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Deep work - ROI

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Cal Newport

DEEP WORK CONCENTRATI AL MASSIMO Quattro regole per ritrovare il focus sulle attività davvero importanti

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O T TA N TA V E N T I collana a cura di

Andrea Giuliodori

Titolo originale: Deep Work. Rules for Focused Success in a Distracted World Copyright © 2016 by Cal Newport This edition published by arrangement with Grand Central Publishing, New York, New York, USA. All rights reserved. Traduzione di Arianna Bevilacqua Copyright © 2020 ROI Edizioni srl Via G. Carducci 67, 62100 Macerata email: info@roiedizioni.it Design copertina: Margherita La Noce Foto autore: Penny Gray photography Prima edizione ottobre 2020 ISBN 978-88-3620-015-3

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INDICE

7 Introduzione Parte I

L'idea

Capitolo 1 27 La capacità di concentrazione è preziosa Capitolo 2 55 La capacità di concentrazione è rara Capitolo 3 79 La capacità di concentrazione è importante Parte II

Le regole

Regola n. 1 103 Lavorate con la massima concentrazione Regola n. 2 165 Accettate la noia Regola n. 3 191 Abbandonate i social media

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Regola n. 4 225 Riducete al minimo le attività superficiali 267 Conclusione 275 Note bibliografiche

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INTRODUZIONE

Nel cantone svizzero di San Gallo, sulla sponda settentrionale del lago di Zurigo, c’è il piccolo villaggio di Bollingen. Nel 1922 lo psichiatra Carl Jung ha scelto di far costruire in quest’area un luogo di ritiro. Ha cominciato con una casa in pietra di due piani, molto essenziale, che ha chiamato la Torre. Di ritorno da un viaggio in India, dove aveva visto aggiungere stanze per la meditazione alle case, ha ampliato il complesso includendo un ufficio privato. “Nella mia stanza appartata, sono da solo” diceva Jung di quello spazio. “Porto la chiave sempre con me, nessun altro può accedervi senza il mio permesso.”1 Nel libro Rituali quotidiani, il giornalista Mason Currey ha consultato diverse fonti per ricostruire le abitudini di lavoro di Jung alla Torre. Lo psichiatra si svegliava alle sette – ci racconta Currey – e dopo una colazione abbondante trascorreva due ore scrivendo, senza distrazioni, nell’ufficio privato. I pomeriggi erano spesso dedicati alla meditazione o a lunghe camminate nella campagna circostante. Alla Torre non c’era elettricità, così, quando il giorno lasciava posto alla sera, si accendevano le lampade a olio e il fuoco nel camino. Jung andava a dormire alle dieci. “Fin da subito, alla Torre ho dormito sonni profondi e rigeneranti”, diceva.2 Anche se sarebbe facile pensare alla Torre di Bollingen

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come a una casa per vacanze, se osserviamo l’impegno professionale di Jung, è chiaro che quel luogo di ritiro sulle sponde del lago non era stato pensato come a una via di fuga dal lavoro. Nel 1922, quando acquistò la proprietà, Jung non poteva permettersi una vacanza. Solo un anno prima, nel 1921, aveva pubblicato Tipi psicologici, un libro fondamentale che ha evidenziato molte differenze che da tempo stavano emergendo tra il pensiero di Jung e le idee di colui che era stato suo amico e mentore, Sigmund Freud. Il distacco da Freud negli anni Venti del Novecento è stata una mossa coraggiosa. Per divulgare e diffondere le idee contenute nel proprio libro, Jung aveva bisogno di rimanere acuto e attento e doveva scrivere articoli e libri interessanti a sostegno della psicologia analitica, nome che aveva scelto per la nuova scuola di pensiero. Le lezioni e la pratica analitica lo tenevano impegnato a Zurigo, è chiaro. Ma Jung non si accontentava di avere molti impegni. Voleva cambiare la comprensione dell’inconscio che si aveva all’epoca, e questo obiettivo richiedeva un pensiero profondo e attento, molto più di quanto per lui fosse possibile mentre conduceva il febbrile stile di vita cui era abituato in città. Jung si ritirava a Bollingen non per allontanarsi dal lavoro, quanto piuttosto per andare più in profondità. •••• Carl Jung è diventato uno dei pensatori più influenti del Ventesimo secolo. Sono molte, ovviamente, le ragioni del suo successo. In questo libro, però, sono interessato a evidenziare l’attitudine dello psichiatra che quasi certamente ha giocato un ruolo fondamentale:

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Lavoro intenso: Attività professionale che svolgiamo in stato di massima concentrazione, liberi da distrazioni, e che porta le nostre capacità cognitive al limite. L’impegno genera un nuovo valore, migliora le nostre abilità ed è difficilmente replicabile.

Il lavoro intenso è necessario per spremere ogni singola goccia di valore dalle nostre abilità cognitive attuali. Sappiamo da decenni di ricerche nel campo della psicologia e delle neuroscienze che la condizione di sforzo mentale che accompagna il lavoro intenso e profondo è necessaria per migliorare le nostre capacità. Lavorare concentrati al massimo, in altre parole, era esattamente il tipo di impegno necessario per emergere in un ambito complesso dal punto di vista cognitivo come la psichiatria accademica all’inizio del Ventesimo secolo. L’espressione “lavoro intenso e profondo” è mia e Carl Jung non l’avrebbe scelta, ma la modalità di azione che aveva adottato in quel periodo era propria di una persona che aveva compreso e condivideva la filosofia che ne è alla base. Jung ha fatto costruire una torre in pietra nella foresta per poter lavorare al massimo della concentrazione, un impegno che ha richiesto tempo, energia e denaro. Inoltre, quell’impegno lo allontanava dalla possibilità di ottenere guadagni immediati. Come scrive Mason Currey, i regolari viaggi di Jung a Bollingen riducevano il tempo che lo psichiatra dedicava all’attività clinica: “Anche se erano molti i pazienti che facevano affidamento su di lui, Jung non esitava a prendersi del tempo per sé.”3 Il lavoro intenso e profondo, per quanto difficile da fissare come priorità, era fondamentale per l’obiettivo di cambiare il mondo che Jung si era proposto. Infatti, se osserviamo la vita di altre figure influenti della storia passata e recente, possiamo notare che la dedizione al lavoro intenso è un tema comune. Il saggista del Sedicesimo secolo, Michel de Montaigne, per esempio, è stato un precur-

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sore di Jung. De Montaigne lavorava in una biblioteca privata che aveva fatto costruire nella torre posta a sud a guardia delle mura del proprio castello in Francia. Mark Twain ha scritto gran parte delle Avventure di Tom Sawyer in un capanno nella proprietà di Quarry Farm nello Stato di New York, dove trascorreva l’estate. Lo studio di Twain era talmente isolato dall’abitazione principale che i familiari avevano l’abitudine di suonare un corno per informarlo che i pasti erano pronti. Spostandoci avanti nel tempo, prendiamo in esame lo sceneggiatore e regista Woody Allen. Nei quarantaquattro anni tra il 1969 e il 2013, Allen ha scritto e diretto quarantaquattro film che hanno ricevuto ventitré nomination all’Academy Award, mostrando un livello di produttività artistica incredibile. Per tutto questo periodo Allen non ha mai posseduto un computer e ha scelto di utilizzare, per evitare ogni distrazione elettronica, una macchina da scrivere meccanica German Olympia SM3. Si unisce ad Allen nel rifiuto dei computer Peter Higgs, un fisico teorico che svolge il proprio lavoro in uno stato d’isolamento tale che i giornalisti, che volevano intervistarlo dopo il conferimento del premio Nobel, non sono riusciti a trovarlo. J.K. Rowling, d’altro canto, utilizza un computer, ma era famosa per l’assenza dai social media durante la stesura dei romanzi della saga di Harry Potter, anche se proprio quel periodo è stato caratterizzato dall’ascesa di Internet, che si è affermato sugli altri media. Lo staff di Rowling, alla fine, ha aperto un account Twitter a nome della scrittrice nell’autunno del 2009, mentre lei lavorava al romanzo Il seg‑ gio vacante e, per il primo anno e mezzo, l’unico tweet è stato: “Sono proprio io, ma temo che non mi sentirete spesso, perché al momento la mia priorità sono carta e penna.” Il lavoro intenso e profondo, ovviamente, non è prerogativa dei personaggi storici o degli individui tecnofobici. È noto

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che il CEO di Microsoft, Bill Gates, organizzava due volte all’anno una “Think Week”, un ritiro settimanale durante il quale si isolava, spesso in un cottage sulle rive di un lago, senza fare altro se non leggere e pensare in grande. È stato durante una Think Week, nel 1995, che Gates ha scritto la famosa nota Internet Tidal Wave (Lo tsunami Internet) che ha portato l’attenzione della Microsoft su una nuova azienda, la Netscape Communications. E con un risvolto ironico, Neal Stephenson – l’acclamato autore cyberpunk che ha contribuito, con i propri romanzi, alla nascita dell’idea, presente nell’immaginario collettivo, di un’età di Internet – è quasi impossibile da contattare via web; sul suo sito non è presente alcun indirizzo email, ma in compenso c’è un articolo in cui lo scrittore spiega perché, per scelta, non abbia dimestichezza con l’utilizzo dei social media. Ecco come una volta ha spiegato la propria assenza: “Se mi organizzo in modo da avere un’ampia disponibilità di tempo, consecutiva e ininterrotta, riesco a scrivere romanzi. [Se, invece, subisco frequenti interruzioni], che cosa succede? Invece di un romanzo… avrò un mucchio di messaggi email che ho inviato a singole persone.” •••• È importante sottolineare come la scelta di lavorare al massimo della concentrazione sia molto diffusa tra alcune personalità influenti, perché emerge in netto contrasto con il comportamento della maggior parte dei lavoratori della conoscenza contemporanei, un gruppo di persone che sta dimenticando rapidamente il valore dell’attenzione profonda. La ragione per cui i lavoratori della conoscenza stanno perdendo familiarità con la capacità di lavorare concentrati è ben nota: le tecnologie di rete. È una categoria ampia che raggruppa i servizi di comunicazione, come email ed SMS, i

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social media, come Twitter e Facebook, e l’abbagliante groviglio di siti d’infotainment come BuzzFeed e Reddit. Nel complesso, la nascita di questi tools, insieme alla possibilità di accesso costante tramite gli smartphone e i computer dell’ufficio, ha frammentato l’attenzione della gran parte dei lavoratori della conoscenza. Uno studio condotto dalla società di consulenza manageriale McKinsey4 ha rilevato che un lavoratore della conoscenza trascorre in media più del 60 per cento dell’orario di lavoro impegnato in comunicazioni via dispositivi elettronici e in ricerche online, di cui il 30 per cento solo per leggere e rispondere alle email. Questo stato di attenzione frammentaria non lascia spazio al lavoro intenso che richiede lunghi periodi di riflessione senza interruzioni. Contemporaneamente, i moderni lavoratori della conoscenza non hanno tempo da perdere. Infatti riferiscono di essere più impegnati che mai. Come si spiega questa incongruenza? In gran parte, grazie a un altro tipo di sforzo, che fornisce una controparte all’idea di lavoro intenso: Attività superficiali: Compiti simil-logistici non impegnativi da un punto di vista cognitivo, spesso svolti quando si è distratti. Questo tipo di impegno solitamente non crea un grande valore aggiunto nel mondo ed è facilmente replicabile.

In altre parole, in un’epoca in cui le tecnologie di rete sono molto diffuse, i lavoratori della conoscenza sempre più spesso sostituiscono il lavoro intenso con l’alternativa superficiale. Inviano e ricevono messaggi email di continuo, come router umani, con frequenti pause per veloci “dosi” di distrazione. Impegni di portata più ampia che necessiterebbero di una riflessione profonda, come per esempio l’elaborazione di una nuova strategia di business o la stesura di un’importante domanda di sovvenzione, vengono suddivisi in brevi

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frammenti distratti, che portano come risultato un lavoro di qualità mediocre. A peggiorare il quadro della situazione, ci sono sempre più prove che il passaggio a un approccio superficiale non sia una scelta da cui si possa facilmente recedere. Se trascorriamo parecchio tempo svolgendo attività in maniera superficiale e frenetica, ridurremo permanentemente la nostra capacità di lavorare concentrati. “Sembra che la Rete eroda la mia capacità di concentrarmi e riflettere” ha ammesso il giornalista Nicholas Carr, in un articolo, molto citato, apparso sulla rivista The Atlantic, nel 2008. “[E] non succede solo a me.”5 Carr ha approfondito l’argomento in un libro, Internet ci rende stupidi?, che è arrivato tra i finalisti al premio Pulitzer. Per la stesura di quel volume Carr si è ritirato in una capanna e si è forzatamente disconnesso. L’idea che i servizi di rete stiano rendendo il nostro lavoro superficiale non è nuova. Internet ci rende stupidi? è stato solo il primo di una serie di libri recenti che hanno preso in esame gli effetti di Internet sulle capacità cognitive e sulle abitudini lavorative. Gli altri testi – tra cui Hamlet’s Black‑ Berry (Il Blackberry di Amleto) di William Powers, La tiran‑ nia dell’email di John Freeman, The Distraction Addiction (La dipendenza dalle distrazioni) di Alex Soojung-Kim Pang – mettono tutti in evidenza come gli strumenti di connessione da un lato ci distraggano da un lavoro che richiede attenzione ininterrotta e dall’altro deteriorino la nostra capacità di rimanere concentrati. Data l’esistenza di un corpo di scritti notevole sull’argomento, nel presente libro non dedicherò altro spazio a discutere di questo aspetto. Possiamo, spero, partire dall’evidenza che gli strumenti di rete hanno un effetto negativo sulla capacità di lavorare al massimo della concentrazione. Eviterò

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anche importanti ragionamenti sulle conseguenze sociali a lungo termine di questo cambiamento, dal momento che argomentazioni simili solitamente aprono fratture incolmabili. Da un lato del campo ci sono tecno-scettici come Jaron Lanier e John Freeman, che guardano con diffidenza molti servizi di questo tipo. Temono infatti che, quanto meno allo stato attuale, possano arrecare danno alla società. Dall’altro lato, tecno-ottimisti come Clive Thompson sostengono che i servizi di rete stanno certamente cambiando la società, ma in meglio. Per esempio, è possibile che Google intorpidisca la nostra capacità mnemonica, ma di fatto noi non abbiamo più bisogno di una buona memoria, perché adesso possiamo utilizzare, in ogni momento, il motore di ricerca per tutto ciò che desideriamo sapere. Non prendo posizione nel dibattito filosofico. Il mio interesse, rispetto a questo argomento, vira invece verso una tesi di ambito più pragmatico e individuale. Lo spostamento della nostra cultura del lavoro verso un atteggiamento superficiale – a prescindere dal fatto che pensiamo sia negativo o positivo – offre una grande opportunità economica e personale a quei pochi che comprendono la potenzialità insita nell’opporsi a questa tendenza, per dare priorità a un lavoro che vada in profondità. Una simile opportunità, non molto tempo fa, è stata colta a proprio vantaggio da Jason Benn, un giovane consulente finanziario annoiato della Virginia. •••• Ci sono molti modi per scoprire che non siamo preziosi per la nostra economia. Per Jason Benn la lezione è arrivata con chiarezza quando si è accorto, poco dopo aver accettato un lavoro come consulente finanziario, che gran parte del proprio lavoro poteva essere automatizzata con uno script di Excel.

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La compagnia che aveva assunto Benn produceva report per banche impegnate in accordi complessi. (“Era interessante proprio come sembra” ha scherzato Benn in una delle nostre interviste.) Il processo necessario per creare i report richiedeva ore di elaborazione di dati in una serie di fogli Excel. All’inizio Benn impiegava anche sei ore per report (i veterani più efficienti della compagnia riuscivano a svolgere il compito nella metà del tempo) e non era molto contento della situazione. “Mi era stato insegnato un metodo macchinoso, che richiedeva un grande dispendio di energia” ricorda Benn, che conosceva però la funzionalità “macro” di Excel, che permette agli utenti di automatizzare le operazioni più comuni. Benn allora si è informato e in poco tempo ha realizzato un nuovo foglio di lavoro Excel, predisponendo una serie di macro in grado di sostituire il lungo processo di elaborazione dati con un semplice clic. Per realizzare un report che prima richiedeva un’intera giornata di lavoro, adesso impiegava meno di un’ora. Benn è un tipo in gamba. Si è laureato in Economia in un’università d’élite – la University of Virginia – e, come altri nella sua situazione, aveva molte ambizioni. Non gli ci è voluto troppo tempo per capire che le sue aspirazioni sarebbero state vane fin tanto che le sue capacità professionali potevano essere riassunte in una macro di Excel. Ha deciso quindi che doveva accrescere il proprio valore per il mondo. Dopo un lungo periodo di ricerche, è giunto a una conclusione, che ha condiviso con la sua famiglia: avrebbe lasciato la propria occupazione come foglio di lavoro umano per diventare programmatore informatico. Come spesso però accade quando si formula un piano grandioso, c’era un piccolo intoppo: Jason Benn non aveva idea di come si scrive un codice. Da informatico posso confermare un punto evidente: la

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programmazione informatica non è semplice. La maggior parte dei nuovi sviluppatori dedica quattro anni di studi universitari a imparare i fondamenti prima di cominciare a lavorare. In seguito, la competizione per i posti migliori è feroce. Jason Benn non aveva tutto quel tempo. Dopo la rivelazione con Excel, aveva lasciato la società finanziaria per lavorare da casa. I genitori erano contenti che avesse un obiettivo, ma non erano altrettanto felici all’idea che dovesse rimanere da loro a lungo. Benn aveva bisogno di acquisire una competenza tecnica e doveva farlo molto in fretta. È proprio in questa circostanza che Benn si è scontrato con lo stesso problema che impedisce a molti lavoratori della conoscenza di lanciarsi in carriere più sfolgoranti. Acquisire conoscenze complesse, come nel caso della programmazione informatica, richiede una concentrazione intensa e ininterrotta su concetti cognitivamente impegnativi, proprio il tipo di concentrazione che aveva spinto Carl Jung a ritirarsi nei boschi nei pressi del lago di Zurigo. In altre parole, è un compito che richiede un lavoro intenso. La gran parte dei lavoratori della conoscenza, però, come ho detto in precedenza, ha perso la capacità di lavorare al massimo della concentrazione. E Benn non faceva eccezione. “Continuavo a navigare su Internet per controllare le email; non riuscivo a smettere, era una compulsione” ha detto Benn, parlando di sé a proposito del periodo precedente alla scelta di lasciare il lavoro in ambito finanziario. Per sottolineare la difficoltà a immergersi nel lavoro, Benn mi ha raccontato di una volta in cui un supervisore della società finanziaria gli aveva affidato un progetto. “Volevano che scrivessi un business plan” ha spiegato. Benn non sapeva come scrivere un business plan, così ha deciso di individuare cinque diversi business plan già scritti e confrontarli tra loro per comprendere che cosa gli era

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