I GRANDI CLASSICI
IL DIARIO DI ANNA FRANK A cura di Maristella Maggi
Spero che ti potrò confidare tutto, come non ho mai potuto fare con nessuno, e spero che sarai per me un gran sostegno. 12 giugno 1942
Il diario di Anna Frank a cura di Maristella Maggi Sono stati apportati minimi adattamenti pertanto la versione del testo risulta pressocché integrale. Responsabile editoriale: Beatrice Loreti Art director: Marco Mercatali Responsabile di produzione: Francesco Capitano Redazione: Carla Quattrini Progetto grafico: Airone Comunicazione – Sergio Elisei Impaginazione: Airone Comunicazione Illustrazioni: Chiara Fedele Copertina: Adami Design Illustrazione: Chiara Fedele Foto: Shutterstock, Archivio La Spiga Edizioni
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Nota introduttiva Lunga fila in attesa. Anche la casa attende. È una giornata di giugno limpida e fredda. Il cielo è mutevole sopra Amsterdam, il vento che si alza a tratti strappa e ricompone sfilacci di nuvole. Un barcone scivola sul canale, tra ondine silenziose. In via Prinsengracht, al n. 263, una lunga coda di persone attende. Senza fretta. Anch’io sono in fila. A una finestra che si affaccia sulla piazzetta lì vicino, al secondo piano, qualcuno dà un po’ d’acqua a una piantina dal vaso verde scintillante. Verde basilico direi. Anche la piantina sembrerebbe basilico. Forse non lo è. Penso alle piantine aromatiche viste il giorno prima al Botanical Garden, protette, come specie preziose, dalla cupoletta di vetro con il pomolo trasparente in cima. Gli steli erano piegati quasi fino al terreno e le foglie erano pallide e molli. Le ho immaginate senza lo squillante profumo italiano. Un vero peccato! La finestra però è quietamente illuminata dal sole del pomeriggio, quindi esposta a ovest. Chissà. Raggi deboli, scaldano comunque. Forse è basilico. Forse no. Tracce di serena normalità. Pensieri che seguono linee semplici. La fila si muove lentamente, a tratti è ferma. Nessuno dà segni d’impazienza, nessuno commenta. Due ragazze in bicicletta sfrecciano sulla corsia riservata. Parlano ad alta voce, il vento si porta via le loro risate. Il freddo ha punte gelide. La fila ora procede. Si avvicina. Ecco l’ingresso, in parte ostruito da assi di legno. Una rampa provvisoria fa inarcare la coda di persone. Una U paziente a passi lenti. 3
Restauri. Chi ha atteso non se ne cura, l’improvvisato cantiere non è nulla. Lo vede, e non lo vede. Quella è la casa di Anna e basta. E il fiato è ancora trattenuto. L’interno della casa è buio. Ora le scale. Ora l’alloggio. La casa è silenziosa. La fila anche. Anna, non siamo qui solo per vedere. No. Ascolteremo gli oggetti, le pietre, le carte. Siamo qui per conoscere e per incontrarti. Per fare memoria. Essere qui è già Memoria. Amsterdam, 2 giugno 2011
Maristella Maggi
Indice Nota introduttiva.......................................................................... 3 Il diario ........................................................................................... 6 Epilogo ............................................................................................ 222 Focus Quando scrivere fa bene al cuore: la scrittura autobiografica ......................................................................... 224 Feste ebraiche ......................................................................... 226 Percorsi di lettura ......................................................................... 230 4
A Walter, indimenticabile compagno di viaggio, ti rivedo ad Amsterdam, ti penso sui sentieri del mondo.
Anna, che la soffitta tutta hai lasciato a noi, senza ritorno torna ai passi amici, ai cuori incerti torna alle mute file nella tua casa. M. M.
Il diario Domenica, 14 giugno 1942 Venerdì 12 giugno, dal momento che era il giorno del mio compleanno, ero già sveglia alle sei! Che emozione! Era troppo presto, così ho dovuto frenare la mia curiosità e rimanere a letto fino alle sei e tre quarti. A quel punto sono andata in camera da pranzo, dove Moortje, il gatto, mi ha dato il benvenuto strusciandomi addosso la sua testolina. Subito dopo le sette sono andata da papà e mamma e poi nel salotto per vedere i miei regali. Il primo che ho visto sei stato tu, mio caro diario, forse uno dei più belli fra i miei doni. Poi un mazzo di rose, una piantina e due rami di profumatissime peonie1, splendidi figli di Flora2 che stavano sulla mia tavola quella mattina. Altri regali sono giunti ancora durante il giorno. Da papà e mamma ho ricevuto una quantità di cose, e anche i nostri numerosi conoscenti mi hanno veramente viziata. Tra i regali un gioco di società, molte golosità tra cui del cioccolato, un puzzle, una spilla, e alcuni amati libri: Camera Obscura di Hildebrand, Leggende olandesi di Joseph Cohen, e Vacanze di Montagna di Daisy, un libro straordinario. Ho ricevuto anche un po’ di denaro, così che mi potrò comprare i Miti di Grecia e di Roma. Sono davvero contenta! Poi la mia amica Lies è venuta a prendermi come al solito e siamo andate a scuola. Nell’intervallo ho offerto dei biscottini ai professori e ai compagni e, dopo questa breve pausa, ci siamo rimessi tutti al lavoro. 1
Pianta spontanea nei boschi e coltivata nei giardini; ha magnifici fiori grandi,
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Nome della dea italica e romana che presiedeva allo sbocciare di fiori e foglie;
ricchi di petali intensamente profumati. dea delle fioriture.
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Il diario di Anna Frank
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Il diario di Anna Frank
Ora devo proprio smettere di scrivere, anche se non vorrei. Diario mio, come ti trovo bello, e come sono contenta di averti ricevuto!
Lunedì, 15 giugno 1942 Nel pomeriggio di domenica ho festeggiato il mio compleanno. È stato proiettato un film, Il guardiano del faro, con Rin-tin-tin3, che è piaciuto molto ai miei compagni di scuola. Ci siamo divertiti molto e ci siamo sentiti gioiosamente uniti tra di noi. C’erano davvero tanti ragazzi e ragazze. Mamma vuol sempre sapere chi sposerò. Non sospetta nemmeno che sia Peter Wessel, perché una volta con una gran faccia tosta sono riuscita, chiacchierando in continuazione per confonderla un po’, a toglierle quell’idea dalla testa. Lies Goosens e Sanne Houtman sono state per anni le mie migliori amiche. Poi ho conosciuto Jopie de Waal al Liceo ebraico. Ora è lei la mia migliore amica, e stiamo molto insieme. Lies ha legato maggiormente con un’altra ragazza e Sanne è passata in un’altra scuola, dove ha fatto nuove amicizie.
Sabato, 20 giugno 1942 Per alcuni giorni non ho scritto nulla, perché prima ho voluto riflettere un po’ su questa idea del diario. Per una come me, scrivere un diario fa un curioso effetto. Non soltanto perché non ho mai scritto, ma perché mi sembra che più tardi né io né altri potremo trovare interessanti gli sfoghi di una scolaretta di tredici anni. Però, a dire il vero, non è di questo che si tratta; a me piace scrivere e soprattutto aprire il mio cuore su ogni sorta di cose, a fondo e completamente4. 3
Cane da pastore tedesco divenuto celebre, tra gli anni ’20 e gli anni ’50, perché
protagonista di numerose opere di fiction per ragazzi, sia film, sia serie televisive. Nata in USA, la serie venne in Italia negli anni ’60 e ottenne notevole successo. 4 Anna ha dapprima dubbi sull’interesse che un diario scritto da un’adolescente possa riscuotere tra gli adulti...
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Il diario di Anna Frank
In una delle mie giornate un po’ melanconiche, mentre sedevo annoiata con la testa fra le mani, incerta se uscire o restare in casa, rimuginavo dentro di me questa massima: “La carta è più paziente degli uomini”. Finivo col rimanermene nello stesso posto, abbandonandomi a pensieri e fantasie. Proprio così, la carta è paziente, e siccome non ho affatto intenzione di far poi leggere ad altri questo quaderno rilegato di cartone che porta il pomposo nome di “diario”, salvo il caso che mi capiti un giorno di trovare un amico o un’amica che siano veramente “l’amico” o “l’amica”, la faccenda non riguarda che me. Eccomi al punto da cui ha preso origine quest’idea del diario5: io non ho un’amica. Per essere più chiara devo aggiungere una spiegazione, dal momento che nessuno potrebbe credere che una ragazza di tredici anni sia sola al mondo. Per me infatti non è così: ho dei cari genitori e una sorella di sedici anni; conosco, tutto sommato, una trentina di ragazze, di alcune delle quali potrei dire che sono mie amiche, ho un corteo di adoratori che mi guardano negli occhi, o addirittura a volte in classe cercano di afferrare la mia immagine servendosi di uno specchietto tascabile che posizionano con noncuranza facendo in modo che la mia immagine ci si rifletta. Ho dei parenti cari, zie e zii, un buon ambiente familiare, questo sì. Apparentemente non mi manca nulla, salvo “l’amica”, quella vera, quella del cuore. Con i miei conoscenti posso giusto parlare dei piccoli fatti quotidiani o far quattro chiacchiere, così in libertà, ma non c’è modo di diventare più intimi, ecco. Forse questa mancanza di confidenza è colpa mia; comunque è una realtà, ed è un peccato non poterci far nulla. Per questo ho deciso che scriverò un diario. Questo diario! E per dare maggior rilievo all’idea di un’amica lungamente attesa, 5
Poi, però, Anna rivendica il piacere della scrittura e non rinuncia a sottolinearne il valore emozionale e affettivo: il diario è un caro amico che è in grado di raccogliere le confidenze e gli sfoghi di chi, come lei dichiara, non ha un’amica intima.
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farò del diario l’amica, la mia tanto desiderata amica e la chiamerò Kitty. Comincerò col raccontare brevemente a Kitty la storia della mia vita, nessun segreto tra di noi. Mio padre aveva trentasei anni quando sposò mia madre che ne aveva venticinque. Mia sorella Margot nacque nel 1926 a Francoforte sul Meno; venni poi io, il 12 giugno 1929, e siccome siamo ebrei puri6, nel 1933 emigrammo in Olanda, dove mio padre fu assunto come direttore della Travies N. V. Questa è in stretta relazione con la ditta Kolen E C., che ha sede nello stesso edificio, e di cui papà è socio. La nostra vita, da che mi ricordo io, è sempre stata prigioniera dell’ansia, ciò era inevitabile perché la parte della famiglia rimasta in Germania non è stata risparmiata dalle leggi antisemitiche di Hitler. Nel 1938, dopo i pogrom7, i miei due zii, fratelli di mia madre, sono riusciti a fuggire negli Stati Uniti e sono in salvo. La mia vecchia nonna è venuta ad abitare da noi: aveva allora settantatré anni. Ma nel maggio 1940 tutto cambiò, i bei tempi finirono; prima la guerra, la capitolazione, l’invasione tedesca, poi cominciarono le sventure per noi ebrei. Le leggi antisemitiche8 si susseguivano l’una all’altra, in un crescendo di proibizioni e di odio. Gli ebrei devono portare la stella giudaica cucita agli abiti. Agli ebrei è proibito circolare in bicicletta e chi ne avesse deve consegnarle alle autorità. Gli ebrei non possono salire in tram e non possono più andare in auto. Gli ebrei 6
Gli ebrei puri (letteralmente “ebrei pieni”) sono coloro che hanno genitori e
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Il termine pogrom è di derivazione russa e indica sia i tumulti, le sollevazioni
nonni ebrei.
popolari, i massacri e i saccheggi contro gli ebrei, avvenuti con il consenso delle autorità nel corso della storia russa, sia la lunga serie di misure restrittive atte a limitare la libertà degli ebrei. Concretamente l’antisemitismo si manifesta in azioni dirette contro i singoli, contro le loro proprietà, le istituzioni comunitarie e le strutture religiose. Gli ebrei vengono accusati di cospirare ai danni del resto dell’umanità, e spesso vengono incolpati di essere la causa di problemi politici, sociali ed economici del mondo. 8 Leggi promulgate contro gli ebrei, verso i quali l’odio razziale era così radicato da programmarne, attraverso la politica di Hitler, lo sterminio sistematico.
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possono fare acquisti solo fra le tre e le cinque del pomeriggio, e soltanto dove c’è l’indicazione “bottega ebraica”. Gli ebrei dopo le otto di sera non possono camminare per strada, e nemmeno trattenersi nel loro giardino o in quello di conoscenti. E ancora: hanno il divieto di andare a teatro, al cinema o in altri luoghi di divertimento, così come non possono praticare sport all’aperto, ossia non possono frequentare piscine, campi di tennis o di hockey. Non possono nemmeno andare a casa di cristiani e devono studiare soltanto nelle scuole ebraiche, seguono una quantità ancora di limitazioni che non sto ad elencare! Jopie è molto timorosa, dice che non si sente più libera di fare nulla con me, perché teme che non sia permesso, che qualcuno la veda in mia compagnia. La nostra libertà è davvero limitata, ma si può ancora resistere. La nonna è mancata nel gennaio 1942: nessuno sa quanto io pensi a lei e quanto ancora le voglia bene. Fin dal 1934 ero entrata nel giardino d’infanzia della scuola Montessori, e ho poi continuato nello stesso istituto. In Sesta ho avuto come insegnante la direttrice, la signora K.: alla fine dell’anno, nel separarci, eravamo molto commosse e piangevamo tutt’e due. Nel 1941 mia sorella Margot e io siamo state trasferite al Liceo ebraico, lei in quarta e io in prima. Tutto sommato, fino a questo momento a noi quattro è andata discretamente bene. Ed eccomi giunta alla data d’oggi.
Sabato, 20 giugno 1942 Cara Kitty, comincio col dirti che c’è qui una calma deliziosa: papà e mamma sono fuori e Margot con la sua combriccola è andata a giocare a ping-pong da un’amica. Anch’io, da qualche tempo, gioco molto a ping-pong, anche perché ciò ha sempre un risvolto goloso. Mi spiego: a noi giocatori di ping-pong, soprattutto d’estate, il caldo del gioco fa venire 11
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voglia di gelato e quando si va dal più vicino gelataio aperto agli ebrei, cioè da Delphi o da Oase, si trova in un tale affollamento che nella estesa cerchia dei nostri conoscenti si trova sempre qualche signore generoso, o qualche adoratore, pronto a offrirci più gelati di quanti possiamo sorbirne in una settimana. Penso che sarai un po’ stupita, Kitty, a sentirmi parlare di adoratori, giovane come sono. Ahimè, è un guaio che da noi a scuola sembra inevitabile. Se un ragazzo mi chiede di accompagnarmi a casa in bicicletta e poi attacca discorso, posso esser certa che costui, nove volte su dieci, ha la brutta abitudine di prender fuoco, e non mi toglierà più gli occhi di dosso, ma io non so che farmene di sguardi infuocati e pedalo via allegramente. Talvolta, quando la faccenda diventa un po’ troppo impegnativa, e si comincia a parlare di “chiedere a papà” o di simili sciocchezze, mi metto a volteggiare con la bicicletta, la borsa dei libri cade, e il giovanotto per educazione è costretto a scendere per raccogliermela; io ne approfitto allora per cambiare discorso. C’è addirittura qualcuno che ti spedisce baci con la mano o che cerca di prenderti per un braccio, ma sbaglia con me. Io scendo e rifiuto di stare oltre in sua compagnia, oppure faccio l’offesa e gli dico chiaro e tondo di andarsene a casa9. Meglio metter le cose in chiaro, non credi? A domani! La tua Anna
Domenica, 21 giugno 1942 Cara Kitty, nella classe Prima B tremano tutti: sta per riunirsi il consiglio dei professori. Metà dei miei compagni non sa se sarà bocciata o promossa, e tutti fanno delle scommesse. Io e Miep ce la ridiamo di gusto dei nostri due vicini di banco, che hanno scommesso 9
Anna non si sente ancora pronta per allacciare relazioni sentimentali con i
ragazzi, preferisce mantenere i rapporti su un piano di amicizia.
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tutto il loro gruzzolo delle vacanze. “Tu passerai”, “No”, “Sì”, e così da mattina a sera. Secondo me un quarto della classe dovrebbe esser bocciato, sapessi quanti somari ci sono! Devo dire, però, che i professori sono le persone più capricciose che esistano, e forse, una volta tanto, saranno capricciosi in senso buono. Per le mie amiche e per me non ho tanta paura, dovremmo cavarcela. Soltanto per la matematica sono incerta. Insomma, stiamo a vedere. E intanto ci facciamo coraggio l’una con l’altra. Coi miei insegnanti mi trovo bene; sono nove in tutto, sette professori e due professoresse. Il vecchio Kepler, di matematica, da parecchio tempo ce l’aveva con me, perché chiacchieravo troppo, così, dopo molte ammonizioni mi ha appioppato un penso10 che consisteva nel fare un componimento sul tema “Una pettegola”. Una pettegola? Cosa potevo scrivere su un argomento del genere? Non mi sono scomposta e nemmeno persa d’animo, mi sono limitata a prendere nota sul mio quaderno cercando di stare tranquilla. La sera, a casa, terminati tutti gli altri compiti ho cominciato a pensarci. Rosicchiando la mia penna stilografica ho cominciato a scribacchiare le solite cose, sapevo come tirarla in lungo distanziando molto le parole, ma quello che mi serviva davvero era trovare una dimostrazione convincente e decisiva, sulla necessità di chiacchierare. Pensa e ripensa, l’idea mi è arrivata! Dopo aver riempito le solite tre facciate, che per il signor Kepler sono davvero il minimo, ecco fatto! Ho spiegato con abbondanza di parole che l’arte del chiacchierare è tutta femminile, che io avrei sì fatto del mio meglio per limitarmi un po’, ma che non avrei mai disimparato, perché mia madre chiacchierava come me, se non di più, e coi caratteri ereditari c’è poco da fare. Il professor Kepler ha riso molto dei miei argomenti, ma sicco10
Nella scuola, in passato, era il lavoro scolastico supplementare che veniva assegnato per punizione ad alunni indisciplinati o inadempienti; presso gli antichi romani, il penso era la quantità di lana che veniva assegnata ogni giorno alle schiave perché fosse filata.
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