anno 3/1-3/2020 ISSN 2612-2561
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innovatio educativa
rivista trimestrale di temi e problemi educativi
Poste Italiane S.p.a. - Spedizione in abbonamento postale - 70% - CN/AN/AUT.0020 Innovatioeducativa n.1-3/2020, marzo 2020
referenti regionali Gli esperti regionali, rappresentano per Innovatioeducativa “le antenne” dei territori di afferenza che segnalano le buone pratiche educative attraverso il loro contributo e quello dei vari collaboratori.
REGIONE Referente Indirizzo e.mail Abruzzo e Molise
Maria Pia Falcone
falcone.mariapia@gmail.com
Basilicata
Giuseppe Pepe
g.pepe7@virgilio.it
Calabria
Diego Bouchè
diego.bouche53@gmail.com
Campania
Ugo Bouchè
ugo.bouche@gmail.com
Emilia e Romagna
Giampiera Bertoglio
giampiera.bertoglio@gmail.com
Friuli V.Giulia
Sandra Romanin
iromanin@alice.it; sandromani@libero.it
Lazio
Linda Giannini e Carlo Nati
calip@panservice.it
Liguria
Maurizio Parodi
parzio56@libero.it
Lombardia
Francesco Provinciali
duende52@alice.it
Piemonte
Giovanni e Giusy Marcianò
margi@bmm.it
Puglie
Rosy Paparella
rosangelapaparella@gmail.com
Sardegna
Maria Filomena Cinus
mfcinus@hotmail.com
Sicilia
Sebastiano Pulvirenti
sepulvi@gmail.com
Toscana
Anna Maria Carbone
amcarbone60@gmail.com
Trentino A.A.
Mario Giacomo Dutto
mgdutto@ipprase.tn.it
Umbria
Maria Pia Serlupini
mpserlupini@gmail.com
Veneto
Laura Dona
laura.dona2@gmail.com
editoriale
1 di Italo Tanoni
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www.italotanoni.it i.tanoni@innovatioeducativa.it
UN CALEIDOSCOPIO DI CRITICITA’ Chi nella prima infanzia non ha mai giocato con un caleidoscopio1, ricco di immagini multicolori che variano continuamente e in forme simmetriche, in età adulta troverà difficile capire il turbillon di fatti e avvenimenti che hanno caratterizzato questo primo periodo del 2020. Gli scaramantici attribuiscono alla ricorrenza bisestile tutte le colpe: dalla diffusione del coronavirus (Covid-19), inizialmente localizzato nella regione del Wuhan cinese poi dilagato in Italia, all’uscita del Regno Unito dalla UE (Brexit), dal riscaldamento globale (Davos) agli efferati casi di femminicidio di questo inizio d’anno. Tra i tanti dati che in gennaio hanno generato una certa sorpresa, una ricerca Eurispes riporta che per il 15% degli Italiani la Shoah “non è mai esistita” e per un altro 16,1% “c’è stata ma non è stato un fatto così rilevante”. Un dato che, se confrontato con il 2,7% di “negazionisti” del 2004, ben rappresenta il clima culturale che sta attraversando il nostro Paese. Un aspetto preoccupante che oggi potrebbe sintetizzare l’eclissi della nostra temperie culturale, è rappresentato dal calo demografico che ci assegna “zero nascite” e ci colloca a fanalino di coda dell’ Europa. Un Paese che non fa figli e fa emigrare la migliore forza lavoro giovanile, è senza speranza!!! Tuttavia partendo dal nostro vissuto quotidiano, se vogliamo dare una svolta a questo imminente declino di civiltà, dovremo partire con rinnovata fiducia nel futuro proprio da queste criticità per risalire la china, coinvolgendo tutti coloro che operano in maniera diretta o indiretta in campo educativo. Sanità, scuola, famiglie, associazioni, istituzioni e non da ultimo lo stesso mondo politico: tutti nella nostra realtà italiana dovrebbero mobilitarsi per costruire un maggiore radicamento della nostra identità culturale supportato da un forte pensiero critico. Noi di Innovatioeducativa, grazie al contributo della Regione Marche, faremo la nostra parte e intendiamo affrontare questa sfida ampliando il nostro perimetro di intervento a favore del cambiamento “educativo”, coinvolgendo, con l’invio della rivista, tutte le scuole e le biblioteche pubbliche della nostra regione. Inoltre, dopo due anni di rodaggio di Innovatio, abbiamo modificato, per ora in via sperimentale, sia la struttura del sommario sia il format operativo iniziale che legava il periodico trimestrale ai contributi “occasionali” dei vari esperti nei settori di maggiore esposizione sociale e culturale. Pertanto da questo primo numero, alcune collaborazioni di rilievo, verranno portate avanti con continuità per tutto il 2020. Infine un po’ di maquillage è stato fatto anche alle nostre antenne del territorio rappresentate dai referenti regionali, apportando alcune sostituzioni che sicuramente imprimeranno nuova e diversa vitalità alla rivista. 1
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colorati per creare una molteplicità di strutture simmetriche. (Wikipedia)
*Direttore responsabile di Innovatioeducativa.
PRIMO PIANO
Ripensare all’educazione. Quale sguardo per il nostro domani? / Bianca Maria Ventura Perchè investire nel sistema zero-sei / Mario Maviglia
I LUOGHI DELL’EDUCARE
Conflitti familiari e crisi dei ruoli genitoriali / Francesco Provinciali
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Frasassi: Le “Grotte consapevoli” / Luigino Quarchioni
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Patrimonio, appartenenza, partecipazione / Pierina Giovanna Bertoglio
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Tre strategie per leggere i libri / Mariano Maponi
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Il cibo a scuola “a misura” del bambino / Fausto Antonioni
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APNEE EDUCATIVE
Senza parole / Maurizio Parodi
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Volontariato, solidarietà, terzo settore: il lungo cammino della generosità umana / Italo Bassotto
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Le droghe leggere tra uso, abuso e dipendenza / Maria Rita Bartolomei
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Davanti alla soglia. Quale pedagogia per l’età del tramonto? / Maria Catia Sampaolesi
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Dopo di noi / Anna Maria Tarulli
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Il caleidoscopio {gr. καλός (kalós) “bello”, εἶδος (eîdos) “figura, forma”, σκοπέω (scopéo)
“osservo”} è uno strumento ottico che si serve di specchi e frammenti di vetro o plastica
Editoriale di Italo Tanoni
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Mini dossier sulla valutazione Strumenti digitali per l’inclusione e l’integrazione dei migranti / Paola Nicolini, Liviya Kazantseva
MEDIA EDUCATION ORIZZONTI DIGITALI
Quanto è “ intelligenza” quella artificiale? / Marcello Giacomantonio UDL Universal Design for Learning / Giuseppe Alessandri
L’INTERVISTA
a Marco Cavallarin, Educare all’Europa Unita / di Marco Zecchinelli 1
RICERCHE SPERIMENTAZIONI ESPERIENZE
61 Polytechne: l’arte contemporanea come formazione permanente / Valerio Dehò 65 Piano di miglioramento: dal monitoraggio alla progettazione / Serena Greco, Sara Mori, Paola Nencioni, Francesca Rossi
73 Festival del dialogo filosofico. Un’esperienza di P4L / Fabio Mulas 76 Il percorso 0-6 nel sistema istruzione / Maria Pia Serlupini 80 RECENSIONI Giuseppe Pulinas Gunta Stölzl
70 AVATAR: per una scuola del benessere e del dialogo / Alessandro Pingitore, Francesca Mastorci, Anna Maria Carbone La grafica della rivista si è ispirata alle idee della scuola innovativa di design, arte, architettura e comunicazione del Bauhaus (Staatliches Bauhaus) che a partire dalla Germania, dalla prima metà del ‘900, ha aperto le porte alle sperimentazioni culturali e pedagogiche nella comunicazione, nelle arti visive, nel teatro e nella fotografia. “Si è iniziato a comprendere che non basta riempire una pagina di immagini e testi, ma che anche la costruzione del suo layout gioca un ruolo centrale nell’impartire il messaggio finale”. Herbert Bayer sosteneva che fossero necessarie: “linearità nella costruzione di ogni lettera per ottenere un carattere perfetto; semplicità del disegno per raggiungere una facile comprensione e impressione nella stampa, una linea basata sulle forme primarie: cerchio e quadrato” (Gribaudo/Konemann 2006). Nei corsi laboratoriali della scuola tedesca, particolare rilievo veniva ad assumere quello di grafica pubblicitaria e di tipografia soprattutto nella progettazione di nuovi caratteri senza “le grazie” di cui oggi viene fatto un ampio utilizzo. Così pure il modello della organizzazione per gabbie grafiche (Gride System): strutture invisibili che compongono gli elementi essenziali della impaginazione, gli aspetti psicologici, linguistici, economici, visivi e definiscono il testo, le immagini, il confine dei contenuti e i limiti della pagina stessa. Per questo motivo sia la grafica interna alla rivista che le immagini di copertina faranno riferimento, in continuità nel tempo, ai grandi creativi della Bauhaus: Piet Mondrian, Paul Klee, Vasilij Kandinskij, Josef Albers, Johannes Itten, per citare alcuni nomi di grande impatto che daranno l’immagine della grande scuola di pensiero in tutta Europa e nel mondo. Walter Gropius, esprime meglio di altri i motivi etici e pedagogici della svolta innovativa impressa dalla Bauhaus: “se dovessimo rifiutare il mondo che ci circonda, la sola soluzione resterebbe un’isola romantica. Se invece vogliamo rimanere in questo mondo allora le forme delle nostre creazioni assumeranno ancora di più il suo ritmo” (2006). Come dire, cosa me ne faccio di una bella forma se non si adatta al suo contenuto? L’immagine di copertina è di Gunta Stölzl - Red-Green tapestry, 1927/28 (particolare) - MuirMoNeil, Email, Radom, Archive Gunta Stölzl (1897-1983) artista designer tedesca, ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo del laboratorio di tessitura della scuola Bauhaus. Ha creato un immenso cambiamento nel campo tessile unendo le pratiche artistiche insegnate al Bauhaus con le tecniche tessili tradizionali ed è diventata la prima donna Master nella scuola di tessitoria tedesca, favorendo la trasformazione della produzione tessile da artigianale a industriale. Bruno Mangiaterra, Piero Piangerelli
RICORDIAMO AI NOSTRI LETTORI CHE NEL PROSSIMO NUMERO DI GIUGNO INNOVATIOEDUCATIVA AFFRONTERà, CON IMPORTANTI CONTRIBUTI DI ANALISI E PROPOSTE, L’EMERGENZA EDUCATIVA E FORMATIVA LEGATA AL CORONAVIRUS.
www.innovatioeducativa.it Rivista trimestrale Direttore responsabile Italo Tanoni (i.tanoni@innovatioeducativa.it) Editore e sede Campus L’Infinito srl Via del Passero Solitario 28 - 62019 Recanati Produzione editoriale Eli Grafica e impaginazione Diletta Brutti Coordinamento grafico e photoediting Bruno Mangiaterra Collaborazione grafica Piero Piangerelli Foto Shutterstock
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Redazione redazione@innovatioeducativa.it Redattore capo Enrico Foglia Componenti: Giuseppe Valitutti, Franco Carletti, Marcella Tinazzi, Albarosa Talevi, Bianca Maria Ventura, Mirella Paglialunga, Bruno Mangiaterra, Fausto Antonioni, Massimo Castellani Webmaster e social media Massimo Castellani, Enrico Foglia Hanno collaborato a questo numero Bianca Maria Ventura, Mario Maviglia, Francesco Provinciali, Luigino Quarchioni, Pierina Giovanna Bertoglio, Mariano Maponi, Fausto Antonioni, Maurizio Parodi, Italo Bassotto, Maria Rita Bartolomei, Anna Maria Tarulli, Maria Catia Sampaolesi, Paola Nicolini, Liviya Kazantseva, Marcello Giacomantonio, Giuseppe Alessandri, Marco Zecchinelli, Valerio Dehò, Serena Greco, Sara Mori, Paola Nencioni, Francesca Rossi, Alessandro Pingitore, Francesca Mastorci, Anna Maria Carbone, Fabio Mulas, Maria Pia Serlupini, Giuseppe Pulinas.
Stampa Tecnostampa, Pigini Group Printing Division Loreto - Trevi Abbonamento annuo € 19,90 1 copia € 7,00 CAMPUS L’INFINITO SRL. MONTE DEI PASCHI DI SIENA, filiale di RECANATI IBAN: IT 25 I 01030 69130 000001281096 Oppure: Conto corrente postale n. 11023629 intestato a Eli srl - casella postale 6 62019 Recanati Per perfezionare la sottoscrizione gli abbonati devono inviare copia del pagamento, nome e cognome ed indirizzo di spedizione a commerciale@elioline.com Testata reg. al Tribunale di Macerata n. 632 del Registro di stampa del 29.9.2017 Spedizione in abbonamento postale da Eli srl, società iscritta all’AIE
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RIPENSARE L’EDUCAZIONE Quale sguardo per il nostro domani? di Bianca Maria Ventura Parole chiave:
lungimiranza, insecuritas, homo adaptus, homo prospectus, speranza. Si esamina qui un aspetto fondamentale della responsabilità educativa: quello della lungimiranza, resa sempre più difficile dall’incertezza nei confronti del futuro, e si ipotizza che il suo fondamento sia proprio la fedeltà, consapevole e coraggiosa, all’insicurezza che accompagna l’agire educativo. Si ricorda altresì che l’apertura alla dimensione utopica, propria dell’agire educativo, ha bisogno di «ragionevoli» speranze.
1. «Guardare lontano» «Guarda lontano» – esortava Baden Powel – «e, quando credi di guardare lontano, guarda più lontano». La lungimiranza è virtù specifica di chi si occupa di educazione. Nell’agire concreto e a seconda delle circostanze, essa si traduce in attesa paziente ma anche in tempestività di intervento; in fervida immaginazione ma anche in memoria feconda; in cautela e prudenza ma anche in slancio audace e perfino rischioso. Per chi, però, ha coltivato l’illusione del tutto e subito, del massimo guadagno al minimo costo, per noi, donne e uomini del nostro tempo – incerto e stretto tra lusinghe e minacce – guardare lontano è diventato difficile. I giovani soprattutto, chiusi entro un presentismo pretenzioso e deludente, hanno perso ciò
che è proprio della loro età: lanciare avanti lo sguardo, immaginare un luogo che non c’è, desiderarlo così fortemente da saper trasformare il desiderio in progetto, per sé e per gli altri. Condizionati tutti – giovani e meno giovani – dalla cultura del «tutto è possibile, basta volerlo» e dalla cultura dell’alibi «vorrei ma non posso», ci si è lasciati scippare, complici noi stessi, il più naturale degli scenari cui volgere lo sguardo: il
futuro. Le stesse azioni educative di orientamento, che al futuro sono volte, hanno sguardo corto e sono appiattite sulle richieste del mercato, affannate a sviluppare, tra le tante dimensioni dell’essere persona, quelle legate alla produttività, alla concorrenza, all’efficientismo, al consumo sfrenato. Anche lo sviluppo delle competenze soffre di questo pericoloso riduzionismo e privilegia le cosiddette “competenze per competere” dimenticando la natura 3
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sociale dell’apprendimento, frutto sempre di un pensare e di un agire condiviso. Perfino nelle scuole, accanto ad insegnanti che, da veri maestri, spalancano orizzonti (Recalcati, 2014) o, da autentiche guide esperte, indicano la strada e legittimano, sostenendolo, il progetto di sé (Zambrano, 1975), ce ne sono altri che per i propri allievi e allieve prefigurano, come la più ardita delle prospettive, il raggiungimento dello status di homo adeptus, aeconomicus, competens (Soresi 2020). C’è, in questo orizzonte educativo, un’evidente insufficienza antropologica perché la sola capacità di adattarsi all’esistente, disegnato perlopiù in base alle esigenze del mercato, toglie la possibilità di una più profonda comprensione del mondo ed esonera dall’impegno a renderlo più vivibile ed eticamente sostenibile. Non è nuova, nella letteratura pedagogica, la sottolineatura di quanto erroneo sia vivere la realtà come fatalità e la storia come destino ineludibile: l’errore porta come conseguenza la miopia di fronte alle immense e non ancora espresse potenzialità del reale ed esita, perlopiù, in forme diffuse di addomesticamento alienante, di passività assunta a stile di vita (Freire, 2004). 2. L’apertura al possibile Diversa cosa è l’apertura al possibile cui ogni storia personale ha dirit-
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“ L’educazione comincia dalla consapevolezza che, pur se difficile, cambiare è possibile (Freire, 2004). ” to e che riconduce la responsabilità educativa al suo specifico campo di esercizio: la tensione al futuro come miglioramento dell’esistente. L’educazione comincia dalla consapevolezza che, pur se difficile, cambiare è possibile (Freire, 2004). Che cosa indebolisce oggi la responsabilità di guidare e sostenere il diritto al cambiamento? Detto altrimenti: su che cosa non si ha più il coraggio di fissare lo sguardo? Complice l’erronea identificazione del progetto di sé con l’adattamento all’esistente, ciò che non si sa più accettare è che la promessa teleologica inscritta in ogni persona - il suo potenziale evolutivo, ciò che ciascuno potrà diventare - ha un carattere misterioso ed imprevedibile. Esso non attenua in alcuna misura la responsabilità educativa che anzi è sfidata da questo compito preciso: collaborare ad un progetto di cui non si conoscono per intero i contorni e gli esiti. E allora, per quanto paradossale l’accostamento tra lungimiranza e umiltà pedagogica possa risultare, occorre ammettere che l’opacità degli sguardi, di cui la-
mentiamo oggi il diffondersi, dipenda in larga misura dal venir meno della più difficile delle virtù pedagogiche: l’accettazione - umile appunto - dell’incertezza di ogni risultato atteso: ogni intervento educativo, per quanto mirato e consapevolmente ideato, può - ma anche non può - raggiungere gli obiettivi per cui è stato pensato (Milan,2001). E questo accade perché la categoria dell’educazione è la possibilità e non la necessità: l’unicità di ogni persona e la sua libertà di crescere e di realizzarsi non sono totalmente governabili proprio perché hanno un margine di mistero con il quale ogni educatore deve fare i conti e li deve fare senza trasformare l’insecuritas e l’umiltà pedagogica che la fonda, in ansia, dubbio, scetticismo nei confronti del futuro dei propri alunni e dei propri figli, o, al contrario, in presuntuosa predeterminazione del loro destino. Al mito dell’homo adaptus occorre sostituire il progetto dell’homo prospectus, la cui azione, oltre che influenzata dal passato, sia attratta dal futuro del quale, pur senza esserne determinata, abbia imparato ad immaginare opportunità e vincoli. (Seligman, Railton, Baumeister, 2019). Lo sguardo si schiude al possibile se e quando si libera dal condizionamento dell’immediato, del cosiddetto tempo reale; se e quando sa essere paziente e resistere all’ossessione
del pericolo che spegne ogni iniziativa e trasforma l’insicurezza in paralisi delle idee, dei sentimenti, delle azioni; se e quando sa coltivare la speranza. 3. Quale speranza? Viviamo un’epoca di grandi, diffuse disillusioni in cui è sempre più difficile sperare, eppure ogni educatore ha il dovere di farlo perché è proprio l’incompiutezza da cui nasce il bisogno umano di educazione, ad aprire la strada al sogno. E, dunque, la speranza come la lungimiranza, è costitutiva dell’atto di educare.
“ Ogni educatore ha il dovere di farlo perché è proprio l’incompiutezza da cui nasce il bisogno umano di educazione, ad aprire la strada al sogno ”
è legittimo sperare e in che cosa bisogna insegnare a sperare? Detto altrimenti, come deve essere la nostra speranza per non diventare illusione o fuga nell’irreale? Deve essere concreta, alimentata, cioè, da un rapporto stretto e vitale con la realtà, le cui potenzialità ancora inespresse diventino sfida e provocazione per la conoscenza e per l’azione. Deve essere energia trasformante capace di esprimere in ogni azione la propria vocazione al miglioramento. Deve essere attesa paziente ed attiva perché la realizzazione dei grandi sogni può avvenire solo attraverso le piccole, ma coerenti, azioni di ogni giorno. Deve essere ragionevole, attenta sempre a veri-
ficare nell’attuale le condizioni per il compimento del possibile. Deve orientarsi al futuro, senza tradire il passato cercando, anzi, nel ricordo dei progressi compiuti dall’umanità nuova linfa e nuova motivazione di sé. Deve saper coltivare la fiducia, non per ingenuità o pigrizia, ma per la fede profonda nel legame che trasforma e rende migliori. Deve assumere la prospettiva della sconfitta come fonte di conoscenza e ricerca di senso e non come resa di fronte all’immodificabile. Deve infine saper convivere con la nebbia di orizzonti incerti senza per questo rinunciare a pensare che «domani la scena sarà presa dai colori del bene» (Andreoli, 2020, p.187).
Riferimenti bibliografici
Ma non è sufficiente coltivare in sé la speranza; se vuole contrastare gli atteggiamenti di indifferenza, di resa, di paura e di fuga di fronte alla fatica di vivere, chi educa – ed in qualche misura tutti educhiamo – ha anche il compito di alimentarla in coloro che a lui si affidano. In che cosa
• Andreoli V., Homo incertus, Il bisogno di sicurezza nella società della paura, Rizzoli, Bologna 2020. • Bombaci N. (a cura di), Maria Zambrano, il maestro e la guida, in «Dialegesthai», Rivista telematica di filosofia, 2006, https://mondodomani.org/ dialegesthai/ • Freire P., Pedagogia dell’autonomia, EGEA, Torino 2004. • Milan G., Disagio giovanile e
strategie educative, Città Nuova, 2001. Racalcati M., L’ora di lezione, Einaudi, Torino 2014. • Seligman M.E.P., Railton P., Baumeister R.F., Homo prospectus. Verso una nuova antropologia, Hogrefe, Firenze 2019. • Soresi S., L’orientamento può cambiare rotta? (parte prima), https://www.sio-online. it/2020/02/13/
BIANCA MARIA VENTURA È professore a contratto di Scienze umane e psicopedagogiche presso la Facoltà di Medicina dell’Università Politecnica delle Marche, responsabile scientifica del progetto regionale Crescere nella cooperazione, formatrice e counselor filosofico; è membro del Consiglio direttivo e della Commissione didattica della Società filosofica italiana. Ha svolto attività di ricerca educativa e di insegnamento liceale ed universitario. È autrice e curatrice di numerosi saggi a carattere filosofico e pedagogico, tra cui, Nessun giorno senza pensare (Diogene Multimedia 2018); Le sfide della cooperazione (Ecra 2015); Crescere nella cooperazione (FrancoAngeli 2011); In cammino. Idee e strumenti per l’esperienza filosofica in classe (FrancoAngeli, 2006).
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primo piano
PERCHE’ INVESTIRE SUL SISTEMA ZERO-SEI di Mario Maviglia Parole chiave:
ASILO NIDO,SCUOLA DELL’INFANZIA,SOSTEGNO ALLA FAMIGLIA,OCCUPAZIONE FEMMINILE, SPESA, ISTRUZIONE L’obiettivo del 33% di frequenza di asili nido e servizi per l’infanzia 0-3 anni, fissato dalla UE, è ancora molto lontano dall’essere conseguito in Italia, dove solo recentemente l’asilo nido è stato escluso dai servizi pubblici a domanda individuale. La frequenza di questi servizi è importante per l’apprendimento e il benessere infantile, con ripercussioni positive anche per il prosieguo dell’iter scolastico, oltre che per i risvolti relazionali e affettivi in un’epoca caratterizzata dalla preponderanza di figli unici. Non va poi trascurato il ruolo sociale di sostegno all’occupazione femminile.
La Legge di Bilancio 2020 (n. 160 del 27/12/2019) prevede un incremento del contributo per la frequenza degli asili nido, contributo che passa da 1.500 euro fino a 3.000 euro per le famiglie con Isee fino a 25mila euro ed un incremento pari a mille euro per i nuclei che hanno fino a 40mila euro di Isee. Altri contributi sono volti alla ristrutturazione, riqualificazione o costruzione di edifici di proprietà dei comuni destinati ad asili nido, scuole dell’infanzia e centri polifunzionali per i servizi alla famiglia. L’insieme di queste misure mira a colmare il divario che ancora esiste tra il nostro Paese e gli altri Paesi dell’UE. Attualmente l’asilo nido è frequentato dal 24,7% dei bambini italiani di 0-3 anni, un dato ancora molto lontano dal 33% fissato dall’UE 6
nel 2002 per il 2010. Peraltro la stessa diffusione del servizio all’interno del territorio nazionale è molto eterogenea: si va dal 44,7% della Valle d’Aosta al 7,6% della Campania (dati Istat a.s. 2017-2018). La spesa media annua che una famiglia deve affrontare per il servizio di asilo nido è di circa 2000 euro (dato riferito al 2017, ma era di 1570 euro nel 2015). Questi costi eccessivi non agevolano l’iscrizione al servizio, unitamente al fatto che in alcune realtà del Paese la presenza di asili nido è del tutto insufficiente. Ricordiamo che la Legge 107/2015 (la cosiddetta Buona Scuola) ha introdotto il Sistema integrato di educazione e istruzione dalla nascita sino ai 6 anni proprio per incrementare il settore dei servizi educativi per l’infanzia, particolarmente per quanto riguarda l’asilo nido in quanto la scuola dell’infanzia è frequentata dalla quasi totalità dei bambini di 3-6 anni. L’aspetto più rilevante di questa legge è che per la prima volta nel nostro ordinamento giuridico i servizi educativi per l’infanzia vengono esclusi dai servizi pubblici a domanda individuale, puntando quindi ad alleggerire il peso economico gravante sulle famiglie e a estendere la frequenza dei bambini a tali servizi per poter raggiungere il traguardo fissato dalla
UE, che, come abbiamo detto, è del 33% di frequenza a livello nazionale. (Segnaliamo comunque che gli interventi fatti finora appaiono ancora alquanto timidi). Ma per quale motivo è utile la frequenza di questi servizi? Le ragioni sono molteplici. a) Innanzi tutto è stato messo in luce da indagini internazionali (Ocse, Education at a Glance 2018) che l’educazione della prima infanzia assume un ruolo cruciale per lo sviluppo, l’apprendimento e il benessere infantile. La frequenza di asilo nido e scuola dell’infanzia si ripercuote positivamente sulle abilità cognitive dei bambini (sviluppo del linguaggio e della motricità, risultati nei test scolastici), soprattutto per i bambini che si trovano in situazioni di svantaggio. Ma anche le abilità non cognitive vengono influenzate positivamente (sviluppo dell’autonomia, dell’autocontrollo, dall’autostima). In altre parole, la frequenza dei servizi formativi e scolastici rivolti a bambini di 0-6 anni può svolgere una funzione di decondizionamento sociale per i bambini che vivono situazioni di disagio sociale e comunque di potenziamento cognitivo e sociale per tutti i bambini. Da queste ricerche è stato messo in luce che
i bambini che frequentano con regolarità questi servizi hanno un migliore rendimento scolastico successivo. b) Un secondo aspetto di non minore importanza riguarda lo sviluppo affettivo e relazionale dei bambini, soprattutto in questa nostra epoca caratterizzata da una rarefazione del numero di figli presenti nelle famiglie. Il calo delle nascite ha determinato un incremento del numero di figli unici rispetto al passato. Questo fenomeno ha delle ripercussioni sullo sviluppo psicologico delle persone in quanto è diverso crescere in una famiglia in cui vi sono altri fratelli/sorelle oppure non ve ne sono. è facile immaginare che nel secondo caso tutte le attenzioni dei genitori vengano concentrate sull’unico figlio presente, con un carico di aspettative che può risultare pesante da reggere. Se poi si considera la gestione di alcuni sentimenti come la gelosia o l’invidia, si può presumere che un figlio unico ha meno occasioni per elaborare in modo adeguato questi aspetti della personalità che, per quanto negativi, fanno comunque parte della natura umana, non avendo davanti o dietro di sé altri “rivali” o concorrenti. Anche per tutti questi motivi l’esperienza dell’asilo nido e della scuola dell’infanzia può servire al bambino per prendere contatto con questi aspetti e per elaborare strategie per meglio
governarli sul piano relazionale. Infatti, la frequenza di questi servizi da parte del bambino segna il passaggio da uno spazio privato a uno spazio pubblico, ossia da una dimensione in cui il punto focale è il bambino stesso ad una in cui occorre considerare le altre individualità, con le loro esigenze, i loro interessi. È in questa dimensione pubblica, intenzionalmente organizzata in chiave educativa, che il bambino può sperimentare tutta la gamma dei sentimenti umani e, sotto l’attenta regia degli educatori/ docenti, assumerne consapevolezza e trovare forme adeguate di comportamento. c) La diffusione dei servizi per l’infanzia sul territorio consente ai genitori (e particolarmente alle madri) di dedicarsi al lavoro fuori casa senza avere la preoccupazione di dove lasciare i figli, soprattutto in quelle situazioni in cui non si può contare su una rete di sostegni familiari (zii, nonni ecc.). Questa esigenza è stata sottolineata con forza dal Consiglio europeo (Barcellona 2002) che ha invitato gli Stati membri a rimuovere gli ostacoli alla partecipazione femminile al lavoro ampliando i servizi per l’infanzia. Sotto questo profilo è fuor di dubbio che queste strutture svolgono anche un servizio sociale (oltre quello educativo illustrato sopra). Infatti fornire questi servizi vuol dire incentivare l’occupazione
femminile e contribuire alla parità di genere. Questo problema è particolarmente sentito in Italia dove vi è la più bassa percentuale di occupazione femminile: rispetto alla media UE di 66,5% di donne occupate (tra 20 e 64 anni), l’Italia si trova al penultimo posto con il 53,2%, appena sopra la Grecia (48%). Non solo: le donne italiane tra 20 e 49 anni con un figlio lavorano nel 57,8% dei casi contro l’80,2% del Regno Unito e il 78,3% della Germania. Le ricerche inoltre dimostrano che esiste una relazione tra occupazione delle donne nel mercato del lavoro e presenza dei servizi per l’infanzia. Così nelle quattro regioni dove la presenza di asili nido e servizi per l’infanzia supera il 33% (ossia Valle d’Aosta, Umbria, Emilia Romagna e Toscana), l’occupazione femminile supera il 60%, mentre le regioni con meno donne occupate (Campania, Sicilia, Calabria e Puglia) sono quelle che hanno meno servizi per l’infanzia (fonte: Openpolis 2019). Da quanto abbiamo detto dovrebbe essere chiaro che investire sul Sistema zero-sei vuol dire non solo dare una grande opportunità di crescita ai bambini al loro esordio nella società, ma significa anche creare le condizioni affinché le donne possano inserirsi attivamente nel mercato del lavoro, “concorrendo al progresso materiale o spirituale della società”, come recita l’art. 4 della Costituzione.
Mario Maviglia Laurea in Pedagogia presso l’Università di Torino. Perfezionatosi presso il Corso di Alta Formazione ASERI Università Cattolica di Milano. Attualmente in quiescenza, è stato insegnante elementare, direttore didattico, ispettore tecnico e dirigente amministrativo. Presso l’USR Lombardia ha diretto l’Uffcio Formazione, l’Ufficio Dirigenti tecnici amministrativi e scolastici e l’UST di Brescia. È stato Coordinatore Regionale degli Ispettori tecnici della Lombardia. Ha fatto parte di numerosi gruppi di lavoro MIUR ed è autore di libri e articoli di didattica e pedagogia. Docente a contratto presso l’Università Cattolica di Brescia.
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i luoghi dell’educare
CONFLITTI FAMILIARI E CRISI dei RUOLI GENITORIALI di Francesco Provinciali
Parole chiave:
Famiglia, ruoli genitoriali, attese affettive dei figli, declino del ruolo paterno, competenze della scuola. La crisi della famiglia come nucleo biologico naturale o come forma legittimata di unione e di legami affettivi e relazionali è un dato che si osserva con crescente attenzione, come il segnale di una deriva ormai innescata e per certi aspetti irreversibile. Quali sono i rapporti nelle triangolazioni padre, madre, figli? Quali le distinzioni dei ruoli? E perché si assiste ad un lento declino della figura paterna? Questi interrogativi riguardano anche la scuola come interfaccia istituzionale privilegiata. Occorre molta capacità di osservazione nel cogliere i disagi emotivi dei bambini e degli adolescenti senza cadere nel rischio di giudizi avventati e frettolosi che non competono alla scuola e possono a volte complicare le cose.
Chi oggi propone come cruciale il tema della famiglia rischia di essere frainteso: non si tratta di una postulazione retorica ma di uno snodo cruciale per il presente e per quel divenire su cui i più azzardati discettano senza cognizioni e prospettive e i
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più cauti si astengono dal commentare per evitare probabili smentite. Eppure la famiglia - nella sua considerazione di nucleo biologico a fondamento naturale ovvero nella sua accezione di legittimazione formale e giuridica di un intreccio di relazio-
ne a base solidaristica - resta sempre al crocevia dei destini dell‘uomo e dell‘umanità, “testata d‘angolo” per qualsivoglia analisi sociologica sul presente e sul futuro del consesso umano. Ci si chiede tuttavia - non senza ragionevoli e pertinenti dubbi di merito - a quale modello di famiglia si possa fare riferimento, visto che si assiste ad una deriva di spoliazione del suo ruolo centrale al quale attraversando la tradizione occidentale, cristiana e storicamente consolidata, abbiamo consapevolmente o meno fatto riferimento, con accentuazione di tale ruolo eminente o con la semplice constatazione di una evoluzione/involuzione difficile da descrivere e classificare.
Possiamo allora ancora chiamare oggi famiglia quel nucleo di persone che si ritrova a casa la sera, solitamente senza parlarsi, per poi appartarsi ciascuno per conto proprio a smanettare lo smartphone, consultare internet, giocare con la play station, leggere la Gazzetta dello sport o portare il cane a fare pipì? Come sono connotati oggi i ruoli genitoriali? Quali le specificità tramandate dell‘esser padre o madre, a quali riferimenti di ruolo i figli riconoscono una specificità distintiva?
“ Possiamo allora ancora chiamare oggi famiglia quel nucleo di persone che si ritrova a casa la sera, solitamente senza parlarsi, per poi appartarsi ciascuno per conto proprio a smanettare lo smartphone, consultare internet, giocare con la play station ” Quali sono le attese che si evincono dalle relazioni parentali familiari? E quali doveri genitoriali si conservano nel tempo mentre altrettanti sfumano verso un ibrido indistinto e intercambiabile, fino ad essere identificati in una sorta di nemesi dell‘esser padre o madre ma solo asetticamente riconosciuti e distinti in una classificazione di numeri cardinali, come è il “genitore uno” e il “genitore due”? Infatti un tempo i figli sapevano cosa chiedere e aspettarsi distintamente dal padre e dalla madre, c‘erano regole di convivenza, il regime domestico imponeva diritti e doveri più certi. In famiglia le relazioni affettive e confidenziali sono via via sfumate, il papà e la mamma sono riferimenti indistinti, in genere ci si accoda a chi dei due è più concessivo. Sempre ammesso che ci siano entrambi.
Ci sono anche nuclei familiari che si compongono e si scompongono con una mutevolezza che fissa fotogrammi diversi e occasionali, comunque disinvoltamente mutevoli. Sono situazioni che si riscontrano con una frequenza crescente. Quale stabilità emotiva possono ricavarne i minori? Come possono avere buoni risultati a scuola? Perché spesso sono inadempienti e perdono interi anni scolastici? Perché nei bagni della scuola si fotografano e poi si mettono in rete? Da una ricerca della Bicocca risulta che il 23% dei ragazzi usa il cellulare in classe, durante le lezioni. Perché compiono atti di bullismo, gesti estremi, giochi azzardati, insultano e offendono gli insegnanti, mettono loro le mani addosso, navigano in rete senza controlli fino a perdersi in quel buco nero del web da cui ritornano spesso malconci e rovinati? La vita in generale, quella domestica ‘intramoenia’ in particolare, assomiglia a una sorta di roleplayng mediatico, ci sono dissolvenze incrociate, controfigure di se stessi, pietose menzogne, giochi di simulazione e dissimulazione: sospesi a due spanne da terra si perde il contatto con la realtà, si passa con una disinvoltura sconcertante dalla minimizzazione di tutto all’iperbole dei superlativi assoluti. Oltre alle difficoltà oggettive: economiche, di lavoro, il “non farcela più”. Ci sono anche famiglie che si dicono felici ma, ricordando il celebre incipit di Lev Tolstoj in Anna Karenina – ”Tutte le famiglie felici sono simili tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo” – sovviene il dubbio guardandosi attorno che si tratti di una diceria che copre molte bugie, poiché l‘infelicità è una malcelata sensazione dai mille volti, imperscrutabili. Il vero focus della vita sono gli affetti, questo lo si scopre quando è troppo
tardi, perché siamo tendenzialmente evasivi, cerchiamo “altrove” la realizzazione del bisogno di comunicare, salvo cadere in siderali e inesplorabili solitudini. Oggettivamente, impietosamente stiamo assistendo a una lenta e progressiva disgregazione del nucleo familiare tradizionale. Si allarga e diversifica, esprimendo competenze articolate e complesse, il welfare sulle nuove generazioni. Un tempo i figli vivevano in casa fino al servizio militare o al matrimonio: era una
“ Il vero focus della vita sono gli affetti, questo lo si scopre quando è troppo tardi, perché siamo tendenzialmente evasivi, cerchiamo “altrove” la realizzazione del bisogno di comunicare, salvo cadere in siderali e inesplorabili solitudini. ” prassi, un passaggio di consegne. Adesso stanno a casa per indolenza, molti non terminano gli studi, altri rifiutano lavori che giudicano pesanti: li abbiamo garantiti sui “risultati” senza costringerli al faticoso e doveroso percorso che avrebbero dovuto fare per ottenerli. Il Rapporto ISTAT 2019 certifica che il 56,7 % dei giovani tra i 20 e i 34 anni vive in casa di almeno un genitore. è la cd. generazione dei ragazzi “NEET” Not Engaged in Education, Employment or Training”: non studiano, non lavorano non cercano un’occupazione. Ma non sempre per colpa loro. Nelle famiglie dove le relazioni primarie non funzionano bambini e ragazzi hanno un rapporto rapsodico, regolamentato, calendarizzato con i loro genitori in crisi di rapporto, siano essi inadempienti per carenze affet-
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i luoghi dell’educare
tive o conflittuali nel rapporto di coppia che si va sgretolando. Li vedono, li incontrano per poco tempo, a volte in spazio neutro, in modo osservato, sotto tutela. Dalla autoregolamentazione consapevole dei rapporti affettivi si passa a poco a poco alla loro eterodirezione, non di rado sotto la guida dei servizi sociali. Si creano buchi neri, vuoti sentimentali, nostalgie che si dissolvono nel limbo sociale, svuotate di valori e riempite di rinunce, giustificazioni o rinvii. In particolare si assiste a un lento declino del ruolo genitoriale del padre: sotto l’aspetto della presenza fisica, se rapportato a quello della
madre prevalentemente collocataria dei figli anche in situazioni di separazione e di affido condiviso, poi un‘assenza simbolica intesa come “ruolo naturale, biologico” privato di uno status domestico e sociale e infine un‘assenza del principio normativo di autorità e autorevolezza, a volte per non apparire autoritario, a volte per demerito altre ancora per un pregiudizio radicato nella società. Mentre la madre assume anche inconsapevolmente il maggior carico degli oneri di gestione interna al nucleo e alla vita domestica, oltre al ruolo di rappresentanza della famiglia per come viene accreditata nei confronti della scuola.
Con questa realtà emergente che si allarga in modo trasversale ai target economico-sociali di riferimento la scuola deve fare i conti. Capita a volte che gli insegnanti abbiano difficoltà di relazioni con i genitori che impongono di fatto audizioni separate sul rendimento scolastico. Oppure che notino segni di disagio nel comportamento scolastico potenzialmente attribuibili al contesto familiare di appartenenza e alla sua strutturazione o destrutturazione. Fino al punto in cui si creano interrogativi sull‘opportunità e sul dovere di segnalare inadempienze, atteggiamenti solipsistici e impenetrabili, atti di bullismo, turbamenti emotivi, inadeguatezza di immagine, segni di trascuratezza. Bisogna tuttavia evitare di cadere nelle frettolose interpretazioni di questi disagi percepibili: il primo riscontro dovrebbe sempre scaturire da un confronto con entrambi i genitori, senza con questo autoattribuirsi ruoli di mediazione familiare che non competono alla scuola e rispetto ai quali occorre il possesso di sicure e responsabili competenze di osservazione e valutazione, per non cadere nella criminalizzazione e nel giudizio azzardato che a volte crea e acuisce scompensi ancora maggiori. Gli insegnanti sono e restano educatori e non pubblici ministeri.
Francesco Provinciali È stato insegnante, dirigente scolastico, dirigente ispettivo del Miur. Ha fatto parte dell’Osservatorio minori di Regione Lombardia. Da alcuni anni è Giudice esperto c/o il Tribunale per i minorenni di Milano. Ha pubblicato moltissimi volumi e saggi tra cui ricordiamo: Tutte a casa. Storie di donne, di adolescenti e di bambine”, Erga (2010); Figli smarriti, Ed.San Paolo (2011); Dove va la politica? Dialoghi con protagonisti della politica italiana, Selecta (2011), Scuola e dintorni (2017). Collabora a Minori Giustizia, organo dell’AIMMF (Associazione italiana magistrati minori e famiglia) e con diversi quotidiani nazionali
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anno 3/4-5/2020 ISSN 2612-2561
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innovatio educativa
rivista trimestrale di temi e problemi educativi
Poste Italiane S.p.a. - Spedizione in abbonamento postale - 70% - CN/AN/AUT.0020 Innovatioeducativa n. 4-5/2020, maggio 2020
SPECIALE / La scuola resiliente
referenti regionali Gli esperti regionali, rappresentano per Innovatioeducativa “le antenne” dei territori di afferenza che segnalano le buone pratiche educative attraverso il loro contributo e quello dei vari collaboratori.
REGIONE Referente Indirizzo e.mail Abruzzo e Molise
Maria Pia Falcone
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Basilicata
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Calabria
Diego Bouchè
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Campania
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Emilia e Romagna
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Friuli V.Giulia
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Lazio
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Lombardia
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Piemonte
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Puglie
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Sardegna
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Sicilia
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Toscana
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Trentino A.A.
Mario Giacomo Dutto
mgdutto@ipprase.tn.it
Umbria
Maria Pia Serlupini
mpserlupini@gmail.com
Veneto
Laura Dona
laura.dona2@gmail.com
editoriale
1 Editoriale di Italo Tanoni di Italo Tanoni*
www.italotanoni.it i.tanoni@innovatioeducativa.it
QUARANTENA E TEMPO SOSPESO Nell’ editoriale del primo numero di esordio 2020 di Innovatioeducativa avevamo lanciato strali infuocati contro questo anno bisestile che era iniziato con la diffusione dalla Cina, del Covid-19. A distanza di alcuni mesi, all’uscita del tunnel di una quarantena coatta, mai avremmo immaginato il triste epilogo del Coronavirus con duecentoottantamila morti nel mondo e con oltre trentamila decessi nella sola Italia: una vera e propria strage compresa quella degli anziani ospiti nelle RSA1. A questo bollettino di guerra nel nostro Paese, ha fatto da contrappunto un sistema sanitario impreparato che con difficoltà ha retto all’impatto, una economia in piena recessione per il lockdown, con un debito pubblico che, secondo stime di Bankitalia, cammina oltre i 2.487 miliardi di euro, un Pil a – 9% e una popolazione stressata dal lungo periodo di clausura forzata su cui sono ricaduti anche gli effetti della chiusura della scuola che riaprirà in settembre. In definitiva, in questo “tempo sospeso” una serie di mondi esperienziali che prima attraversavano la nostra quotidianità, sono stati sconvolti: stili di vita, privacy, lavoro, ambiti culturali, turismo, religione, rapporti sociali: nessuno è uscito indenne dalla tempesta. Anche noi di Innovatioeducativa di fronte allo tsunami del virus, ci siamo ripetuti più volte “Andrà tutto bene” ma non potevamo fermarci solo a questa speranzosa affermazione. «Dietro ogni crisi si celano sempre delle opportunità»: è il messaggio che abbiamo lanciato nella lettera inviata a scuole e biblioteche della Regione Marche, a cui per tutto il 2020 arriverà gratuitamente la rivista. Rimboccandoci le maniche e, mettendo da parte la nostra filosofia di fondo (l’educazione e la formazione declinata a 360°), come Redazione abbiamo allora deciso di affrontare esclusivamente l’attuale emergenza educativo-scolastica, dedicando questo numero monografico al problema dalla Didattica a Distanza (DaD) e al ruolo e alla funzione che hanno giocato, in questo nuovo corso della storia, le nuove tecnologie della comunicazione e dell’informazione. Il distacco sociale imposto dalle regole della pandemia ha comportato delle conseguenze non solo nella vita comune ma soprattutto nella organizzazione scolastica dell’insegnamento/apprendimento. All’improvviso l’intero corpo docente e gli oltre otto milioni di studenti della scuola Italiana si sono trovati a fare i conti con il mondo virtuale delle nuove tecnologie. Quella che fino a poco tempo fa era considerata una opzione metodologico-didattica, dopo il percorso obbligato “della scuola a casa”, è diventata una necessità: sostituire l’insegnamento apprendimento in presenza, con quello a distanza. Di conseguenza la scuola italiana – come sostiene Mario Rotta nel dossier- “si è trovata pronta ma impreparata”. Si è verificato un cortocircuito negli addetti ai lavori che sono stati letteralmente catapultati in una dimensione che molti “credevano di conoscere” anche per gli sforzi formativi del MIUR con il Piano Nazionale Scuola Digitale (2015/2019) che, però, non è stato accompagnato da un aggiornamento continuo quantomai necessario per un radicale cambiamento innovativo. Nella realtà scolastica è avvenuto un po’ quello che è successo nella sanità pubblica: nell’ultimo decennio è stata lentamente depauperata delle risorse necessarie ad affrontare per tempo e più adeguatamente le varie emergenze educative compresa quella che stiamo attraversando. 1
I dati sono riferiti al 15 maggio 2020.
*Direttore responsabile di Innovatioeducativa.
PRIMO PIANO
3 La grande sfida: il terzo settore alla prova del COVID-19 / Italo Bassotto
I LUOGHI DELL’EDUCARE
7 Scuola dell’Infanzia e coronavirus / Mario Maviglia 10 Le scuole al tempo della pandemia / Massimo Castellani 13 La didattica in una stanza: la DaD al Liceo Artistico “Mannucci” / Francesco Maria Orsolini
APNEE EDUCATIVE 16 Si fa presto a dire DaD / Francesco Provinciali 20 Insegnanti vicini e insegnanti lontani / Maurizio Parodi 22 Adolescenti social network e quarantena / Maria Rita Bartolomei 28 Per una buona relazione educativa a distanza / Elena Zambianchi 31 I muri di cristallo della scuola digitale / Mirella Paglialunga 47 La Didattica a Distanza tra istruire e insegnare / Pierluigi Fratarcangeli 49 Riflessioni a margine della chiusura delle scuole / Maria Pia Serlupini Mini dossier sulla valutazione 35 L’e-learning al tempo della pandemia / Mario Rotta
MEDIA EDUCATION ORIZZONTI DIGITALI
51 Un modello per un corso in e-learning / Marcello Giacomantonio 57 Dopo l’emergenza… ci sarà bisogno d’altro / Roberto Baldascino
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60 Smart working / Giuseppe Alessandri
L’INTERVISTA
65 Roberto Rossini Presidente ANP delle Marche / di Enrico Foglia
RICERCHE SPERIMENTAZIONI 68 ESPERIENZE
76 Didattica a Distanza (DaD): come procedere / Daniela Belvederesi Paola Valentina Gatto
RECENSIONI
80 Fausto Antonioni Vasilij Kandinskij
L’emergenza nelle scuole del Veneto: lezioni sospese e diritto all’istruzione / Laura Donà
72 Strumenti per l’apprendimento delle competenze digitali / Paola Nicolini Liviya Kazantseva La grafica della rivista si è ispirata alle idee della scuola innovativa di design, arte, architettura e comunicazione del Bauhaus (Staatliches Bauhaus) che a partire dalla Germania, dalla prima metà del ‘900, ha aperto le porte alle sperimentazioni culturali e pedagogiche nella comunicazione, nelle arti visive, nel teatro e nella fotografia. “Si è iniziato a comprendere che non basta riempire una pagina di immagini e testi, ma che anche la costruzione del suo layout gioca un ruolo centrale nell’impartire il messaggio finale”. Herbert Bayer sosteneva che fossero necessarie: “linearità nella costruzione di ogni lettera per ottenere un carattere perfetto; semplicità del disegno per raggiungere una facile comprensione e impressione nella stampa, una linea basata sulle forme primarie: cerchio e quadrato” (Gribaudo/Konemann 2006). Nei corsi laboratoriali della scuola tedesca, particolare rilievo veniva ad assumere quello di grafica pubblicitaria e di tipografia soprattutto nella progettazione di nuovi caratteri senza “le grazie” di cui oggi viene fatto un ampio utilizzo. Così pure il modello della organizzazione per gabbie grafiche (Gride System): strutture invisibili che compongono gli elementi essenziali della impaginazione, gli aspetti psicologici, linguistici, economici, visivi e definiscono il testo, le immagini, il confine dei contenuti e i limiti della pagina stessa. Per questo motivo sia la grafica interna alla rivista che le immagini di copertina faranno riferimento, in continuità nel tempo, ai grandi creativi della Bauhaus: Piet Mondrian, Paul Klee, Vasilij Kandinskij, Josef Albers, Johannes Itten, per citare alcuni nomi di grande impatto che daranno l’immagine della grande scuola di pensiero in tutta Europa e nel mondo. Walter Gropius, esprime meglio di altri i motivi etici e pedagogici della svolta innovativa impressa dalla Bauhaus: “se dovessimo rifiutare il mondo che ci circonda, la sola soluzione resterebbe un’isola romantica. Se invece vogliamo rimanere in questo mondo allora le forme delle nostre creazioni assumeranno ancora di più il suo ritmo” (2006). Come dire, cosa me ne faccio di una bella forma se non si adatta al suo contenuto? L’immagine di copertina dal titolo “Impulso approfondito 1928” è un’opera di Vasilij Kandinskij, 1866-1944. Vasilij Kandinskij Pittore, incisore, teorico e filosofo dell’arte russa. è generalmente riconosciuto come il pioniere dell’arte astratta, nessun altro artista -grazie alle sue lezioni e alla sua personalità carismatica-ha avuto un così grande influsso sugli studenti del Bauhaus. è tra i venti artisti più famosi del XX secolo e ha regalato al mondo dell’arte, i primi lavori astratti dell’epoca moderna. Bruno Mangiaterra, Piero Piangerelli
www.innovatioeducativa.it Rivista trimestrale Direttore responsabile Italo Tanoni (i.tanoni@innovatioeducativa.it) Editore e sede Campus L’Infinito srl Via del Passero Solitario 28 - 62019 Recanati Produzione editoriale Eli Grafica e impaginazione Diletta Brutti Coordinamento grafico e photoediting Bruno Mangiaterra Collaborazione grafica Piero Piangerelli Foto Shutterstock
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Redazione redazione@innovatioeducativa.it Redattore capo Enrico Foglia Componenti: Giuseppe Valitutti, Franco Carletti, Marcella Tinazzi, Albarosa Talevi, Bianca Maria Ventura, Mirella Paglialunga, Bruno Mangiaterra, Fausto Antonioni, Massimo Castellani Webmaster e social media Massimo Castellani, Enrico Foglia Hanno collaborato a questo numero Sostituire con i seguenti nominativi Italo Bassotto, Mario Maviglia, Massimo Castellani, Francesco Maria Orsolini, Francesco Provinciali, Maurizio Parodi, Maria Rita Bartolomei, Elena Zambianchi. Mirella Paglialunga, Pierluigi Fratarcangeli, Maria Pia Serlupini, Marcello Giacomantonio, Roberto Baldascino, Giuseppe Alessandri, Mario Rotta, Enrico Foglia, Laura Donà, Paola Nicolini, Liviya Kazantseva, Daniela Belvederesi, Paola Valentina Gatto, Antonioni Fausto.
Stampa Tecnostampa, Pigini Group Printing Division Loreto - Trevi Abbonamento annuo € 19,90 1 copia € 7,00 CAMPUS L’INFINITO SRL. MONTE DEI PASCHI DI SIENA, filiale di RECANATI IBAN: IT 25 I 01030 69130 000001281096 Oppure: Conto corrente postale n. 11023629 intestato a Eli srl - casella postale 6 62019 Recanati Per perfezionare la sottoscrizione gli abbonati devono inviare copia del pagamento, nome e cognome ed indirizzo di spedizione a commerciale@elionline.com Testata reg. al Tribunale di Macerata n. 632 del Registro di stampa del 29.9.2017 Spedizione in abbonamento postale da Eli srl, società iscritta all’AIE
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La grande sfida: il terzo settore alla prova del COVID-19 di Italo Bassotto Parole chiave:
pandemia, Didattica a Distanza (DaD), volontariato, distanziamento sociale Nella prima parte viene presentata la situazione di disagio sociale causata dalla regola del “distanziamento” imposta dalla diffusione pandemica del virus definito COVID-19. Si segnalano in seguito i rischi di una sudditanza della politica dalla scienza, in particolare quando si tratta di governare processi sociali complessi come quelli che chiedono ai cittadini cambiamenti radicali nella loro esistenza. Siamo in presenza di un grave rischio per la democrazia che può essere superato con la creazione di una “intercapedine” tra il potere politico e quello della scienza e tecnologia costituita da un sistema reticolare di partecipazione alla governance della complessità sociale, basata sul coinvolgimento del terzo settore in azioni mirate allo sviluppo delle “buone pratiche” di convivenza e di solidarietà.
1. La solidarietà in tempi di pandemia Tra i tanti paradossi e le tante incognite di questa tragica crisi sanitaria certamente quella che più crea disagio e ansia è il vincolo stringente e indiscutibile del distanziamento sociale. Dobbiamo stare da soli, senza alcuna possibilità di prender parte a gruppi o assembramenti di nessun genere: privati della possibilità di comunicare con le espressioni emotive del volto a causa di una mascherina protettiva delle prime vie respiratorie (naso e bocca).Impediti del rapporto fisico con chi solitamente stringiamo in un abbraccio, salutiamo con una carezza o un bacio, sosteniamo per aiutare nei movimenti e nell’espletamento delle funzioni basilari del vivere,( mangiare, lavarsi, cura-
re la propria persona….). Isolati dalle persone a noi care, al punto da non poterle neppure accompagnare verso il traguardo estremo e persino nell’ultimo viaggio terreno. Costretti a una convivenza forzata con la propria famiglia per intere settimane, ma a esserne allontanati e messi “in quarantena”, qualora veniamo contagiati, senza il conforto di nessuno che non sia il personale sanitario, fino alla più completa guarigione o alla sconfitta definitiva. In questo scenario da apocalisse, la voglia di vivere e la speranza di uscirne indenni hanno dato la stura a tre grandi scelte esistenziali, che mai nessuno avrebbe pensato si potessero porre in essere in così breve tempo e cosi diffusamente. La prima è il ricorso massiccio alle
tecnologie della informazione e della comunicazione. Ha cominciato per prima la “politica” con il Presidente del Consiglio che, anziché usare i tradizionali canali con cui ci si rivolge al popolo (leggi e decreti scritti e pubblicati in Gazzetta Ufficiale), ha cominciato a utilizzare i social media, i diversi canali televisivi, le forme più disparate di relazione “virtuale” rese possibili dai devices che le ICT hanno creato in questi primi vent’anni del nuovo millennio. Sulla falsariga della politica, si è messo parte del mondo del lavoro (banche e sistemi amministrativi delle grandi e piccole aziende) che, non potendo fruire dei propri lavoratori in presenza, li ha tenuti ancorati ai loro compiti produttivi, utilizzando quello che si chiama lo smart working, ovvero il
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lavoro da casa mediante i sistemi intelligenti messi a disposizione dalla tecnologia. Questa prima modalità di creare risorse funzionali “a distanza” è stata adottata dalla scuola fin da subito, dopo il lancio dell’hastag #iorestoacasa, che segnava lo spartiacque tra la vita normale e l’inizio della lotta per la sopravvivenza agli attacchi mortali del Covid-19. Un po’ per l’assenza di regole al riguardo dell’uso dei media e delle tecnologie informatiche, un po’ per l’abbandono degli Istituti scolastici a se stessi da parte dell’amministrazione centrale, che, con cervellotica decisione, aveva sospeso le lezioni, senza chiudere le scuole, ma moltissimo per la sensibilità professionale e il forte senso di responsabilità di tutto il personale docente e dirigente, ma anche ATA, nei riguardi di circa otto milioni e mezzo di studenti dai 3 ai 19 anni, compresi quelli delle cosiddette “paritarie”. Cavalcando le dune friabili di una autonomia proclamata in Costituzione, ma avversata quotidianamente dalla amministrazione e accerchiata da infiniti veti e lacci frapposti da organizzazioni sindacali, sempre più alla ricerca di uno spazio di controllo e gestione contrattuale di ogni piega del rapporto di lavoro del personale docente, le scuole si sono organizzate al meglio per fare in modo che il distanziamento sociale imposto dalla pandemia non diventasse un vero e proprio esilio, con l’abbandono di qualsiasi forma di relazione educativa e didattica nei riguardi degli studenti e la conseguente inadempienza dell’istituzione rispetto a quanto dovuto ai cittadini minori in età scolare secondo il dettato dell’art. 34 della Costituzione. Con tutte le difficoltà, i disagi, le precarietà degli strumenti tecnologici, le laceranti discussioni tra le varie fazioni e posizioni di Dirigenti, docenti e associazioni sindacali, più del 70% delle scuole italiane ha
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“ In questo scenario da apocalisse, la voglia di vivere e la speranza di uscirne indenni hanno dato la stura a tre grandi scelte esistenziali, che mai nessuno avrebbe pensato si potessero porre in essere in così breve tempo e cosi diffusamente. ” messo in moto quella grande macchina, che, dopo circa un mese di “volontariato” e di libera iniziativa, il Ministero, con una preziosa, quanto attenta e documentata Nota n. 388, definiva Didattica a Distanza (DaD), tracciandone alcune essenziali linee guida relativamente agli “stili” di insegnamento con l’uso delle TIC, alle modalità di relazione con studenti e famiglie e infine alle modalità della valutazione degli apprendimenti in contesti di presenza-assenza. Ancor più recentemente (il 6 aprile) nell’ambito dei provvedimenti economici e normativi che andranno a costituire la prima parte di un complesso lavoro di rilancio del Paese nella prospettiva di una uscita, sia pure lenta e prudente, dalla pandemia, quelle che erano delle considerazioni di orientamento professionale e tecnico volte a supportare il lavoro prezioso delle migliaia di insegnanti impegnati nel “ridurre la distanza” (almeno virtuale) tra loro e i loro studenti, sono diventate vere e proprie norme legislative, che hanno trasformato la DaD da un gesto di generosa disponibilità e sensibilità sociale della scuola in un vero e proprio sistema al servizio della istruzione e della formazione dei bambini, adolescenti e giovani, da perfezionare certo, ma da mantenere
anche quando i tempi della grande tragedia del Coronavirus si saranno allontanati. La seconda scelta esistenziale con cui abbiamo cercato di sopravvivere all’isolamento forzato è stata quella di costruire intorno a noi un mondo virtuale a immagine e somiglianza di quello reale, in cui vivevamo prima di entrare nel tunnel del distanziamento sociale: aiutati dagli strumenti che ci mettono a disposizione le TIC ci troviamo immersi in un mondo di pensieri, emozioni narrazioni, a volte intrise di rabbia, altre di fatalismo, ma moltissime permeate dal senso della speranza; tanto è vero che lo slogan scritto sui muri, sulla tela, sugli arcobaleni dipinti e appesi ai balconi di moltissime case degli italiani recita: ANDRA’ TUTTO BENE! Di questa strategia di sopravvivenza fanno parte tutti gli sforzi per “continuare” a mantenere gli aspetti essenziali della vita di prima della tragedia che ci coinvolge, magari, ancora una volta, ricostruendo in maniera virtuale quello che prima era reale. Così avviene per i riti religiosi trasmessi nelle nostre case, diventate le nostre prigioni, con i più svariati sistemi di comunicazione di massa offerti dalle nuove tecnologie; così avviene con la partecipazione alle Festività Pasquali, e ancora per le due ricorrenze laiche della Festa della Liberazione (25 aprile) e dei Lavoratori (1 maggio) tutte quante “ricostruite” in una sorta di “second life” virtuale, affinchè siano delocalizzate e rese fruibili da tutti nel chiuso delle loro case, attraverso gli schermi dei più svariati devices. La terza forma di continuità della nostra esistenza, così tragicamente interrotta dalla peste del COVID-19 è rappresentata dalla testimonianza della solidarietà, che prende forma nel volontariato sociale e personale. Non passa giorno che non ci vengano raccontati, attraverso i canali della informa-
zione, che hanno invaso i tempi e gli spazi delle nostre esistenze casalinghe, episodi di generosità e di dedizione al prossimo in difficoltà in ogni parte del Paese. Associazioni no profit, gruppi organizzati di volontari, singole persone spinte dal desiderio di aiutare anche a costo di mettere a rischio la propria salute, si sono messe a disposizione dei cittadini isolati e impauriti per alleviarne le sofferenze e soddisfarne i bisogni più elementari. Spesso coordinati dalle amministrazioni pubbliche, ma anche per iniziativa e slancio umano personale, abbiamo avuto notizia di un esercito di volontari che hanno costruito ospedali da campo, distribuito cibo e mascherine, trasportato malati, confortato e sostenuto persone sconvolte dalla paura o dal dolore, e continuano a farlo…. Non sto parlando delle grandi “macchine organizzative” del volontariato nazionale, come la Protezione Civile o la Croce Rossa, o internazionale, come Emergency e Medici senza Frontiere, i quali tutti meritano un plauso di infinita gratitudine per quello che hanno fatto e continuano a fare in tempi di pandemia, ma delle piccole associazioni locali e dei singoli, che aiutano a rendere la vita meno difficile a quelli che, nel gergo diffuso da queste circostanze, vengono definiti “persone fragili”: vecchi, poveri, ammalati ….
2. “…sortirne tutti insieme è politica”… Il tempo sospeso che stiamo vivendo chiama continuamente in causa un tratto imprescindibile della nostra esistenza, che è quello dell’attesa che “tutto finisca” e dei progetti per quando ciò avverrà. è quel tempo cui noi diamo il nome di futuro: nel quale sono riposte le speranze residue di superare questa condizione di isolamento e inedia sociale, nel quale dislochiamo i nostri progetti di una “ripresa” umana e civile, grazie al quale anche il presente ci appare più sopportabile e vivibile. Ma è proprio il presente, il problema che ci angoscia: è il qui e ora quotidiano che sembra non finire mai e che denuncia a ogni istante la nostra impotenza a contrastare un nemico invisibile che ci assedia. La pandemia sembra mettere in discussione tutto il sistema dei valori intorno al quale abbiamo costruito la nostra convivenza civile e Massimo Cacciari arriva a paventare seri rischi di attacco alla democrazia e alle sue regole costitutive, come la condivisione, la partecipazione, la solidarietà e l’uguaglianza dei e fra i cittadini. Certamente viviamo un momento di “sospensione” dei rapporti umani e sociali e in questo limbo inusitato si insinuano le angosce, le paure e le speranze dei singoli, mentre la salvaguardia delle ragioni della speran-
za è affidata alla politica, mai così presente e sollecita nei riguardi dei cittadini. Ma la cosa che più stupisce di questa situazione di drammatico attacco al valore fondamentale per la vita che è la salute è il consolidarsi di una sorta di schizofrenia del sistema sociale: da una parte una catena di governo che si allea, in maniera assolutamente acritica fino al punto da diventarne succube, con le “scienze mediche” e il loro apparato di professionalità di indubbio valore e dall’altra la popolazione, costretta al distanziamento sociale e, quindi impossibilitata a far sentire i propri bisogni reali in un contesto di attacco al bene più prezioso che ognuno ha, ovvero la propria vita. Queste due “realtà” (la politica alleata con la scienza e i cittadini costretti a stare chiusi in casa angosciati dal nemico mortale che li assedia) non si parlano, non hanno “luoghi” di incontro e di ascolto reciproci: chi governa consulta gli scienziati e, in base a quello, che dicono ordina, legifera, regola la vita della “società civile”. I cittadini ovviamente si adeguano ai nuovi standard di vita imposti dalla invasività del virus, solo che, facendo questo, accumulano enormi quantità di problemi di ogni tipo: morali, sociali, psicologici, economici, cui la politica non può o non sa dare risposta, se non parziale e indifferenziata. La politica guarda al
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futuro, mentre le persone, rinchiuse nelle loro case (chi ce l’ha!) cercano di sopravvivere al presente e ai suoi bisogni: a queste domande può rispondere solo un “corpo intermedio” che sia collocato nello spazio sociale che si crea tra le decisioni politiche e le condizioni di vita reale delle comunità. Si tratta del grande patrimonio del volontariato, che nel nostro Paese coinvolge circa un decimo della popolazione, con quattro milioni e mezzo circa di persone che operano all’interno di associazioni no profit e un altro milione e mezzo che svolge attività di aiuto e di cura individualmente. Ebbene in questo frangente in cui è a rischio la tenuta del tessuto sociale questa massa di volontari progetta, interviene e opera in ordine sparso, a seconda delle proprie vocazioni e delle legittimazioni istituzionali che, a macchia di leopardo (come sempre in questo Paese), i responsabili delle amministrazioni e dei governi (centrale e periferici) conferiscono a questa o quella associazione. Una delle prime cose che avrebbe dovuto fare il governo doveva essere la creazione di una cabina di regia dei servizi alle persone e ai gruppi sociali che non rientrano tra quelli istituzionalmente dovuti e che derivano dalle decisioni che di volta in volta vengono prese per fronteggiare gli attacchi della pandemia. Si decide per l’isolamento delle popolazioni? Non basta dire:
lasciamo aperti tutti i servizi di approvvigionamento alimentare e farmaceutico, il distanziamento sociale genera problemi anche in termini di approvvigionamento e ci sono reti di volontariato che sanno aiutare in questa direzione. La gestione dei trasporti da e per gli ospedali ha una sua lunga tradizione di servizi di volontariato, così come l’assistenza alle persone anziane e disabili. La chiusura delle scuole ha creato problemi non indifferenti alle famiglie nella gestione dei figli per intere giornate per più di due mesi, non si possono pensare servizi di aiuto in tal senso, sempre facendo ricorso alle reti della solidarietà? E le decine di associazioni di volontariato della salute che operano nei paesi del cosiddetto terzo mondo non potevano, in questa circostanza straordinaria integrare a pieno titolo il lavoro degli operatori del sistema sanita-
“ a queste domande può rispondere solo un “corpo intermedio” che sia collocato nello spazio sociale che si crea tra le decisioni politiche e le condizioni di vita reale delle comunità. Si tratta del grande patrimonio del volontariato ”
rio pubblico (come è accaduto per Medici Senza Frontiere)? Tra i tanti insegnamenti che dovremo trarre da questa tragica circostanza in particolare dovrebbe essere valorizzata proprio la consapevolezza delle istituzioni circa la necessità di fare del terzo settore un sistema permanente di sostegno: · alle politiche di “cura” basate sul principio dell’intervento di base e non sul ricorso ossessivo alla ospedalizzazione dei malati; · all’aiuto alle persone anziane per trattenerle il più possibile nei loro ambienti di vita (il 78% di loro vive da solo), il che significa ridurre il ricorso alle RSA e aumentare i servizi anche attraverso l’intervento del terzo settore; · al recupero dei valori della convivenza e della vita di comunità: quando usciremo da questo disastro saremo tutti impauriti e straniti di fronte a un mondo che faticheremo a riconoscere e a abitare di nuovo; · alle pratiche di “cittadinanza attiva”, ovvero di corresponsabilizzazione e condivisione anche nel campo della prevenzione sanitaria e della salvaguardia del pianeta, nella speranza che la prossima pandemia non ci colga impreparati e distratti. … e chi se non la politica può e deve sviluppare queste strategie di coinvolgimento nella prevenzione?
Italo Bassotto Abita a Piubega (MN), ha 70 anni ed è laureato in Filosofia e Pedagogia presso l’Università Cattolica di Milano. Maestro elementare, professore di Filosofia e di Storia nei Licei, Direttore Didattico, professore incaricato di Pedagogia generale e di Storia dello Sport, presso l’Università Cattolica di Brescia e infine Ispettore Tecnico. Ha partecipato a scambi culturali con le strutture scolastiche di diversi paesi europei, si è dedicato come volontario alla cura e al sostegno di scuole create nel Maranhao (BR) in collaborazione con la Fondazione Senza Frontiere di Castelgoffredo (MN). Ha pubblicato numerosi saggi e articoli, per riviste specializzate nella ricerca didattica e pedagogica.
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i luoghi dell’educare
SCUOLA DELL’INFANZIA E CORONAVIRUS di Mario Maviglia Parole chiave:
SCUOLA DELL’INFANZIA, CORONAVIRUS, DIDATTICA A DISTANZA,TECNOLOGIE INFORMATICHE CAMPI DI ESPERIENZA
L’isolamento causato dall’epidemia crea problemi particolari alla scuola dell’infanzia la cui didattica è basata per antonomasia sulla “vicinanza” e sul coinvolgimento attivo del bambino nelle varie attività. Adottare una didattica a distanza in questo grado scolastico vuol dire essenzialmente tenere i contatti con i bambini, farli sentire parte di un gruppo e di una storia costruita o da costruire assieme, senza preoccupazioni produttivistiche. Per quanto possibile va quindi privilegiato il coinvolgimento dei bambini aiutandoli nella loro espressione e dialogando su temi vicini alla loro esperienza di isolamento.
La situazione L’epidemia da Coronavirus ha creato, com’è noto, non pochi problemi al mondo della scuola la quale ha cercato di reagire garantendo, per quanto possibile, l’erogazione del servizio attraverso la didattica a distanza. Un settore particolarmente penalizzato è comunque quello della scuola dell’infanzia, per una serie di comprensibili e immaginabili motivi: a) i bambini di 3-6 anni sono molto più dipendenti dai genitori nell’utiliz-
zo di eventuali strumenti informatici rispetto agli alunni degli altri gradi scolastici. Questo vuol dire che per poter far fruire ai bambini di questa fascia di età eventuali proposte di didattica a distanza (qualsiasi declinazione questa possa assumere) è necessario che vi sia a fianco un adulto che lo supporti e lo guidi, operazione non impossibile, beninteso, ma che in alcune famiglie può incontrare vari ostacoli; b) non in tutte le famiglie vi sono del-
le dotazioni informatiche che possano essere utilizzate dai bambini o, se vi sono, non è detto che siano fruibili nei tempi programmati dalla scuola, vuoi perché vengono utilizzati magari dai fratelli più grandi, a loro volta impegnati nella didattica a distanza, vuoi perché utilizzati dagli stessi genitori, magari in situazione di smart working proprio a causa dell’isolamento richiesto dall’emergenza; c) il concetto di “distanza” applicato alla didattica della scuola dell’infanzia suona quasi come un ossimoro in quanto in questo grado scolastico la didattica si è da sempre caratterizzata proprio per la “vicinanza” alle esigenze del bambino, attraverso il lavoro di cura delle relazioni, l’utiliz7
i luoghi dell’educare
zo delle routine in chiave di apprendimento, l’allestimento del contesto per favorire non solo l’incontro con i campi di esperienza ma anche con i compagni e gli insegnanti. Insomma, se c’è un grado scolastico che nel tempo ha cercato di sviluppare una didattica “calda”, vicina ai bisogni del bambino e centrata proprio sul coinvolgimento attivo e diretto dello stesso, questo è proprio la scuola dell’infanzia; d) proprio per le ragioni espresse sopra, la scuola dell’infanzia non ha sviluppato alcuna tradizione di
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“ il concetto di “distanza” applicato alla didattica della scuola dell’infanzia suona quasi come un ossimoro in quanto in questo grado scolastico la didattica si è da sempre caratterizzata proprio per la “vicinanza” alle esigenze del bambino ”
utilizzo della didattica a distanza e spesso nemmeno di didattica digitale; questo non vuol dire che non vi siano esperienze didattiche anche significative che prevedono l’utilizzo del computer a scuola o di altri sistemi digitali, ma nel complesso questo tipo di scuola si è dedicata al potenziamento delle varie dimensioni di sviluppo, come indicato dalle Indicazioni Nazionali 2012, che sono basate sull’esperienza e sulla riflessione su quanto fatto. D’altro canto le stesse “discipline” nella scuola dell’infanzia assumono la denominazione di “campi di esperienza educativa” proprio per sottolineare il valore attivo e coinvolgente dell’esperienza e il protagonismo del bambino; e) va da sé che, in relazione a quanto abbiamo appena detto, la formazione dei docenti di scuola dell’infanzia riguardo alle tematiche della didattica a distanza e all’utilizzo dei mezzi informatici nella didattica quotidiana appare ancora molto basilare e sicuramente non in grado di gestire una situazione così complessa. Tenendo conto di tutto ciò, si può comprendere lo spiazzamento che la scuola dell’infanzia ha vissuto in questa particolare situazione emergenziale, anche se va dato atto ai docenti di aver cercato di tenere il contatto con i bambini e di farli sentire parte del gruppo e della scuola, una “scuola” molto diversa da quella ordinaria. Questo aspetto appare forse il più difficile da realizzare in quanto la frequenza fisica della scuola da parte del bambino di per sé lo sollecita a interagire con i compagni e con gli insegnanti, mentre in una situazione di isolamento forzato tutto appare molto più complicato, più indefinito e meno governabile per il bambino, oltre che meno comprensibile. In fondo, a pensarci bene, questa vicenda – al di là dell’esperienza scolastica - sottopone i bambini a una grande prova di
resilienza in quanto il forzato isolamento a casa e l’impossibilità di frequentare gli abituali luoghi di ritrovo creano fenomeni di disorientamento che vanno tenuti presenti dagli adulti di riferimento per aiutare il bambino a reggere una situazione così problematica. Sul versante scolastico, il non poter svolgere le normali attività quotidiane, il non poter condividere con i compagni l’esperienza scolastica (con tutto il corollario di rapporti amicali che questo comporta), il non poter interagire quotidianamente con i propri insegnanti sono tutti elementi che segnano profondamente la storia scolastica di ognuno. Le prospettive C’è da augurarsi che vi sia una pronta ripresa dell’attività scolastica. In ogni caso occorre riflettere sul fatto che i bambini con questa esperienza sono stati posti davanti a problemi di “apprendimento” del tutto inediti, come ad esempio imparare cosa vuol dire convivere con un nemico invisibile e subdolo, come organizzare il proprio tempo senza i consueti punti di riferimento spazio-temporali e relazionali, come sopportare i gravosi disagi che questa situazione comporta, e infine come adattarsi ai divieti senza eccessive frustrazioni. Questi aspetti ancor più vanno tenuti presenti se la situazione di isolamento dovesse permanere anche con l’avvio del prossimo anno
scolastico e se si dovesse continuare con attività di didattica a distanza. In questo caso sarà opportuno fare una ricognizione delle possibilità di collegamento che le famiglie hanno non dimenticando che le istituzioni scolastiche hanno ricevuto dei fondi da utilizzare proprio per la didattica a distanza; in tal modo si può venire incontro alle esigenze delle famiglie non dotate di mezzi informatici. Sarà pure opportuno condividere a livello di istituto comprensivo tra tutte le scuole dell’infanzia una strategia comune di intervento, tenendo conto che l’obiettivo prioritario è – come abbiamo detto sopra – quello di tenere unito il gruppo sezione e di ascoltare i bambini in questa difficile situazione. Sotto questo profilo appare opportuno collegarsi volta per volta con gruppi ristretti di bambini in modo da poter interagire distesamente con tutti. Ovviamente possono essere realizzate delle proposte di carattere didattico che mirano a tenere insieme il gruppo e dare il senso di una storia che continua, anche se a distanza. Sarebbe utile, ad esempio, proporre ogni volta che ci si collega una storia che leggere o raccontare ai bambini, eventualmente anche a puntate in modo da dare proprio l’idea di appuntamenti che ci si dà. Non dovrebbe esserci l’ossessione da parte 1
Cfr. Pontecorvo, Ajello, Zucchermaglio, 1993
degli insegnanti di far produrre necessariamente qualcosa ai bambini, ma certo possono essere lanciate delle proposte che, se i bambini lo vogliono, possono realizzare da soli o insieme ai genitori. Non mancano, a questo riguardo, proposte interessanti di carattere espressivo, motorio, musicale. Ancor più importante è comunque far esprimere i bambini, creando le condizioni perché ciò avvenga senza imposizioni o in modo inquisitorio. In fondo anche attraverso la discussione si impara1. I temi di discussione possono essere legati alla quotidianità, oppure collegati alle proposte didattiche proposte man mano. L’importante è che non vi sia, da parte dei docenti, un intento produttivistico. Una particolare attenzione dovrà essere riservata ai piccoli di tre anni iscritti per la prima volta alla scuola dell’infanzia. è necessario che a livello di istituto comprensivo si elaborino delle linee d’azioni comuni per affrontare questo aspetto e per progettare degli interventi che abbiano un senso tenendo conto della dimensione emergenziale.
Bibliografia • Pontecorvo C, Ajello A.M, Zucchermaglio C., Discutendo s’impara. Interazione sociale e conoscenza a scuola, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1993.
Mario Maviglia Laurea in Pedagogia presso l’Università di Torino. Perfezionatosi presso il Corso di Alta Formazione ASERI Università Cattolica di Milano. Attualmente in quiescenza, è stato insegnante elementare, direttore didattico, ispettore tecnico e dirigente amministrativo. Presso l’USR Lombardia ha diretto l’Uffcio Formazione, l’Ufficio Dirigenti tecnici amministrativi e scolastici e l’UST di Brescia. È stato Coordinatore Regionale degli Ispettori tecnici della Lombardia. Ha fatto parte di numerosi gruppi di lavoro MIUR ed è autore di libri e articoli di didattica e pedagogia. Docente a contratto presso l’Università Cattolica di Brescia.
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i luoghi dell’educare
Le scuole al tempo della pandemia di Massimo Castellani Parole chiave:
Pandemia, Coronavirus, Didattica A Distanza, E-Learning, Videoconferenza. L’emergenza legata al COVID 19 ha colto impreparato tutto il mondo, anche quello della scuola. In che modo hanno reagito le istituzioni scolastiche italiane? La risposta è stata omogenea, adeguata, tempestiva? Cosa è stato fatto e cosa si può ancora fare?
Sì, proprio “Le scuole” e non “La scuola” al tempo della pandemia da COVID-19, l’uso del plurale nel titolo di questo breve scritto non è casuale. La risposta che la scuola italiana ha saputo e potuto dare in occasione dell’emergenza Coronavirus è stata infatti assai disomogenea, spesso tardiva, a volte inadeguata. Non possiamo parlare quindi della reazione della scuola nel suo complesso, ma piuttosto analizzeremo i molteplici modi in cui gli Istituti Comprensivi italiani hanno dato risposte a questa emergenza educativa e cercheremo di capirne le ragioni. Ma analizziamo cosa è successo. Il “ciclone” COVID-19 ha travolto in tempi rapidissimi il mondo intero. A partire da novembre 2019, quando venne registrato in Cina il primo caso di contagio accertato, il virus in pochi mesi ha fatto il giro del mondo, contagiando milioni di persone e causando decine di migliaia di morti. È impossibile al momento fornire numeri certi e definitivi perché il virus purtroppo è ancora lontano dal terminare la sua corsa e un vaccino è ancora lungi dall’essere disponibile. Dinanzi a questa vera e propria catastrofe, classificata dall’OMS come pandemia solo lo scorso 11 marzo, si sono fatti trovare impreparati, chi più chi meno, tutti i paesi del mondo, compresi quelli più avanzati. Il virus ha stravolto sistemi sanitari, compromesso realtà economiche e industriali, fatto vacillare bilanci statali 10
e, soprattutto, si è portato via tante, troppe vite umane. La scuola italiana, non poteva essere altrimenti, si è trovata – come tutto e tutti – impreparata ad affrontare l’imprevista e imprevedibile situazione di emergenza. In particolare, con la chiusura di tutte le scuole disposta dal governo a partire dal 4 marzo, gli istituti scolastici si sono trovati davanti al problema della prosecuzione dell’attività didattica. Sebbene
“ La scuola italiana, non
poteva essere altrimenti, si è trovata – come tutto e tutti – impreparata a affrontare l’imprevista e imprevedibile situazione di emergenza. ” le prime disposizioni emanate dal MIUR non delineassero chiaramente la strada da seguire e nelle successive direttive venivano indicati possibili percorsi operativi senza alcuna prescrittività, fu subito evidente che solo ricorrendo alla didattica a distanza (DaD) si sarebbe potuto contrastare il ciclopico problema con cui la scuola veniva chiamata a confrontarsi: una DaD attivata da chi, in quale modo, con quali strumenti? Alcune istituzioni scolastiche, non tantissime in verità, le risposte a queste domande le hanno trovate abbastanza facilmente e velocemen-
te. Università e Istituti di Scuola secondaria superiore infatti, vantando generalmente esperienze pregresse nella formazione a distanza e nell’utilizzo di piattaforme e-learning, si sono attivati in tempi rapidi, potendo contare anche su due fattori di importanza non secondaria: la presenza all’interno del proprio organico di persone – docenti e/o ATA - con competenze tali da favorire l’avvio della didattica a distanza e un bacino di utenza costituito da studenti sostanzialmente già dotati di strumenti e conoscenze adeguate. A livello di Scuola primaria e Scuola secondaria di I° grado le cose sono andate in maniera diversa. Pochi Istituti Comprensivi infatti, hanno in organico personale con competenze tali da consentire non solo l’avvio rapido della didattica a distanza, ma anche la valutazione delle soluzioni più adeguate da adottare che, in questi casi, possono essere le più disparate. Dopo un primo periodo di comprensibile disorientamento, durato qualche giorno e a volte qualche settimana, questi istituti scolastici hanno adottato soluzioni estremamente diversificate, spesso cogliendo una delle opportunità offerte da “Solidarietà digitale” (https://solidarietadigitale.agid. gov.it/). Questa iniziativa del Ministero per l’Innovazione tecnologica e la Digitalizzazione, attuata con il supporto tecnico dell’Agenzia per l’Italia Digitale, è stata creata con lo scopo di ridurre l’impatto sociale ed economico del Coronavirus, grazie a soluzioni e servizi innovativi messi gratuitamente a disposizione da numerosi enti e aziende. Tra le tante opportunità ve ne sono alcune certamente utili alla realizzazione di servizi di didattica a distanza. Si tratta generalmente di software proprietario le cui