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La casa dei sogni

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La casa dei sogni

Gruppo Editoriale ELi

La casa dei sogni

Gruppo Editoriale
ELi

Maria Strianese

La casa dei sogni

Responsabile editoriale: Beatrice Loreti

Redazione: Giada Virgili

Responsabile di produzione: Francesco Capitano

Impaginazione: Curvilinee

Illustrazioni: Roberta Bordone

© 2026 La Spiga Edizioni

Via Brecce, 100 – Loreto tel. 071 750 701 info@elilaspigaedizioni.it www.gruppoeli.it

Stampato in Italia presso Tecnostampa - Pigini Group Printing Division - Loreto - Trevi 26.83.285.0

ISBN 978-88-468-4581-8

Le fotocopie non autorizzate sono illegali. Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione totale o parziale così come la sua trasmissione sotto qualsiasi forma o con qualunque mezzo senza previa autorizzazione scritta da parte dell’editore.

PROLOGO

Questa storia accadrà tra qualche anno. I suoi personaggi stanno nascendo adesso. Ma sarebbe un peccato dover aspettare per conoscerla. È una vicenda davvero appassionante, piena di emozioni e colpi di scena, di amicizia e coraggio. Perciò ve la racconto ora, che potete meglio apprezzarla, usando un pizzico di fantasia e di... intelligenza. Buona lettura.

Capitolo 1

Nuova vita per Milo

Milo, seduto alla scrivania nella sua camera, pigiava distrattamente sui tasti del computer e i numeri dell’esercizio di matematica si incolonnavano sullo schermo, ma la sua mente vagava, seguendo i delfini disegnati sul muro.

Milo aveva quasi dodici anni, capelli sempre spettinati, occhi verdi e faccia simpatica; studiava volentieri, quasi sempre, ma alla matematica preferiva il mare.

Da pochi mesi si era trasferito, con i suoi genitori, dal paese in cui era nato in una grande città, dove la mamma aveva trovato il lavoro dei suoi sogni. Era stato un gran cambiamento. La città era piena di attrattive e possibilità interessanti, tutte da scoprire. Poteva spostarsi in sicurezza, con la sua mini-auto a guida automatica, per andare a scuola, in piscina, al parco pubblico, al museo interattivo o dagli amici. In tutte le stagioni, anche con l’afa o la pioggia, poteva giocare e fare sport all’aperto, nel giardino pensile con clima biointelligente, all’ultimo piano del moderno edificio in cui abitava.

La sua stanza, poi, grande e luminosa, era corredata di uno schermo tridimensionale e di un sistema audio immersivo, per ascoltare musica senza disturbare. Non avrebbe più sentito la mamma gridare dal soggiorno “abbassa il volume”. Non avrebbe più dovuto andare a scuola in bicicletta, pedalando sotto la pioggia o chiedere di essere accompagnato perché un certo posto era troppo lontano.

Anche la nuova scuola era moderna e ben attrezzata. Compagni e professori lo avevano accolto bene. Milo aveva già tanti nuovi amici, eppure sentiva nostalgia della vecchia vita: le partite di pallone nel campetto, i giri in bicicletta scansando le buche, gli amici di sempre.

In vista del trasloco aveva dovuto rinunciare a tante cose: libri e giocattoli di quando era piccolo, roba da bambini a cui però era affezionato. Quelli rotti aveva dovuto gettarli via. Altri li aveva regalati a cuginetti o fratellini dei suoi amici, compresi i suoi pesciolini di plastica e il pescecane di peluche. Aveva salvato solo la collezione di conchiglie. Ogni volta che infilava nel sacco qualcosa, una penna colorata e scarica o il pupazzetto di un supereroe fuori moda, gli pareva di gettar via un pezzetto di se stesso, di quell’infanzia felice che, secondo gli adulti, deve passare e non tornare più.

Erano piccole perdite in confronto alle grandi possibilità che la città gli offriva, alla gioia di crescere, di poter fare di più e andare più lontano.

Milo però aveva dovuto rinunciare anche a ciò che più amava e che mai aveva immaginato di dover lasciare: il mare. La spiaggia di fronte casa, i bagni da aprile a ottobre, le corse sulla sabbia e le nuotate con gli amici.

La grande piscina in città non poteva sostituire tutto questo. Milo amava il mare più di qualsiasi altra cosa. Si vantava di avere imparato prima a nuotare e poi a camminare. Chissà se era vero!

Quando ci pensava, Milo si sentiva triste, ma non aveva il coraggio di parlarne con i suoi genitori, talmente contenti del cambiamento da vederne solo gli aspetti positivi. Così Milo si mostrava allegro, raccontava della nuova e bella scuola, di come lo avevano accolto bene compagni e professori e poi, quando era da solo, s’incantava a guardare i delfini sul muro e sospirava.

Sullo schermo del computer apparve una medusa e una voce metallica scandì:

Attenzione, errore, errore, errore…

Milo si riscosse dai suoi pensieri e rispose al computer:

«Sì, ho capito. Non ti agitare».

Errore, ripeté il computer.

«E dove ho sbagliato?»

Il calcolo errato si tinse di rosso.

«Potresti pure aiutarmi» protestò Milo.

Non posso, dichiarò il computer.

«Sfaticato. Chiama Ginevra, lei mi aiuterà».

Sullo schermo si aprì una finestra in cui, dopo un paio di minuti, apparve il viso di una ragazzina dai capelli ricci e il naso all’insù. Ginevra era una delle nuove compagne di classe, anzi, la compagna preferita di Milo. Avevano fatto amicizia il primo giorno di scuola e spesso si incontravano online per fare i compiti insieme.

«Ciao» salutò Milo. «Ciccio, il mio scassatissimo computer, continua a strillare errore senza darmi un indizio, è disumano».

«È un computer. Ciao Ciccio».

Ciao, Ginevra, rispose il computer.

«Ma cosa stai studiando?» domandò Ginevra a Milo.

«Sto facendo l’esercizio di matematica… ma sto pensando alla mia festa di compleanno».

«Verranno tutti. Ci divertiremo».

«È un compleanno speciale. Finalmente ho dodici anni. E avrò un regalo super speciale».

«Che cosa? L’ultimo modello di computer?»

«Macché! Roba da bambini. Io avrò il mare».

«Non mi sembra tanto speciale. Ci sei sempre andato!»

«Vado in spiaggia. Ma questa volta sarà diverso. Ho finalmente l’età per fare le immersioni subacquee. Mamma è bravissima e ora insegnerà anche a me a nuotare sott’acqua, con le bombole a ossigeno e il respiratore, proprio come fa lei e poi… mi prometti di non dirlo a nessuno?»

«Certo. Prometto» dichiarò in tono solenne Ginevra.

«È da quando ero piccolo che aspetto di avere l’età giusta. La mamma mi porterà a visitare una città sommersa, me l’ha promesso, un posto segreto che conoscono solo lei e papà, dove si sono incontrati la prima volta».

«Che cosa romantica!»

«Ci sono ancora le antiche strade lastricate di marmo e le rovine di una ricca villa, con colonne ritorte e statue di dèi. C’è la statua di Ulisse che offre una coppa di vino a Polifemo e la statua di Dioniso con una pantera accucciata ai piedi. Pensa che basta

spostare un po’ la sabbia del fondo per vedere i pavimenti a mosaico rosso e blu, e ora ci abitano solo i pesci».

«Che meraviglia! Mi piacerebbe vederla».

«È da tanti anni che aspetto questo giorno. Un mosaico raffigura i pesci che nuotano in cerchio e un altro mostra due lottatori. Nuoterò tra le statue degli dei assieme ai cavallucci marini. Non è fantastico?»

«Caspita! Ma quando ci andrete, ora o d’estate? È lontano?»

«Questo non lo so. Stanno organizzando. Io so che lo stanno facendo, ma è una sorpresa. Perciò non ne parlano e io non lo dico a nessuno. L’ho detto solo a te».

«Sei fortunato. Poi voglio vedere le foto».

«Certo! Un giorno porterò anche te».

«Grazie» per un momento Ginevra restò con lo sguardo incantato, poi aggiunse. «Ora è meglio smettere di sognare e pensare all’esercizio di matematica».

I due furono impegnati per un po’ con i calcoli. Finiti i compiti, salutata Ginevra e spento il computer, Milo rimase seduto alla scrivania. Con il mento appoggiato alle mani, guardando i delfini e le stelle marine disegnate sul muro, ripensava al suo sogno e si perdeva nei ricordi.

La mamma di Milo, appassionata di mare e gran nuotatrice, gli aveva raccontato, come fossero favole, i suoi viaggi e le sue avventure sottomarine. Quella volta che aveva visto un pesce Gattopardo – si chiama così perché ha il corpo cosparso di macchie nere - che dormiva accucciato nella sua tana e lo aveva accarezzato. Quando era comparso dal blu un grande Marlin, lungo più di due metri, e in un attimo era scomparso. Mostrava a Milo le conchiglie raccolte sui fondali, mentre gli descriveva i pesci dalle forme e dai nomi più curiosi: la Bavosa, che ha i tentacoli sugli occhi e due piccole pinne sul ventre su cui cammina come se fossero gambe; la Margherita di mare che sembra un fiore; il Pesce Rondine, il Pesce Violino e il Pesce Trombetta.

Anche suo padre era un buon nuotatore e un amante delle onde e così i due genitori avevano trasmesso a Milo la loro grande

passione e, fin da piccolino, lo avevano portato con loro a fare il bagno al largo, dove non si tocca, gli avevano insegnato a nuotare, a fare tuffi e capriole, a restare sott’acqua con gli occhi aperti, come un pesce.

La mamma ripeteva il racconto dei suoi viaggi marini e dell’immersione più straordinaria, all’antica città sommersa. Un giorno ci sarebbero andati insieme, prometteva, per giocare nei giardini fioriti di alghe, salutare le statue delle dee e cavalcare i mostri marini. Allora Milo chiedeva: «Quando mi ci porti?»

E la mamma prometteva: «Quando sarai abbastanza grande. Quando avrai dodici anni».

Il piccolo Milo si addormentava, stringendo in mano una conchiglia, e sognava di raccogliere un mazzetto di pesciolini, da regalare alla mamma.

Milo era cresciuto. La mamma ormai non gli raccontava più le favole e non aveva più tempo per viaggiare. Ma Milo continuava a ricordare la promessa. Finalmente aveva dodici anni e avrebbe avuto in regalo il suo sogno. Milo quella sera, come allora, si addormentò stringendo in mano una conchiglia.

Il gran giorno era arrivato. La festa di compleanno di Milo era al suo culmine, dopo giochi, panini e risate, stava arrivando la torta con dodici candeline. Milo non vedeva l’ora di spegnerle per aprire i regali. C’erano tutti i suoi nuovi compagni di classe e anche suo cugino Manfredi, che aveva quindici anni ed era venuto dal paese sul mare per l’occasione. I pacchetti erano tanti, ma Milo aveva occhi solo per la grande scatola azzurra, dono dei suoi genitori. Milo soffiò sulle candeline e, senza neppure assaggiare la torta, corse a prendere la scatola. Forse conteneva una muta da sub, oppure il biglietto del viaggio nascosto tra fogli di carta velina. Milo si sentiva davvero emozionato. Appoggiò la scatola sul tavolo, mentre i suoi amici si abbuffavano di torta, fece un gran respiro e aprì piano la carta, senza strapparla, sollevò il coperchio e… volò fuori un palloncino a forma di pesce. Milo rise e incrociò lo sguardo di Ginevra dall’altro lato del tavolo. Sul fondo della

scatola ce n’era un’altra. La tirò fuori, l’aprì, la svuotò, la rigirò, incredulo, con il viso sempre più stupito, finché gli si avvicinò la mamma, dicendo:

«Non te l’aspettavi? È l’ultimo modello di computer Infinito, con tutti gli accessori, intelligenza artificiale avanzata, realtà aumentata, batterie solari, il sogno di ogni ragazzo».

Milo continuava a guardare il regalo, sgomento.

Intervenne il papà:

«Sei rimasto senza parole? Dai, accendilo».

«È tutto qui?» balbettò Milo.

«Sì, compatto, leggero, velocissimo e personalizzato. Guarda, c’è la base da scrivania e il portatile da staccare e portare con te».

Milo, come un automa, pigiò il pulsante di accensione. Lo schermo si illuminò, comparve il viso di un ragazzo, dai lineamenti regolari che, con voce garbata, disse:

Buon compleanno Milo. Sono il tuo assistente virtuale con intelligenza artificiale, incluso nel tuo nuovo computer Infinito. Mi chiamo Cetus e sono stato progettato sulle tue preferenze. Posso spiegarti la matematica in modo semplice, anche le frazioni che sembrano mostri! Prepararti per le interrogazioni con quiz e giochi. Aiutarti con l’inglese e altre lingue. Posso inventare storie, fumetti, barzellette o personaggi fantastici, allenare la tua mente con giochi di memoria, enigmi e rompicapi. Posso creare video dalle tue descrizioni. Posso accompagnarti a esplorare il mondo, raccontarti curiosità su animali, spazio, dinosauri, vulcani… Farti conoscere i pesci più belli dei mari. Dimmi, c’è qualcosa in particolare che posso fare per te oggi?

Ginevra si avvicinò e strinse la mano di Milo, dicendo con un forzato entusiasmo:

«Che bel regalo. Me lo farai usare qualche volta? Vieni, mangia la torta».

Gli mise un piattino con la torta tra le mani e lo trascinò sul balcone. Milo continuava a non parlare, rigido come una statua.

«Milo, è comunque un bellissimo regalo» aggiunse Ginevra. «E quell’altro… puoi sempre parlare con tua madre e ricordarle la

promessa. Sono passati tanti anni. Perché non dovrebbe accontentarti? È una signora così gentile. Sono sicura che se glielo chiedi ti porterà alla città sommersa».

«Sì» sussurrò Milo tra i denti, abbassando lo sguardo e lasciando la fetta di torta intatta nel piattino. La festa finì, gli amici andarono via e Milo si ritrovò nella sua camera assieme al cugino Manfredi che rimaneva a dormire con lui.

«Allora, mi pare che ti trovi bene in città, ti sei fatto già un sacco di amici» disse Manfredi.

«Eh sì».

«E che stanza… caspita! Tutto nuovo e di ultima generazione» commentava Manfredi girando per la camera e ammirando gli apparecchi tecnologici.

Milo si svestiva in silenzio, voltato verso il muro.

«Ma dì, sei contento?»

«Certo!» rispose Milo, senza entusiasmo.

«Va bè, lo so, ti manco… e ti mancano i vecchi amici, è normale, poi ti passa».

Milo non rispose.

Manfredi si avvicinò, lo prese per le spalle e lo voltò:

«Fatti guardare in faccia».

«Perché?» domandò Milo.

«Non farmi fare il cugino grande e rompiscatole. Insomma, la vita è così, si cresce e si cambia. Tutto quello che oggi per te è importante, irrinunciabile, domani non lo sarà più, ci sarà altro. È carina quella ragazza… Ginevra».

Milo restò impassibile.

«Andiamo a letto, dai. Domani mi porti a visitare la città».

I due si misero a letto e subito Milo spense la luce.

Capitolo 2

Problemi, non solo di matematica

Era passata più di una settimana dal compleanno e Milo non aveva ancora parlato con sua madre per chiarire il malinteso. Forse non lo avrebbe fatto mai. Per il momento rimandava a domani, sempre domani. Non sapeva neppure perché.

Milo era deluso, arrabbiato, furente, con i suoi genitori e ancora più con se stesso. Si vergognava di avere custodito quel desiderio, infantile, che i suoi genitori avevano dimenticato. Onde di pensieri in tempesta si rivoltavano nel suo cervello.

Che ingenuo! Che sciocco! Si ripeteva. Perché non aveva parlato chiaramente con sua madre? Perché non le aveva ricordato la promessa e chiesto espressamente quel regalo? Era stato superficiale, come al solito, aveva sbagliato. Era tutto sbagliato! Non doveva pensarci più. Chissà se la città sommersa esisteva davvero! Aveva dodici anni e non doveva più credere nelle favole.

Ma in realtà ci pensava sempre e rimandava tante altre cose, rimandava i compiti, rimandava la piscina. Tutto era diventato noioso.

Gli arrivò una gomitata nel fianco e Loris, il suo compagno di banco, gli sussurrò: «Ma che fai, dormi? La prof ti sta chiamando!»

Milo si riscosse dai suoi pensieri e balbettò:

«Sì… eccomi».

«Bene. Mostra ai compagni lo svolgimento del problema di matematica» gli chiese la professoressa.

«Sì… quale?»

«Il problema assegnato per oggi».

«Certo, eccolo».

Milo proiettò, sullo schermo-lavagna della classe, il problema

risolto la settimana prima. Da qualche giorno ormai non faceva più i compiti a casa.

«No, non è questo. Vorrei vedere quello di oggi, il numero 37» precisò la professoressa.

«Sì, ecco... però questo non ho potuto farlo» annunciò Milo.

«Come mai? Non lo hai capito?».

«No, cioè sì, ma ho avuto un contrattempo» rispose Milo, sempre più in difficoltà.

«I tuoi genitori non hanno comunicato nulla» replicò la professoressa.

«Anche loro sono sconvolti. Avranno dimenticato di farlo».

«Puoi dirmi cosa è successo?»

Milo fece un bel respiro e cominciò a inventare. La fantasia non gli mancava.

«Ieri c’è stato un incendio, nel palazzo. Stavo proprio incominciando a fare i compiti quando ho sentito delle urla e poi il campanello della porta. Era il nostro vicino che ci diceva di correre subito fuori perché… la sua lavatrice aveva preso fuoco, sì, la lavatrice era esplosa, con un botto si era spalancato l’oblò e invece dell’acqua erano uscite le fiamme. Già c’era il fumo per le scale e siamo corsi tutti fuori e, nella foga, la signora del quarto piano, che è molto anziana, è inciampata ed è caduta, allora io sono tornato indietro e l’ho aiutata, l’ho presa sulle spalle, è magra e leggera, e l’ho portata giù, ma lei era svenuta e allora mia madre e mio padre hanno cercato di rianimarla, intanto le fiamme uscivano dai balconi e il fumo saliva, nero e soffocante. Sono corso a prendere dell’acqua, per rianimare la signora, poi sono arrivati i pompieri e l’ambulanza, i pompieri hanno spento l’incendio, ma hanno controllato tutto bene prima di farci risalire a casa e insomma si è fatto tardi e così non ho potuto fare i compiti».

La professoressa rimase qualche momento in silenzio. Sapeva che Milo aveva una gran fantasia e a volte la usava a sproposito. Così si limitò a commentare:

«Molto interessante».

La mattina passò senza altri incidenti.

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