Metodologie Operative
Tecnico dei Servizi per la Sanità e l’Assistenza Sociale Capovolgi il volume per leggere la Parte B Dalla pratica alla teoria
dalla teoria alla pratica e dalla pratica alla teoria
Sintesi vocali
Contenuti essenziali
Didattica inclusiva
Competenze, Abilità e Conoscenze intermedie Approfondimenti
Triennio
Venia Lotteri | Daniela Corsi
I miei strumenti di lavoro Schede operative e di consultazione
Triennio
Accesso immediato tramite Smartphone o Tablet a tutti gli audio delle Sintesi.
Metodologie Operative
Tecnico dei Servizi per la Sanità e l’Assistenza Sociale
Il
testo Metodologie operative è dedicato al triennio. La sua caratteristica fondamentale è porre lo studente al centro per aiutarlo a costruire gradualmente la sua professionalità di Tecnico dei Servizi per la Sanità e l’Assistenza Sociale ma anche per favorire il suo processo di crescita e maturazione di una personalità libera, creativa e responsabile fornendogli competenze che lo aiutino a inserirsi da protagonista nella società odierna in virtù di una autentica consapevolezza di sé e di validi strumenti conoscitivi per interpretare la realtà circostante. Il testo è organizzato per livelli: Livello 3 – sviluppo argomenti del biennio (terzo anno) Livello 4 – approfondimento (quarto anno) Livello 5 – avanzato (quinto anno) Il volume ha una duplice modalità d’utilizzo: la parte A propone contenuti teorici; la parte B (a libro capovolto) proposte operative. Ogni argomento è corredato da: • Schede operative • Schede informative • Approfondimenti sulle tematiche trattate • Sintesi vocali che diventano i contenuti minimi della disciplina, utili per gli alunni con programmazione semplificata, con Bisogni Educativi Speciali o con Disturbi Specifici di Apprendimento. Il testo, infatti, è scritto con una grafica semplice, è dotato di una punteggiatura minima e caratterizzato da paragrafi suddivisi in piccole frazioni di contenuto. Completa il corso il volume I miei strumenti di mio lavoro. Schede operative e di consultazione che fungono da supporto alla fase operativa svolta nelle simulazioni di attività laboratoriali in classe e utili ai futuri Percorsi per l’acquisizione delle Competenze Trasversali e per l’Orientamento (PCTO). La Guida per il docente, presente in formato on line, contiene la presentazione della disciplina, in particolare: • i risultati di apprendimento intermedi del profilo di indirizzo, le competenze in uscita e i traguardi intermedi in termini di competenze, abilità, conoscenze (assi culturali ed eventuali raccordi con le competenze degli insegnamenti dell’area generale) • le finalità, gli obiettivi e le indicazioni metodologiche della disciplina • esempi di UdA disciplinari, interdisciplinari e scheda esplicativa per gli studenti • le verifiche (con le relative soluzioni), modificabili per entrambi i livelli, in formato sia minuscolo sia tutto maiuscolo, più specifico per gli alunni con DSA.
Venia Lotteri | Paola Boschiero
Venia Lotteri Paola Boschiero
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Tecnico dei Servizi per la Sanità e l’Assistenza Sociale Capovolgi il volume per leggere la Parte B Dalla pratica alla teoria
dalla teoria alla pratica e dalla pratica alla teoria
Sintesi vocali
Contenuti essenziali
Didattica inclusiva
Competenze, Abilità e Conoscenze intermedie Approfondimenti
www.bulgarini.it
978-88-234-3384-7
Triennio
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Metodologie Operative
Tecnico dei Servizi per la Sanità e l’Assistenza Sociale Parte A dalla teoria alla pratica
Indice
Parte A Dalla teoria alla pratica
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Introduzione
Capitolo 1
La figura professionale del Tecnico dei Servizi per la Sanità e l’Assistenza Sociale
Livello 3 Le abilità del Tecnico dei Servizi per la Sanità e l’Assistenza Sociale Le life/soft skills e le hard skills Approfondimento TEST: Life/Soft skills Il problem solving Esercita le tue competenze - Sperimenta il problem solving
Il conflitto e la sua gestione “Come trattare gli altri e farseli amici” Decalogo per la gestione del conflitto
Livello 3 Per essere un “vero” TSSAS Alla scoperta delle emozioni La negoziazione La mediazione Approfondimento Le abilità comunicative del mediatore La comunicazione assertiva L’empatia L’intelligenza emotiva La resilienza Approfondimento La resilienza
Livello 3 La metodologia operativa del settore sociosanitario “Networking” o lavoro sociale di rete Il gruppo di lavoro L’obiettivo Il ruolo Il role-playing Approfondimento Il lavoro in équipe in sette punti Il leader nei lavori di gruppo
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Metodologie Operative
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Livello 3 L’analisi di caso La presa in carico Il progetto sociale La rete di servizi integrati territoriali Approfondimento Le quattro fasi della presa in carico
Livello 3 Gli strumenti del “mestiere” L’analisi dei bisogni Le tipologie di osservazione Gli strumenti per l’osservazione Approfondimento L’osservazione diretta partecipante La tecnica dell’intervista Tra un colloquio e l’altro
Livello 4 Gli strumenti professionali del servizio La cartella sociale La relazione sociale Il colloquio e il contesto (setting) La stipula del contratto La realizzazione della strategia di intervento Conclusione e verifica Approfondimento Dimmi con chi parli e… ti dirò qual è il tuo potenziale Livello 5 La valutazione del servizio Perché si valuta? Approfondimento Un esempio di scheda di valutazione Sintesi Conoscenze
Capitolo 2
L’utenza
Livello 3 La metodologia operativa con l’utenza Il rapporto con l’utenza Lavorare con il gruppo Lo psicodramma va in scena L’attività “L’IO IN GIOCO” Approfondimenti “Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi” Il gruppo, la leadership e i ruoli Livello 3 Il gruppo Bambini: modalità di ingresso nel gruppo Gli adolescenti all’interno del gruppo L’adolescenza: una transizione delicata
Indice
Pag. 115 116 118 118 120
Le situazioni patologiche Bullismo e cyberbullismo I protagonisti del bullismo Il cyberbullo e la Legge n. 71/2017 Approfondimento “Nodo-blu”, la lettera-denuncia di Flavia contro il bullismo
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Esercita le tue competenze - Il caso di Matteo
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Livello 3 Famiglie multiproblematiche Com’è cambiata la famiglia Interazione comunicativa Quando si parla di “famiglia multiproblematica”?
Livello 4 La fase adolescenziale La parola agli psicologi: Freud ed Erikson Disagio, disadattamento e devianza Approfondimento Caro giudice... perché non mi hai mai incontrato? Livello 4 La violenza in famiglia La violenza assistita La violenza sulle donne I centri antiviolenza (CAV)
Livello 5 Storie familiari dell’“altro mondo” La sindrome della dipendenza o dipendenza patologica Il trattamento delle dipendenze patologiche L’emergenza migranti Approfondimento Alcol e Coronavirus
Livello 5 Invecchiamento patologico L’importanza di 0 – 5 – 30 L’invecchiamento patologico o declino cognitivo La demenza I sintomi di decadimento cognitivo Approfondimento L’Alzheimer Cafè Allena-menti: attività per contrastare il decadimento cognitivo La persona al centro Le attività di vita quotidiana e le routine Che cos’è la routine? La terapia della reminiscenza La terapia di stimolazione cognitiva La terapia di orientamento alla realtà TimeSlips, il programma di narrazione creativa La cura centrata sulla persona
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Metodologie Operative
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Memory Training Validation Therapy La terapia di rimotivazione La terapia occupazionale L’abbraccio-terapia Approfondimento La magia di un abbraccio Doll Therapy - la terapia della bambola Approfondimento Le bambole steineriane o Waldorf Un peluche è per sempre Memorable Pets La silvoterapia Sintesi Conoscenze
Capitolo 3
La “voce” della diversità
Livello 3 Problematiche e modalità di intervento psicosociale L’integrazione sociale della non autosufficienza L’integrazione scolastica e l’insegnante di sostegno Approfondimento La diversità: solo questione di parole? Brevi riflessioni di una docente
di sostegno
e al lavoro
Viaggio alla scoperta delle disabilità Disabilità sensoriali Disabilità motorie Ritardo mentale o cognitivo: dal disturbo al sostegno La metodologia Feuerstein Approfondimento Il ruolo del mediatore Feuerstein e l’utilizzo del metodo a scuola Il CTS provinciale Approfondimento Ti presento Nao e Pepper La scuola in ospedale (SIO) e l’istruzione domiciliare (ID)
Livello 4 Le problematiche psicosociali del caregiver Alla scoperta del caregiver La legge per i caregiver familiari Approfondimento Sostegno al caregiver: un esempio di progetto
Livello 4 Proposte per una cittadinanza inclusiva Il baskin Approfondimento Parola di allenatrice: “Uno sport per tutti, a ciascuno il suo sport” L’orchestra MagicaMusica Il GrEst e il CRE Approfondimento PCTO: esempi di relazione conclusiva
Indice
Pag. 226 226 228 229
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Livello 4 L’integrazione lavorativa Il Servizio di inserimento lavorativo (SIL) o collocamento mirato Il Servizio di formazione all’autonomia (SFA) Approfondimento Lavorare per… l’inclusione
Livello 5 Altre problematiche e interventi psicosociali Alunni con Bisogni Educativi Speciali I Disturbi Specifici di Apprendimento Autismo e disturbi dello spettro autistico La sindrome di Asperger Approfondimento Imparare a leggere e a scrivere con il metodo simultaneo Sintesi Conoscenze
Capitolo 4
Welfare, politiche sociali e servizi
Livello 3 Il Welfare e la sussidiarietà orizzontale La salute è un diritto di tutti, tutelato dalla Costituzione italiana I principi del Servizio Sanitario Nazionale I principi organizzativi del Servizio Sanitario Nazionale Il principio di sussidiarietà Il “Governo clinico”: alla scoperta di questo approccio Livelli essenziali di assistenza e fruizione dei servizi Prevenzione collettiva e sanità pubblica
Misure di prevenzione sanitaria • Screening neonatali • Scuola e vaccini • Screening oncologici
Le diverse tipologie di assistenza
Assistenza distrettuale • Assistenza sanitaria di base • Assistenza farmaceutica e la nuova
“farmacia dei servizi” • Assistenza integrativa • Assistenza specialistica ambulatoriale • Assistenza protesica • Assistenza termale • Assistenza sociosanitaria • Assistenza
domiciliare • Assistenza domiciliare a persone non autosufficienti • Assistenza sociosanitaria residenziale e semiresidenziale a persone non autosufficienti • Assistenza a persone in fase
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terminale della vita • Assistenza a persone con disabilità • Assistenza sociosanitaria semiresidenziale e residenziale a persone con disabilità • Assistenza ospedaliera
Approfondimento L’assistenza ospedaliera I servizi sociosanitari integrati ADI e valutazione dell’area della domiciliarità
Approfondimento Il sistema FIM®
Livello 4 L’emergenza sanitaria territoriale Come funziona il 112 Approfondimento “Il vero valore della mia vita dipende dalle vite che ho incontrato” Aggiornamento dei LEA 7
Metodologie Operative
Pag. 291 292
Il sistema di monitoraggio Le modalità organizzative dei servizi educativi e sociosanitari
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Sintesi Conoscenze
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Livello 5 Il TSSAS ti supporterà, sosterrà, aiuterà sempre Il problema nel contesto dei servizi L’assistenza a particolari categorie I livelli di autonomia della vita quotidiana Le attività di base della vita quotidiana (ADL) Le attività strumentali della vita quotidiana (IADL) “Passi d’Argento” per valutare le condizioni di salute e i livelli di autonomia Approfondimenti La metodologia del servizio socioeducativo
Capitolo 5
I servizi sociosanitari per anziani
Il raccordo tra scuola e mondo del lavoro
Livello 3 PCTO: una finestra sul “tuo domani” Che cosa sono i PTCO Le finalità del PCTO alla luce delle competenze trasversali in ambito lavorativo L’attuazione dei PCTO La certificazione delle competenze Approfondimenti PCTO: competenze, abilità, conoscenze Competenze, compiti/attività I significati di questo percorso L’esperienza
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Livello 3 Gli strumenti operativi per l’esperienza di PCTO Per non dimenticare Il decalogo per PCTO Approfondimento Autovalutazione e autoanalisi critica dei comportamenti
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Livello 3 La tutela lavorativa del TSSAS PCTO e sicurezza sul lavoro Le sanzioni disciplinari Gli elementi generali di prevenzione e tutela del lavoro Metodi e strumenti di tutela della salute e della sicurezza amb ientale
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nello svolgimento di attività con l’utenza
Livello 3 La tutela della salute Lavoro e postura ergonomica Igiene e buone prassi Igiene ambientale
Indice
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Livello 4 L’analisi di caso L’osservazione e le aree di interesse
Autonomia personale • Abilità funzionali • Abilità sociali • Stato emotivo
Il caso La qualità nella valutazione dei servizi alla persona Approfondimento Indici per valutare la qualità del servizio Il servizio Rischi comuni
Livello 5 Curiosità sulle nuove professioni sociosanitarie in evoluzione Il sitter, una nuova professione? L’assistente educatore Approfondimento Sono un OSS e lavoro in una casa di riposo Il terapista occupazionale o ergoterapeuta Sintesi Conoscenze
Parte B Dalla pratica alla teoria Terapie
Arteterapia Destinatari e aree di intervento Benefici Arteterapia per bambini
Capovolgi il volume per leggere la Parte B
Obiettivi • Proposte
Arteterapia per adolescenti, anziani, disabili Proposte
Mandala
Finalità e obiettivi • Tipologie di utenza
Clownterapia o sorrisoterapia Come funziona Approfondimento La gelotologia ovvero quando la risata diventa scienza Fiaba e favola La favola Danza movimento terapia Le sedute di danzaterapia Le abilità del danzaterapeuta Scansione delle fasi Gli stimoli per le sedute di danzaterapia
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Metodologie Operative
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Musicoterapia Il campo applicativo della musicoterapia Il canto Le applicazioni pratiche della musicoterapia
Con gli anziani • Con le persone dementi • Con i bambini
Approfondimenti Animazione musicale e anziani
Il laboratorio musicale
Teatroterapia Approfondimenti Il teatro e la scuola
Il laboratorio teatrale
Pet Therapy Gli animali Il contesto Il benessere dell’animale Le caratteristiche degli animali I benefici della relazione uomo-animale L’équipe multidisciplinare Il contesto operativo: setting L’intervento La chiusura del progetto e la preparazione alla perdita La valutazione dell’intervento Approfondimento La formazione degli operatori Terapia orticolturale Le caratteristiche del giardino terapeutico Approfondimento I giardini per non-vedenti
Strumenti
Il diario di bordo Il quaderno di bordo Linee guida per le attività in strutture e centri diurni Guida per progettare un’attività
Attività manipolative
“Laboriamo” Biedermeier Collage Procedimento Tipologie di utenza, finalità e obiettivi Il collage e il lavoro autobiografico Origami Quilling
Indice
Pag. 67 68 70
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Macramè Maglia e uncinetto Approfondimento Il progetto “Lanaterapia” nelle sale di attesa per combattere
ansia e stress
Amigurumi Scrittura creativa Digital Storytelling Tangram Costruiamo il tangram Stomachion Costruiamo lo stomachion
Tutela della salute
La movimentazione manuale dei carichi Premessa Definizione Regole generali Fattori individuali di rischio Principi di base della movimentazione Applicazione dei principi ergonomici nelle attività della vita quotidiana Sintesi
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Metodologie Operative
Introduzione
Il nuovo paradigma che caratterizza l’identità dell’istruzione professionale prevede che la didattica sostenga la crescita educativa, culturale e professionale dei giovani anche con attività in grado di “[…] suscitare l’intelligenza pratica, sociale, emotivo-relazionale, intuitiva, riflessiva e argomentativa, ricorrendo… a tecniche quali il lavoro di gruppo, l’educazione tra pari, il problem solving, il laboratorio su compiti reali, il project work, gli eventi pubblici, le dissertazioni, le gare, i concorsi, ecc.” (“Linee guida per favorire e sostenere l’adozione del nuovo assetto didattico e organizzativo dei percorsi di istruzione professionale” adottate con Decreto 766/2019)
Nel biennio i contenuti disciplinari ti sono stati proposti attraverso Unità didattiche di apprendimento pluridisciplinari e di codocenza, un metodo unitario per consentirti di raggiungere le basi di una formazione professionalizzante e gli obiettivi fondamentali dell’obbligo di istruzione. Nel triennio, caratterizzato dalla prevalenza di ore dell’Area di indirizzo rispetto a quelle dell’Area di istruzione generale, gli obiettivi saranno: • consolidare in un continuo crescendo i livelli di istruzione generale acquisiti nel biennio • acquisire, approfondire e perfezionare le competenze, le abilità e le conoscenze specifiche dell’indirizzo per facilitare l’accesso lavorativo • partecipare ai Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento (PCTO).
Il tuo diploma si colloca al 4° livello EQF (Quadro Europeo delle Qualifiche), un quadro di riferimento corrispondente ai risultati di apprendimento standard definiti in conoscenze, abilità e competenze. A questo punto del tuo percorso è necessario parlare anche di codice Ateco, un codice identificativo alfanumerico (composto da lettere e numeri) che consente di classificare le attività economiche ai fini fiscali e statistici: le lettere identificano il macro-settore economico mentre i numeri rappresentano le specifiche articolazioni dei comparti economici.
Dal 2008 è in vigore la nuova classificazione Ateco 2007 (approvata dall’ISTAT in collaborazione con Agenzia delle Entrate, Camere di Commercio e altri Enti, Ministeri e associazioni imprenditoriali interessate). Essa costituisce la versione nazionale dell’EQF. La classificazione Ateco è utile anche per definire la macro-categoria di rischio riferita all’attività economica (rischio basso, medio o alto) per quanto riguarda la sicurezza del lavoro. L’Istituto nazionale Assicurazione Infortuni sul Lavoro (INAIL), nelle Linee guida redatte nel 2011, ha associato a ciascun codice Ateco una fascia di rischio specifica per definire: 12
Introduzione
• le misure di prevenzione e protezione dei lavoratori • la loro specifica formazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro • le misure di sicurezza dei locali di lavoro. Il profilo in uscita del TSSAS fa riferimento alle seguenti attività, contraddistinte dai codici ATECO: Q - SANITÀ E ASSISTENZA SOCIALE Q - 86 ASSISTENZA SANITARIA Q - 87 SERVIZI DI ASSISTENZA SOCIALE RESIDENZIALE Q - 88 ASSISTENZA SOCIALE NON RESIDENZIALE
Il codice indica la classificazione di rischio (classificazione prevista dall’Accordo Stato-Regioni del 21 Dicembre 2011 pubblicato in Gazzetta Ufficiale in data 11 Gennaio 2012), che determina l’obbligo del monte ore di formazione che devono seguire tutti i lavoratori.
Il Percorso di formazione generale e specifica, ai sensi dell’art. 37 comma 2 del D.lgs. 81/2008, disciplinato nei contenuti dall’Accordo Stato-Regioni in vigore dal 26 gennaio 2012 per tutti i lavoratori impiegati in azienda, ha l’obiettivo di fornire ai lavoratori le conoscenze ritenute indispensabili per affrontare i rischi del proprio lavoro e per imparare a utilizzare correttamente i dispositivi di protezione individuali nonché il quadro normativo che disciplina la sicurezza e la salute sul lavoro. Questo avviene mediante corsi di 8, 12 o 16 ore in base alla tipologia di rischio. La formazione si pone i seguenti obiettivi: • accrescere capacità analitiche per l’individuazione dei rischi • sviluppare capacità comportamentali al fine di comprendere situazioni di rischio • far apprendere conoscenze generali sui concetti di rischio e prevenzione per evitare il danno • far acquisire conoscenze su legislazione e organi di vigilanza in materia di sicurezza e salute sul lavoro. La formazione, secondo l’Accordo Stato-Regioni, consente ai lavoratori di conoscere dettagliatamente i concetti di rischio, prevenzione e danno ma anche i relativi comportamenti da adottare per la tutela della propria e altrui (dei colleghi di lavoro) sicurezza e salute. I lavoratori dei settori sanità e servizi residenziali, unitamente a quelli di aziende di costruzioni, industria alimentare, del legno, tessile, manifatturiera, energia e chimica, sono considerati ad alto rischio.
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CAPITOLO 1
La figura professionale del Tecnico dei Servizi per la Sanità e l’Assistenza Sociale
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CAPITOLO 1
La figura professionale del Tecnico dei Servizi per la Sanità e l’Assistenza Sociale
LIVELLO 3
Le abilità del Tecnico dei Servizi per la Sanità e l’Assistenza Sociale Le life/soft skills e le hard skills
Per rapportarti con l’utenza, in qualità di Tecnico dei Servizi per la Sanità e l’Assistenza Sociale (TSSAS), devi acquisire la consapevolezza delle tue competenze e come le utilizzi nelle situazioni. Solo così potrai poi riconoscerle e farle emergere nell’utente per valutarne le potenzialità nella relazione di aiuto.
Per fronteggiare le sfide di una società “liquida”, globalizzata e in continuo mutamento, è importante dotarsi di competenze trasversali da combinare con competenze tecniche: • sono competenze trasversali (indifferentemente chiamate life skills o soft skills) le conoscenze, le capacità e le peculiarità personali che contraddistinguono ognuno di noi nel quotidiano (nello studio, nel lavoro o nelle relazioni sociali) • sono competenze tecniche (hard skills) quelle fondamentali per svolgere un lavoro o una professione. Queste ultime si acquisiscono attraverso l’istruzione scolastica e professionale e si approfondiscono attraverso l’esperienza pratica nei luoghi di lavoro (grazie a stage, tirocini o esperienze di lavoro vero e proprio). Società liquida
Il sociologo Zygmunt Bauman (1925-2017) ha coniato questa espressione per definire la società in cui viviamo e la mancanza di riferimenti “solidi”, cioè certi
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Le abilità del Tecnico dei Servizi per la Sanità e l’Assistenza Sociale
LIVELLO 3
Le competenze trasversali, come dichiarato dal loro nome, riguardano tutti quegli aspetti della personalità che emergono da esperienze, conoscenze e situazioni che ognuno utilizza quotidianamente nei diversi contesti di vita e di lavoro, per prendere decisioni, affrontare situazioni difficili o nuove o andare d’accordo con gli altri.
Il profilo in uscita previsto dal tuo titolo di studio, definito dal Quadro Europeo delle Qualifiche, ha i risultati di apprendimento declinati in: • conoscenze = descritte come teoriche e pratiche, relative a un settore di lavoro o di studio • competenze = attestate capacità di utilizzare un insieme strutturato di conoscenze e abilità acquisite in contesti di apprendimento formale, non formale e informale, descritte in termini di responsabilità e autonomia, sia in situazioni di studio che di lavoro, ma anche nello sviluppo professionale e personale • abilità = ovvero capacità di applicare e utilizzare le conoscenze per portare a termine compiti e risolvere problemi, descritte come cognitive (relative all’uso del pensiero intuitivo, logico e creativo) o pratiche (riguardanti l’abilità manuale e l’uso di materiali, strumenti e metodi). Quadro Europeo delle Qualifiche
(in inglese European Qualifications Framework – EQF) è un sistema che permette di confrontare le qualifiche professionali dei cittadini dei paesi europei, intese come certificazione formale rilasciata da un’autorità competente (la scuola), a conclusione di un percorso di formazione, che attesti le competenze compatibili agli standard stabiliti dal sistema educativo nazionale
Diverse ricerche concordano nell’affermare che il 75% del successo di un lavoro a lungo termine dipende dalla padronanza delle soft skills o life skills e solo il 25% da competenze tecniche.
Si definiscono - life/soft skills le abilità empatiche, emozionali che ci consentono di capire gli altri. Sono abilità difficili da acquisire perché non si possono insegnare o imparare in modo convenzionale e sono difficili da misurare - le hard skills sono invece tutte le abilità specifiche e trasmissibili, che possono essere valutate rapidamente – livello di studio, delle lingue, delle competenze, ecc. – cioè tutto ciò che si può imparare a scuola o in un corso professionalizzante. 17
CAPITOLO 1
La figura professionale del Tecnico dei Servizi per la Sanità e l’Assistenza Sociale
Comprendere il dolore di una persona che vive una situazione drammatica è una life/soft skill, imparare a usare uno strumento o a fare una presentazione con il computer è una hard skill.
Se le life/soft skills non si insegnano e non si possono imparare tu potrai mai migliorare le tue life/soft skills? Certo che sì! Aristotele, filosofo greco del IV secolo a.C., ha definito gli esseri umani “animali sociali” perché tendono ad aggregarsi con altri individui e a costituirci in società, questo ci consente di osservare i comportamenti virtuosi e di farli nostri, di capire le esigenze degli altri, imparando a mettersi nei loro panni. Ecco, quindi, il segreto: empatia, ovvero capacità di immedesimarsi cambiando il proprio punto di vista.
Come afferma la teoria dell’apprendimento sociale dello psicologo Albert Bandura (1925-2021), che ne è anche il “padre”, osservando il comportamento degli altri, a cominciare dai genitori, ci si forma un’idea di come funzionano le interazioni. L’assioma della riprova sociale afferma che si tende a considerare valide le scelte effettuate da un numero elevato di persone, per questo i nostri comportamenti (e le loro conseguenze) sono modellati sulla base delle interazioni sociali con i nostri simili.
Le abilità/competenze trasversali sono preziose in ogni contesto di vita ma soprattutto nel mondo del lavoro perché consentono di adattarci alle situazioni, di fronteggiare i problemi, di controllare le emozioni; nel tuo lavoro basato sulla presa in carico, abilità quali empatia, capacità di ascolto, attitudine alla mediazione e buona comunicazione sono di fondamentale importanza.
Approfondimento TEST: Life/Soft skills
Prova a metterti in gioco valutando le tue life/soft skills. Leggi le definizioni e assegnati un voto, poi confronta i risultati ottenuti con la tabella di valutazione.
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Le abilità del Tecnico dei Servizi per la Sanità e l’Assistenza Socia
LIVELLO 1 - INIZIALE da 0 a 24 Solo se opportunamente guidato/a svolge compiti semplici in situazioni note
LIVELLO 2 - BASE da 25 a 50
Svolge compiti semplici anche in situazioni nuove mostrando di possedere conoscenze e abilità fondamentali e di saper applicare basilari regole e procedure apprese
LIVELLO 3 - INTERMEDIO da 51 a 75 Svolge compiti e risolve problemi in situazioni nuove; compie scelte consapevoli mostrando di saper utilizzare conoscenze e abilità acquisite
LIVELLO 3
LIVELLO 4 - AVANZATO da 76 a 100 Svolge compiti e risolve problemi complessi mostrando padronanza nell’uso di conoscenze e abilità; propone e sostiene le proprie opinioni e assume in modo responsabile decisioni consapevoli
Life/Soft skills Autonomia Fiducia in se stessi Flessibilità/Adattabilità
Resistenza allo stress Capacità di pianificare e organizzare Precisione/Attenzione ai dettagli Apprendere in maniera continuativa Conseguire obiettivi
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2 3 4
Capacità di svolgere i compiti assegnati senza il bisogno di una costante supervisione facendo ricorso alle proprie risorse Consapevolezza del proprio valore, delle proprie capacità e delle proprie idee al di là delle opinioni degli altri
Capacità di sapersi adattare a contesti lavorativi mutevoli, essere aperti alle novità e disponibili a collaborare con persone con punti di vista anche diversi dal proprio
Capacità di reagire positivamente alla pressione lavorativa mantenendo il controllo, rimanendo focalizzati sulle priorità e di non trasferire su altri le proprie eventuali tensioni Capacità di realizzare idee, identificando obiettivi e priorità e, tenendo conto del tempo a disposizione, pianificarne il processo, organizzandone le risorse Attitudine ad essere accurati, diligenti e attenti a ciò che si fa, curandone i particolari e i dettagli verso il risultato finale Capacità di riconoscere le proprie lacune e aree di miglioramento, attivandosi per acquisire e migliorare sempre più le proprie conoscenze e competenze Impegno, capacità, determinazione nel conseguire gli obiettivi assegnati e, se possibile, superarli
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CAPITOLO 1
La figura professionale del Tecnico dei Servizi per la Sanità e l’Assistenza Sociale
Life/Soft skills Gestire le informazioni Essere intraprendente/ spirito di iniziativa Capacità comunicativa Problem solving Team work Leadership
1
2 3 4
Abilità nell’acquisire, organizzare e riformulare efficacemente dati e conoscenze provenienti da fonti diverse verso un obiettivo definito
Capacità di sviluppare idee e saperle organizzare in progetti per i quali si persegue la realizzazione, correndo anche rischi per riuscirci Capacità di trasmettere e condividere in modo chiaro e sintetico idee e informazioni con tutti i propri interlocutori, di ascoltarli e di confrontarsi con loro efficacemente Approccio al lavoro che, identificandone le priorità e le criticità, permette di individuare le possibili migliori soluzioni ai problemi
Disponibilità a lavorare e collaborare con gli altri, avendo il desiderio di costruire relazioni positive tese al raggiungimento del compito assegnato
Innata capacità di condurre, motivare e trascinare gli altri verso mete e obiettivi ambiziosi, creando consenso e fiducia
LIVELLO 1 Iniziale
LIVELLO 2 Base
LIVELLO 3 Intermedio
LIVELLO 4 Avanzato
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Il livello che hai raggiunto rappresenta il tuo stato attuale. Prova a delineare concretamente gli indici di progresso che puoi raggiungere e coi quali confrontarti in una nuova somministrazione che può essere attuata alla fine di un’Unità di Apprendimento, affiancando la griglia di autovalutazione col test Life/Soft skills, o dopo esperienze significative del tuo percorso professionalizzante. Il monitoraggio costante dei tuoi progressi migliorerà anche il tuo agire professionale.
Passando in rassegna le life/soft skills, appare evidente come, nel tuo lavoro, alcune diventino fondamentali per acquisire la capacità di affrontare le difficili situazioni che ti si presenteranno. L’empatia, la negoziazione e la mediazione saranno i tuoi principali strumenti di lavoro per imparare a confrontarti con il gruppo cercando la soluzione più idonea al problema o gestendo gli inevitabili conflitti che si verranno a creare per le divergenze di idee, di valori o di metodi di lavoro.
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Le abilità del Tecnico dei Servizi per la Sanità e l’Assistenza Sociale
LIVELLO 3
Il problem solving
Guarda il trailer del film “Apollo 13” con l’attore Tom Hanks e capirai che cos’è il problem solving, espressione che letteralmente significa “soluzione del problema”. Si tratta di una delle abilità fondamentali per risolvere i problemi, piccoli e grandi, che incontriamo ogni giorno e che non sempre siamo in grado di affrontare efficacemente. Nel nostro futuro, sempre più digitale, con intelligenze artificiali e robotiche, i lavori semplici e ripetitivi saranno svolti dalle macchine che sostituiranno l’uomo ma nessuno potrà mai sostituirlo dove sono richiesti intuito, creatività ed empatia per la risoluzione dei problemi. Se avessi solamente un’ora per salvare il mondo, passerei 55 minuti a definire bene il problema e 5 a trovare la soluzione (Albert Einstein)
PERCHÉ? un problema ben enunciato è un problema mezzo risolto (Charles Kettering)
ogni problema ha tre soluzioni: la mia soluzione, la tua soluzione e la soluzione giusta (Platone)
Ma davvero è possibile imparare a risolvere i problemi? Ebbene, noi vogliamo provarci insegnandoti la tecnica dei 5 perché Sakiri Toyoda (1867-1930), sviluppata da Sakiri Toyoda.
inventore e industriale giapponese, fondatore della casa automobilistica Toyota
Chiedere “Perché?” è il metodo preferito dai bambini per capire il “perché” delle cose. Sembra un gioco di parole, ma quante volte ti è capitato di assistere a una richiesta incessante di “perché” fatta da un bambino a un adulto? D. R. D. R. D.
Perché bisogna andare a letto? Perché è sera e si deve dormire Perché? Perché sei stanco e devi riposare Perché?
E via all’infinito.
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CAPITOLO 1
La figura professionale del Tecnico dei Servizi per la Sanità e l’Assistenza Sociale
I modelli per apprendere il problem solving sono diversi ma noi utilizzeremo il più semplice, cioè la tecnica sopramenzionata che comporta una serie di domande, finalizzate all’esplorazione delle relazioni causa-effetto, e opera un’analisi dei sintomi, per arrivare alla descrizione dettagliata delle vere cause del problema. Il metodo utilizzato è quello di ripetere almeno 5 volte (5 è solo un numero indicativo, se necessario possono essere di più) la domanda “perché”, analizzando sei campi di indagine che comprendono: • chi • che cosa • dove
• quando • perché • come
È importante, nell’analisi di problemi portati o attivati dall’utenza, condividere con il gruppo di lavoro l’utilizzo della tecnica, proprio perché tante teste possono dare maggiori risultati.
Come procedere: • usa carta e penna o una lavagna per scrivere o disegnare dati o idee (questo favorisce la visualizzazione del problema e permette di farsi una mappa mentale di ciò che emerge) • identifica le cause senza confonderle con i sintomi • capovolgi il processo dei perché, usando la formula “di conseguenza”, per testare la causa principale (parti dal fondo e vai a ritroso) • non saltare a conclusioni che non nascono da una diretta risposta al perché; dedurre logicamente senza dati certi, non permette di creare un’effettiva relazione causa-effetto e di trovare la vera radice del problema • modifica i processi, non le persone. Se c’è un problema, non puntare il dito contro la persona cercando di cambiarne l’atteggiamento, prendi il processo attorno al problema e correggilo. Proviamo insieme la tecnica. Iniziamo:
1. Individua il problema, perché non sempre ciò che inizialmente è ritenuto il problema è il vero problema, spesso ne è solo una sua conseguenza. Chiediti perché è successo? Perché… perché… perché… perché… (fino a quando ottieni una risposta sensata) Come: concentrati su una sola criticità alla volta per arrivare a definire il problema restando specifici 22
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LIVELLO 3
2. Proponi risoluzioni, individuando modi, sistemi, tecniche, strumenti e servizi. Questa è la fase creativa, quella che organizza le informazioni ricevute e usa le risorse attivando metodologie risolutive Come: discuti e seleziona le contromisure che mitigano il rischio che la criticità si ripresenti
3. Valuta quanto è emerso, quindi scegli l’alternativa più valida considerando le diverse soluzioni per selezionare quella più adeguata alle aspettative delle parti Come: comunica le misure adottate, analizzale, esamina i risultati e, se necessario, modifica le contromisure
4. Implementa la soluzione, realizzando un piano dettagliato di attuazione per controllare che il tutto si svolga in modo adeguato, nei tempi, nei costi e con i vari attori coinvolti, monitorando l’evoluzione in itinere e valutando il risultato finale Come: standardizza, ovvero aggiorna i piani operativi; chiediti se ci sono altre aree a cui applicare le nuove conoscenze
Al termine dell’analisi, potrà capitare che una persona del gruppo trovi, alla radice del problema, una causa mentre un’altra ne individui una differente. Avrai così la possibilità di valutare le due ipotesi e scegliere quella più adeguata al contesto! Questa tecnica ha molte peculiarità: • facilita la definizione di sintomi e cause • aiuta a definire la relazione tra le cause e i sintomi del problema • consente di gestire i problemi con “fattore umano” o “reciprocità” perché il problema non è nelle persone ma nei processi che possono essere sbagliati e necessitano di rimodulazione.
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CAPITOLO 1
La figura professionale del Tecnico dei Servizi per la Sanità e l’Assistenza Sociale
Esercita le tue competenze
Sperimenta il problem solving
Ora ti suggeriamo un esercizio relativo al problem solving da svolgere insieme ai tuoi compagni di classe. È un modo come un altro per verificare se hai capito e per migliorare le tue life skills. Il naufragio
Descrizione della situazione Siete tutti insieme su una nave che sta navigando verso la costa spagnola, avete con voi i seguenti oggetti: • fotografia di familiari • cassetta degli attrezzi • acqua • cibo • una bussola • documenti • sigarette • un cucciolo di cane • vestiti La nave, quando siete ancora lontani dalla costa, si blocca per un guasto e comincia a imbarcare acqua; se vi alleggerite avete qualche possibilità di arrivare alla sponda dell’isola, ma per alleggerirvi dovete buttare gli oggetti tranne uno. Che cosa terreste?
Procedura 1) Ognuno legge la situazione e identifica, scrivendolo su un foglio che riporta il proprio nome, l’oggetto che ha deciso di tenere. Poi si piega in quattro il foglio. 2) Ci si dispone seduti in cerchio, posando a terra, al centro del cerchio, il proprio foglio piegato.
3) Si discute in gruppo su quale sia l’oggetto migliore da tenere e perché.
Note per il conduttore Gioco utile per mettere alla prova la capacità di risolvere problemi, la capacità di leadership e di persuasione degli altri.
Apologo sul problem solving
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LIVELLO 3
Il conflitto e la sua gestione
Prima di capire come sia possibile gestire un conflitto è necessario definirne il significato. Kurt Lewin considerò il conflitto come una “situazione che si determina tutte le volte che su un individuo agiscono contemporaneamente due forze psichiche di intensità più o meno uguale, ma di opposta direzione”. In parole povere, quando si deve decidere se seguire ciò che detta il cuore o la ragione. Kurt Lewin (1890-1947),
psicologo, membro attivo del movimento della Gestalt e pioniere della psicologia sociale
Per esempio la situazione che si determina in una interazione sociale in cui uno o più attori, dovendo prendere una decisione, si trovano in difficoltà perché percepiscono l’incompatibilità tra lo scopo da raggiungere e il comportamento da tenere.
Karl Marx (1818-1883) sosteneva: «Non vi è progresso senza conflitto, questa è la legge che la civiltà ha seguito fino ai giorni nostri». Nell’accezione comune il termine conflitto ha una connotazione negativa, richiama alla mente il combattimento, la guerra, lo scontro, ma non necessariamente deve essere così, anzi, se adeguatamente gestito, il conflitto può diventare un’opportunità per migliorare le relazioni interpersonali. Importante, per la sua risoluzione, è definirne l’oggetto e il contesto in cui esso si manifesta. In base all’oggetto è necessario individuare il tipo di disaccordo, cioè la causa del conflitto, che può essere generato: • dal compito (argomento, soggetto, obiettivi che si vogliono raggiungere) • dalla relazione (difficoltà interpersonali con gli altri) • dal metodo (modalità con cui il lavoro deve essere svolto). In base al contesto in cui avviene, il conflitto può essere: • diadico (tra due persone) • intragruppo (all’interno del proprio gruppo di appartenenza) • intergruppo (tra gruppi diversi, grandi aggregati, gruppi politici, Stati).
È opinione diffusa tra gli studiosi del comportamento che il conflitto nasca più spesso nei rapporti diadici e negli intragruppi perché scatenato da situazioni di confronto, di disaccordo e di contrasto nella gestione del problema. 25
CAPITOLO 1
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Johan Galtung
(1930),
fondatore atico norvegese, em at m e o og ol soci te, e Research Institu nel 1959 del Peac e l’iniziatore lo mondiale com el liv a o ut ci os ricon i per la pace dei moderni stud
Johan Galtung indica tre dimensioni caratteristiche del conflitto: quella • dei comportamenti, relativa alle azioni osservabili compiute dagli attori (es. frasi pronunciate in una disputa verbale o atti di violenza) • degli atteggiamenti e delle percezioni, riferita alla percezione personale e soggettiva che l’attore ha di se stesso, dell’altro, del conflitto stesso e della relazione in generale • della contraddizione di fondo, quindi del problema che ha causato il conflitto (es. la gestione di un territorio, la gestione di un gruppo, ecc.). Le tre dimensioni, influenzandosi l’una con l’altra, possono portare a scegliere un certo tipo di comportamento, che da accomodante può diventare aggressivo, e ridefinire il tipo di contrattazione del conflitto stesso portandolo a una vera disputa o a sfociare in una guerra (come purtroppo ci ha insegnato la storia).
“Come trattare gli altri e farseli amici”
Sappiamo tutti quanto sia difficile discutere con gli altri, ci infervoriamo perché vorremmo far valere le nostre ragioni, non sempre riusciamo a gestire le emozioni e la posizione del nostro corpo (ricorda che la prossemica è lo studio dello spazio e della distanza come fatto comunicativo) quando ci troviamo ad affrontare persone che la pensano in modo completamente diverso da noi. La corretta convivenza civile richiede pazienza e capacità di comprensione, necessita di mediazione e accettazione delle differenze ma ha anche bisogno della volontà di superare il tutto mettendo in atto una mediazione soddisfacente per entrambe le parti che consenta di raggiungere gli obiettivi stabiliti.
Come fare? Lo scrittore e insegnante Dale Canergie (1888-1955), famoso per il suo best seller “Come trattare gli altri e farseli amici”, ha individuate questa formula vincente per la gestione costruttiva di un conflitto: “Prima ascoltare, dare all’oppositore l’opportunità di parlare, lasciarlo terminare, non opporre resistenza, non accusare e non discutere. Obiettivo è costruire ponti di comprensione”.
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Imparare a discutere con gli altri, si può e si deve. Ecco i principi base elencati da Carnegie: • non criticate, non condannate, non recriminate • siate prodighi di apprezzamenti onesti e sinceri
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LIVELLO 3
suscitate negli altri un desiderio intenso di fare ciò che proponete interessatevi sinceramente agli altri e parlate di ciò che interessa loro sorridete ricordate che per una persona, in qualsiasi lingua, il suo nome è il suono più dolce e importante che esista • siate buoni ascoltatori e incoraggiate gli altri a parlare di se stessi • fate sentire importanti gli altri – e fatelo sinceramente. Per imparare a riconoscerli, ma soprattutto a gestirli in modo corretto per riuscire a risolverli, vediamo ora alcuni dei conflitti più frequenti. • • • •
Tipologie di conflitti
Come si presentano
Che cosa provocano
2. accordo non raggiunto (sinonimo della presenza di un conflitto di fondo non riconosciuto)
Ci sono critiche continue: i partecipanti si scontrano l’uno con l’altro per tutto ciò che si dice, sono contrariati, infastiditi, poco inclini all’ascolto
• Piccoli scontri • Identificare che cosa si nasconde dietro quotidiani quei comportamenti e persistenti • Affrontare le difficoltà • Percezione comunicative e relazionali di malessere con sincerità e rispetto costante da entrambe le parti
1. malinteso o percezione ingannevole
3. interessi contrapposti
Si verifica un errore nella comunicazione: i partecipanti non dispongono di tutta l’informazione che è ingannevole e/o poco chiara o è interpretata in modo sbagliato
I bisogni di uno si contrappongono a quelli dell’altro Es. le pulizie di casa
• • • • •
Sospetti Dubbi Diffidenza Ostilità Rancori
• Discussioni ripetute • Insofferenza
Come risolverli • Preferire un dialogo sincero e diretto, senza giri di parole • In caso di ostilità improvvisa e immotivata, chiedere direttamente le motivazioni • Se qualcosa infastidisce, comunicare apertamente e con rispetto la problematica
• Avviare una imparziale negoziazione cercando di mettere da parte gli interessi personali • Acconsentire a qualche richiesta dell’altro anche se non ci trova completamente d’accordo • Assicurarsi che il tutto porti a entrambi un beneficio
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CAPITOLO 1
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Tipologie di conflitti
Come si presentano
Che cosa provocano
Come risolverli
5. potere
È sempre presente tensione nei diversi gradi gerarchici tra chi detiene il potere (spesso soggetto a critiche) e chi ne è gestito
• Insoddisfazione • Malumore • Tensioni
6. difficoltà personali
Situazione paradossale perché non causata da problematiche esterne ma riconducibile solo alla personalità dell’individuo Es. un individuo ansioso non tollera che gli altri facciano qualcosa con lentezza
• • • •
• Generare spazi per l’ascolto • Disponibilità a venire incontro alle richieste dei livelli gerarchici inferiori (vale in famiglia, nella scuola, sul lavoro, ecc.)
4. diversi valori o princìpi
7. incompatibilità caratteriale
Una persona vuole imporre all’altra i suoi valori o princìpi, sminuendone o ironizzandone gli argomenti
Antipatia generica priva di un elemento particolare. Può esprimersi tramite continui gesti di rifiuto
Svalorizzazione dell’individuo
• Io sono l’altro • Riconoscere e rispettare la libertà di pensiero dell’altro, pertanto, implica la garanzia che anche l’altro rispetti ciò che pensiamo noi
Insofferenza Malumore Irritazione Nervosismo
• Rendere il soggetto consapevole della situazione (non ne è cosciente) • Agire in modo sereno e rispettoso
• Irritazione • Nervosismo
• Porsi a distanza prudenziale • Trattare l’altro con la considerazione che merita • Agire in modo sereno e rispettoso
Sintetizzando, per gestire i conflitti, gli elementi essenziali su cui agire sono: - imparare strumenti per la gestione non violenta dei conflitti - promuovere processi di cambiamento nelle relazioni che generano conflitto - controllare frustrazione e rabbia
Adattato da Provincia Cremona - Settore Lavoro e Formazione
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Decalogo per la gestione del conflitto
LIVELLO 3
Familiarizzare con la gestione del conflitto: il disturbatore
1 Ascolta che cosa dice l’altro (si parla, infatti, di “ascolto attivo”). Quando ci si accalora non è semplice ma pensare che gli argomenti altrui non abbiano valore è insensato. Un’altra visione ci può aiutare a ridefinire e perfezionare il nostro punto di vista 2 Attiva la tua empatia Cerca di comprendere lo stato d’animo dell’altro, evitando di ripetere di continuo le stesse cose. Prova davvero a capire che cosa pensa l’altra persona (può essere che riesca a farti cambiare idea) 3 Verifica di aver ben compreso Ripeti che cosa ha detto l’altra persona e bada che ti confermi se hai capito bene. Ricorda il detto: “Io sono responsabile di quello che dico non di quello che capisco!”. In questo modo si evitano molti equivoci 4 Spegni subito il contrasto con il “vicino” Chi ci sta vicino è spesso la prima vittima delle nostre contrarietà che possono far nascere discussioni e liti che rischiano di protrarsi nel tempo. Per questo, quando ci si affronta, è bene usare un tono gentile ed educato per raffreddare gli animi 5 Individua un punto su cui concordate Può sembrare uno sforzo strano quando si litiga ma se non si ha una base di valori comuni la discussione non porta da nessuna parte. Individuare velocemente cosa ci divide e cosa ci unisce facilita e migliora il confronto (esempio logico: si può litigare su quale formaggio comprare, ma prima bisogna stabilire che si compra del formaggio) 6 Esci dalla tua “comfort zone” Soprattutto nelle discussioni tra colleghi, non evitare, ma affrontare i contrasti per aprirsi a nuove idee: si chiama “frizione creativa” 7 Non andare sul personale Litigare non è sinonimo di scortesia, si può litigare senza offendere le persone perché l’insulto annulla ogni possibilità di discussione costruttiva (come dimostra la triste prassi dei social). La regola è semplice: aggredisci la questione, non la persona! 8 Usa la testa, non la pancia - Sii razionale, non emotivo/a Il migliore esempio ci viene dato dagli scienziati: attraverso il confronto e la negoziazione, rivedono le loro posizioni per far emergere l’idea più costruttiva 9 Sospetta di te stesso/a Uno dei maggiori filosofi della scienza del XX secolo Karl Popper (1902-1994) afferma “All’uomo irrazionale interessa solamente avere ragione. All’uomo razionale interessa imparare”. La certezza di avere ragione porta spesso dalla parte del torto, meglio riconoscere i propri punti deboli ed essere disposti ad acquisire nuove conoscenze 10 Quando hai torto, ammettilo Anche il litigio può essere costruttivo, genera un più ampio insieme di idee e alternative per affrontare un problema e consente di esplorare meglio alcune ipotesi che potrebbero essere superficiali. Per un buon litigio sono necessarie persone non irremovibili, capaci di capire che hanno perso il confronto. Ammettere di aver torto è indice di coraggio e maturità
Se hai letto con attenzione il decalogo, avrai compreso che: saper perdere è importante, saper vincere è vitale!
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LIVELLO 3
Per essere un “vero” TSSAS Alla scoperta delle emozioni
L’enciclopedia Treccani definisce le emozioni un processo interiore suscitato da un evento-stimolo rilevante per gli interessi dell’individuo. La presenza di un’emozione si accompagna a esperienze soggettive (sentimenti), cambiamenti fisiologici (risposte periferiche regolate dal sistema nervoso autonomo, reazioni ormonali ed elettrocorticali), comportamenti ‘espressivi’ (postura e movimenti del corpo, emissioni vocali).
Le emozioni sono fondamentali per il nostro sviluppo, ci aiutano a riconoscere i pericoli e a difenderci da essi ma, quando non riusciamo a decifrare un’emozione o non siamo in grado di controllarla, corriamo il rischio che la stessa si rivolti contro di noi. Esse sono una risposta innata del nostro organismo e attivano reazioni involontarie e automatiche a un evento scatenante di cui abbiamo consapevolezza: un pensiero, una sensazione corporea, un’immagine, un suono, ecc. (l’elenco sarebbe infinito). Questo evento, che coinvolge non solo la mente ma anche il corpo, è in grado di modificare la nostra sudorazione, la frequenza cardiaca, la temperatura corporea, il livello di ossigeno nel sangue, il ritmo respiratorio e la tensione muscolare. I cambiamenti corporei causati da un’emozione sono visibili anche agli altri, perché, sollecitandoti a mettere in atto un comportamento specifico, la manifestiamo sia con una comunicazione non verbale (es. una particolare espressione facciale) sia con una para-verbale (es. un determinato tono di voce). Ognuna delle diverse componenti del “sistema emozione” influenza le altre e, modificandone una parte, si provoca la modifica dell’intera risposta. Questa è un’ottima notizia in termini di regolazione emotiva perché significa che è possibile imparare a gestire adeguatamente le nostre emozioni, agendo su pensieri, corpo o, ancora, su fattori che ci rendono più vulnerabili.
Emozioni, parolacce e salute? Nooo, non è possibile!!!
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Per essere un “vero” TSSAS
LIVELLO 3
LIVELLO 3
La negoziazione
La negoziazione è un’abilità di base utilissima per ottenere ciò che si desidera da qualcun altro usando la comunicazione verbale. Nella gestione di una negoziazione ci sono quattro principi fondamentali: 1. Separare le persone dal problema Il problema è una cosa a sé stante quindi, separandolo dalla persona (simpatica, divertente, antipatica, indisponente), si riduce la possibilità di fraintendimento e di far nascere emozioni che possono influenzare la negoziazione. I problemi relazionali devono essere tenuti separati da quelli sostanziali. 2. Concentrarsi sugli interessi e non sulle posizioni Gli interessi fanno emergere i bisogni e i desideri ma anche le preoccupazioni o i timori. Concentrarsi sugli interessi e non su altro permette ai negoziatori di avere maggiori possibilità di individuare soluzioni accettabili per tutte le parti. 3. Escogitare condizioni a vantaggio di entrambe le parti È il punto focale, richiede creatività e impegno per discutere le diverse opzioni considerate accettabili per entrambe le parti, separando la valutazione delle opzioni dalla creazione di nuove, pensando a soluzioni che soddisfino gli interessi di entrambe le parti. 4. Insistere sull’uso di criteri oggettivi È possibile identificare standard o criteri diversi, attraverso i quali le parti possono valutare la convenienza e l’accettabilità dell’accordo negoziato. I negoziatori possono discutere sui criteri o sugli standard nello stesso modo in cui discutono per le opzioni.
La mediazione
La mediazione è svolta da una terza parte che ha il ruolo di aiutare le altre a raggiungere una soluzione condivisa del problema, del conflitto o del disaccordo. Si tratta di un processo volontario che generalmente si svolge in quattro fasi: 1. Introduzione Il mediatore entra in contatto con le parti, descrive il processo e il suo ruolo, insieme alle parti stabilisce le regole di base per la sessione della mediazione prima di entrare nella fase narrativa della vicenda 2. Il racconto della storia Durante questa fase ogni parte narra la vicenda dal proprio punto di vista. Sarà compito del mediatore riassumere ed elencare i problemi legati alla risoluzione che dovranno poi essere approvati dalle parti.
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3. Il problem solving Durante lo stadio del problem solving, le parti si impegnano per creare e valutare le diverse opzioni per cercare di risolvere il conflitto. In questa fase il mediatore affronta ogni parte in una sessione separata, esplorando le emozioni, gli interessi o gli obiettivi. 4. L’accordo Dopo aver valutato le varie opzioni per la risoluzione del disaccordo, le parti decidono per una soluzione. La funzione del mediatore è quella di facilitare la discussione sui dettagli dell’accordo, definendo chi farà, cosa farà, quando lo farà e dove lo farà. Ogni decisione viene annotata in modo dettagliato soprattutto se l’una o l’altra parte non conferma la sua parte di accordo.
Approfondimento
Le abilità comunicative del mediatore
Ricostruire Ricostruire gli eventi che hanno portato al conflitto consente di dare un’interpretazione alternativa ai problemi o ai comportamenti perché viene valorizzata l’esperienza di chi parla e fornisce interpretazioni alternative sul contenuto. Cambiare la cornice di riferimento, infatti, permette di interpretare il problema in modo diverso, alternativo. Ricostruire consente di identificare sentimenti nascosti che possono essere neutralizzati individuando aree di interesse comune Riformulare Riformulare ciò che è stato detto in un tono pacato e meno accusatorio, senza aggiungere nulla, consente di abbassare i toni e fare chiarezza sui contenuti Ascoltare attivamente L’ascolto attivo, attento, interessato, dimostra a chi parla che l’ascoltatore è veramente interessato a quanto sta dicendo. Riformulando la frase di chi parla, proponendo domande dirette a risposta aperta, l’ascoltatore capisce che chi lo ascolta lo fa con empatia e interesse.
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LIVELLO 3
LIVELLO 3
La comunicazione assertiva
Il modo in cui si parla è alla base delle nostre relazioni e di come ciò che vogliamo esprimere viene recepito da chi ascolta. Spesso ci troviamo coinvolti in incomprensioni dovute magari a un approccio sbagliato, alle parole utilizzate, al tono o all’atteggiamento di chi parla e anche di chi ascolta, problema che si può cercare di evitare se si impara a comunicare in modo assertivo. La comunicazione assertiva, basata sul rispetto reciproco, è la capacità di esprimere i propri sentimenti, difendere i propri diritti, comunicare un’opinione, scegliere come comportarsi a seconda del contesto e portare avanti le proprie idee o convinzioni, senza prevaricazione alcuna. Come allenarla
Le parole, come detto, sono importanti, ma lo è altrettanto il modo con cui vengono espresse. Per questo è necessario imparare e allenarsi a comunicare in modo assertivo.
Tale comunicazione si basa su tre cardini: • riconoscere ed esprimere le proprie emozioni • manifestare i propri bisogni, desideri, critiche o preferenze • difendere i propri diritti Come? Dire “non mi piace” invece di “non lo sai fare”(pur non cambiando il concetto finale del nostro pensiero ha un impatto completamente diverso in chi riceve il commento). Innanzitutto prima di comunicare qualsiasi pensiero è bene valutare due aspetti fondamentali: che cosa voglio dire e come dirlo. Il “che cosa”
Scrivi su un foglio il pensiero o il concetto che vuoi manifestare, per poi provare a esprimerlo controllando il linguaggio, il tono e il modo.
Il “come”
Ora esprimi il concetto assumendo l’atteggiamento fisico che in genere utilizzi. Controlla la postura, la gestualità, l’espressione del viso. Ora adegua la comunicazione non verbale in modo che sia coerente con ciò che vuoi dire
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CAPITOLO 1
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Ricorda 1. Ascoltare in modo attivo: ascoltare senza pregiudizi, liberando la mente dalle opinioni personali. Per farlo puoi: - ripetere ciò che hai ascoltato avendo così la conferma di aver capito - fare domande su ciò che non è chiaro - riassumere quanto ascoltato 2. Esprimere le proprie esigenze in modo chiaro: esprimere in modo lineare, concreto, positivo e conciso. Per farlo puoi: - descrivere il comportamento che si sta mettendo in discussione (non è la persona a essere giudicata) - esprimere ciò che si prova mettendo in evidenza le caratteristiche positive dell’interlocutore - coinvolgere la persona nella risoluzione di un proprio problema o bisogno 3. Parlare in prima persona: facilitare la comprensione verso ciò che si sta esprimendo. Per esempio, dire “non sono d’accordo” al posto di “ti stai sbagliando” (modalità comunicativa che esclude un giudizio ma rimanda a un’opinione del tutto personale) 4. Comunicare i NO efficacemente: motivare e aggiungere una proposta alternativa, concludere sempre in modo propositivo e positivo 5. Prestare attenzione alla comunicazione non verbale: guardare negli occhi la persona con cui si parla, usare un tono fermo, deciso ma mai aggressivo, controllare che le espressioni del viso siano coerenti con quello che si vuole comunicare. Sette consigli 1. Quando si decide di fare qualcosa occorre sempre chiedersi se è davvero quello che si vuole fare e non, invece, se esprime solo il senso dell’obbligo o del dovere 2. Nell’esporre le proprie idee è importante trasmettere ciò che si vuole far capire, senza nessun’altra intenzione 3. Osservare e cercare di capire le ragioni dei comportamenti altrui senza puntare il dito 4. Non utilizzare mai criteri di giudizio troppo severi o rigidi verso se stessi 5. Allenarsi e fare esperienza nella comunicazione assertiva 6. Praticare l’asserzione negativa, ovvero guardare con accettazione e positività anche i lati negativi del proprio carattere 7. Imparare a rispondere con un “sì, è vero” anche alle critiche che ci riguardano
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LIVELLO 3
LIVELLO 3
L’empatia
Carl Gustav Jung (1875-1961) sosteneva: “Un cuore comprensivo è tutto, è un’insegnante, e non può essere mai abbastanza stimato. Si guarda indietro apprezzando gli insegnanti brillanti, ma la gratitudine va a coloro che hanno toccato la nostra sensibilità umana”. Condizione insostituibile per una valida relazione d’aiuto è l’empatia cioè la capacità di comprendere ciò che l’altro vive. In psicologia clinica si definisce empatia “la capacità di immergersi nel mondo soggettivo dell’altro e partecipare alla sua esperienza in tutta la misura in cui la comunicazione verbale e non verbale lo permette”.
L’empatia, che è il contrario di “disapatia” (termine proposto dallo psichiatra J.L. Gonzàlez e inteso come il rifiuto o l’incapacità di condividere le emozioni o i sentimenti altrui), non va confusa con la simpatia, sono due termini che hanno implicazioni diverse: • la simpatia si basa essenzialmente su una partecipazione emotiva fortemente condizionata dalla propria esperienza • l’empatia si estende invece a una partecipazione e a una comunione esistenziali con lo stato d’animo dell’altro, vivendo come propria la situazione che questi sta vivendo.
La comprensione empatica si manifesta con l’applicazione di livelli sempre più profondi di ascolto e attenzione all’altro: • un primo livello riguarda la comprensione sempre più esatta e circostanziata dei contenuti oggettivi della situazione Come: riformulando i contenuti, mantenendosi fedeli al significato e adeguandosi all’intensità emotiva con cui l’individuo percepisce la propria situazione • un secondo livello cerca di cogliere i sentimenti che accompagnano il racconto dell’altro per instaurare un rapporto di casualità tra l’argomento esposto e la reazione soggettiva dell’altro Come: rispecchiarsi nei sentimenti dell’altro, permette di percepire stati d’animo che l’altro non riesce o non osa verbalizzare. L’empatia, unitamente alla non direttività e all’accettazione incondizionata, sarà una caratteristica della teoria centrata sulla persona di Carl Rogers (1902-1987).
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L’intelligenza emotiva
Nello specifico è il tema cardine trattato da Daniel Goleman (1946) nel libro “Emotional intelligence”. Facciamo però un passo indietro. Le emozioni, secondo Darwin, svolgono una funzione importante, ossia quella di riuscire a migliorare l’adattamento di un organismo a un ambiente. È necessario essere in grado di riconoscerle, imparando a gestirle in modo adeguato perché le emozioni, primarie o secondarie, positive o negative che siano, sono tutte adattive, quindi ci consentono di adattarci all’ambiente circostante. L’intelligenza emotiva secondo Peter Salovey (1958) e John D. Mayer è la componente dell’intelligenza sociale che comporta “la capacità di controllare i sentimenti, le emozioni proprie e altrui, di discriminare tra essi e di usare queste informazioni per guidare i propri pensieri e le proprie azioni”. L’intelligenza emotiva è quindi un aspetto dell’intelligenza (Gardner parla di “intelligenze multiple”, mentre Guilford di “intelligenza multifattoriale”) legato alla capacità di provare emozioni, riconoscerle, utilizzarle, gestirle e viverle in modo consapevole. Lo sviluppo cognitivo e quello emotivo dovrebbero andare di pari passo perché fondamentali per imparare a rispondere agli stimoli esterni, per controllare i propri impulsi interiori e il proprio comportamento.
Noi siamo e viviamo di emozioni, conoscerle e sapere come vengono espresse ci consente di crescere ogni giorno di più, di agire in modo adeguato nei confronti degli altri ma anche di noi stessi perché: • aumenta la nostra autostima (ci conosciamo, sappiamo come possiamo reagire alle situazioni e possiamo controllare i nostri impulsi) • migliora le nostre prestazioni sociali (comprendendo ciò che provano gli altri possiamo relazionarci con loro in modo adeguato) Le emozioni sono la nostra guida evolutiva, senza di loro non saremmo in grado di cavarcela: • ci dispongono all’azione e alla messa in atto di un determinato comportamento fondamentale per la nostra sopravvivenza • comunicano agli altri come ci sentiamo attraverso le espressioni facciali, il tono della voce, la postura (spie emotive difficilmente controllabili)
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La maggior parte di noi tende a evitare di riflettere su emozioni ritenute negative (risentimento, imbarazzo, ecc.) ma se ci concedessimo la possibilità di pensare qual è l’origine dei nostri atteggiamenti verso queste emozioni, potremmo scoprire che i sentimenti negativi non sono creature mostruose. Ogni emozione ha, evolutivamente, un suo scopo preciso e una sua funzione fondamentale per il nostro benessere e per la nostra incolumità. Tutte le emozioni vanno bene e tutte le emozioni ci servono.
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La pandemia di Covid 19 ci ha insegnato l’importanza della gestione delle emozioni: quanta ansia, paura, solitudine e stress abbiamo vissuto! Anche queste emozioni negative hanno dato colore alla nostra esistenza permettendoci di godere maggiormente della gioia e della felicità di un incontro con una persona cara o amica. Se vuoi capire meglio l’importanza che hanno le emozioni e le relative espressioni del volto, per esempio, nel comunicare la”verità” delle persone, guarda la serie “Lie to me”.
La resilienza
Rapporto tra gioco e resilienza
Durante la prima e la seconda infanzia (in tutto sono tre), la struttura corporea, le abilità cognitive, le competenze di tipo relazionale sono in continua evoluzione e il peso dei fattori ambientali nella crescita è veramente notevole anche per lo sviluppo di una specifica abilità: la resilienza. Con tale termine, in psicologia, si è soliti definire la capacità di resistere alle avversità della vita, a situazioni difficili o a eventi traumatici. Questo, di conseguenza, implica la capacità di riorganizzare positivamente la propria esistenza, di risolvere i problemi ma migliora anche la stima di sé, l’autoregolazione emotiva e le competenze nel trovare e mettere a disposizione risorse nell’ambiente circostante. Molte di queste variabili dipendono in prima istanza dal sistema di attaccamento (teoria dell’attaccamento di Bowlby, 1907-1990), ovvero dalla qualità delle relazioni che il bambino intrattiene con le figure affettive di riferimento, in primis la madre, ma anche il padre, gli eventuali fratelli o sorelle e i nonni. Molte ricerche hanno mostrato che esperienze stressanti subite in tenera età – per esempio essere esposti a trascuratezza (al riguardo puoi guardare su YouTube “Gli stili educativi. I cinque modelli”), a un clima familiare caratterizzato da violenze o alla sofferenza mentale di un genitore – possono andare ad alterare l’architettura del cervello del bambino. Queste variazioni fisiologiche potrebbero andare a influire su molteplici quadri patologici o disfunzionali dell’adulto, dall’abuso di sostanze, al diabete, alle cardiopatie o alla depressione. Di contro, crescere in un ambiente sereno e stimolante, incide positivamente sulla salute psichica e fisica dell’individuo. In questo panorama di riferimento, grande impulso stanno avendo anche le ricerche sul ruolo del gioco nel favorire lo sviluppo di abilità e competenze di resilienza. Il gioco è infatti una delle prime modalità di interazione del bambino con il mondo esterno.
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È un linguaggio privilegiato attraverso il quale egli impara a leggere gli altri e a mettersi alla prova. Il tempo che i genitori dedicano a giocare con i propri figli, così come la percezione che hanno relativamente all’importanza delle attività ludiche nella crescita, sono fattori correlati positivamente con l’acquisizion e di alcune abilità.
Lo scrittore e drammaturgo premio Nobel per la Letteratura George Bernard Shaw (1856-1950) sosteneva: “L’uomo non smette di giocare perché invecchia, ma invecchia perché smette di giocare”. Il legame tra gioco e apprendimento ha come base l’evidenza che il gioco mette in campo non soltanto la dimensione cognitiva dell’apprendere, ma anche (o soprattutto) la sua dimensione emotiva e relazionale. È accertato che gli aspetti emotivi incidono tantissimo sulle modalità di processare l’esperienza e sugli output del processo stesso. Apprendere attraverso il gioco dà la possibilità al bambino di compiere un’esperienza attraverso cui integrare le proprie abilità a livelli sempre più raffinati. Questo riguarda sia il gioco spontaneo che quello direzionato. Ulteriore vantaggio del gioco è quello di essere un linguaggio transculturale, ovvero di subire, rispetto agli stimoli cognitivi, meno variazioni tra culture diverse; per questo è oggetto di studio dell’antropologia culturale. Con queste premesse, stanno prendendo sempre più piede esperimenti di apprendimento attraverso il gioco negli ambienti naturali; il trasferimento di esperienze di tal genere in contesti verdi conferma i risultati già dimostrati sui benefici del verde per gli adulti. Essere a contatto con la natura migliora l’umore, aumenta la concentrazione, riduce lo stress e incredibilmente, diminuisce anche la vulnerabilità ai raffreddori (scoprirai in seguito la differenza tra ‘mindfulness’ e ‘mindlessness’)! I primi riscontri, che provengono da classi in cui le lezioni sono svolte all’aperto, coinvolgendo i bambini in attività esperienziali dirette, mostrano un significativo aumento della concentrazione negli allievi e un minor ricorso ad azioni di richiamo o rimprovero da parte degli insegnanti. Stare fuori e imparare attraverso il gioco sono poi esperienze intrinsecamente relazionali e contribuiscono ad aumentare anche quelle dimensioni della resilienza che riguardano il contatto con gli altri, ossia l’attitudine alla cooperazione, la sensibilità al contesto e la creatività. È importante quindi che, sia nel progettare interventi di sviluppo che nel mettere a punto proposte di riabilitazione in caso di comportamenti disfunzionali, si tenga conto di questo strumento potentissimo che è il gioco. Uno strumento proprio a misura di bambino! 38
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Forza ragazzi!
I ragazzi hanno bisogno di essere in grado di affrontare le sfide che quotidianamente si presentano loro, come discussioni con gli amici, risultati di test deludenti o perdite sportive. Alcuni affrontano sfide più serie come il crollo della propria famiglia, la malattia, la morte o il bullismo. Certi hanno più sfide di altri a causa di difficoltà di apprendimento o disabilità o perché hanno personalità più ansiose. La resilienza li aiuterà ad affrontare le difficoltà della vita, prima si impara a farlo, prima si risolveranno una volta diventati adulti. La resilienza è più di una semplice gestione emotiva. Quando sei resiliente sei più preparato a cercare nuovi modi per superare le tue sfide e raggiungere i tuoi obiettivi. Anche se questo potrebbe significare prendere alcuni rischi, crea un’opportunità di successo e una maggiore sicurezza in se stessi. Abilità e abitudini a vantaggio della resilienza
Il rispetto di sé è un ottimo elemento di partenza per la resilienza. Esso cresce senza stabilire standard per il comportamento. L’empatia, il rispetto per gli altri, la gentilezza, l’equità, l’onestà e la cooperazione sono tutti legati alla resilienza tanto che, avere una relazione forte e amorevole con se stessi e rimanere in contatto con la propria persona, sono la base per tutte queste qualità e valori. Le abilità sociali, che si acquisiscono grazie al processo di socializzazione, sono un altro tassello importante per la resilienza. Includono abilità per coltivare amicizie, risolvere conflitti e lavorare bene in squadre o gruppi.
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La capacità di recupero consiste nell’essere realistici, nel pensare razionalmente, trovando i lati positivi delle cose e/o degli eventi, andando avanti sempre e comunque. Per esempio quando un genitore si accorge che il proprio figlio è sconvolto, può aiutarlo a guardare le cose in prospettiva, a concentrarsi sui fatti e sulla realtà chiedendogli: “Questa cosa ti importa davvero tanto? Quanto pensi che ti sia utile? Su una scala da 1 a 10, quanto è grave?”, oppure se il/la ragazzo/a ottiene un risultato scadente a scuola, è possibile sottolineare che il suo impegno è fondamentale per la sua riuscita nella vita ma che quello non gli impedirà di frequentare lo sport che ama il fine settimana o di uscire con gli amici. A volte basta solo cambiare la vocina interna, quella che ci “parla” per riuscire ad avere una visione diversa di una qualcosa che ci mette ansia e tutto si ribalta in positivo! Così anche lui/lei si sentirà positivo/a e imparerà che, seppure i momenti difficili facciano parte della vita, siamo noi a determinarne il risultato finale. È anche importante che il ragazzo/a sperimenti e racconti attraverso emozioni difficili come ansia, paura e rabbia. Affrontarle lo aiuterà a diventare più forte, ad avere capacità di recupero e a essere in grado di cavalcare gli alti e i bassi adolescenziali. Positivo avere strategie semplici per trasformare gli stati d’animo bassi in alti. Ecco alcune idee per modificare lo stato d’animo: - fai cose che ti piacciono o che ti aiutano a rilassarti, ad esempio guarda un programma divertente alla TV, gioca i videogiochi o leggi un buon libro. Pensa a ricordi piacevoli magari guardando vecchie o recenti fotografie. - Cerca di essere positiva/o e ottimista, puoi farlo ringraziando altre persone per il loro sostegno, dicendo “Le cose miglioreranno presto e io posso farcela”, e sii fiducioso/a che le cose buone accadano. Sentirsi sicuri, capaci e pronti a fare le cose sono elementi importanti della resilienza. Competenze fondamentali in quest’area sono la definizione degli obiettivi, la pianificazione, l’organizzazione e l’autodisciplina, la preparazione a lavorare duro e a essere intraprendenti. L’adulto può favorire queste abilità aiutando il ragazzo a sviluppare i propri punti di forza e superare limiti specifici, così si può incoraggiarlo a stabilire obiettivi che mettano in azione le sue potenzialità e che lo aiutino a concentrarsi su ciò in cui è bravo. Le sfide sono una parte normale della vita e i giovani devono imparare ad affrontarle da soli. Lascia che tuo figlio provi a risolvere i suoi problemi e combatti le sue stesse battaglie prima di intervenire. Persino i fallimenti fanno parte del processo evolutivo di crescita personale.
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Approfondimento
La resilienza
“Crisi”, “Emergenza”, “Lutto”, “Paura”, “Separazione”, “Guerra”, “Terremoto”: queste parole suscitano immediatamente in noi un sentimento di paura. Diciamolo subito: lo stress è una reazione sana e normale in situazioni che ci mettono davanti a pericoli e che comportano cambiamenti improvvisi e repentini delle nostre abitudini.
In situazioni di emergenza la paura è la prima emozione avvertita e, in quanto utile ad attivarsi per far fronte al pericolo, è un’emozione sana. Come tutte le reazioni di emergenza deve però esistere per un tempo ben definito e non protrarsi a lungo, perché rischia di togliere spazio alla nascita di risposte più adeguate che rientrano sotto il termine di resilienza. Ma cos’è la resilienza? La resilienza è la capacità psicologica degli esseri umani di uscire rafforzati e, diciamolo senza timore, migliori, dalle situazioni di crisi, se ben gestite. Non è una dote innata e nemmeno una qualità di fortunati individui. La resilienza affonda le radici nei legami familiari e sociali, si nutre con il sostegno reciproco, affettivo e materiale, si diffonde grazie alla comunicazione responsabile e consapevole e all’ascolto rispettoso degli altri. Ne consegue che tutti siamo chiamati a sviluppare la nostra resilienza e a diffonderla negli ambiti in cui viviamo.
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Auto-valutazione: resilienza Percezione
Credo che la mia vita sia significativa e degna di essere vissuta. Noto cose nuove e positive più che cose negative.
Sono consapevole dei miei sentimenti e non permetto loro di controllarmi. Prendere in mano la propria vita
Ritengo di poter influenzare la mia vita e non sono vittima delle circostanze. Mi avvicino alle cose (piacevoli e spiacevoli) e agisco. Ho impostato chiare priorità per la mia vita. Formare relazioni
Ho almeno una persona nella mia vita con cui posso condividere tutto _ il bene e il male. Ritaglio del tempo per le persone che sono importanti per me.
Ho fiducia negli altri e posso contare sul loro sostegno quando ne ho bisogno. Accettazione e pensiero ottimistico (fiducia nel futuro)
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Vedo un futuro luminoso e so che posso gestire le difficoltà.
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Valuto le mie esperienze e imparo sia dagli errori che dai successi.
Mi adatto in modo flessibile ai cambiamenti e accetto facilmente ciò che non posso cambiare. Orientamento alle soluzioni e agli obiettivi
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La mia vita è importante e mi prendo cura di me.
Ho un buon rapporto con il mio corpo e sono consapevole di cosa è buono e ciò che è cattivo per me.
In una situazione difficile, metto la mia salute prima delle aspettative degli altri. Auto-efficacia
Sono consapevole di ciò che sono in grado di fare e ho fiducia in me stesso. Posso fare affidamento sulle mie capacità e sulle mie risorse nei momenti difficili. Credo in me stesso.
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Analisi del questionario
Ci sono due modi di compilare e valutare il questionario sulla resilienza. Analisi numerica
Accanto a ogni affermazione c’è una scala da 0 a 10. Se decidi di utilizzare questo sistema, seleziona i numeri che corrispondono meglio alla situazione. 0 corrisponde a: non applicabile
10 corrisponde a: concordo pienamente Puoi inserire la somma totale dei punti per le 3 domande in ogni categoria accanto a ogni titolo. In questo modo, si ottiene un risultato da 0 a 30 punti per ogni categoria. 0-10 punti
Hai ancora molti aspetti da scoprire e approfondire in questa categoria. Se lo desideri, hai la possibilità di cambiare, hai già intrapreso i primi passi per diventare più resiliente. 11-20 punti
Ti sei posizionato a metà di questa categoria. Se vuoi migliorare la tua resilienza, scegli una delle affermazioni e rispondi alle seguenti domande • Dove ho successo nella mia vita, perché ho preso questo punteggio? • Che cosa dovrei fare per ottenere un punteggio più elevato? • In che modo questa azione potrebbe migliorare la mia vita? • Quali azioni dovrei intraprendere per raggiungere questo obiettivo? 21-30 punti
Sei già un esperto in questa categoria! Sicuramente sei soddisfatto di te in questa area e spesso sperimenti momenti di crescita. Questi sono i tuoi punti di forza e le tue risorse che puoi usare per compensare eventuali aspetti critici.
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Analisi intuitiva
Se preferisci un approccio intuitivo per la valutazione del questionario di auto-valutazione, puoi usare gli smile verdi e rossi. Lo smile verde significa: “tutto va bene in questa area, sono contento di me”.
Lo smile rosso significa: “non sono completamente soddisfatto. Desidero migliorare in questa area per condurre una vita più soddisfacente”.
Segna lo smile appropriato accanto a ogni affermazione. Inoltre puoi selezionare uno smile verde o rosso per ogni categoria. Completa la valutazione riguardando tutte le sette categorie. Congratulati in relazione agli smile verdi e interpreta gli smile rossi come sfide positive da affrontare. Seleziona una affermazione da una delle categorie che desideri migliorare. Indipendentemente dalla analisi che scegli, ti auguriamo piacevoli esperienze formative con il questionario di auto-valutazione!
da www.resilience-project.eu
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“Networking” o lavoro sociale di rete
Il lavoro specifico del settore sociosanitario, chiamato “Networking” o “lavoro sociale di rete”, identifica
l’attività svolta da più operatori che mettono in campo competenze e professionalità differenti per concorrere insieme alla risoluzione di un problema, migliorando così la qualità del risultato e la capacità di funzionamento della rete stessa.
Si tratta di una metodologia di intervento capace di integrare e concertare molteplici risorse e servizi. La rete, prendendo spunto dal territorio e dai suoi bisogni, costruisce un sostegno intorno al disagio per evitare che degeneri e si trasformi in emarginazione sociale. Il sistema di rete si definisce formale o informale a seconda degli elementi che lo compongono: • la rete formale è composta da assistenti sociali, medici, psicologi, psichiatri, educatori e operatori sociali di vario tipo • la rete informale è costituita da familiari e amici e considera l’influenza che questi possono avere sulla vita delle persone per il soddisfacimento dei loro bisogni. La differenza tra i due sistemi è evidente: gli operatori che svolgono una professione d’aiuto sono professionisti preparati che utilizzano tecniche specifiche, mentre familiari e amici forniscono il loro aiuto in modo istintivo e spontaneo. I due sistemi di aiuto, formale e informale, sono elementi importantissimi per il benessere sociale. Attraverso un lavoro di coordinamento, è possibile svilupparne tutte le potenzialità, mettendo in campo anche le risorse naturali che ogni comunità possiede, valorizzandone le potenzialità per fornire aiuto in quei contesti nei quali la diminuzione di investimenti e finanziamenti statali lascerebbe un vuoto.
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Il lavoro di rete è la risposta più efficace alla presa in carico del disagio sociale che ha bisogno di interventi così complessi che difficilmente possono essere forniti da un unico Ente o servizio e che si articolano su due livelli: • il primo livello, chiamato anche “gestione integrata del caso”, si rivolge alle singole persone • il secondo livello è finalizzato a costruire una “rete” di servizi territoriali integrati. La gestione integrata dei casi prevede un’équipe di professionisti con competenze diverse che lavorando in rete, forniscono agli utenti i migliori strumenti per superare le loro difficoltà. Nel gruppo di professionisti viene scelto un responsabile del caso, il Case manager. Questi deve avere competenze adeguate per intervenire in aiuto al bisogno, “prende in carico” l’utente stesso e coordina tutti gli interventi attingendo alle risorse più adeguate della rete.
Il gruppo di lavoro
Il tuo lavoro di TSSAS sarà svolto esclusivamente all’interno di un’équipe composta da una pluralità di figure professionali. È un metodo di lavoro oggi molto utilizzato e diffuso in tutti i campi, sia politico che finanziario, economico o scientifico. Si tratta di un sistema di rapporti tra individui che, grazie all’interazione con l’altro, non solo migliora la consapevolezza delle proprie capacità ma arricchisce professionalmente il singolo che impara dagli altri. Il lavoro di gruppo o lavoro d’équipe è un continuo processo di scoperta e sviluppo di doti e qualità personali, di integrazione e differenziazione, finalizzato al raggiungimento di uno scopo comune attraverso le proprie specifiche competenze.
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ÉQUIPE
Insieme di persone orientate a una meta comune
interdipendenti
accolgono e condividono valori, norme e ruoli
con un obiettivo comune con luoghi e tempi definiti
Équipe non si nasce ma si diventa, conquistando il senso di appartenenza e di interdipendenza attraverso la consapevolezza della motivazione comune allo stare insieme, negoziata con la consapevolezza di condividere gli stessi obiettivi sia individuali sia di gruppo e di utilizzare una metodologia comune. Una buona équipe incrementa capacità e competenze specifiche in un clima collaborativo e favorisce le capacità di integrazione attraverso la gestione delle reciproche differenze e degli eventuali conflitti. È un gruppo in continua evoluzione che, attraverso la logica del come (che analizza come avvengono le cose, permette correzioni e ricerca di nuove soluzioni) e non del perché (che cerca di individuare il responsabile e lo colpevolizza per l’eventuale insuccesso), verifica costantemente il suo operato sia per quanto riguarda i processi operativi e relazionali sia per il lavoro stesso e la sua organizzazione. Senso di appartenenza
è una delle otto caratteristiche individuate da Kurt Lewin (1890-1947) unitamente a interdipendenza, coesione, polarizzazione, differenziazione dei ruoli, istituzione del leader, rendimento e socializzazione 48
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Per attivare un’efficace équipe di lavoro sono necessari: • un programma chiaro e condiviso che consente di definire finalità e obiettivi comuni del gruppo di lavoro e di valorizzare le specifiche competenze di ognuno • la definizione di una metodologia comune, interdisciplinare e multidisciplinare che si differenzi a seconda delle specifiche competenze presenti nell’équipe • la definizione del ruolo professionale di ognuno e dei compiti che dovrà svolgere all’interno del gruppo di lavoro • la definizione del livello di responsabilità decisionale e la forma di coordinamento (un’équipe di lavoro deve avere potere decisionale per definire i propri obiettivi) • la motivazione per il suo funzionamento, le modalità e le responsabilità attraverso le quali realizzare la propria collaborazione. L’équipe diventa quindi il punto di congiunzione di tutte le professionalità presenti, lo strumento che rende operativa la modalità integrata e sistematica di lavoro. Questo non significa che tutti possono fare il lavoro di tutti, ogni professionalità deve mantenere con rigore la propria specifica competenza pur confrontandosi con quella altrui.
L’obiettivo
L’obiettivo è l’espressione stessa dell’équipe, consente di valutare il gruppo di lavoro e le sue capacità operative e relazionali: più è alto l’obiettivo più l’équipe acquisisce un valore professionale. Ti domanderai: come si definisce un obiettivo? Si definisce attraverso la conoscenza, il confronto e la negoziazione.
• La conoscenza - delle capacità professionali e personali dei membri dell’équipe - del contesto, ovvero la situazione in cui ci si trova a operare - del problema che si deve affrontare - delle risorse a disposizione - dei vincoli che si potrebbero incontrare • Il confronto serve per individuare quali sono le conoscenze specifiche e professionali possedute da ogni singolo componente del gruppo ma anche per esaminare approfonditamente tutti i dati conosciuti (riguardanti il problema) per decidere insieme gli obiettivi che ognuno deve raggiungere all’interno del gruppo. Il tutto facendo riferimento all’organizzazione (il committente) che ha dato l’incarico all’équipe, ai suoi obiettivi e alle sue strategie • La negoziazione definisce l’obiettivo finale da perseguire, integrando tutti gli obiettivi individuali e finalizzando le risorse al risultato atteso.
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Fondamentale è trovare compatibilità tra i bisogni dell’individuo (nella piramide di Abram Maslow erano stima, autostima, identità, sicurezza, bisogni del gruppo, raggiungimento degli obiettivi, senso di appartenenza) e i bisogni del committente che l’équipe ha il compito di soddisfare. Le strategie con cui si affronta un compito e si persegue un obiettivo costituiscono la metodologia operativa, ossia il metodo con cui si decide di lavorare che, per risultare efficace deve essere definito in fase iniziale, condiviso da tutti, affidabile, garantito, logico e verificabile.
Il ruolo
Per prima cosa è necessario individuare le mansioni strategiche e le caratteristiche/ professionalità necessarie per svolgere tali mansioni, solo poi si potranno assegnare i ruoli cercando di valorizzare le qualità di ognuno. Ogni ruolo, cioè la funzione esplicata all’interno di un gruppo (diverso da ruolo sociale), è interdipendente dagli altri e interattivo, proprio per questo significa che ognuno deve svolgere il proprio compito al meglio e fino in fondo, altrimenti causa scompiglio nell’organizzazione e qualcuno è costretto a fare del lavoro aggiuntivo per il raggiungimento degli obiettivi stabiliti. Lavorare insieme a un progetto, permette di superare più facilmente gli ostacoli, proprio grazie al contributo e all’esperienza degli altri. Non è più il singolo che agisce in prima persona, ma è l’intero gruppo che condivide sia i rischi sia la gioia del raggiungimento dell’obiettivo. È un lavoro di squadra e come tale è in grado di offrire grandi soddisfazioni; il sentirsi parte di un gruppo affiatato e propositivo è molto appagante anche dal punto di vista affettivo, emotivo e relazionale. Il leader è un professionista della relazione che assume la responsabilità e l’autorità del ruolo che gli viene formalmente assegnato, con la facoltà di scegliere i leader situazionali che ritiene più idonei al raggiungimento degli specifici obiettivi.
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Il leader individua le persone più idonee scegliendole in base alle loro competenze e affida compiti e funzioni necessari per il buon funzionamento del gruppo stesso. Un buon leader deve avere ascendente sul gruppo, condurlo con attenzione e moderazione coinvolgendo tutti per fare emergere capacità e potenzialità di ognuno. Tra i diversi studi il più attuale è quello che individua cinque aree di competenza: • emotional fitness = palestra delle emozioni • make things happen = capacità di attuazione, di far succedere le cose • engage the team = capacità di lavorare in team • build networks = capacità di costruire network di relazione • focus & vision = capacità di visione
La metodologia operativa del settore sociosanitario
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In sintesi, per lavorare in équipe devi tenere presente: • scelta dell’obiettivo: chiaro, condiviso, fondato su dati osservabili e risorse disponibili, espresso in modo chiaro, suddiviso in compiti e valutabile • individuazione del metodo: principi, criteri e norme • assegnazione dei ruoli: definiti in funzione di competenze e capacità • definizione della leadership: carismatica, attenta, moderatrice e coinvolgente • condivisione delle informazioni: chiare, estese e comuni • creazione del clima: aperto, costruttivo, tollerante e rispettoso • evoluzione del gruppo: crescita delle competenze individuali che portano a un sapere condiviso e diffuso.
Il role-playing
Il miglior metodo per prepararsi a lavorare in un gruppo è il role-playing, letteralmente “recitare per ruolo”, mettersi cioè nei panni di…, come fanno i bambini quando giocano a mamma e papà (esempio di socializzazione anticipatoria), per sperimentare, con l’intervento della propria creatività, un ruolo che saranno chiamati ad assumere nel corso della loro vita. Per imparare meglio le dinamiche relazionali è necessario quindi mettersi alla prova, per sperimentare su se stessi abilità concrete. Il gioco di ruolo si svolge attraverso una simulazione della realtà, immaginando di trovarsi in un contesto specifico dove accade qualcosa.
Gioco di ruolo
termine definito nel 1934 da Jacob Levi Moreno (1889-1974) per identificare un cambio di ruolo all’interno dello psicodramma
Immagina di far parte di una cooperativa di servizi, formata da tre o quattro persone e di ricevere l’incarico dal Comune di progettare un servizio sul territorio per l’uso del tempo libero durante le vacanze natalizie. Vengono individuati il quartiere coinvolto e il gruppo di giovani che è di circa 50 adolescenti tra i 14 e 17 anni, prevalentemente maschi. Solo un gruppo di persone lavora mentre i compagni della classe osservano e prendono appunti sul comportamento dell’équipe. Durante il gioco di ruolo è utile usare una videocamera che, registrando fedelmente l’accaduto, permette di vedere la tua modalità espressiva e quindi di visualizzare, come in uno specchio, i tuoi difetti, il tuo tono di voce, il linguaggio non verbale e le modalità positive sulle quali puoi fare affidamento e le negatività sulle quali devi lavorare.
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Questo lavoro ti consente di attivare un processo di autovalutazione di apprendimento che permette di migliorare il tuo modo di relazionarti.
Predisponi un minimo di ambientazione, prepara il materiale per prendere appunti, insieme al gruppo definisci la leadership e i compiti di ognuno poi iniziate a discutere l’ipotesi di un progetto.
Seguendo il progetto operativo (vedi I miei strumenti di lavoro: Progetto operativo) individua: • bisogni • aspettative • obiettivi che vuoi raggiungere, ovviamente in base all’età e al sesso degli utenti a cui si rivolge il progetto e alle caratteristiche del territorio a cui è destinato (inventati le caratteristiche rifacendoti a un quartiere del tuo territorio). Al termine del lavoro progettuale, ogni partecipante dell’équipe deve esprimere le difficoltà e le sensazioni incontrate nel recitare il ruolo assegnatogli; gli spettatori devono riferire le loro impressioni sul gruppo. Il confronto tra attori e spettatori consente di individuare punti di vista, esigenze di ognuno e può essere moderato da un conduttore (docente o anche alunno come da obiettivi del CRE@ T1 Conflict Resolution and Peer-to-peer School Mediation, un progetto Erasmus attivo dal 2019 al 2021).
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Approfondimento Il lavoro in équipe in sette punti
Un gruppo di lavoro è costituito da un insieme di persone che interagiscono tra loro con una certa regolarità, con la consapevolezza di condividere gli stessi obiettivi e di dipendere l’uno dall’altro. Ogni membro del gruppo svolge un ruolo specifico riconosciuto da tutti e, sotto la guida di un leader, collabora con l’équipe attraverso il meccanismo di negoziazione che permette il confronto e il passaggio dal punto di vista del singolo individuo a un punto di vista comune e condiviso. 1. Obiettivo L’obiettivo da raggiungere deve essere chiaro e condiviso dai suoi membri, efficace e finalizzato a raggiungere un risultato e definito sulle effettive risorse disponibili, articolato in compiti e valutabile. Un obiettivo chiaro contribuisce a consolidare la coesione e il senso di appartenenza al gruppo
2. Metodo La scelta del metodo è molto importante poiché consente di stabilire i principi, i criteri, le modalità organizzative e la struttura dell’attività stessa. Un buon metodo di lavoro dà sicurezza al gruppo e permette una migliore gestione delle risorse disponibili 3. Ruolo Il ruolo assegnato a ciascun membro del gruppo in base alle sue competenze e capacità definisce l’insieme dei comportamenti che ci si attende da ognuno
4. Leadership Un buon leader è un professionista delle relazioni. Non esiste una regola generale per essere un “buon leader” ma funzioni che identificano una buona leadership: deve essere flessibile, coinvolgente, responsabile e autorevole (che esercita un’autorità morale dovuta ai propri meriti ma non autoritaria, cioè che impone di forza la propria autorità) 5. Comunicazione Una comunicazione chiara ed esplicita consente di scambiarsi le informazioni necessarie per raggiungere più facilmente dei risultati
6. Clima Nel gruppo si deve instaurare un clima positivo di sostegno e rispetto reciproco, con ruoli riconosciuti e valorizzati e uno scambio di idee chiaro e aperto 7. Sviluppo Il lavoro in gruppo consente la costruzione di un sistema di competenze che portano a uno sviluppo del singolo all’interno dell’équipe e a un sapere condiviso tra coloro che lavorano insieme.
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Il leader nei lavori di gruppo
Con il termine leader si definisce la persona che assume una posizione di preminenza all’interno di un gruppo. Viene spesso visto come il “capo” che possiede capacità gestionali e di comando, in grado di creare quello che lo psicologo Daniel Goleman, nel libro “Primal Leadership”, chiama risonanza. Secondo Goleman esistono 6 tipi di leadership (visionario, coach, democratico, affiliatore o armonizzatore, esigente e autoritario) ma solo alcuni creano vera risonanza, ovvero la capacità di innescare emozioni positive così da agganciare emotivamente l’intero gruppo. Il leader, quando serve, dovrebbe essere capace di guidare il gruppo in maniera decisa ma dovrebbe farsi anche promotore della partecipazione di quest’ultimo, riuscendo a delegare ai suoi collaboratori alcuni compiti. Le abilità da sviluppare
Le doti che il buon leader dovrebbe avere sono sia pragmatiche che affettive: 1. la capacità di avere una visione chiara del mondo che lo circonda, in modo da affrontarlo in autonomia 2. il desiderio di essere un esempio per gli altri, un modello da seguire 3. l’abilità a motivare chi gli sta intorno 4. l’empowerment degli altri, ovvero la capacità di delegare con criterio e autorità e compiti da svolgere. Questo può essere fatto verso i propri compagni – magari quelli che fanno parte del proprio gruppo di lavoro in classe – o semplicemente tra gli amici, nell’organizzazione di attività comuni (es. gite). La leadership in classe
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Nella leadership in ambito educativo (per esempio in un gruppo di alunni che lavorano insieme) si possono verificare i seguenti diversi modelli di leadership: • organizzativa: è centrata sul controllo e sulla funzionalità, ma col rischio che diventi oppressiva o ossessiva • creativa: è innovativa, brillante e centrata sulla forza delle idee, che rischiano però, di far diventare il leader dispersivo • coinvolgente: è tipica del leader carismatico che sa conquistare emotivamente gli altri ma che potrebbe diventare troppo istrionico e narcisistico • opportunistica: è imperniata sulla capacità del leader (democratico) di dare ampio spazio ai membri del gruppo e di “seguire il flusso degli eventi” anziché dominarli • invisibile: si basa su una forte libertà d’azione dei componenti del gruppo ma, a differenza del precedente, vanta il sostegno del gruppo stesso • affettiva-relazionale: al contrario delle due precedenti tipologie, qui il leader sa coinvolgere emotivamente il gruppo e ottenere la risonanza di cui parla Goleman. C’è il rischio che tale leadership diventi manipolatoria.
L’analisi di caso
LIVELLO 3
LIVELLO 3
L’analisi di caso La presa in carico
Il primo livello del lavoro sociale di rete è l’“analisi di caso”, ovvero lo studio minuzioso di una situazione problematica presa in carico dai servizi.
Il “caso” può giungere al servizio a seguito della segnalazione di un cittadino o su richiesta specifica del singolo utente che presenta il problema. Si tratta sempre di una situazione difficile che l’utente non è in grado di risolvere da solo e che necessita di un supporto qualificato e competente. Il cittadino si può rivolgere al servizio sociale per vari tipi di problemi: difficoltà economiche, un familiare anziano o con disabilità che necessita di aiuto, un bambino o un adolescente difficile, una persona a rischio di emarginazione, una famiglia particolarmente numerosa, monogenitoriale o di immigrati e altro ancora. Famiglia
intesa come insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, di parentela, di adozione e affettivi che, di norma, vivono nella stessa abitazione. Di famiglia si parla anche in documenti quali: • art. 29 della Costituzione italiana del 1948 • art. 16.3 della Dichiarazione Universale dei diritti umani del 1948 • Parte I, n. 16 della Carta sociale europea del 1961 • Preambolo della Convenzione Internazionale sui diritti dell’infanzia del 1989
Una volta arrivata la segnalazione, il responsabile del servizio fa una breve indagine di verifica poi contatta l’utente interessato per un’intervista più dettagliata che faccia emergere esplicitamente i suoi bisogni. La presa in carico da parte dell’équipe necessita di una indagine approfondita effettuata insieme alla persona interessata per valutare risorse e vincoli. I dati raccolti vanno esaminati, vagliati e valutati per individuare quelli più significativi. Bisogna “costruire la conoscenza” del caso attribuendo a tali dati un significato in relazione al contesto sociale in cui si inserisce la situazione problematica, arrivando, insieme all’utente (portatore del bisogno), a definire nel dettaglio la problematica.
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Le problematiche possono essere di diverso tipo: - non recuperabili, se la situazione è ormai troppo compromessa - recuperabili, quando è possibile migliorare la situazione con un percorso/ intervento accompagnato da guida e sostegno specifici - risolvibili, quando con un percorso/intervento accompagnato si è in grado di eliminare il problema. Individuare la tipologia della problematica è il punto di partenza per formulare delle ipotesi di intervento, sia sul problema (identificando “che cosa e perché”) sia sul trattamento (individuando obiettivi e strumenti per raggiungerli). Intervenire non significa necessariamente fare qualcosa di concreto, spesso il “fare qualcosa” si esplicita attraverso la vicinanza, il contatto e la disponibilità all’ascolto.
Lavorando al caso è importante ricordare che le persone: • hanno dei limiti ma sono anche portatrici di risorse • hanno desideri e aspettative ma anche pretese di cambiamento e non tutti i desideri devono e possono essere soddisfatti • hanno potere decisionale che può influenzare la messa in opera degli interventi proposti • non sempre ripongono fiducia nei servizi istituzionali.
Attenzione però! La presa in carico richiede l’assunzione di un ruolo educativo nei confronti dell’utente (o cliente come direbbe Carl Rogers) che si realizza con l’accompagnamento verso l’autonomia nella gestione del problema attraverso lo sviluppo di conoscenze di competenze. Questo può comportare il rischio di essere percepiti, da parte dell’utente, come un’autorità espropriante del ruolo decisionale individuale e porta con sé la possibilità di essere giudicati in modo negativo. In questo caso è facile provare un senso di frustrazione per non essere stati compresi, anche se si è cercato di fare tutto il possibile per favorire l’utente pur senza alcun riscontro positivo. È importante, da questo punto di vista, cercare di creare da subito una relazione di fiducia lavorando con l’utente su piccoli elementi che possano dare facilmente e a breve termine risultati positivi. Lavorare insieme e co-costruire il progetto di aiuto con e per l’utente è il primo obiettivo che ci si deve dare. Attraverso la relazione di aiuto si deve intraprendere un percorso che sostenga la persona nella modificazione della sua visione del problema stesso e delle sue aspettative (spesso troppo alte) nei confronti dei servizi. Co-costruire il progetto significa stabilire un “contratto” che solleva entrambe le parti dalle ambiguità e dalle possibili interpretazioni non congruenti con l’intervento. 56
L’analisi di caso
ANALISI DI CASO
LIVELLO 3
Quale soluzione è richiesta?
Fase istruttoria, indagine conoscitiva: • analisi del problema • analisi del contesto • definizione degli obiettivi Fase decisionale: pratica - progettuale - realizzativa
Il progetto sociale
Fase di verifica e valutazione, in itinere e finale
Il progetto sociale è una attività, o un insieme di attività, finalizzate alla realizzazione di prodotti e servizi per il raggiungimento di uno scopo condiviso e utile a una determinata categoria di beneficiari, o più genericamente, agli utenti finali.
Generalmente la progettazione sociale è demandata agli enti pubblici o alle organizzazioni senza scopo di lucro, con l’obiettivo specifico di informare gli utenti su alcune tematiche di impatto sociale-culturale, proponendo anche una serie di interventi utili a ottenere un cambiamento sociale. Le finalità e gli obiettivi del progetto sociale possono essere diversi. Eccone alcuni: • ridurre/eliminare una condizione di sfavore (povertà, criminalità, violenza di genere, discriminazioni, ecc.) • migliorare la sicurezza e l’inclusività sociale • sollecitare l’attenzione comune nei confronti di tematiche ambientali (un esempio è l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile i cui obiettivi sono stati definiti dall’ONU) • preservare gli ecosistemi Una volta identificato l’obiettivo concreto che si intende perseguire, il primo compito dell’ideatore è quello di ottenere l’approvazione e la condivisione del progetto attraverso un programma di sensibilizzazione sociale (rispetto allo specifico tema affrontato). Occorre fidelizzare il pubblico e giungere a un finanziamento concreto. La progettazione dettagliata può avvenire in un momento successivo, dopo aver ottenuto lo stanziamento di risorse, consentendo così, una volta definiti gli importi a disposizione, di ideare concretamente l’intervento sociale oppure può precedere il budget che verrà reperito nel momento della concretizzazione vera e propria.
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Com’è finanziato un progetto sociale? Le tipologie di finanziamento del progetto sociale sono molteplici e diversificate, come sono diversificate le modalità per il loro ottenimento, anche in relazione al tipo di intervento sociale richiesto o proposto (ad esempio promuovere opportunità occupazionali in ambito turistico per i giovanidi una determinata area geografica). Importante ricordare la necessità di operare un’attenta analisi dei bisogni (un primo strumento è l’analisi SWOT) e del contesto per verificare la fattibilità del progetto. SWOT
acronimo di Strenghths (punti di forza), Weaknesses (debolezze), Opportunities (opportunità) e Threats (minacce). Si tratta di uno strumento utilizzato soprattutto nel marketing che ha come obiettivo principale quello di individuare la strategia che massimizzi i propri sforzi e investimenti
La rete di servizi integrati territoriali
(Vedi I miei strumenti di lavoro: Schede Interventi, servizi e strutture)
Il secondo livello del lavoro sociale consiste nella costruzione di una rete di servizi territoriali integrati nel quale si ha una distribuzione delle attività in rapporto alle aree problematiche. Distribuzione delle attività in rapporto alle aree problematiche di bisogno Famiglie - donne - minori
A carico del SSN istituito con la L. 833/1978 - assistenza nei Consultori familiari - assistenza per interruzione volontaria di gravidanza - prestazioni a minori e famiglie per adozioni e affidi - prevenzione, assistenza e recupero sanitario - intervento psicoterapico di minori abusati
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A carico dei Comuni - supporto sociale ed educativo a famiglie - supporto educativo domiciliare a minori - indagini sociali su famiglie - accoglienza in comunità educative o familiari
Acronimi delle Aziende Sanitarie
L’analisi di caso
LIVELLO 3
Disabilità
A carico del SSN - prestazioni diagnostiche, riabilitative e di consulenza specialistica - assistenza intensiva e prestazioni a elevata integrazione per il recupero funzionale e sociale di soggetti con minorazioni fisiche, psichiche o sensoriali - accoglienza in strutture terapiche per minori con disturbi comportamentali o patologie neuropsichiatriche A carico dei Comuni - assistenza sociale, scolastica ed educativa - inserimento sociale e lavorativo
Distribuita fra ASL e Comuni - assistenza in strutture semi-residenziali e residenziali per disabili gravi, in strutture accreditate (costo in parte a carico delle ASL, in parte dei Comuni e in parte a carico degli utenti) - assistenza a disabili gravi privi di sostegno familiare in servizi di residenza permanente (costo in parte a carico delle ASL, in parte dei Comuni e in parte a carico degli utenti) Disabilità e non autosufficienza
A carico del SSN - assistenza intensiva e prestazioni a elevata integrazione nella fase estensiva - assistenza a domicilio di medicina generale e specialistica e assistenza infermieristica e riabilitativa A carico dei Comuni - aiuto domestico e familiare
Distribuita fra ASL e Comuni - attività di lungo-assistenza semi-residenziale e residenziale (costo in parte a carico delle ASL, in parte dei Comuni e in parte a carico degli utenti) Dipendenze
A carico del SSN - prestazioni terapeutico riabilitative - trattamenti specialistici - periodo di disassuefazione in comunità terapeutica A carico dei Comuni - reinserimento sociale e lavorativo
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Recupero
A carico del SSN - prestazioni terapeutiche e riabilitative ambulatoriali, domiciliari, semi-residenziali e residenziali Distribuita fra ASL e Comuni - accoglienza in struttura a bassa intensità assistenziale e programmi di reinserimento lavorativo. Ripartizione della spesa secondo quote fissate dalle Regioni e compartecipazione al costo da parte degli utenti Fine vita
A carico del SSN - prestazioni e trattamenti palliativi ambulatoriali, domiciliari, semi-residenziali e residenziali
Più dettagliatamente: 1. il SERVIZIO SOCIALE prevede prestazioni assistenziali di vario tipo fornite da organismi pubblici o privati a persone o gruppi di persone che si trovano in uno stato di difficoltà particolarmente serio, tale comunque da non poter essere superato senza un aiuto esterno 2. il SERVIZIO SANITARIO eroga prestazioni di cura fornite da organismi pubblici, privati o convenzionati.
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L’analisi di caso
LIVELLO 3
Approfondimento
Le quattro fasi della presa in carico 1. 2. 3. 4.
Analisi della situazione e valutazione Programmazione dell’intervento Attuazione e monitoraggio Verifica
1. Analisi della situazione e valutazione Processo dinamico soggetto a continue modifiche
Questa fase ha un ruolo fondamentale perché consente di analizzare nel dettaglio tutto ciò che riguarda l’utente: • reti formali e informali • qualità della vita • ambiente sociale e amicale. L’analisi e la valutazione del contesto permettono all’operatore di individuare gli interventi più adeguati per avviare il processo di cura che andrà progettato insieme all’utente.
La fase di valutazione ha lo scopo di favorire nell’individuo preso in carico una crescita personale che lo conduca ad assumere un punto di vista progettuale capace di osservare e valutare gli esiti dei propri interventi e i processi che conducono a determinati esiti. Fasi della valutazione • ex ante: valutazione iniziale rispetto al bisogno espresso dall’utente e agli interventi da attuare • in itinere: valutazione di controllo della progettazione e degli obiettivi raggiunti • ex post: valutazione conclusiva. La valutazione iniziale ha individuato i bisogni che risultano insoddisfatti, ora la programmazione dell’intervento definisce gli obiettivi generali finalizzati a prendere in carico quei bisogni.
2. Programmazione dell’intervento Individuazione di obiettivi concreti, raggiungibili e identificazione degli interventi necessari per conseguirli La programmazione ha inizio con un brainstorming e una riflessione condivisa di idee, proposte e soluzioni possibili finalizzate alla scelta concreta degli interventi: • all’utente vengono fornite tutte le informazioni necessarie per soddisfare il suo bisogno e il modo in cui può raggiungere un obiettivo • a ogni soggetto coinvolto nell’intervento (la persona interessata, i suoi familiari, 61
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la rete amicale ed eventuali servizi) vengono definiti i ruoli e i compiti • si individuano le priorità dell’intervento insieme all’utente: - definizione dei tempi dell’intervento - stipula del contratto, accordo condiviso su una serie di azioni finalizzate a ottenere un certo risultato.
3. Attuazione e monitoraggio Fase dinamica di azione e valutazione Ora la presa in carico diventa operativa e si attiva il progetto con il coinvolgimento di soggetti, enti e servizi. Il tutto necessita di un attento monitoraggio per eventuali riallineamenti del percorso per un esito positivo del processo di aiuto. 4. Verifica Il processo di aiuto termina con una fase di verifica che consiste nel valutare tutta la “presa in carico” nel suo insieme, proprio come nella fase di valutazione iniziale. La verifica finale permette di individuare i cambiamenti: miglioramenti, intoppi, modifiche e aspettative disattese o soddisfatte, questo permetterà in un futuro di fare tesoro di quanto sperimentato e di eventuali errori commessi. L’utente è guidato verso la conclusione del processo di aiuto, rendendolo consapevole che ora è in grado di gestire autonomamente i suoi bisogni e la sua vita. Come avrai potuto notare nel paragrafo “L’analisi di caso – la presa in carico”, lo strumento d’appoggio è lo schema del Progetto Operativo. Questo può essere utilizzato anche nella progettazione/promozione di interventi sul territorio legati all’attività del TSSAS o nella progettazione di progetti sociali. Analizziamo insieme le varie fasi in modo più approfondito:
• Fase 1: teorica-ideativa che prevede l’analisi dettagliata della situazione da parte dell’équipe.
Analisi della situazione: deve basarsi sulla situazione così come si presenta • Analisi del problema: permette di costruire risposte adeguate
Fase preliminare ﹣ Da chi è rilevato/portato = cittadino interessato, familiare, vicinato, volontariato, associazioni, istituzioni (medico, scuola, ospedale, ecc.), operatore ﹣ Quali persone coinvolge = familiari, vicinato, quartiere, ecc. ﹣ Indagine = fondatezza e veridicità nonché pertinenza rispetto al servizio 62
L’analisi di caso
LIVELLO 3
Fase di indagine ﹣ Quali situazioni causano la situazione negativa ﹣ Quali sono quelli associati ﹣ Costruzione di causa-effetto ﹣ Verifica della logica di casualità RICORDA che un problema è ben formulato se esprime una sola idea, se è oggettivo, dimostrabile e se rappresenta la complessità della problematica (relazioni di causa-effetto) Fase di previsione, formulazione, intervento ﹣ Da chi deve essere messo a fuoco = équipe di un servizio, équipe interservizi, rete da implementare, singolo operatore, ecc. ﹣ Quali informazioni è utile raccogliere = su che cosa, da chi, come e dove
• Analisi dei bisogni: permette di individuare le priorità sulle quali costruire il progetto relativamente alla persona ﹣ Situazione psico-fisica = condizioni di autosufficienza fisica, economica e abitativa; condizioni di salute psichica (grado di partecipazione a momenti collettivi; capacità espressiva e comunicativa; grado di coerenza nello sviluppo del dialogo; ecc.) ﹣ Situazione dell’ambiente familiare = accettazione-integrazione/rischio di emarginazione: comportamenti dei familiari; comunicazione patologica; gravità della situazione; ecc. ﹣ Situazione dell’ambiente sociale = integrazione con amici, parenti, associazioni, vicinato, ecc.; capacità di iniziativa (soggetto protagonista, gregario, dipendente); adeguatezza abitazione ai bisogni fisici, psichici e sociali; ausili disponibili (telefono, salvavita, ascensore, ecc.); servizi vicini (posta, banca, negozi, mezzi di trasporto, ecc.). Relativamente a servizi e istituzioni: quali servizi e associazioni sono presenti. • Fase 2: pratica-progettuale-realizzativa, cioè la definizione degli obiettivi e la progettazione dell’intervento.
Analisi del contesto, definizione degli obiettivi, progettazione dell’intervento: deve essere molto dettagliata e definita in ogni particolare.
• Individuare risorse e limiti: ﹣ dell’individuo: fisici, psichici, economici, sociali e culturali ﹣ di familiari, amici e contesto sociale: presenza/assenza, capacità di farsi carico, tempo a disposizione ecc. 63
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﹣ di servizi territoriali: presenza/assenza e integrazione con altri servizi ﹣ dell’operatore: capacità di muoversi all’interno dei servizi, capacità di individuare risorse e priorità e capacità contrattuale e di ascolto
• Definire obiettivi/risultati attesi: - analisi delle possibilità di trasformazione della situazione attraverso la definizione di obiettivi generali e particolari e con piani operativi - focalizzazione preliminare dell’obiettivo raggiungibile - eliminazione delle condizioni negative attraverso l’uso ottimale delle risorse - soluzioni di riparazione e mantenimento attraverso ausili e/o interventi dell’operatore se il soggetto non è in grado di agire nonostante l’aiuto Analisi dei problemi-obiettivi: schema ad albero - elencare in ordine sparso i problemi presenti - positivizzare ciascun problema (è paraplegico, lo diventa, si muove con la sedia a rotelle, ecc.) - scegliere uno dei problemi come punto di partenza (punto A) - individuare nella lista un problema che è causato dal problema di partenza e collegarlo al di sotto del punto A - individuare, nella lista, un problema che è effetto del problema di partenza e porlo al di sopra del punto A - collegare con frecce le cause agli effetti - individuare l’obiettivo o gli obiettivi strategici - eliminare gli obiettivi non pertinenti (perché non alla portata dell’utente, non strategici) - trasformare le relazioni da “causa-effetto” in “mezzo-fine”
• Individuare gli stakeholder (chiunque, persona o gruppo, toccato o coinvolto dal problema in qualche modo) Costruire una griglia a più colonne per: - identificare chi sono (prima colonna) - capire in che modo il problema li coinvolge (seconda colonna) - capire il contributo che possono fornire al progetto (terza colonna) - integrare i loro bisogni nelle strategie del progetto (quarta colonna) • Individuare le azioni Nell’elaborazione del progetto è strategico operare scelte oculate secondo alcuni criteri: - per raggiungere ciascun obiettivo prevedere una o più attività finalizzate al conseguimento dei risultati - ogni azione deve mirare al raggiungimento di un risultato e quindi a un obiettivo del progetto
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L’analisi di caso
LIVELLO 3
per ogni azione/attività individuare indicatori (che devono essere rilevanti e rappresentativi dell’argomento trattato, quantificabili e sensibili ai cambiamenti) di qualità e tempo utili per il monitoraggio e la valutazione degli obiettivi
• Pianificare - Piano delle attività da realizzare - Risorse umane necessarie e compiti specifici - Piano temporale di svolgimento - Piano economico-finanziario
• Definire il contratto - Dichiarazione degli obiettivi generali - Scansione degli obiettivi particolari e delle azioni specifiche - Compiti e mansioni dell’operatore - Compiti dell’utente - Tempi - Costi • Fase 3: verifica e valutazione durante e al termine dell’attività.
- Selezionare quali indicatori usare per il monitoraggio degli interventi/azioni/ attività (attraverso l’uso appropriato degli indicatori formulati) e quali per l’analisi dei cambiamenti/apprendimenti nell’utente (con una corretta formulazione degli indicatori) - Analisi dei risultati (attraverso indicatori strategici selezionati) per verificare il raggiungimento degli obiettivi e della pianificazione economico-finanziaria per verificare il costo effettivo
Se lo ritieni necessario riprendi le fasi della progettazione, poi osserva la tabella seguente che analizza i punti di forza, gli elementi critici e le metodologie usate ed eventualmente rielabora una tabella più confacente ai tuoi bisogni.
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CAPITOLO 1
La figura professionale del Tecnico dei Servizi per la Sanità e l’Assistenza Sociale
Valutazione del progetto Punti di forza
Fase teorica-ideativa = “nome progetto”
□ richiesta chiara ed esplicita □ équipe di lavoro affiatata
□ presenza di professionalità adeguate
□ presenza di servizi adeguati nel territorio Punti critici
□ fervida creatività dell’équipe di lavoro □ richiesta poco chiara
□ équipe di lavoro in disaccordo
□ presenza di professionalità non adeguate o assenti □ mancanza di servizi nel territorio Metodologie
□ difficoltà nell’ideare qualcosa di nuovo da parte dell’équipe di lavoro □ lavoro d’équipe
□ compromesso tra realtà e desideri dell’utente □ chiarezza degli obiettivi
Punti di forza
Fase pratica-progettuale-realizzativa
□ progetto a tempo determinato □ progetto sperimentale □ progetto flessibile
□ progetto collaudato
□ professionalità dell’équipe
□ collegamento in rete con altri servizi, enti, istituzioni, soggetti a vario titolo coinvolti
□ chiara definizione dei compiti assegnati agli operatori coinvolti □ adeguatezza delle strutture e degli spazi
□ chiara scansione delle fasi operative e degli obiettivi specifici □ chiare scadenze di verifica intermedie e finali □ chiara previsione e monitoraggio dei costi Punti critici
□ centratura e/o raggiungimento degli obiettivi □ progetto a tempo determinato □ progetto sperimentale □ progetto flessibile
□ progetto collaudato 66
L’analisi di caso
Punti critici
LIVELLO 3
Fase pratica-progettuale-realizzativa
□ mancanza di professionalità dell’équipe
□ sovrapposizione con altri servizi, enti, istituzioni, soggetti
□ mancanza della definizione delle verifiche in itinere e intermedie □ mancata previsione dei costi
□ non adeguatezza delle strutture e degli spazi Metodologie
□ perdita di vista degli obiettivi prefissati
□ costruzione della rete con altri servizi, enti, istituzioni □ flessibilità nel rifocalizzare obiettivo e intervento
□ definizione dei ruoli e dei compiti specifici tra enti e operatori coinvolti
□ monitoraggio costante delle attività □ monitoraggio costante dei costi Punti di forza
Fase di verifica = coerenza del progetto
□ obiettivi totalmente raggiunti
□ obiettivi parzialmente raggiunti
□ aspettative committenti soddisfatte □ aspettative operatori soddisfatte
□ aspettative destinatari soddisfatte □ contenimento dei costi Punti critici
□ riproducibilità
□ obiettivi non raggiunti
□ aspettative committenti non soddisfatte □ aspettative operatori non soddisfatte
□ aspettative destinatari non soddisfatte
□ disorganizzazione degli interventi, inconvenienti, Metodologie
eccessive rifocalizzazioni
□ analisi in itinere dei processi □ analisi finale del prodotto
□ misurazione dei risultati e qualità dei servizi raggiunti
NB: un obiettivo è più facilmente raggiungibile quanto più è definito e identificato.
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CAPITOLO 1
La figura professionale del Tecnico dei Servizi per la Sanità e l’Assistenza Sociale
LIVELLO 3
Gli strumenti del “mestiere”
Nel processo di aiuto è fondamentale sapere, saper fare e saper essere. Pertanto è necessario: • rilevare i bisogni • conoscere i diversi modelli di comunicazione presenti nel contesto e nel colloquio professionale • saper leggere il linguaggio non verbale • conoscere i riferimenti teorici legati alle diverse tipologie di utenza e ai diversi contesti • sapere scrivere relazioni pertinenti al caso in oggetto • sapere registrare i dati osservati • sapere compilare una cartella sociale • essere in grado di impostare un positivo colloquio con un utente • essere in grado di ipotizzare un adeguato piano di intervento • essere in grado di verificare l’intervento effettuato rispetto ai risultati attesi • conoscere l’assetto gerarchico (rispetto il mandato ricevuto) con il supervisore per una verifica professionale I servizi sociali usano strumenti finalizzati alla conoscenza dell’utenza per definire gli interventi e le fasi organizzative-gestionali ma anche per verificare il raggiungimento degli obiettivi di cambiamento e gli interventi di aiuto, quali la progettazione, l’organizzazione delle risorse e l’individuazione dei servizi idonei.
L’analisi dei bisogni
Il termine bisogno è usato per indicare uno dei fattori di sviluppo più importanti della personalità umana designa la presenza di una tensione fisica o psichica del soggetto verso qualcosa che spinge l’uomo a procurarsi ciò che gli serve per eliminare la sua insoddisfazione.
Ci sono bisogni essenziali o primari – come il cibo, il riposo, la sessualità – che vanno assolutamente soddisfatti affinché il soggetto cresca e si sviluppi armoniosamente e bisogni non essenziali o secondari – che sarebbe meglio definire desideri – che possono anche non essere soddisfatti, senza provocare gravi danni al soggetto. 68
Gli strumenti del “mestiere”
LIVELLO 3
Tipologie di bisogno
Individuale Appartiene al singolo individuo ed è percepito indipendentemente dal contesto sociale e culturale Può essere primario o secondario: mangiare è primario, farsi una doccia secondario
Collettivo Si avverte perché appartenenti a una comunità Es. il bisogno di giustizia e di ordine pubblico (solitamente soddisfatti dallo Stato) Pubblico È ritenuto necessario per il bene della collettività da chi governa un Paese Può cambiare con il cambio di un Governo Es. la scuola pubblica è gratuita per tutti Naturale È spontaneo, legato alle caratteristiche dell’individuo, riguarda gli aspetti biologici e fisiologici Es. riposarsi perché si è stanchi Indotto Non spontaneo ma causato da sollecitazioni esterne come la pubblicità Es. le sneaker di moda
Molte ancora potrebbero essere le suddivisioni ma comunque si voglia classificare un bisogno, ciò che non cambia è che, alla sua insorgenza, l’individuo cerca di soddisfarlo; la possibilità di riuscirci è però individuale e dipende da quali risorse ognuno ha a disposizione.
L’obiettivo dei servizi sociosanitari è quello di favorire il benessere di tutti i cittadini fornendo risposte a bisogni fondamentali quali: • garanzia della qualità di vita e di pari opportunità per tutti (cittadini italiani e stranieri, minori e non, titolari di carta di soggiorno o di permesso di soggiorno di durata non inferiore a un anno) • rimozione delle discriminazioni (anche sulla base degli studi della Psicologia sociale) • prevenzione e riduzione di disabilità e disagio • attenuazione dei disagi economici anche a cittadini non autonomi Ma a causa dell’aumento delle problematiche del quotidiano e delle fragilità ormai generalizzate, i bisogni sociali acquistano nuove dimensioni e, benché analizzati con diversi criteri di giudizio, non sempre sono riconosciuti con chiarezza o non si comprende chi li possa soddisfare e in quale modo.
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CAPITOLO 1
La figura professionale del Tecnico dei Servizi per la Sanità e l’Assistenza Sociale
Concettualmente, infatti, definire cosa effettivamente sia un bisogno non è facile, è certo che del bisogno esiste un livello minimo, essenziale e non negoziabile, per la sopravvivenza dignitosa di ogni individuo. Individuare quali bisogni si debbano soddisfare è il primo fondamentale obiettivo di un intervento. La loro definizione e la percezione sociale variano nel tempo e da cultura a cultura così come si differenziano i modi e le strategie ritenute più idonee per soddisfarli. È chiaro quindi quanto sia complesso effettuare un monitoraggio esaustivo dei bisogni che vanno valutati con grande attenzione perché diversi per ogni persona anche se le situazioni sembrano simili. Un primo approccio all’analisi dei bisogni di un utente che si rivolge ai servizi deve: • tener conto dell’organizzazione della vita del singolo e/o del nucleo familiare • valutare la capacità di auto-aiuto della persona e del suo nucleo familiare nella presa in carico del bisogno stesso • valutare le aspettative di utenti e famiglie nei riguardi dei servizi socioassistenziali e sociosanitari • considerare l’atteggiamento degli individui verso proposte alternative di politica sociale (buoni o voucher) • verificare i livelli di integrazione del singolo e/o del nucleo familiare nel tessuto comunitario locale.
Le tipologie di osservazione
Per il TSSAS l’osservazione è di fondamentale importanza: consente di migliorare le competenze personali e professionali e di individuare le strategie relazionali più adeguate all’utenza e al contesto in cui si trova a operare. affina l’attenzione favorisce l’auto-mutuo aiuto
migliora l’ascolto OSSERVARE
potenzia la relazione 70
arricchisce la conoscenza di se stessi
Gli strumenti del “mestiere”
LIVELLO 3
Osservare vuol dire
guardare in modo intenzionale e attento qualcosa con lo scopo di esaminarne e comprenderne le caratteristiche visibili.
Come hai studiato con l’insegnante di Scienze umane e sociali e di Psicologia Applicata, osservare significa interpretare la realtà; è molto difficile attuare un’osservazione veramente oggettiva, perché osservando mettiamo nella realtà osservata la nostra soggettività (livello di attenzione, condizioni fisiche ed emotive, aspettative e convinzioni) e le attribuiamo un senso che deriva dal nostro vissuto. Questo fa in modo che lo stesso identico gesto, osservato da due persone diverse, possa essere interpretato in modo opposto. perché osservare come osservare
che cosa osservare
Osservando si deve fare molta attenzione a cogliere le potenzialità delle persone e ciò che l’utente è in grado di fare. Nelle esperienze di PCTO (Percorsi per le Competenze trasversali e per l’Orientamento) le tre fondamentali domande teoriche – perché osservare, che cosa osservare e come osservare – sono operative. Diventano la metodologia del quotidiano, uno strumento operativo della propria professionalità agita e non più solo ipotizzata: • si osserva per individuare gli interessi della persona che il servizio ha preso in carico e che ci è stata affidata per meglio comprendere le sue richieste, per scoprirne le potenzialità o per focalizzare le sue ansie • si osserva per comprendere i comportamenti messi in atto dall’utente, per monitorare gli interventi individuando le esigenze che prioritariamente necessitano di risposte • si osserva per capire quale sia il migliore modello di osservazione da utilizzare (per esempio etologico, partecipante, ecc.) e per annotare e registrare con precisione ciò che accade. Rivediamo insieme i diversi metodi di osservazione, i loro campi applicativi, le tecniche di registrazione specifiche e i limiti di ogni metodo: • l’osservazione indiretta, utilizzata per studiare fenomeni molto ampi che riguardano comportamenti sociali e/o opinioni di grandi gruppi di persone. L’osservatore non entra mai in contatto diretto con l’osservato che può mentire sulle proprie caratteristiche.
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La figura professionale del Tecnico dei Servizi per la Sanità e l’Assistenza Sociale
L’osservatore non verifica direttamente ma utilizza un questionario composto da una serie di domande scritte, di solito chiuse, che prevedono una risposta positiva o negativa o la scelta tra opzioni già fornite
• l’osservazione diretta o etologica, usata per l’analisi di fenomeni rischiosi (es. lo studio del comportamento animale). L’osservatore non entra in relazione con l’osservato e ne ricava informazioni limitate non potendo interagire con lui. Gli strumenti utilizzati sono: telecamera, videoregistrazioni, specchio unidirezionale e binocolo • l’osservazione diretta partecipante viene usata per lo studio delle culture e del comportamento infantile e umano in generale. L’osservatore entra in relazione con l’osservato e ne condivide esperienze e contesti di vita. Il limite di questo metodo è che l’osservatore modifica la situazione osservata entrando in relazione con essa. Vengono utilizzate griglie e tabelle osservative, rilevazione carta e matita, registrazione su nastro audio e check-list
• l’osservazione strutturata o sistematica effettua sessioni di osservazione secondo modi e tempi stabiliti in anticipo, definendo prima con precisione ciò che l’osservatore intende osservare. Si usano infatti griglie, tabelle e check-list precostituite. Il limite di questo metodo è la rigidità con cui avviene la registrazione che non tiene conto degli imprevisti che si verificano durante l’osservazione e ne trascura dettagli molto significativi • l’osservazione non strutturata si usa per lo studio del comportamento e consente all’osservatore di registrare liberamente un fenomeno o un soggetto, senza decidere in anticipo scopi e modalità di osservazione. Si tratta di un metodo molto soggettivo, poco preciso, basta infatti una piccola distrazione per perdere aspetti significativi del contesto osservato.
Ora, dopo aver ripassato le basi teoriche, vediamo di capire quale metodo osservativo utilizzare: se intendiamo studiare il comportamento di un bambino, un anziano o una persona con disabilità, il metodo più indicato sarà l’osservazione diretta partecipante; nel caso di una colonia di gatti si opterà per un’osservazione distaccata o etologica; mentre ancora se l’analisi riguarda le preferenze dei consumatori nell’uso di un prodotto useremo l’osservazione indiretta e/o un questionario.
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Gli strumenti del “mestiere”
LIVELLO 3
Gli strumenti per l’osservazione
Gli strumenti più idonei all’osservazione devono essere adeguati al contesto e agli obiettivi che ci prefiggiamo di raggiungere. Facciamo un riepilogo dei principali strumenti osservativi: • diario di bordo (carta e matita) è la forma più semplice di registrazione dei dati che prevede l’annotazione di tutte le azioni significative del soggetto osservato. Utilissima per il tuo lavoro, consente di effettuare l’osservazione approfondita di un singolo soggetto con cui si entra in relazione più volte durante l’esperienza di PCTO
• griglia osservativa è una tecnica molto utile usata nei servizi quando si desidera osservare nel dettaglio specifici fenomeni. Consiste nel costruire una tabella dove si descrivono in anticipo gli elementi generali (item) da osservare, associando loro dei valori di frequenza, durata o intensità. È fondamentale scegliere con cura gli item da osservare e la struttura della griglia osservativa per poter poi ricavare informazioni utili e oggettive • check-list o lista predeterminata, una versione di griglia osservativa molto più completa e dettagliata dei comportamenti che un soggetto può manifestare. L’osservatore si limita a compilare la lista con un segno di spunta ogni volta che un dato comportamento si manifesta
• registratore e videocamera sono strumenti ideali dell’osservazione distaccata o etologica, spesso utilizzati come supporto nell’osservazione partecipante di contesti relazionali o educativi. Entrambi gli strumenti, ma in modo diverso, consentono la registrazione fedele della situazione. In particolare la videocamera è un metodo molto usato nei servizi socio educativi e assistenziali perché consente agli osservati di rivedersi e, oltre alla gratificazione personale, consente di guardare la stessa scena con maggiore distacco e in modo più analitico, consentendo di cogliere particolari nuovi e diversi che nella fase di osservazione relazionale erano sfuggiti
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La figura professionale del Tecnico dei Servizi per la Sanità e l’Assistenza Sociale
• specchio unidirezionale è usato nella ricerca psicologica relativa all’infanzia perché consente l’osservazione di un soggetto o un’interazione senza essere visti
Ora sai che gli strumenti utili al tuo lavoro sono il diario di bordo, le griglie osservative e/o le check-list e la videocamera. Ne “I miei strumenti di lavoro” puoi trovare esempi di griglie osservative in diversi contesti. Esse possono fornirti spunti per la costruzione di schede tematiche del fenomeno che intendi rilevare. Osserva bene come sono strutturate ed elaborane altre su argomenti di tuo interesse.
Approfondimento
L’osservazione diretta partecipante
Approfondiamo l’osservazione diretta partecipante perché più consona al tuo lavoro all’interno dei servizi. Questo metodo di indagine pone in relazione osservato e osservatore condizionando e modificando percezioni e punti di vista di entrambi, relazione che viene a sua volta costantemente influenzata da preferenze personali, aspettative, preconcetti e stereotipi.
Esaminiamo, per esempio, un’esperienza all’interno di un servizio per anziani. L’attività prevede di relazionarti con loro per conquistarne la fiducia, ascoltare i loro ricordi e le loro confidenze. La tua presenza cambia sicuramente il loro modo abituale di agire e la relazione che si instaura tra di voi fa nascere dei sentimenti che influenzano il tuo comportamento nei loro confronti, aumentando la complessità e l’incertezza dei risultati dell’osservazione, anche a causa degli effetti di distorsione che si creano tra osservatore e osservato.
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Il termine distorsione indica una “deformazione”. Nel campo delle risposte ai test si hanno il faking (falsificazione intenzionale delle risposte) o il response-set (alterazione sistematica delle stesse risposte ma in modo non intenzionale). Ti ricordi gli effetti distorsivi – aspettative reciproche, giudizi e pregiudizi – che modificano gli esiti dell’osservazione? Rivediamoli sinteticamente per ricordarne le caratteristiche.
Gli strumenti del “mestiere”
EFFETTO ALONE
influenza il giudizio su una prestazione dell’osservato a causa di fattori non inerenti alla prestazione stessa (tratti della personalità, atteggiamenti mostrati in passato, aspetto fisico, abbigliamento, tatuaggi, piercing, ecc.)
LIVELLO 3
EFFETTO HAWTHORNE porta l’osservato a modificare il proprio comportamento per soddisfare quelle che ritiene siano le aspettative dell’osservatore perdendo la propria spontaneità
EFFETTO ECO
modifica il giudizio dell’osservatore perché influenzato da stati d’animo, emozioni, personalità e atteggiamenti tipici della propria cultura
in sintesi con l’osservazione diretta partecipata si avrà: minore obiettività
maggiore soggettività
dati meno attendibili
maggiore numero di informazioni
influenza reciproca tra osservatore e osservato
possibilità di stimolare l’osservato per individuare i comportamenti più rilevanti
presenza di effetti di distorsione sull’osservatzione
origine di un rapporto relazionale
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La tecnica dell’intervista
Se vuoi essere un bravo intervistatore
Nasce come metodo d’indagine nelle Scienze sociali, poi utilizzato sia in Psicologia che in Sociologia come sinonimo di colloquio. In base ai diversi gradi di strutturazione abbiamo il colloquio strutturato, diagnostico (o profondo), terapeutico ed educativo.
L’intervista è una tecnica di rilevazione usata per rispondere a interrogativi di ricerca basata su un rapporto diadico intervistatore-intervistato, nel quale il primo svolge il ruolo di porre interrogativi e il secondo di rispondervi attenendosi alle regole stabilite dal ricercatore.
È utilizzata nel giornalismo, per la selezione di personale, come strumento nelle professioni di aiuto, finalizzata alla valutazione di prestazioni, al miglioramento di una situazione problematica. Si compone di domande precise che permettono di ottenere il maggior numero di informazioni possibili su un determinato argomento definito dall’intervistatore. Le interviste possono essere distinte in: • strutturate (o standardizzate), caratterizzate da domande estremamente codificate. L’intervistato dovrà rispondere a un questionario, cioè a una serie di domande con risposte chiuse e/o aperte. Si può consegnare il questionario direttamente all’intervistato (quando l’argomento è riservato è la soluzione più efficace) oppure può essere tenuto dall’intervistatore che oltre a leggere le domande, segna anche le risposte. • semi-strutturate, garantiscono un coinvolgimento reciproco più o meno ampio in quanto presentano sia domande chiuse sia aperte che consentono all’intervistato di esprimere liberamente la sua posizione. In questo caso la lista di domande preventivate può essere posta in ordine diverso da quello stabilito perché l’intervista seguirà il corso indicato dall’intervistato. Se questi anticipa un aspetto dell’argomento previsto dopo nella traccia, l’intervistatore si adeguerà all’andamento suggerito dall’intervistato. • non strutturate, l’unico elemento stabilito è il tema centrale, gli altri argomenti correlati emergono spontaneamente nel corso dell’intervista.
Tra un colloquio e l’altro
Il colloquio è lo strumento principale del TSSAS per cogliere i bisogni, definire gli obiettivi del cambiamento e sviluppare le varie fasi del processo di aiuto.
Diverse sono le tipologie di colloquio che si differenziano a seconda degli scopi, del problema da trattare, dei contenuti, degli obiettivi e della persona che lo presenta. Abbiamo colloqui: 76
Gli strumenti del “mestiere”
• • • • • •
LIVELLO 3
informativi o di segretariato socio-assistenziale diagnostici di trattamento psico-sociale di indagine e valutazione psico-sociale terapeutici di consulenza.
I colloqui utili al Servizio Sociale per la presa in carico dell’utenza sono di tipo informativo (compie un’indagine sociale), diagnostico (effettua una valutazione) e terapeutico (realizza un cambiamento).
Il colloquio informativo/i o di segretariato socio-assistenziale (da uno a più incontri) è solitamente breve e finalizzato a fornire all’utente informazioni sulle risorse e sulle prassi assistenziali. Ha lo scopo di raccogliere informazioni, offrire competenze, strumenti e conoscenze affinché l’utente possa analizzare da più punti di vista il suo problema e valutare quali percorsi possono essere utili per affrontarlo in modo efficace. Nella prassi il colloquio informativo raccoglie tutte le informazioni utili a definire lo stato bio-psichico dell’utente: interessi a livello familiare e personale (hobby, attività sportiva, cultura formativa, attività lavorativa, rapporto con gli altri, ecc.). Il colloquio informativo raccoglie informazioni sulle motivazioni personali e sui vissuti dell’utente richiedente aiuto, usando un linguaggio essenziale e comprensibile. Importantissimi sono i contenuti non verbali, gli atteggiamenti, i silenzi e le modalità di relazione che l’utente mette in atto fin dal primo incontro con l’operatore. Le informazioni raccolte consentono all’operatore di formulare possibili ipotesi di intervento per la soluzione del problema. I colloqui informativi consentono all’operatore la reale conoscenza dell’Assistito e della sua situazione, requisito indispensabile per un intervento efficacemente orientato verso il cambiamento; infatti, nei vari incontri emergono nuove informazioni non fornite in precedenza che aiutano nella risoluzione del problema. Per questo la raccolta di informazione è cumulativa. I colloqui diagnostici sono finalizzati a una valutazione psico-sociale, il loro scopo è quello di consentire all’operatore di valutare alcune caratteristiche particolari dell’utente al fine di organizzare e interpretare i dati per arrivare a prendere una decisione. Esempio esplicativo è quello del Tribunale per i Minorenni che demanda al Servizio Sociale il compito di valutare la condizione socio-familiare di un minore segnalato per far emergere una situazione di disagio. Lo scopo della valutazione consiste nell’analizzare nel dettaglio tutti i dati disponibili per poi gestirli come risorsa nel progetto di aiuto. 77
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Il colloquio terapeutico o motivazionale ha lo scopo di cambiare la situazione personale o sociale dell’utente. I colloqui terapeutici sono individualizzati e non standardizzati perché già il colloquio stesso potrebbe essere lo strumento che consente di realizzare il cambiamento. Il fine del colloquio terapeutico è quello di aiutare a curare e a curarsi. Una peculiarità del colloquio terapeutico consiste nel fatto che è possibile attuare un cambiamento nei confronti dell’Assistito senza che quest’ultimo sia presente ma con il coinvolgimento di insegnanti e/o genitori, compagni, familiari e persone che hanno un ruolo molto importante nella vita del soggetto. È condizione indispensabile creare un’intesa tra operatore e utente perché si generi una fattiva collaborazione che conduca a un efficace sostegno. Attraverso il colloquio, quindi, si individua, si valuta e si modificano situazioni familiari di carattere psico-sociale, risolvibili con l’apporto di competenze professionali presenti nei servizi di base. Il sostegno professionale messo in atto consente di individuare e modificare i vissuti negativi grazie ai colloqui di trattamento e al processo metodologico protratto nel tempo.
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L’intervento effettua un’attenta valutazione diagnostica iniziale dell’utente relativamente a: • storia personale • contesto di vita socio-economico-ambientale • personalità e motivazioni • eventuali dipendenze • emozioni e sensi di colpa • risorse presenti e formula una valutazione dinamica della diagnosi sociale, per decidere gli obiettivi, le strategie e le tecniche da utilizzare al fine di venire in aiuto all’utente. Il trattamento psico-sociale prevede un’ipotesi di lavoro (dinamica) attuata con una serie di incontri periodici per consentire all’operatore di svolgere un’attenta osservazione finalizzata ad accertare bisogni, risorse e vincoli dell’utente e del suo contesto familiare e sociale. Il colloquio deve essere condotto da personale esperto, con una preparazione teorica-culturale molto profonda e che conosca delle tecniche appropriate. L’operatore deve saper condurre il colloquio definendone la durata, i tempi e i supporti del colloquio. Nello specifico: • la durata del colloquio deve essere stabilita e comunicata all’assistito • i tempi devono essere valutati in funzione dello scopo del colloquio, considerando i tempi fisiologici e quelli attentivi di entrambi (utente e operatore) • i supporti: l’operatore documenta il colloquio usando lo strumento più congeniale alla situazione (blocco appunti, cartella/scheda, registratore, specchio unidirezionale, telecamera, ecc.) condividendone con l’utente l’utilizzo e l’autorizzazione a fini professionali.
Gli strumenti del “mestiere”
LIVELLO 3
Fasi del colloquio
Il colloquio ha un inizio, un corpo centrale e una conclusione. FASE INIZIALE
• si inizia la conoscenza • si chiariscono gli obiettivi • si stabilisce il tempo necessario per raggiungerli
CORPO CENTRALE
• si mantiene il fulcro del colloquio • si ampliano le conoscenze in modo mirato
FASE CONCLUSIVA
• sintesi di quanto di più significativo è affiorato • se emergono nuove tematiche, la trattazione viene rinviata a un incontro successivo • il nuovo colloquio riassume il tema trattato in precedenza
Fondamentale è la trattazione di un problema per volta, ricordando che non esistono problemi più o meno importanti, importante è il valore che gli attribuisce la persona. La conclusione dell’incontro deve prevedere una serie di stimoli per favorire l’aumento dell’autostima e dell’autodeterminazione in un’atmosfera tranquilla e distesa che accompagni l’utente alla risoluzione del suo problema.
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La figura professionale del Tecnico dei Servizi per la Sanità e l’Assistenza Sociale
LIVELLO 4
Gli strumenti professionali del servizio Nell’esercizio della professione dovrai usare strumenti che ti consentano di documentare il lavoro e di raggiungere obiettivi di aiuto e di cambiamento. Vediamo una sintesi degli strumenti utili.
La cartella sociale
Il primo, fondamentale strumento di lavoro è la cartella socioassistenziale che consente di tenere, raccogliere e documentare tutti i dati del caso, cioè relativi, alla situazione dell’utente, utile anche come strumento di controllo e di monitoraggio dell’evolversi dei bisogni e dei risultati ottenuti. Si tratta di un documento in progress che facilita la condivisione delle informazioni con tutti gli operatori coinvolti. La cartella sociale deve contenere: • i dati oggettivi dell’utente e dei familiari • la valutazione della situazione problematica • le eventuali urgenze individuate • le risorse disponibili o da reperire • gli eventuali vincoli individuati • il progetto di intervento • il contratto stipulato con l’utente • il diario cronologico del processo di aiuto • la registrazione dei colloqui importanti • i verbali di ogni riunione d’équipe • la copia di ogni relazione/documentazione inviata ad altri enti • i risultati ottenuti, le scadenze e i tempi previsti per concludere l’intervento di aiuto.
La relazione sociale
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La relazione sociale è il principale strumento di comunicazione tra servizi, utile per trasmettere informazioni relative al processo di aiuto, per fini organizzativi o esigenze amministrativo-gestionali. È finalizzata alla tipologia del destinatario e contiene informazioni specifiche utili allo scopo: • avere un titolo (es. “Relazione Sintetica del sig. Mario Rossi”) • contenere i suoi dati anagrafici (nome, cognome, sesso, età, luogo di nascita, stato civile, domicilio attuale, professione, cittadinanza, lingua parlata, ecc.) • riportare la procedura e lo sviluppo della presa in carico (numero colloqui e tipologia, interventi dei diversi professionisti e modalità relazionale riscontrata durante i colloqui)
Gli strumenti professionali del servizio
LIVELLO 4
• indicare la causa della segnalazione e della richiesta di aiuto • riportare una descrizione sintetica del nucleo familiare primario e secondario e dei loro rapporti • riferire l’evoluzione del caso e l’inquadramento del comportamento dell’utente (partecipazione, rapporti con gli operatori e crescita personale) • riferire aspetti psicologici della relazione instauratasi con gli operatori (resistenze, difficoltà e caratteristiche di personalità) • indicare conclusioni e indicazioni di possibili ipotesi di comportamenti e atteggiamenti futuri • chiudere con firma e data.
Il colloquio e il contesto (setting)
Il colloquio è lo strumento principale usato da diverse tipologie di figure professionali per individuare i bisogni dell’utente, definire gli obiettivi di cambiamento, progettare gli interventi e sviluppare le varie fasi del processo di aiuto.
Le tipologie di colloquio sono tre, diversificate in base agli obiettivi che si desiderano raggiungere: • informativo, per scambiarsi dati e informazioni • diagnostico, per definire i bisogni, anche latenti, dell’individuo • terapeutico, per mettere in atto un intervento di cura volto al cambiamento della situazione problematica.
Il colloquio si deve svolgere in un luogo tranquillo e riservato, senza rischi di interruzioni o interferenze (persone che vanno e vengono, il telefono che squilla, qualcuno che bussa alla porta, ecc.). La stanza dove si svolge il colloquio deve essere semplice ma accogliente e l’interlocutore deve mettere a suo agio l’utente, adottando un comportamento empatico, gentile, con un tono di voce tranquillo e contenitivo pur mantenendo il giusto distacco, per consentire all’utente di abbassare le difese. Anche l’abbigliamento deve essere adeguato al contesto e privo di eccessi onde evitare situazioni di disagio. Il colloquio è una fase molto importante: una relazione dialogica di cui l’utente decide i contenuti, ma che deve essere condotto da persone preparate che non solo ne conoscano le basi teoriche ma che abbiano anche fatto esperienze supervisionate di conduzione. Lo scopo del colloquio è capire la vera essenza del problema e comprendere perché la persona non riesce ad affrontarlo.
Non è facile aprirsi con una persona estranea, esternando i propri problemi. Sono quindi importantissimi i silenzi, le pause, le tonalità vocali, ossia quelle sfumature che forniscono informazioni su come l’utente giudica se stesso, come e che cosa racconta di sé e come valuta il suo operato.
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È fondamentale che l’operatore che conduce il colloquio mantenga la concentrazione per tutto il tempo stabilito, cosa molto impegnativa soprattutto verso la fine dell’incontro, ma è proprio al temine che l’utente, rilassatosi, spesso inizia un discorso importante. In questo caso è meglio fissare un nuovo appuntamento per sviscerare appieno le problematiche emerse. La modalità di chiusura del colloquio può fornire informazioni rilevanti: consente di vedere come l’utente reagisce alla separazione, se è soddisfatto e vuole prolungare o al contrario troncare la relazione. Al termine, l’operatore prima valuta le proprie emozioni poi registra tutte le informazioni in modo organico.
La stipula del contratto
Dopo un’attenta valutazione dei bisogni (vedi L’analisi di caso, p. 43), delle risorse e dei vincoli viene definito l’accordo tra i servizi e l’utente. Nell’accordo viene esplicitato il problema, definiti gli obiettivi da raggiungere e la tempistica, stabiliti i compiti di ciascuno e individuate le modalità di verifica e valutazione degli interventi. Si tratta di un impegno sull’assunzione di reciproche responsabilità: l’utente diventa protagonista dell’intervento di aiuto ed è stimolato ad attivare le sue capacità di azione e le risorse residue mentre il servizio si impegna a mettere in campo risorse e interventi a sostegno.
La realizzazione della strategia di intervento
È la fase che prevede la realizzazione delle attività pianificate per la presa in carico dell’utente, svolta dall’équipe professionale specifica, attraverso: • colloqui individuali • riunioni d’équipe • contatti con i diversi attori dell’intervento • stesura di atti amministrativi • relazioni delle attività svolte Il progetto di presa in carico implica una serie di interventi finalizzati a ottenere una serie di cambiamenti che possono avere bersagli diversi: persone, ambiente e/o servizi.
Conclusione e verifica
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La conclusione dell’intervento non è sinonimo di risoluzione del caso, ma indica la fase in cui il progetto è giunto a compimento. La conclusione dell’intervento è prevista all’interno del progetto, per offrire un messaggio positivo all’utente che così può immaginare una positiva soluzione della sua situazione problematica, ma può essere anche rivista a seguito di nuovi elementi ostacolativi. La verifica finale valuta l’intervento effettuato e il raggiungimento degli obiettivi, il processo metodologico e il ruolo svolto dall’utente e dagli operatori coinvolti in un’ottica autocritica che consenta di comprendere eventuali errori commessi o errate valutazioni procedurali.
Gli strumenti professionali del servizio
LIVELLO 4
Approfondimento
Dimmi con chi parli e… ti dirò qual è il tuo potenziale
Il colloquio è un metodo di indagine e di intervento che può essere usato in diversi contesti: sperimentali, clinico, del lavoro e scolastico.
Proviamo a descrivere le principali caratteristiche e finalità che riveste il primo colloquio in ambito clinico (in particolar modo nel counseling) adottando l’ottica di Carl Rogers. Questa tipologia di colloquio ha lo scopo di promuovere il benessere psicologico della persona (o cliente). L’utenza che di solito richiede questo tipo di colloquio manifesta un disagio generale, diffuso, una sorta di insoddisfazione verso tutto e tutti ma non una patologia conclamata. Il colloquio, pertanto, non assumerà i caratteri di una terapia vera e propria ma quelli di una consulenza che ha la finalità di promuovere o di far emergere le abilità e le competenze del soggetto, senza però sottovalutare il suo disagio e la conseguente sofferenza.
Il counseling può essere considerato come un approccio fondato sulla persona e sull’esperienza. In tutto ciò, qual è il ruolo dello psicologo? È quello di comprendere il più possibile lo stato d’animo del cliente rendendogli più facile la sua esternazione. Ne deriva che il counselor si propone non come un esperto, non come un professionista della relazione d’aiuto ma come un facilitatore. In questa tipologia di relazione il primo colloquio, è un momento altamente delicato; lo è perché nel corso di questo primo incontro vengono poste le basi per la creazione di un rapporto basato sulla fiducia reciproca.
È necessario che, fin dall’inizio, il professionista ponga le basi per un clima di ascolto empatico e manifesti la propria neutralità. Le caratteristiche del counselor di tipo rogersiano sono l’essere empatico e l’avere un approccio pedagogico finalizzato alla promozione delle risorse del cliente. La persona bisognosa di un simile aiuto, non sentendosi curata o giudicata ma accolta e compresa, finirà per mettere in campo le risorse necessarie per compiere, o continuare, il personale processo di autorealizzazione. Arrivare a una chiara e precisa definizione del problema e del disagio lamentato rappresenta il primo obiettivo del colloquio. Un altro obiettivo è rappresentato dalla promozione del benessere e dell’autorealizzazione del cliente. Compito del counselor, pertanto, risulta essere quello di far emergere e/o stimolare queste energie promuovendo il pieno sviluppo delle potenzialità dell’individuo.
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CAPITOLO 1
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LIVELLO 5
La valutazione del servizio
Valutare cose o fatti significa analizzare i risultati ponendosi domande che prendano in esame dettagliatamente i pro e i contro, per riflettere, confrontare e misurare i risultati raggiunti in funzione degli obiettivi stabiliti e delle risorse disponibili.
In campo sociosanitario si valuta la risposta che servizi, interventi e politiche sono in grado di dare in base ai bisogni per cui sono stati progettati. La valutazione consente di migliorare grazie alla riflessione, al confronto e all’analisi che tutti gli attori coinvolti mettono in atto (utenti e famiglie, operatori, gestori, fornitori, tecnici, esperti e terzo settore). I vari attori utilizzano gli stessi principi metodologici e si trasmettono dati, opinioni e documentazioni come fonti informative importantissime per valutare i propri interventi al fine di conoscere: • la qualità • l’efficienza • l’efficacia delle risposte fornite ai singoli cittadini, in relazione ai loro particolari bisogni e per riproporre o riformulare in modo adeguato i programmi di intervento. Il processo valutativo deve rispondere alle domande: che cosa valutare, come farlo, per quale motivo e quando è necessario.
Nel campo delle politiche a sostegno, la valutazione riguarda: • l’efficacia interna (valutazione della differenza tra quanto programmato e quanto erogato)
• l’efficacia esterna (valutazione della differenza tra erogazione e percezione, quindi della soddisfazione dell’utente)
• l’efficienza del servizio e quindi il rapporto costi-benefici riferita al singolo caso e agli interventi specifici • i Servizi e la rete specifici per una categoria di utenti • le politiche stesse e il sistema integrato rivolto alla comunità locale.
Perché si valuta?
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Come a scuola si valuta per verificare la validità di un percorso, per modificare gli obiettivi non adeguati o per ridurre i contenuti, in ogni caso per monitorare il cambiamento e certificare il miglioramento. La valutazione è un’attività complessa che necessita di capacità, di conoscenza e di esperienza.
La valutazione del servizio
LIVELLO 5
All’interno dei servizi sociosanitari si valuta per decidere se: • creare un nuovo intervento e/o servizio • migliorarne uno esistente, eventualmente correggendone gli errori. Grazie alla valutazione si individuano le informazioni utili per migliorare gli interventi e per offrire risposte adeguate ai bisogni del singolo, del gruppo e della comunità locale riducendo anche la complessità delle decisioni in merito agli interventi. La valutazione può essere fatta in tre tempi diversi: • ex ante – fase di programmazione – per svolgere una ricerca valutativa con lo scopo di capire se sia il caso di avviare una determinata azione. Bisogna valutare costi/benefici, analizza bisogni e confronta esperienze simili • in itinere – fase di realizzazione – per analizzare le decisioni prese, le risorse e gli operatori impegnati, per verificare se sono necessarie modifiche al programma stabilito attraverso l’analisi, la riflessione e l’interpretazione critica dei dati. Questa valutazione non deve essere confusa con il monitoraggio che, invece, raccoglie sistematicamente dati che accompagnano tutto un percorso e che serviranno poi per la valutazione • ex post – fase conclusiva – con l’obiettivo di documentare il lavoro e il percorso fatto per ragioni di democrazia e di trasparenza. Essa valuta i risultati ottenuti. La valutazione necessita di tempo, prevede dei costi, sollecita aspettative quindi non si può iniziare un’analisi senza aver considerato tutte queste variabili. Anche a scuola le verifiche non si fanno senza motivo ma l’insegnante costruisce concettualmente e operativamente una verifica idonea dopo aver definito quali obiettivi vuole raggiungere e quali conoscenze valutare. Valutare un servizio significa conoscere a fondo: • il servizio stesso • la sua organizzazione • gli scopi per cui è nato • i bisogni che si prefigge di soddisfare • le risorse (finanziarie, umane e temporali)
Per facilitare il lavoro è meglio scomporre l’oggetto da valutare nei suoi componenti fondamentali in modo da poterli trasformare in strumenti operativi di valutazione. È come per le verifiche strutturate: l’insegnante assegna a ogni singolo item un valore (alcuni elementi sono più importanti e altri meno) che può anche essere frazionato e, per valutare l’intera prova, somma i valori che determinano il voto finale. In campo sociosanitario, per esempio, si definiscono le caratteristiche di ogni servizio-intervento, ognuna delle quali ha un suo diverso valore, un indicatore che consente di misurare le diverse componenti dell’oggetto da valutare. Sull’esempio delle schede puoi progettare una tua scheda valutativa specifica per ogni servizio presentato:
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La figura professionale del Tecnico dei Servizi per la Sanità e l’Assistenza Sociale
assistenza domiciliare e assistenza domiciliare integrata assistenza ad personam contenimento delle emergenze per disabilità grave (es. Dopo di noi) servizio verso l’autonomia riabilitazione sanitaria barriere architettoniche (es. di accesso a servizi pubblici) sostegno alla famiglia nel compito di cura accessibilità a servizi del territorio servizi domiciliari servizi diurni e diurni integrati
Nel predisporre la scheda per la valutazione del servizio-intervento, gli indicatori da considerare potrebbero essere i seguenti: • accessibilità • progetto individuale condiviso • carta dei servizi • flessibilità • ascolto del bisogno • trasparenza dell’offerta • trasparenza dei ruoli, competenze e responsabilità • collegamento in rete con servizi del territorio • rispondenza del servizio • presenza di professionalità garantite • organizzazione e competenze • continuità con altri servizi • valutazione e autovalutazione • uso efficiente delle risorse • supporto emotivo • obiettivi chiari e definiti
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Per quanto riguarda la valutazione dei bisogni sono da considerare prioritari: • autosufficienza • autonomia • assistenza • ausili • accesso/accompagnamento al lavoro • ascolto • integrazione • informazione • divertimento • personalizzazione progetto • uguaglianza
La valutazione del servizio
LIVELLO 5
Approfondimento Un esempio di scheda di valutazione
Di seguito è stata inserita una scheda esemplificativa che indica le diverse caratteristiche da analizzare. Indici per valutare la qualità del servizio Efficacia attesa Efficacia pratica Competenza tecnica Accettabilità Efficienza Adeguatezza/accessibilità Appropriatezza
Probabilità che una certa prestazione, applicata in condizioni ottimali, possa modificare in modo favorevole le condizioni di vita (psicologiche, fisiche, sociali) delle persone a cui è rivolta Risultati ottenuti dall’abituale applicazione dell’intervento
Grado di utilizzo delle abilità professionali, delle conoscenze scientifiche, normative e strutturali Grado di apprezzamento del servizio da parte dell’utente
Capacità di raggiungere i risultati attesi con il minor costo possibile Capacità di assicurare un adeguato aiuto a tutti coloro che ne hanno veramente bisogno Grado di utilità della prestazione rispetto al problema e allo stato di bisogno
Gli scopi sono quindi: individuare l’effettivo problema (analizzandone i bisogni e trovando le risorse) e definire gli obiettivi possibili e realizzabili per erogare servizi efficaci conciliando contenimento della spesa ed efficienza. Nel tuo percorso di raccordo scuola-lavoro ti troverai ad agire negli spazi dell’ente/struttura. Anche questi sono oggetto di valutazione per comprendere il livello di qualità del servizio. È possibile mettere a punto una scheda specifica per la struttura e la tipologia del percorso di raccordo scuola-lavoro. ( vedi I miei strumenti di lavoro: Elaborare schede informative sui servizi territoriali)
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CAPITOLO 1
SINTESI
LIVELLO 3
LE ABILITÀ DEL TSSAS
competenze trasversali (life skills o soft skills) • emergono da esperienze e conoscenze, sono necessarie per decidere come affrontare situazioni, del quotidiano (vita e lavoro)
competenze tecniche (hard skills) • si acquisiscono con l’istruzione scolastica e professionale • si approfondiscono con l’esperienza pratica di lavoro
principali strumenti di lavoro: empatia, negoziazione e mediazione
come
perché
chi
PROBLEM SOLVING = soluzione del problema esplora le relazioni causa-effetto ponendosi 5 “perché?”
quando
che cosa
dove
Sintesi della tecnica • Individuare il problema concentrandosi su una sola criticità alla volta • Proporre risoluzioni creative, selezionando contromisure per alleggerire le criticità • Valutare quanto emerso e scegliere l’alternativa più valida • Implementare la soluzione, soluzione realizzando un piano dettagliato di attuazione per controllare tempi e costi e monitorarne l’evoluzione in itinere finale. 88
Sintesi
LIVELLO 3
Per essere un “vero” TSSAS Il conflitto e la sua gestione
Il conflitto, una “situazione situazione che si determina tutte le volte che su un individuo agiscono contemporaneamente due forze psichiche di intensità più o meno uguale, ma di opposta direzione”, direzione se adeguatamente gestito, consente di migliorare le relazioni interpersonali.
dimensione
dei comportamenti
dimensione degli atteggiamenti
e delle percezioni
dimensione della
contraddizione di fondo
Le tre dimensioni si influenzano tra di loro portando gli individui ad assumere diverse tipologie di comportamento
Per gestire i conflitti è fondamentale: - imparare gli strumenti per la gestione non violenta dei conflitti - promuovere processi di cambiamento nelle relazioni che generano conflitto - imparare la gestione della frustrazione e della rabbia
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CAPITOLO 1
La figura professionale del Tecnico dei Servizi per la Sanità e l’Assistenza Sociale
Alla scoperta delle emozioni Le emozioni sono fondamentali per il nostro sviluppo, aiutano a riconoscere i pericoli e a difenderci da essi ed è importante è riuscire a decifrare le emozioni e imparare a gestirle adeguatamente affinchè non si rivoltino contro di noi.
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NEGOZIAZIONE
MEDIAZIONE
COMUNICAZIONE ASSERTIVA
un’abilità di base che consente di ottenere, da altri, ciò che si desidera usando la comunicazione verbale
è svolta da una terza parte che ha il ruolo di aiutare le altre a raggiungere una soluzione condivisa del problema
basata sul rispetto reciproco e adeguata al contesto
EMPATIA
INTELLIGENZA EMOTIVA
RESILIENZA
capacità di comprendere lo stato d’animo dell’altro
capacità di provare, riconoscere, utilizzare, gestire e vivere in modo consapevole le proprie emozioni
capacità di resistere alle avversità della vita, a situazioni difficili o a eventi traumatici riorganizzando positivamente la propria esistenza
Sintesi
LIVELLO 3
La metodologia operativa del settore sociosanitario “NETWORKING” O LAVORO SOCIALE DI RETE = attività svolta da più operatori che mettono in campo competenze e professionalità differenti per concorrere insieme alla risoluzione di un problema, migliorando così la qualità del risultato e la capacità di funzionamento della rete stessa. Il lavoro di rete si articola su due livelli: • primo livello o “gestione integrata del caso”, rivolto alle singole persone • secondo livello, livello finalizzato a costruire una “rete” di servizi territoriali integrati. équipe di professionisti La gestione integrata dei casi prevede un’équipe con competenze diverse diretta da un responsabile del caso, o Case manager, con competenze adeguate alla “presa in carico” dell’utente. RETE FORMALE
RETE INFORMALE
composta da assistenti sociali, medici, psicologi, psichiatri, educatori e operatori sociali di vario tipo
costituita da familiari e amici, considera l’influenza che questi possono avere sulla vita delle persone per il soddisfacimento dei loro bisogni
NETWORKING metodologia di intervento che integra risorse e servizi del territorio per rispondere ai bisogni e costruire un sostegno al disagio sociale per evitare che si trasformi in emarginazione sociale
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CAPITOLO 1
La figura professionale del Tecnico dei Servizi per la Sanità e l’Assistenza Sociale
Il gruppo di lavoro Il Tecnico dei Servizi per la Sanità e l’Assistenza Sociale svolge il proprio lavoro all’interno di una équipe composta da una pluralità di figure professionali. Équipe si diventa definendo: • un programma chiaro e condiviso • una metodologia comune • il ruolo professionale di ognuno • il livello di responsabilità decisionale e la forma di coordinamento • la motivazione per il suo funzionamento. L’équipe è diretta dal leader leader, un professionista della relazione che assume la responsabilità e l’autorità del ruolo che gli viene formalmente assegnato.
L’analisi del caso La presa in carico
Il primo livello del lavoro sociale di rete è l’“Analisi Analisi di caso”, caso ossia lo studio minuzioso di una situazione problematica presa in carico dai servizi. Segnalazione ai servizi breve indagine di verifica con l’utente per verificarne i bisogni.
intervista
ANALISI DI CASO
formulare diverse ipotesi di intervento
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individuare la tipologia di problematica
Sintesi
LIVELLO 3
Il progetto sociale Progetto Sociale = insieme di attività finalizzate alla realizzazione di prodotti e servizi per il raggiungimento di uno scopo condiviso, generalmente demandato agli enti pubblici o alle organizzazioni senza scopo di lucro.
identificare l’obiettivo
ottenere l’approvazione e la condivisione del progetto
ottenere un finanziamento concreto
progetto sociale
La rete di servizi integrati territoriali Il secondo livello del lavoro sociale consiste nella costruzione di una rete di servizi territoriali integrati nel quale si ha una distribuzione delle attività in rapporto alle aree problematiche: • a carico del SSN • a carico dei Comuni • distribuita fra ASL e Comuni
Servizi di II Livello
SERVIZIO SOCIALE, SOCIALE fornisce prestazioni assistenziali di vario tipo erogare da organismi pubblici o privati
SERVIZIO SANITARIO, SANITARIO eroga prestazioni di cura fornite da organismi pubblici, privati o convenzionati
Valutazione del progetto Ogni progetto necessita di una valutazione che ne analizzi i punti di forza, i punti critici e la metodologia di lavoro
Gli strumenti del “mestiere”
I servizi sociali usano strumenti finalizzati alla conoscenza dell’utenza per definire gli interventi e le fasi organizzative-gestionali ma anche per verificare il raggiungimento degli obiettivi di cambiamento e gli interventi sapere,, di aiuto. Ogni operatore coinvolto nel processo di aiuto deve: sapere saper fare e saper essere. essere. 93
CAPITOLO 1
La figura professionale del Tecnico dei Servizi per la Sanità e l’Assistenza Sociale
L’analisi dei bisogni BISOGNI
tensioni fisiche o psichiche che spingono l’uomo a procurarsi ciò che gli serve per eliminare la sua insoddisfazione
essenziali o primari (vanno assolutamente soddisfatti)
non essenziali o secondari (possono anche non essere soddisfatti) Nella presa in carico dei bisogni di un utente, il servizio valuta: valuta: • l’organizzazione della vita del singolo e/o del nucleo familiare • la capacità di auto-aiuto della persona e del suo nucleo familiare • le aspettative di utenti e famiglie nei riguardi dei servizi socioassistenziali e sociosanitari • l’atteggiamento degli individui verso proposte alternative di politica sociale • i livelli di integrazione del singolo e/o del nucleo familiare nel tessuto comunitario locale.
Le tipologie di osservazione TSSAS Per migliorare competenze personali e professionali e individuare le strategie relazionali più adeguate all’utente e al contesto
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perché osservare?
chiedersi
che cosa osservare?
come osservare?
Sintesi
LIVELLO 3
Gli strumenti per l’osservazione Ogni contesto necessita di adeguati strumenti di osservazione, adeguati anche agli obiettivi che ci si prefigge di raggiungere: • diario di bordo (carta e matita) • griglia osservativa • check-list • registratore e videocamera • specchio unidirezionale
La tecnica dell’intervista strutturata
semi-strutturata
INTERVISTA
tecnica di rilevazione usata per rispondere a interrogativi di ricerca
non strutturata
Tra un colloquio e l’altro Informativo (compie un’indagine sociale) Diagnostico (effettua una valutazione) Terapeutico (realizza un cambiamento)
COLLOQUIO
strumento principale utilizzato dal Servizio Sociale per cogliere bisogni, definire obiettivi di cambiamento e sviluppare le varie fasi del processo di aiuto
deve essere condotto da personale esperto, con preparazione teorica-culturale profonda e conoscitore di tecniche appropriate
Fasi del colloquio Il colloquio ha un inizio, un corpo centrale e una conclusione che fornisce una serie di stimoli per favorire l’aumento dell’autostima e dell’autodeterminazione. 95
CAPITOLO 1
La figura professionale del Tecnico dei Servizi per la Sanità e l’Assistenza Sociale
LIVELLO 4
Gli strumenti professionali del servizio
La cartella sociale e la relazione sociale sono strumenti utili per documentare il lavoro svolto e per il raggiungimento degli obiettivi di aiuto e di cambiamento:
Colloquio
informativo • diagnostico • terapeutico •
stipula del contratto
realizzazione della strategia di intervento
tra utente e servizio
messa in pratica delle attività pianificate per la presa in carico dell’utente
Conclusione e verifica La conclusione è indicata nel progetto e può essere rivista a seguito di elementi ostativi. La verifica finale valuta l’intervento effettuato, il raggiungimento degli obiettivi, il processo metodologico e il ruolo svolto dall’utente e dagli operatori coinvolti in un’ottica autocritica che consenta di comprendere eventuali errori commessi o errate valutazioni procedurali.
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Sintesi
LIVELLO 5
LIVELLO 5
La valutazione del servizio
In campo sociosanitario si valuta la risposta che servizi, interventi e politiche sono in grado di dare in base ai bisogni per cui sono stati progettati.
qualità efficienza efficacia
Nel campo delle politiche a sostegno, la valutazione riguarda: • l’efficacia efficacia interna • l’efficacia efficacia esterna • l’efficienza efficienza • i Servizi e la rete specifici per una categoria di utenti • le politiche stesse e il sistema integrato rivolto alla comunità locale.
Perché si valuta? La valutazione verifica la validità di un percorso per decidere se: • creare un nuovo intervento-servizio-politica • migliorarne uno esistente, eventualmente correggendone gli errori. Tempi della valutazione: • ex ante - fase di programmazione - valuta costi/benefici, analizza bisogni e confronta esperienze simili • in itinere - fase di realizzazione - attenzione a non confondere la valutazione in itinere con il monitoraggio: il monitoraggio raccoglie sistematicamente dati che accompagnano tutto un percorso e che serviranno poi per la valutazione • ex post - fase conclusiva - valuta i risultati ottenuti
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CAPITOLO 1
La figura professionale del Tecnico dei Servizi per la Sanità e l’Assistenza Sociale
Conoscenze
LIVELLO 3 1. Gli strumenti di cui si può avvalere il TSSAS quali sono? 2. Qual è il significato letterale di problem solving? Specifica sinteticamente le fasi di questa tecnica. 3. Come definiresti il conflitto? 4. Quali sono le dimensioni caratteristiche del conflitto individuate da Galtung? Descrivine l’importanza. 5. Definisci, a tua scelta, tre dei seguenti termini: negoziazione, mediazione, comunicazione assertiva, empatia, intelligenza emotiva e resilienza. 6. Che cos’è il networking e come si articola? 7. Quali sono gli “elementi” caratterizzanti un’équipe? 8. Che cosa vuol dire “presa in carico” e quali sono le sue fasi? 9. Che cos’è il progetto sociale? 10. In cosa consiste il secondo livello del lavoro sociale? 11. Che differenza c’è tra servizio sociale e servizio sanitario? 12. Quali tipologie di osservazione può utilizzare il TSSAS? Descrivile brevemente ed elenca gli strumenti più idonei di tali tipologie. 13. Elenca e descrivi brevemente le varie tipologie di colloquio.
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Conoscenze
LIVELLO 4 14. Che cos’è la cartella sociale e che cosa permette? 15. Scrivi almeno 5 elementi che deve contenere la cartella sociale. 16. A che cosa è finalizzata la relazione sociale? 17. Perché è importante il colloquio? 18. Spiega l’utilità del colloquio diagnostico. 19. Che scopo ha, in generale, il colloquio? 20. Quando l’utente, durante un colloquio, potrebbe dimostrare maggior predisposizione all’esternazione di problematiche personali? 21. Che cosa viene esplicitato nella stipula del contratto? 21 22. Che cosa valuta la verifica finale di un progetto? LIVELLO 5 23. Che cosa significa valutare? 24. Che cosa significa valutare un servizio? 25. Quali sono gli elementi che vengono valutati nel campo delle politiche a sostegno? 26. Quali elementi sono necessari per una valutazione? 27. Descrivi i tre diversi tempi della valutazione. 28. Scrivi almeno 5 indicatori da considerare nel predisporre una scheda di valutazione del servizio-intervento. 29. A quali domande deve rispondere il processo valutativo? 30. Che cosa si valuta in campo sociosanitario?
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PARTE B
TERAPIE
. Terapie . Strumenti . Attività manipolative . Tutela della salute
3
PARTE B
Dalla pratica alla teoria
TERAPIE
Arteterapia
Il termine arteterapia definisce una tecnica finalizzata alla ricerca del benessere psicofisico attraverso l’espressione artistica di pensieri, vissuti ed emozioni.
Gli elaborati prodotti nelle sedute di arteterapia consentono di esprimere, nel complesso intreccio della relazione transferale che passa per l’agito anziché per la parola, ciò che è difficile comunicare verbalmente. Si tratta di una comunicazione non verbale il cui concetto fondante è “il fare produce ben-essere”, infatti aumenta l’autostima della persona in grado di “fare”, consente di dare una forma al proprio vissuto e di trasmetterlo creativamente agli altri. Risultato: migliora la qualità della vita!
Pastelli, pennarelli, tempere, creta, pasta atossica, das, pasta salata, quilling, origami stomakion, tangram, finger, kintting e collage: tutte tecniche artistiche che possono diventare utili strumenti terapeutici e di crescita personale. La prima forma di arteterapia, ma ancora non si chiamava in questo modo, fu messa in atto da Frield Dicker Brandeis (1898-1944), artista e insegnante austriaca di origine ebraica. Dopo un arresto per motivi politici si era trasferita in Cecoslovacchia. Amante dell’arte e della fotografia, dal 1934 al 1938, insegnando nel ghetto di Praga, aveva avuto modo di intuire le grandi potenzialità di questo mezzo espressivo per aiutare i bambini a rielaborare i traumi e le violenze che ogni giorno dovevano affrontare. I disegni dei bambini di Terezin
La collezione dei disegni dei bambini di Terezin conta 4387 opere originali conservate nel Museo Ebraico di Praga.
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L’editto del 1940 proibiva ai bambini ebrei di frequentare la scuola e vietava per loro ogni forma di educazione. Nel ghetto di Terezin erano detenuti molti insegnanti, artisti e scienziati che ottennero il permesso di insegnare disegno, canto e artigianato. Di nascosto vennero aggiunte lingue, storia, letteratura
Arteterapia
TERAPIE
e scienze naturali. L’insegnante di disegno del ghetto era proprio Friedl Dicker Brandeis. Fu lei a raccogliere e nascondere, in una delle aule del campo, due valigie piene di disegni eseguiti dai bambini. Alla fine della guerra, nel maggio del 1945, furono ritrovati e portati al Museo Ebraico di Praga.
L’“Arte come Terapia” diventò un metodo grazie a Edith Kramer e Margaret Naumburg che, agli inizi degli anni Cinquanta del secolo scorso, negli Stati Uniti, iniziarono a sperimentare questa metodologia dando vita a due importanti orientamenti. Edith Kramer, di origine ebraica, nacque a Vienna nel 1916 e, già dall’età di 13 anni, ricevette lezioni private d’arte proprio da Friedl Dicker Brandeis che affiancò nel ghetto di Praga fino al 1938 quando emigrò a New York per sfuggire alla persecuzione. Qui trovò lavoro come insegnante d’arte per bambini e adolescenti nei quartieri più svantaggiati e in centri di neuropsichiatria infantile. Con loro mise in pratica gli insegnamenti ricevuti, strutturando “laboratori artistici” con valenze terapeutiche. Il metodo della Kramer considerò la terapia d’arte un percorso significativo e simbolico in cui si possono attivare risorse, processi e capacità che favoriscono lo sviluppo dell’identità personale e il sostegno dell’io per condurre l’individuo a una crescita completa. Margaret Naumburg (1890-1983)
psicoanalista e seguace di Freud, è considerata la fondatrice dell’Arteterapia in America (Art Therapy)
Margaret Naumburg, invece, partì dal presupposto che i sentimenti inconsci fossero più facilmente riconoscibili nelle immagini che nelle parole. Stimolò la comunicazione simbolica tra paziente e arte terapeuta facendo riferimento alle immagini (che vennero analizzate attraverso la cornice teorica freudiana) prodotte durante le sedute, sulle quali inevitabilmente vi era una proiezione di emozioni e vissuti personali. La Naumburg elaborò un metodo di orientamento dinamico, servendosi dell’arte come strumento per scoprire significati inconsci. Essi venivano poi analizzati e resi comprensibili attraverso la comunicazione verbale utilizzata nella seduta di psicoterapia. La relazione terapeuta-paziente iniziò ad assumere un ruolo importante in quel processo terapeutico che il prodotto artistico rafforzava.
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PARTE B
Dalla pratica alla teoria
Oggi l’arteterapia è una forma di intervento che utilizza differenti mediatori artistici per favorire, nella persona o nel gruppo, lo sviluppo e il potenziamento delle proprie risorse e il miglioramento della qualità della vita. Viene adottato un approccio di sostegno non-verbale che, attraverso l’uso di materiali artistici, favorisce il processo creativo per migliorare lo stato di benessere della persona e la qualità del vissuto. Viene, inoltre, utilizzata per attenuare gli handicap psico-fisici dei soggetti con disabilità o per sviluppare e migliorare le capacità relazionali nei soggetti affetti da malattie psichiche o disagi socio-culturali (tossicodipendenti, carcerati, soggetti socialmente svantaggiati, ecc.). Proprio per queste sue caratteristiche peculiari, l’arteterapia è impiegata negli ambiti terapeutici della prevenzione e della riabilitazione e la si affianca alla psicoterapia come supporto e potenziamento del percorso che il soggetto intraprende con il terapista. Nei settori della sanità e socio-educativi/assistenziali, l’utilizzo di questa metodologia persegue molteplici obiettivi che possono essere così riassunti: • incrementare l’autostima • migliorare l’uso del tempo libero e la qualità della vita • contrastare l’emarginazione e l’isolamento sociale • migliorare la socializzazione e la collaborazione • sviluppare l’empatia • approfondire la conoscenza di sé e la propria identità/individualità • affrontare sintomi/traumi specifici • curare e/o migliorare il benessere psicofisico • sviluppare nuove strategie comportamentali • favorire il rilassamento • sviluppare la creatività • liberare emozioni e sentimenti • migliorare il controllo oculo-manuale e la motricità fine.
I percorsi terapeutici possono essere di gruppo o individuali e coinvolgono una molteplicità di discipline artistiche: musica, teatro, fotografia, video, creta, disegno, scrittura, tempera e acquerello. Contesti ideali per le attività di arteterapia sono i laboratori dove si utilizzano materiali a basso costo e di vario tipo, anche di riciclo, per stimolare la creatività con un occhio di riguardo all’ambiente e all’ecosostenibilità. I laboratori necessitano di uno spazio ampio e luminoso, ricco di stimoli, con materiali di ogni genere: carta, pastelli, materiali plastici (das, paste atossiche, ecc.), avanzi di stoffa, lane, burattini, strumenti musicali, legno, farina, sabbia e gessi colorati ma anche uno spazio vuoto, senza stimoli e da riempire a piacimento. 6
Arteterapia
TERAPIE
Nel laboratorio, su indicazioni dell’arteterapeuta, ci si può dedicare a: • Arti visive, disegnando, colorando o modellando materiali plastici • Musica, ascoltando musica per favorire il rilassamento o stimolare l’attivazione • Danza e movimento, imparando a muoversi liberamente per consentire al corpo di esprimere pensieri, emozioni e sentimenti • Gioco, per allenare alla vita, alle regole in una ricerca di un sé corrispondente ai propri bisogni • Teatro, comunicando, in un gioco di ruolo, con il corpo e con la voce emozioni e sentimenti, giocando con finzione e verità • Maschere e burattini, esplorando a fondo il potenziale dell’oggetto inanimato – che cosa può fare, sentire, dire? – si offre la possibilità di cogliere l’essenza di una emozione o di un tratto caratteriale • Raccontare e costruire storie, per aggirare le barriere “razionali” e rivolgersi direttamente all’inconscio.
Destinatari e aree di intervento
I destinatari dell’arteterapia possono essere adulti e bambini con problematiche di vario tipo, quali: • disturbi dell’umore causati da ansia e stress • disturbi post traumatici • disturbi ansiogeni causati da lutto, problemi familiari, separazioni conflittuali • malattie oncologiche • dipendenze patologiche • bassa autostima • bullismo/cyberbullismo • mutismo selettivo • disagio scolastico.
Le aree di intervento sono tre: 1. terapeutica: inserita nel programma riabilitativo dei casi di handicap gravi e disturbi psichiatrici. Si integra al lavoro d’équipe unitamente ai trattamenti psicoterapici e psichiatrici protocollari/di routine. Le tecniche espressive contribuiscono a scoprire e conoscere le immagini, le sensazioni e i sogni di un paziente che ha difficoltà a esprimersi con le parole 2. riabilitativa: utilizzata con qualsiasi tipologia di utenza diventa un’esperienza ludica che consente di esprimersi liberamente senza condizionamenti o giudizi. L’obiettivo è comunicare pensieri ed emozioni in modo istintivo e libero 3. preventiva ed educativa: le tecniche espressive consentono di liberare le proprie energie favorendo una maggiore conoscenza di se stessi. 7
PARTE B
Dalla pratica alla teoria
Benefici
Il bisogno di lasciare una traccia di sé è un bisogno che fa parte da sempre dell’uomo; in questo modo l’individuo attua un riconoscimento di sé e della propria presenza e le sensazioni tradotte nell’oggetto artistico avviano un processo di auto comprensione più profonda. L’espressione simbolica di sentimenti ed emozioni permette di poterli osservare in modo più distaccato creando uno spazio di comprensione ed elaborazione che può aiutare a ricercare nuove modalità di interazione tra il proprio mondo interno e il mondo relazionale esterno. L’arteterapia, quindi, viene usata per: • migliorare l’immagine di sé e il rapporto con gli altri • potenziare l’autostima • promuovere il benessere • sviluppare le potenzialità individuali.
Non solo l’arte dona gioia e abbassa le difese ma fa sentire liberi e vitali consentendo di superare le paure, vivendo esperienze di trasgressione e di libertà che conducono alla scoperta di se stessi. Per Freud l’arte era uno dei mezzi più adeguati per affrontare le vicissitudini dell’esistenza, per godere impunemente di pulsioni e desideri inibiti propri, attraverso un’identificazione con l’artista, consentendo di metterci in comunicazione col nostro inconscio “senza rimprovero e senza vergogna”. Molti sono stati gli studiosi della psiche che si sono dedicati a questa forma espressiva, citiamo solo alcuni nomi che conoscerai nel tuo percorso di studi: Klein, Dewey, Maslow, Vygotskij, Winnicott, Bion e Jung.
Arteterapia per bambini
I bambini sono grandi esploratori, esprimono ogni giorno il desiderio di conoscere e scoprire. L’immaginazione è un tesoro, una importante risorsa che li aiuta a superare paure ma anche a divertirsi. Fine ultimo delle attività creative coi bambini non sono i “manufatti” realizzati, ma la messa in azione delle capacità di osservazione, delle abilità mnemoniche, multisensoriali, socio-emozionali, creative e la libertà di pensiero che potenziano l’apprendimento logico-matematico, linguistico e rafforzano la consapevolezza di sé.
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L’approccio del bambino all’ambiente circostante nel periodo 3-6 anni è maggiormente rivolto agli stimoli rispetto al conoscere. Maria Montessori in “La scoperta del bambino” sostiene “le ragioni delle cose per cui nell’utilizzo delle arti è necessario dirigere costantemente gli stimoli sensoriali, affinché le sensazioni si svolgano razionalmente e preparino la base ordinata a costruire una mentalità positiva nel bambino”.
Arteterapia
TERAPIE
Maria Montessori (1870-1952),
educatrice, pedagogista, filosofa e neuropsichiatra infantile nota per il metodo educativo che prende il suo nome.
L’unico modo per produrre fantasia, creatività e invenzione è quello di “creare relazioni” fra ciò che conosciamo. È necessario offrire ai bambini attività attraverso cui possano memorizzare più dati possibili, in quanto ciò che apprendono non discende necessariamente da quanto viene loro insegnato, ma è in gran parte il prodotto della loro attività e dell’impiego delle risorse di cui sono dotati. Come sostiene il pedagogista Loris Malaguzzi (1920-1994) “i bambini costruiscono la propria intelligenza. Gli adulti devono fornire loro le attività e il contesto e soprattutto devono essere in grado di ascoltare”. Coi bambini più grandi si può pensare di porre particolare attenzione al processo creativo, analizzare pensieri e sentimenti proiettati sul manufatto. Si può inoltre chiedere di realizzare nuovamente l’opera come rappresentazione del cambiamento.
Obiettivi • Fornire ai ragazzi strumenti nuovi per comunicare e dar forma al loro disagio • Far acquisire ai ragazzi una maggior consapevolezza del proprio corpo e del ruolo che svolge nel processo creativo • Favorire un’esperienza culturale e di benessere che promuova al tempo stesso aspetti ludici e risocializzanti • Comprendere i reali bisogni di ognuno per offrire aiuto nel modo migliore • Integrare maggiormente le difficoltà nel quotidiano senza stigma o allontanamento. Proposte 1. Mandala: proporre modelli già disegnati e richiederne la coloritura; crearne di nuovi e decorarli Obiettivi: esprimere come ci si sente, incrementare le abilità creative e visuomotorie 2. Arti plastiche: creare opere d’arte attraverso o a partire da fotografie (foto al centro del foglio e costruzione libera del contesto nel quale la si inserisce; ritagli di foto che si combinano in una nuova, ecc.), pitture (con tutti gli strumenti e combinazioni possibili), ritagli (collage) e scultura Obiettivi: rappresentare problemi cercando nuove strade risolutive 3. Scrittura: scrivere storie ponendo attenzione ai personaggi e al luogo in cui si sviluppa la scena. (È possibile chiedere l’associazione dei personaggi a persone conosciute, lo stesso con i luoghi e le azioni)
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PARTE B
Dalla pratica alla teoria
Obiettivi: raccogliere informazioni su quanto accade al bambino e orientare soluzioni 4. Movimento: utilizzare giochi noti modificandone gli obiettivi in base a necessità, regole e/o materiali Obiettivi: migliorare l’orientamento spaziale, rafforzare la creatività ed esprimere emozioni e idee 5. Musica - canto - danza: comporre una canzone, cantarla e commentarla; comporre musiche; seguire ritmi con esecuzioni libere o preordinate Obiettivi: favorire uno spazio riflessivo per la risoluzione di problemi emotivi; incrementare la socializzazione, potenziare l’attenzione e la memoria; canalizzare emozioni e prendere coscienza del proprio corpo nello spazio.
Arteterapia per adolescenti, anziani e disabili
L’arte è capace di riempire i vuoti di tutti, anche dell’anziano. Dall’opera d’arte passa una carica energetica positiva e armonica che arriva nell’inconscio della persona e attiva modelli positivi. Le attività seguenti attivano la memoria, i sentimenti, le passioni, le emozioni, in un contesto collettivo e protetto per poi parlarne insieme… Proposte
1. Di che colore sono le emozioni Obiettivo: dare un colore alle emozioni. Attività che permette di dipingere una geografia emotiva rispecchiante il flusso e le riflessioni delle diverse emozioni sul foglio. Materiali: foglio di carta (almeno 40x50 cm), tempere, acquarelli, acrilici, vaschette per mescolare il colore e pennelli di varie dimensioni. Modalità: identificare le emozioni con cui lavorare (es. gioia, tristezza, paura, rabbia o sorpresa). Identificata l’emozione da cui partire, individuare il punto del foglio più idoneo per rappresentarla con colori e pennelli. Sentirsi liberi di utilizzare tinte e tratti di pennellate, figure geometriche, simboli e figure. Poi procedere nello stesso modo per le altre emozioni. Nel corso dell’opera si può “contornare” una pittura già eseguita, ma non imbrattarla o coprirla con la nuova emozione. Esaurite le emozioni, ora è possibile armonizzarle per elaborare un quadro unitario apportando le necessarie modifiche.
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2. Realizzare una scultura con materiale riciclabile Obiettivo: esprimere ciò che sentiamo. Attività che permette di “tirare fuori” ciò che si ha dentro e ottenere, alla fine, qualcosa di positivo e bello. Materiali: cose che si hanno in casa come bottiglie di plastica, rotoli di carta da cucina, scatole di uova, ecc.
Arteterapia
TERAPIE
Modalità: assemblare i materiali scelti per esprimere ciò che si sente in relazione a qualcosa che ci è successo. 3. Dipingere sulla nostra pelle Obiettivo: creatività e concentrazione. Attività che permette di esprimere sulla propria pelle ciò che si percepisce in quel momento. Materiale: materiale per truccarsi con cui è possibile dipingere la pelle e quindi cancellarla.
4. “Fare” un poema Obiettivo: sviluppa la creatività. Attività che permette di esprimere ciò che si prova. Materiali: riviste, giornali, buste di plastica, carta e matita. Modalità: ritagliare le parole da qualsiasi giornale o rivista che si ha a disposizione, metterle in una palla ed estrarle una a una. Rispettando l’ordine di estrazione costruire un poema. 5. Creare un’opera dal nostro nome Obiettivo: conoscere se stessi. Attività che permette di scoprire quali emozioni suscita in noi il nostro nome Materiali: quaderno, matite, penne, pennarelli, ecc. Modalità: scegliere il proprio nome o un nickname, l’importante è che sia quello col quale ci si sente identificati dal mondo. Scrivere il proprio nome su un pezzo di carta e farne un’opera d’arte.
6. Creare una scultura di argilla esprimendo rabbia Obiettivo: esprimere emozioni negative attraverso la scultura. Attività che permette di materializzare la rabbia. Il momento indicato per svolgere questa attività sarà quello in cui si è arrabbiati per qualcosa che ci è successo. Materiali: argilla e tutti i materiali necessari. Modalità: prendere l'argilla ed esprimere ciò che si sente in quel momento dando forma alla rabbia che si prova, se se ne vede la necessità romperla ed eliminarla completamente.
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PARTE B
Dalla pratica alla teoria
7. Disegnare nel buio Obiettivo: non giudicare i propri sentimenti. L’attività “al buio” permette di non giudicare ciò che si sta disegnando su carta, questo impedirà di cancellare e criticare le proprie opere d’arte. Materiali: radio, CD musicali, album da disegno e matite. Modalità: selezionare un brano musicale che ci fa sentire sia emozioni positive sia negative e lasciare che l’immaginazione fluisca con la luce spenta sulla carta. Quando si pensa di aver finito, accendere la luce e ... 8. Attività del palloncino Obiettivo: liberaci da quelle emozioni che ci appesantiscono. Attività che permette “di andare oltre” lasciando letteralmente andare via i sentimenti e le emozioni negative. Materiale: corda, carta e matita, palloncino aereo, bombola di elio. Modalità: scrivere come si vuole ciò che non ci permette di essere felice o quell’evento che si desidera non sia mai successo o anche come ci si sente e perché. Successivamente, gonfiare il palloncino e con una stringa incorporare la carta in cui si sono espresse emozioni, sentimenti e lasciarlo andare. 9. Che cosa ci spaventa? Obiettivo: di fronte alla nostra stessa paura. Attività che permette di superare le emozioni negative collegate alla paura che possono risvegliarsi in noi. Materiale: disegno, quaderno, matita e colori. Modalità: individuare l’oggetto o la situazione che più ci fa paura. Su un pezzo di carta, disegnarla o riprodurla come la si vede nei sogni. Dopodiché, darle il colore e restare a guardare l’opera per qualche istante, riflettendo “Perché ho paura di questo?”.
10. Viaggiare con gli occhi e con il cuore: dove si può stare con gli occhi e con il cuore? Che si può vedere? Dove si può andare? Fare il turista, in quale città? In quale museo? Che cosa si vuol rivedere? Che cosa si vuol ritrovare? Con chi si vuol parlare? Quali persone care si vogliono ritrovare (figlio/a, sorella/fratello, compagni di un periodo di vita, ecc.). Che cosa si vorrebbe sapere? Capire cosa è successo? Per realizzare il “Viaggio” si possono cercare video su YouTube di quel fatto, di quel tempo di vita, film di quel periodo o fare delle ricerche, sui perché delle cose che sono successe. Con Google Maps si può entrare in una via di qualsiasi città e rivedere le case, i negozi e i luoghi della propria infanzia. Com’erano prima e come sono adesso. Con Skype, una volta trovata la persona che si è cercata, si può vederla e parlarci. 12
Arteterapia
TERAPIE
11. Musica: che cosa si vuole sentire? Canzoni, spettacoli, musica (scelta dai partecipanti). La musica ha la capacità di placare gli animi. L’armonia delle note va ad attivare un’armonia delle emozioni. È come se una vibrazione armonica, attivasse una vibrazione energetica, anche nel corpo e nella mente. Ballare è una attività che si fa “insieme” in movimento e veicola emozioni. È possibile inventare movimenti nuovi, adatti alle diverse tipologie di utenti, eventualmente utilizzando solo le braccia. 12. Cucina: cercare i video che fanno vedere i vari passaggi, di ricette scelte dai nonni, e parlarne insieme. Il cibo nutre anche con gli occhi. Si può provare a farlo insieme. Con i giovani o con altri anziani che vengono ospitati.
13. Cucito e ricamo: cercare siti dove ci sono modelli per il ricamo e per il cucito o video che mostrano come fare. Ogni anziano ne fa una parte e il risultato è di tutti. Unisce e integra. Fa sentire parte di qualcosa. Crea amicizia. 14. Pittura: dipingere, con qualunque materiale: matita, penna o colori acrilici; insegnare a rappresentare quello che si sente. Anche un semplice segno rappresenta il movimento dell’anima, il movimento interno delle emozioni. Le emozioni possono essere vissute anche attraverso segni e colori. È la terapia dei colori: il bisogno di luce, di pace, di amore, la rabbia, la nostalgia possono essere rappresentati proprio attraverso dei colori e dei segni semplici.
15. Autobiografia: raccogliere storie, foto, ritagli di articoli di giornali d’epoca, disegni, manufatti e confezionare minilibri autobiografici. È possibile confrontare più storie di persone, luoghi e modi di vita.
Per praticare questa disciplina è necessario formarsi presso gli enti che propongono il percorso formativo di “Arteterapia” regolamentato dalla norma UNI11592 del 15 ottobre 2015.
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PARTE B
Mandala
Dalla pratica alla teoria
Il sanscrito
è la lingua ufficiale dell’India, una delle lingue più antiche che appartengono alla famiglia delle lingue indoeuropee
La parola mandala, con l’accento tonico sulla prima “a”, deriva dal sanscrito e viene tradotta con “cerchio sacro”. I primi mandala furono creati in India e in Tibet intorno al 1500. Si tratta di figure artistiche, divise in triangoli, cerchi e quadrati, che costituiscono, nel loro insieme, un motivo geometrico la cui precisa simmetria, soprattutto circolare, ha un proprio significato spirituale e rituale nelle cerimonie buddiste e induiste. Nei manufatti degli uomini preistorici (Asiatici, Egizi, Celti, Europei, Indiani, Arabi e Nativi americani) le forme circolari sono state la base di ogni forma sacra, simboli importanti dell’armonia del cosmo riscontrabile anche nei labirinti e nei rosoni delle chiese gotiche, espressione queste ultime della spiritualità occidentale e della costruzione del Creato. Soprattutto i mandala dei Nativi americani sono carichi di potenti significati simbolici legati alla natura, al cosmo, alla maestosità dell’universo e alla relazione che gli uomini avevano con loro. È possibile trovare mandala realizzati con i più diversi materiali: polveri di vari colori, fili intrecciati, pietre polverizzate, gemme preziose, carbonella, polline, farina di mais; sono disegnati sulla sabbia o dipinti sugli scudi di guerra o sulle rocce.
Facenti parte dell’arteterapia, anche i mandala affondano le loro origini nella medicina: il loro obiettivo era stabilire l’equilibrio tra le forze dell’Universo affinché l’uomo potesse sentirsi in armonia al suo interno. Una volta disegnati, i mandala diventavano i protagonisti dei rituali di guarigione celebrati dall’uomo o dalla donna della medicina, che conosceva le formule di purificazione e interpretava i significati espressi nel Mandala.
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I più conosciuti, creati dai Nativi americani, hanno significati carichi di simbolismo: • mandala di piume, raffigura l’uomo al centro del cosmo, la sua energia spirituale e le sue potenzialità
Mandala
TERAPIE
• mandala acchiappasogni, la cui funzione è quella di catturare gli incubi nella sua tela e permettere soltanto ai bei sogni di visitare il sonno. Rappresenta il potere della mente, nostro e di nessun altro, di rendere la nostra vita bella come un sogno o temibile come un incubo • mandala del sole e del vento, cioè il potere di dare la vita. La natura si compone di energie primordiali che possono interferire nelle vicende dell'esistenza ed esercitare il loro influsso positivo • mandala del labirinto, è il viaggio della vita, difficile e intricato, con un punto di inizio e un punto di fine, fatto di tanti cammini e opportunità. Una volta terminato, riporta a casa, alle origini del mondo e della propria anima.
La tradizione orientale considera i mandala come una rappresentazione dell’Universo, la più famosa delle quali è quella tibetana che rappresenta un tempio immaginario da contemplare attraverso la meditazione. Ancora oggi i monaci tibetani realizzano mandala tradizionali come forma di preghiera per il mondo. Una volta completato su finissima sabbia colorata, il gigantesco mandala viene distrutto e la sabbia dispersa nel vento, questo simboleggia la caducità della vita terrena, ricorda che la nostra parte più importante, lo spirito, è l’unico destinato a rimanere nel mondo, viaggiando nel vento.
Il simbolo del mandala è sopravvissuto nel corso della storia anche se il significato attuale, è lontano dagli antichi rituali e credenze. Carl Gustav Jung ha dato una seconda traduzione alla parola mandala: “contenitore di simboli”. Secondo la visione junghiana, il cerchio permette all’inconscio di manifestarsi attraverso il simbolo, suo linguaggio preferito. Colorare un mandala, pertanto, è da considerarsi una forma di meditazione a tutti gli effetti, per meglio comprendere se stessi. Carl Gustav Jung (1875-1961),
il padre della psicologia analitica, scrisse quattro saggi sui mandala dopo averli studiati per oltre vent’anni. Egli stesso, tra il 1916 e il 1920, ne disegnò alcuni che trovarono una prima collocazione nei suoi taccuini, conosciuti come “libri neri”. Successivamente vennero inseriti nel “Libro Rosso”, da lui scritto e illustrato approssimativamente fra il 1913 e il 1930, ma pubblicato postumo
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PARTE B
Dalla pratica alla teoria
Con il passare del tempo, quando l’arteterapia ha ampliato il suo campo di applicazione strutturandosi come disciplina utile per la guarigione di disturbi di tipo psicologico e sociale, anche il mandala ha ricevuto una sua validazione. Creando la struttura geometrica del mandala, che richiede pazienza e concentrazione, la mente è libera di perdersi in uno spazio privo di autocensure e costrizioni (emergono paure, ansie, conflitti irrisolti), si distacca dal mondo esterno e si concentra su se stessa. Dopo averlo disegnato, si inizia a colorare il mandala, in genere partendo dal centro e procedendo per cerchi concentrici verso l’esterno, con una simbolica apertura verso il mondo e gli altri. Sono molto interessanti i significati psicologici attribuiti proprio al modo in cui procediamo a colorare il mandala: chi è in armonia con se stesso, tende a iniziare a colorare dal centro del motivo mentre chi è ancora alla ricerca di se stesso tende a partire dall’esterno.
Finalità e obiettivi Oggi è stato dimostrato che disegnare e colorare un mandala genera benessere: • attenua gli stati d’ansia, le preoccupazioni e le paure perché, concentrandosi sul colore, la mente si stacca dal pensiero ossessivo anche del dolore fisico • sviluppa autonomia personale e favorisce le relazioni sociali • facilita la concentrazione sul presente aiutando a migliorare le capacità cognitive e a potenziare la memoria • sviluppa la creatività e aiuta la coordinazione oculo-manuale insegnando a rispettare le forme e le linee mantenendosi negli spazi assegnati con dedizione e pazienza • favorisce la serenità interiore. Tipologie di utenza • Persone con disabilità • Persone con disturbi psichici come l’autismo e la schizofrenia • Bambini, adolescenti e anziani • Malati in reparti oncologici • Anziani con demenza senile.
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Clownterapia o sorrisoterapia
TERAPIE
Clownterapia o sorrisoterapia
“Quando si cura la malattia si può vincere o perdere, quando si cura la persona si vince sempre!”. Così afferma Hunter Doherty Adams (1945), per gli amici Patch (“cerotto”), uno degli inventori della “terapia del sorriso”, o clownterapia (sicuramente il più famoso Patch Adams è stato meravigliosamente interpretato da Robin Williams, nel film Patch Adams, che ha raccontato parte della sua vita). Hunter Doherty Adams era uno studente del Medical College della Virginia, dove frequentava il corso di laurea in Medicina. Usava, con i piccoli pazienti, un approccio divertente e giocoso, basato sul rapporto umano e per questo comportamento aveva rischiato di essere espulso per “troppa allegria”. Nonostante tutto Hunter ha proseguito con la sua “medicina alternativa” tanto che oggi il metodo da lui utilizzato è conosciuto e riconosciuto in tutto il mondo. Per il suo impegno a favore delle persone malate, nel 1997, il dottor Adams ha ricevuto un premio per la Pace e nel 2007 la Laurea Honoris Causa in pedagogia dall’Università di Bologna. In Italia la clownterapia è praticata dagli anni Novanta, inizialmente rivolta solo ai bambini per alleviare i disagi dell’ospedalizzazione, poi, notati i benefici, si è estesa anche su persone più anziane anche in fase terminale della vita (tipologia di pazienti per lungo tempo trascurati degli studi accademici). Adams si è sempre occupato anche di questa fase dell’esistenza, prendendosi cura delle persone prima di tutto con il sorriso, consapevole che, in questo difficile momento, l’empatia, la vicinanza e il contatto possono mitigare la normale paura della morte. Ridere e divertirsi fa veramente bene alla salute. L’allegria produce una serie di effetti positivi sull’intero organismo: • rilassa, riduce lo stress e l’ansia • rafforza il sistema immunitario • agisce sul sistema respiratorio • riduce la percezione del dolore • migliora la circolazione sanguigna e la pressione arteriosa. Attraverso il gioco, tante risate e buon umore, è possibile creare un distacco dal proprio corpo e dalla malattia, aiutando le persone a reagire contro la sofferenza e a superare il trauma del ricovero in ospedale.
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PARTE B
Dalla pratica alla teoria
Come funziona
Oggi la “Terapia del sorriso” è una tecnica di sostegno praticata in strutture ospedaliere, in residenze assistenziali, in orfanatrofi, in centri diurni integrati, per alleviare sofferenza, stati d’ansia e di depressione e migliorare la qualità di salute dell’individuo e della comunità. Una bella risata stimola la produzione di beta-endorfine, sostanze secrete dal cervello che hanno un potere analgesico e potenziano anche il sistema immunitario.
I medici che usano questa “medicina” sono chiamati genericamente Dottor Sorriso, ma i loro nomi sono Supergiù, Ciupa, Doccia, M’arrangio, solo per elencarne alcuni; in comune hanno un naso rosso, un camice tutto colorato e un enorme sorriso per sdrammatizzare e scherzare sulla figura del vero dottore. I Dottor Sorriso lavorano soprattutto nei reparti pediatrici italiani e il loro intervento produce effetti positivi su tutte le persone coinvolte nel processo terapeutico: • distrae e diverte i bambini, aiutandoli ad affrontare con maggiore leggerezza il contesto ospedaliero • allevia la preoccupazione e il senso di impotenza dei genitori di fronte al ricovero dei propri figli • consente al personale medico di operare con maggiore serenità. Strappare un sorriso a persone fragili è l’obiettivo di molte associazione del Terzo settore, che si distinguono per approcci differenti. Alcune di esse sono composte da semplici volontari, altre da persone che ne fanno una vera professione, con una formazione specifica che va da un minimo di 150 ore a master universitari. I loro operatori utilizzano stetoscopi giganti realizzati con i palloncini, bolle di sapone, termometri di gomma, siringhe gigantesche, semplici trucchi di magia tipici del circo e del teatro di strada. Ridere è contagioso e la risata condivisa ha l’enorme potere di legare le persone e aumentare l’allegria.
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Clownterapia o sorrisoterapia
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Approfondimento
La gelotologia ovvero quando la risata diventa scienza Gelotologia
(dal greco “gelos” = riso e “logos” = scienza) è una nuova disciplina che studia la risata, il buon umore e il pensiero positivo rispetto alle loro potenzialità terapeutiche. Nota anche come comicoterapia è un metodo di cura al limite tra Scienza e Arte
La gelotologia si avvale degli studi della PNEI (PsicoNeuroEndocrinoImmunologia), una nuova branca della medicina che ha concretizzato quanto le emozioni possano influire, in modo positivo o negativo, sul nostro sistema immunitario. Studi condotti con le moderne metodiche di brain imaging dimostrano gli effetti positivi provocati dal riso, dal sorriso e dall’umorismo: • sedazione neuromotoria e antidolorifica • diminuzione del dolore fisico e psicologico • modificazione chimica del sangue • benefici immunostimolanti perché la risata, la gioia, la serenità, l’allegria, il piacere, la gratificazione sono stati emotivi legati al benessere che stimolano la produzione di endorfine e di altri oppioidi, chiamati sostanze del piacere e del benessere, in grado di aumentare le difese immunitarie. Che ridere faccia bene lo si è sempre saputo; il tema è presente in tutte le culture e ha suscitato l’interesse di filosofi e scrittori: • ne parla già Aristotele nel secondo libro della “Poetica” definendolo un esercizio fisico “prezioso” per la salute e nei rapporti interpersonali • nel V e IV secolo a.C. ne rilevano gli aspetti positivi Ippocrate e Galeno affermando che il riso libera “solo sostanze benefiche”, in grado di “migliorare o peggiorare il decorso della malattia, e quindi della salute” • lo scrive l’umanista francese Rabelais nel 1500 in “Gargantua e Pantagruel” (il romanzo comico più divertente del Cinquecento): “rider è cosa umana” e gli uomini sono tanto migliori quanto più allegri • nel 1600 lo conferma il filosofo olandese Spinoza nell’“Etica”: l’allegria è uno stato dell’animo che “cresce e sostiene la forza del corpo ad agire” • lo afferma anche il filosofo tedesco Kant nel 1700: la risata ha una funzione terapeutica che genera “armonia” e contiene “una carica di tensione” • lo asserisce il padre della psicanalisi Freud tra l’800 e il ’900, attribuendo un fascino particolare al motto di spirito e alle sue relazioni con l’inconscio.
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Dalla pratica alla teoria
Numerosi studi hanno confermato queste intuizioni psicoanalitiche, filosofiche e letterarie, mostrando che il riso ha una dimensione biologica, innata nella specie, un meccanismo psicologico e salutare di difesa, perché libera dalle tensioni emotive e dai sintomi nevrotici.
La terapia del sorriso si è diffusa negli anni Settanta prima negli Stati Uniti e successivamente negli ospedali europei. Il primo scienziato a indagare sui processi fisiologici e sugli effetti della risata è stato William Fry, medico psichiatra della Stanford University, misurando l’accelerazione del battito cardiaco e della circolazione arteriosa. Purtroppo, viviamo situazioni che non facilitano l’adozione di un atteggiamento sereno, soprattutto in luoghi dove il dolore e la sofferenza sono di casa. Ma che succede se all’improvviso arriva un personaggio dal naso rosso e la faccia da clown che ci fa le boccacce? La risata è assicurata! Esistono diverse metodologie di applicazione della gelotologia, le più conosciute sono: lo Yoga della risata, lo Yoga demenziale e la Comicità è Salute.
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