Iuvenis

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Ilaria Domenici

Iuvenis

• LESSICO • LINGUA • CULTURA MITI, FAVOLE E TRADIZIONI

• LUOGHI ED EPIGRAFI • CITTADINANZA

Latino per l’Educazione Linguistica

EDUCAZIONE CIVICA

ORIENTAMENTO

LIFE SKILLS

Cosa dicono le Nuove Indicazioni Nazionali

Nuove modalità per una nuova disciplina

Latino per l’Educazione Linguistica

Il LEL è una disciplina nuova, che ha come obiettivo quello di insegnare non una lingua antica, ma di trasmettere l’intero patrimonio che il mondo romano ci ha lasciato in eredità.

Il latino va pertanto scoperto attraverso tutti gli aspetti che ancora oggi sono sotto i nostri occhi e diventa quindi un’opportunità e una risorsa sia per la formazione dell’individuo sia per la scelta della scuola secondaria di secondo grado.

LE RICHIESTE

• I nuclei fondanti

Non multa, sed multum: selezione basata su rilevanza culturale, significatività scientifica ed essenzialità formativa.

• Consapevolezza linguistica e culturale

Potenziamento della competenza linguistica e logica; confronti lessicali e applicazioni digitali.

• Connessioni interdisciplinari e STEM

Stabilire connessioni con altre discipline e con l’Educazione civica.

• Il latino come patrimonio europeo

Cogliere le linee di continuità e il contributo all’identità culturale.

•Orientamento e competenze trasversali

Orientare le scelte e promuovere l’autoconoscenza per formare cittadine e cittadini consapevoli.

LE RISPOSTE

UNA STRUTTURA CHIARA E COINVOLGENTE

Un percorso in 10 unità tematiche che seleziona i nuclei fondanti del latino in base alla loro rilevanza per la formazione di studentesse e studenti e di futuri cittadine e cittadini.

DIDATTICA ATTIVA

Il latino per l’italiano: per migliorare l’italiano.

Primo incontro con il latino: per le conoscenze basilari della lingua latina.

Fumetti e interviste: per avvicinare alla cultura in modo creativo e intuitivo.

Esercizi con applicazioni digitali: per sviluppare la competenza logica.

IL LATINO COME PONTE TRA LE DISCIPLINE

RACCORDI: per collegare il mondo latino a storia, arte, scienza ecc. e cittadinanza.

STEM e ambiente: per esplorare il pensiero scientifico antico.

SPAZIO ALL’EDUCAZIONE CIVICA: per ancorare i contenuti ai princìpi costituzionali e a temi di inclusione e parità di genere.

UN PATRIMONIO VIVO E RACCONTATO

Scopriamo i luoghi: per conoscere il patrimonio culturale.

Scopriamo le epigrafi: per saper interpretare le testimonianze del passato.

Scopriamo i miti e le tradizioni: per esplorare le radici europee. Lo sapevi che?: per scoprire le connessioni tra passato e presente.

IL LATINO “PALESTRA” DI VITA

Life Skills - Competenze sociali: per ritrovare sé stessi nelle emozioni e nei valori degli antichi (virtus, pietas, amicitia…).

Life Skills - Competenze cognitive: per confrontare modelli culturali e sviluppare punto di vista personali e consapevoli.

Iuvenis

Responsabili editoriali e progettazione Chiara Buffa, Manuela Lori

Coordinamento editoriale Chiara Buffa

Coordinamento redazionale Marco Mauri

Redazione Chiara Chisu

Art director Enrica Bologni

Progetto grafico e copertina Raffaella Petrucci

Impaginazione Davide Elisei

Ricerca iconografica Eleonora Calamita

Disegni (interni e copertina) Davide Abbati

Referenze iconografiche

Gettyimages: p. 50 prima in alto, 62, 64 destra, 209

Shutterstock: p. 18, 24 alto destra e centro, 44, 46, 49, 50 seconda-terza-quarta-quinta, 75 tutte, 81 tutte, 87, 94, 95, 100 tutte, 110, 117 tutte, 118, 120, 124, 141, 146, 147 basso, 153, 160, 163, 166, 170, 175, 182, 189, 191 tutte, 203, 205

Wikimedia Creative Commons: p. 20 (basso destra) Aiwok, 45 Carlo Raso, 69 (terza) Dosseman, 86 Roberto Fortuna

Contenuti digitali

Realizzazione: bSmart labs

Ogni proposta didattica che preveda l’utilizzo di strumenti di Intelligenza artificiale è destinata a essere svolta sotto la supervisione di un docente, nel rispetto delle Linee guida del Ministero dell’Istruzione e del Merito sull’introduzione dell’Intelligenza Artificiale nelle istituzioni scolastiche (Decreto Ministeriale n. 166 del 9 agosto 2025) e delle policy di sicurezza e tutela della privacy adottate dall’istituzione scolastica.

Prima edizione: gennaio 2026

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Le riproduzioni per finalità di carattere professionale, economico o commerciale o comunque per uso diverso da quello personale, possono essere effettuate a seguito di specifica autorizzazione rilasciata da CLEARedi (Centro licenze e autorizzazioni per le riproduzioni editoriali), corso di Porta Romana 108, 20122 Milano, e-mail autorizzazioni@clearedi.org e sito web www.clearedi.org

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Stampa: Tecnostampa – Pigini Group Printing Division – Loreto – Trevi 26.85.042.0

Ilaria Domenici

Iuvenis

• LESSICO • LINGUA • CULTURA MITI, FAVOLE E TRADIZIONI

• LUOGHI ED EPIGRAFI • CITTADINANZA

Gruppo Editoriale ELi

Il piacere di apprendere

Costruire il futuro insieme

Il Gruppo Editoriale ELi

offre proposte editoriali che coprono tutti i gradi e i rami scolastici, all’insegna della qualità, del rigore e dell’innovazione.

INTELLIGENZA

ARTIFICIALE

Percorsi didattici con attività pratiche che mirano ad approfondire i principali strumenti di IA generativa, per favorirne un utilizzo critico; a disposizione dei docenti il tool VELIA , per personalizzare l’attività didattica.

EQUILIBRI

Progetto di ricerca costante che mira a eliminare gli stereotipi di genere nei testi scolastici, ponendo particolare attenzione alla scelta dei contenuti, a una valutazione iconografica ragionata e all’utilizzo di un linguaggio testuale inclusivo.

INCLUSIONE

Sviluppo di una cultura dell’inclusione attraverso contenuti accessibili e adeguati ai diversi stili di apprendimento.

ORIENTAMENTO

Approccio educativo e formativo volto a favorire la conoscenza di sé, delle proprie attitudini e delle proprie capacità, oltre a sviluppare le competenze non cognitive e trasversali (Life skills) necessarie per le scelte del futuro.

EDUCAZIONE

CIVICA secondo le NUOVE Linee guida

Aggiornamento dei nuclei tematici attorno ai quali si articolano le competenze e gli obiettivi di apprendimento: Costituzione, Sviluppo economico e sostenibilità, Cittadinanza digitale.

STEM

Attivazione del pensiero scientifico e computazionale, approccio interdisciplinare e laboratoriale attraverso attività STEM.

DIGITALE

Acquisizione delle competenze digitali e dell’alfabetizzazione informatica come aiuto all’inclusione sociale e alla cittadinanza attiva.

EDUCAZIONE ALLE RELAZIONI

Percorsi incentrati sullo sviluppo di competenze relazionali, che arricchiscono la consapevolezza di sé in relazione con la realtà circostante.

Iuvenis

Un omaggio a don Lamberto Pigini e un metodo

vivo per lo studio del latino

A volte un regalo non è solo un oggetto, ma un seme. Venticinque anni fa, una collega – un’amica che ancora oggi condivide con me la passione per il mondo latino – mi mise tra le mani una rivista dall’aspetto vivace, piena di fumetti e giochi. Si chiamava Iuvenis, ed era pubblicata dalla Casa Editrice ELI per volontà di don Lamberto Pigini. Quella copia, che conservo ancora con affetto, non fu soltanto un dono tra colleghe, ma segnò profondamente e da subito il mio modo di insegnare. Mi aprì gli occhi su una verità semplice e potente, la stessa che aveva guidato don Pigini: il latino non è un fossile da dissotterrare, ma una lingua viva che può – e deve – essere vissuta con la curiosità e il divertimento di un gioco.

È da quello stesso spirito, e dalla gratitudine per un’intuizione che ha segnato il mio insegnamento, che nasce il volume Iuvenis: un omaggio al grande pioniere, ma anche uno strumento concreto per tradurre la sua visione in una didattica contemporanea.

Ilaria Domenici

Prima che la didattica ludica diventasse di moda, don Lamberto Pigini, un prete di un piccolo paesino delle Marche, ebbe un’intuizione rivoluzionaria. Mentre i manuali usavano versioni e grammatica, lui sfidava le sue allieve e i suoi allievi con fumetti i cui personaggi litigavano, scherzavano e vivevano avventure quotidiane, il tutto in un latino vivo e parlato.

Fondò le riviste Iuvenis (1981) e Adulescens (1983), arrivando persino a pubblicare le avventure di Topolino e Paperino in latino. Questa scommessa “pop” fu un successo internazionale, catturando l’attenzione persino del “New York Times” e della televisione, con l’intervista nel celebre programma “Milleluci” condotto da Raffaella Carrà.

Dalla rivista Iuvenis al corso di Latino per l’Educazione Linguistica Iuvenis

Iuvenis, il nuovo corso di latino LEL (Latino per l’Educazione Linguistica) per la scuola secondaria di primo grado, eredita dalla rivista non solo il titolo, ma un’idea di “giovinezza” che si traduce in un approccio didattico fresco e coinvolgente

Ideato in piena aderenza alle Indicazioni Nazionali, il progetto pone lo studente al centro, trasformando lo studio del latino in una risorsa preziosa per l’arricchimento linguistico, la formazione di una solida coscienza culturale e l’esercizio di un pensiero critico e logico, in dialogo con il presente.

La struttura del volume

Il volume si sviluppa in dieci unità articolate nelle seguenti rubriche.

• Partiamo da una frase: citazione d’autore che apre ogni unità

• Intervista all’autore: dialogo immaginario con un autore latino

• Perché parlare di...: confronto tra modelli culturali

• La bacheca delle parole: per l’arricchimento lessicale

• Il latino per l’italiano: per il potenziamento linguistico

• Primo incontro con il latino: per un approccio graduale alla lingua latina

• Scopriamo i luoghi: per conoscere il nostro patrimonio culturale

• Scopriamo le epigrafi: per toccare con mano la vita quotidiana dell’antica Roma e le tracce della sua civiltà

• Scopriamo i miti e le tradizioni: per esplorare le radici europee della nostra civiltà

• Lo sapevi che?: per scoprire le connessioni tra passato e presente

• Spazio all’Educazione civica: per ancorare i contenuti didattici ai princìpi costituzionali

L’incontro con gli autori

Le interviste immaginarie con gli autori latini trasformano lo studio in un dialogo vivo. Gli autori selezionati diventano guide che introducono i temi delle unità, mostrando la modernità del pensiero antico. Insieme, queste voci non solo raccontano Roma, ma la costruiscono con le loro storie, definendo i pilastri su cui poggia la nostra stessa idea di civiltà.

La selezione per temi

Il filo conduttore delle unità è concettuale, non temporale. Gli autori sono scelti per la rilevanza dei temi che rappresentano:

• Cicerone è la voce della memoria storica e della riflessione politica;

• Virgilio  celebra l’eroismo delle origini di Roma;

• Catullo diventa il volto dell’amore e delle emozioni;

• Plinio il Vecchio è l’osservatore scientifico della natura;

• Cesare è il protagonista indiscusso della guerra;

• Celso rappresenta la medicina e la cura di sé;

• Giovenale critica la società a partire dai suoi luoghi di svago;

• Giustiniano (con il Corpus) sintetizza il concetto di legge e cittadinanza;

• Vitruvio è il maestro delle infrastrutture e dell’ingegneria;

• Terenzio esplora, attraverso il teatro e la poesia, i sentimenti universali dell’uomo.

L’approccio esperienziale

L’apprendimento del latino e della civiltà romana supera i confini di una disciplina per diventare un laboratorio multidisciplinare, in particolare attraverso tre rubriche operative:

• Scopriamo i luoghi per conoscere il nostro patrimonio culturale;

• Scopriamo le epigrafi per ascoltare la voce diretta del passato;

• Scopriamo i miti e le tradizioni per ritrovare le nostre radici comuni.

Inoltre, la rubrica Lo sapevi che? svela connessioni tra mondo antico e contemporaneo, mentre lo Spazio all’Educazione civica collega i contenuti ai princìpi costituzionali, mostrando le fondamenta classiche della nostra convivenza civile.

Raccordi: un approccio pratico e multidisciplinare

Il volume propone Moduli interdisciplinari di apprendimento che integrano il latino con altre discipline (geografia, arte e immagine, storia, musica ecc.), rendendolo il perno di una conoscenza unitaria. Si favorisce così una modalità di apprendimento per associazioni, in cui ogni informazione si arricchisce di significato grazie ai suoi legami con le altre.

Favole a fumetti

Il volume propone fumetti in latino che riadattano le favole di Fedro, tratti dalla rivista Iuvenis. Questo formato, vicino al linguaggio giovanile, rende la lettura del testo antico un’esperienza accessibile e coinvolgente.

Il fumetto fornisce un contesto visivo che facilita la comprensione del latino, abbattendo le barriere linguistiche. Questo approccio didattico inclusivo richiama il “metodo natura”, poiché il significato emerge in modo induttivo dall’interazione tra testo e illustrazioni. Ogni favola è accompagnata da un’analisi guidata della sua morale. Questo stimola la riflessione sulle questioni etiche sollevate e invita a dibattere l’attualità degli insegnamenti di Fedro, collegandoli all’Educazione civica.

Il latino come palestra di Orientamento: le emozioni in gioco

Oltre alla dimensione linguistica, il corso propone un percorso di orientamento e crescita personale, identificato da appositi richiami alle competenze per la vita (Life skills). Gli studenti e le studentesse sono invitati a ritrovare sé stessi nelle emozioni e nei valori degli antichi – come la virtus, la pietas e l’amicitia – trasformando lo studio in una palestra di intelligenza emotiva che avvicina esperienze lontane alla propria sfera affettiva e valoriale.

Questo percorso risulterà prezioso per tutti gli studenti e le studentesse, anche per coloro che non proseguiranno lo studio del latino al Liceo. Le competenze trasversali acquisite – dalla gestione delle emozioni all’analisi critica della realtà – rappresentano un bagaglio permanente che tornerà utile in qualsiasi ambito di studio e nella vita quotidiana.

Nel loro insieme, questi strumenti non si limitano a istruire, ma collaborano a un obiettivo più alto: orientare le scelte e promuovere l’autoconoscenza, per formare non solo alunne e alunni preparati, ma cittadine e cittadini riflessivi e consapevoli, a prescindere dall’indirizzo scolastico che sceglieranno di intraprendere.

De lingua Latina

Arma virumque cano

Locus amoenus

Veni, vidi, vici

La

In corpore temperantia

Salvete, puellae et pueri, Phaedrus sum!

La didattica multimediale

Nelle pagine sono inserite icone che indicano la presenza di contenuti digitali disponibili sul libro. I contenuti digitali sono fruibili sul sito www.gruppoeli.it , sull’eBook+ e con l’App ELI Link o tramite QRCode.

Contenuti digitali integrativi

• Esercizi integrativi per le parti Il latino per l’italiano e Primo incontro con il latino

• Audioletture delle fabulae

Sistema Digitale Accessibile

Il Sistema Digitale Accessibile soddisfa pienamente le esigenze della didattica inclusiva con queste funzionalità di base:

• carattere specifico ad alta leggibilità e alto contrasto

• sintesi vocale dei contenuti testuali (audiolibro)

• pagine “liquide” con possibilità d’ingrandimento

De lingua Latina

Porta itineris dicitur longissima esse
ovvero
“Si dice che la porta sia la parte più lunga di un viaggio”.

COSÌ SCRIVE L’AUTORE MARCO TERENZIO VARRONE (116 A.C.-27 A.C.), PER DIRCI CHE IL “PRIMO PASSO” È SEMPRE IL PIÙ DIFFICILE DA COMPIERE.

È con queste parole che ci piace iniziare il nostro viaggio nel mondo della cultura e della lingua latina, ricordandoci che ogni inizio è sempre un’impresa e una fatica: poi, però, si aprono molte nuove possibilità di scoperta e tante soddisfazioni.

Varrone è stato il più grande erudito dell’antica Roma, uno studioso dalla cultura enciclopedica che ha scritto su tutto: storia, agricoltura, diritto, letteratura e, soprattutto, sulla lingua latina. La sua opera più importante per noi è il De lingua Latina (“Sulla lingua latina”), un trattato in

25 libri (di cui solo 6 giunti a noi integri) che è la nostra fonte primaria sulla grammatica, l’etimologia e la sintassi del latino arcaico e classico. Nei prossimi capitoli incontreremo tanti autori latini che ci apriranno le porte di un dialogo diretto con il passato, mostrandoci come le domande che si facevano allora sull’uomo e sulla società siano sorprendentemente le nostre, e offrendoci risposte ancora valide.

La nostra prima intervista immaginaria la dedichiamo a lui: Marco Terenzio Varrone, il primo grammatico della lingua latina.

Perché studiare il latino?

IL DNA DELL’EUROPA

Studiare il latino è come fare un viaggio alle radici della nostra identità europea. È la lingua che ha unito un continente intero e che ha gettato le basi per la nostra civiltà. Ecco perché è importante.

1. È la lingua della legge e della giustizia: i Romani furono maestri di diritto e le loro leggi sono il fondamento dei principali sistemi giuridici europei. Molti termini usati ancora oggi in italiano e in tutte le lingue d’Europa vengono direttamente dal latino, come puoi vedere in questi esempi:

• giustizia (da iustitia)

• avvocato (da advocatus)

• testimone (da testis)

Conoscere il latino significa capire il senso profondo delle regole che ci governano.

2. È la lingua delle infrastrutture e dell’ingegno: i Romani erano geniali ingegneri. Hanno costruito un impero grazie a opere straordinarie che hanno cambiato per sempre la geografia e la vita in Europa. Molti nomi di queste opere e dei luoghi che abitiamo vengono dal latino:

• ponte (da pons)

• acquedotti (da aquaeductus)

• porti (da portus)

Persino il nome di molte città italiane ed europee ha origine latina:

• Augusta Taurinorum Torino

• Patavium Padova

• Lutetia Parisiorum Parigi.

Studiare il latino, quindi, significa scoprire perché l’Europa è fatta così come la conosciamo. Significa capire da dove vengono le nostre leggi, le nostre città, le nostre strade e la nostra idea di società.

Ma la lingua latina a che cosa serve?

IL LATINO ALL’ORIGINE DELLE LINGUE EUROPEE

Ti starai chiedendo: “Perché devo studiare una lingua che non parla più nessuno?”.

È una domanda più che legittima! La verità è che il latino...

...non è affatto morto, si è solo trasformato. Il latino è come il “padre” di tutte le lingue romanze (o neolatine). Questo significa che dal latino

si sono evoluti, nel corso di centinaia di anni, l’italiano, il francese, lo spagnolo, il portoghese e il rumeno. Più del 90% delle parole italiane deriva dal latino!

Le lingue “romanze” o “neolatine”

Entrambi i termini indicano le lingue che discendono dal latino, la lingua “ufficiale” dell’Impero romano.

Essi raccontano due aspetti della stessa storia.

• Il termine “romanze” indica l’origine di queste lingue (nate nei territori un tempo appartenenti all’Impero romano).

• Il termine “neolatine” sottolinea la loro natura (rappresentano le forme moderne del latino).

Si tratta di due modi diversi per esprimere lo stesso concetto: sono le lingue “figlie” del latino.

Vediamo ora come la parola latina pater si è evoluta nelle principali lingue romanze, secondo un processo che ha dato vita a esiti diversi ma tutti riconducibili alla stessa radice antica.

ITALIANO Italia padre

SPAGNOLO Spagna, America Latina padre

PORTOGHESE Portogallo, Brasile pai

FRANCESE Francia, Belgio, Canada père

RUMENO Romania, Moldavia tatăl

LINGUA DOVE SI PARLA
TRADUZIONE DELLA PAROLA LATINA PATER

E l’inglese? Ha avuto contatti con la lingua latina?

IL LATINO LINGUA “PONTE”

Anche se l’inglese è una lingua germanica (come il tedesco), e non una lingua neolatina, possiamo comunque affermare che ha avuto “fame” di parole latine.

Ciò è avvenuto principalmente per due importanti motivi storici.

1. La conquista romana della Britannia (I secolo d.C.): i Romani portarono con sé le loro parole che indicavano cose concrete come:

• vinum wine (vino);

• caseus cheese (formaggio);

• nomi di città derivati dalla parola castra (“accampamento”)

-chester (Winchester, Manchester).

2. La diffusione del Cristianesimo e la conquista dei Normanni (XI secolo). Migliaia di parole latine del registro colto entrarono nella lingua inglese attraverso:

• i monaci, che scrivevano e pregavano in latino;

• i Normanni (francofoni), che conquistarono l’Inghilterra nel 1066. Essendo il francese una lingua romanza, i Normanni arricchirono l’inglese con moltissimi vocaboli di derivazione latina.

Come riconoscere le parole latine in inglese?

Spesso le parole inglesi “colte” derivano dal latino. Ecco alcuni esempi:

LATINO ITALIANO INGLESE (DERIVAZIONE COLTA)

pater padre paternal, patriot

mater madre maternal, maternity

frater fratello fraternal, fraternity

liber libro library, librarian

scribere scrivere to scribe, script, manuscript

audire udire audible, audience

videre vedere vision, visible, video

Nell’alfabeto latino antico non esisteva una distinzione tra U e V: si usava una sola lettera, V (maiuscola)/u (minuscola), per rappresentare sia il suono vocalico /u/ (di “uomo”) sia il suono consonantico /w/ (di “vita”).

L’ABC DEL LATINO

Prima di tutto l’alfabeto

L’alfabeto latino deriva da quello greco, ma è stato adattato alle esigenze di pronuncia della lingua latina. Comprende 23 segni grafici; ognuno di questi segni è chiamato in latino littera:

Quali sono i primi elementi del latino da conoscere? A B C D E F G H I K L M N O P Q R S T V X Y Z a b c d e f g h i k l m n o p q r s t v x y z

Quando due vocali si incontrano e sono pronunciate con una sola emissione di voce si dicono dittonghi. In latino i dittonghi più frequenti sono: ae, au, oe.

Nella lingua latina a volte ci sono strani segni sulle vocali: che cosa significano?

GUIDA ALLA PRONUNCIA

In latino le vocali si distinguono in base alla loro quantità e possono essere lunghe o brevi.

• Le vocali lunghe sono indicate con il segno

• Le vocali brevi sono indicate con il segno ˘. In base alla quantità, si distinguono dieci suoni vocalici: ă, ĕ, ĭ, ŏ, ŭ, ā, ē, ī, ō, ū.

La quantità delle vocali è fondamentale per la pronuncia. In latino, infatti, la posizione dell’accento dipende dalla quantità della penultima sillaba di una parola.

• Se la penultima sillaba è lunga, l’accento cade su di essa.

Esempio: libērtas (che significa “libertà”)

La penultima sillaba (-bēr-) è lunga (perché ha una e lunga).

Quindi l’accento cade sulla penultima sillaba: li-bèr-tas

• Se la penultima sillaba è breve, l’accento cade sulla terzultima sillaba.

Esempio: libĕro (che significa “io libero”)

La penultima sillaba (-bĕ-) è breve (perché ha una e breve).

Quindi l’accento va sulla terzultima sillaba: lì-be-ro.

Come si pronuncia?

IL SUONO DEL LATINO

Esistono due principali modi di pronunciare il latino.

1. La pronuncia restituta: è il tentativo di ricostruire il suono antico del latino di epoca classica (I secolo a.C.).

2. La pronuncia scolastica o ecclesiastica: si sviluppò nel Medioevo soprattutto nell’ambito della Chiesa cattolica ed è quella più vicina alla pronuncia italiana.

Ecco una tabella che confronta le due pronunce.

LETTERA / DITTONGO

PRONUNCIA RESTITUTA PRONUNCIA ECCLESIASTICA

c (davanti a a, o, u) sempre dura (k) come in “casa” sempre dura (k) come in “casa”

c (davanti a e, i) sempre dura (k) come in “casa” morbida (c) come in “cena”

g (davanti a a, o, u) sempre dura (g) come in “gatto” sempre dura (g) come in “gatto”

g (davanti a e, i) sempre dura (g) come in “gatto” morbida (g) come in “gelato”

h aspirata (come in inglese) muta (non si pronuncia)

v u come in “uomo” v come in “vita”

ae (dittongo) àe (suono doppio) è (suono unico )

oe (dittongo) òe (suono doppio) è (suono unico)

ti (+ vocale) ti (suono secco) z (suono vibrante)

Infine, su quali aspetti bisogna concentrarsi maggiormente?

IL LATINO COME FORMA MENTIS

Il latino è una lingua caratterizzata da grande precisione e rigore logico. Ecco gli aspetti principali su cui ci concentreremo:

1. Le declinazioni: questa è la differenza più grande rispetto all’italiano.

• In italiano, il ruolo di una parola nella frase (se è soggetto, complemento oggetto...) dipende dalla posizione della parola stessa all’interno della frase oppure dalla presenza eventuale di preposizioni (di, a, da, in, con, su, per, tra, fra).

• In latino, la funzione logica di un nome (es. “il ragazzo”, soggetto o complemento oggetto) dipende dalla sua desinenza, cioè da come termina la parola stessa. Se cambia la desinenza, cambia il significato della frase. “Il ragazzo” si dice puer se è soggetto, mentre si dice puerum se è complemento oggetto.

2. Le coniugazioni:

anche i verbi latini hanno desinenze che cambiano, precisando chi compie l’azione, quando e in che modo.

• amo = io amo; amas = tu ami; amat = egli ama.

• amabo = io amerò; amabis = tu amerai; amabit = egli amerà

• amans = amando

3. Il lessico (vocabolario): impareremo tantissime parole latine che sono le “radici” di termini italiani che impieghiamo ogni giorno.

Ecco un esempio.

La parola “educare” in italiano significa “istruire”; ma se guardiamo all’etimologa latina, vediamo che all’origine del vocabolo c’è il verbo e-duco, che vuol dire “trarre fuori”, da ex (“fuori”) e duco (“conduco”).

Questo ci suggerisce che il vero significato di “educare” non è solo “insegnare”, ma piuttosto “far emergere”, “mettere in evidenza” (le nostre capacità e i nostri talenti).

Studiare il latino, quindi, equivale a “educare” nel senso etimologico del termine: “portare alla luce” il significato nascosto delle parole, per comprendere la profondità del nostro linguaggio.

Historia magistra vitae est

PARTIAMO

DA UNA FRASE

La frase è di un celebre

“Ti faccio da Cicerone”, “Sei il mio “Parlare come Cicerone” e altri modi di dire. Ma chi era questo Cicerone, vi chiederete... Cicerone era un scrittore, oratore, politico, e altro ancora. Insomma, una persona con molti talenti ruolo di spicco nella e nella storia della nostra cultura. Vissuto negli anni più tormentati della vita politica di Roma, quando le libertà della Repubblica stavano venendo meno e si affacciava il pericolo di un potere assoluto, Cicerone ha creduto nei valori della tradizione romana, di cui oggi siamo eredi. Impariamo a conoscerli meglio, attraverso le sue parole.

CULTURA

Intervista all’autore

Cicerone si racconta

Qual è lo scopo delle tue opere?

Come ti chiami?

Dove sei nato?

Di che cosa ti sei occupato?

Mi chiamo Marco Tullio Cicerone.

Sono nato ad Arpino (un piccolo paese del Lazio) nel 106 a.C.

Di professione sono stato un avvocato e un politico.

Quali opere hai scritto?

Ho scritto celebri orazioni, trattati filosofici, opere retoriche e numerose lettere, che raccontano la vita politica e privata del mio tempo. Insomma, non per vantarmi, ma sono una colonna portante della cultura latina!

Qual è la tua opera preferita?

Se vuoi conoscere meglio che cosa significa essere un avvocato, ti consiglio il mio trattato De oratore: imparerai i ferri del mestiere! Non solo devi parlare bene, ma conoscere le leggi, la filosofia e, soprattutto, la storia (maestra di vita!).

La mia passione è sempre stata la parola: usarla per combattere le ingiustizie e difendere la libertà. Ho cercato la verità e l’ho detta anche quando era scomoda… Per questo mi sono fatto molti nemici e alla fine ho pagato con la vita.

LO SAPEVI CHE? Le mani e la lingua di Cicerone

Poco prima di morire, Cicerone stava per scappare dall’Italia e fuggire in Grecia, per allontanarsi dai suoi avversari politici: fu però raggiunto da due soldati, pagati per ucciderlo. La sua morte fu cruenta: i due assassini non solo uccisero Cicerone, ma gli tagliarono le mani e la lingua per poi esporle nel cuore di Roma, in modo che tutti potessero vederle. Ma perché? Ebbene, mani e lingua sono stati i mezzi con

cui Cicerone ha espresso le proprie idee contro i soprusi e le prepotenze dei potenti, scrivendo orazioni (con le mani) e pronunciandole (con la lingua) davanti a tutti.

“Ti taglierei la lingua” non è soltanto un modo di dire, ma un vero e proprio gesto che ha segnato per sempre la fine della democrazia: quando si tagliano le mani e la lingua a qualcuno significa che non c’è più spazio per dire ciò che pensiamo.

Non sapere ciò che è accaduto prima che fossi nato vuole dire rimanere sempre adolescente.

Che cos’è la vita di un uomo se non è intrecciata con la vita degli antenati attraverso la memoria delle cose antiche?

(De Oratore 34, 119)

Cicerone credeva nella tradizione, nel valore della memoria, nella convinzione che ciò che ci lasciamo alle spalle è parte della nostra vita: il nostro passato non va dimenticato, anzi, dobbiamo tenerlo in considerazione per evitare errori futuri.

Tale osservazione può valere non soltanto per la Storia collettiva, quella con la S maiuscola, in cui il passato è studiato analizzando i grandi eventi e le grandi personalità, ma anche per la storia individuale, con la s minuscola, quella di ciascuno di noi. Spesso, infatti, ci rendiamo conto che commettiamo gli stessi sbagli e che mettiamo in atto quegli stessi comportamenti che già in precedenza erano risultati inefficaci. Insomma, occorre imparare dal passato per costruire il nostro futuro. Soltanto così la storia (collettiva e individuale) può essere veramente maestra di vita. Altrimenti rischiamo, come afferma Cicerone, di rimanere degli eterni adolescenti.

PERCHÉ PARLARE DI STORIA?

Addentrarsi nella storia, oggi più che mai, può diventare un’opportunità: soltanto conoscendo tante storie – individuali o collettive – possiamo “specchiarci” nel passato e scavare tra esempi positivi e negativi, tra eventi sconvolgenti o piccoli cambiamenti, per trovare gli strumenti con cui costruire noi stessi e la nostra visione del mondo.

Se guardata da questo punto di vista, la storia diventa uno strumento utile non certo per imparare un elenco di date e fatti, ma per comprendere le cause profonde e la dinamica degli eventi, cercando di stabilire continue analogie con il presente.

Conoscere il mondo e sé stessi

E la tua storia?

Conosciamoci meglio

Conosci qualche episodio significativo relativo alla storia della tua famiglia (per esempio dei tuoi nonni o bisnonni)? Hai ricordi di famiglia che riguardano la guerra (come la Prima o Seconda guerra mondiale o altri conflitti più recenti)? Intervista parenti o amici e scrivi sul quaderno un racconto significativo del passato familiare. Scoprirai che la tua storia personale o di famiglia è strettamente legata alla Storia con la S maiuscola.

LO HA DETTO LUI

Esempio: La vittoria ai campionati studenteschi rimarrà negli annali della nostra scuola.

La bacheca delle parole

Le parole della storia e della memoria

Annales et historia

Per i Romani la memoria storica era importante. Per non dimenticare i fatti accaduti, esistevano alcuni uomini incaricati di segnare, mese per mese e anno per anno, in un archivio speciale che si trovava nel centro di Roma presso il Foro romano, tutti i principali avvenimenti: da queste raccolte (chiamate in latino Annales perché suddivise “anno per anno”) deriva la parola italiana annali “Passare agli annali”, “rimanere negli annali” sono espressioni che usiamo ancora oggi per dire che qualcuno o qualcosa è degno, per qualche motivo, di essere ricordato.

La parola “storia” (in latino historia), invece, che noi usiamo comunemente per riferirci allo studio del passato, è di origine greca, anche se i Romani l’hanno accolta nel loro vocabolario per indicare un rapporto particolare con il passavuol dire letteralmente “indagine”, “ricerca”. “Fare storia” significa quindi cogliere le cause che hanno determinato gli avvenimenti, non limitandosi ad elencarli, ma analizzandoli attraverso uno studio attento e rigoroso.

Memoria e ricordo

Confrontiamo ora due parole, memoria e ricordo , spesso usate come sinonimi, apparentemente identiche e interscambiabili. Impareremo così che dietro ai vocaboli che pronunciamo si nascondono delle storie (legate alle origini, ossia alle etimologie) che li rendono unici e distinti.

Memoria , dal greco mimnésco (“ricordo”), indica un’attività della mente collegata a una precisa esigenza, quella di mantenere in vita i contenuti del passato. La radice italiana su cui si costruisce questo termine è

deriva invece dal latino cor, che significa “cuore”, unito al prefisso re-/ri-, nel senso di “richiamare al cuore”: contrariamente alla memoria, che è collegata alla mente e alla ragione, il ricordo è legato ai sentimenti.

1. ■ LESSICO Completa il testo seguente, che tratta del rapporto storia/ memoria , inserendo le parole-chiave a scelta tra quelle in elenco.

eredità • antenati • tramandare • patrimonio • monumenti • testimonianze • tradizione

Storia e memoria: un legame imprescindibile

Il legame con il passato per i Romani si esprimeva su più livelli: a livello individuale, con il ricordo degli , ai quali era dedicato un piccolo altare all’ingresso della casa; a livello collettivo, con i nei luoghi pubblici. Anche la poesia epica offriva un di fonti per il ricordo. Le del passato erano per i Romani una vera , da trasmettere alle generazioni future, educate al rispetto della .

2. ■ A COPPIE Cerchiate la radice della parola “memoria” nei vocaboli proposti; quindi associateli alle corrette definizioni.

1. memoriale

2. rimembranza

3. commemorazione

4. memore

5. memorabile

6. smemorato

7. Memory

a. persona che si ricorda di qualcosa

b. persona che non si ricorda le cose

c. gioco di memoria

d. un monumento in ricordo di un evento

e. fatto degno di essere ricordato

f. il riaffiorare di un avvenimento passato

g. cerimonia pubblica in ricordo di qualcosa

3. ■ ■ Conosci le seguenti espressioni della lingua inglese o della lingua francese? Cercale in Internet e scrivi il loro significato. learning by heart • apprendre par coeur

4. ■ ■ A COPPIE IMPARIAMO DIVERTENDOCI Lavorate in coppia e cerchiate le 8 parole che sono legate alla storia del mondo romano. Le parole da individuare possono essere lette in tutte le direzioni. Le lettere restanti formano un celebre motto latino: lo conoscevate?

L’espressione è

L’espressione significa

Come mai può essere collegata al tema della memoria?

Il latino per l’italiano

Gli usi del verbo essere: copula, ausiliare nei tempi composti e predicato verbale

Analizziamo l’espressione da cui sono partite le nostre riflessioni:

La storia è maestra di vita

Si tratta di una frase che contiene un predicato nominale, costituito dalla copula (è : verbo essere) e dal nome del predicato (il sostantivo “maestra”).

Non sempre il verbo essere ha funzione di copula all’interno di un predicato nominale.

Lo troviamo infatti anche come ausiliare nelle forme verbali composte (è giunto, è amato), o come predicato verbale autonomo (nel senso di “stare”, “trovarsi”).

Come copula, il verbo essere è seguito da un sostantivo o da un aggettivo:

Io sono (copula) una ragazza (nome del predicato > sostantivo)

Io sono (copula) simpatica (nome del predicato > aggettivo)

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Talvolta il nome del predicato può essere costituito da una coppia di parole formata da un sostantivo e da un aggettivo (in funzione di attributo):

Io sono (copula) una ragazza simpatica (nome del predicato > sostantivo “ragazza” + attributo “simpatica”)

Come ausiliare, il verbo essere si trova all’interno di verbi composti attivi o passivi:

Io sono arrivata in ritardo (verbo attivo: arrivare)

Paolo è stato aiutato da Marco (verbo passivo: aiutare)

Come predicato verbale autonomo, il verbo essere è seguito in genere da informazioni legate al luogo.

Io sono in casa (= sto lì)

Laura è in vacanza (= si trova lì, stato in luogo figurato)

1. ■ Distingui nelle frasi il valore del verbo essere a scelta tra copula di un predicato nominale (COP), ausiliare di un verbo composto (AUS) e predicato verbale autonomo (PVA).

1. Sono andata al mare.

2. Non sono mai stata in casa tua.

3. Mia madre è stata una campionessa di nuoto.

4. Ma dove sei stato?

5. Ieri sera sono stato a teatro.

6. Sei stato lodato per il tuo atteggiamento.

7. Non sono riuscito a finire l’esercizio.

8. Ieri sono arrivati i miei nonni.

9. I miei nonni sono ancora molto giovani.

10. Sei un vero amico.

COP AUS PVA

COP AUS PVA

COP AUS PVA

COP AUS PVA

COP AUS PVA

COP AUS PVA

COP AUS PVA

COP AUS PVA

COP AUS PVA

COP AUS PVA

2. ■ ■ A COPPIE Nell’elenco dei verbi c’è un intruso, che non appartiene alla stessa tipologia degli altri: quale? Perché?.

1. Sei uscito.

2. Sei sveglio.

3. Sei andato.

4. Sei arrivato.

3. ■ ■ ■ Ora prova a distinguere, nel caso del verbo essere usato come ausiliare, i verbi attivi (A) da quelli passivi (P).

1. Sei caduto dalla bicicletta. A P

2. Sei andato dal meccanico. A P

3. Sei amato da tutti. A P

4. È venuto un temporale. A P

5. È uscito prima da scuola. A P

6. È stato chiamato in segreteria. A P

7. Sono stati avvisati per tempo. A P

8. I pacchi non sono ancora stati consegnati. A P

9. Luca è già sceso al primo piano. A P

10. Siete stati accompagnati nel posto sbagliato. A P

4. ■ ■ ■ RACCONTO DEL SÉ Scrivi con un compagno una breve storia (circa 10 righe) sul ricordo di un’esperienza vissuta insieme. Usa il verbo essere almeno una volta come copula, una come ausiliare e una come predicato verbale. Poi sottolineate le voci del verbo essere e indicate a quale categoria appartengono.

Primo incontro con il latino

Torniamo alla frase di Cicerone da cui siamo partiti:

Historia magistra vitae est.

La sua traduzione dal latino all’italiano è:

“La storia è maestra di vita”.

Osserviamo i suoni

Partiamo dalla parola latina historia, che vuol dire “storia”. Come puoi osservare la parola è rimasta molto simile nell’italiano. Quale cambiamento hai notato nel modo di scrivere la parola dal latino all’italiano?

La parola historia ha perso l’acca. Perché? Molto semplice: l’ha persa perché non si pronuncia, quindi non serve.

Ti è mai capitato di sentir pronunciare le espressioni “non capisco un’acca” o “non serve a un’acca”? Significano non capire niente e non servire a niente. Insomma, l’acca è un sinonimo di “niente”. Ma è vero che l’acca non serve?

L’acca in italiano non ha un suono: per questo si dice che è “muta”. Se la trovi insieme alla c e alla g, la sua funzione è quella di spiegare come si pronuncia la lettera precedente (il suono duro di “ghiotto” o di “chiasso”).

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Tuttavia, in alcuni casi, l’acca si può trovare anche all’inizio di una parola: come mai, se non viene pronunciata? Si tratta di un’acca che deriva dal latino, un’acca “nostalgica”, per così dire, e desiderosa di mostrare la sua etimologia. Ecco le parole “nostalgiche” (dell’acca) in italiano. Si tratta di 4 verbi:

io ho , tu hai , egli ha , essi hanno

Ebbene queste parole hanno l’acca perché in latino il verbo avere (habere) aveva l’acca.

Ci sono lingue ben più nostalgiche dell’italiano. Pensiamo allo spagnolo, al francese, ma anche all’inglese, sebbene quest’ultima non sia una lingua neolatina: troverai molte parole di origine latina con l’acca davanti (anche se non la si pronuncia più).

La parola magistra, invece, significa “maestra”: anche qui ci sono stati alcuni cambiamenti di suono (dalla gi alla e), ma la parola è rimasta comunque molto simile in italiano.

Ci sono però alcuni termini italiani derivati dal latino magistra che hanno mantenuto la gi, per esempio l’aggettivo magistrale o l’avverbio magistralmente . Erano infatti un tempo chiamati “istituti magistrali”, in Italia, quelle scuole in cui si preparavano i “maestri” e le “maestre”.

La parola latina vita, infine, è rimasta identica in italiano (il suffisso -ae, come vedremo, è legato alla funzione della parola nella frase, ossia ai casi). È il momento di imparare a riconoscerli.

Osserviamo la funzione

Come si esprimono queste funzioni in latino? Attraverso i cosiddetti “casi”, ossia per mezzo delle desinenze (o terminazioni) delle parole.

Ecco la tabella dei casi e delle principali funzioni:

La storia è maestra di vita

soggetto copula nome del predicato complemento di specificazione

Histori-a est magistr-a vit-ae

nominativo, soggetto nominativo, nome del predicato verbo essere, copula genitivo, complemento di specificazione

CASO FUNZIONE ESEMPIO

NOMINATIVO soggetto e nome del predicato La maestra è simpatica.

GENITIVO complemento di specificazione Il libro della maestra è interessante.

DATIVO complemento di termine

Ho dato un libro alla maestra.

ACCUSATIVO complemento oggetto Ho incontrato la maestra

VOCATIVO complemento di vocazione

ABLATIVO complemento di mezzo e altri complementi

Maestra, mi aiuti per favore?

Ho imparato a leggere grazie alla maestra.

Conosciamo la prima declinazione

Historia magistra vitae est

In questa frase abbiamo incontrato ben tre parole della prima declinazione: • historia, “storia” • vita, “vita” • magistra, “maestra”

I nomi della prima declinazione, al nominativo singolare, presentano tutti la terminazione -a. Vediamo ora come si declinano negli altri casi.

Usiamo la parola puella, che significa “ragazza”. Con questa parola in genere le studentesse e gli studenti del liceo iniziano a studiare il latino.

CASO FUNZIONE

NOMINATIVO soggetto e nome del predicato puell a la ragazza puell ae le ragazze

GENITIVO complemento di specificazione puell ae della ragazza puell arum delle ragazze

DATIVO complemento di termine puell ae alla ragazza puell is alle ragazze

ACCUSATIVO complemento oggetto puell am la ragazza puell as le ragazze

VOCATIVO complemento di vocazione puell a o ragazza puell ae o ragazze

ABLATIVO complemento di mezzo e altri complementi puell a con/per la ragazza puell is con/per le ragazze

Con l’ablativo -a “con lei” passeggiava IA

Abbiamo deciso di interrogare l’IA, per darci una mano nella memorizzazione dello schema della prima declinazione. Ci ha proposto una filastrocca, che qui riportiamo (con qualche modifica).

La canzone di puella per il singolare

C’era una volta una puella

Una ragazza molto bella

Con il nominativo -a si presentava

Con il genitivo -ae “di chi è?” domandava

Con il dativo -ae “a chi sta?” si chiedeva

Con l’accusativo -am “la sua amica” incontrava

Con il vocativo -a “Amica mia” la chiamava

La canzone di puella per il plurale

Ma puella non è sola, ha tante sorelle

Puellae che ridono sotto le stelle

Puellarum è “delle”, per far proprietà

Puellis offrono doni con generosità

Puellas le vedi che vanno in città

E se gridi “Ehi, puellae, che facciamo?”

Rispondono: “Con puellis ci divertiamo!”

1. ■ Nella canzoncina del singolare evidenzia le uscite . In quella del plurale, invece, le parole declinate.

2. ■ ■ TU E L’IA IA Come puoi notare, l’IA può essere anche creativa e originale! E tu? Vuoi provare a inventare una tua filastrocca per memorizzare la declinazione?

Lavora con il tuo compagno o la tua compagna di banco: scegliete una parola della frase latina ( historia , magistra o vita ) e provate a inventare una filastrocca per il singolare o per il plurale. Aiutatevi con l’IA: chiedete a un chatbot di proporvi una filastrocca e usatela come base di partenza. Sono importanti i comandi da dare: più sono precisi, più la tua ricerca sarà adeguata. Ecco alcuni suggerimenti:

1. La filastrocca deve essere in italiano e non in latino.

2. Deve contenere la parola latina scelta nei vari casi del singolare o del plurale.

3. Deve servire a memorizzare la prima declinazione.

Dopo aver letto la proposta dell’IA, fate tutti i cambiamenti che riterrete opportuni per migliorare e personalizzare la vostra filastrocca.

3. ■ ■ Cerca sul dizionario on line come si dice “storia” in inglese, in francese e in spagnolo: quante acca vedrai!

Inglese:

Francese: Spagnolo:

In altri casi, invece, le parole italiane con l’acca sono straniere: quali esempi puoi fare? Interroga la Rete o chiedi aiuto a un chatbot. Noi iniziamo ad aiutarti: hobby, hamburger…

Scopriamo i luoghi

Il museo, luogo della memoria e della storia

Quando pensiamo al nostro patrimonio storico-culturale, ci vengono subito in mente i musei, spazi pubblici utilizzati per raccogliere le testimonianze del passato.

Resti romani, quali per esempio parti di monumenti, statue, oggetti della vita quotidiana, si trovano in moltissimi musei sparsi in tutta Europa e negli Stati Uniti, a ribadire l’importanza attribuita alla cultura latina nella formazione di un’identità culturale europea e occidentale.

La maggior parte delle grandi raccolte museali, quali per esempio il Louvre di Parigi, il British Museum di Londra, il Pergamonmuseum di Berlino o l’Hermitage di San Pietroburgo, sono stati allestiti a cavallo tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, sull’onda di un interesse crescente per l’antichità.

1. IMPARIAMO DIVERTENDOCI A COPPIE Vi proponiamo una caccia al tesoro. Lavorando in coppia e aiutandovi con una ricerca per immagini su Internet, scoprite in quali musei (e di quali città) sono conservate le statue raffigurate nelle immagini proposte qui di seguito e quale personaggio storico è rappresentato in ciascuna di esse.

Ogni statua nel suo museo

Scopriamo le epigrafi

Faccia a faccia con la storia

La memoria è da sempre legata alla scrittura. Scrivere consente infatti di lasciare una traccia fisica e duratura delle persone e degli eventi. Un particolare esempio è quello delle epigrafi: si tratta di iscrizioni incise su materiali che durano nel tempo, come il marmo, la pietra o il metallo; si trovano su monumenti, tombe, edifici pubblici, statue e altari.

Conservano il ricordo perché:

1. documentano eventi e persone importanti → trasmettono il ricordo di fatti che vale la pena tramandare;

2. sono incise nella pietra → resistono nel tempo.

Sono importanti perché sono fonti storiche dirette, cioè presentano dati precisi e sono in genere contemporanee agli eventi riportati.

1. IN GRUPPI COMPITO DI REALTÀ Fate una ricerca di gruppo: cercate un’epigrafe nel vostro territorio (in italiano o in latino), fotografatela e scrivete chi o che cosa ricorda, compilando la scheda proposta. Cercate, per esempio, nelle chiese, nelle piazze.

È possibile che anche nella vostra scuola ci siano epigrafi, che ricordano magari il nome della persona a cui la scuola stessa è intitolata.

UN’EPIGRAFE DEL MIO TERRITORIO

1. Dove si trova? Precisate la sua collocazione.

2. Quanto è grande? Precisate la sua misura.

3. Di che cosa è fatta? Precisate il suo materiale.

4. Di che cosa / di chi parla? Precisate il suo contenuto.

5. A quando risale? Precisate l’epoca di realizzazione.

6. Come è fatta? Disegnatela o fotografatela.

Scopriamo i miti e le tradizioni

Il mito della memoria

L’origine della parola “museo” ci riporta al mondo della memoria e lo fa attraverso un mito, quello delle Muse, figlie di Mnemosýne e di Zeus.

Esiste nella tradizione classica una dea della Memoria, chiamata Mnemosýne, che ha avuto nove figlie, le Muse. Ciascuna di loro si dedica a una disciplina artistica o scientifica diversa e ha il compito di celebrare, grazie alle sue doti, la memoria degli eroi, rendendo le loro gesta eterne.

Le nove Muse sono in genere accompagnate da Apollo, il dio delle arti, e secondo la mitologia vivono sul monte Parnaso, in Grecia. Impariamo a riconoscerle, dagli oggetti con cui sono raffigurate e dai loro comportamenti tipici.

MUSA DISCIPLINA

Calliope “colei che ha una bella voce”

Clio

“colei che può rendere celebri”

Erato “colei che provoca desiderio”

Polimnia “colei che ha molti inni”

Tersicore “colei che si diletta nella danza”

STORIA POESIA EPICA

POESIA AMOROSA E MIMICA

CANTO SACRO

DANZA

Euterpe “colei che rallegra” MUSICA

Talia “colei che è festiva”

Melpomene “colei che canta la tragedia”

Urania “colei che è celeste”

COMMEDIA

TRAGEDIA

ASTRONOMIA

ATTRIBUTI E SIMBOLI

tavoletta scrittoria, stilo per scrivere, corona d’alloro

rotolo di pergamena

colomba

atteggiamento pensoso

spesso in movimento

flauto

maschera comica

maschera tragica

compasso, globo terrestre

1. RACCORDI - ARTE E IMMAGINE Completa la descrizione del quadro Il Parnaso del pittore del Settecento Anton R. Mengs, inserendo i nomi mancanti delle nove Muse.

Una rappresentazione delle Muse

Al centro del quadro è rappresentato Apollo, che stringe nella mano destra una corona d’alloro e nella sinistra uno strumento a corde, chiamato “lira”. Alla sua destra siede , che unitasi con Zeus procreò le nove muse.

Alle spalle di Mnemosýne c’è , coronata d’alloro, e seduta ai suoi piedi , la Musa della storia; più in là , con una veste verde, danza con . Seduta in terra si trova che studia la sfera celeste, e dietro di lei riconosciamo , che ha in testa una maschera del teatro tragico. Dietro quest’ultima si scorge con i suoi flauti. Poi ci sono la riflessiva e dalla bella voce, quest’ultima con il braccio levato in alto, pronta a declamare i suoi versi.

2. SPAZIO ALLA CREATIVITÀ Dividetevi in coppie e usate il nome di una delle Muse per realizzare un messaggio pubblicitario di un prodotto a vostra scelta. Spiegate brevemente il motivo della vostra scelta. A quale Musa vi siete ispirati? Perché? Qual è il vostro slogan? Confrontate i messaggi che avete preparato e scegliete quello più efficace.

Lo sapevi che?

Cicerone e le tecniche della memoria

È possibile esercitare la memoria?

La risposta è sì! Esiste una tecnica particolare, chiamata mnemotecnica (come noterai, ha la stessa radice greca del nome della mamma delle Muse, Mnemosýne), che aiuta a memorizzare concetti anche complessi e articolati.

Si tratta della cosiddetta tecnica dei luoghi (in latino loci), chiamata anche palazzo della mente o della memoria. E indovinate chi l’ha inventata? Sempre lui, il nostro Cicerone! Scopriamola insieme e magari potrà anche essere un valido aiuto come metodo di studio.

La tecnica dei loci

Immaginatevi una serie di luoghi fisici, per esempio all’interno di una casa: l’ingresso, il bagno, la cucina, il salotto, la camera da letto e così via.

Gli elementi da ricordare (per esempio il nome delle nove Muse e la loro funzione) vengono associati a ciascuno di questi luoghi, in modo da visualizzarli meglio attraverso un apprendimento di tipo “spaziale”

Il recupero delle informazioni si ottiene quindi camminando tra i loci e attivando di conseguenza le varie regioni del cervello che controllano l’apprendimento spaziale.

Ma che cosa c’entra Cicerone? Ebbene il nostro autore aveva bisogno di memorizzare i discorsi per pronunciarli con più efficacia davanti al pubblico, concentrandosi sulla sua declamazione, ossia sul modo di parlare, per convincere meglio gli ascoltatori.

Si dice infatti che, quando doveva imparare a memoria le sue lunghe orazioni, fosse solito passeggiare per l’aula nella quale si sarebbe tenuto il discorso assegnando a ciascuna colonna dell’edificio una parte dell’orazione: in questo modo, quando arrivava il momento del processo, gli bastava guardare le colonne per ricordare le frasi giuste da pronunciare.

Una curiosità: da Cicerone e dal suo metodo deriva il nostro modo di dire “in primo luogo”, “in secondo luogo” per passare da un argomento all’altro. Si tratta infatti di immaginare luoghi fisici, che orientano il discorso e lo rendono logico e lineare nei vari passaggi da un tema a un altro.

Questa tecnica può essere utile perché:

• si possono riportare alla mente i pensieri e i concetti grazie alle immagini;

• si può stabilire un ordine delle informazioni attraverso un percorso tra i vari luoghi del nostro ragionamento.

La tecnica dei loci in breve

Assegnate mentalmente un luogo o un oggetto fisico al concetto che volete memorizzare. Create quindi un percorso che si sviluppa attraverso immagini concrete (quadri, stanze ecc.) che vengono associate alla sequenza di informazioni da ricordare.

1. Disegna la piantina della tua casa e quindi associa a ciascuna stanza una o due Muse, secondo alcuni criteri. Per esempio:

1. nell’ingresso Mnemosýne (pronta ad accoglierti in questo percorso);

2. in camera da letto Calliope e Clio (poiché lì studi epica e storia; inoltre i nomi iniziano con la “c” di camera);

3. in soggiorno Euterpe e Tersicore (poiché ti serve spazio per esercitare musica e danza);

4. sul terrazzo Erato e Urania (per la poesia amorosa, dato che Giulietta parla con il suo amato Romeo da un balcone, e per l’astronomia, dato che da lì si guardano le stelle);

5. in cucina Talia e Melpomene (dove ci si raccontano avvenimenti comici e tragici della giornata);

6. in bagno Polimnia (perché lì ti rifugi a riflettere, mentre ti prepari per uscire con gli amici).

Ora prova a passare con la mente da una stanza all’altra in un certo ordine, memorizzando il percorso e organizzando le informazioni. Quindi, arrivato a casa, prova a vedere se funziona. Hai imparato il nome delle Muse?

CITTADINANZA

Spazio all’Educazione civica

La cancellazione del ricordo e il dovere della memoria

La damnatio memoriae

In latino la cancellazione del ricordo ha un nome: damnatio memoriae, ossia la condanna della memoria o, meglio, la morte del ricordo. Si tratta di un’usanza tipica dell’antica Roma. Attraverso la damnatio memoriae si cancellava ufficialmente il ricordo di qualcuno, di solito un personaggio politico che era caduto in disgrazia, come un imperatore tirannico o un traditore dello Stato. In che cosa consisteva? La damnatio memoriae prevedeva azioni concrete:

• la cancellazione del nome dalle iscrizioni pubbliche (epigrafi) e dalle monete;

• la distruzione di statue o ritratti;

• la cancellazione del nome dai documenti ufficiali;

• il divieto ai familiari di ricordare il nome del defunto pubblicamente. Ecco un esempio: dopo aver fatto uccidere il fratello Geta, l’imperatore Caracalla fece cancellare la sua immagine ovunque comparisse. Osserva le figure:

Figura 1: dipinto su tavola (200 d.C.). Il pittore egiziano ha raffigurato Settimio Severo e la moglie Giulia Domna in alto, i figli Geta e Caracalla in basso. Come vedi Geta è stato cancellato.

Figura 2: Porta degli Argentari a Roma (204 d.C.): qui l’imperatore Geta (un tempo sulla sinistra) è stato cancellato dal rilievo tramite uno scalpello. Rimane soltanto il fratello Caracalla sulla destra.

La memoria: il nostro legame con il passato

«La memoria non è ciò che ricordiamo, ma ciò che ci ricorda. La memoria è un presente che non finisce mai di passare».

Così affermava il poeta messicano Octavio Paz, premio Nobel per la letteratura nel 1990, invitandoci a non rimuovere il legame che abbiamo con il nostro passato, ma a cercare di comprenderlo, ricavandone anche insegnamenti per il futuro.

Non ti lascio, ti cancello: dalla damnatio memoriae al ghosting

Oggi, soprattutto nei social, è un fenomeno diffuso cancellare le relazioni: si tratta del ghosting, dall’inglese ghost, “fantasma”. Significa cancellare, far sparire l’altro, senza dare spiegazioni. In un certo senso si può assimilare a una cancellazione del ricordo: tramite il ghosting, infatti, si troncano tutte le forme di contatto con una persona, come se per noi non fosse mai esistita.

In che modo questo è possibile? Per esempio, cliccando un tasto del proprio cellulare si può eliminare definitivamente qualcuno (che magari era stato importante all’interno di un’amicizia o di una relazione sentimentale) dalla nostra vita, cancellarlo definitivamente, impedendogli di mettersi in contatto con noi, non rispondendo più né ai suoi messaggi né alle sue chiamate.

1. DISCUTIAMONE IN CLASSE Che cosa pensate della pratica della damnatio memoriae? Secondo voi è corretto cancellare il passato? Che cosa ne pensate degli imperatori che hanno mal governato? Vanno cancellati o ricordati? Giustificate la vostra risposta.

2. A COPPIE Fate a coppie una ricerca in Internet sugli imperatori romani che hanno subito la damnatio memoriae e riportate alcuni esempi, seguendo il modello proposto per Geta.

3. DISCUTIAMONE IN CLASSE Perché si fa ghosting? Quali sono gli effetti su chi lo subisce? Come reagire? Quali soluzioni sono possibili per evitarlo? Oltre al ghosting , conoscete altre forme di cancellazione (per esempio delle immagini) sui social ? Dopo averne parlato in classe, scrivete una riflessione di circa 15 righe di testo parlando del fenomeno della cancellazione della memoria sui social .

Le Muse ispiratrici

Tra arte, epica, musica e spettacolo

Raccordi con arte e immagine italiano musica

ARTE E IMMAGINE

Realizziamo delle flashcards

• Dividetevi in gruppi (minimo 2, massimo 4 alunne/i per gruppo) e con l’aiuto dell’insegnante di arte e immagine preparate delle flashcards sulle Muse. Estraete a sorte la Musa che ciascun gruppo deve rappresentare.

• All’interno del gruppo: prendete un cartoncino e ritagliatelo in modo da realizzare una carta delle dimensioni di 10,5x14,8 cm (A6).

• Realizzate le due facce:

- sul fronte (lato A) disegnate una Musa con i suoi attributi;

- sul retro (lato B) scrivete la sua descrizione, precisando di quale Musa si tratta.

In alternativa, per la realizzazione delle flashcards potete usare formati digitali mediante apposite app.

IDEE PER IL GIOCO DI GRUPPO

L’insegnante prenderà le carte e le mescolerà, mostrando ai singoli gruppi una flashcard alla volta (esclusa quella disegnata da loro). I gruppi segneranno su un foglio la risposta.

Vincerà il gruppo che avrà indovinato il maggior numero di Muse.

ITALIANO

Cantami, o diva, del Pelide Achille l’ira funesta… Con queste immortali parole Omero diede inizio alla sua prima e straordinaria opera: l’Iliade

Ma chi era la “diva” a cui il poeta chiedeva di narrare le gesta di Achille e dei Greci? Era una Musa, più precisamente Calliope, ispiratrice della poesia epica. Oggi forse noi non ne comprendiamo l’importanza, ma per i Greci l’epica, poiché trasmetteva le gesta eroiche di uomini e popoli, rappresentava la narrazione in versi della Storia.

DISCUTIAMONE IN CLASSE

L’epica oggi

Oggi l’epica tradizionale – fatta di poemi lunghi, eroi, guerre e gesta memorabili –è sostituita da forme narrative moderne, che in qualche modo cercano di dare voce ai valori collettivi proprio come l’epica antica.

Che cosa sostituisce l’epica oggi, secondo voi? Con l’insegnante di italiano discutete in classe.

Ecco alcune proposte:

• cinema e serie TV epiche (come Il Signore degli Anelli, Il trono di spade, Guerre stellari);

• videogiochi narrativi (come God of War, The Legend of Zelda, The Last of Us);

• Fumetti e graphic novel con protagonisti epici (come Marvel, DC Comics);

• Romanzi fantasy e science-fiction (come Harry Potter, Dune, Eragon).

Che cosa ne pensate? Informatevi, quindi discutetene in classe.

Scrivete la vostra “epica della memoria”

Ogni tempo ha le sue storie da raccontare. Nell’antichità l’epica narrava le imprese degli eroi; anche oggi le vicende del passato o gli eventi storici possono diventare racconti epici.

Scegliete un’impresa o un ricordo legato al passato:

• un fatto storico studiato a scuola;

• un evento realmente accaduto che parla di coraggio, difficoltà, viaggi, sfide.

Poi scrivete un breve prologo di 8-10 righe in cui raccontate l’inizio di questa storia, proprio come farebbe un poeta epico:

• potete iniziare con “Cantami, o Diva…” o “Ascoltate questa storia…”;

• raccontate quando e dove è ambientata la vicenda;

• cercate di mettere in risalto perché merita di essere ricordata.

Infine, sottolineate nel testo le parole che si riferiscono al tempo e al ricordo.

MUSICA

Donne ispiratrici

Le Muse ispiratrici

Lo sapevate che la parola “musica” deriva dalle Muse? Il termine inizialmente indicava qualsiasi forma d’arte sotto la protezione delle Muse, e non solo ciò che oggi chiamiamo “musica”. Comprendeva infatti la poesia, il canto, la danza e la recitazione accompagnata da strumenti. Solo più tardi il significato si restringerà alla sola arte dei suoni. Forse perché la musica è ciò che caratterizza un po’ tutte le Muse, pronte a trasmettere i loro messaggi con la voce, con gli strumenti musicali e con i movimenti del corpo: parole, musica e danza costituiscono infatti il potere straordinario delle Muse.

Con la parola “musa” oggi si fa spesso riferimento alla Musa ispiratrice, cioè a chi ispira la mente e l’immaginazione degli artisti. Molte sono le muse ispiratrici dei pittori. Meno note, forse, quelle dei musicisti. Vediamone alcune: Muse reali nella musica sono state ad esempio le seguenti, tutte ispiratrici di compositori:

• il soprano Aloysia Weber per Wolfgang Amadeus Mozart.

• Clara Schumann, moglie di Robert Schumann.

• Giuseppina Strepponi, moglie di Giuseppe Verdi.

• Alma Maria Schindler, moglie di Gustav Mahler.

• Marie-Blanche Vasnier ed Emma Bardac per Claude Debussy. Più recentemente:

• Yoko Ono per John Lennon.

• Pattie Boyd, prima per George Harrison (Something, I need you, For your blue) poi per Eric Clapton (Wonderful tonight, Layla, Bell bottom blues).

• Marianne Ihlen per Leonard Cohen.

• Marlena e Coraline sono due (immaginarie) muse ispiratrici del messaggio dei Måneskin.

• Elodie è stata la musa di Levis Music Project (dopo Mahmood e Dardust).

Canzoni ispirate da una musa

Che siano muse di musicisti classici o contemporanei, che siano reali o immaginarie, le donne da sempre sono state fonte di ispirazione musicale. Con l’aiuto dell’insegnante di musica, provate a cercare una canzone associata a una musa ispiratrice, poi rispondete alle seguenti domande.

• Qual è la musa ispiratrice?

• Qual è il messaggio della canzone?

• A quale genere musicale appartiene la canzone?

• Quali sono le caratteristiche di quel genere musicale?

APPENDIX PHAEDRI

Salvete, puellae et pueri, Phaedrus sum!

PARTIAMO DA UNA FRASE

Salve, ragazze e ragazzi, sono FEDRO

L’AUTORE SI PRESENTA

Sono nato in Macedonia, ma ho vissuto a lungo a Roma, dove ho studiato la lingua latina e la cultura dei Romani. Amo raccontare fabulae con animali come protagonisti, perché attraverso di loro posso parlare degli esseri umani, dei loro difetti e dei loro comportamenti… senza fare nomi!

Le mie favole sono brevi, spesso divertenti, ma sempre con una morale: un insegnamento da ricordare. Leggiamole insieme attraverso i fumetti e… Curate ut valeatis! “Statemi bene!”

Fabula I

Vulpes et uva

1. Olim vulpes, valde esúriens, conspéxit pulchros racémos uvae et státuit eos comédere.

2. Io! Vere pulchra illa uva!

Traduzione

1. Un giorno una volpe, molto affamata, vide dei bei grappoli d’uva e decise di mangiarli.

2. «Oh, quell’uva è davvero bella!»

3. Vulpes plúries exsíluit ut posset eam arrípere.

4. At non váluit eam tángere, cum esset nimis édita.

5. Iam sum valde defatigáta, nec váleo illam prehéndere.

6.

Sed age! Uva illa est acérba. Mínime cúpio eam manducáre.

7. FABULA DOCET: qui non valet ássequi quod optat, saepe símulat se id despícere.

LA FABULA IN BREVE La volpe e l’uva

3. La volpe saltò più volte per prenderla.

4. Ma non riusciva a toccarla, poiché era troppo in alto.

5. «Sono già molto stanca e non riesco a prenderla.»

6. «Ma dai! Quell’uva è acerba. Non desidero affatto mangiarla.»

7. MORALE: chi non riesce a realizzare quello che desidera, spesso finge di disprezzarlo.

Una volpe affamata vagava nel bosco in cerca di qualcosa da mangiare. Dopo aver camminato a lungo, vide un vigneto con dei bellissimi grappoli d’uva che pendevano da un pergolato. L’uva era matura, lucida, e sembrava davvero deliziosa. La volpe si leccò i baffi e si preparò a saltare per afferrarla. Ma non ci arrivava: era troppo in alto. Provò ancora e ancora, saltando sempre più in alto, ma senza successo. Alla fine, stanca e delusa, si fermò e disse: «Bah! Sicuramente quell’uva non era buona… sarà acerba!»

E, con la coda tra le gambe, se ne andò.

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La morale della favola: l’effetto “uva acerba”

La volpe vuole prendere l’uva matura sul tralcio, ma non ci riesce. Alla fine, si convince che non ne vale la pena, negando l’evidenza: sostiene infatti che l’uva sia acerba, anche se non è vero. Questa favola è famosa anche tra gli psicologi, che hanno preso ispirazione da Fedro.

C’è infatti un nome particolare, dato dagli psicologi, per indicare il nostro atteggiamento in circostanze simili: l’effetto “uva acerba”. Che cos’è l’effetto uva acerba?

Immagina questa situazione. È da tempo che vorresti iscriverti a un corso di chitarra, ma hai sempre rimandato. Scopri che le iscrizioni sono scadute e che non puoi più iscriverti. Che cosa fai? Se inizi a dire che:

• la chitarra in fondo non ti piace

• non avresti avuto tempo per suonarla, perché hai mille impegni

• costerebbe troppo comprare una chitarra

• la sede del corso è troppo lontana e scomoda

• il corso è davvero troppo caro…. ebbene, sei nel pieno effetto uva acerba!

Così gli psicologi definiscono il cambiamento di atteggiamento verso un oggetto del desiderio che, divenuto impossibile da ottenere, viene sminuito e ritenuto di poco valore. Nella favola di Fedro, la volpe si rende conto di non poter ottenere l’uva, poiché è troppo in alto per lei. Allora, invece di lottare o trovare una strategia per avvicinarsi, decide di cambiare atteggiamento, disprezzandola e dicendo che è acerba. Non accettando una delusione, non riuscendo a convivere con l’idea di un fallimento, preferisce negare che avere l’uva sia davvero un suo desiderio, anzi arriva perfino a parlarne male. Attenzione: questo atteggiamento è negativo, poiché può limitarci nelle nostre aspirazioni. Insomma, l’uva non è acerba, sono io che non riesco (ancora) ad arrivarci. Questo effetto si può ridurre:

a. cercando di rimanere più coerenti con la propria idea, compiendo piccole scelte quotidiane;

b. capendo meglio noi stessi e ponendoci obiettivi raggiungibili;

c. trovando motivazioni valide per le nostre scelte;

d. superando un fallimento iniziale;

e. non limitando le nostre ambizioni.

A COPPIE È meglio una verità sgradevole o una bugia confortante?

Parlatene insieme e provate a trovare delle strategie alternative. Quindi riscrivete il finale della favola: come fa la volpe ad arrivare all’uva? Provate a trovare una soluzione, cambiando la favola come preferite. Potete lavorare a coppie ed eventualmente disegnare l’ultima vignetta del vostro nuovo fumetto illustrato.

Fabula I - Vulpes et uva

Fabula II

Cervus ad fontem

1. Cervus imáginem suam in spéculo aquárum víderat...

2. Quam pulchra mea córnua sunt - inquit - quam foeda áutem sunt crura!

3. Illíc infra cervus est... comprehéndite eum!

4. Oh me míserum! Venatores adsunt!

7. Oh infelícem, qui córnua mea laudábam...

5. Ad effugiéndos canes cervus silvam init, sed cornua impediuntur ramis!

6. Sospes iam eram, at...

Traduzione

1. Un cervo aveva visto la propria immagine riflessa in uno specchio d’acqua...

2. «Quanto sono belle le mie corna – disse – e quanto sono brutte invece le mie zampe!»

3. «Laggiù c’è un cervo: prendetelo!»

4. «Oh me disgraziato! Arrivano i cacciatori!»

5. Per sfuggire ai cani, il cervo si rifugia nel bosco, ma le corna si impigliano nei rami.

6. «Ero ormai salvo, ma…»

7. «Oh me infelice, che lodavo le mie corna!»

8. MORALE: ciò che hai disprezzato è più utile di ciò che hai lodato.

LA

8. FABULA DOCET: laudátis utilióra quae contémpseris!

FABULA IN BREVE Il cervo alla fonte

Un cervo, specchiandosi nelle acque limpide di una fonte, ammirò le sue corna maestose, disprezzando invece le zampe troppo esili. Improvvisamente giunsero alcuni cacciatori, pronti ad assalirlo. Le agili zampe lo portarono in salvo nella foresta, ma lì le sue grandi corna si impigliarono in un groviglio di rami, condannandolo a una morte sicura. Mentre i cani lo raggiungevano, il cervo comprese con amarezza di aver lodato proprio ciò che lo avrebbe portato alla rovina (le corna) e di avere invece ritenuto indegno ciò che gli avrebbe salvato la vita (le zampe).

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Utile o bello? La lezione del cervo vanitoso

Un cervo si trova presso una fonte, le cui acque limpide fanno da specchio alla sua immagine, ma proprio dal riflesso del corpo nell’acqua ha origine il suo dramma: lo sguardo dell’animale si posa sulle corna, così intricate, potenti e… bellissime. Le ammira e se ne compiace. Poi, lo sguardo gli cade sulle zampe: snelle e sottili. Le osserva e, confrontandole con la maestosità delle corna, le trova… brutte, misere e quasi indegne di un animale così nobile. Per questo le disprezza, considerandole un difetto.

Proprio in quel momento di vanità, un rumore improvviso lo strappa dai suoi pensieri: sono i cacciatori e i loro cani. Istintivamente, il cervo scatta. Le zampe, che poco prima disprezzava, si rivelano per quello che sono: macchine perfette per la fuga, capaci di portarlo in salvo nella foresta fitta. È quasi fuori pericolo, ma le sue bellissime corna, di cui era così orgoglioso, si impigliano in un groviglio di rami. All’arrivo dei cani, l’ultimo pensiero del cervo è una terribile presa di coscienza: “Ho lodato ciò che mi ha condannato e ho disprezzato ciò che mi avrebbe salvato la vita”.

Le corna sono le cose belle in superficie, che ci danno piaceri immediati ma superficiali: ci compiacciamo di averle, proprio come il cervo si compiaceva delle sue corna.

Le zampe sono le cose utili, spesso meno appariscenti, ma fondamentali: spesso le diamo per scontate, a volte le sottovalutiamo perché non danno una gratificazione istantanea. Le disprezziamo, in un certo senso, preferendo correre dietro a ciò che brilla.

Allora, il bello è cattivo? No, assolutamente: il piacere di avere cose gradevoli non costituisce necessariamente un male. Il problema sorge quando:

• si scambia l’apparenza per la sostanza: quando crediamo che una cosa bella sia automaticamente anche buona e utile;

• si sacrifica l’utile per il bello: quando, come il cervo, rischiamo di farci del male pur di apparire in un certo modo;

• ci si rende schiavi dell’immagine: quando la preoccupazione di mantenere una bella apparenza ci toglie la libertà di essere noi stessi e di scegliere ciò che è più giusto per noi

A COPPIE La vera utilità è più preziosa della vana apparenza?

La favola mostra come la nostra forza non risieda in ciò che abbiamo di più appariscente, ma in ciò che è più solido dentro di noi. Inventate insieme una breve storia moderna che abbia lo stesso insegnamento di quella del cervo, ma ambientata nel vostro mondo (scuola, sport, social media , amicizie).

Fabula II - Cervus ad fontem

Fabula III

Rana et bos

1. Rana in stagno bovem vidit et éius formam stúpuit.

2. Ítaque, eum imitári cúpiens, sese inflávit.

3. Pulcher et máximus est! Ei símilis esse volo!

4. Quis maior est?

5. Bos quidem maior est!

6. Tum rana se magis magísque inflat!...

7. Bove tamen es minor, rana!

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Traduzione

1. Una rana in uno stagno vide un bue e si meravigliò della sua mole.

2. Così, desiderando imitarlo, si gonfiò.

3. «È bello e grandissimo! Voglio essere come lui!»

4. «Chi è più grande?»

5. «Il bue è senz’altro più grande!»

6. Allora la rana si gonfia sempre di più!

7. «Eppure sei più piccola del bue, ranocchia!»

8. Ítaque misélla rupta est!

9. MORÁLE PRAECÉPTUM: conténtus vive condicióne tuā!

LA FABULA IN BREVE La rana e il bue

8. E così la poveretta scoppiò! 9. MORALE: vivi contento della tua condizione!

Una rana, invidiosa della stazza maestosa di un bue, decise di gonfiarsi per eguagliarne le dimensioni. Così iniziò a riempirsi d’aria sempre di più, cercando disperatamente di diventare più grande e ignorando i chiari segnali del suo corpo che era giunto al limite. Il suo tentativo insensato superò ogni possibilità fisica: la pelle sottile dell’animale non resse la tensione e la rana, alla fine, scoppiò. La morale ci insegna che è folle chi vuole imitare gli altri a tutti i costi, andando contro natura.

Indice

Il desiderio folle di superare il limite

Questa breve favola ci mostra fino a che punto può portare la mancanza di autoconoscenza dei nostri limiti.

La rana, ammirando il bue, sogna di essere grande e potente come lui. Ma questa è un’ambizione che va completamente contro la sua vera natura.

Il desiderio della rana non è di migliorare sé stessa, ma di diventare come il bue, di imitarlo a tutti i costi, di sembrare qualcos’altro rispetto a quello che è.

Il metodo che sceglie, “gonfiarsi”, è un’imitazione solo apparente e superficiale, che crea un’illusione di grandezza senza una sostanza reale.

La natura della rana, infatti, non può sopportare la finzione che ha creato. Lo “scoppiare” della sua pelle sottile è la conseguenza diretta del voler forzare la propria natura oltre i suoi limiti.

La morale (“Vivi contento della tua condizione”) non deve però essere vista come un invito alla rassegnazione o a non migliorarsi, ma a riconoscere e valorizzare la nostra identità, nella consapevolezza dei nostri limiti. Significa cercare la realizzazione dentro di sé, non in un’imitazione vana e pericolosa di qualcun altro.

La morale si applica a molti contesti:

• a scuola o nel lavoro: voler apparire più competenti o potenti di quanto si sia realmente, magari assumendo ruoli per cui non si è preparati, può portare al fallimento (“scoppiare” sotto la pressione);

• nel mondo dei social media: la pressione a mostrare una vita perfetta, amplificando i propri successi e nascondendo le difficoltà, è un moderno “gonfiarsi” che può portare a crisi personali quando la realtà non coincide con la finzione;

• nelle relazioni interpersonali: cercare di essere qualcun altro per farsi accettare o amare è una strategia destinata a fallire, perché non è sostenibile a lungo termine.

In conclusione, la favola non condanna l’ambizione in sé, ma quella folle e cieca Ci invita a guardarci allo specchio con onestà, a conoscere i nostri punti di forza e di debolezza, e a trovare la nostra unica strada per la felicità, senza lasciarci accecare dall’invidia per le “vite dei bovini” che ci circondano.

A COPPIE Perché non valorizzare i nostri talenti?

La rana della favola vede nel bue un modello da imitare, ma dimentica le proprie qualità. Riscrivete la storia valorizzando le vere caratteristiche della rana, i suoi “talenti” da scoprire.

1. Elencate alcune possibili qualità della rana (es. agilità nel nuoto…).

2. Riscrivete il finale: come può la rana, usando queste doti, trovare soddisfazione senza imitare il bue?

Fabula IV

Lupus et agnus

1. Lupus conspéxit agnum qui bibébat aquam flúminis. Tunc quaesivit praetéxtum eum vorándi.

2. Heus, tu, cur ínquinas aquam quam débeo bíbere?

3. Quómodo possum inquináre eam, si tu stas loco superiore?

4. Tunc lupus quaesívit áliam cáusam litis.

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7. Tunc lupus, motus ira, ímpetum fecit in agnum.

5. Ego novi te. Tu ipse, anno praetérito, offendisti meum patrem.

6. Egóne? Sed anno praetérito nondum natus eram.

8. Tu es peritus in inveniéndis excusationibus; nihilóminus ego te vorábo.

9. MORÁLE PRAECÉPTUM: hómines iníqui saepe ópprimunt innocéntes fictis cáusis.

LA FABULA IN BREVE Il lupo e l’agnello

Traduzione

1. Un lupo vide un agnello che beveva l’acqua di un fiume. Cercò allora un pretesto per divorarlo.

2. «Ehi tu, perché intorbidi l’acqua che devo bere?»

3. «Come posso intorbidirla, se tu ti trovi a monte?»

4. Allora il lupo cercò un altro motivo di lite.

5. «Io ti conosco. Tu stesso, l’anno scorso, offendesti mio padre.»

6. «Io? Ma l’anno scorso non ero ancora nato.»

7. Allora il lupo, mosso dall’ira, si avventò sull’agnello.

8. «Sei abile nel trovare scuse; cionondimeno, io ti divorerò!»

9. MORALE: gli uomini ingiusti spesso opprimono gli innocenti con accuse pretestuose.

Un lupo, desiderando divorare un agnello, lo accusa di intorbidare l’acqua che beve. L’agnello, usando un’argomentazione logica, fa notare di bere a valle, dimostrando la falsità dell’accusa. Il lupo, allora, inventa un altro pretesto, sostenendo che l’agnello abbia insultato suo padre l’anno precedente. L’agnello obietta che all’epoca non era nemmeno nato. A questo punto il lupo, infuriato e senza più argomenti, smette di cercare scuse e si avventa sull’agnello, divorandolo. Chi è determinato a fare del male usa spesso pretesti falsi per giustificare un’ingiustizia.

Un archètipo è un modello originario o universale, che rappresenta un tipo, un’idea o un simbolo ricorrente nella mente umana e nella cultura (per esempio “il buono” o “il cattivo”)

La verità della prepotenza

La storia del lupo e dell’agnello si sviluppa in tre atti principali, come una piccola tragedia.

1. L’incontro e la prima accusa: un lupo affamato vede un agnello che beve placidamente in un fiume. Il lupo non attacca subito, ma cerca un pretesto, una scusa che giustifichi la sua violenza. Accusa così l’agnello di intorbidare l’acqua che lui, a monte, sta bevendo. È un’accusa chiaramente falsa e illogica, come fa notare con ingenua razionalità l’agnello: l’acqua scorre da monte a valle, non viceversa.

2. La seconda accusa: a questo punto, il lupo sa di aver torto, ma non rinuncia al suo obiettivo. Inventa una seconda accusa: “L’anno scorso hai insultato mio padre!”. L’agnello, con altrettanta logica, fa notare che l’anno prima non era nemmeno nato. La sua innocenza è inconfutabile.

3. L’epilogo: alla fine, il lupo, mosso dall’ira per essere stato smascherato e spinto dalla sua natura violenta, non ha più bisogno di scuse. La sua vera intenzione (divorare l’agnello) viene a galla: la forza bruta trionfa sulla ragione e sull’innocenza.

I personaggi rappresentano due archètipi:

• Il lupo rappresenta l’archètipo del prepotente, di chi ha il potere (fisico, sociale, economico) e lo usa per sopraffare i più deboli.

• L’agnello rappresenta l’innocente, il debole, la vittima che non ha colpe. È razionale, educato e cerca di difendersi con la logica e le parole.

La morale si applica a molti contesti.

• Nel bullismo: il bullo spesso cerca un pretesto per prendersela con la sua vittima. La sua vera motivazione è il desiderio di dominare e sentirsi potente. Come il lupo, anche se smascherato nelle sue bugie, persisterà nel proprio intento.

• Nella storia e nella società: i regimi dittatoriali spesso usano accuse false per eliminare gli oppositori. Le guerre di aggressione sono spesso giustificate con menzogne.

• Nella vita di tutti i giorni: quando abbiamo a che fare con un conflitto, stiamo cercando la verità o, come il lupo, stiamo solo cercando un “pretesto” per avere ragione e far prevalere la nostra volontà?

A COPPIE Vince la forza o la ragione?

Parlate di alcuni episodi di ingiustizia a cui avete assistito o che conoscete: riuscite a individuare dinamiche simili alla favola del lupo e dell’agnello? Ora immaginate di dover continuare la storia: come potrebbe reagire l’agnello per salvarsi? Scrivete un breve finale alternativo (5-10 righe) in cui l’agnello usa l’astuzia per sfuggire al lupo.

Fabula V

De vulpe et cornice

1. Vulpes esúriens cornícem in árbore vidit cáseum rostro tenéntem.

2. Tum ei in mentem consilium venit et cornici:

3. Ómnium animálium - inquit - pulchérrima es! Certe pulchérrima tibi debet esse vox! Oro te, velim audíre!

4. CRA CRA CRA

5. Stulta cornix rostrum apéruit, ut cáneret...

Traduzione

1. Una volpe affamata vide una cornacchia su un albero, che teneva del formaggio nel becco.

2. Allora le venne in mente un piano e disse alla cornacchia:

3. «Sei la più bella di tutti gli animali! Dev’essere splendida anche la tua voce! Ti prego, fammi sentire!».

4. «CRA CRA CRA»

5. La stupida cornacchia aprì il becco per cantare…

6. «Grande e nera è la cornacchia… e… bella, ma per niente saggia!»

6. Magna et nigra est cornix... et... pulchra, sed minime prudens!

7. MORÁLE PRAECÉPTUM: stultus est ille, qui propter supérbiam adulatóribus praebet aures suas.

LA FABULA IN BREVE La volpe e la cornacchia

7. MORALE: è uno stolto colui che, per superbia, presta le orecchie agli adulatori.

Una volpe affamata scorge una cornacchia appollaiata su un ramo con un pezzo di formaggio tenuto saldamente nel becco. La vista di quel cibo così desiderato fa scattare nella volpe un’astuta idea. Comprendendo di non poter facilmente prendere il formaggio, decide di usare l’inganno: lusinga la cornacchia, elogiando la sua bellezza e supplicandola di cantare. Se la cornacchia aprisse il becco, infatti, il formaggio cadrebbe a terra. L’animale cade nella trappola: gracchia e, così facendo, si lascia sfuggire inesorabilmente dal becco il formaggio, che finisce tra le zampe della volpe.

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L’anatomia di un inganno

Il piano architettato dalla volpe per prendere il formaggio non è legato a un complimento casuale, ma a un elogio costruito deliberatamente per innescare un’azione di manipolazione ben calcolata, fondata su una leva psicologica infallibile: la vanità. La volpe sa che la cornacchia, come molti, ha un profondo desiderio di essere ammirata. Per questo, non si limita a lodarne la bellezza, ma tesse un elogio subdolo e persuasivo: afferma che una bellezza così straordinaria deve necessariamente essere accompagnata da una voce meravigliosa e melodiosa. È questa la genialità malevola della sua trappola. La cornacchia, sentendosi descritta come una creatura perfetta, viene spinta a  dimostrare che l’elogio è meritato e vuole confermare con i fatti l’immagine magnifica che le è stata attribuita.

In questo senso, la cornacchia non è “stupida”, ma “vittima” del desiderio di confermare la propria identità positiva. Una volta accettato il primo complimento, si crea in lei un bisogno di andare oltre, cercando di convalidare quell’immagine di sé straordinaria che la volpe astuta ha inventato per lei. Il suo errore fatale è voler dimostrare di essere all’altezza dell’elogio, invece di riconoscerlo per ciò che è: uno strumento di manipolazione.

Insegnare a riconoscere e a resistere alle lusinghe significa educare a:

• conoscere i propri punti di forza e di debolezza, per non aver bisogno della validazione (ossia di conferme) dall’esterno;

• diffidare degli elogi eccessivi e gratuiti, soprattutto quando provengono da soggetti che potrebbero trarre un vantaggio dalla nostra compiacenza;

• comprendere che i manipolatori agiscono spesso colpendo proprio le nostre insicurezze o il nostro orgoglio.

In conclusione, questa favola rimane un potente strumento educativo perché, in un mondo pieno di messaggi persuasivi e di pubblicità, l’abilità di distinguere una critica costruttiva da un’adulazione (celebrazione attraverso elogi) interessata rimane una delle competenze sociali più preziose.

A COPPIE I complimenti sono sempre sinceri?

Come possiamo distinguere un complimento genuino da uno interessato? Quali sono i “campanelli di allarme”? Riflettete insieme e cercate situazioni analoghe. Esempio:

Un compagno di classe che non frequenti mai, pochi minuti prima di un compito in classe, si avvicina al tuo banco e dice: “Sei il più bravo della classe in matematica!”.

Questo complimento è sincero? Quale scopo potrebbe sottendere? Come potresti rispondere per non farti strumentalizzare?

Fabula VI

Lupus et árdea

1. Dum lupus edit, eius gulae os haeret, et quia magnus ei dolor est, gemens ad ália animália convérsus

2. dicit: Noli timére; os in gula hábeo: éxtrahe, quaeso.

3. Et forte árdea venit. Tum humanissimus quidem!

4. Árdea - inquitádiuva me, rogo te! Si me adiuvábis magnum donum tibi dabo, árdea cara.

Traduzione

1. Mentre un lupo sta mangiando, un osso gli rimane conficcato in gola, e poiché il dolore è forte, si rivolge gemendo agli altri animali

2. e dice: «Non abbiate paura; ho un osso in gola: tiratelo fuori, vi prego.»

3. Per caso passa un airone. Allora il lupo si fa gentilissimo!

4. «Airone – dice – aiutami, ti supplico! Se mi aiuterai ti darò un grande dono, caro airone.»

5. Óptimerespóndet ardea. Fáciam, si mihi donum dabis.

6. Cedo mihi donum, quod promisisti, lupe!

7. Quid? Quod donum? Caput tuum ex ore meo extraxisti et étiam praemium quaeris?

8. FABULA DOCET: noli benefícia neglégere: grátiam grátiā refer!

LA FABULA IN BREVE Il lupo e l’airone

5. «Molto bene» risponde l’airone. «Lo farò, se mi darai il dono.»

6. «Consegnami il dono che mi hai promesso, lupo!»

7. «Che cosa? Quale dono? Hai estratto la testa dalla mia bocca e cerchi anche una ricompensa?»

8. MORALE: non disprezzare i favori ricevuti: ricambia un piacere con gratitudine!

Un lupo, mentre divora la sua preda, rimane con un grosso osso conficcato in gola. Soffrendo atrocemente, supplica gli altri animali di aiutarlo, promettendo una grossa ricompensa. Un airone, attratto dalla promessa, si offre di estrarre l’osso col suo lungo becco. Dopo aver risolto il problema, l’airone reclama però il compenso pattuito. Con fare sdegnoso, il lupo replica invece che dovrebbe considerare già un premio sufficiente il fatto di avere salva la vita, dopo aver messo la testa nelle fauci di un lupo.

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La violazione di un patto

In questa favola, il lupo non ricorre a un inganno iniziale; la sua richiesta di aiuto è genuina, dettata dal panico e dal dolore. È nella fase successiva, una volta risolto il problema, che emerge la sua vera natura di opportunista, attento solo ed esclusivamente al proprio tornaconto: nel momento del pericolo, il valore dell’aiuto era inestimabile e giustificava qualsiasi promessa; a crisi risolta, il medesimo atto viene svalutato al punto da considerare che l’airone è già stato premiato per il fatto di aver messo in salvo la testa.

Il lupo rivela un atteggiamento cinico, secondo il quale le regole del patto vengono riscritte a posteriori (ossia successivamente) in base all’utilità immediata e alla posizione di potere ritrovata. L’airone, da parte sua, è stato ingenuo: ha creduto che la promessa fatta in un momento di disperazione sarebbe stata rispettata. La favola quindi non ci parla solo di ingratitudine, ma individua un comportamento a rischio: quello di chi, superata l’emergenza, si sente libero di infrangere gli accordi fatti quando era in difficoltà.

Questa dinamica può ritrovarsi anche nelle relazioni personali, quando qualcuno che abbiamo aiutato in un momento di difficoltà (con soldi, tempo, supporto) poi, risolti i suoi problemi, dimentica completamente il debito di riconoscenza.

La lezione della favola non è diventare cinici, ma sviluppare consapevolezza Di fronte a promesse fatte in situazioni di emergenza, è utile:

• cercare di rendere espliciti i termini dell’accordo, anche se informale;

• valutare la storia e l’affidabilità della persona con cui abbiamo a che fare;

• non dare nulla per scontato;

• interpretare un eventuale impegno mancato non come un nostro fallimento, ma come un’importante informazione sull’affidabilità della persona.

La vera saggezza sta nel trovare un equilibrio: continuare ad aiutare chi è in difficoltà, ma con gli occhi aperti, comprendendo che la gratitudine non è un obbligo universale, ma una scelta che dipende dall’onestà e dall’integrità di ciascuno.

A COPPIE Aiuto o sfruttamento?

Come possiamo distinguere una promessa sincera da una dettata dall’opportunismo?

Come bilanciare la disponibilità all’aiuto con la necessità di non essere ingannati?

Riflettete insieme e cercate situazioni analoghe a quella proposta nella favola. Quindi discutete in classe: perché secondo voi alcune persone si comportano così dopo aver ricevuto aiuto? Come ci si può proteggere da situazioni simili senza smettere di essere persone disponibili?

Fabula VII

1. Olim pastor adulescéntulus munícipes suos ludificáre voluit.

Pastor mendax et lupus

3. Illi frustra accurrérunt.

2. Succúrrite mihi! Lupus adest!

4. Úbinam lupus est?

5. Non ego dixi!

6. Tu prorsus clamásti!

7. Semel, bis terque fallax ludificávit illos!

8. Lupus ádvenit!

10. Noli, quaeso, aures praebére mendáci.

9. Lupus re vera advénerat! Sed frustra ille clamávit!

11. FABULA DOCET: mendax, étiam si verum dicit, amíttit fidem.

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Traduzione

1. Una volta un giovane pastore volle prendersi gioco dei suoi compaesani.

2. «Accorrete in mio aiuto! C’è un lupo!»

3. Quelli accorsero invano.

4. «Dov’è il lupo?»

5. «Non l’ho detto io!»

6. «Tu hai urlato senza dubbio!»

7. Una, due e tre volte il bugiardo li ingannò.

8. «Il lupo arriva!»

9. Il lupo era giunto per davvero! Ma lui gridò invano!

10. «Non prestare orecchio, ti prego, a un bugiardo.»

11. MORALE: il bugiardo, anche se dice la verità, perde la credibilità.

LA FABULA IN BREVE Il pastore bugiardo e il lupo

Un giovane pastore, per noia, decide di ingannare più volte i suoi compaesani, gridando falsi allarmi sul presunto arrivo di un lupo. Gli uomini accorrono sempre pronti ad aiutarlo, ma ogni volta è uno scherzo. Il pastore continua a mentire, ripetendo più volte lo stesso inganno. Quando il lupo arriva per davvero, il pastore grida disperatamente per chiedere aiuto. Tuttavia, nessuno gli dà più ascolto, poiché ha ormai perso ogni credibilità a causa delle sue bugie: un bugiardo non viene creduto nemmeno quando dice la verità…

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La credibilità perduta

Il primo inganno non nasce come malizia, ma come una sorta di esperimento. Il giovane pastore, schiacciato dalla monotonia delle sue giornate, vuole mettere alla prova i compaesani, per capire se siano disposti ad aiutarlo, per avere una conferma del fatto che gli vogliono davvero bene.

Il grido “Al lupo!” non è solo una denuncia di un pericolo, ma una strategia che trasforma la posizione sociale del giovane:

• da ultimo anello della catena   a centro del mondo;

• da soggetto passivo   a regista delle azioni altrui.

Allo stesso tempo il ragazzo soddisfa un bisogno psicologico poiché:

• colma la noia con una scarica di adrenalina;

• sazia il bisogno di sentirsi al centro dell’attenzione.

Tuttavia, ogni ripetizione dell’inganno, se da una parte costituisce per il pastore un attimo di gloria, dall’altra svaluta irrimediabilmente la sua persona.

Entra in gioco l’assuefazione: gli abitanti del villaggio inizialmente arrivano carichi di ansia, poi però si infastidiscono, infine lo disprezzano.

Il pastore, accecato dal successo della propria messinscena, non riesce a comprendere il lento spegnersi della fiducia da parte degli altri. Si illude, in fondo, che il suo potere di richiamare l’attenzione sia inesauribile.

Il vero dramma si consuma nell’istante in cui la finzione e la realtà si scontrano. Quando l’ombra di un lupo si materializza tra gli alberi, il grido del pastore, questa volta autentico, non viene ascoltato e il ragazzo si ritrova intrappolato nella propria gabbia: la verità è indistinguibile dalla menzogna. Il pastore bugiardo non perde solo l’aiuto dei compaesani; perde la sua stessa voce, vale a dire la capacità di essere un soggetto credibile e ascoltato nel mondo.

Questa favola mette in guardia contro il “rumore” e la disinformazione: chi diffonde notizie allarmistiche e false (sia nella politica che nei media o sui social) per attirare l’attenzione, alla prima vera emergenza rischia di non essere creduto.

A COPPIE È più conveniente allarmare o informare?

Nella favola gridare «Al lupo!» è un modo facile per attirare l’attenzione e sentirsi importanti, ma si è rivelato tremendamente sconveniente nel momento del bisogno. Oggi, nel mondo dell’informazione, come possiamo distinguere una notizia o un allarme  genuino  da uno  interessato  o  manipolatorio ? Quali sono i “campanelli di allarme ” di una fonte inaffidabile? Riflettete insieme e cercate situazioni analoghe nei seguenti ambiti: - i social media ; - la politica; - la pubblicità.

Fabula VIII

Vulpes et ciconia

1. Olim vulpes invitávit cicóniam ad cenam et illi pósuit in pátinā ius.

2. Sed cicónia id gustáre non pótuit…

3. Heu me míseram! Nihil édere possum!

4. Tum cicónia invitávit vulpem ad cenam et tritum cibum in lagoenā posuit.

5. Nimis artum est lagoenae collum! Cibum súmere non possum!

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Traduzione

1. Una volta una volpe invitò una cicogna a cena e le servì una zuppa in un piatto piano.

2. Ma la cicogna non riuscì ad assaggiarla…

3. «Ahimè, povera me! Non riesco a mangiare nulla!»

4. Allora la cicogna invitò la volpe a cena e mise del cibo tritato in una brocca dal collo lungo.

5. «È troppo stretto il collo della brocca! Non riesco a prendere il cibo!»

6. «Ebbene sì, volpe, sconti la pena per la tua colpa!»

6. Heus! Ita, vulpes, criminis tui solvis poenam!

7. MORÁLE PRAECÉPTUM: si quis damnum fécerit, simili modo multandus est!

LA FABULA IN BREVE La volpe e la cicogna

7. MORALE: chi la fa, l’aspetti!

Una volpe invitò a pranzo una cicogna servendole una zuppa in una pentola piatta, da cui solo lei poteva mangiare, prendendo così in giro l’ospite dal becco lungo. Per ricambiare il torto, la cicogna invitò a sua volta la volpe. Per l’occasione, le servì il pasto in una brocca dal collo stretto e lungo, in cui solo lei poteva infilare il becco. La volpe, a questo punto, se ne andò con la pancia vuota e la coda tra le gambe, rendendosi conto, attraverso l’umiliazione provata, di aver subìto la stessa beffa che lei per prima aveva orchestrato.

Mettersi nei panni degli altri

La volpe che invita la cicogna a pranzo per prenderla in giro non sta solo facendo uno scherzo di cattivo gusto. In realtà, sta mostrando di non sapersi mettere nei panni degli altri. Non riesce a immaginare come ci si sente ad avere un becco lungo e a non poter mangiare da un piatto piano. Questo capita spesso anche tra le persone: a volte si danno per scontate le proprie abilità o il proprio punto di vista, senza pensare che gli altri possono essere diversi.

Quando la cicogna, per vendicarsi, usa una brocca dal collo lungo, sta facendo capire alla volpe proprio questa lezione. Non vuole solo punirla, ma farle provare direttamente la stessa frustrazione. All’improvviso, la volpe si trova nella medesima situazione della cicogna: vede il cibo, ne sente il profumo, ma non può mangiarlo.

È in quel momento che comprende veramente.

Questa favola ci insegna che, prima di agire o di giudicare, dovremmo sempre provare a immaginare come si sente l’altra persona. La comprensione (empatia) nasce quando:

• smettiamo di pensare solo a noi stessi;

• iniziamo a considerare i sentimenti e le difficoltà degli altri. Soltanto così sarà possibile costruire amicizie sincere e vivere serenamente con chi ci sta intorno.

La reazione della cicogna, però, ci fa riflettere su un altro punto importante: è giusto vendicarsi? Invece di parlare con la volpe o di spiegare il suo disagio, la cicogna sceglie di fare alla volpe lo stesso torto subìto. È una vendetta “intelligente”, che fa capire il problema, ma resta pur sempre una vendetta. Nella vita reale, la vendetta della cicogna ci fa pensare a quando, sui social, rispondiamo a un commento cattivo con un altro commento cattivo, o quando isoliamo un compagno che prima ha isolato noi. Ci sembra giusto, ma così facendo diventiamo un po’ come chi ci ha ferito. In quel momento, crediamo di dare una lezione, ma in realtà stiamo solo rispondendo al male con altro male.

Alla fine, quindi, la favola ci lascia con una domanda aperta: la comprensione può nascere solo attraverso una lezione “pratica” come quella della cicogna, o è possibile arrivarci attraverso il dialogo e il perdono?

IN GRUPPI Una giusta vendetta?

Forse la cicogna avrebbe potuto affrontare la questione in modo diverso: spiegando alla volpe come si era sentita, dandole una possibilità di scusarsi. D’altra parte, a volte le parole non bastano, e far provare all’altro le stesse difficoltà è l’unico modo per permettergli di capire davvero il problema. È un dilemma che incontriamo spesso: quando qualcuno ci ferisce, è meglio perdonare o “restituire il favore”? Discutetene insieme e confrontatevi in classe.

1. Olim vulpes deambulábat, cum…

Vulpes et persona tragica

2. Quid illíc –inquit – micat in prato?

3. Trágicam persónam víderat.

4. Persóna trágica est, pulchra quidem!

5. Vide, vide –aiébat – credere non possum…

6. Credere non possum tam pulchrum caput cérebrum non habére!

Indice 160

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Traduzione

1. Una volta una volpe se ne stava passeggiando, quando...

2. «Cosa brilla laggiù –disse – nel prato?»

3. Aveva visto una maschera tragica!

4. «È una maschera tragica, e anche molto bella!»

5. «Guarda, guarda –ripeteva – non posso crederci...»

6. «Non posso credere che una testa così bella non abbia un cervello!»

7. MORALE: non tutto ciò che appare è vero!

7. FABULA DOCET: non omne quod appáret verum est!

LA FABULA IN BREVE La volpe e la maschera tragica

Una volpe, durante una passeggiata, notò un oggetto che luccicava in un prato. Si avvicinò e scoprì che si trattava di una maschera teatrale dal volto tragico. La volpe rimase colpita dalla bellezza artistica dell’oggetto. Tuttavia, guardandola meglio, si accorse, con stupore, del fatto che una testa così ben fatta era completamente vuota al suo interno.

L’osservazione dell’animale ci fa riflettere sulla contraddizione tra l’aspetto seducente (esterno) e la mancanza di sostanza (interna): le apparenze, infatti, possono ingannare!

Fabula IX

La maschera e il suo segreto

La storia della volpe e della maschera tragica ci fa pensare a come spesso ci lasciamo ingannare dalle apparenze. Come l’animale rimane inizialmente abbagliato dalla bellezza della maschera, così anche noi tendiamo costantemente a cadere vittime dell’alone delle apparenze, attribuendo automaticamente caratteristiche di profondità a ciò che si presenta con un’estetica accattivante (la bellezza esteriore) o socialmente riconosciuta.

Il fascino della maschera, infatti, è puramente esterno: nel volto lascia trasparire un’espressione triste molto realistica, ma dentro è vuota: non c’è alcun vero sentimento, alcun pensiero.

Questo inganno della percezione (tra essere e apparire, realtà e finzione) tocca questioni fondamentali: quante volte, nelle relazioni interpersonali, confondiamo l’eleganza esteriore con la ricchezza interiore? Per esempio, quando conosciamo qualcuno che veste sempre alla moda o che parla in modo raffinato e ricercato, potremmo pensare che sia una persona speciale. Ma, come la maschera, l’aspetto esteriore a volte nasconde una mancanza di contenuti veri.

La progressiva disillusione della volpe, che passa dall’ammirazione alla triste rivelazione finale (la mancanza del cervello della maschera), rispecchia il processo di crescita che ognuno di noi sperimenta quando, superata la superficie, scopre la verità delle cose. E qui la favola ci offre un ulteriore, più sottile insegnamento: il pericolo non sta tanto nell’essere ingannati dagli altri, quanto nell’ingannare noi stessi costruendo maschere così convincenti da finire per identificarci con esse.

In un’epoca dominata dalle immagini – specialmente nei social media – questo rischio si amplifica: possiamo diventare come quella maschera tragica, bellissima nell’aspetto ma vuota nell’essenza, prigionieri delle stesse rappresentazioni che abbiamo creato per essere accettati. Ma se costruiamo un’immagine falsa di noi stessi, alla fine potremmo ritrovarci soli e incompresi, proprio come quella maschera abbandonata nel prato.

In sintesi, la favola ci invita a:

• guardare oltre le apparenze, nelle relazioni e con noi stessi;

• valutare le persone per ciò che sono, non per ciò che mostrano.

A COPPIE Maschere o volti?

La favola offre molti spunti di riflessione. Discutetene a coppie e poi confrontatevi in classe: che cosa ci spinge a giudicare più dalla superficie che dalla sostanza? In quali occasioni vi siete sentiti sotto pressione e costretti a “indossare una maschera” e mostrarvi diversi da come vi sentivate veramente? Pensate che i social media ci aiutino a essere più autentici o, al contrario, ci spingano a mostrare solo una “maschera” della nostra vita?

Fabula X

Quercus et cálami

1. Olim violentíssimus ventus in ripā flúminis flabat…

2. …ita ut vetus robustáque quercus ad solum cáderet.

3. Sed tandem ventus requiévit.

Indice 160

4. Mísera sum! Procélla me exstirpávit, etsi robústa sum! At dícite mihi, quaeso: quómodo vento obsístere potuístis?

5. Hoc est caput sermónis –cálami respondérunt – nos cápita nostra inclináre et plicáre mansuéte málumus: ita ventus sine detriménto ea supérvolat!

6. FABULA DOCET: repugnántia natúrae causa esse solet malórum extremórum.

LA FABULA IN BREVE La quercia e i giunchi

Traduzione

1. Una volta un vento violentissimo soffiava sulla riva del fiume…

2. …tanto che una vecchia e robusta quercia cadde al suolo.

3. Ma infine il vento si calmò.

4. «Sono una sciagurata! La bufera mi ha sradicata, sebbene io sia robusta! Ma ditemi, vi prego: come avete potuto resistere al vento?»

5. «Questo è il punto cruciale» risposero i giunchi «noi preferiamo piegare e inclinare docilmente il capo: così il vento ci vola sopra senza farci danno!»

6. MORALE: opporsi alla natura è solitamente causa di grandi sventure.

Una violenta bufera fa cadere una quercia secolare che, sebbene robusta, viene sradicata. Mentre giace al suolo, la quercia si rivolge stupita ad alcuni giunchi (piante tipiche delle paludi, famose per la loro flessibilità), chiedendo come abbiano fatto loro a resistere alla stessa furia del vento. I giunchi le spiegano che il loro segreto non è la resistenza, ma l’adattabilità, poiché preferiscono piegare docilmente il capo, lasciando che la furia del vento scorra sopra di loro senza causare danni.

La saggezza del giunco

La storia della quercia e dei giunchi rappresenta efficacemente due modi profondamente diversi di affrontare le avversità. Da un lato c’è la quercia, maestosa e apparentemente invincibile, che incarna un ideale di forza basato sulla resistenza e sulla fermezza. È l’approccio che spesso ammiriamo e cui aspiriamo: l’idea di poter far fronte a qualsiasi tempesta restando immobili, senza cedere di un millimetro. È la forza dell’orgoglio, della determinazione, della volontà di non farsi piegare. Eppure, proprio questa rigidità, di fronte a una forza superiore e inarrestabile come il vento, si rivela fallimentare. La quercia non cade perché è debole, ma perché la sua stessa natura, la sua struttura rigida, non le permette di assorbire l’urto senza subire danni irreparabili.

I giunchi, invece, ci insegnano un’altra forma di forza, più sottile e intelligente: quella della flessibilità. Il loro piegarsi non è arrendersi, ma un modo per accettare la realtà della bufera senza farsene travolgere. È una strategia di sopravvivenza che richiede umiltà e saggezza. Questo atteggiamento ha un nome: resilienza. Essa non consiste nell’opporsi con tutte le proprie forze, ma nel sapere quando è il momento di essere flessibili, di adattarsi per preservare la propria essenza e superare la prova. Alla fine, non è la quercia spezzata, ma il giunco a rialzarsi, a mostrarci la via di una forza più duratura.

La favola ci invita a riflettere su come noi stessi affrontiamo le tempeste della vita, siano esse difficoltà personali, momenti di crisi o semplicemente il cambiamento incessante che caratterizza la nostra esistenza. Spesso, come la quercia, ci aggrappiamo a un’idea di controllo e di fermezza, credendo che mostrare le nostre fragilità e debolezze significhi arrendersi. La lezione dei giunchi, invece, ci suggerisce che la vera forza potrebbe non essere vincere ogni battaglia, ma sapere quali battaglie vale la pena combattere e come.

Per farlo occorrerà:

• adattare la strategia: cambiando il modo di affrontare le difficoltà, a seconda della situazione;

• preservare l’essenziale: cedendo (magari temporaneamente) su ciò che è secondario per proteggere ciò che è fondamentale per noi.

A COPPIE Rigidità o flessibilità?

Dopo aver letto la favola, confrontatevi sulle vostre esperienze personali. Raccontatevi l’un l’altro un episodio specifico  in cui vi siete comportati da “quercia”: in quale occasione avete sentito la necessità di resistere, di non cedere, di difendere a tutti i costi una vostra idea, un principio o un piano? Come vi siete sentiti? Alla fine, questa rigidità si è rivelata una forza o vi ha portati a “spezzarvi”? Potevano esserci strategie diverse?

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