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Metafora e vita quotidiana - ROI

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George Lakoff Mark Johnson

METAFORA E VITA QUOTIDIANA Traduzione e introduzione di Patrizia Violi Con una presentazione di Paolo Borzacchiello


Titolo originale: Metaphors We Live By Licensed by The University of Chicago Press, Chicago, Illinois, U.S.A. © 1980 by The University of Chicago. Afterword © 2003 by The University of Chicago. All rights reserved. Copyright © 2022 roi Edizioni s.r.l. Galleria del Commercio 6, 62100 Macerata Via Torquato Tasso 11, 20123 Milano email: info@roiedizioni.it Design copertina: Margherita La Noce Prima edizione ottobre 2022 isbn 978-88-3620-134-1


INDICE

Presentazione di Paolo Borzacchiello 11 Come questo libro ti può cambiare la vita (per davvero) 15 Introduzione di Patrizia Violi 23 Prefazione 23 Ringraziamenti 29

1. I concetti con cui viviamo

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2. La sistematicità dei concetti metaforici

3. L a sistematicità metaforica: mettere in luce e nascondere

41 4. Metafore di orientamento 46 4.1 Le metafore sono basate sull’esperienza 49

5. Metafora e coerenza culturale

53 6. Metafore ontologiche 53 6.1 Metafore di entità e di sostanza 58 6.2 Le metafore del contenitore 58 6.2.1 Superfici territoriali 61 6.2.2 Il campo visivo 59 6.2.3 Eventi, azioni, attività e stati 63

7. Personificazione

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8. Metonimia

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9. Critiche alla coerenza metaforica


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73 9.1 Un’apparente contraddizione metaforica 76 9.2 Coerenza vs consistenza 79

10. Ulteriori esempi

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11. La natura parziale della strutturazione metaforica

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12. Come è fondato il nostro sistema concettuale?

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13. Le basi delle metafore strutturali

105 14. Causalità: in parte emergente e in parte metaforica 105 14.1 Manipolazione diretta: il prototipo della causalità 109 14.2 Estensioni metaforiche della causalità prototipica 111 14.3 Sommario 15. La strutturazione coerente dell’esperienza 115 15.1 Gestalt fondate sull’esperienza e dimensioni dell’esperienza 121 15.2 Cosa significa per un concetto corrispondere a un’esperienza? 122 15.3 Strutturazione metaforica vs sottocategorizzazione 127 16. La coerenza metaforica 127 16.1 Aspetti specializzati di un concetto 130 16.2 Coerenza all’interno di una singola metafora 132 16.3 Coerenza fra due aspetti di un unico concetto 139 17. Coerenze complesse attraverso metafore 151 18. Alcune conseguenze per le teorie della struttura concettuale 153 18.1 Inadeguatezza dell’astrazione 156 18.2 Inadeguatezza dell’omonimia: omonimia forte 157 18.3 Omonimia debole 161 19. Definizione e comprensione


indice

163 19.1 Gli oggetti della definizione metaforica: tipi naturali di esperienza 165 19.2 Proprietà interazionali 169 19.3 Categorizzazione 172 19.4 Sommario 175 20. Come la metafora può dare significato alla forma 176 20.1 Più forma vuol dire più contenuto 177 20.2 La vicinanza è potenza di effetto 180 20.3 L’orientamento io-per-primo 182 20.4 Coerenza metaforica nella grammatica: uno strumento è un compagno 182 20.5 Perché “con” indica sia strumento sia compagnia 183 20.6 La “logica” del linguaggio 184 20.7 Sfumature di significato 185 20.8 Regolarità della forma linguistica 187 21. Nuovi significati 197 22. La creazione della similarità 207 23. Metafora, verità e azione 211 24. La verità 211 24.1 Perché preoccuparsi di una teoria della verità? 212 24.2 L’importanza della verità nella nostra vita quotidiana 213 24.3 Il ruolo della proiezione nella verità 214 24.4 Il ruolo della categorizzazione nella verità 219 25.5 Come si capisce che una frase semplice è vera? 223 24.6 Come si fa a capire che una metafora convenzionale è vera? 226 24.7 Come comprendiamo che le nuove metafore sono vere?

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230 24.8 Comprendere una situazione: sommario 230 24.8.1 Comprensione diretta e immediata 232 24.8.2 Comprensione indiretta 234 24.8.3 La verità è basata sulla comprensione 234 24.9 L’approccio esperienziale alla verità 237 24.10 Elementi della comprensione umana nelle teorie della “verità oggettiva” 241 25. Il mito dell’oggettivismo e del soggettivismo 241 25.1 Le scelte offerte dalla nostra cultura 242 25.2 Il mito dell’oggettivismo 244 25.3 Il mito del soggettivismo 245 25.4 La paura della metafora 249 25.5 La terza possibilità: una sintesi basata sull’esperienza 253 26. Il mito dell’oggettivismo nella filosofia e nella linguistica occidentali 253 26.1 La nostra critica al mito dell’oggettivismo 256 26.2 Come le teorie standard del significato sono radicate nel mito dell’oggettivismo 256 26.2.1 Il significato è oggettivo 257 26.2.2 Il significato è autonomo 259 26.2.3 Fare corrispondere le parole al mondo senza l’intervento della comprensione umana 259 26.2.4 Una teoria del significato è basata su una teoria della verità 260 26.2.5 Il significato è indipendente dall’uso 261 26.2.6 Il significato è componenziale – la teoria dei blocchi 262 26.2.7 L’oggettivismo permette la relatività ontologica senza la comprensione umana 263 26.2.8 Le espressioni linguistiche sono oggetti:


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indice

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la premessa della linguistica oggettivista 26.2.9 La grammatica è indipendente dal significato e dalla comprensione 26.2.10 La teoria oggettivista della comunicazione: una versione della metafora del canale 26.2.11 Come sarebbe una teoria oggettivista della comprensione

271 27. Come la metafora rivela i limiti del mito dell’oggettivismo 272 27.1 La descrizione oggettivista della metaforaconvenzionale 275 27.2 Che cosa c’è di sbagliato nella posizione oggettivista 275 27.2.1 La posizione basata sulla similarità 277 27.2.2 La rinuncia oggettivista: “non è affar nostro.” 279 27.2.3 L’irrilevanza, ai fini umani, della filosofia oggettivista 280 27.2.4 Modelli oggettivisti al di fuori della filosofia oggettivista 284 27.3 Sommario 287 28. Alcune insufficienze del mito del soggettivismo 291 29. L’alternativa esperienziale:dare nuovo significato ai vecchi miti 291 29.1 Che cosa l’esperienzialismo preserva delle motivazioni dell’oggettivismo 293 29.2 Che cosa l’esperienzialismo preserva delle motivazioni del soggettivismo 295 30. La comprensione 297 30.1 La comunicazione interpersonale e la comprensione reciproca


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298 30.2 L’autocomprensione 300 30.3 Il rituale 301 30.4 L’esperienza estetica 302 30.5 La politica 305 Nota conclusiva 307 Riferimenti bibliografici 309 Postfazione (2003)


PRESENTAZIONE COME QUESTO LIBRO TI PUÒ CAMBIARE LA VITA (PER DAVVERO)

di Paolo Borzacchiello Probabilmente questa è l’introduzione più difficile che mi sia mai capitato di fare e che mi capiterà in futuro, a meno che l’Editore – che ringrazio dal profondo del cuore per aver riportato questo libro in Italia ponendo fine a un’ingiustizia che durava da troppi anni – decida di fare la stessa operazione con altri libri del Sommo e che ora sono di difficile se non impossibile reperibilità. Il libro che state per leggere è un libro maturo, scritto nel 1980 eppure tuttora insuperato e insuperabile, ancora oggi pilastro fondante di tutta la linguistica cognitiva, che sulle intuizioni e sugli studi di George Lakoff si è basata e continua a basarsi. Salterò in blocco, pertanto, la parte in cui, nell’introduzione, chi introduce parla dell’introdotto: se volete conoscere la vita di Lakoff, sono sicuro che Google saprà darvi tutte le informazioni che cercate. Per usare una metafora che lui probabilmente apprezzerebbe, andiamo dunque al sodo. Metafora e vita quotidiana, più di ogni altro libro che io abbia letto, spiega il modo in cui il nostro cervello elabora la realtà e, di fatto, vive la sua esperienza del mondo. Soprattutto, spiega quello che per me è il concetto più importante di tutti, ovvero che il corpo, il nostro corpo, ha un linguaggio del tutto particolare che possiamo studiare per comunicare in modo più efficace con il nostro interlocutore e con noi stessi. Il corpo, insomma, sa, e Lakoff, quindi, da questo punto di vista, più che insegnarci, ci ricorda. Ci ricorda come parliamo quando stiamo bene, ci ricorda come parliamo quando stiamo male, ci spiega come il cervello si esprime a livello linguistico e ci suggerisce quindi l’idea più rivoluzionaria di


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tutte: correggendo il linguaggio, possiamo correggere il corpo, esattamente come capita quando correggendo il corpo anche il linguaggio si corregge di conseguenza. Una delle mie frasi più citate è “le parole che usi dicono da dove vieni, le parole che scegli dicono dove vuoi andare”. Ovvero: stai come dici, così come dici, stai. Le parole che usi dicono da dove vieni, ovvero: così come dici, stai. Chi vi ha insegnato a collocare, nello spazio metaforico che avete intorno, ad esempio, le belle esperienze e le emozioni positive “in alto” e le brutte esperienze e le emozioni negative “in basso”? Chi vi ha insegnato a dire, quando state bene, che siete “su di morale” e, al contrario, quando state meno bene, che siete “giù di corda”? Alto è bello, basso è brutto (che è anche il motivo per cui, probabilmente, le persone più alte sono considerate più intelligenti e solitamente guadagnano più soldi di quelle basse). Chi vi ha insegnato a usare la metafora collegata con il “caldo” per parlare di relazioni emotive buone e la metafora collegata con il “freddo” per parlare invece di relazioni emotive meno buone? “Che calorosa accoglienza”, dite. “Ho trovato quel tizio un po’ freddino”, dite. E potremmo andare avanti per altre cento pagine, ma vi toglierei il piacere di scoprire quel che le metafore dicono di noi senza che noi lo sappiamo. “Luce” è buono e “buio” è cattivo (“finalmente ho le idee chiare” vs “sono all’oscuro di tutto”), “vicino” è buono e “lontano” è cattivo (“ti sento vicino” vs “ti sento distante”) e così via. Il modo in cui parlate, cioè, dichiara il modo in cui state e, ovviamente, questo vi dà una capacità interpretativa del mondo interiore altrui che non ha eguali. Grazie allo studio delle metafore, per esempio, scoprirete che se il vostro collega o cliente vi dice di non voler “perdere tempo”, sta utilizzando un frame metaforico collegato con il denaro e che, sulla base di questa informazione, voi potrete utilizzare metafore adeguate e creare con lui un legame empatico che trascende qualsiasi approccio di intelligenza emotiva che possiate immaginare: nulla al mondo, infatti,


presentazione

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crea più empatia, ad esempio, di un linguaggio e un modo di parlare simile al nostro. Che cosa potete farvene, di queste informazioni? Potete, ad esempio, stare attenti a come parlate. Potete, per esempio, capire come funziona la mente dei vostri interlocutori. Potete, per esempio, adeguare il vostro linguaggio al loro, senza snaturarne i contenuti ma, semplicemente, adottando strategie metaforiche lineari con quelle che vi offrono. Per questo, il libro di Lakoff, nonostante gli anni trascorsi dalla sua pubblicazione, è ancora oggi il più valido strumento che possiate avere a disposizione per una comunicazione efficace: conoscere e capire le metafore significa avere accesso a una quantità di informazioni praticamente infinita e significa avere la chiave di accesso al mondo interiore di qualsiasi essere umano al mondo. Già per questo, l’opera del linguista di Berkeley andrebbe benedetta. Ma c’è dell’altro. Le parole che scegli, come dicevo, dicono dove vuoi andare: così come dici, stai. Che cosa vuol dire? Vuol dire che scegliendo particolari parole e specifiche metafore, avete il potere di influenzare sia il vostro umore, sia la vostra realtà, sia la percezione dei vostri interlocutori. Che si tratti di una chiacchierata con vostro figlio, di un meeting aziendale o di un post, sapendo che a determinati mix chimici corrispondono determinate metafore, voi avete la possibilità di prevedere che tipo di reazione avranno i vostri interlocutori. Cioè: se voi sapete che, esemplificando all’estremo, metafore collegate all’altezza sono collegate a specifici ormoni del benessere, voi potete usarle per produrre quel tipo di ormoni in chi vi legge o ascolta. Io, ad esempio, durante il prossimo meeting, potrei esordire dicendo: “Sono qui per elevare i vostri già alti standard”, sapendo che “elevare” e “alti” produrranno certamente una reazione molto precisa. Questo si traduce in un principio molto semplice: le metafore che utilizzate faranno stare voi e le persone che vi ascoltano in un modo o in un altro. E questo, soprattutto nell’epoca post Covid-19, è un potere di valore inestimabile. Vi faccio un esempio per spiegarvi perché.


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Uno dei principi alla base del mio lavoro è questo: non puoi controllare tutte le variabili di un’interazione, ma le puoi pur sempre gestire. Immaginate di dover fare una video call con un amico, un cliente, un figlio, un collega o con chi volete voi. Dal punto di vista biologico, per un fenomeno che si chiama embodied cognition, cognizione incarnata, la distanza che esiste fra voi e il vostro interlocutore si traduce in distanza emotiva (lo abbiamo visto prima). E il materiale freddo dal quale vedrete chi vi parla farà il resto: il freddo di uno schermo si traduce in “freddo” emotivo. Queste cose non le potete controllare: non potete controllare il fatto di dover fare una video chiamata, non potete controllare il fatto che il vostro cervello “incarni” la variabile distanza e la variabile freddo e le trasformi in un approccio poco empatico fra gli interlocutori. Ma le potete gestire, queste variabili, grazie appunto alle metafore: dire al vostro interlocutore che gli sarete “vicino” e che potrà, ad esempio, “toccare con mano” i risultati della vostra collaborazione vi farà superare lo scoglio della poca empatia poiché il suo cervello ascolterà le vostre parole, le elaborerà a livello letterale e, appunto, le incarnerà. Semplice (quasi) come bere un bicchier d’acqua. Per questo, dicevo, il libro di Lakoff mi ha cambiato la vita: mi ha fatto scoprire che con le parole puoi fare davvero di tutto, dal controllare gli elementi che sono sotto il dominio della tua responsabilità al gestire tutti gli altri. Mi auguro che vi divertiate, in questo viaggio alla scoperta del mondo dell’intelligenza linguistica, e mi auguro soprattutto che il lavoro di Lakoff, così importante e così attuale, vi sia di aiuto così come lo è stato per me. paolo borzacchiello


INTRODUZIONE

di Patrizia Violi

Ci si potrebbe chiedere che senso può avere riproporre oggi, nel 2022, un libro uscito in originale nel 1980 negli Stati Uniti, e già tradotto successivamente in italiano. Crediamo che ci siano almeno due ragioni importanti per farlo. La prima è di ordine, per così dire, “storico”: il libro di Lakoff e Johnson ha segnato un punto di svolta imprescindibile negli studi sulla metafora. Dopo questo testo fondativo, la metafora non può più essere vista come una figura retorica fra le altre ma assume il ruolo di una vera e propria struttura portante del funzionamento cognitivo. La seconda e forse più importante ragione è la sua straordinaria attualità nel modo di intendere la cognizione, non più separabile dalle nostre basi corporee, ma nemmeno del tutto indipendente dal contesto culturale, una lezione, questa, che le scienze cognitive contemporanee hanno ormai largamente fatta propria. Ma torniamo alla metafora, da sempre oggetto di riflessione nell’ambito delle scienze umane: non c’è forse nessun altro argomento che abbia ricevuto un’attenzione così diffusa e generale da quando si è cominciato a riflettere sulla natura del linguaggio; non solo linguisti ma anche filosofi, psicologi, studiosi della poesia hanno guardato alla metafora come a uno dei luoghi centrali, e al tempo stesso più problematici, per la verifica delle proprie ipotesi. Data l’ampiezza degli studi in proposito, è legittimo chiedersi cosa differenzi il libro di Lakoff e Johnson da altri lavori e in cosa consista il suo interesse specifico. Consideriamo innanzitutto chi ne sono gli autori: Mark Johnson, un filosofo, e George Lakoff, un linguista. Già la compresenza di questi


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due approcci, quello filosofico e quello linguistico, anche se ovviamente giustificata dal carattere di “frontiera” fra pensiero e linguaggio proprio della metafora, non era tuttavia così scontata specie all’inizio degli anni Ottanta, soprattutto negli ambienti accademici americani cui appartengono i due autori. In particolare può stupire, per chi ne conoscesse la formazione accademica, un libro sulla metafora da parte di un linguista come George Lakoff, formatosi nella tradizione della grammatica generativa trasformazionale, forse la scuola linguistica che più di ogni altra si presenta come un modello formale di elevata astrazione e complessità tecnica, quasi inaccessibile per i non addetti ai lavori. Rispetto a una tale tradizione, la scelta stessa dell’argomento si presentava come uno spostamento “eterodosso” di oggetto, a cui si accompagnava un analogo spostamento di metodo nella scelta di un registro discorsivo volutamente non specialistico, anche là dove erano affrontati alcuni fra i problemi centrali della riflessione filosofica occidentale. Spostamenti, questi, indicativi di un ampio processo di ripensamento, tuttora in corso nella linguistica americana contemporanea, nei confronti di modelli altamente formali e sintattici di analisi linguistica. Ma anche uno spostamento di sguardo rispetto a una certa tradizione di studi sulla metafora. Talvolta infatti la metafora è stata considerata solo come puro ornamento del linguaggio, abbellimento della forma linguistica, certamente rilevante per la creazione poetica, ma generalmente confinabile nell’ambito della stilistica. Lakoff e Johnson rifiutano con decisione una simile impostazione, e mostrano come la metafora, ben lontano dall’essere soltanto una figura di linguaggio, sia soprattutto una forma di pensiero, uno strumento cognitivo che ci permette di categorizzare le nostre esperienze, strumento senza il quale sarebbe impossibile qualsiasi nostra operazione concettuale, dalla formulazione di modelli scientifici, che – come dice Black – in fondo altro non sono che complesse


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metafore con cui interpretiamo fenomeni di vario genere, alle nostre più banali azioni quotidiane (discutere con qualcuno, commentare il tempo che passa, parlare di soldi). La metafora è ovunque, ci dicono Lakoff e Johnson, nel nostro pensiero in primo luogo, ma anche nelle nostre azioni (noi agiamo anche metaforicamente!) e, ovviamente, nel nostro linguaggio. Che la metafora non sia solo una caratteristica del linguaggio poetico, ma sia presente in tutte le nostre espressioni linguistiche, non è una posizione nuova in assoluto negli studi sull’argomento: una lunga tradizione ha sempre sottolineato la sua presenza diffusa in ogni forma del nostro linguaggio. Ma il libro di Lakoff e Johnson, pur ponendosi all’interno di una tradizione già assestata, ne porta forse più a fondo di ogni altro le ipotesi implicite. Individuare strutturazioni metaforiche anche all’interno delle espressioni linguistiche apparentemente più univoche e letterali conduce a mettere in crisi il concetto stesso di significato; “letterale”, che viene a dissolversi in una gerarchia di livelli metaforici dove non è possibile individuare nessun significato “ultimo”, nessun primitivo, ma dove ogni termine può venire compreso e interpretato solo sulla base di altri termini e altre categorie concettuali, in un processo senza soluzione di continuità, che ricorda molto da vicino ciò che Peirce aveva definito “semiosi illimitata”. La metafora diviene così il punto di partenza per una ridiscussione della natura e della forma del significato stesso delle espressioni linguistiche, che in una tale prospettiva non può certo essere adeguatamente rappresentato all’interno della logica combinatoria di un approccio sintattico-formale. Per comprendere come il linguaggio “significhi” per noi, diviene necessario andare, per così dire, “al di là” del linguaggio stesso, alle radici delle nostre esperienze e del nostro modo di categorizzarle, investigando i nessi fra linguaggio e strutture cognitive da un lato, e gli usi culturalmente determinati dall’altro, dal momento che le nostre strutture cognitive dipendono in parte dalla nostra cultura.


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Per questo motivo si potrebbe dire che il libro di Lakoff e Johnson non è solo un libro sulla metafora, ma un libro sulla metafora americana. Dato che la metafora è soprattutto uno strumento cognitivo che ci permette di categorizzare le nostre esperienze e dare così un senso alla nostra vita quotidiana, inevitabilmente il nesso fra cognizione e linguaggio acquisterà specificazioni diverse all’interno di linguaggi, e quindi culture, differenti. E questo è in fondo anche uno dei motivi di maggiore interesse di questo studio sulla metafora che, attraverso una ricognizione delle manifestazioni linguistiche, ricostruisce una mappa del senso comune che regola, in forma implicita, l’agire e il parlare quotidiano di una certa cultura, in questo caso quella americana. Queste conoscenze di senso comune vengono a costituirsi come le presupposizioni culturali e cognitive al di fuori delle quali è impossibile una rappresentazione del significato e, conseguentemente, delle forme metaforiche. In base a questa considerazione, due scelte erano possibili per la traduzione: mantenersi il più possibile fedeli all’originale, conservando il senso “americano” di molte metafore, anche nel caso in cui esse non corrispondano completamente e perfettamente alle nostre modalità di esperienza e categorizzazione concettuale, o trovare analoghi corrispettivi nella nostra diversa cultura. Si è optato per la prima soluzione, dal momento che la seconda avrebbe implicato di riscrivere un altro, e differente, libro: un libro, questa volta, sulla metafora italiana. Gli esempi sono quindi stati modificati solo nella misura necessaria alla loro completa comprensione per il lettore italiano, eliminando (quando già vi erano altri esempi convincenti) qualche espressione assolutamente intraducibile e riducendo così a pochissimi casi l’esigenza di una nota esplicativa. Per quanto riguarda invece la resa dei “concetti metaforici” soggiacenti alle espressioni linguistiche, ci si è attenuti fedelmente al testo originale; nella maggior parte dei casi non vi


INTRODUZIONE

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è uno scarto rilevante fra i concetti metaforici individuati da Lakoff e Johnson e i nostri, là dove un qualche scarto è possibile, sarà forse interessante per il lettore stesso individuare analogie e dissomiglianze fra culture diverse, immaginando magari nuove possibili corrispondenze o incompatibilità. In questa ipotesi di lettura il libro di Lakoff e Johnson potrebbe diventare anche una stimolante occasione per riflettere sul relativismo culturale dei nostri, e altrui, stereotipi di pensiero e di linguaggio. Se da un lato Metafora e vita quotidiana può essere letto come una implicita descrizione della cultura americana, dall’altro esso rappresenta anche un importante momento di svolta nelle scienze cognitive, in quegli anni ancora improntate ad un accentuato mentalismo. Lakoff e Johnson sono stati forse i primi autori a parlare di embodiment, una nozione ormai entrata a pieno titolo nello studio della cognizione, dimostrando in modo convincente come le basi di tutte le nostre metafore fondamentali, e quindi del nostro stesso pensiero, affondino nel corpo, nella sua struttura, nel suo movimento. Sarebbe oggi impensabile una teoria della mente che non partisse dal nostro radicamento corporeo e dal ruolo che la corporeità svolge nel suo sviluppo. Non è quindi inutile rileggere oggi il testo che ha dato centralità teorica alle basi corporee del nostro pensiero. patrizia violi


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