazione complessiva del viso
Dott. Davide De Cicco
Specialista in Chirurgia Maxillo-Facciale
U.O. Chirurgia Maxillo-Facciale
Istituto Stomatologico Italiano - Milano FIME (Federazione Italiana Medici Estetici)
Nel 2025 il concetto di bellezza non si esprime più solo nei canoni classici ma sempre più nella comunicazione non verbale dell’identità. Il naso, con la sua posizione centrale all’interno del volto, contribuisce in maniera significativa alla percezione di autorevolezza, giovinezza ed equilibrio.
Ogni viso ha una storia
Tuttavia, soprattutto nel mondo digitale, si rischia di dimenticare che ogni volto rappresenta una storia unica e che ogni bellezza va esaltata e non standardizzata. Nell’era dei social il nostro aspetto si riduce troppo spesso ad un semplicistico e impersonale “prima e dopo” che nasconde la vera missione del Consulente medico nel percorso di esaltazione della bellezza di ogni Paziente. Questo mondo però non è fatto solo di
Oggi il Rinofiller non è più un semplice riempitivo ma è uno strumento di microarchitettura del profilo facciale
qualità tecnica e materiali all’avanguardia ma anche di dialogo e diagnosi emozionale.
Saper leggere l’aspettativa del Paziente, cogliere le sue fragilità, distinguere un desiderio estetico autentico da una insicurezza indotta dai social: tutto questo fa parte della buona Medicina estetica.
Rinofiller, strumento di precisione
Le nuove tecniche di Rinofiller permettono non solo di correggere una gobba o sollevare la punta del naso ma anche di trasmettere un messaggio visivo chiaro, potenziando la fiducia in sé e la comunicazione con gli altri. Il naso, in fondo, non è solo una struttura: è un gesto e ogni gesto merita cura, misura e consapevolezza.
armonico
Negli ultimi anni il Rinofiller ha conquistato un posto di rilievo nel panorama della Medicina estetica non invasiva. Quella che inizialmente sembrava solo una “scorciatoia” per evitare la sala operatoria, oggi si presenta come una vera e propria disciplina tecnica, articolata, con proprie indicazioni, controindicazioni, materiali specializzati e protocolli sempre più sofisticati. Oggi il Rinofiller non è più un semplice riempitivo: è uno strumento di microarchitettura del profilo facciale che permette a mani esperte di intervenire con precisione millimetrica su volumi, angoli e proporzioni. Il naso, elemento centrale del volto, spesso sottovalutato nella sua complessità, viene interpretato non più come un “difetto da correggere” ma come una struttura da integrare armonicamente nell’equilibrio visivo complessivo.
Ma cosa c’è davvero di nuovo rispetto a ciò che già si sapeva? E perché oggi possiamo parlare di nuove tecniche per il rimodellamento della piramide nasale? Vediamolo insieme.
Una visione d’insieme
Una delle evoluzioni più interessanti del Rinofiller è la sua integrazione all’interno della cosiddetta Profiloplastica non chirurgica. Si tratta di un approccio avanzato che non si limita al naso ma considera il profilo facciale nella sua interezza: mento, naso, fronte, zigomi e linea mandibolare. In questo contesto, il Rinofiller diventa uno degli strumenti e non il protagonista per creare una silhouette facciale proporzionata.
Ad esempio, un naso con una piccola gobba può sembrare eccessivo, se associato a un mento sfuggente. L’intervento mirato su entrambi i distretti, senza
L’introduzione dell’Ecografia ad alta risoluzione rappresenta un punto di svolta in ambito di sicurezza procedurale
alterare l’identità del volto, può produrre un effetto armonizzante senza alcun trauma chirurgico. Questa visione integrata è figlia della secolare esperienza di chi si è occupato di armonia del volto e del profilo in ambito chirurgico e, in particolare, di Chirurgia ortognatica, ossia quella branca della Chirurgia maxillo-facciale che si occupa delle anomalie scheletriche facciali. In questo contesto, il volto del Paziente è sempre valutato in senso olistico e con un approccio sistematico, in grado di comprendere a fondo quali siano le aree responsabili delle “disarmonie del volto”.
Sicurezza e rischio complicanze
Tra le novità più significative nella pratica clinica del Rinofiller, l’introduzione della Ecografia ad alta risoluzione rappresenta oggi un punto di svolta in ambito di sicurezza procedurale.
Ad anni di distanza dall’esplosione del Rinofiller quale unica alternativa non chirurgica per il miglioramento estetico del naso, i concetti di sicurezza, rischio vascolare e complicanze gravi hanno trovato discreta diffusione sia nella comunità medica che in quella laica. Se da un lato il trattamento offre risultati estetici immediati con minima invasività, la piramide nasale rappresenta una zona a rischio del volto e che necessita di un’adeguata preparazione teorica e pratica del Medico.
Esistono almeno due variabili che possono influenzare il rischio di una complicanza vascolare grave: il posizionamento del filler in aree più rischiose del naso (come le pareti laterali o le ali nasali); e la variabilità anatomica vascolare del Paziente.
L’introduzione dell’Ecografia in Medicina estetica agisce in maniera efficiente e, in questo senso, il suo impiego non è un semplice “optional” tecnologico ma un alleato diagnostico in tempo reale, capace di fornire al Medico una mappa precisa della vascolarizzazione del Paziente, evidenziando anche eventuali varianti anatomiche individuali che possono aumentare il rischio in fase iniettiva. Il compito del Medico non è solo “sistemare” un naso ma guidare il Paziente verso una scelta consapevole anche consigliando, a volte, di ridisegnare un’idea di sé piuttosto che cambiare il naso.
Peeling e Scrub, istruzioni
Per avere una pelle luminosa e liscia non bisogna trascurare uno dei gesti fondamentali per ottenerla: l’esfoliazione. Si tratta di un processo attraverso cui vengono eliminate le cellule morte dallo strato più superficiale dell’epidermide. Può avvenire in modo naturale circa ogni 28 giorni (o molti di più con l’avanzare dell’età) oppure essere indotta tramite prodotti cosmetici esfolianti. Peeling e Scrub sono trattamenti indispensabili per rinnovare la pelle, eliminare le cellule morte e stimolare la rigenerazione cellulare. Se associati alla Cosmesi naturale, diventano alleati di bellezza non solo efficaci, ma anche rispettosi del microbiota della pelle e dell’ambiente.
Peeling e Scrub, quale differenza?
Spesso vengono erroneamente usati come sinonimi, ma Peeling e Scrub agiscono in modo diverso e sono fatti da attivi cosmetici completamente diversi.
Lo Scrub
È un trattamento meccanico; contiene microgranuli che, massaggiati sulla pelle, rimuovono le cellule
Sono veri e propri trattamenti di
bellezza che, se fatti con consapevolezza e prodotti naturali, regalano una pelle morbida e fresca
morte per attrito; si utilizza sia sul viso che sul corpo. Oltre all’esfoliazione, con questo metodo si stimola il microcircolo. Questo trattamento può essere delicato o più intenso a seconda del tipo di pelle e della zona da trattare (viso o corpo). Sul mercato esistono diverse tipologie di Scrub in base alla dimensione, consistenza e origine dei granuli esfolianti, vediamone alcuni.
A base di zucchero
I granuli di zucchero di canna o di zucchero bianco sono mediamente abrasivi, si sciolgono con l’acqua e hanno un’azione idratante e delicata, soprattutto se associata ad altri ingredienti come gli oli vegetali. Sono ideali sia per il corpo che per il viso, se usati con movi-
Lo Scrub è un trattamento meccanico, contiene microgranuli che, massaggiati sulla pelle, rimuovono le cellule morte per attrito
Dott.ssa Maria Elena Setti
Laureata in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche Farmacista e Cosmetologa
istruzioni per l’uso
menti leggeri; si trovano anche in prodotti esfolianti per le labbra, rendendole morbide e prive di pellicine. Sono facilmente rimovibili con acqua e biodegradabili.
Con sale marino
I granuli di sale marino, sale dell’Himalaya o di sale del Mar Morto sono più ruvidi e abrasivi rispetto allo zucchero e quindi indicati per il corpo, soprattutto in zone con ispessimenti (gomiti, talloni, piedi). Oltre all’azione esfoliante, sono anche detossinanti, stimolano la circolazione linfatica e hanno proprietà drenanti e remineralizzanti. Sono biodegradabili e si sciolgono con l’acqua.
Ricavato dai noccioli di frutta
Questi tipo di Scrub si ottiene dalla macinazione dei noccioli di frutta (albicocca, pesca, oliva) micronizzati, la grana della polvere che si ottiene può essere più o meno fine a seconda del suo utilizzo, più fine per il viso, più grossa per il corpo e zone ispessite come talloni, gomiti, ginocchia. Levigano la pelle in modo profondo, ma naturale. Sono 100% biodegradabili e ricchi di minerali.
A base di perle di jojoba
Si tratta di microsfere prodotte con esteri di olio di jojoba. L’azione esfoliante delle microsfere contribuisce a rendere la pelle più luminosa, levigata, morbida e piacevole al tatto.
Come si fa lo Scrub
Lo Scrub si applica sulla pelle umida, per esempio dopo una doccia calda (che dilata i pori facilitando la fuoriuscita delle impurità). Si massaggia con movimenti circolari, dal basso verso l’alto (corpo) o con tocco leggero (viso). Si risciacqua abbondantemente con acqua e successivamente si idrata bene la pelle con olio o crema naturale specifica.
Gli Ubatan o Scrub ayurvedici
Sono gli Scrub con le farine o polveri ayurvediche composti da miscele secche di polveri naturali da piante, fiori, radici spezie e farine, che si mescolano con liquidi come acqua, latte, miele o oli per formare una pasta esfoliante. Si utilizzano farine come quella di ceci, avena, mais che hanno un’azione esfoliante molto delicata, sono di grana fine adatte per pelli delicate. Le pol-
veri di sandalo, curcuma, neem, amla o petali di rosa vengono mescolate alle farine per creare miscele uniche e profumate. Le miscele vengono poi mescolate al momento con acqua, latte o oli e massaggiate sulla pelle con movimenti circolari e poi sciacquate. Con questo metodo, oltre a rimuovere le cellule morte, la pelle viene già idratata e nutrita e ne migliora l’elasticità.
Il Peeling
Questo trattamento può essere chimico o enzimatico ed è un trattamento altamente efficace per rinnovare la pelle in profondità. Il Peeling chimico è uno dei trattamenti più efficaci per il rinnovamento cutaneo, molto usato sia in ambito dermatologico che in cosmetica professionale, utilizza sostanze chimiche esfolianti per stimolare il rinnovamento cellulare della pelle senza abrasione. A differenza degli Scrub meccanici, che agiscono solo in superficie, i Peeling penetrano negli strati più profondi dell’epidermide, a seconda del tipo e della concentrazione dell’acido usato. In Cosmetica, si usano Peeling a bassa concentrazione di acidi, sicuri per l’uso domiciliare o del Centro estetico. Vediamo i tipi di Peeling chimici più utilizzati.
I Peeling penetrano negli strati più profondi dell’epidermide, a seconda del tipo e della concentrazione dell’acido usato
AHA-alfa idrossiacidi
Sono acidi derivati dalla frutta, dallo zucchero con azione esfoliante, schiarente, rinnovatrice, tra i più usati troviamo:
• acido glicolico (da zucchero): è un alfa- idrossiacido di piccole dimensioni, passa facilmente lo strato corneo e può irritare maggiormente la pelle; viene usato come cheratolitico forte per Acne, macchie, rughe e smagliature;
• acido lattico (da fermentazione di batteri lattici come i lattobacilli): è un idrossiacido esfoliante fino agli strati più profondi dell’epidermide, ha funzione idratante; è un regolatore del pH della pelle e viene utilizzato anche come regolatore del pH delle creme, sieri e altri prodotti cosmetici;
• acido mandelico: è un alfa-idrossiacido e deriva dalle mandorle; è un esfoliante delicato, chiamato” l’esfoliante dell’estate”, in quanto può essere utilizzato anche nel periodo estivo per trattare rughe più superficiali, Acne rosacea e macchie; ha una buona funzione idratante;
• acido citrico: è un alfa-idrossiacido e deriva dagli agrumi; è molto usato in cosmesi come regolatore del pH; utile anche in caso di forfora, in quanto promuove l’esfoliazione e ha proprietà antibatteriche.
BHA-beta-idrossiacidi
Il principale rappresentante è l’acido salicilico, che deriva in natura dal salice bianco. È liposolubile e, grazie a questo, penetra nei pori, scioglie il sebo ed è ideale per Acne (in particolare Acne papulo-pustolosa), pelle grassa e anche per le macchie.
PHA-
poli-idrossiacidi
I principali sono gluconolattone e acido lattobionico sono esfolianti delicati, ideali per pelli sensibili, secche o con couperose. Solitamente i prodotti cosmetici che contengono acidi sono in forma di sieri, gel o creme che possono essere “leave-on” (non a riasciacquo) e da utilizzare la sera o in maschere da risciacquare.
Peeling enzimatici
Rappresentano una forma di esfoliazione delicata ma efficace, particolarmente apprezzata nella cosmesi naturale per la loro capacità di rinnovare la pelle senza aggredirla. I Peeling enzimatici sfruttano gli enzimi naturali per rompere i legami tra le cellule morte dell’epidermide. Questo favorisce una desquamazione controllata, che lascia la pelle più luminosa, morbida e uniforme. Gli enzimi vegetali più utilizzati sono quelli della papaya (papaina),
I Peeling enzimatici
rappresentano una forma di esfoliazione delicata ma efficace, particolarmente apprezzata nella cosmesi naturale
ottima per chi ha un incarnato spento, pelle con macchie o discromie o dell’ ananas (bromelina), particolarmente indicata per la pelle sensibile, con arrossamenti o impurità, in quanto oltre all’azione cheratolitica è anche decongestionante, o degli enzimi del riso fermentato che esfoliano in modo molto delicato, ideali anche per uso quotidiano. Il Peeling enzimatico si fa solitamente una volta a settimana , si applica sulla pelle pulita e si lascia in posa alcuni minuti per poi sciacquarlo. Sono adatti per pelli delicate, sensibili, reattive.
Perché esfoliare la pelle?
L’esfoliazione regolare, se fatta correttamente, in base al proprio tipo di pelle, ha molteplici benefici:
• elimina cellule morte e impurità;
• favorisce l’assorbimento di creme e sieri;
• rende la pelle più luminosa e uniforme;
• riduce imperfezioni, punti neri e incarnato spento;
• stimola la microcircolazione cutanea.
Consigli e precauzioni
Quando si fa un Peeling è importante utilizzare un prodotto solare con fotoprotezione alta o altissima di giorno. Non utilizzare su cute lesa o irritata. Evitare l’uso contemporaneo di Scrub o retinolo. In caso di bruciore o rossore, è bene sospendere l’uso.
È bene non esfoliare in caso pelle irritata, arrossata, cute non integra, Psoriasi, Dermatiti, nei bambini e nelle pelli reattive. Da evitare subito prima dell’esposizione al sole per non incorrere in possibili scottature, da evitare anche subito dopo l’esposizione solare per evitare di irritare la pelle già provata dai raggi solari.
Frequenza e precauzioni
Per il viso, una volta a settimana è sufficiente, in pelli delicate anche ogni 15-21 giorni. Sul corpo, si può esfoliare anche due volte a settimana, in base al tipo di pelle. Dopo ogni trattamento, è importante idratare abbondantemente e, di giorno, proteggere la pelle con una crema solare con SPF alto.
GRANDI MARCHE DEDICATE
Condizioni climatiche e salute della pelle
LLe conseguenze del cambiamento climatico, come l’assottigliamento dell’ozono stratosferico e l’inquinamento atmosferico, incidono negativamente sulla salute della pelle
Prof.ssa Annunziata Dattola
Professore Associato di Dermatologia
Clinica Dermatologica
Università La Sapienza di Roma
a pelle è l’organo più esteso del corpo umano, rappresenta infatti la prima barriera di protezione contro l’ambiente e gli agenti esterni.
Oltre a essere una barriera fisica, è anche un organo immunologicamente attivo, che partecipa alla risposta innata e adattativa del sistema immunitario. Proprio per questo, è anche uno dei primi sistemi a risentire dei cambiamenti climatici e delle variazioni stagionali: temperature estreme, umidità, vento e raggi ultravioletti possono influenzare notevolmente lo stato di salute della pelle, causando o aggravando diverse condizioni dermatologiche.
Conseguenze sulla pelle dell’inquinamento
L’esposizione all’ambiente urbano, e in particolare all’inquinamento atmosferico, compromette l’integrità dell’epitelio cutaneo e delle mucose, aumentando infatti l’incidenza di patologie allergiche e infiammatorie. I principali inquinanti chimici coinvolti sono: ozono, particolato sottile, gas serra e ossidi di azoto. Questi inquinanti fanno parte del cosiddetto “esposoma”, ossia l’insieme degli stimoli ambientali che entrano in contatto con il corpo e sono stati col-
La nostra pelle possiede un microbioma diversificato che svolge un ruolo fondamentale come parte del sistema immunitario
legati sia all’insorgenza che al peggioramento di malattie cutanee, in particolare della Dermatite atopica. Tutto questo è dovuto al fatto che le molecole inquinanti, a seguito del difetto di barriera, riescono a penetrare lo strato corneo ed a raggiungere il derma per via sistemica attraverso la circolazione sanguigna. Questo si traduce in una risposta infiammatoria che può attivare condizioni dermatologiche come: Dermatite atopica, Rosacea, Psoriasi e anche invecchiamento cutaneo precoce.
Ruolo del microbioma cutaneo e sua possibile alterazione
La nostra pelle possiede un microbioma diversificato che svolge un ruolo fondamentale come parte del sistema immunitario e fornisce protezione contro i micror-
ganismi patogeni. Nonostante l’esposizione costante all’ambiente esterno, il microbioma cutaneo tende a rimanere stabile nel tempo. Tuttavia, i cambiamenti climatici potrebbero alterare l’equilibrio del microbioma cutaneo, soprattutto nel contesto del riscaldamento globale. Le emissioni di gas serra hanno già determinato un aumento di 1,2°C delle temperature globali rispetto ai livelli preindustriali. L’aumento delle temperature, conseguente al riscaldamento globale, potrebbe disturbare il microbioma cutaneo, influenzando così anche l’incidenza di malattie dermatologiche. L’aumento della temperatura e dell’umidità è stato associato a una crescita complessiva dei batteri e miceti sulla pelle che sono responsabili di diverse condizioni dermatologiche.
Surriscaldamento e termoregolazione
La pelle gioca un ruolo fondamentale nella termoregolazione, grazie alla vasoreattività e alla produzione di sudore da parte delle ghiandole eccrine. In caso di surriscaldamento, la vasodilatazione favorisce la dispersione del calore dalla superficie cutanea, mentre la sudorazione permette il raffreddamento per evaporazione. Patologie dermatologiche, come ad esempio le Ittiosi congenite, sono frequentemente associate a ipo- o anidrosi, a causa dell’ostruzione dei dotti delle ghiandole eccrine.
Nei mesi invernali
Durante i mesi invernali, le basse temperature e l’aria secca (sia all’esterno che negli ambienti riscaldati artificialmente) riducono l’umidità cutanea. Questo può determinare condizioni come: Xerosi (pelle secca), prurito, Dermatiti irritative, peggioramento di patologie come Eczema atopico o Psoriasi. Le labbra e le mani sono particolarmente vulnerabili. Una corretta idratazione e l’uso di creme barriera aiutano a proteggere la pelle in inverno.
In estate
L’estate porta con sé un’altra serie di sfide per la pelle. Il calore eccessivo e l’aumento della sudorazione possono contribuire allo sviluppo di Acne, Follicolite, Miliaria, nota anche come “sudamina”, infezioni fungine come la Tinea, la Pitiriasi versicolor o le Candidosi, Dermatiti da sudore o da contatto. Inoltre, la maggiore esposizione ai raggi UV può provocare scottature solari, Iperpigmentazioni, come il Melasma, Fotoinvecchiamento precoce e l’aumento del rischio di Tumori cutanei, come il Carcinoma basocellulare o il Melanoma.
Si stima che per ogni riduzione dell’1% dello spessore dell’ozono, vi sia un aumento dell’1-2% dei casi di Melanoma
Nei cambi di stagione
Anche i cambi di stagione possono rappresentare momenti critici per chi ha la pelle sensibile. Durante la primavera e l’autunno, si può assistere a: reazioni allergiche cutanee (legate ai pollini o ad agenti atmosferici), peggioramento di Rosacea e Couperose, fluttuazioni nel microbiota cutaneo, con alterazioni della barriera cutanea.
Quale prevenzione?
La prevenzione resta lo strumento più efficace, in particolare si consiglia di utilizzare fotoprotettori tutto l’anno sulle aree foto-esposte al sole, e adattare la routine cosmetica alle stagioni (più ricca in inverno, più leggera in estate), mantenere una buona idratazione, proteggersi dagli sbalzi di temperatura e rivolgersi a un Dermatologo in caso di sintomi persistenti o problematici. L’esposizione prolungata a temperature elevate e a radiazioni ultraviolette potenziate aumenta significativamente il rischio di scottature, invecchiamento precoce della pelle e Tumori cutanei. Un ulteriore fattore aggravante è la diminuzione dello strato di ozono: si stima che per ogni riduzione dell’1% dello spessore dell’ozono, vi sia un aumento dell’1-2% dei casi di Melanoma, fino al 4,6% dei Carcinomi squamocellulari e al 2,7% dei Carcinomi basocellulari.
Anche il freddo estremo può essere pericoloso
Non è solo il caldo a rappresentare una minaccia per la salute: anche le temperature rigide hanno un impatto significativo. In Cina, è stato registrato un aumento del 160% delle visite per Dermatite atopica quando la temperatura scende al di sotto dello zero, rispetto alla temperatura considerata ottimale di 22,8°C. In Giappone, uno studio condotto su oltre 100.000 bambini ha evidenziato che una bassa pressione di vapore atmosferico può aumentare del 26% il rischio di sviluppare Dermatite atopica nei primi tre anni di vita.
Il clima influisce profondamente sulla salute della pelle. Essere consapevoli di come le condizioni ambientali influenzano la nostra cute permette di adottare strategie preventive efficaci e di ridurre il rischio di problemi dermatologici.