Invito alla lettura
• Una selezione di cinque novelle, Rosso Malpelo, La Lupa, La roba, Libertà e Jeli il pastore con note lessicali per i termini più complessi. • Focus di approfondimento sui luoghi e sugli eventi storici. • Incontro immaginario con l’autore. • Intervista all’illustratore. • Attività di comprensione ispirate alla metodologia Invalsi. • Caffè letterario. • Espansioni online.
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€ 6,60
ROSSO MALPELo e altre novelle
Rosso Malpelo e altre novelle
Giovanni Verga
Ogni novella di Giovanni Verga è uno spaccato di vita vera, vissuta in terra di Sicilia, immersa in una natura aspra, dove le difficili condizioni di vita sono durissime da sostenere, anche per i più forti. L’abilità di Verga sta nel descrivere le caratteristiche del mondo della povera gente e le paure che agitano gli animi dei più umili facendo sentire il lettore partecipe dei fatti narrati e vicino alle vicende dei singoli personaggi.
RACCONTI D’AUTORE
LeggerMENTE è la nuova collana di narrativa per la scuola secondaria. Il suo obiettivo principale è offrire ai ragazzi libri classici o inediti, storie di attualità o di fantasia, per riscoprire pagina dopo pagina il piacere della lettura.
RACCONTI D’AUTORE
Giovanni Verga
rosso mALpelo e altre novelle a cura di Moreno Giannattasio
Rosso Malpelo Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riescire un fior di birbone. Sicché tutti alla cava della rena rossa lo chiamavano Malpelo; e persino sua madre, col sentirgli dir sempre a quel modo, aveva quasi dimenticato il suo nome di battesimo. Del resto, ella lo vedeva soltanto il sabato sera, quando tornava a casa con quei pochi soldi della settimana; e siccome era malpelo c’era anche a temere che ne sottraesse un paio, di quei soldi: nel dubbio, per non sbagliare, la sorella maggiore gli faceva la ricevuta a scapaccioni1. Però il padrone della cava aveva confermato che i soldi erano tanti e non più; e in coscienza erano anche troppi per Malpelo, un monellaccio che nessuno avrebbe voluto vederselo davanti, e che tutti schivavano come un can rognoso, e lo accarezzavano coi piedi, allorché se lo trovavano a tiro. Egli era davvero un brutto ceffo, torvo, ringhioso, e selvatico. Al mezzogiorno, mentre tutti gli altri operai della cava si mangiavano in crocchio la loro minestra, e facevano un po’ di ricreazione, egli andava a rincantucciarsi col suo corbello2 fra le gambe, per rosicchiarsi quel po’ di pane bigio, come fanno le bestie sue pari, e ciascuno gli diceva la sua, motteggiandolo3, e gli tiravan dei sassi, finché il soprastante In pratica la sorella di Malpelo lo prendeva a schiaffi anche se non aveva fatto nulla, solo per avvisarlo di non mettersi in testa l’idea di rubare. 2 Recipiente rotondo, fatto di stecche di legno o di vimini, che conteneva il pasto. 3 Prendendolo in giro, sfottendolo. 1
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La Canziria Titolo Testo
Situata a nord di Vizzini, in un luogo non privo di attrazioni naturalistiche, costeggiato da collinette e circondato da fichidindia, posto a valle, si trova l’antico borgo artigiano chiamato la “Canziria”. Si tratta di un villaggio ottocentesco, luogo, vero e proprio esempio d’archeologia industriale, costituito da un congruo numero di case, alcune a più piani, dall’aspetto semplice ma pittoresco. L’ubicazione è stata dettata dalla presenza di una sorgente d’acqua, indispensabile per conciare il cuoio, presente sopra le concerie e comunemente chiamata “Fontana”, che contribuiva a realizzare un prodotto molto apprezzato. Verga vi passò molto tempo nell’infanzia, quando faceva ritorno al paese d’origine di suo padre e in mezzo a quelle viuzze ambientò molte delle sue pagine. L’episodio più famoso è senz’altro il duello tra compare Turiddu e Alfio in Cavalleria Rusticana. Ad est del borgo ci sono numerose grotte scavate artificialmente e che furono utilizzate come ricovero per i bovini delle mandrie. Alcune di quelle cavità sono sempre state usate come concerie, oppure adibite alla molitura del sommacco, una pianta tipica introdotta
dagli Arabi, preziosa come materia prima per la concia delle pelli. Il sommacco è un arbusto sempreverde, che può raggiungere l’altezza di tre metri. Ha foglie pennate con bordo seghettato, fiorisce tra maggio ed agosto con pannocchie gialloverdastre. I frutti carnosi e di colore rossobruno sono velenosi se consumati freschi. Ma se raccolti prematuramente, lasciati seccare e poi tritati, danno una spezia dal sapore acidulo, simile al succo di limone, quasi sconosciuta in Occidente ma particolarmente usata nella cucina mediorientale: Libanesi e Siriani la usano per insaporire il pesce; Iracheni e Turchi la aggiungono alle insalate; Iraniani e Georgiani vi condiscono il kebab. Un tempo dalla corteccia e dalle foglie di sommacco si estraevano i tannini impiegati in tintoria e nel processo della concia, il trattamento per conservare ed utilizzare le pelli nel settore tessile per abbigliamento e arredamento. Grazie al sommacco la pelle diventava di quel colore marrone che la contraddistingue ancora, anche se oggi il procedimento non è più vegetale ma chimico, con composti dei metalli come cromo, alluminio, zirconio o titanio. Il borgo della Canziria è stato recuperato con un imponente restauro, che ha riportato in vita i vicoli, ha posto le basi per un museo antropologico della concia, ha ridisegnato l’anfiteatro greco e ha rilanciato la zona come attrazione culturale e turistica. Oggi è possibile visitare la Canziria di Vizzini e ritrovarsi all’interno dell’immaginario di Giovanni Verga.
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I fatti di Bronte Bronte è un comune in provincia di Catania con gran parte delle attività economiche basate sull’agricoltura. Il prodotto tipico più famoso è il pistacchio, che ha avuto il riconoscimento doc (denominazione di origine controllata) dall’Unione europea. I fatti di Bronte, noti anche come “massacro di Bronte”, sono un tragico episodio del Risorgimento italiano, avvenuto nell’agosto del 1860. Da tempo si trascinava un problema legato al possesso delle terre demaniali, boschi e pascoli che tutti sfruttavano. Alcuni dicevano che quelle proprietà appartenevano solo ad alcune facoltose famiglie, altri che le terre erano di tutti. Le diverse opinioni provocarono dei conflitti tra la nobiltà e la società civile, fino a sfociare in una vera e propria insurrezione popolare. Fu così che vennero date alle fiamme decine di case, il teatro e l’archivio comunale, dove c’erano i documenti di proprietà delle terre. Iniziò poi una vera caccia all’uomo e gli scontri feroci che ne seguirono provocarono la morte di ben 16 persone fra nobili, ufficiali e civili. Il Comitato di guerra, creato in maggio per volere di Garibaldi, decise di inviare a Bronte un battaglione di garibaldini agli ordini del maggiore generale Nino Bixio, per sedare la rivolta e fare giustizia in modo esemplare. Secondo alcuni studiosi, gli intenti di Garibaldi erano volti anche a proteggere gli interessi commerciali dell’Inghilterra (Bronte apparteneva agli eredi di Nelson), che aveva favorito lo sbarco dei Mille. Quando Bixio iniziò la propria inchiesta sui fatti accaduti, larga parte dei responsabili era fuggita altrove, mentre alcuni ufficiali colsero l’occasione per accusare i loro avversari politici. Il Tribunale di guerra, in un frettoloso pro-
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cesso durato meno di quattro ore, giudicò ben 150 persone. Vennero condannati a morte 5 abitanti di Bronte. Tra loro c’era l’avvocato Nicolò Lombardo, la cui unica colpa era stata quella di essere acclamato sindaco dopo l’eccidio. Venne ingiustamente additato come capo rivolta, senza alcuna prova, insieme ad altre quattro persone. La sentenza venne eseguita mediante fucilazione l’alba successiva: per ammonire la popolazione dal farsi venire in mente di riprovarci, i cadaveri furono lasciati esposti al pubblico senza sepoltura. Nunzio Ciraldo Fraiunco, una delle vittime, era malato di demenza, lo “scemo del villaggio” per intenderci, ed era stato arrestato per aver girato per le strade del paese soffiando in una trombetta di latta e cantilenando la chiamata alla rivolta. Alcuni cittadini di Bronte ne chiesero la grazia, tanto che il plotone di esecuzione si rifiutò di sparargli. Fu proprio il generale Nino Bixio a giustiziarlo con uno spietato colpo di pistola alla testa, mentre il condannato si era inginocchiato per chiedere la grazia. Nella novella Libertà di Verga, che ricostruisce quei fatti, il personaggio di Nunzio diventa un nano. Secondo lo scrittore Leonardo Sciascia, Verga opera questo cambiamento per far sembrare meno dura la condanna a morte di un innocente non in possesso delle facoltà mentali. D’altronde la situazione in Sicilia era davvero difficile. Lo stesso Bixio non vedeva di buon occhio la popolazione più umile e ignorante del luogo. In una lettera di quei giorni alla moglie Adelaide definisce così le terre che incontra sul suo cammino: “Che paesi! Si potrebbero chiamare dei veri porcili! Questo insomma è un paese che bisognerebbe distruggere o almeno spopolare e mandarli in Africa a farli civili”.
Titolo immaginario con l’autore Incontro Testo
Anche i grandi scrittori sono stati bambini. Raccontaci qualcosa della tua famiglia di origine. Sono nato a Catania, il 2 settembre 1840, così mi hanno sempre detto, ma a quei tempi le date non erano mai precise. Dicono infatti che nacqui il 31 agosto a Vizzini e che poi mio padre Giovanni Battista Catalano mi registrò come nato in casa a Catania, in via Sant’Anna, forse per onorare l’origine di mia madre, Caterina di Mauro, di famiglia borghese e per darmi dei natali più cittadini. Fui battezzato l’8 settembre come Giovanni Carmelo, ma rimasi solo Giovanni per tutti quanti. La famiglia di mio padre apparteneva al ramo cadetto dei baroni di Fontanabianca e al paese di Vizzini avevamo dei buoni possedimenti. Mio
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nonno era stato carbonaro, sognava l’unità d’Italia, e nel 1812 fu eletto deputato per il paese di Vizzini nel parlamento siciliano. Che scuole hai frequentato e che tipo di studente eri? Terminai le scuole primarie presso la scuola di Francesco Carrara, poi venni inviato per gli studi secondari alla scuola di don Antonio Abate, fervente patriota e repubblicano, dal quale assorbii il gusto letterario romantico ed il patriottismo. Lì conobbi le opere di Dante, di Petrarca, di Manzoni, di Ariosto e del Tasso. Fui subito molto colpito dalla scrittura e coltivai presto gli interessi letterari. Nel biennio 1854-55 dovetti rifugiarmi in campagna per sfuggire ad un’epidemia di colera e assaggiai il mondo che mi avrebbe ispirato così tanto. A soli quindici anni scrissi il mio primo romanzo Amore e patria, che don Antonio reputò buono; ma lo lasciai in un cassetto, perché il mio professore di latino, don Mario Torrisi, lo considerò troppo immaturo (e non aveva tutti i torti!). Nel 1858 mi iscrissi alla facoltà di legge all’Università di Catania, ma dopo pochi anni l’abbandonai, preferendo dedicarmi all’attività letteraria e al giornalismo. In più avevo speso i soldi per pagare le tasse universitarie del 1861 per la pubblicazione, ovviamente a mie spese, del mio secondo romanzo I carbonari della montagna!
Come hai coltivato queste tue attitudini? Subito cominciai ad osservare il mondo, arruolandomi nella Guardia Nazionale di Catania e facendo contemporaneamente il giornalista. Fondai ben tre giornali, che purtroppo ebbero breve durata. Ma fu la morte di mio padre nel 1865 a costringermi a spiccare il volo. Me ne andai a Firenze, dove, tra i molti scrittori presenti, divenni amico di Luigi Capuana, un vero maestro, e nel 1871 pubblicai Storia di una Capinera. Dal 1872 divenni cittadino milanese. Fu davvero un bel momento da vivere intensamente. Mi mescolai in ambienti letterari interessanti, freschi e pieni di entusiasmo, alla ricerca di un nuovo modo di scrivere. Mi occupavo di tematiche mondane, del mondo che mi circondava e che vivevo in prima persona. E scrivevo tantissimo, ispirandomi al modernissimo naturalismo francese di Emile Zolà, una forza così creativa e innovativa da segnarmi nel profondo dell’anima. Hai esercitato la professione di giornalista quindi. Sì, è vero, ma solo per un breve periodo. Il richiamo della letteratura era troppo forte e non seppi resistere. Non appena il Parlamento del nuovo stato italiano diede il via a una serie di inchieste sul quadro disperato del lavoro in Sicilia, capii finalmente la mia vera vocazione.
Dovevo scrivere di quel mondo e lo dovevo fare come i naturalisti francesi. Fu così che nel 1874 prese forma la novella Nedda, l’inizio del periodo che i critici in seguito chiamarono verismo letterario. Lasciai nel 1893 la Milano mondana e tornai al mio paese, per scrivere della campagna, del mondo degli sconfitti dalla società e dalla natura. Completai le raccolte di novelle Vita dei Campi e Novelle Rusticane e cominciai a lavorare a I Malavoglia, il primo romanzo verista. Poi venne Mastro don Gesualdo, che era il secondo libro di un progetto di ben cinque volumi. Ma la mia vena creativa venne esaurendosi e non riuscii a completare la serie sul Ciclo dei Vinti, le persone sconfitte dalla vita. Quali generi letterari prediligevi? All’inizio del mio percorso di studi mi appassionarono tantissimo le tematiche del patriottismo e dell’attualità. Infatti mi immergevo nelle pagine di Alexandre Dumas, quello dei tre moschettieri per capirci, oppure divoravo le pagine di Guerrazzi, un maestro nel romanzo storico a carattere fortemente romantico. Ma una volta conosciuto Luigi Capuana e le sue formidabili analisi letterarie, diventai più curioso sulle nuove tendenze letterarie. La poesia della Scapigliatura milanese e il Naturalismo francese diventarono le mie letture preferite. Da qui il passaggio dalla vita borghese, alla quale ero
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Percorsi di lettura cammin facendo
1 Dove sono ambientate le novelle di Giovanni Verga? a) Nella campagna abruzzese. b) A Milano. c) Nella campagna siciliana. d) All’estero.
2 La corrente letteraria di cui Verga è il più importante esponente è il verismo. Cosa significa questo nome? a) Il verismo è la ricerca della verità. b) Il verismo racconta e descrive le cose così come sono. c) Il verismo è una moda. d) Il verismo è quando i personaggi dicono sempre il vero. 3 Il linguaggio usato da Giovanni Verga nelle novelle ha una particolarità. Quale? a) Verga utilizza termini della cultura dotta, tipica della borghesia. b) Verga racconta con stile giornalistico. c) Verga utilizza le forme dialettali nel dialogo tra i personaggi. d) Verga usa termini stranieri.
4 I protagonisti delle novelle di Verga sono: a) i ricchi e i benestanti. b) i poveracci spesso analfabeti. c) le figure militari. d) le persone abili e capaci di risolvere i propri problemi.
5 I personaggi delle novelle sono animati nel raggiungere i loro obiettivi da: a) malvagità, odio e crudeltà. b) passione, altruismo e generosità. c) paura, superstizione e avidità. d) onestà, rettitudine e perdono.
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Percorsi di lettura cammin facendo Rosso Malpelo 1 Perché il protagonista si chiama Rosso Malpelo? a) Perché ha la testa sempre sporca di rena rossa. b) Perché è il suo nome di Battesimo. c) Perché ha i capelli rossi tagliati male. d) Perché ha i capelli rossi, considerati segno di cattiveria.
2 Di cosa muore mastro Misciu, il padre di Rosso Malpelo? a) Muore di malattia nel suo letto. b) Rimane sepolto dal crollo di un pilastro di una galleria. c) Rimane coinvolto in uno scoppio in miniera. d) Viene ucciso da un compagno in una rissa.
3 Chi è Ranocchio? a) L’asino di Rosso Malpelo. b) Un vecchio manovale della miniera. c) Il compagno zoppo di Rosso Malpelo. d) Il fratello di Rosso Malpelo.
4 Perché Rosso Malpelo tormenta Ranocchio? a) Per il gusto di tiranneggiarlo. b) Per vendicarsi dei torti subiti. c) Per insegnargli quanto è dura la vita. d) Per dimostrare che lui è più forte.
5 A Rosso Malpelo piace il lavoro in miniera? a) Sì, è il suo preferito. b) Vorrebbe fare il contadino in mezzo al verde. c) No, vorrebbe comandare tutti gli altri. d) Non saprebbe cos’altro fare.
6 Da dove provengono i nuovi calzoni di fustagno di Rosso Malpelo? a) Sono quelli di suo padre, rimpiccioliti dalla madre. b) Sono quelli regalati da compare Gaspare, il carrettiere.
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