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Chi vuol esser lieto sia

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Moreno Giannattasio

Chi Vuol Esser Lieto Sia


Moreno Giannattasio Chi vuol esser lieto, sia Responsabile editoriale: Beatrice Loreti Art director: Marco Mercatali Responsabile di produzione: Francesco Capitano Redazione: Carla Quattrini Impaginazione: Camilla Ninivaggi Illustrazioni: Alida Massari Copertina: Adami Design Foto: Shutterstock, archivio La Spiga Edizioni © 2020 Eli – La Spiga Edizioni Via Brecce 100 – Loreto info@elilaspigaedizioni.it www.elilaspigaedizioni.it Stampato in Italia presso Tecnostampa – Pigini Group Printing Division – Loreto – Trevi 20.83.013.0 ISBN 978-88-468-4038-7 Le fotocopie non autorizzate sono illegali. Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione totale o parziale così come la sua trasmissione sotto qualsiasi forma o con qualunque mezzo senza previa autorizzazione scritta da parte dell’editore.


Indice Nota introduttiva................................................................... 4 Capitolo 1 ................................................................................ 6 Capitolo 2 ................................................................................ 16 Capitolo 3 ................................................................................ 24 Capitolo 4 ................................................................................ 37 Capitolo 5 ................................................................................ 50 Capitolo 6 ................................................................................ 57 Capitolo 7 ................................................................................ 74 Capitolo 8 ................................................................................ 86 Capitolo 9 ................................................................................ 100 Capitolo 10 ............................................................................. 113 Dossier Incontro immaginario con Lorenzo de' Medici ........ 131 Focus La stirpe medicea .............................................................. 134 La figura del mecenate ..................................................... 135 Firenze ................................................................................ 136 AttivitĂ ..................................................................................... 138

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Nota introduttiva Firenze nel Rinascimento era una città unica al mondo. Artisti, uomini politici e persone comuni vivevano a stretto contatto. Le donne potevano studiare il latino e il greco, al contrario di tutti gli altri posti d’Europa, dove era loro vietato. A Firenze ci si dava del “tu”, perché prima di tutto si era fiorentini e questo era sufficiente per far sentire le persone uguali tra loro. Ma dietro questa apparente libertà si muovevano i meccanismi del potere. Le lotte tra le famiglie più ricche spesso si trasformavano in alleanze opposte tra loro con le altre città, tutte azioni per migliorare i propri affari e impedire quelli degli avversari. Ecco come le minacce, le congiure e i delitti si impadronivano della vita di ogni giorno. I personaggi di questa storia sono tutti realmente esistiti, così come sono accaduti anche i fatti narrati. Ma Bartolo, il protagonista dodicenne, è frutto della fantasia dell’autore, anche se potrebbe essere vissuto davvero. Niente ci impedisce di pensarlo. Forse questo ragazzo potrà sembrare troppo grande per la sua età, ma quelli erano anni dove si passava direttamente dall’infanzia all’età adulta, senza passaggi intermedi. L’adolescenza non esisteva e ci si doveva scontrare con la vita molto presto. Attraverso gli occhi di Bartolo, che hanno ancora molto da scoprire, diventa possibile osservare Lorenzo il Magnifico alle prese col governo della città, nell’eterna disputa per il comando contro la famiglia Pazzi, storica nemica della stirpe dei Medici. Le parole perfette per descrivere questa storia sono quelle di Dante Alighieri,

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che ci spiega come questa sia un’epoca dove era possibile “vedere il potere all’opera con l’avventura dei segreti, dell’arte e della poesia”. E anche le parole immortali della letteratura avranno bisogno della mente creativa di un giovane dodicenne, che col suo prezioso ingegno darà il suo contributo alla storia dei grandi nomi e delle ancor più grandi parole.


Capitolo 1 – Levati dalla mia strada, maledetto ragazzino! – gridò dall’alto del suo destriero1 un nobile signore, tirando a sé le briglie. Evidentemente era proprio contrariato dal dover deviare la sua corsa mattutina lungo via delle Oche. Ma era meglio non ammazzare un qualunque giovanotto, per così poco. Bartolo schivò lo scontro con un balzo di lato, finendo con un piede dentro una buca piena zeppa di acqua e fango. La pioggia, che aveva lavato le strade di Firenze durante le ore della notte, poteva nascondere trappole perfette. – Che la peste ti colga! – mormorò, massaggiandosi la caviglia sporca. Il 1477 non era proprio l’epoca ideale per spezzarsi una gamba, anche se in città c’erano valenti medici, i migliori sulla piazza senza ombra di dubbio. Il ragazzino non aveva avuto difficoltà a riconoscere nello scontroso cavaliere la figura di Francesco Pazzi, uno dei più influenti uomini della Repubblica, giovane membro del Consiglio dei Cento. Il marchio dei paramenti2 sul suo cavallo, croci dorate su campo azzurro e due delfini di spalle tra loro, era il simbolo che svettava sugli stendardi3 di uno dei palazzi più belli della città, quello della potente famiglia Pazzi, appunto. Da quando il papa era diventato un loro alleato, i componenti di quella stirpe erano incontenibili e facevano i prepotenti ad ogni occasione. Come quella mattina di settembre, con un cielo che non aveva ancora finito di Cavallo da battaglia. Veste portata da dame e cavalieri, qui indica la stoffa che copre la parte posteriore dei cavalli, appena dopo la sella. 3 Striscia di stoffa rettangolare, appesa solitamente a un’asta, bandiera. 1 2

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sfogare la sua furia sulla terra. I Pazzi erano la famiglia fiorentina acerrima4 nemica di quella dei Medici, il cognome del suo signore Lorenzo, quello a cui lui, semplice dodicenne, doveva tutto. Bartolo liberò il piede infangato, poi si premurò di verificare se alcuni schizzi non avessero compromesso il messaggio che teneva arrotolato nel taschino della giubba5. Sospirò di sollievo, scoprendo che il laccio rosso di seta, avvolto intorno alla pergamena, non aveva subito danni nell’incidente. Il suo signore non avrebbe perdonato una tale leggerezza; non poteva certo fare una brutta figura davanti a madonna Lucrezia6. Allora si incamminò rapido, per recuperare il tempo perduto. Infilò i passi in un vicolo, che si apriva furtivo appena dietro delle botti, messe lì fuori a prendere aria. Camminò fino a ritrovarsi di fronte al portone in legno di casa Donati. Si capiva con uno sguardo che la casa era roba da ricchi. Le finiture erano rinforzate in bronzo e il legno in ottimo stato, senza ombra di muffe o umidità. Pareva chiuso a doppia mandata, come se in casa non ci fosse anima viva. L’unica cosa da fare era provare a bussare. Bartolo afferrò il battaglio7 di ferro e picchiò sulla porta. Nessuna risposta. Riprovò con più energia finché, dal balcone dirimpetto sul vicolo, si affacciò una vecchina, intenta a rovesciare in strada un orinale8 colmo delle sue deiezioni9 notturne. – Donna Lucrezia non c’è. È uscita. Accanita. Giacchetta. 6 Lucrezia Donati, nobile donna fiorentina. 7 Martello fissato alle porte per poter bussare più sonoramente. 8 Vaso da notte. 9 Escrementi vari. 4 5

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– Sai, per grazia, dove si è diretta? – chiese Bartolo spostandosi, per evitare il piscio che precipitava dall’alto. – Mi faccio gli affari miei, io – sottolineò la donna; poi continuò, come a mimare una confidenza, piegandosi un poco in avanti. – Però stava in compagnia di un giovanotto malvestito, con la barba incolta e i capelli che non vedono un pettine d’osso10 da mesi. “Leonardo, chi altri sennò!” pensò il giovane messaggero, riconoscendo in quelle poche pennellate il ritratto sommario dell’artista. – Grazie, madama – gridò, mettendosi a correre verso Ponte Vecchio. Leonardo, il miglior allievo della bottega d’arte del Verrocchio, aveva un suo laboratorio Oltrarno11 , nel seminterrato di un vecchio edificio mezzo disabitato, lontano da occhi indiscreti e dove poteva approfondire i suoi studi in totale libertà. Bartolo indugiò a metà di Ponte Vecchio. Il passaggio sul fiume era in parte occupato da almeno cinque botteghe di profumieri, che da poco tempo avevano strappato i locali commerciali ad un manipolo di macellai. Ormai era considerato poco elegante rovesciare le viscere e gli scarti delle bestie tagliate direttamente nell’acqua di sotto. Firenze era diventata una città troppo bella per lasciare in vista certi meccanismi del commercio. Al centro del ponte c’era ancora un tratto sgombro da edifici, da dove si poteva gettare lo sguardo lontano. Da quel punto il ragazzo poteva sporgesi verso est, immaginandosi I pettini e ogni altro oggetto per capelli erano spesso fatti in osso o corno d’animale; la plastica era ovviamente sconosciuta e i metalli erano riservati ai più ricchi. 11 Nel quartiere a sud di Firenze, sempre dentro le mura cittadine. 10

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il corso dell’acqua dell’Arno che scivolava verso Empoli, poi deviava verso Pisa e infine si tuffava nel mare. “Già, il mare… E chi l’ha mai visto?” pensava Bartolo, inventandosi tutto il percorso dal punto di vista di un nibbio12 in volo. “Prima o poi mi capiterà di vederlo, chissà”. Le grida di alcune lavandaie, che di sotto si contendevano la loro biancheria in riva al fiume, solo per attirare lo sguardo di alcuni pescatori a lenza, lo riportò al presente e ai suoi impegni. Così, senza fretta stavolta, si incamminò verso la sua meta. Leonardo non era solo. Al centro dello stanzone, sotto il taglio di luce rovesciata da una finestra in alto, l’artista ritraeva una figura femminile, in posa di fronte al cavalletto con la tela. Bartolo non riusciva a riconoscerla, la visuale gli era impedita da uno strano manufatto in legno e metallo, ingranaggi indecifrabili per la sua mente ignorante di meccanica. – Oh, caro Bartolo – lo invitò Leonardo, che l’aveva sentito entrare e soprattutto aveva scorto la sua immagine nel riflesso di una strana combinazione di specchi, che l’inventore aveva disseminato ad arte13 lungo il percorso. In questo modo poteva vedere per primo chiunque entrasse nel laboratorio, anche da dietro gli angoli. – Maestro, sono alla ricerca di madonna Lucrezia. – Sei nel posto giusto, allora – continuò Leonardo, mentre in un unico gesto copriva il ritratto con un telaccio di lino grezzo e invitava il piccolo messaggero a superare il disordine e a raggiungerlo. Bartolo sbirciò Lucrezia, che si ricopriva le spalle nude con una mantellina di velluto verde e si girava verso di lui Uccello rapace diurno che vola compiendo lunghi e lenti giri in aria. Aveva calcolato bene le posizioni, affinché il primo riflesso arrivasse fino all’ultimo specchio.

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ad accoglierlo con il suo sorriso meraviglioso. Il ragazzino rimase intontito dalla bellezza della donna. Ammirava quel volto, delicato in apparenza, ma allo stesso tempo pieno di energia. Il collo lungo era una salita vertiginosa fino alla bocca, dove le labbra disegnavano un cuore perfetto. Il naso impertinente costringeva a sollevare lo sguardo fino alla fronte spaziosa, un progetto rivelatore di una profonda intelligenza. E i suoi occhi poi, non si riusciva a possederli completamente. Una parte era sempre rivolta altrove, in un altro mondo, di cui lei gelosamente ne custodiva i segreti. Bartolo riusciva perfettamente a capire Lorenzo de’ Medici e la sua passione per quella madama, nonostante il signore di Firenze fosse sposato con la nobile romana Clarice Orsini e avesse già quattro figli, oltre a quello ancora in arrivo. – Oh, il giovane de Giovanni – esclamò con voce argentina14 Lucrezia, alzandosi in piedi per avvolgerlo in un tenero abbraccio, che mandò completamente in deliquio15 il ragazzino, inebriato dal suo profumo. “Chissà come fa a mantenere addosso questa fragranza di rose e gelsomino” si chiese Bartolo, impegnato ad estrarre la pergamena e metterla nelle mani della donna. Si allontanò di un passo, fino a lasciarle lo spazio sufficiente a srotolarla in privato, senza che né lui né Leonardo potessero appoggiarvi il minimo sguardo. – Un messaggio di Lorenzo – sorrise Lucrezia, gettando sul foglio gli occhi, avidi di scoprire le parole del suo amante. – Era già da troppo tempo che non mi scriveva – disse a mo’ di rimprovero, senza sollevare il viso dallo scritto. Bartolo finalmente trasse un bel respiro e si rilassò, dato 14 15

Dal timbro limpido e squillante. Da perdere i sensi.

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che il suo compito era giunto a buon fine. Cominciò a perlustrare la stanza con lo sguardo. Osservava, senza capire, tutte le stramberie che Leonardo andava costruendo. Appesi ad una parete c’erano dei ritratti a sanguigna16 di parti staccate di animali, di uomini e donne nudi, oppure senza la pelle, come se qualcuno li avesse scorticati per vedere cosa c’era sotto. Quei disegni lo mettevano a disagio, gli facevano paura. – Non ti preoccupare, caro ragazzo – disse Leonardo, che aveva letto nello sguardo del giovane. – Per poter ritrarre bene una persona, bisogna conoscerne i dettagli, i meccanismi di movimento e di funzionamento. Questo è il segreto; non c’è nulla di diabolico, solo puro amore per Madre Natura. – Ma come fai a conoscere cosa c’è sotto la pelle o, ancora di più, all’interno di un corpo? Uccidi forse dei cristiani e poi li squarti? Leonardo esplose in una fragorosa risata. – Ma no, suvvia Bartolo, mio buon amico. Vado per cimiteri o negli ospedaletti, dove posso studiare i corpi senza fare del male a nessuno. Ma è una faccenda riservata, non vorrei che qualcuno, magari con la mente poco aperta, mi gettasse fra le grinfie di qualche inquisitore17 ignorante. Dico bene? – Giusto – mormorò poco convinto Bartolo. – Manterrò il riserbo18, anche perché non mi sono mai piaciuti i giudici della fede. Mi fanno più paura loro che il demonio in persona! – Allora, mentre lasciamo Lucrezia libera di scrivere la sua risposta, che porterai al mio amico Lorenzo, ti mostrerò Ocra di colore rossastro con cui si fanno i pastelli per disegnare. Membro di una speciale magistratura della chiesa, che faceva indagini su sospette tracce del demonio e le cancellava con metodi a volte duri e violenti. 18 Tenere nascosta una notizia. 16 17

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i segreti di questo enorme ingranaggio. In effetti quello strano macchinario aveva sollecitato la curiosità di Bartolo; solo la bellezza di Lucrezia era riuscita a farglielo passare di mente. Così i due iniziarono a manovrare leve e tiranti, mentre Lucrezia intingeva in un’ampolla un pennino e vergava di suo pugno la risposta al messaggio del suo amato Lorenzo. Il macchinario di Leonardo si rivelò essere un sistema ingegnoso per sollevare pesi consistenti a diverse altezze. Mentre spiegava al ragazzo i segreti della meccanica, raccontava di essersi ispirato al lavoro in cantiere di Filippo Brunelleschi19, nome che a Firenze era conosciuto non solo dalle persone, ma persino dagli animali. Anche Bartolo sapeva che il famoso architetto aveva realizzato la gigantesca cupola che copriva l’ottagono del Duomo, il simbolo di Firenze nel mondo. Mentre i due si perdevano in domande e risposte da veri fanatici dell’argomento, Lucrezia finiva di scrivere la sua risposta. La pergamena recapitata da Bartolo brillava sotto la luce della finestra e mostrava al cielo i versi poetici, che il Magnifico aveva dedicato all’amore della sua vita, quello che era germogliato quando ancora era un semplice ragazzo e non immaginava minimamente di diventare l’uomo più potente del Rinascimento. Lasso, io non vivo e morir non potrei lontano, omè, da quei bei lumi santi! Non vivo, ché la mia vita è con lei; Inventore, scultore e architetto. Tra le varie opere famose, progettò la cupola del Duomo, un’opera di ingegneria e architettura che ancora oggi colpisce gli studiosi di tutto il mondo.

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qui resta il corpo sol, sospiri e pianti; una cieca Speranza i dolor’ miei nutrisce, e non permette il fil si schianti. Amore, a cui per sempre mi son dato, mi tien mirabilmente in questo stato20. Lucrezia si asciugò le lacrime di commozione, che erano tracimate21 dai suoi occhi per la bellezza di quella strofa, dedicata proprio a lei. Quindi legò ancora lo stesso nastro rosso intorno alla risposta e richiamò Bartolo. Il ragazzo doveva correre e farla giungere a destinazione. – Mi raccomando Bartolo, portala a Lorenzo, senza farti scorgere da anima viva – si raccomandò. Temeva che la scoperta del loro amore clandestino22 avrebbe potuto rivelare ai nemici un lato debole del signore di Firenze, colui che stava trasformando quella comunità nel centro del potere, dell’arte e della bellezza dell’intero mondo conosciuto. Quando si lavora per il bene ci si fa molti nemici; lei lo sapeva benissimo. – Come sempre, madonna Lucrezia – rispose il ragazzo, afferrando l’involto e piegandosi in un inchino. Era ancora così giovane, ma sveglio e scaltro come uno di dieci anni più grande. Questa attitudine gli consentiva un credito di fiducia ancora maggiore di quanto già non gli regalasse l’uso del nome di Lorenzo de’ Medici. E non erano molti tra i suoi coetanei, quelli che potevano girare per le strade di Firenze, presentandosi come dei pro Me misero, io non vivo e non potrei nemmeno morire lontano da quegli occhi belli e santi. Non vivo perché la mia vita è con lei. Qui resta solamente il mio corpo, i sospiri e i pianti. La speranza alimenta il mio dolore e mi tiene attaccato alla vita. L’amore, a cui mi sono sempre donato, mi tiene straordinariamente in questo stato. 21 Avevano superato il limite. Solitamente si usa per acqua che supera i bordi o gli argini che la contengono. 22 Segreto e nascosto. 20

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tetti del signore della città. Un privilegio che gli era da poco capitato di poter possedere e di cui Bartolo andava fiero, come se l'avessero promosso capitano su un vero campo di battaglia. – Vieni Bartolo – propose Leonardo, infilandosi sotto una mantellina di velluto scuro. – Ti accompagno a palazzo Medici. Oggi ho la necessità di conferire23 con il tuo signore.

Avere un colloquio.

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