L ’autrice... CLAUDIA GATTELLA: MAMMA DI ILARIA. SI OCCUPA DI educazione E formazione DA OLTRE VENT’ANNI, COORDINANDO UNA SCUOLA DELL’INFANZIA E FORMANDO DOCENTI. SCRIVE PER VARIE CASE EDITRICI E RIVISTE DI DIDATTICA PER LA SCUOLA DELL’INFANZIA. AMA PORTARE AVANTI L’IDEA CHE IL MONDO SI SCOPRA ESPLORANDO LA REALTÀ CON OGNI SENSO E IN OGNI SENSO: SOSTIENE CHE I BAMBINI SIANO MAESTRI IN QUESTO. HA PUBBLICATO: “PICCOLA PESTE” GUIDA DIDATTICA PER LA SCUOLA DELL’INFANZIA CON MIRÒ EDITORI, “INPUT INFANZIA” CON ELI EDIZIONI, “DISTRABELLA E IL DRAGHETTO ROSSELLO” CON CARAVAGGIO . PARTECIPA INOLTRE ATTIVAMENTE ALLA STESURA DI PROGETTI PER LA RIVISTA “PROGETTO TRE-SEI GULLIVER” DI EDIZIONI DIDATTICHE GULLIVER. HA OTTENUTO IL COPYRIGHT DEL FORMAT ABITARE LA SCUOLA © CHE PROMUOVE UN cambiamento della scuola VOLTO A eliminare trincee e competizioni nei diversi ruoli educativi (GENITORI –DOCENTI, BAMBINI-DOCENTI, ETC…) DI CUI TROPPO SPESSO LEGGIAMO.
PROGETTO EDUCATIVO:
Il volume 1...
#lamiascuola 1
LA GUIDA DIDATTICA #lamiascuola VUOLE ESSERE UNO STRUMENTO CARTACEO, UN LIBRO CHE “SOGNA DI FINIRE IN BUONE MANI”, UN riferimentoteorico e pratico vicino alla vita quotidiana delle docenti e dei docenti della scuola dell ’infanzia. LA SUA FRUIBILITÀ VUOLE ESSERE DI SUPPORTO PER L’ANNO SCOLASTICO, PER I MESI E LA QUOTIDIANITÀ. QUANDO I DOCENTI PENSANO LA PROPRIA SCUOLA LA SENTONO CON UN SENSO DI APPARTENENZA CHE SPESSO È ACCOMPAGNATA DALL’ESPRESSIONE “LA MIA SCUOLA”… QUESTA LA MOTIVAZIONE DEL TITOLO DI QUESTA GUIDA PREMESSO DALL’HASHTAG PERCHÉ PONE IN ANTEPRIMA LA SUA APERTURA AL CAMBIAMENTO ANCHE NELLE COSE CHE DA SEMPRE SI FANNO: L’INNOVAZIONE CHE DA QUALCHE ANNO ATTRAVERSA AULE E CORRIDOI, MENTI E AZIONI . IN QUESTO PRIMO VOLUME SI FORNISCONO AI DOCENTI LE PIÙ efficaci E attuali metodologie didattiche, QUELLE DI UN TEMPO E QUELLE INNOVATIVE, NELLA CONSAPEVOLEZZA CHE una buona scuola parte sempre dalle competenze che l ’insegnante possiede ED È IN GRADO DI METTERE IN GIOCO: METODO MONTESSORI, METODO REGGIO CHILDREN APPROACH, METODO STEINER - PEDAGOGIA WALDORF, PEDAGOGIA DINAMICA, METODO DELLA RICERCA-AZIONE, METODO DELL’EDUCAZIONE TEMPESTIVA, OUTDOOR EDUCATION E ALTRE PRASSI DIDATTICHE SONO QUI PRESENTATE IN MODO COMPLETO E PROFESSIONALE. Vai al sito!
Io sono
PROGETTO ESPERIENZIALE:
Io so fare
PROGETTO FORMATIVO:
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GUIDA DIDATTICA PER GLI INSEGNANTI DELLA SCUOLA DELL’INFANZIA
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PROGETTO EDUCATIVO:
Io sono
PROGETTO ESPERIENZIALE:
Io so fare
PROGETTO FORMATIVO:
Io so pensare
PROGRAMMAZIONE ANNUALE
#lamiascuola a cura di Claudia Gattella
GUIDA DIDATTICA PER GLI INSEGNANTI DELLA SCUOLA DELL’INFANZIA
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Per la realizzazione della guida didattica hanno collaborato:
Miro Loco shpk: Progetto grafico
Ruggero Gallo: Impaginazione
ELI Edizioni:
Fotografia:
Ricerca Iconografica Redazione
123RF & Archivio Miro Loco shpk
© 2019 - TUTTI I DIRITTI SONO RISERVATI È assolutamente vietato riprodurre l’opera anche parzialmente o utilizzarne l’impostazione e concetti che possono in qualche modo ricordare questa sotto l’aspetto didattico o illustrativo. Stampa: Tecnostampa - Pigini Group Printing Division Loreto - Trevi 19.83.370.0
Frontespizio Vol1.indd 1
12/04/19 10:58
PREMESSA La guida didattica #lamiascuola per l’anno scolastico 2019-2020 vuole essere uno strumento cartaceo, un libro che “sogna di finire di buone mani”, un riferimento teorico e pratico vicino alla vita quotidiana delle docenti e dei docenti della scuola dell’infanzia. La sua fruibilità vuole essere da supporto per l’anno scolastico, per i mesi e per la quotidianità. Quando i docenti pensano la scuola, la sentono con un senso di appartenenza che spesso è accompagnata dall’espressione “la mia scuola”. Questa la motivazione del titolo #lamiascuola, premesso dall’hashtag perché pone in anteprima la sua apertura al cambiamento anche nelle cose che da sempre si fanno: l’innovazione che da qualche anno attraversa aule e corridoi, menti e azioni. Vogliamo considerarla una visone completa del fare delle nostre scuole dell’infanzia un luogo eccezionale nella normalità. La visione che ogni insegnante può costruire in piena libertà utilizzando la pedagogia, la didattica e gli strumenti che più si confanno al proprio fare, intersecandole tra loro con la flessibilità che i bambini e i contesti ci richiedono. Essa non è impositiva e non propone percorsi troppo predeterminati, ma vuole essere uno spunto di riflessione sul pensare, ideare e fare scuola. Viviamo un momento storico che tende a rendere complessa la crescita dei bambini e di conseguenza il fare scuola; il fulcro portante è semplificare il cammino e anche quello di non creare “mode” come spesso è accaduto anche in ambito scolastico. Per noi il fare scuola, la crescita armonica dei bambini è una questione di equilibrio educativo che oltrepassa i confini della burocratizzazione e del rendere la scuola un elemento staccato dalla vita di chi la fa e chi la frequenta. Abbiamo l’idea che è il tempo di passare dall’assunto teorico fare, saper fare, essere ad un capovolgimento, al bisogno di costruire il cammino pensando al bambino e a noi stessi da un nuovo punto di vista
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ESSERE – FARE - PENSARE IO SONO - IO SO FARE - IO SO PENSARE Questa guida non vuole essere un manoscritto teorico, neanche un catalogo di lavoretti o manufatti, ma avere l’entusiasmo di concertare teorie e prassi con fare professionale e cuore di educatore. Le docenti non hanno molto tempo e quello che hanno tendono ad investirlo come un tesoro nel fare con i bambini, per permettere ad ognuno e a ciascuno di arrivare a traguardi di sviluppo, a competenze che siano naturali evoluzioni di conquiste educative, pedagogiche e didattiche. Le competenze ci saranno, com’è naturale che ci siano, ma non sono e non potranno essere il criterio regolativo fondamentale del fare scuola, esse sono l’arrivo di un unico vero traguardo: la crescita e lo sviluppo del bambino come persona completa che scopre e conosce il mondo in maniera unica e irripetibile. Cosa trovate nella guida? Un percorso annuale ben organizzato teorico e pratico. Per progettare e programmare occorre non sottovalutare nessun aspetto: il progetto educativo, il progetto esperienziale-didattico, il progetto formativo per poter arrivare ad una programmazione coerente e completa. La guida si suddivide in tre volumi.
Volume 1 DAL PROGETTO EDUCATIVO ALLA PROGRAMMAZIONE PER COMPETENZE Progetto Educativo: IO SONO La vision Che bambino vogliamo? Pensare i nostri bambini non per quel che sanno fare, ma per come sono. Conoscerli. La filosofia dell’educazione, gli sfondi pedagogiIl progetto educativo
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ci che adottiamo per dare un senso al nostro fare. I pedagogisti che hanno dato valore alla visione del bambino come persona e i loro metodi educativi: Happy Children, Malaguzzi, Metodo della Ricerca, Mignanelli, Montessori, Outdoor Education, Steiner. Progetto Esperienziale-didattico: IO SO FARE Strategy Il cammino didattico, le esperienze, le attività del fare quotidiano. Gli obiettivi del curricolo nei campi d’esperienza, le tecniche didattiche. Progetto Formativo: IO SO PENSARE La mission Il dove bisogna arrivare, il traguardo formativo. La nostra missione/costruzione, il mettere insieme le competenze rispetto agli assi culturali, le competenze in chiave europea dentro il fare quotidiano attraverso la programmazione. Programmazione Annuale Action plan Come mettere insieme la progettazione e costruirne una programmazione efficace ed efficiente, che tenga conto delle scelte didattiche e dei valori educativi. Il passaggio dalla teoria alla pratica. Dossier L’accoglienza un anno intero • Open day • Accoglienza a settembre • Genitori a scuola
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Volume 2 LE STAGIONI: ESPLORARE, CONOSCERE, CAPIRE, SAPER FARE • Autunno • Inverno • Primavera • Estate
Volume 3 FESTE, CITTADINANZA, CORPO, COLORI, ARTE FESTE • La festa dei nonni • Halloween • Carnevale • Ognissanti • Natale • L’anno nuovo • L’Epifania • Festa del papà • Festa della mamma • La Pasqua EDUCAZIONE ALLA CITTADINANZA • Integrazione e inclusione • Educazione stradale • Educazione ambientale • Educazione alimentare IL CORPO CRESCE E SA FARE • Percezione globale del corpo • I 5 sensi Il progetto educativo
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I COLORI E LE SCALE DI COLORI • Percezione globale del colore • Il colore rosso • Il colore giallo • Il colore blu • I colori primari • I colori secondari
pensare liberamente impegnarsi
compiere scelte
autononia
essere curiosi
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aprirsi alla scoperta dei valori
orientarsi
interagire con gli altri
PERCORSI CURRICOLARI Per agevolare il cammino formativo dei bambini, ci proponiamo di articolare la nostra progettazione finalizzando le varie proposte ai seguenti aspetti fondamentali del processo educativo:
L’autonomia: acquisire capacità di interpretare e governare il proprio corpo; partecipare alle attività nei diversi contesti; avere fiducia in sé e fidarsi degli altri; provare piacere nel fare da sé e saper chiedere aiuto; esprimere con diversi linguaggi i sentimenti e le emozioni; esplorare la realtà e comprendere le regole della vita quotidiana; partecipare alle nego-
ziazioni e alle decisioni motivando le proprie opinioni, le proprie scelte e i propri comportamenti; assumere comportamenti sempre più responsabili; L’identità: imparare a star bene e a sentirsi sicuri nell’affrontare nuove esperienze in un ambiente sociale allargato. Inoltre, imparare a conoscersi e a sentirsi riconosciuti come persona unica e irripetibile, sperimentando diversi ruoli e diverse forme di identità; La competenza (riguardo l’asse culturale e in chiave europea): imparare a riflettere sull’esperienza attraverso l’esplorazione, l’osservazione e l’esercizio al confronto; descrivere la propria esperienza e tradurla in tracce personali e condivise, rievocando, narrando e rappresentando fatti significativi; La cittadinanza: scoprire gli altri, i loro bisogni e la necessità di gestire i contrasti attraverso regole condivise, che si definiscono attraverso le relazioni, il dialogo, l’espressione del proprio pensiero, l’attenzione al punto di vista dell’altro, il primo riconoscimento dei diritti e dei doveri e di un rispettoso rapporto uomo-natura. Comincia un nuovo anno (pagina singola con foto e mappa) Comincia un nuovo anno: i docenti cosa fanno quando comincia un nuovo anno scolastico? Si interrogano. Per tutti, qualunque sia la visione, il punto di partenza è conoscere e chiedersi a quale “modello” di bambino ci riferiamo.
conoscere se stessi in relazione agli altri
conoscere se stessi fiducia in se stessi
identità vivere con interesse le nuove scoperte
motivazione alla curiosità vivere positivamente affetti
intellettive chiave europea
emotive
competenze cognitive
comunicative
creative
rispetto degli altri superare conflitti
inclusione
cittadinanza digitale
cittadinanza
integrazione
cooperare
diritti doveri
Il progetto educativo
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CHE BAMBINO VOGLIAMO?
che bambino vogliamo?
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progetto educativo
io sono
VISION
progetto esperenziale
io so fare
STRATEGY
progetto formativo
io so pensare
MISSION
programmazione annuale
noi siamo, facciamo, pensiamo.
STRATEGY PLAN
IL PROGETTO EDUCATIVO Quando si comincia il percorso con i bambini ognuno di noi ha un’idea di bambino e di scuola che vuole portare avanti e in cui vuole costruire un curricolo: la scuola cattolica, quella libertaria, quella statale, quella steineriana, ecc.: una visione. Per poter agire l’insegnante deve avere chiaro l’aspetto educativo, la trasformazione, la crescita personale a cui vuole tendere per fare in modo che la scuola non risulti un luogo asettico e impersonale, ma che si riferisca al bambino come persona. Perché ciò accada è necessario: • conoscere il bambino • conoscere la famiglia • conoscere il contesto in si opera •conoscere la psicologia e la pedagogia a cui ci si ispira Perché il progetto possa essere avviato e messo in pratica è indispensabile che chi opera conosca tutti gli aspetti che verranno coinvolti nel percorso. CONOSCERE PER AGIRE
CONOSCERE COME
CONOSCERE CHI /CHE COSA? Il bambino
Le famiglie
La scuola e la sua organizzazione Il territorio
CONOSCERE PER... Favorire lo sviluppo integrale della persona del bambino
L’osservazione Approcci pedagogici coerenti Tecniche didattiche innovative La valorizzazione del gioco L’esplorazione e la ricerca La vita di relazione La mediazione didattica L’integrazione La continuità didattica e educativa La predisposizione di percorsi adeguati al percorso formativo La verifica La documentazione
Il progetto educativo
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CONOSCERE IL BAMBINO ATTRAVERSO LA RELAZIONE E L’OSSERVAZIONE “Che bambino vogliamo?” Pensare i nostri bambini non per quel che sanno fare, ma per come sono Attraverso la relazione e l’osservazione Ogni volta che si incontra un bambino si incontra un mondo nuovo. Da tre a sei anni i bambini crescono e si trasformano in ambiti che riguardano lo sviluppo percettivo, motorio, logico, relazionale delle dinamiche affettive ed emotive, della costruzione dei rapporti, dell’acquisizione delle norme sociali. Le Indicazioni e la L 107/15, pur dandoci punti di riferimento del processo evolutivo, relativo ai due momenti fondamentali della scuola dell’Infanzia (ingresso e uscita) e inserendo la scuola nel quadro del primo ciclo dell’Istruzione, sottolineano la non sequenzialità degli stili cognitivi, l’unicità di ogni bambino. Ma poter leggere il bambino in tutta la sua valenza sarà possibile solo se la scuola sarà capace di accogliere ciascun bambino, aiutandolo a trovare, nell’incontro con nuove persone e con un nuovo ambiente, un riferimento che lo rassicurerà, ponendosi in continuità con la famiglia e offrendo l’apertura a nuove esperienze. Tale apertura non tarderà a tradursi in curiosità conoscitiva, che verrà soddisfatta in modo sistematico nella scuola primaria. Educare e formare significa introdurre il bambino a conoscere la realtà e a scoprire che ogni parte di essa può essere analizzata e scoperta con vari metodi, linguaggi e soprattutto insieme agli altri. Queste possibilità si esplicitano attraverso la qualità di relazione con l’insegnante che diventerà l’esperienza di un rapporto personale, che introdurrà il bambino in una esperienza di vita che lo guiderà a guardare e conoscere la realtà positivamente e in continuo divenire. Il criterio che deve sostenere la proposta educativa è riconoscere e leggere il
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bambino nella sua globalità, cioè chi è il bambino? nella sua unità affettiva e cognitiva. Il metodo che utilizzeremo è caratterizzato non solo dal “fare”, ma dal storia stili cognitivi intelligenze creare le condizioni perché il bambino possa compiere un passo in più nella consapevolezza di quanto gli di cosa ha bisogno accade, così che il suo agire diventi il bambino? sempre più ricco di significato. Ciò che è fondamentale è saper apdal punto di vista dal punto di vista altro plicare la teoria dell’accoglienza a personale cognitivo / didattico partire dalla lettura dei suoi bisogni educativi e formativi. Chi è il bambino che abbiamo davanti? Questo bambino, ora di cosa ha bisogno? Ed essere in grado di accettare le sue risposte, per vedere se il nostro “fare” è davvero efficace ed efficiente.
Ogni bambino ha i suoi tempi per imparare e soprattutto ha i suoi tempi nel voler imparare. È indispensabile saper cogliere il momento in cui la sua volontà e la sua attenzione sono propositivi. Per riuscire in questo intento dovremo osservarlo con intenzione di conoscerlo in ogni sua espressione. Il metodo d’osservazione, non può essere superficiale, ma connotato di strategie adeguate. Ci servirà a capire quello che interessa il bambino cosa fa, cosa lo interessa e anche se è pronto e abbastanza curioso per apprendere il nuovo che proporremo. Osservandolo “scientificamente”, con degli item ben precisi, leggeremo i suoi tempi relativi a diversi compiti significativi da proporre e capiremo quale ambiente andrà predisposto per accompagnarlo correttamente nel suo sviluppo. Inoltre, osservando i suoi comportamenti possiamo stabilire quando sia necessario intervenire per modificare un suo modo di approcciarsi alla realtà oppure no. Questa sensibilità pedagogica serve per agevolare i suoi stili d’apprendimento. Se predisposta in un ambiente dove ci possiamo porre in modo autentico e senIl progetto educativo
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za interferenze, un ambiente che possiamo definire uno “spazio libero”, l’osservazione diventerà davvero corrispondente e rispondente al bambino a cui daremo la nostra attenzione. Non è e non deve essere un allestimento spaziale fisico, ma uno spazio mentale che possiamo crearci in qualsiasi momento, è uno spazio nel quale insegnante e bambino possono fare esperienze insieme, relazionarsi in modo anche duale, per migliorare la propria comunicazione e accrescere l’affetto reciproco.
Osservazione del bambino “spazio libero” Che ambiente e attività predilige per stare tranquillo
Angolo giochi
Attività grafiche
Angolo morbido
Refettorio
Bagno
Vuole essere rassicurato
Si pone come leader o leadership
Verbale
Visivo
Conversazioni
Angolo libri
L’empatico
Nelle relazioni
Verbale
Logico
Logico Musicale
Grafico
Quale linguaggio predilige
Questa tecnica di osservazione funziona a tutte le età, questo modo di osservare ci permette una buona di mettere al centro le caratteristiche personali e i bisogni dei bambini.
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IL BAMBINO SI PRESENTA Parlare di sé non è facile per un bambino della scuola dell’infanzia ma possiamo, anche con l’aiuto di qualche gioco durante l’assemblea del mattino, insegnare a riflettere su se stessi, magari potremo essere proprio noi docenti a cominciare. Per conoscere un bambino è indispensabile creare occasioni di incontro preliminari l’ingresso a scuola, ma anche creare momenti di conversazione nelle giornate scolastiche, osservarlo in maniera sistemica non solo dal punto di vista cognitivo, ma anche emotivo-relazionale, momenti che si possono rendere visibili e condivisi , anche con l’aiuto di griglie e nostre narrazioni pedagogiche, ma soprattutto è indispensabile entrare in linea con il pensiero oggettivo dei bambini e quindi creare uno spazio nella sezione dove egli può raccontare di sé. Il bambino sapendo di avere uno spazio personale in cui può attaccare una figurina che gli piace, un disegno di sé stesso o che racconta di sé, una foto o qualsiasi oggetto, si sente accolto, accettato e tranquillo. Questo spazio deve essere permanente e restare nella sezione per tutto l’anno scolastico.
Gioco di lana: rompighiacci
mi piacciono le costruzioni i miei disegni
ho paura del gatto
Federico
tra pochi giorni nascerà mio fratello
orientarsi mi oriento
pensare penso liberamente
Questo è un buon modo per far parlare di sé anche i bambini più timidi. Prendiamo un gomitolo di qualunque tipo. Tagliamo tanti fili quanti sono i bambini, usando lunghezze differenti (tra i 50 cm e il metro). Un bambino pesca un filo e comincia ad arrotolarselo attorno alle dita di una mano. Mentre lo fa deve presentarsi e continuare a parlare fino a che non ha arrotolato tutto il filo.
Il progetto educativo
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Le eventuali griglie conoscitive che somministreremo in questa fase non dovranno riguardare l’aspetto cognitivo ma quello emotivo, relazionale, affettivo e potranno essere collocate nella mappa di ogni bambino, potrà essere continuamente arricchita e connotata da nostre osservazioni. N°
DOMANDA Fà un disegno di te stesso Che gioco preferisci? Ti piace stare con i tuoi amici? Ti piace stare con le tue maestre? C’è qualcosa che ti fa paura? Cosa ti fa ridere di più? Ti piace disegnare? Cosa ti piace di più fare a casa? Cosa ti piace fare di più a scuola? Qual’è il tuo piatto preferito?
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PER NIENTE
POCO
ABBASTANZA
MOLTO
Conoscere il bambino attraverso il gioco Il gioco è in questa fase evolutiva, il setting, l’approccio più adatto in tutte le sue forme al mondo e alla sua conoscenza e per noi diventa uno strumento prezioso per conoscere tutte le bambine e i bambini che ci verranno affidati. Guardare i bambini che giocano permette di conoscere la loro parte più intima e la loro personalità. Non sempre bisogna, però, attraverso il gioco rilevare eventuali problematiche e difficoltà. Infatti, i bambini che non sanno giocare da soli, oppure bambini che giocano lontano e in solitudine, ma anche i bambini che non giocano, bambini che si agitano durante il gioco manifestando apparente aggressività, non sono sempre da problematizzare, il più delle volte essi attraverso il gioco provano loro stessi, le loro capacità di difendersi o di affrontare situazioni di tensione, ma sono momenti a sé stanti, l’errore educativo più grande è giudicare questi momenti o peggio ancora valutarli, poiché spesso i bambini terminato il gioco in cui si immedesimano totalmente tornano ad essere tranquilli e spensierati. Prima di fare una valutazione o una generalizzazione è necessario capire se il bambino utilizza quei metodi anche al di fuori del momento ludico. Il gioco ha un ruolo fondamentale in tutte le aree della crescita del bambino quella psicologica, fisica e sociale, in quanto sprona i suoi aspetti cognitivi ed emotivi dalla fantasia, alla creatività, alla socializzazione, allo sviluppo motorio, fino alla consapevolezza e alla conoscenza di sé. È un ottimo filtro anche per conoscere le proprie emozioni, per contenerle, rielaborarle ed esternare momenti di grande serenità e felicità. Attraverso le attività ludiche si possono ottenere il calo di tensioni e il controllo degli eventi traumatici e dolorosi. Possiamo dire che il gioco crea linee di margine tra il vissuto esterno e quello del mondo interno. Durante la crescita e lo sviluppo sono tante le fasi, facendo riferimento ad una sintesi delle tappe evolutive di Piaget e di altri pedagogisti possiamo dire che: 0-1 anno. In questa tappa evolutiva i bambini giocano con il proprio corpo, con il seno e il corpo materno e con i primi oggetti che lo circondano, agitano le gambine e le manine, si guardano intorno, cercano di afferrare oggetti colorati, Il progetto educativo
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battono le mani ed emettono suoni con la primissima lallazione. In questo modo i bambini imparano a conoscere sia il proprio corpo che il mondo esterno. Sono i giochi che si collocano nello stadio dell’intelligenza senso-motoria, in quando coinvolgono le strutture percettive e motorie dei bambini. 2 anni. Con l’inizio del processo di individuazione e separazione, i bambini tentano di costruirsi un proprio mondo, senza tuttavia perdere il controllo del mondo esterno. È l’epoca evolutiva in cui i bambini lanciano lontano i giocattoli, per vederseli poi restituire dall’adulto, e cominciano a giocare da soli. Con i due anni iniziano i giochi simbolici, propri dello stadio dell’intelligenza simbolico-prelogica, per cui un oggetto diventa anche una rappresentazione di qualcos’altro. 3 anni. Il terzo anno è la tappa obbligatoria del complesso edipico, e i giochi che i bambini mettono in atto sono rivolti all’espressione della dinamica edipica. Sono giochi competitivi e di socializzazione, con le prime imitazioni del comportamento degli adulti. 4-5 anni. Con il complesso edipico ancora in atto, i bambini cominciano a dedicare le proprie attività ludiche ai giochi di finzione e role-play: con le bambole, il gioco del dottore o del nascondino. Giocare con le bambole o con l’orsacchiotto ha la funzione di riprodurre la relazione con se stessi e con le proprie figure significative. I bambini che ricorrono ai bambolotti scaricano le proprie sofferenze, elaborano i conflitti con i genitori e con i fratelli, manifestano il bisogno di affetto. Il gioco del dottore favorisce la scoperta e l’elaborazione psichica delle differenze sessuali. Il gioco del nascondino promuove una profonda elaborazione del processo di individuazione e separazione.
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Conoscere il bambino: diversità, integrazione, inclusione Ogni bambino è diverso da un altro, così come ogni persona è diversa da un’altra. La scuola si pone l’obiettivo di sottolineare l’unicità di ogni bambino e la sua naturale capacità di saper accogliere e includere “l’insolito”, senza nessun particolare insegnamento alla comprensione della diversità. Ci piace parlare di “In-Te-gr-Azione”, che non è un errore di sillabazione, ma un modo semplice e immediato per evidenziare l’azione dell’integrare l’altro. I bambini hanno questa capacità innata di integrarsi e integrare senza pregiudizi e filtri; non avrebbero nemmeno bisogno di azioni educative in tal senso, perché sono innate, e se gli stessi adulti non si sforzassero – a volte in modo del tutto inconsapevole – di sopprimere questo talento, piantando paletti ed etichette per incasellare cose e persone. Solo dopo aver esercitato questa capacità di integrare si potrà cominciare a parlare di inclusione ed estendere il concetto agli altri, alle famiglie, alla scuola, al territorio. Il concetto di inclusione non è riferito ai singoli, alla persona, ma al contesto in cui si vive e che opera all’accogliere ed integrare. Sono le azioni che compiamo per far entrare nuovi soggetti: bambini, famiglie, nel nostro mondo, in questo caso la scuola. La capacità di inclusione porta con sé delle sinergie, collaborazioni, legami, ma soprattutto raccordi, tra chi educa ivi compreso il territorio. Una prospettiva in cui il “sistema” scuola diventa “elastico” e sia davvero flessibile a creare un ambiente di apprendimento che semplifichi quei processi e li renda parte di una didattica e una pedagogia che si posIl progetto educativo
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sa davvero denominare “dell’accoglienza” ovvero della “normalità” (non della “straordinarietà”) del funzionamento scolastico. Ne consegue che i bambini con BES, ma anche gli altri, possono avere e hanno diritto ad una personalizzazione dei percorsi educativi e di apprendimento: «Ogni alunno può manifestare Bisogni Educativi Speciali per motivi psicologici e/o sociali rispetto ai quali è necessario che le scuole offrano adeguate e personalizzate risposte». (Direttiva ministeriale) La scuola inclusiva non è un luogo irreale, ma accetta le difficoltà e i disagi (e non solo quelli certificati) che dipendono dallo svantaggio socio-culturale, ma anche delle talentuosità e dai bambini iperdotati. La scuola inclusiva è quella che accoglie, integra e si prende cura educativa di tutti i bambini con le loro differenze ed unicità.
Conoscere le famiglie: compartecipazione alla crescita Le famiglie sono sì la prima agenzia educativa, ma soprattutto il contesto più influente per lo sviluppo affettivo e cognitivo dei bambini. Ogni famiglia con le sue dinamiche dovute alle diversità di etnie, di religione, di cultura. Le famiglie sono una risorsa che va inclusa nel mondo della scuola dei propri bambini per tessere una rete di responsabilità condivise e scambi comunicativi utili a tutti. Come ben descritto nel nostro dossier allegato alla guida, l’arrivo dei bambini alla Scuola dell’Infanzia è anche un mo-
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mento per rianalizzare le responsabilità sia della scuola che della famiglia. Mamme e papà (ma anche i nonni, gli zii, i fratelli e le sorelle) se considerati come parte inclusa nel sistema sono stimolati a partecipare alla vita della scuola, collaborando con e per la vita della scuola stessa, per trasferire anche a casa le strategie educative e diventare una grande forza propulsiva dell’azione didattica, perché condivisa ed accettata. Con questa idea generatrice di vera partecipazione la scuola diventa anche per le famiglie che provengono da altre nazioni e come uno spazio comune per costruire relazioni di fiducia e nuovi legami. Tutte le famiglie, con le loro specificità, troveranno nella scuola una risorsa per fare di questa sinergia il fine per offrire a ciascun bambino attenzioni ai propri bisogni educativi, trasformandosi in ambiente inclusivo e connotato dalla sensibilità pedagogica che è caratteristica epistemologica di ogni scuola. Per questo si opera, o si dovrebbe operare in stretto contatto con le famiglie. Che significato ha questa partecipazione? Crediamo che il compito educativo di tutti i bambini è condiviso con le famiglie non solo nell’aspetto cognitivo, ma di dinamiche, abitudini, specificità. La scuola conosce la famiglia in modo professionale, attraverso gli strumenti che sono a sua disposizione, ma allo stesso tempo coinvolge nel percorso di crescita con momenti di riflessione teorica come corsi di formazione alla genitorialità, ma anche attraverso l’utilizzo delle risorse che essi rappresentano. Il progetto educativo
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Come? Chiedendo alle mamme, ai papà o agli adulti educanti del nucleo familiare la compartecipazione con ciò che ognuno può mettere in comune. Abilità tecnologiche, teatrali, culinarie, di medicina, di tradizioni manifatturiere sono risorse preziose. Così il papà cuoco può rendersi disponibile quando c’è da organizzare un laboratorio di cucina, oppure la mamma o la nonna che sa cucire, potrà essere presente nella realizzazione dei costumi per uno spettacolo, ecc. Il genitore non deve essere lontano dalla scuola, ma dentro la scuola. La porta della scuola per un genitore deve/dovrebbe essere sempre aperta. Per permettere alle famiglie di sentirsi a proprio agio nella scuola essa deve sentirsi parte del fare. La parte istituzionale del percorso che si formalizza negli organi collegiali dovrebbe diventare solo la cornice di una partecipazione più ampia, più vera, più educativa. La scuola è un sistema e il sapere è comunitario. Queste riflessioni per non restare teoriche andrebbero attuate e non solo con le famiglie, ma con tutto l’ambiente che il bambino vive.
La struttura comunitaria del sapere C’è nell’educazione una dimensione comunitaria incancellabile. La vita di comunità di tutte le società è origine di conoscenza e di cultura, poiché in essa i saperi, che sono incontro e scoperta di legami forti, connessi tra vari aspetti delle conoscenze, indispensabili per restituire interezza ad aspetti che a volte non sono ancora ben strutturati nel bambino.
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L’AIUTO DEL VILLAGGIO Fino a qualche tempo fa l’educazione riguardava tutta la comunità, dal conducente dell’autobus, all’insegnante, dal negoziante, agli altri genitori, tutta la collettività partecipava alla crescita del bambino. Tutti lavoravano per l’interesse comune: la buona educazione dei ragazzi. C’era un intero villaggio a sostenere la crescita dei piccoli. Oggi se qualcuno, che non è il genitore del bambino, osa intromettersi, pur in maniera benevola in un aspetto educativo (es: il salumiere dice: “non si tocca il vetro con le mani”), la mamma e il papà si sentono “toccati” nelle loro capacità educative. Vogliono che il loro bambino sia perfetto e quindi spesso non accettano che insegnanti o altri si pongano in maniera “educativa”. Hanno bisogno di proiettare un’immagine di perfezione. Possiamo dire che l’insicurezza di questi genitori è aumentata per vari motivi: il bambino della società odierna è rappresentato dai mass-media sempre in modo felice ed educato, non c’è quasi mai il sostegno della famiglia (nonni, zii, ecc.) che viene “reclutata” esclusivamente con fini assistenzialistici a sostituzione di tate e babysitter. Quando un piccolo ha un atteggiamento da bambino (capriccio, azione poco educata, ecc.), gli altri genitori si pongono in modo giudicante nei confronti della mamma, spesso non la sostengono, nascono in questa maniera competizioni educative anziché una prospettiva di educazione della società. È necessario già dalla scuola creare dei momenti di insieme per permettere ai genitori di affrontare il loro compito educativo condividendone anche aspetti educanti. “Per educare un bambino, serve un intero villaggio” (proverbio africano) L’adulto, soggetto educante Il soggetto educante è l’adulto, meglio ancora l’unità culturale degli adulti (genitori e docenti). Questa se diventa anche unitarietà si traduce in corresponsabilità educativa in prospettiva e con l’obiettivo della crescita globale di ogni bambino. L’adulto educa, quando diventa esempio in ogni ambito dal fare al parlare. Egli, può offrire un metodo per entrare complessità del reale e indicare, i percorsi e i cammini, per entrare nell’esperienza conoscitiva. Non è colui che si sostituisce al bambino, ma è quello che fa insieme al bambino, con il bambino. Provocandone la vera espressione di se stesso e della sua libertà. Il progetto educativo
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I docenti Educare insegnando Il compito e l’impegno dei docenti sono collegati imprescindibilmente: se si insegna, si educa anche, perché si dà traccia della propria visione della realtà. Dunque, ogni nostro gesto diventa inevitabilmente educativo. Educare conduce chi riceve la nostra azione a leggere la realtà e prendere atto della sua infinita ricchezza, del tesoro culturale che essa contiene e non si tratta di impartire la cultura, ma di servirsi di essa per fare nuove esperienze, basi di nuovi incontri della realtà. Sappiamo bene che l’insegnamento non è travaso, ma una modalità comunicativa che interpella la persona o meglio le persone: l’insegnante libero da sovrastrutture che sa far nascere la capacità di scegliere e vivere come soggetto ragionevole, attivo e libero il bambino anche attraverso l’ambito cognitivo. Un compito difficile con una grande passione per una lettura critica della realtà che deve sapere rielaborare in una metodologia di insegnamento-apprendimento ottimale per tutti: “nel tener per mano l’allievo nell’esplorazione del giardino dell’essere, devo far si che egli badi alle cose, non alla mia mano”. Tra gli elementi di novità delle Indicazioni Nazionali del 2012 fino alla legge 107/2015 troviamo un richiamo esplicito alla figura dell’insegnante, con un apposito paragrafo che si affianca a quelli sul bambino e sulle famiglie, quasi a suggellare il patto educativo che deve intercorrere tra i tre soggetti della relazione educativa (bambini, genitori, insegnanti). I registi dell’organizzazione, i lettori dei bisogni, i sostenitori e promotori di chi apre le porte della scuola per essere accolto, per crescere e diventare più grande in ogni ambito. I docenti che sanno fare CON il bambino e non PER il bambino perché il fare insieme è il surplus dell’essere docente oggi. Definiamo simpaticamente con tre A il ruolo poliedrico e dei docenti: Accogliere, Accompagnare, rendere Autonomi. Ogni bambino è unico e speciale e ognuno e tutti hanno bisogno di percorsi
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adeguati, pedagogicamente validi, in sintonia con le capacità di ciascuno. I docenti entrano in contatto con il bambino a 360°: la famiglia, i vissuti, le storie, le capacità, ma soprattutto il “Tu”, la dimensione emozionale di ognuno e il saper guardare ogni bambino come esclusivo e irripetibile, questa capacità che differenzia il fare scuola in modo asettico dal modo efficiente e costruttivo. Il bravo insegnante oltre a conoscere normative, Indicazioni e strategie pedagogiche–didattiche deve saper essere empatico nella comunicazione e nella organizzazione della vita pratica. La scuola dell’infanzia possiamo dire che è la scuola dell’armonizzazione che sa orchestrare tra molti ambiti ed è la scuola che sa vedersi come “sistema” come spiegato nel paragrafo precedente. È anche la scuola che ha capacità di creare legami forti attraverso un’accoglienza che dura ogni giorno dell’anno scolastico. Per questo ha bisogno di persone che sappiano riconoscere la grande valenza che assumono nella vita di ogni bambino. I docenti esplicano le loro funzioni in momenti di incontro istituzionali come i consigli d’istituto, i collegi dei docenti, le assemblee di sezione e di intersezione, l’assemblea d’istituto, la programmazione annuale e la progettazione mensile, ma unitamente a questi momenti non bisogna dimenticare che anche i docenti, hanno dei diritti, dei bisogni: poter avere l’autonomia di crearsi degli spazi personali (ogni docente dovrebbe avere nella sua sezione o scuola uno spazio riservato che può essere un tavolo, un armadietto, ecc) e di poter coltivare serenamente e senza ansie le relazioni con i colleghi, come ad esempio creare dei momenti di incontro anche non formali, con dei circle –time in cui si discute delle difficoltà personali e non solo delle attività da predisporre, ma del come ognuno vive se stesso nel lavoro. Poter mettere in luce le cose che vanno bene (dire ad una collega “mi piace come hai realizzato quel cartellone”) oppure lamentarsi di qualcosa (“sono dispiaciuta perché cerco di lasciare sempre tutto in ordine invece puntualmente non trovo le cose al loro posto”); creare un confronto leale e sincero, fatto di una comunicazione assertiva che ha come obiettivo poter sentirsi tranquilli e accolti, in modo da riversare nel lavoro, nell’organizzazione, nella programmazione, con i bambini e le famiglie la protezione e la rassicurazione affettiva e professionale. In tutte le scuole del nord Europa spazi e condivisione di Il progetto educativo
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moneti di confronto sono previsti da molti anni. Dopotutto, avere la possibilità di dire e non di mandar a dire è sempre il miglior modo per camminare insieme nella stessa direzione ed è l’unico modo per creare dei team efficienti e non cadere nella sindrome del Burnout (affaticamento fisico-emozionale, affaticamento mentale). Partecipare a queste attività, diciamo, extra curricolari, produce anche una capacità di autovalutazione, poiché solo sapendosi mettere in discussione e rianalizzando il proprio fare si può procedere con nuove modalità migliori delle precedenti. Vi proponiamo alcune possibilità di autovalutazione in schede che possono essere compilate in modo anonimo e riportate nella discussione per essere analizzate in gruppo. Il docente e l’educazione empatica Il filo conduttore che differenzia l’indottrinamento dall’educazione e dalla formazione è la capacità di essere empatici e di fare educazione empatica, basata sull’ascolto e sulla comprensione dei bisogni dei bambini (fisici, emotivi, formativi), con la reale volontà di addentrarsi nel mondo e nelle emozioni dei più piccoli. L’empatia si divide in diverse fasi: sentire le emozioni dell’altro, entrandovi in contatto. esprimere questa connessione-comprensione comunicandolo all’altro. rielaborare le emozioni connesse per permettere all’altro di passare ad un altro stato emotivo. Queste tre fasi si ripetono in tutte le relazioni di complicità a partire da quella madre-figlio fino a quella costituita dall’insegnante e dal bambino. La prima cosa da tenere presente quando pensiamo all’educazione dell’empatia è che essa è contagiosa, perché vi sono coinvolte le emozioni.
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Proprio per questa sua caratteristica di reazione a catena, se l’insegnante si pone con una buona predisposizione empatica, instaura un clima empatico in cui tutti si sentono capiti e accolti. Questa fiducia assicura, a tutto il gruppo dei bambini, una ottima qualità della comunicazione e delle relazioni. Come mantenere l’attenzione e la motivazione sempre alta utilizzando l’empatia anche nel momento strutturato Essendo il dovere dell’insegnante anche quello di creare momenti strutturati, catturare la propria attenzione mettendoli a loro agio e creando un ambiente di lavoro gratificante, stimolante ed educativo porterà sicuramente a favorire il livello di attenzione. - Rendere la comunicazione assertiva, avvincente e ludica - Unire sempre alle teorie le prassi - Essere empatici - Favorire il lavoro di gruppo
Cosa contraddistingue tutti gli educatori?
“Il lavoro sociale: l’educatore (insegnanti, genitori, formatori, assistenti sociali, ecc.) svolge un’attività che contribuisce alla riproduzione, al controllo ma anche all’emancipazione sociale degli individui. È un lavoro che deve soddisfare, intenzionalmente, bisogni e, senza il quale, il livello di sviluppo della società civile, la cultura dei «diritti degli altri», i rapporti di convivenza ed integrazione ne risulterebbero fortemente compromessi. Il suo lavoro è socialmente utile anche quando la comunità sociale non gli riconosce, o non si accorge di questo, un ruolo istituzionale definito. L’educatore, qualunque educatore, lavora poi per chi non è autosufficiente: non può ancora esserlo, non lo è più, non ha mai potuto, o voluto, esserlo. Il lavoro educativo: per definirsi educatori, è necessario organizzare «un fare» che metta gli altri nelle condizioni di modificare nel breve o lungo periodo la rappresentazione, il concetto, l’opinione di sé. […] Il lavoro pedagogico: un educatore può dirsi, anche, operatore pedagogico, se ha ricevuto una preparazione attinente le scienze dell’educazione […] ed è in grado pertanto di programmare, organizzare, verificare la sua attività. Le implicazioni esistenziali: l’educatore ha a che fare, quotidianamente o meno, con il malessere sociale o la sofferenza psichica e relazionale, con i bisogni di realizzazione. Vive quindi, e ne è coinvolto talvolta al limite della resistenza psicofisica, le tensioni di varia natura della sua utenza collegate alle sfere, soprattutto, dell’affettività (bisogni di protezione, accudimento, rassicurazione, conferma, incoraggiamento), dell’aggressività. Le dimensioni relazionali: poiché il lavoro educativo e pedagogico si fondano sul lavoro sociale, essi sono giocoforza basati sulla relazione con l’altro. Gli educatori istituzionali o territoriali quindi, pur distanti per ciò che concerne i tempi di «esposizione alla relazione» rispetto ad individui e gruppi. Nel primo caso lo scambio e il contatto divengono il vero oggetto del lavoro; mediato sempre dai contenuti delle didattiche relazionali (ci si mette in relazione con l’utenza per sviluppare le diverse intelligenze, introdurre in essi novità, integrarle fra loro); nel secondo, gli educatori allestiscono, preparano, organizzano le condizioni perché la relazione si compia nel miglior modo possibile”. (Adattato da Cosa contraddistingue tutti gli educatori, in Educatori di professione, D. Demetrio, La Nuova Italia)
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Questionario di Autovalutazione per gli insegnanti dell’Istituto Anno scolastico ________________ 1 - Ritieni che il tuo ambiente di lavoro sia piacevole e sereno?
Sì
No
Se non è piacevole, perché? _____________________________________________ Se provate disagio, questo è collegato a: Team di classe
Team di plesso
Relazione con la dirigenza
Relazione con il team
Relazione con i servizi amministrativi
Relazione con il personale ausiliario
Relazione con i genitori.
Relazione con i bambini Cosa proponi per superare il disagio?_____________________________________ 2 - Ritieni di essere opportunamente e tempestivamente informato su tutto ciò che avviene nell’istituto?
Sì
No
Poco
Cosa proponi per migliorare?____________________________________________ 3 - Ritieni di avere sufficiente spazio per la programmazione ed attuazione dell’attività didattica?
Sì
No
Cosa proponi?_________________________________________________________ 4 - Ritieni che tutti i Progetti a cui ha aderito siano partiti dai bisogni degli alunni?
Sì
No
Se la risposta è negativa, cosa proponi?___________________________________ 5 - Conosci adeguatamente il P.O.F.?
Sì
No
Se la risposta è negativa, perché?________________________________________ Cosa vorresti cambiare?_________________________________________________ 6 - Ritieni che l’organizzazione sia adeguata?
Sì
No
Cosa proponi?_________________________________________________________ 7 - Cosa ti provoca maggior disagio nel quotidiano? ______________________________________________________________________
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CONOSCERE L’AMBIENTE Il territorio
Un scuola che si trova in montagna è diversa da quella che si trova al mare. Concetto elementare, ma non scontato. Chi progetta e programma deve tenere conto del contesto educativo in cui si trova: quello naturale e sociale, poiché nel sistema educativo e formativo non entrano solo le relazioni, ma anche i luoghi e gli oggetti. Lo sguardo si deve estendere per poter vedere quali sono le azioni necessarie per collegare il nostro fare alla realtà in cui siamo immersi. Senza tralasciare nulla, portando dentro alla scuola il territorio stesso. Il territorio extrascolastico può oggi essere considerato, come afferma Franco Frabboni, una «grande aula didattica», un «laboratorio educativo sul versante scolastico come su quello extrascolastico». Nel realizzare il percorso educativo bisogna fare in modo che i bambini conoscano quanto il sistema educativo extrascolastico può offrire dal punto di vista dell’arricchimento dell’offerta formativa, le possibiltà che esso dà nell’integrazione delle relazioni affettive e comunicative, della socializzazione e dell’acculturazione, dell’attività espressivo-artistica, sportiva, ludica e del sostegno al disagio. La scuola è sicuramente una risposta al diritto all’educazione. Ogni stato civile assolve a questo dovere. Quindi l’educazione è e deve essere una responsabilità della comunità tutta. Una dimensione fondamentale è l’interazione tra la pedagogia e il sociale, tra scuola ed enti. La qualità di una scuola dipende spesso dall’idea di cittadino che hanno gli amministratori non solo al Ministero ma reIl progetto educativo
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gioni, province, comuni. Inutile progettare unità di apprendimento sulla sensibilizzazione all’arte se poi un comune non mette a disposizioni risorse pratiche (autobus, operatori del museo…) . Dunque la prima idea che deve essere chiara che la scuola è un sistema formato da molti. La qualità è intesa come reciprocità, un luogo dove vi è continuità con le famiglie e i luoghi dei bambini: le città fatte di spazi verdi, musei, strade, ecc. Una scuola che promuove il diritto di abitare i luoghi culturali, politici, istituzionali della propria città. Cosa possiamo fare noi? Possiamo molto. Insegnare a chi non è un operatore scolastico che dare visibilità e vivibilità ai luoghi di appartenenza significa dare restituzione alla cultura, gli investimenti non diventeranno sprechi, ma risorse.
La scuola
Ogni scuola è diversa da un’altra nella struttura, nella organizzazione e nelle scelte progettuali. Prima di procedere alla progettazione e alla programmazione bisogna assicurasi di avere spazi e risorse adeguate per attuare metodi e tecniche educative e didattiche. Inutile pubblicizzare attività laboratoriali se non ci sono insegnanti specializzati e spazi adeguati.
Lo spazio educativo
Lo spazio nelle sue caratteristiche fisiche, espressive e simboliche possiede certamente una dimensione comunicativa, è un linguaggio che influenza e regola il comportamento delle persone in generale e dei bambini in particolare; la valorizzazione pedagogica di questa dimensione e l’utilizzazione di essa come risorsa educativa era già presente nella tradizione della scuola dell’infanzia ma ha ricevuto un notevole impulso dagli studi condotti sulle istituzioni educative negli ultimi decenni. L’idea di fondo, ampiamente condivisa, è che il comportamento di ogni persona dipende sia dalle caratteristiche personali, sia da quelle dell’ambiente; queste ultime risultano decisive non tanto per le proprie peculiarità fisiche “oggettive” ma per come esse appaiono nella mente delle persone: l’ambiente psicologico è quello percepito e vissuto dall’individuo in rapporto alle sue caratteristiche di personalità. Ne deriva che “le proprietà della persona
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e dell’ambiente, la struttura delle situazioni ambientali e i processi che hanno luogo all’interno e tra di essi, vanno considerati interdipendenti e analizzati in termini di sistemi”; quindi le componenti soggettive e quelle oggettive sono viste in interconnessione dinamica e, pertanto, non sono separabili (micro e macro sistema). In questa prospettiva, lo spazio in una scuola dell’infanzia può essere esplorato nella sua dimensione pedagogica di contesto con le interconnessioni tra la sua dimensione fisica (struttura, arredi, materiali…) e la sua dimensione funzionale (modalità di accesso ed uso, controllo e partecipazione, regole, attività...). In questo senso lo spazio non coincide col contesto poiché quest’ultimo si riferisce insieme sia allo spazio fisico sia alle relazioni che si stabiliscono in esso in un tutto inscindibile; lo spazio, allora non può essere semplicemente considerato il contenitore dell’azione educativa sul quale sia possibile intervenire senza modificare altri aspetti. Infatti “lo spazio parla della pedagogia che si è scelta, esplicitamente o meno e delle contraddizioni che ci sono tra il dichiarato e il possibile o il praticato” dato che “lo stile di un docente e di una scuola non sono definiti tanto da quanto viene affermato in sede di programmazione scritta ma da ciò che viene fatto nella concretezza della quotidianità” (Caggio). La strutturazione e l’utilizzo dello spazio, a ben vedere, raccontano quale idea di bambino e quale progetto educativo vivono in una scuola poiché l’intervento sull’allestimento spaziale non è mai una azione neutra e non può essere sganciata dalla riflessione sulla metodologia di lavoro; esiste infatti un preciso legame tra il modello di organizzazione Il progetto educativo
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degli spazi e l’idea che l’insegnante ha del proprio ruolo educativo. Vedremo in maniera più pratica l’organizzazione spaziale in base alle metodologie pedagogiche a cui ci si ispira.
Il tempo
Il tempo oggigiorno è diventato un “nemico” da cui difendersi e un alleato prezioso a cui dare spazio. Gli impegni burocratici, del curricolo e dell’organizzazione pratica fanno sentire i docenti spesso disarmati davanti alla grande volontà di percorrere il fare scuola con la necessaria calma. Teniamo particolarmente a voler sottolineare che siamo dalla parte del tempo dei bambini e che è necessario riorganizzare il lavoro dal loro bisogno di tempo. Coltivando l’idea di voler fare della scuola uno spazio calmo e connotato da una visione slowlife, dovremo cercare di rendere meno invasivo possibile il lavoro d’ufficio che comunque ci compete. Si tratta di unire e far convergere il tempo “fisico” (Kronos) e quello “psicologico” di tutti i partecipanti dell’azione educativa. La scuola dell’infanzia, come altri spazi sociali, costituisce un importante contesto di apprendimento e di socializzazione nel passaggio dal senso del “tempo proprio” dettato dall’“orologio interno” e dai propri vissuti affettivi, ad un senso del “tempo condiviso” costruito e fatto proprio dall’individuo in una dimensione sociale. Il compito della scuola, quindi non è semplicemente quello di trasmettere al bambino la conoscenza del “tempo fisico”, ma piuttosto quello di creare le condizioni perché esso possa strutturarsi nella mente del bambino in una architettura temporale che tenga conto dell’esperienza legata al “tempo psicologico”. Affrontare da un punto di vista pedagogico la di-
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