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I Malavoglia

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I GRANDI CLASSICI LeggerMENTE è la nuova collana di narrativa per la scuola secondaria. Il suo obiettivo principale è offrire ai ragazzi libri classici o inediti, storie di attualità o di fantasia, per riscoprire pagina dopo pagina il piacere della lettura.

• Il romanzo di Verga adattato, con note esplicative e lessicali per

i termini più complessi. • Focus di approfondimento sui temi legati al romanzo: - la dote - la paranza - il rapporto tra generazioni. • Incontro immaginario con l’autore • Caffè letterario

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www.leggermente.info Questo volume sprovvisto del talloncino a fianco è da considerarsi campione gratuito fuori commercio.

€ 7,70

I MALAVOGLIA

I Malavoglia

Giovanni Verga

Il romanzo è basato sulla storia di una famiglia di pescatori che vive ad Aci Trezza, un paesino della Sicilia, vicino Catania. Qui vivono i Toscano, che tutti chiamano Malavoglia. Le loro vicende e quelle degli altri personaggi assumono presto il tono della sfortuna e poi della tragedia. Lo scrittore nel narrare gli eventi adotta la tecnica dell’impersonalità, riproducendo alcune caratteristiche espressioni popolari e adattandosi al punto di vista dei differenti personaggi. Tuttavia non scompare mai del tutto: egli indossa di volta in volta la maschera del personaggio che gli interessa, condivide i pensieri e le parole ora dell’uno ora dell’altro dando al lettore l’impressione che sia un’intera comunità a parlare e ad agire.

I GRANDI CLASSICI

Invito alla lettura

Giovanni Verga

i malavoglia a cura di Moreno Giannattasio


Giovanni Verga I Malavoglia Riduzione e adattamento a cura di Moreno Giannattasio Responsabile editoriale: Beatrice Loreti Art director: Marco Mercatali Responsabile di produzione: Francesco Capitano Redazione: Carla Quattrini Progetto grafico: Airone Comunicazione - Sergio Elisei Impaginazione: Airone Comunicazione - Marcello Muzi Illustrazioni: Cinzia Battistel Copertina: Adami Design Illustrazione: Cinzia Battistel Foto: Shutterstock; Archivio La Spiga Edizioni © 2015 Eli – La Spiga Edizioni Via Brecce – Loreto tel. 071 750 701 info@elilaspigaedizioni.it www.elilaspigaedizioni.it Stampato in Italia presso Tecnostampa – Recanati 15.83.008.0 ISBN 978-88-468-3377-8 Le fotocopie non autorizzate sono illegali. Tutti i diritti riservati. È vietata la riproduzione totale o parziale così come la sua trasmissione sotto qualsiasi forma o con qualunque mezzo senza previa autorizzazione scritta da parte dell’editore.


Nota introduttiva “Non conosci completamente la lingua italiana se non hai mai letto I Malavoglia!” Prima o poi qualcuno arriverà a dircelo; sarà un professore, un amico o chi semplicemente ne sa più di noi. E senz’altro avrà ragione, tutto vero, però la forza di questo romanzo non gira solo intorno ad una questione di lingua. Leggere questo libro è come attraversare l’anima degli italiani, quando da eternamente divisi e nemici tra loro cominciarono a trasformarsi in un unico popolo. La storia di questa famiglia di pescatori poveri e ignoranti diventa la storia di ognuno di noi, colpito dalla sfortuna, spaventato dalla vita e in continua lotta con le malelingue e le loro bugie. La domanda che ci si deve porre prima di iniziare a leggere è questa: è possibile cambiare il proprio destino cercando delle scorciatoie, affidandosi alla fortuna e sperando in un cambiamento positivo? Di fronte a questo interrogativo i personaggi del romanzo decidono di accettare la vita così com’è oppure cercano di sfidarla. I Malavoglia e tutti gli abitanti di Aci Trezza rappresentano le persone che possiamo incontrare lungo il nostro cammino, certamente in ambienti diversi e con ruoli diversi; ma il loro carattere, le loro paure, il loro voler difendere sempre i propri interessi a scapito degli altri diventano il simbolo di un’umanità che non passa mai di moda e che alla fine lascia tutti sconfitti di fronte alla vita.

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Indice Nota introduttiva.................................................................. 3 Capitolo I................................................................................ 6 Capitolo II............................................................................... 15 Capitolo III............................................................................. 22 Capitolo IV............................................................................. 29 Capitolo V............................................................................... 35 Capitolo VI............................................................................. 43 Capitolo VII............................................................................ 53 Capitolo VIII.......................................................................... 60 Capitolo IX............................................................................. 70 Capitolo X............................................................................... 82 Capitolo XI............................................................................. 95


Capitolo XII............................................................................ 103 Capitolo XIII.......................................................................... 109 Capitolo XIV.......................................................................... 118 Capitolo XV............................................................................ 127 Focus La dote................................................................................ 138 La paranza......................................................................... 140 Il rapporto tra generazioni............................................. 142 Dossier Incontro immaginario con l'autore............................... 144 Intervista all'illustratrice................................................. 149 Percorsi di lettura ................................................................. 150


Capitolo I Un tempo i Malavoglia erano stati numerosi come i sassi della strada vecchia di Trezza1; tutti buona e brava gente di mare, proprio all’opposto di quel che sembrava dal nomignolo. Veramente nel libro della parrocchia2 si chiamavano Toscano, ma questo non voleva dir nulla, poiché da che il mondo era mondo, a Trezza e ad Aci Castello, li avevano sempre conosciuti per Malavoglia. Adesso a Trezza non rimanevano che i Malavoglia di padron ‘Ntoni, quelli della casa del nespolo, e della Provvidenza, una barchetta in mare accanto alla Concetta dello zio Cola e alla paranza3 di padron Fortunato Cipolla. Le burrasche avevano disperso di qua e di là gli altri Malavoglia, ma erano passate senza far gran danno sulla casa del nespolo4. Padron ‘Ntoni, per spiegare il miracolo, alzava il pugno chiuso, che sembrava fatto di legno, poi esclamava: – Per menare il remo bisogna che le cinque dita s’aiutino l’un l’altro. Gli uomini son fatti come le dita della mano: il dito grosso deve far da dito grosso, e il dito piccolo deve far da dito piccolo. E la famigliola di padron ‘Ntoni era realmente disposta come le dita della mano. Prima veniva lui, il dito grosso, che comandava le feste; poi suo figlio Bastiano, Bastianazzo, perché era grande e grosso quanto il San Cristoforo che c’era dipinto sotto l’arco della pescheria; anche se non si sarebbe soffiato il naso se suo padre non gli avesse detto «soffiati Frazione del comune di Aci Castello, in provincia di Catania. Alla fine dell’Ottocento non c’era ancora un vero ufficio anagrafe e gli unici registri erano quelli parrocchiali, relativi a nascite, morti, matrimoni ecc. 3 Imbarcazione da pesca costiera, con una vela e con lo scafo molto largo. 4 Alberello o arbusto con foglie oblunghe e pelose. 1 2

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Capitolo I

il naso» tanto che s’era tolta in moglie5 la Longa quando gli avevano detto «pigliatela». Poi veniva la Longa, una piccina che badava a tessere, salare le acciughe, e far figliuoli; infine i nipoti, in ordine di anzianità: ‘Ntoni il maggiore, un bighellone6 di vent’anni, che si buscava ancora qualche scappellotto dal nonno; Luca «che aveva più giudizio del grande» ripeteva il nonno; Mena (Filomena) soprannominata «Sant’Agata» perché stava sempre al telaio; Alessi (Alessio) un moccioso tutto suo nonno; e Lia (Rosalia) ancora né carne né pesce7. Alla domenica, quando entravano in chiesa pareva davvero di assistere a una processione. Padron ‘Ntoni conosceva anche certi motti e proverbi che aveva sentito dagli antichi: «Perché il motto degli antichi mai mentì» diceva sempre. Ecco perché la casa del nespolo prosperava e padron ‘Ntoni passava per testa quadra8, al punto che a Trezza l’avrebbero fatto consigliere comunale, se don Silvestro, il segretario, non avesse diffuso la voce che padron ‘Ntoni era un reazionario di quelli che proteggono i Borboni9. Nel dicembre 1863, ‘Ntoni, il maggiore dei nipoti, era stato chiamato per la leva di mare10. Padron ‘Ntoni allora era corso dai pezzi grossi del paese, che son quelli che possono aiutarci, sperando di non farlo partire. Ma don Giammaria, il vicario, gli aveva risposto che gli stava bene: questo era il frutto di quella rivoluzione che aveva fatto sventolare il

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Si era preso in moglie, si era sposato. Chi perde il suo tempo andando in giro senza far niente. Si dice così di chi non ha ancora preso la sua strada nella vita. Persona di buon senso e responsabile. La famiglia nobile che governava la Sicilia prima dell’unità d’Italia. 10 Servizio militare nella Marina del Re d’Italia. 5 6

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I Malavoglia

rano altri a Trezza, e quel furbaccio di Campana di legno si ostinava a fare il minchione27. – Eh? Non vi conviene? Lasciateli! Ma un centesimo di meno non posso, in coscienza! Che l’anima ho da darla a Dio! – e dimenava il capo che pareva una campana senza batacchio28 davvero. Allorché la Longa seppe del negozio dei lupini, dopo cena, mentre si chiacchierava coi gomiti sulla tovaglia, rimase a bocca aperta; come se quella grossa somma se la sentisse sullo stomaco. Ma le donne hanno il cuore piccino, e padron ‘Ntoni dovette spiegarle che se il negozio andava bene c’era del pane per l’inverno, e gli orecchini per Mena, e Bastiano avrebbe potuto andare e venire in una settimana da Riposto, con Menico della Locca. Così fu risoluto il negozio dei lupini, e il viaggio della Provvidenza che era la più vecchia delle barche del villaggio, ma aveva il nome di buon augurio. Gli uomini avevano avuto un gran da fare tutto il giorno, con quell’usuraio dello zio Crocifisso, il quale aveva venduto la gatta nel sacco, e i lupini erano avariati. Campana di legno diceva che lui non ne sapeva nulla, come è vero Iddio! Che l’anima lui non doveva darla ai porci! E Piedipapera schiamazzava e bestemmiava come un ossesso per metterli d’accordo, giurando e spergiurando che un caso simile non gli era capitato da che era vivo; e cacciava le mani nel mucchio dei lupini e li mostrava a Dio e alla Madonna, chiamandoli a testimoni. Infine, rosso, scalmanato, fuori di sé, fece una proposta disperata, e la piantò in faccia allo zio Crocifisso e ai Malavoglia coi sacchi in mano: – Là! Pagateli a Natale, invece di pagarli a Finto ingenuo e credulone. Ferro che percuote internamente la campana per farla suonare.

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Capitolo I

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La dote Titolo La dote è l’insieme dei beni, sia proprietà immobiliari che oggetti e denaro, che la famiglia di una sposa dona allo sposo al momento del matrimonio. Nelle culture tradizionali la dote comprendeva anche il prezzo della sposa, spesso consistente in una somma di denaro che la famiglia dello sposo versava a quella della sposa, trasformando l’unione di due persone in una trattativa economica. L’ammontare della dote dipendeva dalla generosità del padre oppure del fratello della sposa e era legata a vari fattori: la ricchezza della famiglia della sposa; il numero di fratelli e sorelle che potevano contribuire e il fatto che la dote sostituisse o meno una eventuale eredità futura. Nelle società del passato, la dote poteva contenere persino alcuni schiavi, segno di grande ricchezza da parte del padre della sposa. La dote non poteva essere ceduta o scambiata con altri beni, anche in caso di morte prematura della sposa oppure di divorzio. Fin dall’epoca dei Romani, l’uso di trasmettere alcuni beni con il matrimonio era già stabilito nel Baule con dote di fine ’800 diritto, con lo scopo duplice di indennizzare la donna sia per la sua parte di eredità paterna, sia per contribuire alle spese del matrimonio stesso. Il codice giustinianeo del VI secolo d.C. rese obbligatoria la dote, senza la quale era impossibile unirsi in matrimonio. In Italia, soprattutto nelle società contadine, la dote era contenuta in una cassapanca dove veniva riposto il corredo, che consisteva in lenzuola, tovaglie, piatti, bicchieri ed altri oggetti utili alla vita domestica in casa. Il giorno del matrimonio gli sposi sfilavano su di un carro insieme al baule della dote, in maniera da mostrare a tutti l’entità della ricchezza degli sposi. La dote non sarebbe mai diventata di proprietà dello sposo, che l’avrebbe soltan138


to gestita. Anche il marito era tenuto a dare una “controdote” e un mantenimento per far fronte ai bisogni della sposa. Prima della celebrazione del matrimonio, la descrizione e il valore della dote e del corredo matrimoniale venivano registrati da un notaio. Solitamente nell’atto era contenuta la promessa di matrimonio, la dote e gli assegni maritali, rinuncia (facoltativa) della donna a pretese ereditarie sui beni della propria famiglia. Si allegava ai capitoli matrimoniali, un elenco scritto a mano dei tessuti, mobili, oggetti di casa e gioielli assegnati alla sposa. Questo istituto, seppure modificato nel tempo, sopravvisse in Italia fino al 1975, quando fu vietato con la riforma del diritto di famiglia. Il divieto pose fine anche a tutte quelle aspre contese che sorgevano tra le famiglie quando Tipico elenco del contenuto di una dote (1946) non si andava più d’accordo. In più era diventato un problema serio il fatto che la famiglia dello sposo e lo sposo stesso si sentivano autorizzati a maltrattare la sposa, se questa non forniva una dote adeguata alle aspettative. Oggi in Italia la tradizione della dote è finalmente scomparsa, anzi è considerata un retaggio del passato e un’usanza tipica delle culture arretrate. Purtroppo in alcuni paesi l’obbligo della dote è ancora in vigore. Ad esempio in India, dove è ancora diffusissima soprattutto tra i ceti meno abbienti. Ci sono tristi notizie di cronaca, dove accade spesso che una giovane sposa venga uccisa, magari gettata in un pozzo e lasciata morire, perché nella dote non ci sono la televisione o lo scooter per lo sposo!

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Incontro immaginario con l'autore Giovanni Verga (1840-1922)

Anche i grandi scrittori sono stati bambini. Ci racconti qualcosa di te? Sono nato a Catania, il 2 settembre 1840, così mi hanno sempre detto, ma girano altre versioni. Dicono infatti che nacqui il 31 agosto in casa a Vizzini e che poi fu mio padre Giovanni Battista Catalano a registrarmi come nato a Catania, in via Sant’Anna. Al battesimo dell’8 settembre fui chiamato Giovanni Carmelo, ma rimasi sempre e solo Giovanni per tutti. La famiglia di mio padre apparteneva al ramo cadetto dei baroni di Fontanabianca e al paese di Vizzini avevamo dei buoni possedimenti. Mio nonno era stato carbonaro, sognava l’unità d’Italia, e nel 1812 fu eletto deputato per il paese di Vizzini al parlamento siciliano.

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Che scuole hai frequentato e che tipo di studente eri? Terminai le scuole primarie presso la scuola di Francesco Carrara, poi venni inviato per gli studi secondari alla scuola di don Antonio Abate, fervente patriota e repubblicano. Lì conobbi le opere di Dante, di Petrarca, di Manzoni, di Ariosto e del Tasso. Fui subito molto colpito dalla scrittura e coltivai presto dei rudimentali interessi letterari. Mi impegnavo in tanti progetti, diversi tra loro, riuscendo a portare a termine ben poco; ma forse è così che succede sempre quando si è giovani. Comunque assaggiai il mondo dei miei racconti tra il 1854-55, quando a causa di un’epidemia di colera dovetti rifugiarmi in campagna. A soli quindici anni scrissi il mio primo romanzo , che don Antonio reputò


buono; ma lo lasciai in un cassetto, perché il mio professore di latino, don Mario Torrisi, lo considerò troppo immaturo (e non aveva tutti i torti, era davvero uno scritto di basso livello!). Nel 1858 mi iscrissi alla facoltà di legge all’Università di Catania, ma dopo pochi anni l’abbandonai, preferendo dedicarmi all’attività letteraria e al giornalismo. In più avevo speso tutti i soldi delle tasse universitarie per la pubblicazione del mio secondo romanzo Come hai coltivato queste tue attitudini? Fondai ben tre giornali, che purtroppo ebbero breve durata. Mentre tentavo di fare il giornalista mi arruolai nella Guardia Nazionale di Catania. Ma

fu la morte di mio padre nel 1865 a costringermi a spiccare il volo. Me ne andai a Firenze, dove divenni amico di Luigi Capuana, un vero maestro. Cominciai a scrivere più seriamente, impegnandomi ogni giorno e nel 1871 pubblicai . Dal 1872 divenni cittadino milanese. Fu davvero un bel momento da vivere intensamente. Mi mescolai in ambienti letterari interessanti, freschi e pieni di entusiasmo, alla ricerca di un nuovo modo di scrivere. Mi occupavo di tematiche mondane, del mondo che mi circondava e che vivevo in prima persona. E scrivevo tantissimo, ispirandomi al modernissimo naturalismo francese di Emile Zolà, una forza così creativa e innovativa da segnarmi nel profondo dell’anima.

La casa natale di Verga a Catania.

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Percorsi di lettura CAMMIN FACENDO

1 Secondo te, di che genere di storia si parla quando ci si riferisce ai Malavoglia? a) Fantasy. b) Avventura. c) Realista. d) Sentimentale. 2 I Malavoglia vivono ad Aci Trezza, un paese della Sicilia, nella casa del nespolo. Perché la casa ha questo nome? a) Si tratta del soprannome della famiglia. b) Si tratta del soprannome di padron ‘Ntoni. c) La casa prende il nome dall’albero cresciuto nel cortile. d) La casa prende il nome dal fatto che i Malavoglia mangiano sempre nespole.

3 Come riescono a guadagnare da vivere i Malavoglia? a) Gestiscono un’osteria. b) Sono allevatori di animali. c) Sono pescatori. d) Sono contadini.

4 Metti in ordine di importanza le disgrazie che capitano ai Malavoglia secondo la tua opinione, poi mettile in ordine come penserebbe padron ‘Ntoni e confronta il risultato. 1) ‘Ntoni parte per il militare. 2) I lupini sono di pessima qualità. 3) La Provvidenza affonda a causa di una tempesta. 4) Bastianazzo muore in mare. 5 Chi è don Silvestro? a) Il più ricco del paese. b) Un povero diavolo che chiede l’elemosina fuori dall’osteria. c) Una persona onesta a cui chiedere consiglio. d) Il segretario del municipio del paese.

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Percorsi di lettura

6 Come si stabilivano i matrimoni all’epoca dei Malavoglia? a) Lasciando i giovani liberi di inseguire i propri sentimenti. b) Accordandosi tra capofamiglia. c) Aspettando che la ragazza rimanesse incinta del futuro sposo. d) Decideva il Sindaco.

7 Secondo te, che rapporto hanno con il mare gli abitanti di Aci Trezza? a) Lo considerano un bel posto dove rilassarsi e divertirsi. b) Lo considerano un amico che dona i suoi frutti per vivere. c) Lo considerano un nemico che in cambio del pesce si prende la vita degli uomini. d) Lo considerano un bel paesaggio naturale da ammirare. 8 Indica almeno tre luoghi dove si svolge la vita sociale non lavorativa ad Aci Trezza. ....................................................................................................................................... ....................................................................................................................................... ....................................................................................................................................... ....................................................................................................................................... 9 Cosa significa che i Malavoglia avevano preso il carico di lupini a credenza? a) Che li avevano presi sulla fiducia e li avrebbero pagati dopo averli venduti. b) Che li avevano presi da un mobile apposito. c) Che li avevano presi con un attrezzo particolare per conservarli meglio. d) Che li avevano presi credendo che fossero buoni e non mezzi marci. 10 Mena perde la possibilitĂ di avere del denaro per la dote con la tragedia del naufragio. Indica il motivo del perchĂŠ una donna senza dote non poteva sposarsi. ....................................................................................................................................... .......................................................................................................................................

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