

Le avventure di Pinocchio
Un burattino per tutte le età
Gruppo Editoriale
Carlo Collodi
A cura di Roberto Melchiorre

Carlo Collodi
Le avven re di Pinocchio
Un bura ino per e le età
A cura di Roberto Melchiorre




Gruppo Editoriale
A Vincenzo Papale, maestro elementare
Carlo Collodi
Le avventure di Pinocchio
Un burattino per tutte le età
A cura di Roberto Melchiorre
Responsabile editoriale: Beatrice Loreti
Responsabile di produzione: Francesco Capitano
Impaginazione: Curvilinee
Illustrazioni: Marcello Carriero
Redazione: Giada Virgili
© 2026 La Spiga Edizioni
Via Brecce, 100 – Loreto tel. 071 750 701
info@gruppoeli.it www.gruppoeli.it
Stampato in Italia presso
Tecnostampa - Pigini Group Printing Division - Loreto - Trevi 26.83.284.0
ISBN 978-88-468-4580-1
Le fotocopie non autorizzate sono illegali. Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione totale o parziale così come la sua trasmissione sotto qualsiasi forma o con qualunque mezzo senza previa autorizzazione scritta da parte dell’editore.
Il testo è riportato integralmente e conserva il linguaggio, la punteggiatura e le scelte ortografiche proprie dell’epoca di pubblicazione.
Il libro contiene:
a. Il testo integrale di Le avventure di Pinocchio (l’edizione utilizzata è: Le avventure di Pinocchio: storia di un burattino di Carlo Collodi, illustrata da Enrico Mazzanti. 2ª edizione. Milano, Rizzoli Editore, Milano, 1949)
b. Presentazioni e commenti ai capitoli a cura di Roberto Melchiorre
c. Approfondimenti di Educazione civica denominati PINOCCHIO CIVICO
d. Approfondimenti relativi all’Agenda 2030 denominati PINOCCHIO 2030
e. Approfondimenti di vario genere sulle tematiche dell’opera collodiana
f. Proposte di attività didattiche
INTRODUZIONE
Perché ancora Pinocchio?
Sapete quante copie sono state vendute al mondo di Le avventure di Pinocchio? Più di 35 milioni e il libro è stato tradotto in 220 lingue. Per non parlare delle tante trasposizioni televisive e cinematografiche, tra cui spicca per celebrità quella fatta da Walt Disney nel 1940. Basterebbero queste cifre per giustificare l’interesse che ancora oggi suscita il burattino nato dalla fantasia di Carlo Collodi. Tuttavia, la motivazione che mi ha spinto a scrivere questo libro – oltre al fatto che mi sembrava giusto celebrare i duecento anni dalla nascita del suo autore (Firenze, 24 novembre 1826) – è un’altra: la convinzione che questa “bambinata”, come la definì lo stesso Collodi, sia tutt’altro che una semplice fiaba per i più piccoli. Si tratta di un’interpretazione semplicistica e superficiale, che non tiene conto dei tanti temi, più o meno espliciti, contenuti nelle avventure: questioni e argomenti adatti a tutte le età (da qui il sottotitolo di questo libro, Un burattino per tutte le età). Innanzitutto Pinocchio racconta il nostro Paese all’indomani del Risorgimento, una nazione povera e problematica, che stava cercando di fare, dopo l’Italia, anche gli italiani. Ci sono quindi la fame (Geppetto e Pinocchio non hanno quasi niente da mangiare), i poveri (ce ne sono davvero tanti), un sistema scolastico che fa i suoi primi passi, gli imbroglioni (il Gatto e la Volpe), le cattive compagnie (Lucignolo), un potere che spesso se la prende con gli innocenti e non con i colpevoli (il Giudice), la saggezza inascoltata (il Grillo-parlante) e poi l’eterno sogno di un mondo senza studio, lavoro e responsabilità (il Paese dei Balocchi). Ma anche il desiderio di paternità, la dolcezza di una madre (la Fata Turchina), la generosità di un finto burbero (Mangiafuoco), la fortuna, potremmo anche dire la Provvidenza, che porta Pinocchio, alla fine delle avventure, a riabbracciare il suo babbo nel ventre di un Pesce-cane e a diventare un ragazzino perbene.
Di conseguenza, il capolavoro di Collodi si presenta oltre che come un esemplare romanzo di formazione, anche come un testo, nel senso più ampio del termine, di educazione civica. Il rispetto delle regole e la responsabilità individuale, infatti, sono temi centrali in Pinocchio. Il burattino affronta le conseguenze delle sue azioni, come la disobbedienza a Geppetto e il rifiuto dei consigli del Grillo-parlante, imparando così l’importanza delle responsabilità. Un altro valore fondamentale presente nel testo collodiano è quello della solidarietà e del senso di comunità: Geppetto, che sacrifica la sua casacca di fustagno per comprare l’abbecedario a Pinocchio, rappresenta un esempio di altruismo e dedizione verso il prossimo. A sua volta il burattino dimostra la sua generosità, e anche la sua capacità di amare, salvando il suo vecchio dal ventre del Pescecane e prendendosi cura della Fata Turchina malata. Inoltre, la metamorfosi di Pinocchio, da burattino indisciplinato a ragazzo responsabile, simboleggia il processo di crescita e l’acquisizione della consapevolezza dei propri doveri verso la famiglia, la scuola e la società. Infine, l’onestà: un valore che emerge come elemento indispensabile di una realtà sociale sana. Le bugie di Pinocchio, che fanno crescere il suo naso, rappresentano una vera e propria minaccia per una comunità che dovrebbe basarsi sulla fiducia e, appunto, sull’onestà. Tutto ciò vi sembra roba per soli bambini?
Anche se di questo libro non possono essere sottovalutati gli aspetti fantastici e magici, caratteristici di una fiaba, non vanno mai trascurati quelli che ne fanno un libro per grandi e piccini, una storia e un burattino per tutte le età.
Buona lettura e buon divertimento!
Roberto Melchiorre
PREFAZIONE
Era un caldo giovedì di luglio del 1881 e davanti alla libreria di via Martelli, a Firenze, un gruppetto di ragazzini aspettava con impazienza la sua apertura. S’era sparsa la voce che i fratelli Felice e Alessandro Paggi, proprietari del negozio e già affermati editori, avevano in serbo per loro una grande novità dal titolo inequivocabile: il Giornale dei bambini.
La scelta del giovedì non era casuale: le pubblicazioni per ragazzi uscivano sempre in quel giorno, quando le scuole rimanevano chiuse e i giovani lettori avevano tempo per dedicarsi alla lettura. Certo, era estate, e quindi le aule erano vuote e le campanelle mute, ma la consuetudine resisteva anche durante le vacanze.
Che cosa si riprometteva questo nuovo settimanale che non fosse già proposto da altre pubblicazioni per ragazzi, che pure abbondavano in tempi in cui, in assenza della tv e del web, la lettura era uno dei pochi strumenti per nutrire l’immaginazione e la fantasia?
Il direttore del Giornale, Ferdinando Martini, dichiarava l’intento «d’offrire ai giovani una lettura piacevole e istruttiva e di costringere gli scrittori più illustri a degnarsi di scendere fino a loro». Tra questi scrittori ce n’era uno che già aveva dato prova di sapersela cavare piuttosto bene in questo genere di cose, avendo pubblicato molte opere per bambini e ragazzi. Il suo nome era Carlo Lorenzini, meglio conosciuto come Carlo Collodi. Collodi – pseudonimo scelto per onorare il paese d’origine della madre, un piccolo borgo toscano – era allora un apprezzato giornalista, fondatore in gioventù di giornaletti di satira politica, ma soprattutto aveva al suo attivo numerose pubblicazioni dedicate ai più giovani: Giannettino (1877), Minuzzolo (1878), il primo volume del Viaggio per l’Italia di Giannettino (1880) e, soprattutto, I racconti delle fate (1880), traduzione delle favole di Perrault. Fu proprio grazie alla versione italiana di Cappuccetto
rosso, Cenerentola, Il gatto con gli stivali e di molte altre storie dello scrittore francese che Collodi ottenne fama e successo.
Sicché, il direttore del Giornale e Guido Biagi, il giovane amministratore della nuova pubblicazione, non potevano non coinvolgerlo in questa avventura editoriale. Così, nel primo numero del Giornale dei bambini, proprio quel giovedì del 1881, apparvero i primi due capitoli della storia del burattino più famoso al mondo: Pinocchio.
Come accade spesso in questi casi, però, il personaggio era già stato partorito dalla fantasia dello scrittore prima della sua nascita ufficiale. Nel dicembre del 1880, infatti, la parte iniziale di Pinocchio, corrispondente ai primi tre capitoli, era stata inviata da Collodi a Biagi, che ne era rimasto subito entusiasta. Assai meno entusiasta era il suo autore, che non nascose la vera motivazione che l’aveva spinto a iniziare la collaborazione.
«Ti mando questa bambinata, fanne quel che ti pare; ma se la stampi, pagamela bene per farmi venire voglia di seguitarla», scrive Collodi all’amministrazione del Giornale. Due righe che testimoniano sia il bisogno di guadagnare sia il fatto che egli non aveva la benché minima idea di come sarebbe andata a finire l’avventura del suo burattino.
L’editore conosceva bene le virtù letterarie di Collodi, ma anche i suoi vizi. Così, già prima di quel fatidico 8 luglio 1881, Biagi gli corrisponde più di cinquanta lire come compenso per i primi tre capitoli. A quel punto non rimaneva a Collodi che superare la sua proverbiale pigrizia: l’ottimo guadagno lo avrebbe aiutato anche in questo.
Fu così che nacque la storia del pezzo di legno da catasta che piangeva e rideva come un bambino. Un capolavoro nato quasi controvoglia, da una “bambinata” scritta per necessità, destinata però a diventare il libro italiano più famoso al mondo.


PARTE PRIMA
NASCITA DI PINOCCHIO



Capitolo I
“C’era una volta…” è un’espressione (in inglese Once upon a time, in francese Il était une fois) conosciuta in tutto il mondo. È l’inizio delle fiabe, quello che ci fa subito pensare a mondi lontani, principesse, magie, castelli incantati. È una formula che ci fa sentire al sicuro. Come se ci dicesse: “Tranquilli, qui tutto finirà bene.” Ma quando Collodi avvia il suo libro con “C’era una volta…”, non lo fa per rassicurarci. Anzi. Lo fa per prenderci un po’ in giro. Con affetto, certo, ma anche con una bella dose di ironia. Perché subito dopo, invece di un re o una fata, ci mette un pezzo di legno. “C’era una volta… un pezzo di legno.” E lì capisci che qualcosa non torna. Che questa non sarà la solita fiaba. Collodi prende l’inizio più classico del mondo e lo usa per spiazzarci. “Pensavate di sapere dove stavate andando? E invece no. Questa storia è diversa.” In effetti Pinocchio è tutto tranne che una fiaba tradizionale. È una storia piena di inciampi, di errori, di scelte sbagliate. Una storia che parla di fame, di scuola, di libertà, di crescita. E lo fa con un tono che a volte è tenero, a volte comico, a volte tagliente. Tuttavia, sempre vero. Collodi era uno scrittore esperto, intelligente, ma anche un bel po’ provocatore. Usare “C’era una volta” era un modo per entrare in punta di piedi, per farci credere che stavamo leggendo qualcosa di già noto. Ma poi, pagina dopo pagina, ci porta altrove. In un mondo dove i bambini non sono sempre obbedienti, dove gli adulti non sono sempre saggi, dove le regole si imparano sbagliando. Come curatore di questa edizione, vi invito quindi a non lasciarvi ingannare da quell’incipit. Non è solo l’inizio di una fiaba: è una trappola gentile. Una porta che si apre su una storia che vi sorprenderà, vi farà ridere, arrabbiare, pensare. E che, se glielo permetterete, vi resterà dentro. Perché a volte, dietro le parole più familiari, si nasconde la verità più inaspettata. E Collodi lo sapeva benissimo…


Come andò che mastro Ciliegia, falegname, trovò un pezzo di legno, che piangeva e rideva come un bambino.
C’era una volta...
– Un re! – diranno subito i miei piccoli lettori.
No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno. Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta1, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze. Non so come andasse, ma il fatto gli è che un bel giorno questo pezzo di legno capitò nella bottega di un vecchio falegname, il quale aveva nome mastr’Antonio2, se non che tutti lo chiamavano maestro Ciliegia, per via della punta del suo naso, che era sempre lustra e paonazza3, come una ciliegia matura.
Appena mastro Ciliegia ebbe visto quel pezzo di legno, si rallegrò tutto e dandosi una fregatina di mani per la contentezza, borbottò a mezza voce:
– Questo legno è capitato a tempo: voglio servirmene per fare una gamba di tavolino.
Detto fatto, prese subito l’ascia arrotata per cominciare a levargli la scorza e a digrossarlo4, ma quando fu lì per lasciare andare la prima asciata, rimase col braccio sospeso in aria, perché sentì una vocina sottile, che disse raccomandandosi:
– Non mi picchiar tanto forte!
Figuratevi come rimase quel buon vecchio di mastro Ciliegia! Girò gli occhi smarriti intorno alla stanza per vedere di dove mai poteva essere uscita quella vocina, e non vide nessuno! Guardò sotto il banco, e nessuno; guardò dentro un armadio che stava
1 catasta: un mucchio di legna impilata.
2 mastr’Antonio: un modo abbreviato per dire “Maestro Antonio”, un po’ come “Prof” per “Professore”. All’epoca si usava chiamare così le persone con un mestiere.
3 lustra e paonazza: vuol dire “lucida, che brilla”. Il naso di mastro Ciliegia era così rosso e lucido che sembrava una ciliegia matura. Paonazza indica proprio un colore rosso-violaceo, come quando ci si scotta o ci si emoziona moltissimo.
4 levargli la scorza e a digrossarlo: la scorza è la parte esterna del legno. Digrossarlo, invece, vuol dire togliere le parti in più per renderlo più liscio. Immagina di sgrossare un pezzo di legno fino a trasformarlo in qualcosa di utile.
sempre chiuso, e nessuno; guardò nel corbello5 dei trucioli e della segatura6, e nessuno; aprì l’uscio di bottega per dare un’occhiata anche sulla strada, e nessuno! O dunque?
– Ho capito; – disse allora ridendo e grattandosi la parrucca, – si vede che quella vocina me la sono figurata io. Rimettiamoci a lavorare. E ripresa l’ascia in mano, tirò giù un solennissimo7 colpo sul pezzo di legno.
– Ohi! Tu m’hai fatto male! – gridò rammaricandosi la solita vocina.
Questa volta mastro Ciliegia restò di stucco, cogli occhi fuori del capo per la paura, colla bocca spalancata e colla lingua giù ciondoloni8 fino al mento, come un mascherone da fontana. Appena riebbe l’uso della parola, cominciò a dire tremando e balbettando dallo spavento:
– Ma di dove sarà uscita questa vocina che ha detto ohi? Eppure qui non c’è anima viva. Che sia per caso questo pezzo di legno che abbia imparato a piangere e a lamentarsi come un bambino? Io non lo posso credere. Questo legno eccolo qui; è un pezzo di legno da caminetto, come tutti gli altri, e a buttarlo sul fuoco, c’è da far bollire una pentola di fagioli... O dunque? Che ci sia nascosto dentro qualcuno? Se c’è nascosto qualcuno, tanto peggio per lui. Ora l’accomodo io! E così dicendo, agguantò con tutt’e due le mani quel povero pezzo di legno e si pose a sbatacchiarlo senza carità contro le pareti della stanza. Poi si messe in ascolto, per sentire se c’era qualche vocina che si lamentasse. Aspettò due minuti, e nulla; cinque minuti, e nulla; dieci minuti, e nulla!
– Ho capito, – disse allora sforzandosi di ridere e arruffandosi la parrucca9, – si vede che quella vocina che ha detto ohi, me la sono
5 corbello: un cestino o una cesta.
6 dei trucioli e della segatura: pezzetti di legno tagliato e la “polvere” che viene fuori lavorando il legno.
7 solennissimo: molto solenne, importante. Qui è un modo ironico per dire che il colpo d’ascia era grosso e deciso.
8 ciondoloni: che penzolava.
9 parrucca: una parrucca, sì! All’epoca era normale che anche gli uomini la usassero.


figurata io! Rimettiamoci a lavorare. E perché gli era entrata addosso una gran paura, si provò a canterellare per farsi un po’ di coraggio. Intanto, posata da una parte l’ascia, prese in mano la pialla, per piallare e tirare a pulimento10 il pezzo di legno; ma nel mentre che lo piallava in su e in giù, sentì la solita vocina che gli disse ridendo: – Smetti! Tu mi fai il pizzicorino11 sul corpo!
Questa volta il povero mastro Ciliegia cadde giù come fulminato. Quando riaprì gli occhi, si trovò seduto per terra. Il suo viso pareva trasfigurato, e perfino la punta del naso, di paonazza come era quasi sempre, gli era diventata turchina dalla gran paura.

10 tirare a pulimento: renderlo bello liscio e rifinito.
11 pizzicorino: pizzicore simpatico, tipo quando ti fanno il solletico.
Capitolo II
Vi è mai capitato di fermarvi a guardare un bruco? Non è proprio l’animale più affascinante, lo so. Eppure, se avete un po’ di pazienza, quel bruco – a un certo punto – si chiude in un bozzolo e sparisce. Poi, quando riappare, non è più lui. Ha le ali, si è trasformato in una farfalla. Ecco, quella si chiama metamorfosi: un cambiamento profondo, che trasforma tutto, dentro e fuori. Ma non succede solo in natura. Le metamorfosi sono ovunque. Nei libri, nei film, nella vita vera. Ci sono persone che cambiano strada, che diventano qualcun altro. Ci sono momenti in cui ci sentiamo diversi da prima, anche se non sappiamo bene spiegare perché. Crescere, in fondo, è una metamorfosi continua. E Pinocchio? È una delle metamorfosi più famose della letteratura. La trasformazione comincia subito. Già nel primo capitolo, qualcosa si muove, e mastro Ciliegia ne sa qualcosa. Ma è nel capitolo che segue che quel pezzo di legno che sembrava inanimato comincia a parlare, a muoversi, a fare di testa sua. Non è più solo un oggetto, ma non è ancora un bambino. È qualcosa di nuovo, di vivo…
Mastro Ciliegia regala il pezzo di legno al suo amico Geppetto, il quale lo prende per fabbricarsi un burattino maraviglioso che sappia ballare, tirar di scherma e fare i salti mortali.
In quel punto fu bussato alla porta.
– Passate pure, – disse il falegname, senza aver la forza di rizzarsi in piedi. Allora entrò in bottega un vecchietto tutto arzillo, il quale aveva nome Geppetto; ma i ragazzi del vicinato, quando lo volevano far montare su tutte le furie, lo chiamavano col soprannome di Polendina, a motivo della sua parrucca gialla che somigliava moltissimo alla polendina di granturco.
Geppetto era bizzosissimo. Guai a chiamarlo Polendina! Diventava subito una bestia e non c’era più verso di tenerlo.


– Buon giorno, mastr’Antonio, – disse Geppetto. – Che cosa fate costì per terra?
– Insegno l’abbaco alle formicole12.
– Buon pro vi faccia!
– Chi vi ha portato da me, compar Geppetto?
– Le gambe. Sappiate, mastr’Antonio, che son venuto da voi, per chiedervi un favore.
– Eccomi qui, pronto a servirvi, – replicò il falegname, rizzandosi su i ginocchi.
– Stamani m’è piovuta nel cervello un’idea.
– Sentiamola.
– Ho pensato di fabbricarmi da me un bel burattino di legno; ma un burattino maraviglioso, che sappia ballare, tirare di scherma e fare i salti mortali. Con questo burattino voglio girare il mondo, per buscarmi un tozzo di pane e un bicchier di vino; che ve ne pare?
– Bravo Polendina! – gridò la solita vocina, che non si capiva di dove uscisse.
A sentirsi chiamar Polendina, compar Geppetto diventò rosso come un peperone dalla bizza13, e voltandosi verso il falegname, gli disse imbestialito:
– Perché mi offendete?
– Chi vi offende?
– Mi avete detto Polendina!
– Non sono stato io.
– Sta’ un po’ a vedere che sarò stato io! Io dico che siete stato voi.
– No!
– Sì!
– No!
12 l’abbaco alle formicole: letteralmente “sto insegnando la matematica (con l’abaco, uno degli strumenti di calcolo più antichi della storia) a delle formiche”. Ma ovviamente è un’assurdità. È una non-risposta, un modo per dire: “Ma secondo te cosa sto facendo? Non lo vedi?”
13 bizza: si tratta di una reazione di collera improvvisa, quasi infantile.