Petrarca, Il poeta incoronato
Paolo Palliccia, Elisa Cordioli, David Conati
Paolo Palliccia, Elisa Cordioli, David Conati Il poeta incoronato Elisa Cordioli e David Conati sono autori della seconda parte a fumetti. Responsabile editoriale: Beatrice Loreti Art director: Marco Mercatali Responsabile di produzione: Francesco Capitano Redazione: Carla Quattrini Impaginazione: Andersen Illustrazioni: Sara Menetti Illustrazione copertina: Simona Trozzi, Sandra Marziali Foto: Shutterstock, Archivio La Spiga Edizioni © 2020 Eli – La Spiga Edizioni Via Brecce, 100 – Loreto info@elilaspigaedizioni.it www.elilaspigaedizioni.it Stampato in Italia presso Tecnostampa - Pigini Group Printing Division Loreto - Trevi 20.83.012.0 ISBN 978-88-468-4037-0 Le fotocopie non autorizzate sono illegali. Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione totale o parziale così come la sua trasmissione sotto qualsiasi forma o con qualunque mezzo senza previa autorizzazione scritta da parte dell’editore.
Nota introduttiva Il XIV secolo fu essenzialmente un lungo periodo di transizione verso l’Umanesimo, in direzione di una nuova concezione dell’uomo e delle sue grandi potenzialità. Un secolo che, a mano a mano, sostituiva la spiritualità medievale con nuovi valori laici, più vicini alle cose terrene. Fu un momento di grande conflittualità, intenso e problematico allo stesso tempo, all’interno del quale Francesco Petrarca ebbe un ruolo decisivo, sia come anticipatore dell’Umanesimo stesso sia come testimone delle condizioni culturali, politiche e sociali del suo tempo. Petrarca è considerato il fondatore della lirica italiana. Il presente volume ripercorre la sua vita e le sue opere più importanti riadattandone i contenuti ai ragazzi della scuola secondaria di primo grado, raccontando la storia di uno dei padri della letteratura italiana e il sistema culturale che ruotò attorno alla centralità dell’uomo. Nella storia del poeta incoronato vita e letteratura si fondono l’una nell’altra. Francesco Petrarca ha contribuito a cambiare il XIV secolo, modificandone il concetto di cultura, attribuendole un valore unico, superiore a ogni altra cosa. Non solo ma riuscì anche a vedere la figura dell’intellettuale come custode della civiltà. Attraverso lettere, trattati, invettive e con le sue meravigliose rime contenute nel Canzoniere, Petrarca prese posizione nelle questioni più vive dell’attualità, senza timore. Ogni sua opera pone l’attenzione sui grandi dissidi presenti nell’animo dell’uomo, lacerato tra le passioni terrene e il desiderio di elevarsi verso l’alto e l’eterno. Paolo Palliccia 3
Indice Mi presento ............................................................................ 5 Primi anni e periodo avignonese ....................................... 6 La morte di mio padre e il ritorno ad Avignone ............. 23 L’incontro con Laura ............................................................. 27 La carriera ecclesiastica e la famiglia Colonna ................ 29 Io, Gherardo e l’ascesa al monte Ventoso ......................... 35 Gli anni avignonesi (1326-1341) ........................................ 39 La mia biblioteca e i viaggi in Italia e in Europa ............. 41 Il rifugio a Valchiusa ............................................................. 48 L’incoronazione poetica ....................................................... 51 Un periodo di crisi ................................................................ 53 Liriche più significative di Petrarca ................................... 69 Il giovane poeta...................................................................... 85 Focus Petrarca e il rapporto con i classici .................................... 104 Il Canzoniere .......................................................................... 106 I temi affrontati nell’opera ................................................... 107 I luoghi del poeta incoronato .............................................. 108 Attività sul testo .................................................................... 111 4
Mi presento «Sono posseduto da una passione insaziabile che finora non ho potuto né voluto frenare. Non riesco a saziarmi di libri». Ecco, questa è una mia frase celebre, che, in tutta sincerità, mi garba molto perché è vicina alla mia persona, al mio modo d’essere e, in sintesi, mi rappresenta davvero. Ah, dimenticavo, sono Francesco Petrarca, poeta incoronato e precursore dell’Umanesimo. Sono nato in Toscana, per la precisione ad Arezzo il 20 luglio del lontano 1304, in una giornata che, almeno così mi è stato detto dai miei familiari, era talmente afosa, da rendere il respiro quasi affannoso, incerto addirittura, un po’ come, d’altronde, sarà il mio cuore per tutto il corso della mia vita. Ho sempre amato particolarmente i classici, soprattutto quelli latini e mi sono mostrato un po’ riottoso verso la cultura del mio tempo. Però, per correttezza, voglio raccontarvi per bene la mia storia, le mie ansie e i miei tormenti. Ho dedicato la mia esistenza allo studio e alla poesia, e ho fatto tutto quello che era in mio potere per portare un cambiamento alla cultura del mio tempo, che come ben sapete, non reputavo interessante. Ma andiamo con ordine.
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Primi anni e periodo avignonese Come dicevo prima, sono nato ad Arezzo il 20 luglio del lontano 1304 da genitori fiorentini. Mio padre, Ser Petracco1, era un notaio di Firenze e per lavoro si spostava continuamente in importanti centri italiani ed europei, dove trovava ambienti culturalmente molto stimolanti. E così, ancora bambino, ho seguito mio padre nel grande mondo francese ad Avignone, che, proprio in quel periodo, era divenuta la nuova sede della Chiesa di Roma2. Mio padre, attraverso l’esercizio dell’attività notarile, era riuscito a sistemare la nostra famiglia nella vicina Carpentras e, proprio in questa piccola cittadina, iniziai gli studi di grammatica, retorica e dialettica, guidato da Convenevole da Prato, un notaio che era anche maestro appunto delle discipline del Trivio.3 – Babbo, ci troveremo bene a Carpentras? – chiesi a mio padre, pochi istanti prima della partenza per la Francia. – Sì, certo! – rispose mio padre. – E cosa vedremo? – chiesi nuovamente con l’aria di chi sta già fantasticando un po’ troppo sul futuro. – Paesaggi bellissimi! – E tu come fai a saperlo babbo? – Lo so Francesco, stai tranquillo, vi troverete benissimo! Rimarrete entusiasti della cittadina provenzale dal glorioso passato storico. – disse mio padre, trasmettendomi molta tranquillità. – Passato storico? – chiesi strabuzzando gli occhi. – Caro Francesco, innanzitutto devi sapere che Carpentras, il Il padre di Petrarca viene esiliato da Firenze perché, come Dante, era dalla parte dei Guelfi bianchi. 2 Dal 1309 la sede papale era stata spostata in Francia, ad Avignone. 3 Con questo termine si indicavano la Grammatica, la Retorica e la Dialettica. 1
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luogo dove te, la mamma e Gherardo andrete a stare mentre io porto avanti il mio lavoro ad Avignone, è veramente bello. – Per favore, babbo, dimmi di più – chiesi impaziente. – Va bene, sì, certo! – mi rispose lui. – Ecco, ti dicevo che la cittadina è molto bella, ma anche il paesaggio intorno merita la nostra attenzione, perché, soprattutto in primavera, la natura si risveglia con una forza strabiliante e con dei colori unici – mi disse il babbo. – È meraviglioso! – risposi guardando il babbo negli occhi. – Inoltre, il centro storico è un anello di viuzze a forma di cuore che avvolge tutto il centro della cittadina provenzale. – Babbo, prima mi parlavi del glorioso passato storico di Carpentras, ma è veramente così importante? – Certo Francesco, non stavo scherzando! – mi disse mio padre – anticamente, infatti, la cittadina provenzale era un insediamento mercantile greco e poi, successivamente, gallo-romano, in seguito divenne la terra eletta dagli ebrei che venivano mandati via dalla regione per via della loro confessione religiosa. – Be’, in effetti, il suo passato è molto importante – dissi io, soddisfatto e sereno per quelle parole che mio padre profuse con un affetto insolito. Dopo averne saputo di più su Carpentras, ci preparammo per la partenza, pieni di timori ma anche di tanta curiosità per la nuova avventura che stava per iniziare. Mio padre affidò la nostra formazione a Convenevole da Prato, notaio e maestro delle discipline del Trivio. Lui intendeva fornirci una solida base culturale per fare di me e mio fratello Gherardo due ottimi giuristi e, sempre in quell’ottica, nel 1316 ci mandò a studiare legge, prima a Montpellier, e poi a Bologna, dove vissi tra il 1320 e il 1326. Sotto la guida esperta del nostro maestro, io e mio fratello Gherardo iniziammo a costruire la nostra formazione cul7
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turale; fino al 1316, l’ultimo anno trascorso insieme al maestro, il tempo passò tra lo studio e lunghe passeggiate, nelle quali amabilmente, insieme a mio fratello, di tre anni più piccolo, imparammo a conoscere qualcosa in più del nostro insegnante. Un giorno, dopo aver studiato per ore grammatica latina, tutti e tre insieme ci recammo fuori città, nei pressi del fiume che, docile, scorreva incurante dei nostri pensieri e soprattutto di quelli del nostro magister.4 A un certo punto Gherardo si avvicinò a me e mi disse: – Francesco non ti sembra troppo pensieroso il nostro maestro? – Sì, caro fratello – risposi io, un po’ spiazzato dalla domanda – ma secondo te a cosa sta pensando, lì seduto su quel masso, così vicino al fiume? – Secondo me, sta riflettendo su qualche cosa che lo preoccupa o, comunque, lo distoglie dalla sua solita voglia di camminare e godersi la bellezza della natura. – Be’, forse hai ragione – mi disse Gherardo. – Che dici se gli domandiamo a cosa sta pensando? – proposi a mio fratello. – Va bene! Ci avvicinammo a lui con fare furtivo, ma prima ancora che potessimo dire o fare qualcosa, lui ci precedette: – Cari ragazzi, era un po’ che vi osservavo. Le sue parole ci spaventarono perché noi pensavamo realmente che non ci stesse degnando di uno sguardo da quando aveva preferito interrompere la passeggiata per sedersi a riposare. – Carissimi ragazzi, vi guardavo con occhio discreto perché 4
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Termine latino per che corrisponde all’italiano maestro.
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mi ero reso conto di avere i vostri sguardi puntati addosso – ci disse Convenevole con l’aria soddisfatta, di chi, anche al di là dell’insegnamento, ne sa sempre una più degli altri. – È vero, maestro, la stavamo osservando già da un po’– disse Gherardo. – E perché ragazzi miei, cosa ho fatto? Non merito un po’ di riposo dopo tanto studio e tanto camminare? – Certo! – risposi io – lei merita questo e altro – dissi a Convenevole, quasi dispiaciuto di averlo disturbato. – Però… mi sembrava così assorto nei suoi pensieri … – È vero maestro! – replicò Gherardo subito dopo. – State tranquilli ragazzi, non è nulla! – ci rassicurò il bravissimo notaio. – Sono soltanto un po’ deluso, tutto qui! – continuò Convenevole, con un tono di voce più basso, delicato… più intimo insomma. – Deluso da cosa? – chiese mio fratello con un’aria che sembrava a metà tra lo stupore e la grande curiosità. – Be’… non è facile parlarne… soprattutto a voi ragazzi… così pieni di vita e coscienti delle vostre capacità umane e culturali, le quali, seppur ancora in erba, stanno diventando forti e un giorno vi renderanno la gloria che meritate! – ci disse Convenevole, desideroso, però, di essere ancora incalzato dalle nostre domande. – Per favore, maestro, ce ne parli! – Sì, ci dica tutto! – chiesi anch’io al nostro mentore nella speranza di capire che cosa lo affliggesse. – Va bene, allora sedetevi vicino a me cari ragazzi – suggerì Convenevole. L’uomo attese che ci sedessimo ai suoi piedi. Lasciò passare qualche istante e poi riprese a parlare. – Il motivo della mia preoccupazione è legato alla mia incapacità nel terminare ciò che inizio a scrivere e che, quasi sempre, lascio incompiuto. 9
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– Capisco ciò che ci sta dicendo – dissi io – anche a me capita di scrivere delle poesie che poi accantono… quasi dimenticandole. – Mah, caro Francesco, per me è diverso – mi disse il maestro. – Io sono molto più grande di te e, dopo tanti anni di studio, la mia cultura è solida e dovrebbe permettermi di dare di più, di concludere più spesso ciò che inizio con tanta passione – affermò Convenevole, guardandoci nuovamente negli occhi, con un’aria un po’ sconsolata. Dopo la confessione del nostro maestro riprendemmo la via di casa. Mi girai di scatto verso Convenevole da Prato e gli dissi: – Maestro, nel suo studio, mi parlava di un’opera che voleva comporre. – Sì, è vero Francesco… non ti sbagli – disse Convenevole – era proprio giovedì scorso, quando eri passato per leggermi delle piccole poesie che avevi scritto e che volevi mostrarmi per conoscere la mia opinione. – Ecco! Quell’idea, che adesso non ricordo pienamente, sarà presto, secondo me, un fatto concreto, una realtà letteraria notevole – continuai rivolgendomi al mio maestro. – Veramente non ricordi cosa ti avevo detto Francesco? – mi chiese Convenevole. – No, in realtà non ricordo i dettagli ma mi ha parlato di una raccolta di versi liturgici, quasi 3700 da dedicare a un sovrano che li avesse meritati per il suo comportamento e per la sua abilità nel governare il popolo.5 5
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Si fa riferimento a un libro di poesie latine, un’opera in forma anonima che, molto probabilmente, venne scritta da Convenevole in onore di Roberto D’Angiò, composta da circa 3700 versi in metri vari e intervallati da tre brani scritti in prosa.
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Convenevole non aggiunse altro e riprese il suo cammino verso casa. Se devo essere onesto, ai codici di leggi e norme preferivo di gran lunga lo studio dei classici latini. Ricordo un episodio della mia giovinezza che, anni dopo, riporterò in una raccolta di epistole6: mio padre entrando nella stanza dove stavo leggendo mi trovò immerso nella lettura di libri che non gli garbavano. – Francesco, forse sarebbe meglio che ti dedicassi a cose e questioni più concrete, che ne dici? – disse con tono provocatorio. – Buongiorno babbo! – risposi prontamente a mio padre ostentando assoluta tranquillità. – Pensavo che fossi fuori città per lavoro – dissi, cercando di distrarlo dai miei quaderni di poesie. – No, vado domani, si è fatto troppo tardi ormai! – mi disse mio padre, continuando, però, a fissare i volumi sulla mia scrivania come se fossero detenuti in attesa di giudizio. – Tu, piuttosto – fece mio padre – perché continui a ostinarti con la lettura di questi libri che ti allontanano dalle faccende concrete della vita, da quelle cose che, attraverso il mio insegnamento e quello del maestro Convenevole da Prato, avrebbero dovuto indicarti la via giusta… quella della concretezza, del lavoro e del guadagno – mi disse mio padre, sempre più alterato, quasi offeso. – Padre – perché la mia passione per la lettura, per i libri e le poesie è, per te, un problema così grande? – continuai rivolgendomi a lui con una forza che non pensavo di avere neanche io. – Perché? – mi domandò mio padre quasi furibondo – mi Si fa riferimento alle 125 epistole divise in 17 libri scritte dal poeta fra il 1361 e il 1374 comprese sotto il titolo di Senili (Senilium rerum libri).
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chiedi perché, Francesco? – continuò guardandomi fisso negli occhi – non ti ricordi più quante volte ho spiegato a te e a Gherardo come le cose concrete siano utili per vivere una vita dignitosa e al riparo da spiacevoli sorprese economiche? – disse ancora, avvicinandosi alla mia scrivania, poi, con un gesto repentino, prese i libri che vi erano poggiati sopra e li scaraventò nel caminetto acceso, davanti ai miei occhi increduli. Iniziai a piangere e solo a quel punto non so bene per quale motivo, salvò dal rogo le opere di Virgilio e la Rhetorica ad Herennium7 che, all’epoca, era attribuita a Cicerone. Avrei voluto urlargli di smettere, che il mio amore per la cultura non sarebbe cambiato, ma tacqui. Riuscivo a comprendere il pensiero di mio padre ma per me i libri rappresentavano tutto e già da quel giorno iniziai a costruirmi, volume dopo volume, la mia biblioteca personale.8 Dopo questo episodio, la mia vita e quella della mia famiglia continuarono serene, ognuno di noi era preso dai suoi impegni e mentre nostro padre continuava il suo lavoro da notaio, io, mia madre e Gherardo ce ne stavamo tranquilli, tra studio e piacevoli giornate di ozio. Dal 1316 iniziai gli studi di diritto a Montpellier, dove rimasi fino al 1320. Lo studio del diritto, tanto importante per mio padre, proprio non si sposava con il mio amore per la letteratura e la poesia, era e restava un dovere da compiere per far piacere al mio babbo che faceva aumentare soltanto le preoccupazioni per il mio futuro. Però, il mio pensiero più grande era per la salute di Trattato latino di retorica dedicato a un tale Erennio del quale, però, non si sa nulla. Il trattato, fino al XVI secolo, fu attribuito a Cicerone. 8 I rapporti con il padre furono sicuramente caratterizzati da una certa ambivalenza ma, nonostante tutto e la diversità che li divideva, il padre di Francesco ci tenne a dare al figlio anche un’ottima educazione letteraria. 7
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mia madre, infatti, da qualche tempo, iniziava a peggiorare e a procurarle tanta stanchezza. Un giorno, mentre ero nella mia stanza e cercavo di trovare ispirazione per un mio componimento, iniziai a spiare mia madre mentre stava in cucina: faceva molta fatica a fare qualsiasi cosa, anche ciò che fino a qualche giorno prima aveva svolto con molta facilità. Allora chiamai Gherardo e gli dissi: – Fratello mio, non ti sembra che la mamma sia molto stanca? – Be’, in effetti anche a me, da qualche giorno, sembra molto stanca e affannata – rispose Gherardo con gli occhi un po’ tristi. – Sì, è la stessa sensazione che ho avuto io – risposi a mio fratello mentre con lo sguardo continuavo a controllare i movimenti di mia madre in maniera quasi furtiva. – Comunque, l’unico modo per saperne di più era avvicinarla e chiederle come si sentiva – mi fece Gherardo con molta convinzione ma con una serenità negli occhi che, onestamente, mi colpì molto. – Va bene – feci io – andiamo da lei! Ci avvicinammo alla cucina e, con apparente tranquillità, salutammo la mamma, la quale, guardandoci negli occhi ci disse: – Ragazzi miei che cosa vi preoccupa? – Nulla mamma – risposi prontamente io – siamo solo venuti a farti un saluto e a vedere cosa stai preparando per pranzo. – Comunque, ragazzi, non mi sembrate molto sereni – disse la mamma mettendo le sue braccia intorno alle nostre spalle e invitandoci a sedere vicino a lei. – Che c’è che vi preoccupa? – ci chiese con dolcezza. – Nulla, mamma! – risposi io – siamo soltanto un po’ 13
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preoccupati per la tua salute e perché, da qualche giorno, ti vediamo sempre più stanca! – Cari figli miei, non dovete preoccuparvi per me – ci disse la mamma per tranquillizzarci ma io e Gherardo intuimmo che qualcosa non andava. Capimmo, con un semplice scambio di sguardi, che almeno per il momento era inutile fare altre domande alla mamma e che più utile sarebbe stato starle vicino trasmettendole tutto il nostro affetto. Qualche anno più tardi mia madre Eletta Canigiani morì… lei, una donna mite e dolce, che ci aveva accompagnato fino alla nostra adolescenza, ci aveva gettato nel più profondo dolore. Per curare la mia tristezza iniziai a scrivere dei versi latini, ai quali consegnare la mia sofferenza e composi in suo ricordo un componimento dal titolo Breve Pangiricum defuncte matri.9 Dopo la morte di mia madre, per la mia famiglia ci fu un momento di smarrimento ma la vita andava avanti e, seppur con il dolore nel cuore, Gherardo, mio padre e io riprendemmo le nostre attività, rituffandoci nel quotidiano. Era il 1320. Seppur senza grande trasporto, continuai i miei studi di diritto e, nell’autunno di quell’anno, insieme a Gherardo e al mio amico Guido Sette, andai a Bologna per completarli. L’esperienza bolognese rappresentò un momento importante della mia vita e, tranne qualche breve interruzione, fu un periodo fondamentale per la mia formazione. La vicinanza di mio fratello e del carissimo amico Guido facilita9
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Petrarca scrisse un’elegia in latino (Breve panegirico per la madre defunta) dopo la morte della madre. L’elegia è un componimento letterario legato ad aspetti di confessione autobiografica o di sfogo legato a un particolare momento sentimentale del poeta.
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rono il mio inserimento nella città che aveva dato i natali a Guido Guinizzelli.10 Ricordo ancora l’emozione quando, per la prima volta, arrivammo davanti all’Università di Bologna per iniziare a seguire i corsi di diritto. Quella di Bologna era un’università che, già a partire dall’XI secolo, ospitava una fiorente scuola giuridica. Giunti nei pressi dell’entrata, ebbi un tremore, non so, forse in realtà, pur non volendo ammetterlo a me stesso, mi sentivo in dovere di soddisfare i desideri di mio padre, che vedeva negli studi giuridici una futura fonte di guadagno che avrebbe garantito a me e Gherardo una vita più tranquilla al riparo da spiacevoli difficoltà economiche. – Tutto bene Francesco? – mi chiese il mio amico Guido guardandomi fisso negli occhi. – Tutto bene caro Guido, ho soltanto sentito per un attimo una sensazione di smarrimento nel guardare le grandi porte dell’ateneo! – Perché? – mi fece Gherardo – hai paura di entrarvi? – continuò con tono divertito. – No, fratello mio, non ho paura, è stato soltanto un momento, adesso sono prontissimo per affrontare la nostra nuova avventura a Bologna – risposi e, al contempo, mi avvicinai a Guido che, un po’ assonnato, si era distaccato leggermente da me e Gherardo. Guido Guinizzelli nacque a Bologna intorno al 1240. Era un giurista impegnato nella politica nel partito ghibellino. Venne bandito dalla città nel 1274 rifugiandosi a Monselice vicino Padova, dove morì nel 1276. È considerato l’iniziatore del Dolce Stil novo e di lui ci restano cinque canzoni e una ventina di sonetti. Dante Alighieri, altro massimo esponente stilnovista, nella sua Commedia lo definirà “padre mio”, per sottolinearne il ruolo di maestro che ebbe per lui. Fra le opere più significative di Guinizzelli ricordiamo il sonetto di endecassillabi “Io voglio del ver la mia donna laudare”, nel quale il poeta loda la donna amata paragonandola agli aspetti più belli e puri che si possono trovare in natura.
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