Maria Belponer Nebo Todorović
Il canto delle Sirene Epica antica e medievale
Il piacere di apprendere
Gruppo Editoriale ELi
Maria Belponer Nebo Todorović
Il canto delle Sirene Epica antica e medievale
Educ Ability Oltre l’insegnamento
© Casa Editrice G. Principato
Il canto delle Sirene Premessa Che cosa cantano le Sirene? Non sappiamo il contenuto del loro canto, ma sappiamo che chi lo ascolta non è più la stessa persona e soprattutto che non tutti sono in grado di ascoltarlo: dove non c’è una persona incline a recepire questo canto non c’è poesia. Questo è il senso della lettura della poesia epica oggi e del mondo antico in generale: è solamente facendo rivivere alcuni messaggi centrali per la nostra cultura e per la nostra umanità che possiamo dare un senso anche alla nostra quotidianità. A saper ascoltare questi poemi, ad avere l’orecchio disponibile come Odisseo, il quale non vuole privarsi del canto delle Sirene a costo di mettere a rischio la sua esistenza e la salvezza dei suoi compagni, la conoscenza che abbiamo del mondo e anche di noi diventa molto più significativa. Nelle vicende degli antichi eroi riemergono alcune questioni fondamentali della quotidianità: il senso delle relazioni umane, degli affetti, l’interrogativo angoscioso sulla guerra che non sempre trova risposta, o che trova risposte sempre più deboli e si afferma sempre più come un sopruso. Emerge anche la riflessione su temi “collaterali”: la funzione del poeta, il ruolo della donna, la fragilità dei bambini e degli anziani, come in una prima, originaria raccolta di temi e di riflessioni; da questo punto di vista è ancora preziosa una rilettura di questi testi, una rilettura che sia calibrata nell’attenzione filologica ai testi e ai loro contesti, ma che sia anche e soprattutto capace di stimolare riflessioni sull’attualità. Per esempio, nel leggere l’episodio con cui si chiude l’Iliade (il colloquio tra Priamo e Achille circa la restituzione del cadavere di Ettore) non abbiamo messo in luce solo gli aspetti peculiari del testo, gli elementi di differenza tra i valori di oggi e quelli dell’antica società omerica (una società che contemplava la possibilità che un vecchio re supplicasse – baciandogli addirittura la mano! – l’assassino del figlio), ma anche come questa stessa differenza, insieme alla potenza emotiva dell’episodio, abbia ispirato un poeta contemporaneo del calibro di Michael Longley al dialogo poetico con Achille, Priamo ed Omero in un contesto storico delicato come quello della guerra civile nella sua Irlanda del Nord. Analogamente, la riflessione sulla figura del poeta, centrale nell’epica antica, si approfondisce negli interrogativi che investono la stessa figura nel mondo contemporaneo: dalla voce del poeta interprete degli eventi, si passa ai suoi interrogativi angosciosi di fronte ai fatti traumatici della storia, in una dimensione che ci riguarda tutti quotidianamente.
Gli autori III
© Casa Editrice G. Principato
Il canto delle Sirene Il progetto didattico Il volume è articolato in tre sezioni:
MITI DELLE ORIGINI
CLASSICI
EPICA MEDIEVALE
Il mito La Bibbia Il cantore e la poesia epica
Epopea di Gilgamesh Iliade Odissea Eneide
Le canzoni di gesta: Beowulf Chanson de Roland I Nibelunghi
IL PROFILO
La trattazione teorica introduce le opere con un linguaggio motivante e coinvolgente. L’esposizione del profilo è scandita da titoli e glosse, che suddividono gli argomenti trattati e permettono una facile rilettura dei contenuti. Numerosi gli ausili allo studio, come schemi riepilogativi e domande guida Per fare il punto, per la verifica immediata delle conoscenze.
2 Iliade «Achille è trincerato nell’altera solitudine del suo sdegno». Jean-Pierre Vernant
Tradizione orale e forma scritta
I dubbi sull’attribuzione dei poemi
Coppa greca del 490 a.C. raffigurante Achille e Memnone, conservata al British Museum di Londra.
2.1 Il primo autore epico: Omero
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I primi poemi epici del mondo occidentale sono l’Iliade e l’Odissea. La tradizione li attribuisce a un poeta antichissimo, chiamato Omero e vissuto all’incirca nell’VIII secolo a.C. In realtà, come abbiamo visto [ p. 49], questi poemi furono concepiti ed elaborati solo in forma orale: in origine erano molto più brevi ed erano composti da singoli episodi, che venivano recitati a voce dai cantori, gli aedi, con l’accompagnamento musicale della cetra, nelle dimore aristocratiche, per allietare i banchetti e celebrare gli eroi antichi e i valori che essi rappresentavano: l’eroismo, il coraggio, l’amore per la gloria e per la patria, il disprezzo del pericolo ecc. In epoche successive questi canti furono organizzati in una trama continua e messi per iscritto da uno o forse più autori anonimi, i rapsodi [ Parola chiave: aedo, p. 54]; corrisponde a questo ruolo, probabilmente, la figura che la tradizione identificò in Omero: egli sarebbe l’autore dell’Iliade e dell’Odissea, e di altri poemi epici appartenenti al cosiddetto Ciclo troiano, cioè all’insieme delle narrazioni sulla guerra di Troia. Su Omero nacquero numerose leggende, tramandate in racconti biografici, le cosiddette Vite, che lo descrivevano come un vecchio saggio, oggetto di rispettosa venerazione, tanto che diverse città, come Chio, Smirne e Colofone, si contendevano il vanto di avergli dato i natali; si tramandava, inoltre, che egli fosse cieco, e anche questo lo rendeva quasi sacro, dato che nell’antichità ai ciechi erano spesso attribuite capacità profetiche e che, come abbiamo visto a proposito di Demodoco [ T1, p. 54], la divinità compensa la privazione della vista con la capacità poetica, definita un dono.
2.2 La questione omerica
La convinzione dell’esistenza di Omero personaggio-poeta cominciò a vacillare già nella tarda antichità: nel III secolo a.C., nell’ambito di un rigoroso lavoro di rilettura dei testi antichi secondo i metodi scientifici della disciplina filologica svi-
Videolezione La questione omerica, a cura di M. Belponer
luppatasi alla corte dei sovrani Tolomei, ad Alessandria d’Egitto, sorsero i primi dubbi sull’attribuzione dell’Iliade e dell’Odissea a uno stesso poeta e, in seguito, addirittura sull’esistenza di questa straordinaria e venerabile figura di creatore. Alle discussioni, alle ipotesi e alle teorie relative al testo dei poemi e all’identificazione dell’autore si è dato il nome di “questione omerica”. La critica moderna ritiene che le prime fasi di composizione scritta del testo omerico siano dovute a un lungo lavoro di rielaborazione a più voci degli stessi temi, argomenti, episodi, fino a giungere gradatamente a una trascrizione, per la quale è difficile fissare una data. Tradizionalmente si considera la prima redazione scritta dei poemi omerici quella voluta dal tiranno ateniese Pisistrato, nel VI secolo a.C., la cosiddetta recensio attica: egli incaricò alcuni esperti di copiare per iscritto i singoli canti di Omero, riunendoli in una narrazione completa, poiché voleva farli recitare durante la festa ateniese delle Panatenee.
L’edizione critica
L’interesse per il testo omerico durò ininterrottamente e si accentuò in età ellenistica, cioè quando, durante il III e il II secolo a.C., soprattutto grazie ai grammatici che studiavano presso la biblioteca di Alessandria d’Egitto, fu fatta una redazione del testo dei due poemi in un’edizione critica, cioè un’edizione che stabiliva la correttezza del testo «vagliando l’attendibilità della documentazione da un punto di vista storico-testuale, linguistico, stilistico e contenutistico» (Del Corno). In essa veniva fissato il numero dei versi, segnalando quelli dubbi, e si procedeva alla divisione dell’intera opera nei ventiquattro canti, o libri, in cui è attualmente divisa; quegli studiosi svolsero non solo un lavoro critico e filologico, ma anche esegetico, procedendo cioè alla stesura di ampi commenti esplicativi.
Wolf e Vico
L’indagine e la riflessione critica sul testo omerico hanno dato origine a correnti filologiche, nelle quali si segnalano alcune posizioni critiche fondamentali, prima fra tutte quella del filologo tedesco Friedrich August Wolf (1759-1824), che illu-
2.3 Uno o due poeti?
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strò con chiare argomentazioni l’impossibilità che i testi omerici fossero opera di un solo poeta e sostenne, invece, l’ipotesi che canti separati, recitati da aedi che ignoravano o non usavano la scrittura, fossero stati fissati e riuniti appunto nel VI secolo a.C. per incarico di Pisistrato. Uno spunto interessante nello sviluppo della questione omerica è la teoria del filosofo Giambattista Vico (1668-1744), che nella sua Scienza nuova (1725) formula una serie di ipotesi sulla composizione dei poemi omerici, arrivando a ipotizzare che essi rappresentino il punto d’arrivo di una tradizione popolare sviluppatasi grazie a un processo di mitopoiesi, cioè di creazione (póiesis, in greco) di miti, storie e leggende con cui i primi Greci danno le spiegazioni fondamentali dei fenomeni cui assistono. Solo successivamente si sarebbe creata la figura di un autore leggendario, cui si attribuì il nome di Omero, e al quale comunque, secondo Vico, non si potrebbe pensare di attribuire entrambi i poemi, a meno di legarli a due età ben distinte del poeta: l’Iliade alla gioventù, l’Odissea all’età matura. Lo studio della questione omerica ha dato origine, nel corso dell’Ottocento, a due correnti interpretative che con qualche approssimazione si possono distinguere in “unitaria” e “analitica” e che a grandi linee si sono pronunciate per l’attribuzione dell’Iliade e dell’Odissea a un solo poeta o a due, oppure hanno ipotizzato un’evoluzione dei poemi da un nucleo originario fino alla forma codificata dagli studiosi antichi, attraverso aggiunte e ampliamenti. corrente unitaria
Iliade e Odissea appartengono a un unico autore
corrente analitica
Iliade e Odissea sono frutto di diversi canti
Questione omerica
La formularità ONLINE Videolezione Gli studi di Milman Parry, a cura di M. Belponer
2.4 Milman Parry e l’oralità
Una svolta di fondamentale importanza nella questione omerica hanno rappresentato gli studi del grecista statunitense Milman Parry (1902-1935), pubblicati fra il 1928 e il 1932, riguardanti le espressioni formulari: lo studioso analizzò l’impiego nei poemi omerici di “formule” fisse, che si ripetono nel corso della narrazione per esprimere un identico concetto in una stessa sede metrica. Tutte queste espressioni sono ricorrenti, fisse nella loro forma e nella loro comparsa nel corso della narrazione e, pertanto, si possono definire formulari. Parry, sulla base di un’indagine svolta nei Balcani, aveva dimostrato che lì era ancora viva una tradizione epica orale, costituita dai canti dei cantori serbo-croati, fondata su un ricco repertorio formulare, tramandato a memoria, e aveva paragonato tali composizioni improvvisate, di estensione analoga all’Iliade e all’Odissea, all’epica greca. Parry dimostrò dunque che la formula, con il suo duplice valore di riferimento mnemonico e di misura metrica definita, era il nucleo originario della poesia omerica. Lo studioso pensò di estendere il criterio di questa analisi di carattere linguistico e stilistico ai modi della creazione e dell’esecuzione dei poemi omerici: i cantori arcaici, attingendo a un materiale tradizionale precostituito, tramandato a me-
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moria, potevano improvvisare i loro versi nel momento stesso in cui li recitavano, in quanto riuscivano a collocare entro uno schema metrico preciso – l’esametro – le espressioni formulari, le “formule” appunto, più adatte alla situazione che andavano narrando. Egli dunque concluse che Iliade e Odissea siano ciascuna opera compiutamente organizzata di due cantori, arrivando a ipotizzare che l’aedo recitasse il suo poema accanto a uno scriba che lo trascriveva, in modo che il testo fosse fissato definitivamente. Questa ipotesi è stata ulteriormente avvalorata dallo studioso inglese Richard Janko, il quale ipotizza una vera e propria collaborazione tra l’aedo che intona il canto e lo scriba che lo redige in un’occasione specificamente dedicata a ciò; secondo questo studioso, in considerazione dell’affermarsi della scrittura intorno all’VIII secolo a.C., tale redazione potrebbe essersi concretizzata in due fasi di poco distanti, prima per l’Iliade e successivamente per l’Odissea, a partire dagli anni intorno al 775 a.C., molto anteriore a quella che viene considerata la prima redazione scritta.
Il Ciclo troiano
armi presentino tipologie della successiva età del ferro; la corrispondenza del palazzo omerico con i palazzi micenei, almeno per quanto attiene alla planimetria. Al contrario, risale al Medioevo ellenico la pratica della cremazione citata nei poemi, mentre nelle città micenee l’uso dell’inumazione è testimoniato dalle grandi tombe.
2.5 Come inizia la guerra: l’antefatto
Il cosiddetto Ciclo troiano, di cui fanno parte i due poemi attribuiti a Omero, comprendeva in tutto otto poemi e narrava la guerra di Troia, partendo da remotissimi antefatti: la guerra fu scatenata per volere di Zeus, che accolse la protesta della Terra, appesantita da troppi uomini, e scelse questo modo per alleggerirla. Su questo nucleo originario si innestano altri elementi, quali la narrazione del banchetto per le nozze di Peleo e della dea Teti, che costituisce l’antefatto mitico: in quell’occasione tutti gli dèi furono riuniti sul monte Pelio, per festeggiare il matrimonio, ma fu esclusa dalla festa Eris, la Discordia, che, adirata, scatenò una lite fra tre dee – Era, Atena e Afrodite – gettando sul tavolo una mela sulla quale era scritto “alla più bella”. Le tre divinità, dopo essersi a lungo misurate fra loro, si rivolsero a Paride (anche chiamato con il nome di Alessandro), figlio dei sovrani di Troia Ecuba e Priamo, designato da Zeus come giudice della contesa. Ciascuna delle tre dee promise a Paride grandi doni, per convincerlo a sceglierla; il giovane su tutte preferì il dono promesso da Afrodite, la quale gli offrì Elena, splendida moglie del re di Sparta, Menelao. Paride allora partì con la flotta per il Peloponneso, dove ottenne accoglienza ospitale; poi, grazie all’assenza del re, Afrodite favorì l’amore con Elena. I due fuggirono da Sparta, portando con sé anche grandi ricchezze. Scoperta la fuga, Menelao decise di vendicare l’offesa: si rivolse al fratello Agamennone e ad altri sovrani greci (o achei), e, con il loro aiuto, preparò una spedizione contro la città di Troia. Al momento di salpare, il grande esercito si radunò sulle coste dell’Aulide, dove Agamennone uccise una cerva sacra ad Artemide: la dea allora suscitò una tempesta che impedì la partenza della flotta e solo un terribile sacrificio, quello della figlia dello stesso Agamennone, Ifigenia, poté placare la dea [ Ingrandimento, p. 30]. Finalmente partiti, dopo altre peripezie, gli Achei sbarcano a Troia e la cingono d’assedio per nove anni: l’Iliade inizia nel decimo anno della guerra, di cui racconta eventi che si estendono per cinquantun giorni. Altri episodi della guerra erano narrati in diversi poemi appartenenti al Ciclo, così come anche i “Ritorni”, in greco Nóstoi, degli eroi da Troia: uno di questi è rappresentato dall’Odissea, che narra il ritorno di Odisseo.
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Il potere dell’aristocrazia
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Dal punto di vista socio-politico, la società rappresentata da Omero sembra riflettere un maggiore potere dell’aristocrazia rispetto a quello che doveva detenere nella società micenea. Agamennone è riconosciuto come capo della spedizione, ma non può impedire alcune iniziative autonome dei nobili suoi alleati: per esempio, Achille può ritirarsi dalla guerra e il suo gesto provoca un’accusa non di diserzione, ma piuttosto di scarsa solidarietà verso i compagni, nel momento in cui la situazione degli Achei si fa insostenibile. Analogamente l’Odissea, che presenta una società in pace, registra forti tensioni socio-politiche, con un’aristocrazia che insidia il regno del sovrano assente e non considera suo successore dinastico il figlio Telemaco. Tale rappresentazione si estende addirittura agli dèi: Zeus, loro sovrano, si vede spesso messo in discussione e i poemi echeggiano antiche contese per il potere fra gli dèi stessi. Attorno al capo, dunque, si muove un’aristocrazia legata dal patto di fedeltà stretto in occasione della guerra (nell’Iliade), ma inquieta; essa basa la sua ricchezza sulle proprietà terriere, sul bestiame e sui servi, oltre che su beni preziosi, utensili e armi. Nell’Odissea, ove la rappresentazione della società è più articolata, ha maggior rilievo il ceto artigiano; un posto di riguardo occupa l’aedo, il cantore che allieta il banchetto, e vi appare la figura del mercante; in entrambi i poemi sono presenti medici e indovini. Nonostante le differenze fra il mondo dell’Iliade e quello dell’Odissea – dovute anche al diverso contesto di pace e di guerra rappresentato – l’epica omerica conserva ricordi della civiltà micenea, trasfigurati però nella rappresentazione eroica del mondo e degli uomini. Anfora in terracotta (490 a.C. circa). New York, Metropolitan Museum of Art.
Per fare il punto 1 Quali poemi sono attribuiti a Omero? (§ 2.1) 2 Che cosa si intende per “questione omerica”? (§ 2.2) 3 Perché secondo Giambattista Vico i due poemi omerici sono nati da un processo di mitopoiesi? Che cosa intendeva con questo termine? (§ 2.3) 4 A quali conclusioni giunse Milman Parry e sulla base di quali indagini? (§ 2.4) 5 Che cosa definiamo con il termine Ciclo troiano? (§ 2.5) 6 Quali elementi della società micenea si ritrovano nei poemi omerici? (§ 2.6) 2 • Iliade 97
IV © Casa Editrice G. Principato
L’ANTOLOGIA
I passi, sempre introdotti da una contestualizzazione sintetica nella trama complessiva dell’opera da cui sono tratti, sono accompagnati dalla rubrica Nel cuore del testo, che aspira a mettere a fuoco con immediatezza il tema centrale e l’atmosfera del passo. Le Parole chiave mettono in luce parole che costituiscono il centro tematico del passo, anche facendo riferimento alla lingua originale.
OMERO Iliade · II, vv. 207-276
T5 Un eroe dissonante: Tersite Per metterli alla prova, Agamennone fa credere agli Achei che ogni speranza di conquistare Troia sia ormai vana e li invita a tornarsene in patria; tutti quanti accettano con gioia, ma sono ricondotti al dovere da Odisseo che, preso lo scettro di Agamennone, richiama coloro che si sono abbandonati all’entusiasmo e riporta l’ordine nelle file dell’esercito. Rimane solo un soldato, riluttante a obbedire, l’unico che è nominato individualmente: è Tersite, d’aspetto sgradevole, parlatore abile, ma sfrontato e arrogante. Una specie di “cane sciolto” che sembra non appartenere alle truppe di nessun capo, né avere una precisa funzione dell’esercito.
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GLI APPROFONDIMENTI
Ingrandimento: per analizzare a fondo un motivo o un personaggio, percorrendone la storia letteraria successiva o i rimandi all’interno dell’opera da cui è tratto il passo; Il segnalibro: invito alla lettura di un’opera per sviluppare il pensiero critico e accendere la curiosità.
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Così, ordinava con autorevolezza l’esercito; e all’assemblea dalle navi e dalle tende di nuovo gli uomini accorsero, come quando le onde del mare echeggiante s’infrangono rumorose sulla riva e tutto l’oceano riecheggia. Gli altri stavano tutti seduti, ai loro posti; Tersite solo vociava smodato: conosceva molte parole, nell’animo, ma senza ordine , e disordinatamente le pronunciava per sparlare dei re, per risultare divertente agli Achei; era l’uomo peggiore che fosse venuto a Ilio: storto, zoppo di un piede; le spalle curve e arcuate sul petto; la testa a punta coperta da una rada peluria.
Le parole chiave
Tersite Secondo la norma del nomen-omen, ovvero la tradizione per cui il significato del nome di una persona rivela dei preziosi dettagli riguardo il suo carattere, il nome Tersite è collegato al termine thrásos, che significa “sfrontatezza”, “arroganza”. Tersite è pertanto introdotto nella vicenda come l’eroe sfrontato, che non sa stare al suo posto, che parla fuori turno. Il nome “parlante” di Tersite risuona anche per la mancanza sia del patronimico sia del luogo di origine del personaggio, un’eccezione nell’Iliade dove ogni eroe, maggiore o minore che sia, viene presentato con almeno uno di questi due indicatori.
ordine La parola «ordine» (kósmos) compare in due sue negazioni: le parole che Tersite conosceva nell’animo erano molte, ma «senza ordine» e le pronunciava «disordinatamente». Il termine kósmos indica, etimologicamente, l’ordine assunto dall’esercito schierato in battaglia e passa poi a designare nel lessico filosofico anche una forma di armonia universale e celeste in opposizione al Caos primordiale da cui si sarebbe originato, secondo il racconto mitologico di Esiodo [ T1, p. 5], l’universo intero. Tersite è un esempio di akosmía (cioè di assenza di kósmos) sia perché non rientra (metaforicamente parlando) nell’ordine tradizionale dell’esercito sia perché le sue parole vanno a minare l’armonia strutturale della comunità dei guerrieri Achei.
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89. non lasciarti prendere… me: in parte Achille è turbato dal timore che la gloria di Patroclo possa offuscare la sua stessa fama, ma soprattutto teme che egli si spinga troppo oltre in un’azione di guerra che non sarà in grado di sostenere.
97-100. O Zeus padre… Troia: Achille si augura che gli dèi riservino solo a lui e a Patroclo la gloria della conquista di Troia, escludendone coloro che lo hanno offeso.
NEL CUORE DEL TESTO
212. solo vociava smodato: una delle caratteristiche principali di Tersite è l’incapacità di misurare le parole, qualità la cui importanza viene messa in risalto nel libro I dell’Iliade attraverso il confronto tra Achille e Agamennone, l’intervento di Nestore, il litigio tra Era e Zeus: tre momenti in cui ciascun oratore non perde mai (o quasi) il senso della misura rispetto alla scelta delle parole. L’aggettivo «solo» mette in evidenza come gli altri membri dell’assemblea si siano calmati, solo Tersite continua la sua protesta: il suo isolamento rispetto alla collettività in cui è inserito è espresso sin dall’inizio del suo ingresso. 216-219. era l’uomo… peluria: dopo aver descritto Tersite come incapace di misurare le parole rispetto al contesto (v. 212), il poeta passa a descrivere l’aspetto fisico del personaggio. La descrizione dell’aspetto deforme di Tersite è piuttosto dettagliata (segue anche un movimento dal basso verso l’alto: dai piedi storti ai capelli radi e disordinati) e si discosta molto da quella degli eroi introdotti finora nel poema: si dà quasi per scontato che tutti i combattenti siano di bell’aspetto, le qualità che li differenziano l’uno dall’altro vengono principalmente espresse attraverso gli epiteti. Tersite viene invece presentato come «l’uomo peggiore che fosse venuto a Ilio» dove il termine «peggiore» non ha valore solo morale, ma anche estetico: la sua bruttezza è sia interiore sia esteriore. Il poeta rincara poi la dose descrivendolo come storto, zoppo, gobbo e pelato.
Patroclo esprime il dolore per la condizione drammatica dei Greci e ha parole durissime per l’atteggiamento irremovibile di Achille: ma nulla vale a convincere l’eroe, che accetta unicamente la proposta di Patroclo, autorizzandolo a rientrare in battaglia; egli continua però a ribadire il suo sdegno per il suo onore diminuito, e sogna una vittoria solitaria, da cui tutti gli altri compagni – tranne Patroclo – siano esclusi.
Leon Benouville, La furia di Achille (particolare, 1847), Montpellier, Museo Fabre.
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LA DIDATTICA
Tutti i passi sono assistiti didatticamente: la Guida alla lettura analizza il passo mettendo in evidenza personaggi, temi e spazi come chiave di lettura il più possibile multifocale del testo; il Laboratorio delle competenze accompagna studenti e studentesse nell’individuazione di aspetti tematici, linguistici e stilistici. L’impianto didattico, inoltre, è attento allo sviluppo della scrittura creativa e argomentativa, dell’oralità e dell’intelligenza emotiva, con le rubriche Scrivere e A te la parola, con proposte di discussione orientate verso un contributo personale.
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mi ridaranno, doni pregevoli mi offriranno. Ma, una volta allontanato il pericolo dalle navi, ritorna indietro: se anche ti concede gloria lo sposo di Era, che tuona dal cielo, tu non lasciarti prendere dal desiderio di combattere senza di me contro i Troiani che amano battersi: mi priveresti dell’onore; e non insuperbirti della guerra e della strage, sterminando i Troiani, fino ad avvicinarti ad Ilio, che qualcuno degli dèi immortali dall’Olimpo non ti si faccia incontro: molto infatti li ama Apollo che colpisce da lontano: ma ritorna indietro, quando luce alle navi avrai portato, lascia che essi continuino la lotta nella pianura. O Zeus padre e Atena e Apollo, se nessuno dei Troiani sfuggisse alla morte, quanti sono, e nessuno degli Argivi, ma noi due vi sfuggissimo, e soli potessimo sciogliere il sacro velo di Troia». Tali parole dunque fra loro si scambiavano.
GUIDA ALLA LETTURA L’approdo a una nuova terra
Con il libro VI inizia la cosiddetta Feàcide, cioè la narrazione degli eventi che segnano la permanenza, assai breve, di Odisseo nel paese dei Feaci. Odisseo approda nuovamente, solo e privo di mezzi, in una terra sconosciuta e si domanda dove sia capitato, se avrà civile ospitalità e soprattutto se potrà riprendere il viaggio verso casa. I temi del naufragio e della terra sconosciuta introducono quello dell’ospitalità. Il paese dei Feaci, tuttavia, è un approdo particolare. Lo spazio descritto è molto significativo dal punto di vista simbolico: l’isola è infatti la prima tappa del suo viaggio di ritorno e segna il primo incontro con esseri umani dopo la sua partenza dall’isola di Calipso. Al tempo stesso, l’isola offre l’immagine di un mondo di favola, dove regnano pace e prosperità e dove è rispettato il rituale dell’ospitalità: ancor prima che Odisseo abbia rivelato la sua identità, è accolto benevolmente da Nausicaa. È qui che Odisseo comincia il suo ritorno alla vita normale. Oltre allo spazio naturale, si intravede lo spazio del palazzo di Alcinoo e prende forma, attraverso le parole di Nausicaa, l’immagine della città, animata da alacre operosità e tutta rivolta alle attività della marineria. La terra dei Feaci è inoltre ricca di prodotti tipici dell’agricoltura (olio, vino, cereali), ma è anche luogo di lavoro tecnico: il palazzo di Alcinoo è ricco di mirabili opere d’arte; i Feaci sono abilissimi costruttori di navi, onorano gli dèi con ricchi sacrifici e sono ospitali verso gli stranieri; il re governa un popolo pacifico e ossequioso delle leggi, in armonia con altri capi, senza traccia di ostilità. Per le caratteristiche di pace e di prosperità la terra dei Feaci è in contrapposizione con il mondo selvaggio dei Ciclopi (libro IX) e con Itaca che, all’arrivo di Odisseo, è un mondo imbarbarito. Questo luogo di passaggio dalle precedenti avventure “magiche” al mondo degli uomini, che avvia Odisseo a ritrovare la sua famiglia e la sua patria, è ideale, mitico, immerso in un’età dell’oro in cui la vita non conosce tensioni e conflitti. Ma l’utopico mondo dei Feaci è destinato a scomparire: secondo una profezia, la scorta accordata a un supplice (Odisseo appunto) scatenerà l’ira di Posidone, che li punirà coprendo la città con un gran monte (come è narrato nel libro XIII). Dunque il mondo della pace e del buon governo è destinato a finire e la nuova realtà che si afferma è quella della vita difficile, in cui la tranquillità è riconquistata a fatica, anche con il sangue, come farà Odisseo per ristabilire il suo potere: il destino dei Feaci è la fine di un sogno, quello dell’età dell’oro e dell’armonica convivenza fra gli uomini.
La preghiera e l’abilità oratoria di Odisseo
La prima nota caratteristica di Odisseo è la prudenza: egli è reduce da terribili avventure, che narrerà successivamente, e mostra di aver imparato a essere cauto. La prudenza di Odisseo si intravede anche nel suo discorso a Nausicaa, in cui l’eroe articola una supplica senza però abbracciare, come imporrebbe l’uso, le ginocchia della giovane per non spaventarla. Oltre a questa dimensione di attenta prudenza, il discorso di Odisseo svetta come capolavoro di eloquenza sospeso fra amabilità, ricerca di benevolenza e sincera ammirazione, in opposizione all’aspetto quasi bestiale: in equilibrio fra la disperazione e la speranza, esso è il primo di una serie di discorsi in cui Odisseo darà notizie di sé, talora ingannevoli, ma sempre accortamente mirate a destare sentimenti di solidarietà e di rispetto negli ascoltatori. Due aspetti che confermano l’eleganza del discorso di Odisseo e la raffinatezza della sua abilità oratoria sono l’iniziale paragone con una divinità e l’augurio di felicità matrimoniale rivolto alla giovane principessa. Per quanto riguarda il primo punto, esso è rintracciabile anche altrove nei poemi omerici (per esempio, anche Diomede chiede a Glauco se sia un uomo o un dio nel libro VI dell’Iliade, T8, p. 155), ma Odisseo sceglie con precisione Artemide [ Parola chiave: Artemide, p. 316]. In secondo luogo l’augurio di felicità che include e privilegia la felicità coniugale fa emergere sin da subito la ferma volontà di Odisseo di partire e anzi, nel discorso a Nausicaa, è come se le stesse augurando un matrimonio felice come quello fra lui e Penelope; pertanto, fin dall’inizio i sentimenti di Nausicaa e le parole di Odisseo sono segnati da questa consapevolezza: tutto l’episodio acquista quindi il fascino doloroso di un breve sogno, quello di un ipotetico futuro insieme.
LABORATORIO DELLE COMPETENZE COMPRENDERE 1 Dove si trova Odisseo, quando viene risvegliato?
SCRIVERE
2 Come reagisce Nausicaa alla vista di Odisseo? Perché?
9 Elabora un breve testo espositivo in cui metti a confronto il discorso di Odisseo a Nausicaa con quello di Odisseo a Calipso nel libro V [ T5, p. 300], individuandone i tratti dominanti e riflettendo sull’evoluzione o l’adattamento della psicologia dell’eroe al contesto.
3 La città dei Feaci è descritta attraverso le parole di Nausicaa: quali luoghi nomina? Da che cosa si capisce che è un luogo dove regna la pace? 4 Quali sono i consigli che Nausicaa dà a Odisseo prima di incamminarsi verso la città?
ANALIZZARE E INTERPRETARE 5 Per quale motivo Odisseo resta ai margini della narrazione fino all’inizio del libro VI? 6 Qual è la valenza simbolica della similitudine ai vv. 130-136? 7 Per quale motivo Odisseo paragona Nausicaa a una dea? 8 Da quali passi traspare il pudore della fanciulla? Che cosa vuole evitare Nausicaa?
Frederic Leighton, Nausicaa (1878). Collezione privata.
322 Classici
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IL SEGNALIBRO
INGRANDIMENTO
Achille
Un eroe speciale fin dalla nascita
L’Iliade non solo si apre e si chiude sulla figura di Achille, ma diversi snodi cruciali della vicenda dipendono dalla presenza o dall’assenza dell’eroe di Ftia. Figlio di Teti, la Nereide nipote di Oceano, e di Peleo, re di Ftia, isola della Ftiotide, Achille nasce in circostanze speciali che racchiudono già l’unicità di questo eroe. Zeus si era innamorato di Teti e desiderava da lei un figlio, ma il titano Prometeo gli profetizzò che il figlio nato da lui e da Teti lo avrebbe detronizzato; Zeus allora rinunciò e Teti ripiegò sul mortale Peleo, a malincuore, consapevole del fatto che il figlio, nato da un padre mortale, avrebbe avuto un destino da mortale. Nel tentativo di strapparlo a tale sorte, immerse il piccolo nelle acque dello Stige, il fiume infernale, rendendo il suo corpo invulnerabile salvo che nel tallone, per il quale lo teneva sospeso mentre lo immergeva nell’acqua. Proprio al tallone, secondo una versione del mito, Paride (o Apollo sotto le sembianze di Paride) ferì Achille con una freccia, causandone la morte. Fu allevato dal saggio e coraggioso Fenice, che compare al suo fianco nel libro IX dell’Iliade, e dal centauro Chirone (metà uomo e metà cavallo) che lo istruì in diverse arti, fra cui l’arte medica. Teti sapeva, però, che il figlio sarebbe morto durante la guerra di Troia e nella speranza di sottrarlo al fato, lo nascose, sotto abiti femminili, nell’isola di Sciro, alla corte del re Licomede; lì Achille si innamorò della figlia del re, Deidamia, e da lei ebbe il figlio Neottolemo. Alla fine il suo travestimento fu scoperto da Odisseo il quale, con uno dei suoi astuti inganni, lo costrinse a rivelare la sua vera identità.
Achille, l’eroe invincibile
Nell’Iliade Achille rappresenta l’eroe invincibile, senza il quale la città nemica non potrà essere conquistata; spesso tracotante, insensibile alla sorte dei suoi compagni, è accecato da un’ira insanabile. Uno studioso illustre, Jean-Pierre Vernant, ha affermato che «Achille è trincerato nell’altera solitudine del suo sdegno». Tutti gli Achei sono consapevoli della sua eccellenza, egli rappresenta il modello della virtù guerresca; nonostante ciò, il suo ghéras
A TE LA PAROLA 10 Immagina un incontro tra Nausicaa e Telemaco dopo il congedo e la partenza di Odisseo dall’isola dei Feaci. Che cosa si potrebbero dire il figlio di Odisseo alla ricerca del padre e la giovane principessa che ha segretamente sperato, seppur per un momento, di aver trovato nello sventurato naufrago il suo promesso sposo?
MARIA GRAZIA CIANI
[ Parola chiave: premio, p. 114], cioè il segno tangibile del suo valore, gli è stato sottratto ed egli è umiliato, solo nella sua tenda. La sua condizione rappresenta quella dell’uomo inflessibile, radicale, che non può accettare una compensazione, un dono equivalente a quello che si è guadagnato, perché ogni volta che entra in battaglia mette in gioco tutto sé stesso, la sua vita: un bene incomparabile. Achille è dunque l’eroe della virtù assoluta, che comporta la gloria assoluta: non può neppure concepire l’esistenza di livelli intermedi di rischio. Nel poema Omero non parla della morte di Achille, né della presa della città, che significativamente, sarà conquistata grazie all’inganno di Odisseo, un eroe prudente, duttile, complesso, diametralmente opposto ad Achille. Altre versioni del mito mettono in luce diversi aspetti del personaggio Achille: una versione, ignota a Omero, narra che egli si innamorò di Polissena, figlia di Priamo, e si presentò inerme nel tempio di Timbra per incontrarla, ma lì fu ucciso a tradimento da Paride; solo dopo aspri scontri, Aiace e Odisseo riuscirono a sottrarre il suo corpo ai Troiani, per riportarlo nel campo greco. Un altro amore di Achille fu l’amazzone Pentesilea, che egli uccise ignorando che si trattasse della donna amata, in ciò confermando ancora una volta il suo destino infelice, cui è negato anche l’amore. Gli antichi veneravano un tumulo di Achille – nel quale erano sepolte anche le ceneri di Patroclo – al capo Sigeo, nell’Ellesponto, e il culto dell’eroe era diffuso in Asia Minore, a Crotone e nell’Epiro. Alessandro Magno vide Achille come un suo modello di vita, condividendone il gusto per il gesto estremo, il coraggio assoluto, oltre alla morte in giovane età.
Statua di Achille morente nel Palazzo Achilleion di Corfù.
2 • Iliade 261
Lo scettro di Dardano Nelle pagine conclusive del saggio Il tempo degli eroi, Maria Grazia Ciani traccia un profilo di Enea considerandolo il continuatore della tradizione epica e individua la fonte di ispirazione di Virgilio negli ultimi avvenimenti dell’lliade e nell’Odissea.
Alla fine di Troia […] come all’episodio del cavallo Omero dedica pochi versi nel canto ottavo […] quando alla corte dei Feaci, su richiesta dello stesso Odisseo, l’aedo Demodoco canta gli eventi conclusivi della lunga guerra. È la magistrale esecuzione di un cantore abilissimo e famoso, ma Omero la riassume in poche righe […]. In questa scarna e sommaria descrizione Omero compendia quello che avrebbe potuto essere l’ultimo canto della sua Iliade. I fatti fondamentali – la finta partenza degli Achei, il cavallo sull’acropoli, la strage – appena sfiorati dal riassunto, rappresentano il canovaccio su cui poeti e retori, mitografi e romanzieri, imitatori e tardi epigoni costruiranno poi le loro storie. Da parte greca si celebra soprattutto la conquista, anche se non mancano i riferimenti ad Enea e alla futura gloria del nuovo, eterno impero. Per gli epigoni questa gloria non appartiene tanto al discendente di Dardano quanto al figlio di Afrodite, nasce quindi col consenso di Zeus e di tutto l’Olimpo greco. L’ombra della Grecia vincitrice si proietta anche sulla rediviva Troia. Nel secondo libro dell’Eneide Virgilio canta la disfatta con controllata parzialità. Nulla può mutare i fatti avvenuti. Troia fu distrutta, annientato il popolo troiano, la famiglia di Priamo sterminata. Ma quando Ettore appare in sogno al cugino, il suo messaggio è chiaro: «Troia ti affida i sacri arredi e i Penati: prendili compagni dei fati e cerca con essi grandi mura, che infine fonderai, percorso il mare» (trad. Canali). […] Mentre nei portici ormai vuoti del palazzo di Priamo giace ammucchiato alla rinfusa il tesoro della città […], pochi esuli si stringono intorno ad Enea e insieme a lui si avviano verso i monti dell’Ida, dove spunta l’alba. Simbolo di speranza e di rinascita, l’alba che sorge sull’Ida […] si contrappone alle fiamme dell’incendio che devasta la città […]. Segno di vittoria come sempre ambiguo, il fuoco annuncia invece agli Achei un ritorno amaro, morte e sventure, disgrazie senza fine. «L’Eneide – è stato detto – si propone nel suo insieme come una continuazione e un “riempimento” dell’Iliade… dalla distruzione di Troia trae origine e legittimazione il cammino dell’eroe troiano. Enea, dalle rovine della sconfitta (come dire: dalla fine piena e compiuta dell’Iliade) muoverà verso un inizio» (Conte). Il secondo canto dell’Eneide si pone dunque come la conclusione ideale dell’Iliade, nell’ambito dello stesso genere ma in altro tempo e in altra lingua, a eguali vette di artistica perfezione. Esso tuttavia non fa che dare adeguato sviluppo e poetica soluzione a tutti i presupposti che l’Iliade stessa contempla come da un futuro divenuto già fatto compiuto. 4 • Eneide 455
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LE TECNICHE
Ad alcuni passi sono dedicati ulteriori rubriche, che riguardano elementi tecnici della narrazione epica:
Il volume presenta Percorsi tematici che affrontano temi rilevanti nella prospettiva della letteratura antica immediatamente successiva alla poesia epica, talvolta con itinerari che aprono al contemporaneo, nell’intenzione di verificare la persistenza dell’antico nel nostro tempo e nelle tradizioni letterarie successive. Ciascun percorso si chiude con un testo e con attività che invitano alla riflessione.
L’EDUCAZIONE CIVICA
I Laboratori di Educazione civica proiettano le tematiche emergenti nella prospettiva dei diritti contemporanei e invitano studenti e studentesse a interrogarsi e a confrontarsi attraverso attività di ricerca, discussione e approfondimento.
La morte di Patroclo nella traduzione di Quasimodo
Il significato epiteti formulari
Ciò non significa, però, che gli epiteti siano privi di valore dal punto di vista del significato: accanto ad alcuni che tendono ad assumere un valore quasi di riempitivo del verso, ce ne sono altri che effettivamente indicano una qualità specifica del loro destinatario, o che sono particolarmente espressivi. Sono senz’altro epiteti pienamente formulari, ovvero di significato meno rimarcato, quelli riferiti alle navi, «nere» e «concave», il ricorrente «divino» riferito all’eroe, «nera» a indicare la terra. In realtà, l’epiteto che traduciamo con «divino», nell’originale è díos, che significa luminoso, con riferimento alla luce del giorno: ciò allude alla dimensione veramente luminosa dell’eroe, circondato di gloria, che combatte in piena luce e alla luce del sole compie le sue gesta, rifuggendo dall’oscurità, che è invece la dimensione dell’inganno e dell’agguato sleale. Un altro epiteto che assume specifica efficacia è «alate», riferito alle parole: un modo espressivo per indicare una sorta di corporeità delle parole che, pur essendo immateriali, raggiungono e colpiscono i sensi di chi le ascolta. L’epiteto «egìoco», infine, è attribuito prevalentemente a Zeus, talvolta anche ad Apollo e Atena Zeus, perché indica l’egida, lo scudo di pelle caprina, che solo queste divinità portano. Esistono inoltre, come si vede nel testo precedente, epiteti più complessi, che possono indicare elementi naturali, eroi, divinità, figure umane maschili e femminili, ed essi hanno diversa rilevanza e diverso significato, poiché possono alludere al potere, alla bellezza o ad altre caratteristiche.
Ecco come un poeta novecentesco, Salvatore Quasimodo (1901-1968) traduce l’episodio della morte di Patroclo (vv. 782-824), riuscendo a “condensare” la violenza del duello e l’orrore della morte con un uso pieno e pregnante delle parole, che spiccano per la loro forza evocatrice in una lineare sintassi. Nell’affrontare Omero, Quasimodo sceglie il verso libero, che nella sua ampiezza gli permette una narrazione piana e un’espressione poetica più limpida che nasce dalla sua esperienza lirica.
E Patroclo si lanciò con grida terribili per tre volte sui Troiani simile ad Ares, e per tre volte uccise nove uomini. Ma quando hai tentato il quarto assalto – e sembravi un dio – allora, Patroclo, hai segnato la fine della tua vita! Febo gli andò incontro nascosto da fitta nebbia nella lotta feroce. Era tremendo, e Patroclo 790 non lo vide fra i soldati che si battevano. Febo si mise dietro di lui e lo colpì alla schiena e alle spalle con la mano distesa. La vista di Patroclo si abbaglia. Poi Apollo gli toglie dalla testa l’elmo 795 che cade risonando ai piedi dei cavalli. Il cimiero si macchia di terra e di sangue. Mai si era sporcato di polvere quando copriva la fronte e la bella testa del divino Achille. Zeus lo diede poi a Ettore 800 ormai vicino alla morte. E in mano di Patroclo si spezzò la lunga, pesante, forte, acuta lancia. Poi il dio tagliando la cinghia di sostegno fece scivolare per terra lo scudo dalle sue spalle e gli slegò i lacci della corazza. La sua mente 805 cominciò a oscurarsi e il corpo a sciogliersi. Si fermò smarrito e il dardano Euforbo di Pantoo lo prese da vicino con l’asta in mezzo alle spalle. 785
Cerchiamo nel testo 1 Sottolinea nel testo tutti gli epiteti formulari. 2 Tra gli epiteti presenti nel testo possiamo distinguere quelli costituiti da un solo termine e quelli più articolati; tra questi, sulla base del significato, possiamo individuare quelli che definiscono gli eroi, le figure divine, le figure femminili: • Agamennone: dall’ampio potere / dalla gloria immensa / potente / signore di uomini • Achille: simile a un dio / dal rapido passo • Criseide: belle guance • Era: dal bianco braccio • Atena: dagli occhi azzurri Nonostante si tratti di epiteti ricorrenti, è possibile affermare che indicano caratteristiche specifiche: quali?
785-787. Ma quando… vita: quasimodo accoglie il tono patetico di Omero che si rivolge direttamente all’eroe; inoltre il poeta novecentesco “amplia” la sua traduzione con alcune significative aggiunte, ma rinuncia alla personificazione della Moira. 787 e sgg. la traduzione di Quasimodo è alquanto sintetica, lineare, nel proposito di rendere la drammaticità della scena accostando il lettore alla vicenda nel modo più diretto. 793-796. La vista… sangue: l’avvicinamento all’e-
vento è segnato dalla scelta del presente nella traduzione delle voci verbali: viene addirittura cancellata la distanza temporale, e il dramma sembra svolgersi ora, davanti agli occhi del lettore. 799. Zeus lo diede: da qui il poeta riprende a usare il passato remoto, dopo la drammatizzazione esasperata dei versi precedenti attraverso l’uso del presente verbale, riportando l’azione nel suo tempo reale, nel duello “magico” che stronca la vita di Patroclo.
120 Classici
2 • Iliade 205
PERCORSO TEMATICO
APOLLONIO RODIO Le argonautiche · III, vv. 448-470; 956-989; 1008-1010
Il sentimento femminile
T1 Medea ONLINE Lettura espressiva
T1 APOLLONIO RODIO Medea innamorata (Le argonautiche) T2 EURIPIDE Medea tradita (Medea) T3 VIRGILIO Creusa, la sposa sacrificata (Eneide)
La novità di Didone rispetto alle donne omeriche
Il personaggio di Didone nell’Eneide, rispetto ad altri personaggi femminili dei poemi epici, presenta una significativa novità: è animata dalla passione, è una donna innamorata di cui viene descritto ampiamente lo stato d’animo, fino alla disperata disillusione che la induce al suicidio. Anche nei poemi omerici incontriamo figure femminili legate a un uomo e che manifestano i loro sentimenti, ma in modo molto diverso. Andromaca, nel libro VI dell’Iliade, esprime con accenti accorati il suo affetto per il marito e la preoccupazione per il destino del figlio, ma le sue parole riflettono soprattutto il timore della solitudine, di una condizione di infelicità legata alla perdita del marito e alla sconfitta della città, che comporteranno la sua schiavitù: non c’è, nel testo omerico, una vera analisi psicologica, né l’espressione di sentimenti individuali d’amore, ma la preoccupazione per una famiglia che rischia di essere travolta dal destino. Calipso, nel libro V dell’Odissea, è una ninfa splendida che sembra profondamente legata a Odisseo: in realtà le parole sdegnate che rivolge a Hermes quando egli le comunica il volere di Zeus rivelano il fastidio per l’ingerenza degli dèi, la loro invidia per la sua felicità, piuttosto che i sentimenti nei confronti di Odisseo; le parole poi con cui congeda l’amato riflettono quasi l’invidia nei confronti di Penelope, una donna mortale, che però gode dell’affetto di Odisseo. Non c’è, neanche in questo caso, cenno al nascere della passione in lei, né a una tristezza profonda in seguito all’abbandono. Analogamente nel caso di Penelope, la sposa cui l’eroe ritorna dopo tante peregrinazioni: i versi rivelano la felicità del ritrovarsi, la gioia della famiglia ricostituita e del potere rinsaldato, ma non ci sono i segni di un’indagine psicologica “moderna”, che cioè sondi nel profondo dell’animo il nascere e il manifestarsi delle passioni.
L’esordio dell’eros nella poesia epica: Medea di Apollonio Rodio
Il primo poeta greco che affronta questa indagine psicologica e “sentimentale” è Apollonio Rodio, l’autore delle Argonautiche (III sec. a.C.): egli è tanto consapevole della novità che introduce nell’opera epica che, quando si accinge a narrare l’amore di Medea per Giasone, all’inizio del libro III, colloca un nuovo proemio dedicato a Erato, la Musa della poesia erotica.
L’amore di Medea per Giasone è analizzato fin dalle prime manifestazioni, nel suo tormentoso affermarsi, e ha i segni di una malattia da cui non si può scampare. Leggiamo come Apollonio Rodio descrive i sentimenti di Medea e il suo primo colloquio con Giasone.
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Gli eroi uscirono dalla reggia in preda all’angoscia; Calciope, stando in guardia dall’ira di Eeta, corse nella sua stanza assieme ai figli e Medea fece lo stesso, ma nel suo animo si agitavano tutti gli impulsi d’amore: davanti ai suoi occhi si formavano ancora le immagini di ogni cosa: l’aspetto di Giasone e l’abito che indossava, come parlava, e come sedeva, e come si mosse ad uscire, e nel pensarvi le sembrò che simile a lui non ci fosse nessun altro uomo; le tornavano sempre alle orecchie la voce e le dolci parole che aveva sentite. Tremava per lui, che non lo uccidessero i tori o lo stesso Eeta; e già lo piangeva per morto senz’altro: scorrevano per le sue guance le lacrime di tenero affanno e di pietà profondissima. E sommessamente piangendo disse queste parole: «Perché il dolore mi prende, infelice? Vada alla malora costui che sta per morire, grande eroe o uomo dappoco… Oh potesse sfuggire illeso alla morte! Sì, questo possa avvenire, divina signora Ecate, e ritorni salvo alla patria; ma se è il suo destino perire sotto le fiere, prima almeno lo sappia, che io mi rallegro della sua sorte funesta». […] Non molto tempo dopo egli apparve al suo desiderio, quale si leva Sirio in alto sopra l’Oceano, allorché sorge nitido e bello alla vista, eppure porta infinite sciagure alle greggi;
449. Calciope: la sorella di Medea. Poiché anche i suoi figli partecipano alla spedizione, spera che la sorella aiuti gli eroi grazie alle sue arti magiche. 453 e sgg. La rappresentazione dello stato d’animo di Medea, che rievoca febbrilmente l’uomo amato e si abbandona al sogno, anticipa il ritratto psicologico di Didone. In Medea, inoltre, è colto in modo sapiente l’ondeggiamento fra la
passione e l’ostilità verso il nemico, tra auguri di salvezza e maledizioni: nell’eroina si agita fin da questo momento l’incertezza fra l’amore per lo straniero e la fedeltà al padre. 468. Ecate: la dea, venerata sotto aspetti di divinità lunare, infernale e marina, di cui Medea è sacerdotessa. 469. sotto le fiere: sotto gli zoccoli di bronzo dei due tori che Giasone dovrà
498 Classici
affrontare in una delle sue prove. 957. Sirio: anche Achille, nel libro XXII dell’Iliade è paragonato a Sirio, la stella notturna più lucente. In entrambi i casi, nell’immagine si fondono splendore e rovina, come è chiarito subito dopo dalla similitudine; l’aiuto dato a Giasone rovinerà Medea per sempre (così come Sirio, che è stella di una costellazione invernale, è annunciatrice della brutta stagione).
4 • Eneide 499
LABORATORIO DI EDUCAZIONE CIVICA
Migranti e profughi La tutela dei migranti
Pur con le eccezioni e le precisazioni viste, la vicenda di Enea si presenta come una storia di esilio, che si presta ad alcune considerazioni sul tema delle migrazioni, di grande problematicità nel mondo contemporaneo. A esso si può ricondurre il diritto di asilo, che è tra i diritti fondamentali dell’uomo riconosciuti dalla nostra Costituzione. L’articolo 10, terzo comma, della Costituzione italiana prevede, infatti, che lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, abbia diritto di asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Nel caso in cui l’interessato ne faccia domanda, gli può essere riconosciuto lo status di rifugiato, che si consegue se il singolo richiedente dimostra di aver subito, o teme di poter subire, specifici atti di persecuzione. In realtà questo aspetto della Costituzione non è stato attuato, in quanto manca ancora una legge che definisca le condizioni in cui tale diritto si esercita, anche se esso
abbandonare il loro Paese per la povertà, e migranti ambientali, costretti a migrare a seguito di calamità naturali o indotte dall’uomo (anche se la distinzione è ardua). In particolare, quest’ultima categoria di migranti è destinata ad aumentare, se non si porranno efficaci argini al degrado ambientale, come previsto dall’Obiettivo 13 dell’Agenda 2030, “Lotta contro il cambiamento climatico” [ Laboratorio educazione civica, p. 37].
L’Italia come meta di immigrazione Immigrati appena sbarcati a Ellis Island, nel 1900.
è comunque riconosciuto nel caso in cui ricorrano le circostanze richieste. L’Italia, inoltre, ha aderito alla Convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951, che definisce lo status di rifugiato, e alla Convenzione di Dublino del 15 giugno 1990, in base alla quale viene definito lo Stato competente ad accogliere la domanda di asilo di un individuo. Tuttavia è evidente che la questione dell’accoglienza si pone non solo nei confronti dei rifugiati politici, ma dei migranti in generale: migranti economici, cioè spinti ad
Attualmente proprio l’Italia è al centro di forti pressioni dovute ai flussi migratori, in quanto si trova a essere spesso il Paese di prima accoglienza, a seguito degli sbarchi. A tale fine sono stati istituiti centri specifici, distinti in diverse categorie a seconda della loro funzione, come è definito dalla normativa italiana, che prevede: strutture di primo soccorso e accoglienza, i cosiddetti hotspot, ove «le persone in ingresso sbarcano in sicurezza, sono sottoposte ad accertamenti medici, ricevono una prima assistenza e l’informativa sulla normativa in materia di immigrazione e asilo, vengono controllate, pre-identificate e, dopo essere state informate sulla loro attuale condizione di persone irregolari e sulle possibilità di richiedere la protezione internazionale, foto-segnalate» (Ministero dell’Interno, www.interno.gov.it); strutture di accoglienza di primo livello, distinte in centri di prima accoglienza e centri di accoglienza straordinaria; a questi si aggiungono i Centri di Permanenza per il Rimpatrio, dove si trovano gli stranieri giunti in modo irregolare in Italia che non fanno richiesta di protezione internazionale o non ne hanno i requisiti.
Quando gli immigrati eravamo noi
A partire dalla metà dell’Ottocento fu l’Italia a essere interessata da un imponente flusso migratorio verso Paesi che promettevano migliori condizioni di vita. Tra il 1861 e il 1985 dall’Italia partirono quasi 30 milioni di emigranti, di cui circa 14 milioni nel periodo tra il 1876 e il 1915, con un fenomeno noto come “grande emigrazione” che si rivolse soprattutto verso gli Stati Uniti: qui gli immigrati costruirono comunità italofone all’interno del territorio come conseguenza di una difficile integrazione; tali difficoltà furono parzialmente superate durante la Seconda guerra mondiale, quando molti Italiani si arruolarono nell’esercito americano. 436 Classici
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Dopo un arresto del flusso migratorio a seguito dello scoppio della prima guerra mondiale, ci fu una ripresa nel secondo dopoguerra, quando però prevalsero le mete europee, quali la Francia, il Belgio e la Germania. Gli Stati Uniti erano la meta di immigrazione privilegiata non solo dall’Italia, ma da moltissime parti del mondo. Le cause dell’emigrazione erano numerose: guerre, condizioni ambientali avverse, persecuzioni religiose o politiche. Gli ebrei, per esempio, migrarono qui in massa dall’Europa orientale e dalla Russia zarista, fuggendo dalle persecuzioni antisemite: solo nel 1910 arrivarono negli Stati Uniti 500 mila ebrei. Il principale punto di approdo per gli immigrati che sbarcavano negli Stati Uniti era Ellis Island, un isolotto di fronte alla città di New York che fungeva di fatto come un centro di smistamento. Inaugurato il 1° gennaio 1892, nel suo periodo di attività accolse più di 12 milioni di persone e raggiunse il picco di arrivi nel 1907, con quasi 1 milione e mezzo di immigrati. Tutti i migranti che vi giungevano erano sottoposti a visite mediche e psicoattitudinali, che dovevano superare perché fosse consentita loro la permanenza. Il centro fu chiuso il 29 novembre 1954 e oggi è stato trasformato nel Museo dell’Immigrazione.
Attività Con l’aiuto dell’insegnante raccogliete informazioni su libri o in internet per rispondere alle seguenti domande. • Quali flussi migratori hanno interessato l’Italia tra Ottocento e Novecento? • Quali zone d’Italia hanno interessato maggiormente e verso quali destinazioni si sono indirizzati? • Qual è la distinzione fra migranti politici, migranti ambientali e migranti economici? • A quale di queste categorie appartenevano i migranti italiani tra Ottocento e Novecento? Dopo aver concluso questa indagine in prospettiva storica, sempre con l’aiuto dell’insegnante, approfondite i seguenti aspetti relativi alle migrazioni contemporanee: quali sono i Paesi più coinvolti nel processo migratorio, per quali cause (ambientali, economiche o politiche) e verso quali destinazioni.
4 • Eneide 437
Il sentimento femminile
I PERCORSI TEMATICI
TRADUZIONI A CONFRONTO
Gli epiteti formulari Nel testo appena letto sono evidenziati tutti gli epiteti formulari, ovvero quegli epiteti che ricorrono costantemente a definire alcuni elementi testuali, personaggi, luoghi, oggetti, e costituiscono sia una caratterizzazione di essi sia un elemento utile alla composizione orale. Infatti, l’uso degli epiteti ricorrenti consente al poeta di comporre o di concludere il verso in modo sempre uguale e ciò comporta un valido aiuto all’elaborazione mnemonica.
• gli Strumenti del poeta, per avvicinare la tradizione e consolidare conoscenze e competenze di lettura; • le schede Traduzioni a confronto, che esaminano in parallelo gli esiti dell’opera di diversi traduttori e favoriscono la comprensione dei diversi punti di vista.
STRUMENTI DEL POETA La funzione epiteti formulari
Indice
MITI DELLE ORIGINI
1 Il mito
1.1 Che cos’è il mito?
2
T1 L’origine del mondo PAROLE CHIAVE
T2 Il sacrificio di Isacco
2
Esiodo, Teogonia I, 116-133
5
Caos • che rompe le membra • Ponto
5
PAROLE CHIAVE
PAROLE CHIAVE
7
ingannare
7
T3 Altre voci: il Prometeo di Eschilo
10
1.2 Il mito come narrazione filosofica
12
1.3 Il mito messo in scena
12
PAROLE CHIAVE
INGRANDIMENTO
14
difficoltà
14
Luciano, Dialoghi degli Dei
PAROLE CHIAVE
Sacra Bibbia, Genesi 6, 5-22; 7, 1-24; 8, 1-22; 9, 1-11
31
grazia • alleanza
31
La lotta al cambiamento climatico
T4 Le storie di Giuseppe: Giuseppe e la moglie di Potifar Sacra Bibbia, Genesi 39, 1-23
38 38
INGRANDIMENTO
Il Potifar motiv nella vicenda di Fedra
PAROLE CHIAVE
Sacra Bibbia, Samuele 1, 17, 1-54
42
paura
42
Sacra Bibbia, Vangelo secondo Matteo 4, 23, 1-12
46
beati
46
Testi integrativi Il ratto della sposa Erodoto, Storie
PAROLE CHIAVE
Percorso tematico Il sacrificio: la rilettura di un mito T1 La vittima fanciulla Eschilo, Agamennone T2 L'empietà della religio Lucrezio, De rerum natura T3 La fanciulla salvata Ovidio, Metamorfosi T4 I ricordi di Ifigenia Ghiannis Ritsos, Il ritorno di Ifigenia
ONLINE Testi integrativi Giuseppe e i sogni del faraone Sacra Bibbia, Genesi 41, 1-42 Daniele nella fossa dei leoni Sacra Bibbia, Libro di Daniele 6, 2-29
2 La Bibbia
20
2.1 Bibbia ebraica e Bibbia cristiana
20
2.2 Le lingue della Bibbia
21
2.3 Le traduzioni della Bibbia
22
2.4 La traduzione latina
22
2.5 Storia e religiosità
23
PAROLE CHIAVE
Sacra Bibbia, Genesi I, 1-27
24
disse • cosa buona • specie
24
INGRANDIMENTO
I miti delle origini
41
T6 Il discorso della montagna
ONLINE Videolezione Il mito, a cura di M. Belponer
T1 La creazione nel racconto biblico
37
grazia • benedizione
T5 Davide e Golia 17
30
T3 Il diluvio universale
PAROLE CHIAVE
Platone, Protagora
T5 Dialogo tra Zeus e Prometeo
28
LABORATORIO DI EDUCAZIONE CIVICA
Eschilo, Prometeo incatenato
T4 Epimeteo e il mito del progresso
28
Il sacrificio del figlio
T2 Il primo sacrificio: il mito di Prometeo Esiodo, Teogonia I, 535-557
Sacra Bibbia, Genesi 22, 1-19 Eccomi
27
Segnalibro Enzo Bianchi, Il sacrificio del figlio, la legatura tra Abramo e Dio Ingrandimento Il makarismós Percorso tematico Il diluvio T1 Deucalione e Pirra Apollodoro T2 Calamità naturali? T3 Rischio ambientale e rischio antropico
3 Il cantore e la poesia epica 3.1 L’epica: origine di un nome 3.2 Il cantore-poeta 3.3 Gli strumenti del poeta epico 3.4 Il ruolo del poeta epico
48 48 48 50 52
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Percorso tematico
La soggettività del poeta
Virgilio, Georgiche
Il cantore poeta
T1 Demodoco, la figura del cantore
PAROLE CHIAVE
Omero, Odissea VIII, 62-78; 499-531 PAROLE CHIAVE
Esiodo, Teogonia I, 22-34
Salvatore Quasimodo, Alle fronde dei salici
T5 La poesia della negazione
57 57
Muse
conforto • colpite • follia • solo
59 59
T4 Un poeta silenzioso
54 54
cetra • aedo • ispirato
T2 L’ispirazione del poeta PAROLE CHIAVE
T3 Orfeo, il poeta incantatore
53
Eugenio Montale, Non chiederci la parola
63 65
CLASSICI 1 Epopea di Gilgamesh
70
1.1 Il primo eroe epico: Gilgamesh
70
T1 Prologo: Gilgamesh, re di Uruk Epopea di Gilgamesh PAROLE CHIAVE
74 74
conobbe
T2 Il patto tra Gilgamesh ed Enkidu Epopea di Gilgamesh tav. IV, 231-254
T3 Il viaggio nella foresta Epopea di Gilgamesh PAROLE CHIAVE
T4 Pianto di Gilgamesh per la morte di Enkidu Epopea di Gilgamesh tav. VIII, 1-67
T5 Il Diluvio Universale Epopea di Gilgamesh PAROLE CHIAVE
76
2 Iliade
2.12 La struttura dell’Iliade
105
2.13 Le traduzioni dell’Iliade
105
Il filo del racconto: Libro I
108
PAROLE CHIAVE
(I, 1-10)
109
ira • lite
109
STRUMENTI DEL POETA
La protasi
TRADUZIONI A CONFRONTO
Le traduzioni di Monti e di Foscolo
92
2.1 Il primo autore epico: Omero
92
2.2 La questione omerica
92
2.3 Uno o due poeti?
93
2.4 Milman Parry e l’oralità
94
2.5 Come inizia la guerra: l’antefatto
95
2.6 Il mondo omerico
96
2.7 La trama dell’Iliade
98
2.8 Gli eroi e la civiltà della vergogna
100
2.9 I temi dell’Iliade
101
2.10 Gli eroi dell’Iliade
102
111
112
T2 Lo scontro tra Achille e Agamennone
82
86 86
disperazione • morte
103
T1 Un sentimento al centro della storia
78 78
destino • nome • uomo
2.11 Le figure femminili
PAROLE CHIAVE
(I, 101-214)
113
sacerdote • premio
113
STRUMENTI DEL POETA
Gli epiteti formulari INGRANDIMENTO
Il potere della parola nel mondo greco LABORATORIO DI EDUCAZIONE CIVICA
La libertà di parola
120
121
123
T3 La mediazione fallita: il saggio Nestore PAROLE CHIAVE
(I, 247-303)
124
scettro • potere
125
STRUMENTI DEL POETA
La composizione ad anello (ringkomposition) INGRANDIMENTO
Il modello dell’anziano come saggio
VIII © Casa Editrice G. Principato
128
129
T4 Il litigio tra Zeus ed Era (I, 533-569)
Il filo del racconto: Libro II, III
133
(II, 207-276)
134
Tersite • ordine
134
La morte di Patroclo nella traduzione di Quasimodo
139
(III, 1-94)
140
Konstantinos Kavafis, I cavalli di Achille
pelle di pantera • aspetto - coraggio • conveniente - non ingiusto
141
Percorso tematico
T6 I patti
IL SEGNALIBRO
L’amicizia tra eroi
STRUMENTI DEL POETA
La similitudine
146
T7 Elena, una bellezza insostenibile (III, 121-244)
147
desiderio • colpevole
147
T1 Un’impresa per due amici, Eurialo e Niso
Virgilio, Eneide IX, 176-228; 314-449 PAROLE CHIAVE
Elena, una figura controversa
153
Il filo del racconto: Libro IV, V, VI
154
Primo Levi, Il sistema periodico
T3 I due
Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò
T8 Il duello mancato di Glauco e Diomede (VI, 119-237)
155
messaggi • campo • stirpe • ospitalità
157
INGRANDIMENTO
La similitudine delle foglie
164
IL SEGNALIBRO
Madeline Miller, Un legame indissolubile Il filo del racconto: Libro XVII, XVIII
T13 Lo scudo di Achille
IL SEGNALIBRO
Vincenzo Di Benedetto, Le implicazioni politiche della similitudine delle foglie
166
T9 L’ultimo incontro tra Ettore e Andromaca PAROLE CHIAVE
(VI, 392-502)
167
sventurato • destino • ritegno • vergognerei
167
INGRANDIMENTO
Andromaca
176
T10 L’estrema mediazione e il rifiuto di Achille (IX, 96-221; 307-429)
signore • animo • fui accecato • destino • due destini • gloria
STRUMENTI DEL POETA
Il filo del racconto: Libri X, XI, XII, XIII, XIV, XV, XVI
191
(XVI, 1-101)
194
irrimediabile • infelice • uomo senza dignità • ritorno
195
217 222
227 228
239
(XXII, 131-366; 460-515)
241 245
INGRANDIMENTO
T15 Achille e Priamo
253
255
(XXIV, 485-551)
256
supplice
256
INGRANDIMENTO
Achille
T11 Achille e Patroclo
208 208
oltraggerò • forza
Ettore
PAROLE CHIAVE
208
229
T14 La morte di Ettore e il dolore di Andromaca
190
207
229
TRADUZIONI A CONFRONTO
177
206
(XVIII, 462-616)
Il filo del racconto: Libro XIX, XX, XXI, XXII, XXIII, XIV
PAROLE CHIAVE
205
scudo • decorandolo - ornamenti • astri • imeneo • zampogna • canto di Lino
Il duello finale nella traduzione di Pascoli
177
L’iperbole
PAROLE CHIAVE
PAROLE CHIAVE
174
Il filo del racconto: Libro VII, VIII, IX
PAROLE CHIAVE
Un solo • fortunati
T2 Condividere un’impresa
INGRANDIMENTO
PAROLE CHIAVE
200 200
L’apostrofe
la figura dell’antieroe
PAROLE CHIAVE
(XVI, 777-867)
tremendo • inerme • giorno servile • vantati
STRUMENTI DEL POETA
INGRANDIMENTO
PAROLE CHIAVE
PAROLE CHIAVE
TRADUZIONI A CONFRONTO
T5 Un eroe dissonante: Tersite PAROLE CHIAVE
T12 La morte di Patroclo
130
LABORATORIO DI EDUCAZIONE CIVICA
Una poesia per la pace
261
262
IX © Casa Editrice G. Principato
ONLINE Videolezione La questione omerica; Gli studi di Milman Parry; L’ira e gli affetti; Gli eroi anziani; Il profilo di Achille, a cura di M. Belponer Testi integrativi Strumenti del poeta: L’ecfrasi I temi dell’epica: Le armi dell’eroe
Il filo del racconto: Libro V, VI
T5 E tu sii felice, comunque (V, 149-224)
INGRANDIMENTO
Odisseo
Traduzioni a confronto • La traduzione di Foscolo • La similitudine delle foglie nelle traduzioni di Monti, Foscolo e Lussignoli Segnalibro • Giulia Sissa, Marcel Detienne, La vita quotidiana degli dei greci • Franco Ferrucci, Il ritiro di Achille • Jean-Pierre Vernant, La morte dell’eroe • Vincenzo Di Benedetto, Il superamento del principio di competizione in nome della poesia Percorso tematico Le mura ieri e oggi T1 Il muro di Berlino Jürgen Seippel T2 La guerra e la frontiera Paolo Cognetti T3 Altri muri Francesca Paci T4 Estìa ed Ermes, superare le frontiere Jean-Pierre Vernant
3.1 L’Odissea, il poema del ritorno
264
3.2 La narrazione: temi e strutture
267
3.3 Le traduzioni dell’Odissea
270
Il filo del racconto: Libro I, II
271
T1 Un uomo al centro della storia (I, 1-21) PAROLE CHIAVE
uomo • dalle numerose risorse • ritorno
272 272
T6 La tempesta e la salvezza PAROLE CHIAVE
(V, 278-454)
308
sofferenze • resisterò
308
T7 I consigli di Nausicaa (VI, 110-210; 238-315)
315
Artemide • animo concorde
316
Il filo del racconto: Libro VII, VIII, IX
324
PAROLE CHIAVE
T8 Polifemo PAROLE CHIAVE
(IX, 105-460)
325
senza leggi • vino • Nessuno
325
Barbara Graziosi, Odisseo: “L’uomo dai molti giri”
T2 Telemaco, Penelope e Femio (I, 325-380) PAROLE CHIAVE
pretendenti • tracotanza
INGRANDIMENTO
Telemaco e la Telemachìa
T3 La tela di Penelope (II, 82-128) PAROLE CHIAVE
telaio • astuzie
Il filo del racconto: Libri III, IV
LABORATORIO DI EDUCAZIONE CIVICA
Le Ugly laws
Il filo del racconto: Libro X, XI
T9 Anticlea e Laerte (XI, 180-208)
Il filo del racconto: Libro XII, XIII
T10 Il canto distruttivo (XII, 153-200)
IL SEGNALIBRO
PAROLE CHIAVE
276
277 279
Il mito delle Sirene
Apollonio Rodio, Le argonautiche IV, 891-921
casa • farmaco
289
LABORATORIO DI EDUCAZIONE CIVICA
La guerra, i ricordi e l’assenza
Franz Kafka, Il silenzio delle Sirene IL SEGNALIBRO
Maria Corti, Il canto delle sirene
T11 L’approdo a Itaca e l’aiuto di Atena (XIII, 197-344) PAROLE CHIAVE
297
languore • suoni indistinti
T2 Altre Sirene
(IV, 59-154; 218-289) PAROLE CHIAVE
342
344 347
348 349
352
T1 Orfeo e le sirene
284 284
289
341
Un canto che porta alla morte
PAROLE CHIAVE
T4 Il ricordo di Odisseo, l’identità di Telemaco
gloria
340
Percorso tematico
283
288
304
IL SEGNALIBRO
Il tema dell’ospitalità 264
300
Roberto Calasso, Calipso, la Nasconditrice 306
INGRANDIMENTO
3 Odissea
299
352 353 355
358
360
terra patria • vagherò • stolto • attento a non perdersi • discorsi meditati • sopporterai
X © Casa Editrice G. Principato
360
INGRANDIMENTO
Itaca, luogo reale e luogo simbolico
368
Il filo del racconto: Libri XIV, XV, XVI, XVII
370
T12 La morte del cane Argo PAROLE CHIAVE
(XVII, 290-327)
372
Un tempo • sciagura • grande sala
372
LABORATORIO DI EDUCAZIONE CIVICA
Caccia e tutela ambientale INGRANDIMENTO
La caccia e la predazione nell’Odissea Il filo del racconto: Libro XVIII-XIX
T13 La sposa saggia PAROLE CHIAVE
379
(XIX, 103-212)
380 380
INGRANDIMENTO
T14 La cicatrice
387
Traduzioni a confronto • La protasi nella traduzione di Pindemonte • La risposta di Odisseo a Calipso nella traduzione di Lussignoli • Il discorso di Odisseo a Nausicaa nella traduzione di Ciani • L’approdo a Itaca nella traduzione di Pascoli • La risposta di Penelope nella traduzione di Tonna Segnalibro • Piero Citati, Elena nell’Odissea • Bernard Andreae, Odisseo e Polifemo • Alfred Heubeck, Il nuovo profilo dell’eroe • Erich Auerbach, La cicatrice di Odisseo • Daniel Mendelsohn, Una lettura contemporanea dell’Odissea • Marcel Detienne, Jean-Pierre Vernant, La mêtis di Odisseo Percorso tematico La tempesta T1 Mettersi in mare per denaro Esiodo, Le opere e i giorni T2 Il naufragio di Enea Virgilio, Eneide T3 Il tifone Joseph Conrad, Tifone
(XIX, 386-479)
389
riconobbe • caccia • vita
389
Percorso tematico Il mostro T1 Un cadavere che cammina! Mary Shelley, Frankenstein
395
T2 Quasimodo, il gobbo di Notre Dame Victor Hugo, Notre
396
T3 La chimerica balena Hermann Melville, Moby Dick T4 Inventare un animale, inventare un mostro, inventare l’uomo Primo Levi, Ranocchi sulla luna e altri animali
(XXIII, 165-287)
398
mettere alla prova • segno • accecamento • ricchi
398
Percorso tematico Odisseo dopo l’Odissea T1 Odisseo ingannatore Sofocle, Filottete T2 Odisseo mediatore Sofocle, Aiace T3 Odisseo, un viaggio oltre i limiti
STRUMENTI DEL POETA
Il riconoscimento
Il filo del racconto: Libro XX, XXI, XXII, XXIII
T15 Dopo vent’anni PAROLE CHIAVE
378
straniero • fama • inganni • astuzia
Penelope, la sposa
PAROLE CHIAVE
376
ONLINE Videolezione Il profilo di Odisseo; La figura di Polifemo, a cura di N. Todorović
o il moderno Prometeo
TRADUZIONI A CONFRONTO
Il riconoscimento di Odisseo nella traduzione di Romagnoli
Dante Alighieri, Inferno
406
IL SEGNALIBRO
Margaret Atwood, Una lettura “dissacrante” 407 Il filo del racconto: Libro XXIV
410
Il riconoscimento nella tragedia e nel romanzo
T1 Il riconoscimento nell’Elettra di Sofocle Sofocle, Elettra
410
Esporre i bambini: Dafni e Cloe
T2 Dafni e Cloe
Longo Sofista, Dafni e Cloe
T3 Il ritorno a casa
Primo Levi, La tregua
T4 Calypso Giovanni Pascoli, Poemi conviviali T5 Odisseo eterno viaggiatore Umberto Saba, Il canzoniere T6 A Zacinto Ugo Foscolo, Sonetti T7 L’isola Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò T8 Sopra un verso straniero Ghiorgos Seferis, Poesie
409
Percorso tematico
Il riconoscimento
Dame de Paris
413 417
4 Eneide
420
4.1 Prima di Virgilio
420
4.2 Virgilio e il suo tempo
421
4.3 L’Eneide: temi e strutture
422
4.4 Le traduzioni dell’Eneide
428
Il filo del racconto: Libro I
430
T1 Un uomo, una guerra, un destino PAROLE CHIAVE
(I, 1-33)
431
guerre - eroe • pietà • ira
431
XI © Casa Editrice G. Principato
INGRANDIMENTO
Enea, fato profugus
T8 Dialogo tra Enea e Didone
435 PAROLE CHIAVE
LABORATORIO DI EDUCAZIONE CIVICA
Migranti e profughi
PAROLE CHIAVE
PAROLE CHIAVE
(I, 254-296)
438
Fati • costumi e mura
438
INGRANDIMENTO
442
La costruzione della pace
443
Il filo del racconto: Libro II
445
fuggi • lealtà - inganni
446
STRUMENTI DEL POETA
Il sogno
450
TRADUZIONI A CONFRONTO
L’esortazione di Ettore nella traduzione di Cetrangolo
453
Enea
PAROLE CHIAVE
457
orrendo […] prodigio
463
Il filo del racconto: Libro IV
T7 Didone innamorata PAROLE CHIAVE
493
(VI, 424-476)
495
infelice
496
Percorso tematico
Il sentimento femminile
498
La novità di Didone rispetto alle donne omeriche L’esordio dell’eros nella poesia epica: Medea di Apollonio Rodio Apollonio Rodio, Le argonautiche III, 448-470; 956-989; 1008-1010
T2 La Medea di Euripide Euripide, Medea tradii
T3 Creusa, la sposa sacrificata Virgilio, Eneide II, 730-803 IL SEGNALIBRO
463
LABORATORIO DI EDUCAZIONE CIVICA
491
499
502 502
504
462
(III, 13-68)
L’identità dell’esule
PAROLE CHIAVE
PAROLE CHIAVE
458
(III, 300-355)
T12 Didone nell’oltretomba
489
La Medea tradita di Euripide
(II, 469-558)
T6 L’incontro con Andromaca
485
T11 Enea, la profezia del futuro
455
Io stesso • nel cuore • hai violato
T5 La tomba di Polidoro
484
Il filo del racconto: Libro V, VI
454
Maria Grazia Ciani, Lo scettro di Dardano
Il filo del racconto: Libro III
(IV, 584-666) voto
T1 Medea
INGRANDIMENTO
PAROLE CHIAVE
481
(VI, 298-316)
(II, 250-317)
T4 La morte di Priamo
481
INGRANDIMENTO
444
T3 L’ultima notte: Ettore e il rogo di Troia
IL SEGNALIBRO
(IV, 522-552)
infelice • Muori
Didone
LABORATORIO DI EDUCAZIONE CIVICA
PAROLE CHIAVE
474
T10 Il suicidio di Didone PAROLE CHIAVE
Le molte origini di Roma
474
T9 La veglia di Didone
436
T2 La profezia di Giove
(IV, 279-396)
smarrito • perfido
Magda Szabò, Tornare a Troia
T13 Enea incontra il padre (VI, 640-723; 756-901)
511
cari nipoti • immagine
512
Il filo del racconto: Libro VII, VIII
522
PAROLE CHIAVE
466
T14 Lo scudo divino
470 471
PAROLE CHIAVE
(VIII, 626-731)
524
stella paterna • vinti
526
INGRANDIMENTO
(IV, 60-89)
472
fiamma • insana
472
509
Virgilio
Il filo del racconto: Libro IX, X
XII © Casa Editrice G. Principato
530 532
T15 Il destino inesorabile
534 536
ONLINE Videolezione Il profilo di Enea; La morte di Camilla, a cura di N. Todorović
(X, 791-856)
538
Il filo del racconto: Libro XI
542
Ingrandimento • La figura di Polidoro nei secoli • La fama
(X, 439-509) PAROLE CHIAVE
cruento • ignara
T16 L’eroe pietoso
T17 La morte di Camilla (XI, 768-831) PAROLE CHIAVE
colore
Il filo del racconto: Libro XII
T18 L’ultimo eroe
(XII, 665-841; 869-952) PAROLE CHIAVE
virtù • furore • Fati • crudele
LABORATORIO DI EDUCAZIONE CIVICA
Dal mito alla cronaca
543 545 547
548 548
559
Traduzioni a confronto • La protasi nella traduzione di Alessandro Fo • L’invocazione di Didone nella traduzione di Fo • Il riconoscimento del balteo nella traduzione di Alfieri Segnalibro • Mario Lentano, Gli dei, il fato, la storia • Gian Biagio Conte, Enea, personaggio sdoppiato • Antonio La Penna, Principato e poesia Percorso tematico La protasi nei poemi epici T1 Le argonautiche Apollonio Rodio T2 Bellum civile Lucano T3 Olando Furioso Ludovico Ariosto T4 Gerusalemme liberata Torquato Tasso
EPICA MEDIEVALE 1 Le canzoni di gesta
1.1 L’Europa feudale e cortese
562
1.3 Le “canzoni di gesta”
563
L’OPERA Beowolf
565
Beowolf, 86-116 PAROLE CHIAVE
felicemente
T2 La morte di Beowulf Beowolf, 2724-2751 PAROLE CHIAVE
sorte
L’OPERA Chanson de Roland
T1 Presentazione dei contendenti Chanson de Roland, lasse I-III PAROLE CHIAVE
imperatore
PAROLE CHIAVE
566 566
fama
L’OPERA I Nibelunghi
T1 L’incontro di Crimilde e Sigfrido (I Nibelunghi, V Avventura, 1113-1180) PAROLE CHIAVE
sguardi • cortesia
T2 L’eroe tradito
(I Nibelunghi, XVI Avventura) PAROLE CHIAVE
tranello • fedele
INGRANDIMENTO
569 569
Il mito di Sigfrido
571
ONLINE Ingrandimento • L’apparizione della donna • Il tema della vendetta
572 572
INGRANDIMENTO
Carlo Magno tra storia e leggenda letteraria
Chanson de Roland, LXXIX-LXXXIX, 1005-1138
562
1.2 La narrativa “cavalleresca”
T1 Grendel, il mostro, assalta la reggia del Cervo
T2 Due prospettive di fronte alla guerra
562
575
576 577 582 583 583
587 588 593
Segnalibro • Jorge Luis Borges, Borges “rilegge” Beowulf • Ludovica Koch, Il tesoro degli eroi Le parole chiave
597
ONLINE Repertorio dei personaggi mitologici, epici e romanzeschi
XIII © Casa Editrice G. Principato
La didattica multimediale Nelle pagine sono inserite icone che indicano la presenza e il tipo di contenuti digitali disponibili sul libro. I contenuti digitali sono fruibili sul sito www.gruppoeli.it, sull’eBook+ e con l’App librARsi.
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XIV © Casa Editrice G. Principato
MITI DELLE ORIGINI
Il mito La Bibbia Il cantore e la poesia epica
1 © Casa Editrice G. Principato
1 Il mito «Il mito si presenta sotto forma di un racconto che esisteva già prima che un qualsiasi narratore iniziasse a raccontarlo. In questo senso, il racconto mitico non dipende dall’invenzione personale né dalla fantasia creatrice, ma dalla trasmissione e dalla memoria». Jean-Pierre Vernant
1.1 Che cosa è il mito?
La parola “mito” Nel linguaggio di oggi la parola “mito” designa un modello, un personaggio ieri e oggi esemplare nel quale ci si riconosce o che si vorrebbe imitare per la sua eccezio-
nalità. Nel mondo antico il significato della parola è diverso, ma non del tutto estraneo a quello attuale. La parola mythos infatti significa “racconto” di un lontano passato, al tempo remoto delle origini, e sono racconti di eventi o persone eccezionali, proprio come i nostri “miti” di oggi.
Il mito come patrimonio di conoscenza
2
La parola mythos tradizionalmente si contrappone a logos, il discorso razionale, logico appunto; in realtà, tale contrapposizione si afferma piuttosto tardi nelle cultura greca, soprattutto a partire da Aristotele, cioè dal IV secolo a.C., mentre per quello che possiamo considerare il suo maestro e predecessore, Platone, tale contrapposizione non è per nulla sentita. Senz’altro il mito rimanda a una conoscenza pre-razionale della realtà, a un pensiero per immagini, a una forma di filosofia primitiva. Ma il mito non è una favola priva di realtà, è «un racconto venuto dalla notte dei tempi e che esisteva già prima che un qualsiasi narratore iniziasse a raccontarlo» (J.P. Vernant); una narrazione che appartiene alla tradizione, grazie alla quale gli uomini antichissimi iniziarono a spiegare il mondo che li circondava, che dovevano affrontare ogni giorno. Per i popoli antichi, il mondo del mito non era diverso da quello in cui vivevano: era solo più “grande”, popolato da uomini più forti e più coraggiosi, ma della loro stessa natura. In altre parole, il mito come patrimonio di idee, tradizioni, istituzioni religiose e sociali, che costituiscono la cultura di un popolo nella sua fase “primitiva”, narra eventi accaduti in un lontanissimo passato, legati a personaggi – dèi ed eroi – sovrumani, protagonisti di storie “reali”, ancorché di una realtà superiore. Ci sono miti riguardanti gli eroi, che raccontano di personaggi esemplari per il loro coraggio; quelli sugli dèi, che ne raccontano la nascita e la vita, spesso attraversata da prove e difficoltà che anche gli uomini devono affrontare; i miti delle origini
Miti delle origini © Casa Editrice G. Principato
Scena mitologica su vaso greco a figure rosse (IV sec. a.C.). Monaco, Antikensammlungen.
cercano invece di dare una spiegazione all’origine del mondo e degli uomini, in linea con gli interrogativi esistenziali a cui gli uomini cercano di dare una risposta. Tale patrimonio di conoscenza e di ispirazione sapienziale contribuisce a conservare il senso di identità di un popolo attraverso racconti in cui esso si riconosce e si identifica. degli eroi Miti
“racconti”
degli déi delle origini
Dal mito alla poesia epica ONLINE Videolezione Il mito, a cura di M. Belponer
I racconti mitici interessano molti campi della vita degli antichi: hanno riflessi nell’ambito politico, familiare, religioso; sono la materia, l’argomento primo della poesia soprattutto epica, cioè di quella forma poetica che narrava oralmente le vicende degli uomini antichi, rifacendosi appunto al mito, tramandando questi racconti davanti a un pubblico che ascoltava, interessato e stupito, il farsi del racconto. Davanti a questo pubblico riunito per un banchetto o una festa il cantore intonava il suo canto, ripercorrendo le gesta degli eroi o le antiche vicende del mondo, narrava eventi antichi ma sempre nuovi, che conservavano il fascino nei tempi, come le fiabe della tradizione moderna: perché come le fiabe il mito vuole celebrare il passato glorioso e nello stesso tempo esprimere le riflessioni di uomini che, prima di noi ma come noi, hanno provato il dolore, la paura, l’angoscia, la gioia della vittoria, il rispetto degli dèi, l’amore per la patria, lo spirito di sacrificio. 1 • Il mito © Casa Editrice G. Principato
3
Solo dopo una lunghissima tradizione orale, durante la quale i racconti erano affidati alla memoria dei cantori, che celebravano con il loro canto i valori della società degli eroi e di quelle case aristocratiche in cui erano ospitati, il racconto diventò “poesia epica”, nel senso che oggi diamo a questo genere letterario, cioè ebbe una formulazione scritta e codificata, fissata in regole precise. Inoltre, l’anonimato del mito, il fatto cioè che il mito non sia invenzione diretta di un cantore, di un poeta, ma risalga alla memoria collettiva di un popolo, conferisce a chi lo trasmette, al cantore, e poi al poeta, il ruolo di artefice di una rielaborazione, di un nuovo racconto del mito [ p. 48].
Mito e storiografia ONLINE ERODOTO Il ratto della sposa (Storie)
Il mito a teatro
La narrazione mitica, proprio perché – come si è detto – per lungo tempo non è stata sentita in contrapposizione con il discorso razionale, continua a esercitare il suo fascino e a rivestire ancora una funzione nell’indagine storiografica, ove integra lo studio dei fatti e spesso li riconduce a eventi leggendari, perché il mito si pone come una spiegazione alternativa dove quella puramente razionale è insoddisfacente. Per motivare una rivalità radicale come quella tra Greci e Persiani, per esempio, Erodoto fa ricorso al passato mitico, tanto da fornire al suo pubblico motivazioni che gli sembrano più plausibili. Analogamente, la figura di Enea, il protagonista del poema virgiliano che discende direttamente dal Ciclo troiano [ p. 92], assume risvolti storici: egli, pur appartenendo alla tradizione mitica, diviene il fondatore di un impero storico, reale. Il mito, senza perdere la sua natura di narrazione, assume così una funzione diversa. Inoltre il mito alimenta, con le sue vicende e i suoi personaggi, un importantissimo fenomeno culturale, il teatro [ p. 12], prima greco, poi romano. Gli eroi che hanno animato la poesia epica si ripropongono sulla scena, incarnando problematiche e vicende che assumono nuovi risvolti e più profondi significati: ancora una volta, il mito risponde a una domanda sugli esiti dei destini umani e, rappresentato sulla scena, di fronte agli spettatori, induce alla riflessione sulle vicende degli eroi; nella messinscena tragica, questi ultimi, tolti dalla lontananza in cui sono proiettati dalla narrazione epica e posti sulla scena, producono un effetto di immedesimazione nel pubblico, tale da definire la rappresentazione tragica un evento religioso e non puramente spettacolare.
Statua di Erodoto di fronte al palazzo del Parlamento a Vienna.
Per fare il punto 1 Che cosa significa la parola mythos? 2 Che cosa narrano i miti? 3 Che valore conoscitivo e culturale hanno i miti? 4 Che rapporto c’è tra mito e storiografia? 4
Miti delle origini © Casa Editrice G. Principato
ESIODO Teogonia · I, vv. 116-133
T1 L’origine del mondo ONLINE Lettura espressiva
Il poeta Esiodo, vissuto tra l’VIII e il VII secolo a.C., affronta il problema delle origini degli dèi e del mondo nel poema intitolato Teogonia, dando luogo a un articolato mito delle origini, che muove dal Caos primigenio, attraverso successive generazioni, per giungere al kósmos, all’ordine universale.
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Dunque, per primo fu Caos , e poi Gaia dall’ampio petto, sede sicura per sempre di tutti gli immortali che tengono la vetta nevosa d’Olimpo, e Tartaro nebbioso nei recessi della terra dalle ampie strade, poi Eros, il più bello fra gli immortali, che rompe le membra e di tutti gli dei e di tutti gli uomini doma nel petto il cuore e il saggio consiglio. Da Caos nacquero Erebo e nera Notte. Da Notte provennero Etere e Giorno che lei concepì a Erebo unita in amore. Gaia per primo generò, simile a sé, Urano stellato, che l’avvolgesse tutta d’intorno, che fosse ai beati sede sicura per sempre. Generò i monti grandi, grato soggiorno alle dee Ninfe, che hanno dimora sui monti ricchi d’anfratti; essa generò anche il mare infecondo, di gonfiore furente, Ponto , senza amore gradito; dopo, con Urano giacendo, generò anche Oceano dai gorghi profondi… (Esiodo, Teogonia, trad. di Graziano Arrighetti, BUR, Milano 1984)
Le parole chiave
Caos
Ponto
«Caos» è anche termine di uso corrente per indicare una situazione confusa, indistinta; in questo mito rappresenta la condizione primordiale del mondo, che, grazie a successivi passaggi, diventa kósmos, universo ordinato e distinto in diverse parti definite.
Per definire il mare, il greco conosce quattro termini: als, propriamente “sale”, che ne definisce la caratteristica saliente; thálassa, il più diffuso, sia in poesia che il prosa; in questo passo il mare è definito pélagos, che indica generalmente il tratto di mare da attraversare (e passa nel latino pelagus), e successivamente personificato come Pontos, in quanto divinità. Tuttavia, quest’ultimo termine ricorre spesso anche per indicare semplicemente il mare, senza alcuna personificazione.
che rompe le membra La caratteristica di Eros è quella di “sciogliere le membra”, traduzione esatta dell’aggettivo originale, lysimelés, che sarà tramandato nella poesia erotica successiva, e che qui compare per la prima volta.
119. nei recessi… strade: nelle zone oscure della terra, cioè sotto di essa, in quanto il Tartaro è una zona del mondo infero, collocato mitologicamente sotto la terra. 127. Urano stellato: il cielo, coperto di stelle. 133. Oceano: Oceano è citato distintamente dal mare in generale, perché è rappresentato come un mare più profondo e, implicitamente, pericoloso; Ponto e Oceano, dunque, sono elementi affini, con caratteristiche diverse.
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NEL CUORE DEL TESTO Per spiegare la nascita del cosmo, Esiodo ricorre a un procedimento simile alla generazione degli esseri umani, illustrando la nascita di tutti gli elementi naturali, le divinità minori, e gli eroi, da cui discenderanno gli esseri umani. In questo racconto egli dà forma poetica a un antichissimo mito cosmogonico (da kósmos, ordine, mondo ordinato e ghénesis, nascita, origine).
GUIDA ALLA LETTURA Com’è nato il mondo?
Il poeta Esiodo dà voce, trasforma in racconto, una domanda fondamentale: come è nato il mondo che ci circonda? Spiegare l’origine del mondo è un’attività difficilissima, cui i Greci rispondono, appunto, con il mito, immaginando dapprima un nulla disordinato, il Caos, una sorta di grande vuoto spalancato (il verbo chaino, in greco, significa “spalancarsi”), che viene successivamente distinto in parti diverse: Gaia, o Gea, è la terra, Tartaro è il sottosuolo, oscuro, che sarà identificato con gli Inferi, Erebo, dimora dei morti, Notte, che insieme a Erebo dà vita all’aria e al giorno. La nascita di Erebo e Notte avviene per analogia, da Caos che è una realtà oscura, quella di Etere e Giorno per contrasto: Etere è l’aria chiara che domina durante il giorno e scaturisce, per contrasto, dalla Notte, in un processo di umanizzazione nel quale Notte è figura generatrice. Analogamente, la terra, Gaia, è rappresentata nella sua funzione materna, poiché genera, insieme al cielo, Urano, i monti e due zone acquoree, Ponto e Oceano. Tra tutte le divinità, è citato Eros, con una caratteristica che ricorre sempre nella tradizione greca, cioè quella di indebolire la volontà umana e divina, sciogliere le membra, domare il cuore e collocare chi ne è preda in una situazione alternativa a quella della ragionevolezza: Eros, già in questa prima definizione, è un dio cui non si può resistere. Infine, nella prima partizione degli spazi, spiccano luoghi particolari e ben definiti: la sede degli dèi, individuata nell’Olimpo e nel cielo, Urano, i monti, sede delle ninfe, e il mare, Pontos e Oceano, elementi tendenzialmente negativi, perché sterili e pericolosi per le loro tempeste e la profondità delle acque, in contrapposizione a Gaia, la terra, elemento materno e accogliente.
LABORATORIO DELLE COMPETENZE COMPRENDERE
ANALIZZARE E INTERPRETARE
1 Quale è il primo elemento nominato?
8 Alla citazione di Eros si accompagnano alcune caratteristiche che lo definiscono in modo preciso: indicale, individuando la cifra specifica dell’azione della divinità.
2 Come viene caratterizzata Gaia? 3 Come viene caratterizzato il Tartaro? 4 Da quali elementi nascono Etere e Giorno? 5 Qual è la sede degli dèi? 6 Quali altri elementi genera Gaia? 7 Com’è descritto il mare? 6
9 Individua nel testo la descrizione di Urano, con la sua destinazione specifica. 10 Che cosa distingue il mare in generale da Oceano?
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ESIODO Teogonia · I, vv. 535-557
T2 Il primo sacrificio: il mito di Prometeo ONLINE Lettura espressiva
ONLINE PERCORSO TEMATICO Il sacrificio: la rilettura di un mito
Nella mitologia greca non c’è un racconto unitario sull’origine dell’uomo; una tradizione ne attribuisce l’origine all’opera di Prometeo, il figlio del Titano Giapeto. Nel Protagora, Platone ne attribuisce la generazione agli dèi, con queste parole: «C’era un tempo in cui esistevano gli dèi, ma non esistevano le stirpi mortali. Quando anche per queste giunse il tempo segnato dal destino per la loro generazione, nell’interno della terra gli dèi le plasmarono, facendo una mescolanza di terra e di fuoco, e degli altri elementi che si possono unire col fuoco e con la terra». In quest’opera, Platone assegna a Prometeo e a suo fratello Epimeteo il compito importante di distribuire agli esseri animati e agli uomini le diverse facoltà che consentono la vita [ T4, p. 14], facendo di Prometeo una figura centrale e riallacciandosi a una tradizione che lo vede protagonista di molti miti volti a illustrare altri aspetti della vita, del mondo e del rapporto fra gli uomini e gli dèi. Un mito particolare, che ha in Prometeo il protagonista, è quello che narra l’istituzione del sacrificio e viene narrato, ancora una volta, da Esiodo nella Teogonia. 535
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Infatti, quando la loro contesa dirimevano dèi e uomini mortali a Mecone, allora [Prometeo] un grande bue con animo consapevole, spartì, dopo averlo diviso, volendo ingannare la mente di Zeus; da una parte infatti carni e interiora ricche di grasso pose in una pelle, nascostele nel ventre del bue, dall’altra ossa bianche di bue, per perfido inganno con arte disposte, nascose nel bianco grasso. E allora a lui disse il padre degli uomini e degli dèi: “O figlio di Iapeto, illustre fra tutti i signori, amico mio caro, con quanta ingiustizia facesti le parti”. Così disse Zeus beffardo che sa eterni consigli, ma a lui rispose Prometeo dai torti pensieri, ridendo sommesso, e non dimenticava le sue ingannevoli arti: “O Zeus nobilissimo, il più grande degli dèi sempre esistenti, di queste scegli quella che il cuore nel petto ti dice”. Così disse meditando inganni, ma Zeus che sa eterni consigli riconobbe l’inganno, né gli sfuggì, e mali meditava dentro il suo cuore
Le parole chiave
536. Mecone: antico nome della città di Sicione, nel Peloponneso.
ingannare Prometeo vuole ingannare Zeus, perché consapevolmente vuole riservare agli uomini la parte migliore della bestia sacrificata, non permettendo che ne vada persa la carne, un bene prezioso. Il tema dell’inganno è ribadito più volte nel corso di questi pochi versi, espresso dal termine dólos, e culmina con la
definizione dell’operato di Prometeo come «ingannevoli arti» (v. 547), dolíe téchne. Da parte del Titano la volontà di ingannare la divinità non arretra nemmeno di fronte alle parole di Zeus, che tenta di smascherarlo; da questo inganno dipenderà il destino di Prometeo e degli uomini.
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per gli uomini mortali e a compierli si preparava. Con ambedue le mani il bianco grasso raccolse; si adirò dentro l’animo e l’ira raggiunse il suo cuore, come vide le ossa bianche del bue frutto del perfido inganno: è da allora che agli immortali la stirpe degli uomini sulla terra brucia ossa bianche sugli altari odorosi. (Esiodo, Teogonia, trad. di Graziano Arrighetti, BUR, Milano 1984)
NEL CUORE DEL TESTO Nel breve racconto si confrontano due figure: quella del Titano Prometeo, pronto a ingannare la divinità pur di ottenere la parte migliore della bestia sacrificata, e Zeus che, ben conoscendo la verità, finge di lasciarsi ingannare, per poi punire gli uomini e il Titano stesso. Zeus è caratterizzato dalla superiore conoscenza della realtà, ma anche da una malvagità che lo induce ad assecondare l’inganno di Prometeo, per poterlo successivamente punire. Dunque, oltre a narrare la genesi del rito del sacrificio, il racconto esprime la difficoltà del rapporto tra gli dèi e gli uomini, un motivo ricorrente nella letteratura greca.
LETTURA ATTIVA Il contesto e l’evento
Esiodo allude a una lite fra gli dèi e gli uomini, cioè a un momento in cui essi non vivevano insieme in armonia, ma erano ormai in due mondi separati, caratterizzati dalla difficoltà di comunicare. Il sacrificio escogitato da Prometeo, l’offerta di beni a Zeus, è proprio un modo per comunicare con gli dèi, per cercare di attirare la loro attenzione e la loro benevolenza. Prometeo, quindi, è un mediatore fra gli dèi e gli uomini: è figlio di un Titano, Giapeto, ha aiutato Zeus quando gli altri Titani hanno cercato di sottrargli il potere, si assume il compito di suddividere le parti del bue che è stato ucciso e di indurre Zeus a scegliere la propria parte.
Prometeo, benefattore e ingannatore
Analizziamo insieme
In questo evento, che costituirà il primo sacrificio, Prometeo assume un atteggiamento trasgressivo, perché deliberatamente inganna Zeus, nascondendo la parte migliore per gli uomini e mettendo in mostra quella peggiore per indurre la divinità a una scelta sbagliata. Le due figure, quella del Titano e di Zeus, sono contrapposte dagli epiteti che le caratterizzano: Zeus «sa eterni consigli» (v. 545), quindi non può ignorare l’inganno di Prometeo, il Titano è definito «dai torti pensieri» (v. 546), con un epiteto che riprende la tematica dell’inganno e in un certo senso approfondisce il significato del suo stesso nome, cioè “colui che pensa prima, che prevede”. 1 Con quale animale viene fatto il primo sacrificio? 2 In quali parti Prometeo divide l’animale sacrificato? 3 Che significato può assumere l’espressione «con animo consapevole» (v. 536)? 4 Perché Zeus accusa Prometeo di avere fatto parti ingiuste? 5 Perché Prometeo è definito «dai torti pensieri» (v. 546)?
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Zeus, ingannato consapevole
Analizziamo insieme
Zeus, a sua volta, è «beffardo» (v. 545), cioè si prende gioco di Prometeo, perché finge di cadere nel tranello e avrà così un pretesto per punire gli uomini dell’inganno di Prometeo e il Titano stesso; egli sarà inchiodato su una rupe del Caucaso, esposto al freddo e al caldo, tormentato da un’aquila che gli divora il fegato, finché non sopraggiungerà Eracle a liberarlo. 1 Da quali parole puoi comprendere che Zeus è consapevole dell’inganno? 2 Quali diverse caratteristiche deli due personaggi vengono messe in luce dai rispettivi epiteti, nei versi: «Così disse Zeus beffardo che sa eterni consigli, ma a lui rispose Prometeo dai torti pensieri» (vv. 545-546)? 3 Perché Zeus medita mali contro i mortali? 4 Perché Zeus si adira vedendo le ossa bianche del bue? 5 Nella traduzione compare l’aggettivo «beffardo» (v. 545): qual è il suo significato esatto? Da quale sostantivo deriva? Puoi individuare ulteriori derivati?
Il mito eziologico
Analizziamo insieme
Il racconto di Esiodo illustra un’usanza greca tipica, quella del sacrificio offerto agli dèi, e nello stesso tempo descrive il personaggio di Prometeo, benefattore degli uomini. Questo racconto si può definire un mito eziologico (da aitía, “causa”, e lógos, “discorso, spiegazione”), che illustra la causa, l’origine di un fenomeno, in questo caso un rito. Esso istituisce una precisa tradizione religiosa, un rito che dovrà sempre essere rispettato: in questo caso non è solo racconto, ma anche e soprattutto evento che diventa tradizione, inaugura un costume religioso che fa parte della cultura greca. Il mito assume qui una funzione normativa che, al di là del significato religioso, ha un risvolto economico: in una società povera come quella greca, e forse in qualsiasi società che fa un sereno calcolo economico, la parte commestibile della bestia è troppo preziosa per mandarla in fumo. 1 In quale affermazione puoi individuare l’aspetto del racconto in quanto mito eziologico? 2 Perché gli uomini bruciano le ossa in sacrificio agli dèi, secondo il racconto di Esiodo? 3 Perché questo racconto si può definire un mito eziologico?
Jan Cossiers, Prometeo che porta il fuoco (1637). Madrid, Museo del Prado.
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ESCHILO Prometeo incatenato
T3 Altre voci: il Prometeo di Eschilo ONLINE Lettura espressiva
Una caratteristica fondamentale del mito è quella di potere essere narrato in diverse versioni, arricchendosi ogni volta di dettagli o di significati, oppure di assumere un personaggio e un evento della sua vita per fargli incarnare altre funzioni espressive. Per esempio, nella formulazione di Eschilo, il poeta tragico ateniese del V secolo a.C., la vicenda di Prometeo è legata a un evento successivo a quello del sacrificio narrato da Esiodo nel passo precedente [ T2, p. 7], cioè al furto del fuoco, che egli sottrae a Zeus per donarlo agli uomini. Eschilo concentra la sua narrazione sulla pena inflitta al Titano (quella di stare in catene e di avere il fegato perennemente mangiato da un’aquila) come conseguenza del dono del fuoco agli uomini, trasformando così Prometeo nell’eroe del progresso.
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Ascoltate invece le miserie dei mortali: erano come infanti prima, e io diedi loro coscienza e pensiero. Parlerò senza disprezzo alcuno per gli uomini, ma vi spiegherò quanto fu il mio amore per loro, quali i miei doni. Prima, avevano occhi e non vedevano, orecchie e non sentivano, ma come le immagini nei sogni vivevano confusamente una vita lunga, inconsapevole. Non sapevano costruire edifici, case all’aperto, non sapevano lavorare il legno: abitavano sottoterra come brulicanti formiche, in caverne profonde, senza la luce del sole. Non sapevano riconoscere i segnali dell’inverno, la primavera e i suoi fiori, l’estate e i suoi frutti. Facevano tutto senza coscienza finché io insegnai loro a distinguere il sorgere e il tramontare degli astri; e poi il numero, principio di ogni sapere, per loro inventai, e le lettere e la scrittura, memoria di tutto, madre feconda della poesia. Per primo addomesticai le bestie selvatiche, le legai al giogo, così che sostituissero gli uomini nelle fatiche pesanti; domai i cavalli e li legai al carro, ché fossero il vanto di lussuoso sfarzo. Io e nessun altro inventai la nave, il cocchio marino dalle ali di lino. E io che per gli uomini ho escogitato tutte queste invenzioni, disgraziato non so trovare per me il mezzo per sfuggire a questa pena. […] Ancor di più ti stupirai ascoltando il resto: quali arti, quali espedienti ho inventato. Il più importante è questo: se uno si ammalava non aveva alcun rimedio, né cibo, né unguento o pozione. Si consumavano così, senza farmaci, finché io non insegnai loro a miscelare medicamenti curativi per scacciare tutte le malattie. Poi spiegai loro distintamente i diversi tipi di divinazione: per primo insegnai a discernere le visioni veridiche che vengono in sogno, e a riconoscere le voci confuse dei presagi, gli indizi da trarre dagli incontri. Da me impararono a distinguere il volo degli uccelli rapaci, il significato del volo da destra e del volo da sinistra; il comportamento di ciascun uccello, quali siano in contrasto fra loro, quali in accordo, quali convivano assieme. Le viscere degli animali poi insegnai a osservare, se sono lisce e quale colore hanno, se dalla bile risulta il favore degli dei, e le forme variabili del lobo del fegato. Insegnai a bruciare le parti più interne dell’intestino e lunghi lombi misi sul fuoco. Così guidai i mortali sulle vie imperscrutabili delle arti ma-
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giche: resi chiari per loro i segnali che prima erano oscuri. Questo è tutto quello che ho fatto. E quanto ai tesori nascosti nella terra, utili agli uomini – bronzo, ferro, argento e oro – chi prima di me potrebbe dire di averli scoperti? Nessuno, lo so bene, nessuno che non voglia vantarsi a vuoto. In poche parole, insomma, sappilo: i mortali possiedono tutte le arti grazie a Prometeo. (Eschilo, Prometeo incatenato, trad. di M. Centanni, Mondadori, Milano 2003)
NEL CUORE DEL TESTO Prometeo, che si trova incatenato su una rupe del Caucaso, in una penosa condizione di immobilità, ricorda i benefici che ha prodotto per l’uomo aprendo la via del progresso, cioè, per contrapposizione alla sua situazione, al movimento verso successive conquiste, a partire dall’acquisizione della consapevolezza, la «coscienza», che l’uomo acquista di sé e delle sue doti. Prometeo, perciò, si caratterizza come un benefattore, un eroe culturale. Tuttavia, proprio a sottolineare il suo limite intrinseco, non può fare nulla per sé stesso, se non ricordare, con fierezza, il suo apporto alla civiltà umana.
GUIDA ALLA LETTURA Prometeo, benefattore degli uomini
Prometeo si rivolge direttamente all’interlocutore, che è costituito dal Coro delle dee oceanine che assistono alla sua pena, e rivendica di avere trasformato gli uomini – il cui stadio primitivo è rappresentato come quello di bambini inconsapevoli, incapaci persino di parlare – in uomini consapevoli. Poi illustra gli stadi successivi del progresso: la capacità di costruire edifici, uscendo dalle grotte primitive; di riconoscere i segni della natura nel succedersi delle stagioni, dando origine all’agricoltura; la conoscenza dei numeri, con cui si organizza la realtà; la scrittura, che diviene strumento di memoria; l’addomesticamento e l’allevamento degli animali; l’invenzione della nave, definita con la splendida immagine di «cocchio marino dalle ali di lino». Infine, Prometeo rivendica a sé la scoperta delle virtù curative di alcuni elementi, l’arte della divinazione, con cui gli uomini tentano di conoscere il volere degli dèi, e l’uso dei metalli, tesori fino ad allora nascosti. Per questi doni, Prometeo può orgogliosamente concludere di essere colui che ha donato agli uomini tutte le arti e quindi di essere l’artefice del progresso, un vero e proprio eroe culturale.
LABORATORIO DELLE COMPETENZE COMPRENDERE
1 Come descrive Prometeo la condizione degli uomini prima del dono del fuoco? 2 Perché, prima dell’intervento di Prometeo, gli uomini vivevano come formiche? 3 Da quale indicazione si deduce che Prometeo ha insegnato agli uomini la successione delle stagioni? 4 In quale modo Prometeo trova rimedio alle malattie? 5 Quali tipi di divinazione ha inventato?
ANALIZZARE E INTERPRETARE
6 Perché Prometeo definisce la scrittura «memoria di tutto, madre feconda della poesia» (rr. 11-12)?
SCRIVERE 7 «E io che per gli uomini ho escogitato tutte queste invenzioni, disgraziato non so trovare per me il mezzo per sfuggire a questa pena». Illustra lo stato d’animo di Prometeo, quale emerge da questa affermazione (rr. 16-18). 1 • Il mito
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Prometeo è mythos e logos
Mito e tragedia
1.2 Il mito come narrazione filosofica
A partire dalla lettura del precedente passo di Eschilo [ T3, p. 10] numerosi autori moderni e contemporanei hanno costruito diverse “storie” sulla figura di Prometeo, visto come eroe culturale, cioè colui che trasmette conoscenze e abilità sulle quali si fonda una cultura condivisa in una società, tanto che nella figura dello sfortunato Titano si è incarnato quello che si può definire il mito del progresso: in questo caso il termine mito non è più usato nel significato originario, ma in quello appunto contemporaneo di racconto straordinario, che comporta ammirazione e attenzione e coinvolge significati anche diversi da quello che in origine avevano la figura di Prometeo e le sue vicende. In questo senso si può dire che un mito originario, antichissimo, è diventato un mito letterario, su cui autori diversi in tempi diversi hanno riflettuto e di cui hanno dato la loro interpretazione. Un autore antico che “usa” il mito in modo ancora diverso è il filosofo Platone. Egli fa ricorso ai miti “tradizionali”, tra cui quello di Prometeo, come abbiamo visto, oppure ne crea di nuovi, con nuove figure e nuovi significati: anche in questo caso il racconto platonico non è fantasia pura, non è solo una favola, ma è un racconto che aspira a illustrare una verità che si affianca alla filosofia: il mythos, per Platone, è affine, non opposto al logos, la spiegazione filosofica più rigorosa.
1.3 Il mito messo in scena
Il mito, che come abbiamo visto costituisce l’oggetto principale della narrazione epica, è al centro anche di un’altra forma espressiva, la tragedia. Si tratta di un fenomeno artistico di grandissima rilevanza, che nasce ad Atene, verso la fine del VI secolo a.C. e trova il suo sviluppo più importante nel corso del secolo successivo, quando viene anche esportato in Sicilia, a Siracusa, e in Macedonia, a Pella, alla corte del re Archelao. Nella tragedia il mito diviene evento: l’eroe è protagonista di una vicenda che non viene narrata, ma messa in scena e vissuta nella forma del teatro. Il tempo in cui si svolge la vicenda non è il passato leggendario ed esemplare, ma il presente, il momento in cui la sua storia si svolge sulla scena; grazie alla convenzione per cui gli spettatori si illudono che i fatti si stiano svolgendo davanti ai loro occhi, l’eroe vive nella dimensione della recitazione,
Veduta panoramica del Teatro greco di Siracusa, V sec. a.C.
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diventa vero e presente e la distanza temporale, che caratterizzava la narrazione epica, si azzera: sulla scena alla narrazione si sostituisce l’azione. In questo modo, momenti e vicende esemplari prendono vita in un presente senza tempo, nel quale lo spettatore condivide la situazione del protagonista e dei personaggi che interagiscono con lui, e la sua esperienza diventa tanto più efficace e coinvolgente.
Eroi epici di fronte a scelte drammatiche
La messa in scena del mito riguarda spesso personaggi che appartengono al mondo della poesia epica omerica, come Agamennone, Aiace e Odisseo, che nelle tragedie diventano protagonisti di eventi che riformulano il messaggio tradizionale. Mentre nella narrazione epica l’eroe era visto nella successione delle vicende che lo coinvolgevano insieme ai suoi compagni, nella tragedia egli è isolato in un momento cruciale che, pur includendo e spesso travolgendo gli altri personaggi, lo vede al centro di scelte che deve operare in prima persona, quasi sempre senza avere una vera possibilità di salvezza. Quando gli eroi protagonisti della tragedia sono desunti dal mondo omerico, della loro vita si mettono in scena momenti diversi da quelli narrati nell’Iliade e nell’Odissea: Agamennone è rappresentato nel suo funesto rientro in patria, Aiace nel momento in cui, dopo la morte di Achille, si vede negate le armi dell’eroe, cui aspirava, Odisseo è colto in momenti diversi, ma sempre prima di intraprendere il viaggio che lo riporterà a casa, quindi ancora sul campo troiano.
La crisi dell’eroe epico
Il cuore della messa in scena è la crisi dell’eroe epico: mentre nella poesia omerica egli è rappresentato all’apice della gloria, anche se vinto, nella tragedia egli è in una condizione che lo mette in discussione o, come nel caso di Agamennone e Aiace, lo porta a una morte ingloriosa, che rovescia completamente il ritratto che il poeta arcaico ne aveva dato. Nel momento in cui lo spettatore, cessata la rappresentazione, reagisce a ciò che ha visto, nasce in lui la riflessione sul destino tragico dell’eroe, sui limiti della sua azione e sul significato che essa assume: da questo punto di vista la tragedia utilizza il mito come forma educativa, che ricade sulla formazione del cittadino ateniese. presente senza tempo
Tragedia
mette in scena il mito come evento riflessione sul destino tragico dell’eroe
Per fare il punto 1 In che senso possiamo affermare che Prometeo da mito originario è diventato mito letterario? (§ 1.2) 2 In che rapporto stanno, per Platone, mythos e logos? (§ 1.2) 3 Quando nasce la tragedia e che cosa narra? (§ 1.3) 4 Perché, nella tragedia, il mito assume una forma educativa? (§ 1.3) 1 • Il mito 13 © Casa Editrice G. Principato
PLATONE Protagora
T4 Epimeteo e il mito del progresso ONLINE Lettura espressiva
Il filosofo ateniese Platone (428-348 a.C.), nel dialogo intitolato Protagora, dal nome del filosofo che dialoga con Socrate, a cui è attribuita la narrazione del mito, narra un’altra variante della vicenda di Prometeo e del furto del fuoco. Protagora, però, lega la sua narrazione ad altri due temi: la nascita degli uomini e l’origine della democrazia.
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Vi era un tempo in cui esistevano gli dèi, ma non ancora razze mortali. Quando anche per queste giunse il tempo destinato alla generazione, gli dèi le plasmarono all’interno della terra, mescolando terra, fuoco e gli elementi che si combinano col fuoco e con la terra. Immediatamente prima di portarle alla luce, incaricarono Prometeo ed Epimeteo di ordinarle e di distribuire ad ognuna le possibilità confacenti. Epimeteo pregò Prometeo di lasciargli il compito della distribuzione. «Dopo che avrò distribuito, disse, tu verrai a controllare.» Ottenuto il suo consenso, si mise all’opera. Nella distribuzione assegnò ad alcuni la forza senza la velocità; ad altri più deboli assegnò la velocità; dotò alcuni di mezzi di difesa e di offesa; per altri, che aveva provvisti di natura inerme, escogitò qualche altra possibilità di conservazione. Agli animali che foggiava piccoli concedeva ali per la fuga o un’abitazione sotterranea; a quelli che faceva grandi di corpo, dava modo di conservarsi con la loro grandezza. Così distribuì le altre doti in modo che si compensassero. Escogitandole, aveva la precauzione che nessuna razza si estinguesse. Distribuisce cibi e stabilisce l’equilibrio tra predatori e prede… Dopo che le ebbe dotate in modo che sfuggissero alla distruzione reciproca, elaborò espedienti di difesa contro le intemperie del cielo: rivestì le razze di fitto pelame e di dure pelli, sufficienti a proteggere dall’inverno, ma capaci anche di difendere dai calori estivi, e fece in modo che questi rivestimenti costituissero, quando andavano a dormire, coperte proprie e naturali. E calzò alcune di zoccoli, altre di pelli spesse e senza sangue. In seguito fornì ad ogni specie cibi diversi: ad alcune l’erba della terra, ad altre i frutti degli alberi, ad altre ancora le radici. E ve ne sono altre alle quali diede come cibo la carne di altri animali; a queste egli assegnò scarsa prolificità, alle loro prede, invece, grande prolificità, procurando così la conservazione della specie. Ma Epimeteo, che non era un gran sapiente, non si accorse di aver consumato le possibilità in favore degli animali senza ragione: il genere umano rimaneva ancora privo di ordine ed egli non sapeva che fare. Mentre era in difficoltà sopraggiunse Prometeo per esaminare la distribuzione e vide che gli altri animali erano forniti di
Le parole chiave
difficoltà La difficoltà in cui si trova Epimeteo è un’aporía, propriamente una situazione senza via d’uscita, cioè priva di un póros, che significa propriamente
“via”, “uscita”; il termine, che in questo passo del Protagora ricorre più volte, appartiene specificamente al lessico filosofico ed è costruito con
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il cosiddetto alfa privativo: aporía è ciò che è a-poros, privo di soluzione, in un uso fortemente metaforico del linguaggio.
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ogni cosa in giusta proporzione, mentre l’uomo era nudo, scalzo, senza coperte e inerme. Ormai era imminente il giorno destinato in cui anche l’uomo doveva uscire dalla terra alla luce. Preso dalla difficoltà di trovare una via di salvezza per l’uomo, Prometeo rubò l’abilità tecnica di Efesto e di Atena insieme col fuoco (perché acquisire o impiegare questa tecnica senza il fuoco era impossibile) e ne fece dono all’uomo. Con essa l’uomo ottenne la sapienza per la vita, ma non la sapienza politica. Questa si trovava presso Zeus e a Prometeo non era concesso di penetrare nell’Acropoli, abitazione di Zeus; inoltre le guardie di Zeus lo intimorivano. Si introdusse invece di nascosto nell’officina comune di Atena ed Efesto, ove essi lavoravano e insieme, rubò la tecnica di usare il fuoco, propria di Efesto, e l’altra, propria di Atena, e ne fece dono all’uomo. Da Prometeo quindi provenne all’uomo la risorsa necessaria per vivere; ma in seguito, a quel che si dice, a causa di Epimeteo, egli dovette scontare la pena del suo furto. Divenuto partecipe di una condizione divina, l’uomo fu, in primo luogo, a causa della sua parentela con la divinità, il solo tra gli animali a credere negli dèi e ad innalzare ad essi altari e statue; in secondo luogo, egli articolò ben presto con tecnica voce e parole, e inventò abitazioni, vesti, calzature, coperte e gli alimenti che nascono dalla terra. Pur essendo così forniti, in principio gli uomini vivevano dispersi e non esistevano città; perivano quindi uccisi dalle fiere, dato che erano in tutto più deboli di esse: la tecnica artigianale bastava per aiutarli a procacciarsi il cibo, ma era insufficiente nella lotta contro le fiere, perché essi non possedevano ancora la tecnica politica, di cui è parte la tecnica di guerra. Cercavano allora di riunirsi e di salvarsi fondando città; ma quando si erano riuniti, commettevano ingiustizie reciproche in quanto non possedevano la tecnica politica, sicché nuovamente si disperdevano e perivano. Zeus, temendo l’estinzione totale della nostra specie, inviò Ermes a portare agli uomini il rispetto e la giustizia, affinché costituissero l’ordine della città e fossero vincoli di solidarietà e di amicizia. Ermes chiese a Zeus in che modo dovesse dare la giustizia e il rispetto agli uomini: «Devo distribuirli come le altre tecniche? Queste sono distribuite in modo che un solo medico, per esempio, basta per molti profani; allo stesso modo gli altri artigiani. La giustizia e il rispetto devo stabilirli in questo modo tra gli uomini o devo distribuirli a tutti?». «A tutti, rispose Zeus, e tutti ne partecipino: non esisterebbero città, se, come avviene per le altre tecniche, soltanto pochi ne partecipassero. E stabilisci in mio nome una legge per la quale chi non può partecipare di rispetto e giustizia sia ucciso come peste della città». Per questo, Socrate, gli Ateniesi, come gli altri uomini, quando si discute sulla virtù costruttrice o su qualche altra tecnica artigianale, credono che sia compito di pochi dare consigli, e se qualcuno, estraneo a questi, si mette a darne, non lo tollerano, come tu dici, e a ragione, dico io. Quando invece si riuniscono a consiglio sulla virtù politica, che deve procedere interamente secondo giustizia e saggezza, è naturale che ammettano a parlare chiunque, poiché è proprio di ognuno partecipare di questa virtù; altrimenti non esisterebbero città. (Platone, Protagora, trad. di G. Reale, Rusconi, Milano 1998)
1 • Il mito 15 © Casa Editrice G. Principato
NEL CUORE DEL TESTO Il passo è centrato, per così dire, sulle opposte figure di Prometeo e di Epimeteo: se il nome Prometeo, come abbiamo già visto, allude a un’intelligenza che prevede, Epimeteo, invece, è propriamente “colui che pensa dopo”, tant’è che effettua tutta la distribuzione delle facoltà, salvo accorgersi alla fine che l’uomo è rimasto privo di strumenti, perché, come afferma il narratore: «Epimeteo che non era un gran sapiente, non si accorse di aver consumato le possibilità in favore degli animali» (rr. 26-28). Anche in questo caso, Prometeo interviene a risolvere la situazione di difficoltà, e si pone nella posizione di benefattore dell’uomo.
GUIDA ALLA LETTURA Il mito, strumento di convivenza civile
Epimeteo e Prometeo, una volta venute alla luce le stirpi viventi, provvedono a fornire loro le risorse indispensabili per la vita, ma Epimeteo, pur cercando di mantenere equilibrio nelle assegnazioni alle diverse stirpi animali, trascura proprio l’uomo, che, quando ormai le risorse sono esaurite, si ritrova «nudo, scalzo, senza coperte e inerme» (rr. 31-32). Di fronte alla condizione dell’uomo, Epimeteo si trova perciò in una situazione di aporía, una sorta di immobilità, che sarà risolta da Prometeo con una forzatura. Egli, infatti, trova “la via d’uscita” rubando il fuoco, insieme però all’«abilità tecnica di Efesto e di Atena» (r. 35), che consentono di superare le difficoltà quotidiane dell’esistenza individuale e comportano le capacità già elencate nel passo eschileo precedente: la religiosità, la parola, alcune attività pratiche. Non vengono però risolte le esigenze della vita associata, per la quale è indispensabile la sapienza politica: sarà Zeus, nel timore che gli uomini si estinguano, facendosi guerra gli uni con gli altri perché privi di arte politica, a fare portare loro il rispetto e la giustizia che, a differenza delle arti specifiche, devono essere condivisi da tutti, perché su di essi si basa la convivenza civile. Dunque, in questo racconto, il mito illustra la nascita di una città ben regolata, capace di garantire la convivenza dei suoi concittadini: è diventato una sorta di teoria politica.
LABORATORIO DELLE COMPETENZE COMPRENDERE 1 Che cosa intende il narratore con l’espressione «razze mortali» (r. 1)? 2 Perché il narratore afferma che Epimeteo non è troppo sapiente? 3 Perché alla fine egli si trova in difficoltà? 4 Che cosa ruba Prometeo? 5 A quale pericolo sono esposti gli uomini vivendo dispersi? 6 Perché Zeus teme l’estinzione degli esseri umani?
7 Perché gli elementi essenziali dell’arte politica devono essere assegnati a tutti gli uomini?
ANALIZZARE E INTERPRETARE 8 Lo scopo dell’intervento di Epimeteo è assegnare le risorse e, nello stesso tempo, evitare che qualche stirpe si estingua: quali accorgimenti usa per ottenere questo scopo? 9 Nel testo sono messe in relazione la tecnica artigianale, la tecnica politica e la tecnica di guerra: quali sono i loro rapporti reciproci?
16 Miti delle origini © Casa Editrice G. Principato
LUCIANO Dialoghi degli Dei
T5 Dialogo tra Zeus e Prometeo Luciano è uno scrittore che vive tra il 120 e il 180 d.C. Il suo è un mondo molto diverso rispetto a quello di Esiodo, Omero e Platone, non solo perché sono passati secoli da quei modelli, ma anche perché la conquista del mondo greco da parte dell’Impero romano ha radicalmente cambiato le coordinate politiche e culturali. Luciano nasce a Samosata, una città sull’Eufrate nell’attuale Turchia sudorientale, avamposto di Roma, si forma ad Atene (una Atene ormai da secoli sotto il dominio di Roma) e scrive le sue moltissime opere in greco. Il testo di seguito proposto fa parte dei Dialoghi degli Dei. Luciano immagina una serie di conversazioni tra le divinità che compaiono anche nei poemi epici di Omero, ma presenta ogni confronto in toni fortemente ironici e moderni. In questo caso, Prometeo non è più l’eroe tragico, costretto a soffrire per il bene dell’umanità come lo avevano dipinto Eschilo ed Esiodo, ma a partire da quelli stessi modelli – in altre parole, riscrivendo Eschilo e Esiodo – Luciano ci presenta un Prometeo furbo e malizioso, che convince Zeus a liberarlo dal supplizio di cui è vittima facendo leva sul vizio principale di Zeus, quello dell’infedeltà nei confronti della moglie. Questa operazione di riscrittura ironica e pungente dei classici è ripetuta negli altri dialoghi che compongono la raccolta, ma anche in altre opere di Luciano, prima fra tutte la celeberrima Storia Vera (che sarà fonte di ispirazione per l’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, per I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift e per Le Avventure di Pinocchio di Collodi).
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prometeo: Liberami, Zeus: ho già sofferto terribilmente! zeus: Liberarti, dici? Ma se dovresti avere catene ancor più pesanti e il Caucaso intero sulla testa e sedici avvoltoi non solo a roderti il fegato ma anche a cavarti gli occhi, per averci plasmato quelle belle creature che sono gli uomini, per aver rubato il fuoco e fabbricato le donne! E come mi hai ingannato nella distribuzione delle carni, quando mi servisti ossa nascoste nel grasso serbando per te la parte migliore, c’è bisogno di dirlo?1 prometeo: Non ho già pagato abbastanza, inchiodato tutto questo tempo al Caucaso a nutrire col mio fegato l’aquila maledetta, stramaledetta tra gli uccelli? zeus: Questo non è neanche la minima parte di ciò che devi soffrire. prometeo: Eppure non sarà senza compenso che mi libererai: ti rivelerò una cosa, Zeus, della massima importanza.2 zeus: Tu mi vuoi ingannare, Prometeo. prometeo: E che vantaggio ne avrò? Certo non ti dimenticherai dov’è il Caucaso, né ti faranno difetto le catene, se sarò colto a preparare qualche tiro.
1. Liberarti… dirlo?: In una sola battuta, Zeus racchiude e mischia diversi modelli letterari. Infatti, il riferimento alla creazione dell’uomo e al furto del fuoco è un’accusa che troviamo anche nelle Opere e i Giorni di Esiodo; l’aggiunta della terza accusa, quella per cui Prometeo
avrebbe fabbricato la donna, è un riferimento a Pandora, di cui Esiodo racconta sia nella Teogonia sia nelle Opere e i Giorni. In quest’ultima opera, l’arrivo di Pandora sulla terra è però associato all’ingenuità di Epimeteo. La confusione dei modelli letterari ha un valore ironizzante.
2. Eppure… importanza: Il tratto comico delle due divinità qui in dialogo comincia ad emergere in questa battuta, in cui Prometeo, in maniera un po’ sibillina, fa leva sul principale vizio di Zeus.
1 • Il mito 17 © Casa Editrice G. Principato
zeus: 20
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Dimmi prima cos’è questa ricompensa tanto importante per me, che sei disposto a pagarmi. prometeo: Se ti dico cosa vai a fare in questo momento, mi crederai anche quando ti predirò il resto? zeus: Certo che sì. prometeo: Vai da Teti per fare l’amore con lei. zeus: Questo l’hai saputo. E che accadrà dopo? Perché sembra che qualcosa di vero lo dirai. prometeo: Guarda di non unirti con la Nereide, perché se lei resterà incinta di te, il figlio che partorirà ti farà esattamente ciò che tu hai fatto…3 zeus: Vuoi dire che sarò scacciato dal mio regno? prometeo: Non sia mai, Zeus, ma una minaccia del genere ti viene dall’unione con lei. zeus: E allora, tanti saluti a Teti. E che Efesto ti liberi4 per questo. (Luciano, Dialoghi degli Dei, trad. di A. Lami e F. Maltomini, Milano, BUR 2018)
3. Guarda… fatto…: Zeus interrompe Prometeo prima che questi riesca a dirgli che il figlio eventualmente generato da Teti lo avrebbe detronizzato proprio come
lui stesso ha fatto con suo padre Crono. 4. che Efesto ti liberi: Luciano modifica un dettaglio importante del mito di Prometeo. Generalmente, come avviene
nel Prometeo Incatenato di Eschilo, si racconta che sia stato Eracle a liberare Prometeo, mentre qui Zeus suggerisce che sarà Efesto a liberarlo.
NEL CUORE DEL TESTO Nel breve dialogo, Prometeo supplica Zeus di essere liberato dalla prigionia e dal supplizio sofferto dopo aver tentato di ingannarlo. Inizialmente, il padre degli dèi si mostra irremovibile e addirittura fa la voce grossa nell’affermare che Prometeo meriterebbe di soffrire molto di più. Quando però Prometeo suggerisce a Zeus di avere un asso della manica, di fatto ricattandolo, quest’ultimo “abbocca” alla trappola tesagli e promette di liberare Prometeo in cambio della rivelazione del segreto che stava tenendo nascosto: qualora Zeus si fosse unito alla ninfa Teti, quest’ultima avrebbe generato un figlio più forte del padre. Abboccando al ricatto di Prometeo, Zeus evita di andare incontro allo stesso destino che lui stesso riservò a suo padre Crono e Prometeo ottiene la tanto agognata liberazione.
GUIDA ALLA LETTURA Un nuovo approccio alla tradizione letteraria
Il dialogo proposto è rappresentativo del radicale cambiamento dell’approccio di Luciano ai modelli classico del passato e del mito. Per lui, Omero e Platone erano tanto temporalmente distanti quanto per noi oggi lo sono Dante o Ariosto. Luciano è eclettico e fantasioso nel suo approccio alla tradizione, che cerca di riplasmare e rendere moderna in una società che sentiva ormai lontane le grandi opere classiche. Lo scrittore di Samosata, invece, “si sporca le mani” con Omero, Esiodo, Eschilo, Platone (giusto per citarne alcuni), scrive una serie di opere (come questo dialogo) nelle quali usa i modelli classici per riflettere, spesso in maniera pungente e ironica, sulla distanza tra la cultura del passato e quella a lui contemporanea. In questo gioco di riscritture ironiche, le opere letterarie classiche e il patrimonio mitologico che racchiudono assumono, grazie a Luciano, una rinnovata modernità. 18 Miti delle origini © Casa Editrice G. Principato
Zeus, dalla sicurezza alla comica fragilità
Atlante (a sinistra) e Prometeo (a destra) con il fegato mangiato dall’aquila, per la pena inflittagli da Zeus. Coppa greca risalente al 550 a.C. e conservata ai Musei Vaticani.
Il tono fortemente satirico del dialogo si evidenzia nella transizione dall’iniziale irremovibilità di Zeus, che addirittura ritiene che la punizione inflitta a Prometeo non sia adeguata ai mali da lui causati, alla propensione per la sua liberazione quando questo fine presuppone un tornaconto personale per il padre degli dèi. Il cambiamento di tono e prospettiva di Zeus è dovuto alla sua nota tendenza a mettersi nei guai tradendo Era, un aspetto che già troviamo accennato nei poemi omerici e nelle commedie di Aristofane, importante commediografo greco vissuto tra il 450 e il 385 a.C. Il repentino cambio di tono sottolinea la forte umanizzazione di Zeus, che passa dal sembrare il padrone del destino di tutte le altre divinità (in questo caso, Prometeo) a un omuncolo tutto preoccupato di non essere scoperto nelle sue avventure extraconiugali e di mantenere il potere fino a quel momento detenuto.
Luciano come Prometeo
Questo quadretto comico nasconde una sottile dichiarazione di poetica da parte di Luciano. Mobilitando infatti importanti modelli letterari come il Prometeo Incatenato di Eschilo e i poemi di Esiodo (nella cornice di un dialogo, che richiama quindi la struttura delle opere filosofiche di Platone, ma anche l’interesse per la figura di Prometeo), Luciano si pone egli stesso come una sorta di Prometeo rispetto a una tradizione culturale passata che, parafrasando lo sviluppo di questo dialogo, inizialmente potrebbe sembrare altisonante e paurosa (come Zeus) ma che con un approccio ironico e sagace può facilmente sbloccarsi e divertire. Questo scambio tra Prometeo e Zeus nei Dialoghi degli Dei è solo uno dei tanti esempi di come Luciano usa il mito, e cioè come una fonte quasi inesauribile di spunti per riflettere in maniera ironica sul patrimonio culturale di un mondo ormai fortemente cambiato.
LABORATORIO DELLE COMPETENZE COMPRENDERE 1 Con quale richiesta apre il dialogo Prometeo? 2 Quale è la risposta di Zeus? 3 Per quale motivo Zeus cambia idea?
ANALIZZARE E INTERPRETARE 4 Quali sono gli elementi di comicità implementati da Luciano nel dialogo?
5 In che senso si può considerare Prometeo come una sorta di “portavoce” della poetica di Luciano? 6 Quale funzione riveste il mito in questo dialogo?
SCRIVERE 7 In che modo Luciano fa uso della tradizione letteraria passata in questo dialogo? Pensa ai testi di Esiodo, Eschilo e Platone che hai letto. 1 • Il mito 19 © Casa Editrice G. Principato
CLASSICI
Epopea di Gilgamesh Iliade Odissea Eneide
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1 Epopea di Gilgamesh «Il poema di Gilgamesh conserva […] un’aura inconfondibilmente mitica, in quanto esplora emotivamente il significato permanente della vita». Geoffrey Stephen Kirk
Una grande civiltà mesopotamica
La civiltà sumerica
1.1 Il primo eroe epico: Gilgamesh
Circa un secolo fa gli archeologi, seguendo le indicazioni della Bibbia e degli autori greci, iniziarono le indagini nell’area mesopotamica, compresa fra i fiumi Tigri ed Eufrate, alla ricerca dell’antica civiltà babilonese e assira, di cui le fonti parlavano. Dagli scavi però emersero testimonianze di due civiltà diverse, quella sumerica e quella assiro-babilonese, contraddistinte da due lingue, la sumerica appunto, più antica e – sembra – più dotta, e la babilonese, semitica, diffusa dapprima soprattutto come lingua parlata e infine prevalente sulla lingua sumerica. L’indagine storica e archeologica ha permesso di giungere all’importante conclusione che la coesistenza delle due lingue (spesso si trovano documenti sumerici scritti in lingua babilonese e viceversa) non consente di separare nettamente la civiltà sumerica da quella assiro-babilonese ed è necessario considerare globalmente la civiltà fiorita in quell’area come una civiltà mesopotamica – secondo quanto ha affermato l’archeologo Sabatino Moscati – nella quale si possono individuare diverse fasi. La fase più antica di questa grande civiltà mesopotamica, che si può fissare attorno al III millennio a.C., vide il fiorire della civiltà sumerica, caratterizzata dall’esistenza di piccole città-stato, a capo delle quali si trova un principe (i termini sumerici sono en, ensi, lugal), che persegue un ideale di pace operosa: egli rappresenta sulla terra il dio protettore della città, che onora costruendo templi, e favorisce lo sviluppo dell’agricoltura con l’escavazione di canali. Dopo un periodo di espansione delle più importanti città (Ur, Uruk e Lagash), e dopo il dominio del re mesopotamico Sargon – che si spinge fino in Siria e in Asia Minore, collocando la capitale ad Accad (Accadi sono i semiti guidati da Sargon) – verso la fine del III millennio si ha la cosiddetta “rinascita sumerica”, guidata dalla città di Ur, il cui sovrano si definisce “Re di Sumer e di Akkad”. Questa formula allude all’unificazione dei due elementi etnici, quello sumerico e quello
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Bassorilievo assiro conservato al British Museum di Londra.
semitico, che si realizzò soprattutto in seguito al rinnovato successo dei semiti, che prevalsero definitivamente dal punto di vista politico e militare, ma accolsero numerosi motivi religiosi e culturali della civiltà sumerica in una unità che, come si è visto, rende difficile una precisa distinzione di elementi.
La letteratura sumerica
La letteratura sumerica, conosciuta un tempo solo attraverso pochi frammenti, grazie a recenti scoperte si è rivelata abbastanza varia e consistente; notevole rilievo ha il genere epico, cui appartiene l’Epopea di Gilgamesh che, come altre opere, influenzò la successiva letteratura babilonese e assira; in particolare, è probabile che sull’originale trama della vicenda, di origine sumerica, si siano innestati episodi appartenenti a leggende babilonesi, in una fusione che testimonia quanto si diceva a proposito del processo di integrazione delle due culture.
L’Epopea di Gilgamesh
L’Epopea di Gilgamesh può essere considerato il primo poema epico. Le sue prime stesure, infatti, precedono di molto l’epica omerica: una sua versione già consolidata, composta intorno al XII secolo a.C., è nota dalla biblioteca di Ninive e deriva dalla redazione di numerosi racconti precedenti. Come afferma Giovanni Pettinato: «Gli scavi archeologici ci hanno fornito i documenti che stanno alla sua origine, sicché è agevole tracciare una linea genetica che partendo dai più antichi racconti sumerici e passando per i tentativi di composizione unitaria, scanditi dall’Epopea paleobabilonese e mediobabilonese ed ittita, giunge all’epopea classica del XII sec. a.C.». Il poema doveva essere molto famoso nell’area medio-orientale: se ne sono trovate redazioni in lingua hittita (cioè indoeuropea) e hurrita, mentre è documentata una versione cananea o palestinese (si può ipotizzare che essa fosse nota anche ai primi autori biblici ed è quindi una delle opere epiche più rappresentative prima di Omero). Gli studiosi sono inclini a ritenere che essa abbia un fondo di verità, cioè che esponga, in forma favolosa, le vicende di un re di Uruk realmente esistito, Gilgamesh, cui le fonti attribuiscono la costruzione di templi, delle mura 1 • Epopea di Gilgamesh 71 © Casa Editrice G. Principato
della città e una spedizione a nord per approvvigionarsi di legname; egli, inoltre, è ricordato come un giudice giusto, secondo una tradizione che associa la regalità alla somma giustizia, com’è nel caso del mitico re di Creta, Minosse.
L’eroe protagonista
Il protagonista dell’epopea è Gilgamesh, figura eccezionale di eroe, che rispecchia con ogni probabilità un re di Uruk, che regnò nella prima metà del III millennio a.C.: figlio, come Achille e molti altri eroi greci, di un mortale e di una dea, dalla quale ha ricevuto forza e bellezza più che umane, egli non può ambire all’immortalità. In Gilgamesh, dunque, forza e capacità divine si scontrano con una vita limitata nel tempo, e la morte incombe su di lui, nonostante lo splendore delle sue imprese. Questo destino mortale, che l’eroe aspira a riscattare con la conquista della gloria, accompagna in tutte le sue imprese Gilgamesh, che è il centro unitario della narrazione e del sentimento che la anima. Entro questa visione eroica e nello stesso tempo dolente, spicca l’incontro di Gilgamesh con Enkidu, l’uomo selvaggio che attraverso una serie di prove si “civilizza”, diventa un amico fedele del protagonista ma, morendo prima di lui, lo lascia solo e disperato; la morte dell’amico prefigura la morte di Gilgamesh stesso, il suo viaggio verso un aldilà desolato e triste come è concepito nella religione sumerica.
L’Epopea di Gilgamesh
primo poema epico
XII secolo a.C.
probabilmente ispirato a fatti reali
Gilgamesh fu un re di Uruk del III millennio a.C.
rielaborazione in forma favolosa
Gilgamesh è figlio di un mortale e di una dea
La trama
Gilgamesh, sovrano di Uruk, è stato creato dagli dèi, che lo hanno fatto per due terzi divino e per un terzo umano. Dotato di straordinaria forza e bellezza, ha compiuto grandi imprese ma, poiché la sua indole è primitiva e rozza, è un sovrano duro e prepotente verso il popolo che tormenta, coinvolgendolo in continue lotte e facendo sue tutte le donne. Inoltre l’eroe, per la sua eccezionalità, che lo pone continuamente in competizione con gli altri, in guerra e in amore, è profondamente solo, fino a quando gli dèi, proprio per salvarlo dalla solitudine, non gli danno un compagno, Enkidu. Quest’ultimo è un selvaggio che attraverso molte prove diventa un uomo “civile”: è la rappresentazione di un destino individuale e, al tempo stesso, un esempio dell’evoluzione umana dallo stato primitivo a quello progredito. Fra i due giovani nasce un profondo rapporto di amicizia, grazie al quale si sosterranno a vicenda e affronteranno prove terribili. Insieme a Enkidu, Gilgamesh affronta il gigante Humbaba, che protegge una foresta con i suoi incantesimi, e lo uccide, in una prova che rappresenta la lotta contro il male. Dopo questa impresa però, Enkidu viene perseguitato Bassorilievo di Gilgamesh da presagi funesti e diventa triste, sofferente; inoltre, l’uccisione del gigante risalente al 721-705 a.C., scatena l’ira degli dèi, che tormentano i due eroi fino a provocare la morte di conservato al Museo del Enkidu. Louvre di Parigi. 72 Classici © Casa Editrice G. Principato
Gilgamesh è nuovamente solo e comincia a temere per la propria sorte: parte dunque alla ricerca di Utnapishtim, suo antenato, di cui si narrava che avesse trovato la vita eterna. Attraversa terre desolate, vestito miseramente, finché giunge a incontrare l’avo, che gli racconta come, per volontà degli dèi, sia riuscito a scampare al diluvio universale insieme alla sua famiglia e gli dona un’erba che garantisce l’immortalità. Ripreso il viaggio, Gilgamesh si imbatte in un serpente, che ingoia l’erba dell’immortalità datagli dal suo avo; quindi l’eroe si accinge a tornare in patria rassegnato a morire, dopo aver visto, per concessione degli dèi, l’ombra di Enkidu, che gli rivela quale sia il destino umano: diventare polvere nell’aldilà. Anch’egli, quindi, soggiace alla sorte mortale di ogni uomo, ma sfugge all’oblio, poiché è celebrato dai sudditi per le sue gloriose imprese. Il poema è di seguito presentato in due versioni: quella narrata da Nancy Sandars in forma discorsiva e la traduzione di Giovanni Pettinato, condotta sulle tavole originali, più rigorosa e aderente al testo.
Per fare il punto 1 Quali sono le caratteristiche della civiltà sumerica? 2 A quando risale la prima versione dell’Epopea di Gilgamesh? 3 Chi è Gilgamesh e di chi è figlio? 4 Qual è la trama dell’epopea?
Alcuni resti del sito archeologico di Uruk, Warka (Iraq).
1 • Epopea di Gilgamesh 73 © Casa Editrice G. Principato
Epopea di Gilgamesh
ONLINE
T1 Prologo: Gilgamesh, re di Uruk
Lettura espressiva
Come è consuetudine nel poema epico, il racconto si apre con un prologo, la protasi, in cui viene presentato il protagonista Gilgamesh e le caratteristiche straordinarie della sua epopea: i viaggi dell’eroe, durante i quali compie grandi imprese, la visita nell’aldilà, il racconto del diluvio universale.
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Proclamerò al mondo le imprese di Gilgamesh, l’uomo a cui erano note tutte le cose, il re che conobbe i paesi del mondo. Era saggio; vide misteri e conobbe cose segrete; un racconto egli ci recò dei giorni prima del Diluvio. Fece un lungo viaggio, fu esausto, consunto dalla fatica; quando ritornò si riposò, su una pietra l’intera storia incise. Quando gli dèi crearono Gilgamesh gli diedero un corpo perfetto. Il sole glorioso Shamash1 lo dotò di bellezza, Adad, dio della tempesta2, lo dotò di coraggio, grandi dèi resero perfetta la sua bellezza, al di sopra di ogni altro, terribile come gran toro selvaggio. Per due terzi lo fecero dio e per un terzo uomo. A Uruk3 costruì mura, un gran bastione, e il tempio del sacro Eanna4 per Anu dio del firmamento e per Ishtar dea dell’amore. Guardalo ancor oggi5: il muro esterno lungo il quale corre il cornicione brilla dello splendore del rame, e il muro interno non ha eguali.Tocca la soglia: è antica. Avvicinati alla dimora di Ishtar, nostra signora dell’amore e della guerra, all’Eanna che nessun re dei nostri giorni, nessun uomo vivente possono eguagliare. Sali sulla muraglia di Uruk e percorrila, ti dico; osserva il terrapieno delle fondamenta, esamina la muratura; non è forse di mattone cotto e di buona fattura? I sette saggi6 posero le fondamenta. (L’epopea di Gilgamesh, a cura di N.K. Sandars, Adelphi, Milano 1986)
Le parole chiave
conobbe È la parola che descrive pienamente la figura di Gilgamesh, eroe della conoscenza, che acquisisce attraverso le vicende eroiche e dolorose della sua vita, nel progressivo svelarsi delle verità che riguardano il suo popolo e la vita individuale, connessa irrimediabilmente alla consapevolezza del dolore e della morte.
1. Shamash: è il dio Sole e rappresenta la giustizia; ha inoltre il dono della profezia, come Febo Apollo nella mitologia greca; il suo nome è spesso accompagnato dall’epiteto formulare “glorioso”. 2. Adad, dio della tempesta: presiede in generale ai fenomeni atmosferici, perciò è rappresentato armato di fulmini; a lui è affidato il compito di scatenare il diluvio, che sommergerà il mondo, salvando solamente Utnapishtim, un avo di Gilgamesh, con la sua famiglia e le stirpi animali rappresentate da singoli esemplari, in un racconto simile a quello del diluvio biblico. 3. Uruk: importante città della Mesopotamia meridionale, sulla riva dell’Eufrate; è l’Erech biblica. Anche altre fonti testimoniano che vi regnò un sovrano di nome Gilgamesh, a cui è attribuita la costruzione di templi splendidi.
4. Eanna: è il recinto templare di Uruk, sacro ad Anu, dio del firmamento, e a Ishtar, dea dell’amore e della fertilità (corrispondente all’Afrodite greca e alla Venere latina), ma anche una dea terribile che scatena guerre e contese. È una divinità importantissima sia nell’area babilonese sia altrove, per esempio presso i Fenici, che la venerano sotto il nome di Astarte. 5. Guardalo ancor oggi: l’appello rivolto al lettore allude alla persistenza delle opere di Gilgamesh, che sono rappresentate come ancora esistenti. 6. I sette saggi: allusione a un’antica fondazione della città, su cui vigilarono sette saggi, non altrimenti indicati. Un analogo consesso di saggi, nel rituale numero di sette, è presente anche nel mondo greco, e a essi sono attribuiti legislazioni e provvedimenti salutari per le città.
NEL CUORE DEL TESTO Gilgamesh è straordinario: costruisce la sua città, conosce ciò che altri non sanno, ha ricevuto i più grandi doni dagli dèi. Ma la morte lo ha travolto: solo il poeta, che proclama le sue imprese, le renderà immortale. 74 Classici © Casa Editrice G. Principato
GUIDA ALLA LETTURA Il poeta e la storia di Gilgamesh
Il poeta dichiara orgogliosamente di accingersi a narrare la storia di Gilgamesh, senza indicare fonti di ispirazione divina, al contrario di quanto avviene nella tradizione greca; individua subito, nel protagonista del suo racconto, un personaggio eccezionale, caratterizzato dalla conoscenza, acquisita attraverso i viaggi, le esperienze e le conoscenze, anche di verità nascoste a tutti gli altri uomini. In poche parole, il poeta traccia l’arco della vita dell’eroe e dà testimonianza di una sorta di prima redazione delle sue vicende, attraverso una stele di pietra, che per prima attesta le sue opere.
Doni pericolosi Gilgamesh lotta contro il Toro celeste. Rilievo in terracotta del II millennio a.C.
Gilgamesh è amato dagli dèi, che gli hanno conferito doni eccezionali, la bellezza e la forza, oltre alla conoscenza di eventi misteriosi, come il diluvio che sconvolgerà il mondo. Tuttavia essi lo hanno destinato alla morte, perché la sua natura è per metà umana e per metà divina: perciò egli è condannato a una condizione contraddittoria e dolorosa, che lo vedrà trionfare come un dio ma morire come un uomo. Oltre a essere un indomito guerriero e un grande saggio, Gilgamesh è un sovrano che ha fortificato la sua città e ha costruito templi agli dèi, secondo il dovere fondamentale dei re sumerici, e le tracce concrete della sua azione sono ancora presenti al tempo del poeta. Le sue vicende sono il filo conduttore del poema, che si snoda in diversi episodi, al cui centro c’è la vita di Gilgamesh, nelle diverse fasi della maturazione.
L’invito al lettore
Il lettore è esortato, chiamato a verificare in prima persona, attraverso le forme verbali alla seconda persona, ciò che resta dell’azione di Gilgamesh: dunque, non solo il canto del poeta, ma anche le tracce concrete del suo passaggio rendono testimonianza immortale dell’eroe e consentono di superare la sua dimensione mortale, dovuta alla commistione di natura divina e umana che contraddistingue la sua origine.
LABORATORIO DELLE COMPETENZE COMPRENDERE
ANALIZZARE E INTERPRETARE
1 Per quale ragione si può affermare che «conobbe» sia la parola chiave di questo prologo?
6 Da quale affermazione si comprende che Gilgamesh non potrà sconfiggere la morte?
2 In quale modo Gilgamesh acquisisce le sue conoscenze? 3 Quali doni hanno dato gli dèi a Gilgamesh? 4 Per quali costruzioni è celebrato Gilgamesh? 5 In quale misura Gilgamesh è in parte divino e in parte umano?
7 Il poeta si rivolge a un lettore fittizio: in quali punti del testo ciò risulta evidente? A quali azioni lo invita e perché?
SCRIVERE 8 Riscrivi il prologo facendo parlare in prima persona Gilgamesh (max 15 righe). 1 • Epopea di Gilgamesh 75
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Epopea di Gilgamesh · tav. IV, vv. 231-254
ONLINE Lettura espressiva
T2 Il patto tra Gilgamesh ed Enkidu Nell’Epopea di Gilgamesh uno snodo fondamentale è costituito dall’amicizia tra l’eroe ed Enkidu, un uomo valoroso ma selvaggio, che giunge a Uruk e subito si scontra con il sovrano, divenendone in seguito l’amico inseparabile. La prima grande impresa che i due eroi condividono è il viaggio nella foresta: Enkidu racconta a Gilgamesh di una grande foresta, ricca di cedri, custodita da un mostruoso guardiano, Humbaba. Gilgamesh, desideroso di impadronirsi del prezioso legname e di conquistarsi altra gloria con una grande impresa, parte con l’amico alla volta della foresta. Nel passo che segue, Enkidu rivela a Gilgamesh i suoi timori e viene esortato dall’amico a vincere la paura, stringendo con lui il patto che li condurrà alla gloria.
Enkidu aprì la sua bocca e disse; così parlò a Gilgamesh: «Amico mio, anche se riuscissi a scendere nella Foresta dei Cedri e ad aprirne la porta, allora le mie braccia sarebbero paralizzate!».
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Gilgamesh aprì la sua bocca e disse; così parlò a Enkidu: «Perché, amico mio, parliamo come codardi? Noi siamo in grado di attraversare tutte le montagne; noi non volgeremo il nostro sguardo indietro, prima di avere abbattuto i Cedri;
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amico mio, tu sei ferrato nella battaglia! Chi ha paura della battaglia non può essere mio compagno! Poiché ti sei spalmato con unguenti, non hai bisogno di temere la morte; tu porti lo splendore della terra come fosse un mantello!
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Come un tamburo risuoni il tuo grido! la paralisi abbandoni le tue braccia e l’impotenza sia portata via dai tuoi lombi; tieni stretta, amico mio, la mia mano; andiamo come un sol uomo; il tuo cuore possa ardere per la battaglia; dimentica la morte, persegui la vita.
231. Enkidu… disse: si tratta di un verso formulare, che si ripete come una formula per introdurre le parole di un personaggio, come si verifica sotto, al v. 234. 232. Foresta dei Cedri: è la prima prova
che i due eroi affronteranno insieme per consolidare la loro amicizia e per ottenere l’approvazione di Ninsun, la madre di Gilgamesh, cui egli vuole chiedere di adottare Enkidu come figlio.
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244. braccia… paralizzate: il timore di Enkidu è rappresentato come una condizione che paralizza, che impedisce ogni reazione, come egli stesso afferma nell’esordio del brano (v. 233).
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L’uomo forte, preparato per il combattimento, responsabile, che va davanti, vigila sul suo corpo e salverà l’amico; essi si sono assicurati la fama per i tempi a venire». Ambedue si abbracciarono, prestarono giuramento e si posero in cammino, essi intrapresero la via della Foresta. (La saga di Gilgamesh, trad. di G. Pettinato, Rusconi, Milano 1992)
NEL CUORE DEL TESTO Enkidu è consapevole del pericolo e manifesta la paura, ma Gilgamesh lo esorta a dimenticare la morte e perseguire la vita, cioè realizzarla nell’impresa gloriosa: si stringe così il patto d’amicizia, verificata nella prova eroica.
GUIDA ALLA LETTURA L’amicizia e la prova
Enkidu, nella coppia degli amici, rappresenta la figura più fragile, che non esita a rivelare la sua paura, mentre Gilgamesh fa leva sulla necessità di affrontare fino in fondo il pericolo: in questo e nel superamento della prova consiste la realizzazione della vita, mentre ogni sentimento di paura è rifiutato. Inoltre, compiuto il rituale della preparazione per la prova, con un unguento che sembra avere caratteristiche magiche, la battaglia non può incutere timore. L’amicizia eroica comporta che la sfida venga sostenuta insieme, come «un sol uomo» (v. 246), e la gloria che ne deriva sarà identica per entrambi gli eroi, nonostante sia evidente il ruolo preminente di Gilgamesh, che è definito «responsabile» (v. 249) e in grado di salvare l’amico. Il sodalizio viene sancito dall’abbraccio e dalla partenza verso la foresta.
LABORATORIO DELLE COMPETENZE COMPRENDERE
ANALIZZARE E INTERPRETARE
1 Perché Enkidu teme che le sue braccia si paralizzino?
5 Individua il verso formulare presente nel testo.
2 Come accoglie Gilgamesh le parole dell’amico? 3 Con che cosa si preparano gli eroi? 4 Da quale gesto è suggellato il patto tra i due amici?
6 Che significato ha l’espressione: «dimentica la morte» (v. 248)? 7 Chi rappresenta «l’uomo forte» (v. 249) nel passo? 8 Come descrive sé stesso Gilgamesh? 1 • Epopea di Gilgamesh 77
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Epopea di Gilgamesh
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T3 Il viaggio nella foresta
Lettura espressiva
Alla vigilia della prova rappresentata dal viaggio nella Foresta dei Cedri, Enkidu rivela a Gilgamesh il significato del sogno che ha fatto, indicando il senso del suo destino; di fronte alla descrizione del terribile mostro Humbaba, Gilgamesh rassicura l’amico e chiede l’aiuto degli dèi, consapevole che altrimenti la sua forza non potrebbe prevalere.
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Enlil1 della montagna, padre degli dèi, aveva decretato il destino di Gilgamesh. Così Gilgamesh fece un sogno ed Enkidu disse: «Questo è il significato del sogno. Il padre degli dèi ti ha dato la sovranità, questo è il tuo destino; una vita che duri in eterno non è il tuo destino . Non essere triste in cuor tuo per questo, non essere afflitto né oppresso. Egli ti ha dato il potere di legare e di sciogliere, di essere tenebra e luce dell’umanità. Ti ha dato supremazia incomparabile sul popolo, vittoria nella battaglia da cui nessun fuggiasco scampa, nelle scorrerie e negli assalti da cui non si torna indietro. Ma di questo potere non abusare, agisci con giustizia verso i tuoi servi nel palazzo, davanti a Shamash2 agisci con giustizia». Gli occhi di Enkidu erano pieni di lacrime, sgomento era il suo cuore. Sospirava amaramente; Gilgamesh incontrò il suo sguardo e disse: «Amico mio, perché sospiri così amaramente?». Enkidu aprì la bocca e rispose: «Sono debole, le mie braccia han perduto la forza, il grido della mestizia mi attanaglia la gola, sono oppresso dall’inerzia». Fu allora che il signore Gilgamesh rivolse i pensieri al Paese del Vivente; sulla Terra dei Cedri3 il signore Gilgamesh meditò. Disse al suo servo Enkidu: «Non ho stabilito il mio nome imprimendolo sui mattoni4 come decretava il mio destino; andrò quindi nel paese dove si abbatte il cedro. Innalzerò il mio nome dove si scrivono i nomi degli uomini famosi, e là dove non è stato ancora scritto il nome di nessun uomo eleverò un monumento agli dèi.5
Le parole chiave
destino La vita di Gilgamesh è segnata dal destino, ben definito nei diversi esiti: la sovranità, ma non l’immortalità. In quanto destino fissato, egli non lo accetta passivamente, ma lo compie pienamente nella realizzazione del suo potere, di cui resterà il segno visibile nella sua città, anche se non potrà sottrarsi alla morte: da questo punto di vista, la condizione umana cui è destinato è vissuta profondamente, ma segnata dal senso del limite, connesso alla sua natura duplice di uomo straordinario, ma comunque mortale.
nome Lo scopo di Gilgamesh è rendere immortale il suo nome, attraverso le imprese che lo riscattino da quella parte del suo destino che lo rende mortale; il nome, cioè la sua gloria, attestata dalle imprese, deve essere reso immortale, perché ciò fa parte della sua missione di sovrano e della sua natura eroica, che aspira a essere ricordata con gesti che la rendano eterna.
1. Enlil: dio che nell’epopea è detto «padre degli dèi», signore della Terra, del Vento e dell’Aria universale; ha dato a Humbaba il compito di difendere la foresta, perciò l’impresa degli eroi sarà una trasgressione contro di lui e ne scatenerà l’ira. 2. Shamash: è il dio Sole e rappresenta la giustizia; ha inoltre il dono della profezia, come Febo Apollo nella mitologia greca; il suo nome è spesso accompagnato dall’epiteto formulare “glorioso”. 3. al Paese del Vivente; sulla Terra dei Cedri: sono denominazioni simboliche
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della foresta fatata, che Gilgamesh ed Enkidu si accingono ad attraversare. 4. Non ho... mattoni: allusione alla gloria, conquistata attraverso prove di abilità e di coraggio: imprimere il proprio nome sui mattoni equivale a “fissare” il riconoscimento della fama, rendendola eterna. 5. eleverò un monumento agli dèi: molteplici sono gli scopi dell’avventura: procurarsi legname per costruire templi agli dèi, liberare la foresta dal mostro, e quindi dal male, vivere un’avventura eroica in compagnia dell’amico inseparabile.
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A causa del male che c’è in questa terra, andremo nella foresta e distruggeremo il male; nella foresta infatti vive Humbaba il cui nome è “Enormità”, gigante feroce». Ma Enkidu sospirò amaramente e disse: «Scorrazzando per le lande con gli animali selvatici scoprii la foresta: la sua lunghezza è di diecimila leghe in ogni direzione. Enlil ha dato a Humbaba l’incarico di difenderla, e lo ha armato di settuplici terrori; terribile è Humbaba per ogni essere fatto di carne. Quando ruggisce è come lo scroscio della tempesta, il suo alito è come il fuoco, le sue fauci sono la morte stessa. Fa la guardia ai cedri così bene che quando una giovenca selvatica si muove nella foresta lui la ode anche a sessanta leghe di distanza. Chi è l’uomo che di sua volontà camminerebbe per quel paese e ne esplorerebbe i recessi? Ti dico: chiunque vi si avvicini è sopraffatto da debolezza: non è una pari tenzone combattere con Humbaba, egli è un grande guerriero, un ariete da assedio. O Gilgamesh, il guardiano della foresta non dorme mai». Gilgamesh rispose:6 «Chi è l’ uomo che può scalare il cielo? Soltanto gli dèi vivono per sempre con Shamash glorioso; invece noi uomini abbiamo i giorni contati, le nostre faccende sono un soffio di vento. Com’è che tu hai già paura? Benché io sia il tuo signore, andrò avanti per primo, e tu stando al sicuro potrai gridare: “Avanti, non c’è nulla da temere!”. Così, se cado, lascerò ai posteri un nome duraturo. Di me gli uomini diranno: “Gilgamesh è caduto nella lotta con Humbaba feroce”. Per molto tempo dopo la nascita del figlio nella mia casa lo diranno e si ricorderanno». Enkidu parlò ancora a Gilgamesh: «Signor mio, se tu entrerai in quel paese, va’ prima dall’eroe Shamash,7 informa il Dio Sole, perché la terra è sua. Il paese dove si taglia il cedro appartiene a Shamash». Gilgamesh prese un capretto bianco immacolato; e assieme a esso un capretto bruno; se li strinse al petto e li portò alla presenza del sole. Prese in mano lo scettro d’argento, disse a Shamash glorioso: «In quel paese mi reco, o Shamash, mi reco; supplici sono le mie mani: fa’ dunque che ben ne incolga alla mia anima e riconducimi alla banchina di Uruk. Concedimi, ti prego, la tua protezione, e che il presagio sia buono». Shamash glorioso rispose: «Gilgamesh, tu sei forte; ma che cos’è per te il Paese del Vivente?». «O Shamash, odimi; odimi, Shamash, che la mia voce sia udita. Qui in città l’uomo muore oppresso in cuor suo, perisce l’uomo con la disperazione nel cuore. Ho guardato sopra le mura e ho visto i cadaveri galleggiare nel fiume, e questa sorte anche a me toccherà. In verità so che è così, dal momento che il più alto degli uomini, chiunque egli sia, non può raggiungere i cieli e il più grande di essi non può abbracciare la terra. Per questo voglio entrare in
Le parole chiave
uomo Gilgamesh è consapevole del limite impostogli dalla sua natura umana: la percezione del finito, dei «giorni contati» (r. 38) appartiene alla condizione umana, che l’eroe dichiara esplicitamente, in opposizione con la condizione divina, da cui è consapevolmente escluso.
6. Gilgamesh rispose: di fronte a Enkidu, che è titubante, Gilgamesh rassicura il compagno, secondo un fortissimo legame di solidarietà e di amicizia, modello per successive coppie di eroi epici. La risposta di Gilgamesh allude chiaramente alla gloria, che è tanto più luminosa a fronte dell’asprezza del nemico.
7. va’… Shamash: l’impresa umana smisurata non può compiersi senza l’aiuto del dio Sole, che viene invocato ritualmente; tuttavia, lo scrupolo verso questa divinità non salverà gli eroi dall’ira degli dèi, che coglierà Enkidu: prova di forza e trasgressione sono intimamente legate.
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8. Shamash… lacrime: il dio accetta di aiutare l’eroe e schiera insieme a lui favolosi alleati; quindi gli fa preparare delle armi straordinarie: questo motivo delle armi fatate e divine tornerà nell’Iliade (libro XVIII) e, per imitazione, nell’Eneide (libro VIII).
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quel paese: poiché non ho stabilito il mio nome imprimendolo su mattone come aveva decretato il mio destino, andrò nel paese dove si taglia il cedro. Innalzerò il mio nome dove si scrivono i nomi degli uomini famosi, e là dove non è stato scritto il nome di nessun uomo eleverò un monumento agli dèi». Scorrevano le lacrime sul suo viso, ed egli diceva: «Ahimè, lungo è il cammino che dovrò intraprendere verso la Terra di Humbaba. Se questa impresa non è da compiersi, perché, o Shamash, mi hai mosso con il desiderio irrequieto di realizzarla? Come posso riuscire se tu non mi aiuti? Se morirò in quel paese morirò senza rancore; ma se farò ritorno offrirò a Shamash un’offerta gloriosa di doni e di lode». Così, Shamash accettò il sacrificio delle sue lacrime8; come l’uomo compassionevole gli mostrò pietà. Per Gilgamesh designò forti alleati, figli di una sola madre, e li appostò nelle caverne montane. I grandi venti designò, il vento del Nord, il turbine, la tempesta e il vento gelato, la bufera e il vento ardente. Come vipere, draghi, fuoco ardente, come un serpente che raggela il cuore, come una piena distruggitrice e la forca del fulmine: tali essi erano e Gilgamesh se ne rallegrava. Andò alla forgia e disse: «Darò ordini agli armieri; essi forgeranno le nostre armi davanti ai nostri occhi». Diedero dunque ordini agli armieri e gli artefici si sedettero a consiglio. Si recarono nei boschi della pianura e tagliarono salice e bosso; per essi forgiarono scuri di nove ventine di libbre ciascuna; e grandi spade forgiarono con lame di sei ventine di libbre ciascuna, pomi ed else di trenta libbre. Per Gilgamesh forgiarono la scure «Possanza d’eroi» e l’arco di Ansan; e Gilgamesh era armato e anche Enkidu, e il peso delle armi che portavano era di trenta ventine di libbre. (L’epopea di Gilgamesh, a cura di N. K. Sandars, Adelphi, Milano 1986)
NEL CUORE DEL TESTO L’eroe lotta per liberare la foresta dal mostro, che rappresenta simbolicamente le forze del male: le sue parole sono ispirate dal coraggio e dalla consapevolezza della missione, ma egli sa che non può compiere l’impresa senza l’aiuto degli dèi: perciò l’eroe forte è anche pio, e ottiene per questo gli strumenti favolosi, i venti, che si fanno suoi alleati, e le armi invincibili, che gli consentono la vittoria. Ma da solo non potrebbe sconfiggere il male: l’amico Enkidu, che vince la paura grazie all’incoraggiamento di Gilgamesh, è il compagno dell’avventura e della gloria.
LETTURA ATTIVA Destino e giustizia
L’amico di Gilgamesh, in questo momento, rivela una conoscenza superiore allo stesso eroe, perché è in grado di spiegargli il suo stesso sogno, e lo interpreta come la rivelazione del suo destino, caratterizzato dal potere regale, ma anche dalla caducità della vita, dal limite della condizione umana. Oltre a questo limite, Enkidu indica a Gilgamesh la necessità di non abusare del potere, che pure gli è riconosciuto ed è smisurato: egli deve trovare misura al suo potere, agendo secondo giustizia, innanzitutto verso i suoi stessi servi. 80 Classici © Casa Editrice G. Principato
Analizziamo insieme 1 Quale è dunque il destino di Gilgamesh? 2 Perché Enkidu ordina a Gilgamesh di non essere triste? 3 Quale è il rischio connesso al potere di Gilgamesh, secondo Enkidu?
Il nome di Gilgamesh e la condizione umana
Analizziamo insieme
Di fronte alla consapevolezza della sua vita mortale, Gilgamesh esprime il desiderio di gloria, che si deve concretizzare nella realizzazione di imprese illustri, che gli consentano di consegnare il suo nome alla storia del suo popolo; l’impresa più importante diviene dunque la conquista della Foresta dei Cedri, che deve essere liberata dal mostro Humbaba, personificazione del male. Di fronte a ciò, il saggio amico Enkidu comunica a Gilgamesh di provare paura; proprio perché è consapevole della sua natura fragile, Gilgamesh ribadisce il desiderio di una grande impresa, che consegni il suo nome alla gloria: infatti, se solo gli dèi hanno destino immortale, spetta agli uomini compiere un’impresa che vinca il tempo effimero della vita, e con questa certezza egli conforta Enkidu. 1 Perché Enkidu è in preda alla tristezza e alla paura? 2 Con quale argomento Gilgamesh rassicura l’amico? 3 Perché Gilgamesh vuole affrontare Humbaba? 4 Che significato ha l’affermazione di Gilgamesh: «Di me gli uomini diranno: “Gilgamesh è caduto nella lotta con Humbaba feroce”» (rr. 41-42)?
Il dialogo con la divinità
Analizziamo insieme
L’episodio è ambientato in un luogo che tradizionalmente rappresenta il mistero e la paura: la foresta, luogo inospitale, nel quale ci si può perdere e si possono incontrare ostacoli insormontabili, ideale quindi per mettere alla prova l’eroe. L’episodio, inoltre, contiene alcuni temi importanti: innanzitutto la conquista della sovranità da parte di Gilgamesh con questa impresa, grazie alla quale il suo destino – la morte – sarà in un certo senso ricompensato dalla regalità; poi lo scontro con Humbaba, presentato come una prova per conquistare la fama e, nello stesso tempo, liberare la foresta dal male, incarnato dal gigante, che sarà ucciso. Tale prova non può essere portata a termine senza l’invocazione della divinità che, commossa dalla devozione dell’eroe, decide di aiutarlo; l’invocazione si apre con la constatazione del destino infelice che colpisce gli uomini, tormentati dal male, in risposta alla domanda del dio, che chiede a Gilgamesh di definire il Paese del Vivente, cioè la terra in cui vive l’umanità. La divinità riconosce lo spirito religioso dell’eroe e gli concede doni favolosi per superare la prova, fornendogli nuove invincibili armi e l’aiuto degli elementi naturali. 1 Enkidu descrive il mostro facendo ricorso a paragoni: quali? 2 Come viene descritta la foresta? 3 Come è descritta la sorte degli uomini nelle parole di Gilgamesh? 4 A chi è paragonato Shamash? 5 Perché ha compassione di Gilgamesh? 6 Quali doni dà all’eroe in procinto di partire per la sua impresa? 7 Individua nel testo la similitudine con cui sono descritti i venti: che impressione dà al lettore? 1 • Epopea di Gilgamesh 81 © Casa Editrice G. Principato
Epopea di Gilgamesh · tav. VIII, vv. 1-67
ONLINE Lettura espressiva
T4 Pianto di Gilgamesh per la morte di Enkidu Reduci dalla vittoria su Khubaba (altro nome per indicare Humbaba), Enkidu e Gilgamesh ritornano a Uruk; la dea Ishtar, protettrice della città, colpita dalla bellezza e dal successo di Gilgamesh, se ne invaghisce e gli offre di diventare suo sposo, promettendogli ricchezze e potere ancora più grandi. L’eroe però, temendo un inganno della dea, la rifiuta, oltraggiandola e ricordandole tutti gli amanti che ha già scartato e condannato a morte, provocando la sua ira e la sua vendetta. Infatti, Ishtar chiede al padre Anu di inviare sulla terra il Toro celeste, perché devasti la città di Uruk; dopo ripetute stragi di cittadini, Gilgamesh ed Enkidu lo affrontano, lo uccidono e lo sacrificano a Shamash, ma Ishtar, vedendo la morte del toro, prorompe in un insopportabile lamento; Enkidu, infastidito dalla voce della dea, le getta addosso una spalla staccata dal toro, accompagnando il gesto con parole offensive: viene perciò punito per questo e, in seguito a una malattia che lo consuma lentamente in modo atroce, muore. Gilgamesh, abbandonato alla solitudine perché privo del compagno, intona su di lui un lamento funebre nel quale ricorda le gesta compiute insieme e invita tutti gli uomini e la natura a condividere il suo dolore.
Quando l’alba spuntò, Gilgamesh così parlò al suo amico: «Enkidu, amico mio, tua madre la gazzella, e tuo padre l’asino selvatico ti hanno generato; 5
con il latte degli onagri essi ti hanno nutrito; e gli animali della steppa ti hanno guidato per tutti i pascoli. I sentieri, o Enkidu, (che ti hanno portato fino) [alla Foresta di Cedri piangano per te, non smettano giorno e notte.
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Piangano per te gli anziani della spaziosa città, Uruk l’ovile; pianga per te colei che alza la mano, per benedirci [dopo la morte; piangano per te gli abitanti della montagna, della collina; l’ampia steppa pianga per te come fosse tuo padre; i campi piangano per te come fossero tua madre;
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piangano per te i cipressi e i cedri, in mezzo ai quali noi abbiamo infuriato la nostra rabbia;
3-4. tua madre... generato: Enkidu è cresciuto in un mondo selvatico, e perciò la sua nascita è ricondotta a questi animali (la gazzella e l’asino selvatico).
5. onagri: asini selvatici. 7. Foresta dei Cedri: la prima impresa dei due amici, nella quale uccidono il mostro Humbaba.
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9. Uruk, l’ovile: la città è definita con un epiteto formulare che ne sottolinea la ricchezza e il valore come luogo nel quale Gilgamesh pone la sua casa.
La lotta di Gilgamesh ed Enkidu contro il Toro celeste in un’illustrazione del 1915.
piangano per te gli orsi, le iene, i leopardi, le tigri, le gazzelle [e i caprioli, i leoni, i tori, i cervi, gli stambecchi, tutti gli animali [della steppa.
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Pianga per te il sacro fiume Ulaia, sulle cui sponde noi orgogliosamente passeggiavamo; pianga per te il puro Eufrate, al quale noi abbiamo offerto acqua dai nostri otri; piangano per te i giovani uomini della spaziosa città, Uruk l’ovile che guardavano ammirati la lotta: noi quando abbiamo [abbattuto il Toro Celeste.
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Pianga per te il contadino piegato sul suo aratro, colui che esaltava il tuo nome con i dolci “alalà!”. Pianga per te il banditore della spaziosa città, Uruk l’ovile, che esaltava il tuo nome nominandoti per primo; pianga per te il bovaro, il capopastore, che ti dava da bere birra e miele;
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pianga per te la tua balia, che usava cospargere di olio le tue natiche;
18. sacro fiume Ulaia: un affluente dell’Eufrate.
23. Toro Celeste: allusione all’ultima impresa, che costa la vita a Enkidu.
25. alalà: il grido di vittoria.
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piangano per te gli anziani, che avvicinavano alle tue labbra il nettare; 35
pianga per te la prostituta sacra, per la quale hai unto il tuo capo con olio buono; piangano per te i tuoi suoceri; pianga la famiglia della moglie, sigillo delle tue decisioni;
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piangano per te i tuoi fratelli, che, come sorelle, possano essi sciogliere i loro capelli su di te. Per te, Enkidu, tua madre e tuo padre, ed io piangeremo amaramente nella loro steppa. Ascoltatemi, o giovani uomini, ascoltatemi! Ascoltatemi, o anziani di Uruk, ascoltatemi!
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Io piangerò per Enkidu, l’amico mio, emetterò amari lamenti come una lamentatrice. L’ascia del mio fianco, l’arma del mio braccio, la spada della mia guaina, lo scudo del mio petto,
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i miei vestiti festivi, la mia cintura regale, uno spirito cattivo è venuto e me li ha portati via. Amico mio, mulo imbizzarrito, asino selvatico delle montagne, leopardo della steppa, Enkidu, amico mio, mulo imbizzarrito, asino selvatico delle montagne, leopardo della steppa,
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noi, dopo esserci incontrati, abbiamo scalato assieme la montagna, abbiamo catturato il Toro Celeste e lo abbiamo ucciso, abbiamo abbattuto Khubaba, l’eroe della Foresta di Cedri, ed ora qual è il sonno che si è impadronito di te? Tu sei diventato rigido, e non mi ascolti!».
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Ma questi non solleva la sua testa. Gli accosta la mano al cuore, ma questo non batte più. Allora ricopre la faccia del suo amico come quella di una sposa; come un’aquila comincia a volteggiare attorno a lui;
34. la prostituta sacra: Shamkat, che ha iniziato Enkidu all’amore. 39-40. possano... su di te: sciogliere i capelli in segno di lutto, in alternativa a tagliarli.
46. come una lamentatrice: evoca il rito del lamento funebre eseguito dalle donne, un’usanza tipica delle culture arcaiche.
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47. L’ascia... fianco: Gilgamesh evoca tutti i segni della sua forza e del suo potere, che sono ormai vani, in assenza di Enkidu.
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come una leonessa, i cui cuccioli sono stati presi in trappola, egli va avanti e indietro; si scompiglia e fa ondeggiare la chioma fluente; si strappa e getta via i gioielli come se fossero tabù. (La saga di Gilgamesh, trad. di G. Pettinato, Rusconi, Milano 1992)
67. come... tabù: oggetti proibiti, che non può più indossare.
NEL CUORE DEL TESTO Gilgamesh chiama tutto ciò che lo circonda ad associarsi alla sua disperazione per la morte di Enkidu: nel presente della sofferenza si affaccia il ricordo delle gesta antiche, di cui insieme sono stati protagonisti, e nessun oggetto o segno di prestigio ha più alcun valore.
GUIDA ALLA LETTURA Il lamento di Gilgamesh
Nella prima parte del suo lamento, Gilgamesh si rivolge all’amico per invocare su di lui il pianto dapprima dei suoi stessi genitori, quindi di elementi naturali e componenti umane della città, in una coralità che abbraccia tutta la comunità. L’intera città di Uruk, «l’ovile», cioè il luogo del riparo e della dimora, è chiamata a celebrare Enkidu, mentre a tratti riemerge il ricordo delle gesta compiute insieme, la lotta contro Khubaba e contro il Toro celeste, i momenti di svago e di serenità degli amici, l’omaggio dei concittadini. Infine, il lamento coinvolge la famiglia di Enkidu, evocata nei gesti rituali del lutto. Nella seconda parte, dopo l’apostrofe ai giovani e agli anziani di Uruk, Gilgamesh dichiara il suo rifiuto per tutto ciò che rappresentava la sua regalità: armi e vesti sono ormai inutili; dopo una vana invocazione all’amico, ricordato ancora per le imprese condivise, Gilgamesh si abbandona alle manifestazioni concrete del dolore. Dopo avere coperto il viso dell’amico, con un gesto che rievoca la devozione coniugale, egli si agita, è paragonato all’aquila che volteggia, in un ultimo omaggio alla sua regalità, e alla leonessa che ha perso i cuccioli, a sottolineare la frattura dell’affetto più profondo: la morte di Enkidu per Gilgamesh equivale alla perdita di un figlio.
LABORATORIO DELLE COMPETENZE COMPRENDERE
5 Di quali oggetti si priva Gilgamesh e perché?
1 A chi si rivolge Gilgamesh nella prima parte del suo lamento?
ANALIZZARE E INTERPRETARE
2 Perché Gilgamesh ricorda i sentieri della Foresta dei Cedri? 3 Quali elementi della natura sono invitati al lamento per Enkidu? 4 Quali personaggi della comunità sono nominati?
6 Come è definita la città di Uruk? Si può dire che si tratta di un epiteto formulare? 7 Nel passo ricorrono alcuni paragoni: individuali e indica quale sentimento vogliono suscitare nel lettore. 1 • Epopea di Gilgamesh 85
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Epopea di Gilgamesh
T5 Il diluvio universale Atterrito e addolorato dalla morte di Enkidu voluta dagli dèi, Gilgamesh intraprende il viaggio nel mistero della morte e della vita eterna: la meta è l’avo Utnapishtim, il quale, unico uomo scampato al diluvio, ha ottenuto dagli dèi l’immortalità. Dopo numerose avventure, che costituiscono un’ulteriore serie di prove, Gilgamesh incontra Urshanabi, il barcaiolo che lo condurrà a Dilmun, la terra dove si trova il suo antenato Utnapishtim. Qui giunto, Gilgamesh esprime l’immenso dolore per la morte dell’amico, la tristezza al pensiero della sua stessa morte, e interroga l’avo sulla vita. Utnapishtim ripete sconsolato che nulla di quanto gli uomini costruiscono rimane, neppure gli uomini stessi che già quando sono colti nel sonno sembrano già morti, e sono «morte dipinta». Quindi l’antenato narra la vicenda del diluvio, al quale è legata la sua immortalità: quando gli dèi, stanchi dello strepito degli uomini diventati troppo numerosi, decisero di distruggerli, il dio Ea suggerì in sogno a Utnapishtim di costruire una nave con cui salvarsi dal terribile diluvio. Quando tutto finì e la furia degli elementi cessò, gli fu concessa l’immortalità.
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Ora Utnapishtim, da dove giaceva a suo agio, guardò lontano e disse in cuor suo, riflettendo tra sé: «Perché mai il battello naviga fin qui senza sartiame o albero? Perché sono distrutte le sacre pietre, e perché non è il nocchiero a governare il battello? Quell’uomo che viene non è dei miei1. Là dove poso lo sguardo vedo un uomo il cui corpo è coperto di pelli di animali selvatici. Chi è costui che sale su per la riva dietro a Ursanabi? Invero non è certo uno dei miei uomini». Così, Utnapishtim lo osservò e disse: «Qual è il tuo nome, o tu che vieni qui vestito di pelli di animale, le guance emaciate e il volto teso? Dove ti affretti ora? Per quale motivo hai compiuto questo lungo viaggio, attraversando i mari il cui varco è difficile? Dimmi il motivo della tua venuta». Rispose: «Gilgamesh è il mio nome, sono di Uruk, della casa di Anu2». Allora Utnapishtim gli disse: «Se sei Gilgamesh, perché sono così emaciate le tue guance e teso il tuo volto? Perché hai la disperazione nel cuore e il tuo viso è il viso di chi ha compiuto un lungo viaggio? Già: perché mai il tuo viso è riarso dal caldo e dal freddo, e perché te ne vieni qui, vagando per i pascoli a cercare il vento?». A lui Gilgamesh disse: «Perché non dovrebbero essere emaciate le mie guance e teso il mio volto? La disperazione è nel mio cuore e il mio viso è il viso di chi ha compiuto un lungo viaggio: dal caldo e dal freddo fu riarso. Perché non dovrei vagare per i pascoli? Il mio amico, il fratello minore che afferrò e uccise il Toro del Cielo3 e sconfisse Humbaba nella foresta dei cedri, l’amico mio che molto mi era caro e che al mio fianco
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disperazione La condizione di Gilgamesh è racchiusa nella sua disperazione, lo stato d’animo in cui si trova dopo la morte di Enkidu, con la constatazione della sua stessa prossima sorte; le parole di Utnapishtim, del resto, non faranno che confermare il desolato destino umano.
1. Quell’uomo... miei: Utnapishtim vede giungere la barca di Gilgamesh ma non lo riconosce, perché l’eroe è stravolto dal lungo viaggio che ha dovuto compiere per raggiungere il suo antenato nella terra favolosa di Dilmun.
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2. Anu: il dio del firmamento, da cui il sovrano discende. 3. Toro del Cielo: personificazione della siccità che Ishtar, dea della fecondità, irata, aveva scatenato per punire Gilgamesh di averla rifiutata.
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aveva affrontato pericoli, Enkidu, il fratello che amavo, la fine di tutti i mortali l’ha raggiunto. Sette giorni e sette notti lo piansi, finché il verme non fu su di lui. A cagione di mio fratello ho paura della morte 4, a cagione di mio fratello vado ramingo per le lande. Il suo fato incombe su di me. Come posso tacere, come posso riposare? Egli è polvere e anch’io morrò e sarò disteso nella terra per sempre». Parlando a Utnapishtim, Gilgamesh disse ancora: «Fu per vedere Utnapishtim, colui che chiamiamo il Lontano5, che intrapresi questo viaggio. Per questo ho vagato per il mondo, ho valicato molte ardue catene di monti, ho varcato mari, mi sono sfinito dal viaggiare. Le giunture mi dolgono, con il dolce sonno non ho più dimestichezza. Le mie vesti erano già consunte quando giunsi alla dimora di Siduri6. Ho ucciso l’orso e la iena, il leone e la pantera, la tigre, il cervo e lo stambecco, ogni sorta di selvaggina, e le piccole creature dei pascoli. La loro carne ho mangiato, la loro pelle ho indossato; ecco come giunsi alla porta della fanciulla, di colei che fa il vino e la sua porta di pece e bitume sbarrò contro di me. Ma da lei ebbi notizie sul viaggio: giunsi così da Urshanabi, dal barcaiolo, e con lui ho attraversato le acque della morte. Oh, padre Utnapishtim, tu che sei entrato nel consesso degli dèi, voglio interrogarti sui vivi e sui morti, come potrò trovare la vita che sto cercando?». Utnapishtim rispose: «Nulla permane7. Costruiamo forse una casa che duri per sempre, stipuliamo forse contratti che valgano per ogni tempo a venire? Forse che i fratelli si dividono un’eredità per tenerla per sempre, forse che è duratura la stagione delle piene? Solo la ninfa della libellula si spoglia della propria larva e vede il sole nella sua gloria. Fin dai tempi antichi, nulla permane. Dormienti e morti, quanto sono simili: sono come morte dipinta. Che cosa divide padrone e servo quando entrambi hanno compiuto il proprio destino? Quando gli Anunnakku, i giudici, si radunano e anche Mammetun, madre dei destini, assieme decretano i fati degli uomini. Vita e morte assegnano, ma non rivelano il giorno della morte». [...] «Alla prima luce dell’alba8 la mia famiglia si riunì attorno a me, i bambini portarono pece e gli uomini tutto il necessario. Il quinto giorno misi in posa la chiglia e le coste, poi fissai il fasciame. Di un acro era la sua area di terreno, ogni lato del ponte misurava cento e venti cubiti e costituiva un quadrato. Sottocoperta costruii sei ponti, sette in tutto; li divisi in nove sezioni con paratie fra di loro. Dove era necessario infissi dei cunei, provvidi alle pertiche di spinta e
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morte L’esperienza diretta e concreta della morte, che Gilgamesh ha provato nella sorte di Enkidu, gli dimostra l’ineluttabilità del suo destino: la morte, che egli in un primo tempo ha quasi negato in nome della vitalità eroica, per esempio con l’affermazione «dimentica la morte, persegui la vita» [ T2, p. 76, v. 248], si pone come una realtà visibile e tangibile, da cui non si può trovare scampo.
4. ho paura della morte: l’eroe teme il suo destino mortale e avverte il fato incombente su di lui, specialmente dopo aver visto morire l’amico. Lo stesso senso della morte, come vedremo nell’Iliade, incombe su Achille, che però è vinto da un più grande desiderio di gloria. 5. il Lontano: l’avo che ha ottenuto l’immortalità e abita terre remote, una specie di aldilà: questo attributo, insieme alla rievocazione del viaggio di Gilgamesh, conferisce all’impresa una connotazione di ardua avventura, che infine si rivelerà vana. 6 Siduri: una donna incontrata durante il viaggio, che vuole convincere l’eroe ad
abbandonarsi ai piaceri immediati tralasciando di proseguire il viaggio. Siduri tuttavia aiuta Gilgamesh istruendolo su come attraversare le acque per giungere da Utnapishtim. Gli studiosi vedono in questo personaggio una somiglianza con Circe, la maga incontrata da Odisseo. 7. Nulla permane: la risposta di Utnapishtim esprime una posizione radicalmente pessimistica: nulla è destinato a durare e la vita umana si spegne inesorabilmente, per l’inesorabile destino di morte. 8. Alla prima luce dell’alba: inizia così Utnapishtim a raccontare a Gilgamesh del diluvio e di come ne scampò insieme alla sua famiglia.
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caricai provviste. I portatori recarono olio in canestri, versai pece nella fornace e asfalto e olio; altro olio venne consumato per calafatare, altro ancora lo mise tra le sue provviste il nocchiero. Per la mia gente macellai buoi, ogni giorno uccisi delle pecore. Ai carpentieri diedi da bere vino come se fosse acqua di fiume, mosto e vino rosso, olio e vino bianco.Vi fu una festa allora come si fa per l’anno nuovo; io mi unsi il capo. Al settimo giorno la nave era pronta. «Venne poi il varo, pieno di difficoltà, lo spostamento della zavorra di sopra e di sotto finché due terzi rimasero sommersi. Vi caricai tutto ciò che avevo, oro e creature viventi: la mia famiglia, i parenti, gli animali del campo sia selvatici sia domestici, e tutti gli artefici. Li mandai a bordo, perché era già compiuto il tempo che Shamash aveva disposto allorché disse: “Questa sera, quando il cavaliere della tempesta manderà giù la pioggia distruggitrice, entra nella nave e serra i boccaporti”. Il tempo era compiuto, venne la sera, il cavaliere della tempesta mandò la pioggia. Guardai fuori e il tempo era terribile, così anch’io salii a bordo della nave e chiusi i boccaporti. Era tutto finito, la chiusura e la calafatura, diedi dunque il timone al timoniere Puzur-Amurri, assieme alla navigazione e alla cura di tutta la nave. «Alle prime luci dell’alba venne dall’orizzonte una nube nera; tuonava da dentro, là dove viaggiava Adad, signore della tempesta. Davanti, sopra collina e pianura, venivano Shullat e Hanish9, nunzi della tempesta. Poi sorsero gli dèi dell’abisso: Nergal10 divelse le dighe delle acque sotterranee, Ninurta11 dio della guerra abbatté gli argini e i sette giudici degli Inferi, gli Anunnakku, innalzarono le loro torce, illuminando la terra di livida fiamma. Sgomento e disperazione si levarono fino al cielo quando il dio della tempesta trasformò la luce del giorno in tenebra, quando infranse la terra come un coccio. Per un giorno intero imperversò la bufera, infuriando sempre di più si riversava sulla gente come l’impeto di una battaglia; nessuno poteva vedere il proprio fratello, né dal cielo si potevano vedere gli uomini. Anche gli dèi furono terrorizzati dal diluvio, fuggirono nel più alto cielo, il firmamento di Anu; si rannicchiarono contro le mura, acquattandosi come cani bastardi. Poi Ishtar12, Regina del Cielo dalla dolce voce, gridò come donna in travaglio: “Ahimè, gli antichi giorni sono ormai polvere, poiché io ho ordinato il male. Oh, perché ho ordinato questo male al concilio di tutti gli dèi? Guerre ho ordinato per distruggere gli uomini, ma non son forse essi la mia gente, dal momento che io li ho generati? Ora nell’oceano galleggiano come uova di pesci”. I grandi dèi del cielo e dell’inferno piansero e si coprirono la bocca. «I venti soffiarono per sei giorni e sei notti; fiumana, bufera e piena sopraffecero il mondo, bufera e piena infuriarono assieme come schiere in battaglia. Quando venne l’alba del settimo giorno, la tempesta del Sud diminuì, divenne calmo il mare, la piena s’acquietò; guardai la faccia del mondo e c’era silenzio, tutta l’umanità era stata trasformata in argilla. La superficie del mare si estendeva piatta come un tetto, aprii un boccaporto e la luce cadde sul mio viso. Poi mi inchinai, mi sedetti e piansi, le lacrime scorrevano sul mio volto, poiché
9. Shullat e Hanish: messaggeri divini che annunciano il cattivo tempo. 10. Nergal: dio degli Inferi.
11. Ninurta: divinità guerriera. 12. Ishtar: la dea dell’amore, che si sdoppia in un’opposta potenza maligna e di-
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struttiva ed è lei stessa atterrita da ciò che ha scatenato per punire gli uomini.
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da ogni parte c’era il deserto d’acqua. Invano cercai la terra, ma a quattordici leghe di distanza apparve una montagna, e lì si arenò la nave; sul monte Nisir13 rimase incagliata la nave, rimase incagliata e non si mosse. Per un giorno rimase incagliata, per un secondo giorno rimase incagliata sul monte Nisir e non si mosse. Per un terzo, per un quarto giorno rimase incagliata sul monte e non si mosse; per un quinto, per un sesto giorno rimase incagliata sulla montagna. All’albeggiare del settimo giorno liberai una colomba e la lasciai andare. Volò via, ma non trovando dove riposarsi fece ritorno. Poi liberai una rondine ed essa volò via, ma non trovando dove riposarsi fece ritorno. Poi liberai un corvo e questo vide che le acque si erano ritirate, mangiò, volò all’intorno, gracchiò e non fece ritorno.Allora aprii tutto ai quattro venti, feci offerte sacrificali e versai una libagione sulla cima del monte. Sette e ancora sette marmitte innalzai sui loro trespoli, ammassai legno e canna e cedro e mirto. Quando gli dèi fiutarono il dolce profumo accorsero come mosche sopra al sacrificio. Poi, alla fine, venne anche Ishtar, sollevò in alto la collana con i gioielli celesti che Anu le aveva un tempo foggiato per farle piacere: “O dèi qui presenti, per il lapislazzuli intorno al mio collo ricorderò questi giorni come ricordo i gioielli della mia gola: questi ultimi giorni non li dimenticherò. Che tutti gli dèi si riuniscano intorno al sacrificio, fuorché Enlil. Lui non si accosterà a questa offerta, poiché senza riflettere ha portato il Diluvio, ha consegnato il mio popolo alla distruzione”. «Quando giunse Enlil, quando vide la nave, s’adirò e si gonfiò d’ira verso gli dèi, la schiera del cielo: “È fuggito qualcuno di questi mortali? Neppure uno sarebbe dovuto sopravvivere alla distruzione”. Poi Ninurta, dio dei pozzi e dei canali, aprì la bocca e disse a Enlil guerriero: “Chi vi è fra gli dèi che sia in grado di far progetti senza Ea? Solo Ea14 conosce tutte le cose”. Poi Ea aprì la bocca e parlò a Enlil guerriero: “Saggissimo fra gli dèi, Enlil eroe, come hai potuto così stoltamente far scendere il Diluvio?” Imponi sul peccatore il suo peccato, imponi sul trasgressore la sua trasgressione, puniscilo un poco quando evade, non incalzarlo troppo, altrimenti perisce. Magari un leone avesse dilaniato l’umanità invece del diluvio magari un lupo avesse dilaniato l’umanità invece del diluvio magari la carestia avesse devastato il mondo invece del diluvio magari la pestilenza avesse devastato l’umanità invece del diluvio. «“Non fui io a rivelare il segreto degli dèi; il saggio in sogno lo apprese. Ora consigliatevi su cosa si debba fare di lui”.
13. Nisir: il monte della salvezza, talvolta identificato con il monte biblico Ararat, in Armenia.
14. Ea: è il dio delle acque dolci e della sapienza: apparso in sogno a Utnapishtim, gli aveva detto di preparare la nave
per mettersi in salvo, con un espediente che ricorda quello dell’arca di Noè narrato nella Bibbia [ T3, p. 31].
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«Allora Enlil andò alla nave, prese me e mia moglie per mano e ci fece entrare nella nave e inginocchiare da una parte e dall’altra, mentre egli stava in piedi fra noi. Ci toccò il capo per benedirci e disse: “In passato Utnapishtim fu un uomo mortale; d’ora innanzi lui e sua moglie vivranno nella lontananza, alla bocca dei fiumi”. E fu così che gli dèi mi presero e mi fecero vivere qui, nella lontananza, alla bocca dei fiumi15». (L’epopea di Gilgamesh, a cura di N. K. Sandars, Adelphi, Milano 1986)
15. gli dèi... fiumi: Utnapishtim viene infine destinato all’immortalità, per aver
superato una prova straordinaria, ottenendo il favore di tutti gli dèi; al contrario
la vicenda di Gilgamesh è destinata a un esito infelice.
NEL CUORE DEL TESTO Posto di fronte alla morte di Enkidu, Gilgamesh vive lo smarrimento profondo nato dalla solitudine per l’assenza dell’amico e dal rispecchiamento della sua stessa sorte in quella di Enkidu: cerca dunque una risposta nella saggezza dell’avo, che non potrà fare altro che confermare la desolazione della condizione umana.
GUIDA ALLA LETTURA Le domande di Utnapishtim e di Gilgamesh
In uno scenario surreale, con un’imbarcazione che naviga senza vele e senza timoniere, l’avo di Gilgamesh lo osserva avvicinarsi senza riconoscerlo, perché l’eroe ha un aspetto segnato dalla disperazione e dalla fatica del lungo viaggio, veste un abbigliamento primitivo, che lo fa regredire a uno stato selvaggio: queste condizioni emergono alla vista e contrastano con il ritratto dell’eroe, soprattutto dopo le sue trionfali prove, che lo avevano reso desiderabile persino alla vista della dea Ishtar. La risposta di Gilgamesh ripercorre i motivi del suo viaggio e rievoca il sodalizio e la morte di Enkidu, evento culminante della sua stessa vita. Infatti egli, di fronte alla morte dell’amico, presagisce la sua stessa fine e prende coscienza del suo destino mortale: per la prima volta dichiara apertamente la sua paura e ripercorre le tappe del suo desolato vagare, fino all’incontro con Siduri, che gli spiega come raggiungere Utnapishtim, da cui Gilgamesh spera di trovare spiegazione del destino umano.
I viaggi di Gilgamesh
Nel racconto sommario di Gilgamesh, i viaggi che affronta per giungere ai confini del mondo dei viventi e incontrare Utnapishtim assumono il senso di una regressione allo stato primitivo, tanto che egli si presenta al suo avo con l’aspetto di un selvaggio; d’altra parte, essi confermano l’affermazione contenuta nel prologo dell’epopea [ T1, p. 74], in cui si dice che «Fece un lungo viaggio, fu esausto, consunto dalla fatica» e «vide misteri e conobbe cose segrete»: alla fine del suo viaggio, Gilgamesh non scoprirà altra verità che quella che già aveva conosciuto attraverso la perdita di Enkidu, l’evento ineluttabile che lo ha spinto a cercare il suo avo Utnapishtim.
«Nulla permane»
La desolata risposta di Utnapishtim muove dalla constatazione della caducità delle cose umane, riscontrabile nella vita di ogni giorno, e giunge alla dichiarazione decisa dell’inconsistenza di tutto – annullando ogni differenza sociale e quindi, di fatto, vanificando anche la regalità che era stata esaltata come il valore della vita di Gilgamesh – richiamando l’idea di destino. 90 Classici © Casa Editrice G. Principato
Il racconto del diluvio
L’incontro con l’avo si chiude con la narrazione del diluvio universale, in seguito al quale egli si è salvato per elezione divina, ed è stato perciò consegnato a un destino di immortalità, diverso da quello di Gilgamesh, che conoscerà tale sorte solo attraverso la memoria che egli stesso inciderà di sé nella pietra e nei monumenti che ha edificato a Uruk e il canto delle sue gesta. Tuttavia, anche la salvezza di Utnapishtim risulta da una contesa tra gli dèi, che contrappone Enlil ad altre divinità meno vendicative, e lo consegna a un’immortalità che ha come contropartita la lontananza, quindi l’esclusione da ogni consorzio umano.
Il diluvio tra leggenda e storia
L’episodio del diluvio, narrato anche nella Bibbia [ T3, p. 31] e presente nel mito greco di Deucalione e Pirra, riecheggia eventi disastrosi realmente verificatisi non improvvisamente come viene descritto nell’epopea, ma nel corso di secoli, fra il VI e il IV millennio a.C., nell’era postglaciale (quando i ghiacci si sciolsero facendo aumentare il livello delle acque marine, col totale stravolgimento della configurazione geografica di continenti e oceani). Le indagini archeologiche infatti hanno rivelato l’esistenza, in alcune aree medio-orientali, di vaste zone alluvionali, formate cioè dall’accumularsi di detriti e depositi argillosi lì portati dalle inondazioni delle acque, che avevano cancellato precedenti nuclei abitati. Questo pur straordinario fenomeno naturale si trasforma nel mito in una sorta di prova d’elezione dell’uomo saggio, unico fra tutti gli altri uomini indegni, premiato dagli dèi con la salvezza e l’immortalità. D’altra parte, rivela una concezione crudele e vendicativa delle divinità che mal sopportano gli umani e non esitano ad annientarli per salvaguardare la loro quiete.
LABORATORIO DELLE COMPETENZE COMPRENDERE 1 Perché Utnapishtim non riconosce Gilgamesh? 2 Perché Gilgamesh ha perso il suo aspetto eroico? 3 Quali domande rivolge Utnapishtim a Gilgamesh? 4 Quale è la prima motivazione che Gilgamesh adduce e che cosa ricorda? 5 Perché la morte viene considerata una forma di annullamento delle differenze?
8 Individua i paragoni e illustra che ricorrono nel racconto del diluvio. Per quale motivo essi sono così frequenti nel passo? 9 Che cosa significa l’espressione: «tutta l’umanità era stata trasformata in argilla» (rr. 95-96)? 10 Nella parte inziale del passo ricorre in varie declinazioni l’aggettivo “emaciato”: individuane il significato esatto, l’etimologia e un sinonimo.
SCRIVERE
ANALIZZARE E INTERPRETARE 6 Perché Utnapishtim è chiamato “il Lontano”? Da quali elementi del testo si comprende la sua condizione? 7 Che cosa significa l’espressione «morte dipinta» (r. 45) e a chi viene applicata?
11 Metti a confronto il racconto del diluvio appena letto con quello presente nella Bibbia [ T3, p. 31] ed esponi in un testo quali sono i punti in comune tra le due vicende e i due personaggi protagonisti, Utnapishtim e Noè. 1 • Epopea di Gilgamesh 91
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